venerdì 22 aprile 2011

La barzelletta di Berlusconi - Annozero 21/04/2011

Addio a Vezio, barista comunista

Corriere della sera


Si è spento a 69 anni Bagazzini: per decenni il suo bar dietro Botteghe Oscure è stato meta dei leader del Pci. Il ricordo di D'Alema: un amico e un compagno







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Libia, centinaia di soldati di Gheddafi si consegnano alla frontiera tunisina

Corriere della sera

Il capo di Stato maggiore Usa: forze del Raìs distrutte al 30-40%. Gli Stati Uniti useranno poi anche droni armati


MILANO - Continuano gli scontri tra i ribelli e le forze leali a Gheddafi in Libia, come pure gli interventi aerei della coalizione. Ma nonostante le migliaia di morti e feriti di settimane di battaglia la soluzione del conflitto resta incerta. Gli attacchi della coalizione hanno ridotto del 30-40% le forze di terra libiche, ma il confronto si sta avviando in una situazione di stallo ha detto il capo di stato maggiore interarmi americano Mike Mullen durante una visita a Bagdad.

MULLEN - Mullen ha precisato che «sono state annientate tra il 30 e il 40% delle loro forze di terra, della sua capacità di terra». Il capo di stato maggiore interarmi ha aggiunto che non ci sono segni di rappresentanza di Al Qaeda nell'opposizione libica, smorzando i timori di infiltrazioni nel conflitto libico. «Siamo molto attenti e concentrati su questo aspetto. In realtà non ho visto nessun tipo di rappresentanza di Al Qaeda» ha concluso Mullen.


DRONI - Gli Usa hanno deciso anche di inviare droni da utilizzare in Libia. Il segretario alla Difesa Usa Robert Gates ha detto ad una conferenza stampa a Washington che il presidente Barack Obama ha utilizzato l'uso di droni Predator e che sono già operativi. Il generale James Cartwright, vice-presidente del Joint Chiefs of Staff Usa, ha spiegato che i primi due Predator sono stati inviati in Libia giovedì ma che sono dovuti tornare indietro a causa del maltempo. Gli Usa hanno in programma di mantenere due pattuglie di Predator sopra la Libia in qualsiasi momento, ha aggiunto Cartwright. I ribelli hanno accolto con favore l'invio degli aerei Usa senza pilota e hanno detto di sperare che proteggano i civili.

MCCAIN - Il senatore americano John McCain è intanto arrivato a Bengasi, la roccaforte dei ribelli libici. Come annunciato precedentemente da Brooke Buchanan, portavoce del senatore repubblicano ex candidato alla Casa Bianca, McCain incontrerà i leader degli insorti che combattono contro il regime del colonnello Gheddafi.

SIRTE - Sul piano più strettamente militare nove persone sono morte per un bombardamento della Nato la notte scorse su Sirte. Lo riferisce la tv di Stato libica. Alcune delle vittime, secondo la tv, lavoravano per l'azienda di stato dell'acqua. Continuano anche i combattimenti a Misurata. Secondo i ribelli, la missione internazionale in Libia è stata troppo cauta in quella parte del Paese. «La Nato è stata inefficiente a Misurata. Ha completamento fallito nel tentativo di cambiare le cose sul terreno», ha detto il portavoce dei ribelli Abdelsalam said. Cibo e medicinali stanno scarseggiando e ci sono lunghe file per la benzina. L'elettricità è stata tagliata e quindi i residenti dipendono dai generatori.

FRONTIERA - Secondo i media tunisini sarebbero invece più di cento i soldati libici che, nelle ultime ore, incalzati dall'offensiva dei ribelli anti-Gheddafi sul versante occidentale della Libia, hanno passato il confine tunisino, a Dhiba, per consegnarsi. I militari, confermano oggi i media locali, hanno attraversato la linea di confine disarmati. Tra essi, anche tredici ufficiali. Sul posto di frontiera di Dhiba, una volta conquistato dagli insorti, il vessillo verde libico è stato sostituito da quello monarchico scelto dai ribelli, mentre un trattore ha demolito il grande ritratto di Gheddafi che, sino a giovedì, campeggiava sul confine. Alcuni soldati libici, rimasti feriti negli scontri di giovedì, sono stati portati nell'ospedale tunisino di Dhiba.

Redazione online
22 aprile 2011

Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato

di Giordano Bruno Guerri


Persino il guru della sinistra, teorico di Potere operaio, ha scritto in un libro: "Ciò che fu fatto dai giudici ai socialisti adesso si ripete coi berlusconiani, è orrido"




Aperte le virgolette: «Il potere giudiziario è diventato un potere quasi autocratico. A quel tempo il partito dei giudici era appena nato: il loro potere è diventato esorbitante grazie a un patto con la sinistra istituzionale che aveva dato alla magistratura mano completamente libera».
A quel tempo significa il 1983. Ma chi è l’autore di queste parole esplosive? Berlusconi, certamente Berlusconi. Riapriamo le virgolette: «Sia ben chiaro, non metto assolutamente in discussione l’esercizio della giustizia e la sua indipendenza. Il dramma inizia quando la giurisdizione sostituisce interamente la giustizia, quando occupa e alla fine domina lo spazio politico». 

Insomma, questo Berlusconi, sempre la solita solfa. L’unica novità, sembra, è che si fa risalire il «patto» scellerato addirittura alla fine degli anni Settanta e non alla sua discesa in campo.
Ancora virgolette, ma con sorpresa: «Quello che è stato fatto dai giudici contro l’estrema sinistra alla fine degli anni Settanta è stato ripetuto dieci anni dopo contro i socialisti e i berlusconiani. È stato orrido, questo déjà vu...». È davvero Berlusconi? Quel riferimento ai magistrati contro l’estrema sinistra avrà fatto venire qualche sospetto ai lettori. Che, infatti, hanno ragione. Il brano non è del capo del governo, bensì di Toni Negri, guru dell’estrema sinistra pensante e operante. 

Il passaggio è a pagina 28 di un suo libro abbastanza recente, Il ritorno (Rizzoli 2003), pubblicato poco dopo il successo planetario di Impero, per il quale Time inserì Negri tra «le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna». Può darsi, anche se di certo Negri non è un personaggio amabile. Prima dirigente dei giovani dell’Azione Cattolica, poi socialista, infine fondatore, teorico e stratega di Potere Operaio insieme a Oreste Scalzone e a Franco Piperno. Fu processato per associazione sovversiva e insurrezione armata e condannato a 30 anni, nel 1984. Il processo si svolse sulla base del «teorema Calogero», dal nome del sostituto procuratore di Padova: il quale fu accusato da Amnesty International, insieme a altre autorità italiane, di avere manipolato la vicenda e avere commesso numerose irregolarità. La pena venne poi ridotta a 17 anni. 

Nel frattempo Marco Pannella aveva candidato Negri alla Camera, sostenendo che era vittima di leggi repressive imposte dal Partito comunista italiano con l’entusiastico appoggio della magistratura. Negri venne eletto, ma sarebbe ugualmente tornato in galera, dopo l’autorizzazione all’arresto concessa dal Parlamento, così fuggì in Francia. Ci rimase per 14 anni, insegnando all’università, finché decise di rientrare in Italia, per scontare la pena: prima in prigione, poi in semilibertà, fino al 2003. Due anni dopo Le Nouvel Observateur lo inserì tra i venticinque «grandi pensatori del mondo intero». 

Non giurerei che lo sia davvero, ma non sbagliava quando parlò di una giustizia che «occupa e alla fine domina lo spazio politico»: prima contro l’estrema sinistra, poi con Tangentopoli, oggi contro Berlusconi. Ovvero contro gli avversari di quelli che Berlusconi chiama «i comunisti».
«Dovevano ricacciarmi in galera, nei meandri della persecuzione giudiziaria... troppo spesso in Italia le cose si risolvono così». Sarebbe interessante sapere cosa pensa delle attuali vicende processuali di Berlusconi, oggi, il quasi ottantenne Toni Negri. Magari durante una cena a Arcore.





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Alemanno: i rom non si integrano Loro occupano la basilica S. Paolo

di Redazione


Il primo cittadino della Capitale: "Il fatto che venga rifiutata l’assistenza vuol dire che molti non sono nelle condizioni disperate che Sant’Egidio si immagina, ma spesso fanno una scelta di carattere economico e non di disperazione". Via al censimento e allo sgombero di circa 300 rom romeni in via dei Cluniacensi. Il Comune: "Il 60% è minorenne e quelli che frequentano le scuole sono 40. Ma c'è un problema di prostituzione minorile maschile". Ma i nomadi rifiutano l'accoglienza e i rimpatri volontari



Roma - Torna la paura Rom sulla Capitale. "Il fatto che venga rifiutata l’assistenza vuol dire che molti non sono nelle condizioni disperate che Sant’Egidio si immagina, ma spesso fanno una scelta di carattere economico e non di disperazione". Lo ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, tornando sulla polemica su Sant’Egidio in merito ai 75 sgomberi di microaccampamenti abusivi fatti dal primo aprile.

Alemanno: "Sessanta su 100 sono criminali" Il primo cittadino punta il dito contro l'alta percentuale di delinquenza diffusa tra i rom. Questa mattina una nuova operazione nella zona di Casal Bruciato, dove "abbiamo trovato 161 persone, il 67 per cento pregiudicati, ma che rappresentano solo la metà di chi normalmente viveva in quell’accampamento". Per il sindaco, ciò vuol dire che "visto il periodo pasquale alcune di queste persone tornano a casa loro perchè non è vero che nessuno ha un posto dove stare ma molti hanno una casa nel paese di origine e vengono a Roma non perchè sono disperati ma perchè pensano di avere un reddito maggiore, magari derivante da attività illegali".

Censimento e abbattimenti Questa mattina le operazioni sono iniziate con il censimento di circa 300 rom romeni, poi si è passati allo sgombero e all'abbattimento di baracche di un insediamento abusivo in via dei Cluniacensi, a Casal Bruciato, nel V Municipio. Sul posto, oltre ai membri di alcune associazioni che lavorano per l’integrazione dei nomadi, come Arci e Popica, c’è il delegato del sindaco per le politiche per la Sicurezza, Giorgio Ciardi, che ha spiegato: "In questo campo circa il 60% degli occupanti è minorenne e i bimbi scolarizzati dovrebbero essere circa 40. Siamo intervenuti anche perché la polizia ci ha informato riguardo la diffusione in quest’area di prostituzione maschile minorile e questa situazione non era più tollerabile". Nel corso del lavoro di censimento gli agenti della polizia municipale hanno trasferito un minore senza genitori in una struttura di accoglienza. 

No all'accoglienza "Le famiglie rom che stiamo sgomberando in questi giorni - dice Ciardi - continuano a non accettare l’accoglienza al Cara e i rimpatri assistiti perché con questi poi non potrebbero più tornare in Italia. In questo campo ci sono molti pregiudicati e c’è anche purtroppo un fenomeno di prostituzione maschile. È una situazione che non può più essere tollerata". Al momento le ruspe non sono ancora entrate in azione perché si attende di concludere le operazioni di identificazione delle persone presenti. 

E i rom occcupano la basilica Oltre 100 rom hanno occupato la basilica di San Paolo dopo essere stati sgomberati questa mattina dall’accampamento in via Cluniacensi nel V municipio, a Roma. Il responsabile immigrazione dell’Arci, Claudio Graziano, riferisce: "Stanno arrivando altri rom sgomberati in questi giorni. L’occupazione di una basilica, nel rispetto delle sue funzioni, è un gesto estremo per chiedere soluzioni abitative alternative al campo. Non andiamo via di qui fino a quando non ci verranno date". I rom sono all’interno della Basilica e vi trasportano i loro bagagli. 





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Castel del Monte, primo radar della storia

Corriere del Mezzogiorno


Un sistema di fortificazioni e una rete di vedette. Fra mare e terra al centro c'è il maniero di Federico II



Castel del Monte
Castel del Monte


Limpiar las islas, «ripulire» le isole allontanando chiunque la cui presenza non fosse legittimata e «costruire su tutti i punti della costa, dietro indicazione dei regi ingegneri, torri in vista una dell’altra in modo da costituire nell’insieme una continua ininterrotta fortificazione (...) affinché vedendo fuste - cioè natanti sospetti - facesi foco di continuo e che tutte dette torri dovessero corrispondere l’una con l’altra nel tirare mascoli et nel far foco». I rapporti degli ambasciatori del re Filippo II a Madrid e i decreti vicereali di difesa del Regno di Napoli emanati prima nel 1563 da don Pedro de Toledo e poi da don Parafan de Ribera, duca di Alcalà, non lasciano dubbi sulla ferrea volontà di quel governo di costruire nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di avvistamento e, dunque, di difesa del territorio da ogni forma di approdo più o meno clandestino, piratesco o corsaro che fosse; si trattasse cioè di mercenari del mare che agivano per il proprio tornaconto, nel primo caso, ovvero per un governo che rilasciava lettere di corsa, vere e proprie autorizzazioni ai saccheggi, opera di disturbo a coste e navi nemiche compresa.

Ed è lo storico Vittorio Faglia a spiegare come «molti e di diversa bandiera erano i corsari ma tutti in quei secoli furono pirati: Papi, Imperatori, Sultani e condottieri». Un ruolo, quello delle torri, che però non evitò, per esempio, la presa di Vieste il 15 luglio del 1554 da parte del corsaro turco Draguth approdato con le sue settanta galee; intanto, la logica difensiva già avviata nel 1290 dagli angioini consegnava al Rinascimento meridionale e pugliese le tipiche architetture la cui sequenza ordinata segna ancora oggi il territorio. Spesso innalzate su preesistenti torri romane, a base troncoconica e con uno sviluppo cilindrico, quelle della prima metà del Cinquecento, quadrangolari, invece, a partire dal 1567, sempre collegate visivamente l’una con l’altra:

«La preferenza delle torri quadre rispetto alle tonde permetteva un uso più razionale dell’artiglieria perché la piazza d’arme (ultimo livello di copertura delle torri) poteva ospitare più pezzi senza che si intralciassero nelle manovre durante l’uso» (da L’isola delle sirene Li Galli di Romolo Ercolino). Una sorta di tam tam, telegrafo senza fili, radar dell’antichità affidato alla solerzia di quei guardiani capitani torrieri (nel Settecento anche ecclesiastici, donne e monache) che con segnali di fuoco di notte, di fumo di giorno o al suono di campane facevano rimbalzare dal mare sino all’interno, dalle periferie estreme sino ai grandi centri urbani, torre dopo torre, notizie di pericoli.

«A quel sistema torriero partecipavano anche i cavallari - spiega la storica dell’arte Michela Tocci, direttrice di Castel del Monte -. Gli era vietato possedere barche e pescare perché non si distraessero, preposti com’erano a presidiare a cavallo spiagge e foci dei fiumi dove gli incursori più spesso approdavano per approvvigionarsi di acqua dolce. C’erano anche le guardie con le feluche con lo stesso compito via mare. Nel 1748 si contavano ben 397 torri costiere nel Regno di Napoli, 121 in Puglia: 25 in Capitanata, 16 in Terra di Bari e 80 in Terra d’Otranto.

Ma già Federico II di Svevia - precisa la Tocci - agli albori del 1200, aveva ben compreso come il controllo del potere dovesse passare attraverso una politica di fortificazione di tutta la costa del regno meridionale e della Puglia in particolare, prima testa di ponte dall’Africa e dall’Oriente per l’Europa, e terra fertile le cui prospettive certe di lucro erano note sin dalla notte dei tempi in tutta l’area mediterranea».

Fra le 36 città demaniali del regno svevo ben 17 erano centri urbani pugliesi, 12 dei quali costieri. «L’imperatore -racconta la Tocci - ne ordinò la fortificazione con strutture castellari, ciascuna dotata di un sistema di torri-satellite a distanza regolare l’una dall’altra. Sino a Castel del Monte, l’edificio ottagonale dai canoni di raffinata architettura e decorazione scultorea che peraltro faceva da riferimento visivo persino tra la costa adriatica, la zona di Canosa e l’entroterra dell’attuale Basilicata intercettando i segnali di tutte le "vedette", punto più alto sul livello del mare. Citato persino nel Compasso de navegare, il portolano duecentesco per l’orientamento in mare, come una montagna longa enfra terra et alta, e la dicta montagna se clama lo Monte de Sancta Maria, et à en quello monte uno castello».

Maria Paola Porcelli
21 aprile 2011




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Il giornalista Morrone torna libero "Mancano gravi indizi di colpevolezza"

Corriere della sera


L'ex consulente Procura era ai domiciliari dal 12 aprile. I pm ritenevano che fosse la talpa degli uffici giudiziari



La pm Teresa Iodice
La pm Teresa Iodice


BARI - Andrea Morrone, giornalista ed ex consulente della procura ritenuto dalla Procura di Bari la gola profonda degli uffici giudiziari, l'uomo che - dicono i pm baresi - aveva passato i verbali di Tarantini ai cronisti del Corriere del Mezzogiorno e Corriera della Sera, torna in libertà. «Per mancanza di gravi indizi di colpevolezza». Così scrive il gip Sergio di Paola, lo stesso giudice che dieci giorni fa lo aveva fatto arrestare. Morrone era finito ai domiciliari perché accusato di «accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico». Per la verità i pm inquirenti Giuseppe Dentamaro e Teresa Iodice con la firma del procuratore Antonio Laudati avevano chiesto il carcere, il gip invece aveva concesso i domiciliari. La procura aveva anche dato parere negativo alla richiesta di scarcerazione della difesa (rappresentata da Andrea Di Comite e Michele Laforgia) allegando nuove perizie informatiche.

LA VICENDA - «Non sono io la talpa» aveva detto Morrone durante l'interrogatorio di garanzia. Si era difeso rigettando l’accusa: quella di essersi introdotto, il 4 agosto del 2009, abusivamente nel sistema informatico del Palagiustizia di via Nazariantz, di aver copiato i verbali d’interrogatorio di Gianpaolo Tarantini e, successivamente, di averli consegnati ai cronisti del Corriere.
La sua difesa è stata molto dettagliata e precisa, tanto che i magistrati, al termine dell’interrogatorio di garanzia, hanno deciso di svolgere «ulteriori ma rapidi accertamenti tecnici» per capire se quanto aveva detto da Morrone corrispondeva alla realtà. Al giudice ha spiegato che, tecnicamente, sarebbe stato per lui impossibile accedere alla rete interna del Palagiustizia, in primis perché non avrebbe avuto alcuna password, come invece sostengono i pm inquirenti.


L'altro pm inquirente Giuseppe Dentamaro
L'altro pm inquirente Giuseppe Dentamaro
IL CONSULENTE - Morrone fino al 2008 aveva lavorato per la ditta Consit, società che gestiva il sistema informatico della Procura. Dopo la fusione della Consit con un altro gruppo, l’indagato decise di rinunciare al posto di lavoro. Anche per questo motivo - è la tesi della difesa - un anno dopo non avrebbe potuto avere la password. Morrone ha continuato a fare il consulente informatico sino al 2009, il suo compito però si limitava a quello di assistente all’ascolto delle intercettazioni messe a disposizione dai difensori nell’ambito di alcuni processi. Il cronista ha spiegato al giudice che da quei computer, ovvero da quelli utilizzati per l’ascolto delle intercettazioni, tecnicamente sarebbe impossibile accedere al sistema interno, non essendo questi collegati alla rete. Quanto alla cella telefonica che secondo i pm lo collocherebbe nel palazzo di giustizia il 4 agosto 2009, il giorno in cui è ipotizzato l’accesso abusivo, Morrone ha riferito di non ricordare dove fosse quel giorno, ma ha aggiunto che i suoi genitori abitano poco distante e la cella telefonica che copre il Palagiustizia è la stessa dell’appartamento dei suoi cari. Infine sui contatti con i cronisti del Corriere, Morrone ha riferito che si trattava di una semplice amicizia risalente nel tempo, come quella coltivata con altri giornalisti, non finalizzata ad alcun obiettivo.



Vincenzo Damiani
22 aprile 2011




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Il prof fa cantare «Faccetta nera» in classe, polemica nel Vicentino

Corriere della sera


Pove del Grappa, i genitori protestano col preside: «I ragazzi hanno portato a casa lo spartito». L'insegnante di musica: è una canzone che racconta un'epoca



Lo spartito originale di «Faccetta nera» del 1935
Lo spartito originale di «Faccetta nera» del 1935


VENEZIA - Nel mezzo delle polemiche sulla scuola che indottrina i ragazzi arriva dal Veneto un caso che aggiunge benzina sul fuoco: «Faccetta Nera» cantata a scuola, in una media del Vicentino, per iniziativa del professore di musica. La canzone simbolo della presenza «civilizzatrice» dell'Italia fascista in Abissinia, è stata proposta agli alunni della media di Pove del Grappa (Vicenza) nel corso di un programma multidisciplinare che prevede lo studio sul fascismo e la musica del Ventennio. Peccato che quando hanno sentito i figli provare a casa sullo spartito «Faccetta Nera», ma anche «Giovinezza» - come riferisce Il Mattino di Padova - alcuni genitori siano rimasti di stucco. Ora sono intenzionati a chiedere spiegazioni alla scuola, perché loro - spiegano - delle canzoncine del ventennio fascista nel programma non sapevano nulla.

Si difende il professore di musica, Nicola Meneghini. Quelle canzoni, come anche Va' Pensiero e la Leggenda del Piave studiate per il periodo della prima Guerra Mondiale, rientrano «in un ciclo di lezioni che hanno cercato di contestualizzare i periodi storici anche con la musica». «Conoscere non significa nè abbracciare nè sposare una causa - chiarisce la preside della scuola, Luisa Caterina Chenet - La cosa è stata contestualizzata. Non c’è alcun indottrinamento. La nostra è una scuola seria. Forse è stata una scelta culturale un po' ingenua, ma l’insegnante non voleva certo sostenere alcuna posizione politica». Il docente di musica, però, già rilancia: per lo studio della seconda Guerra Mondiale i ragazzini troveranno sui banchi anche lo spartito di Lili Marlene». (Ansa)

22 aprile 2011




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Bandito Giuliano: tra gli atti dell'inchiesta una foto tratta dal film di Rosi del 1962

Corriere del Mezzogiorno


A scoprire l'immagine di scena il procuratore aggiunto Ingroia su segnalazione della polizia scientifica


Una scena tratta dal film di Rosi
Una scena tratta dal film di Rosi


PALERMO - Una svista bizzarra quella che ha portato agli atti dell’inchiesta sulla presunta sostituzione del cadavere del bandito Salvatore Giuliano una foto che invece di essere scattata sul luogo dell’omicidio è in realtà tratta dal film inchiesta del regista Francesco Rosi girato nel 1962. A rivelarlo il settimanale Panorama, in edicola domani, che ha anticipato il contenuto di un articolo sulla vicenda.

Panorama scrive che l’immagine di scena sarebbe stata scoperta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, in seguito a una segnalazione della polizia scientifica avvenuta sei giorni prima della riesumazione del cadavere. Secondo il procuratore Ingroia l’equivoco, effettivamente segnalato dalla scientifica, sarebbe stato superato dall’accertamento medico legale eseguito sul cadavere del bandito. I risultati della perizia non sono ancora definitivi. Gli esperti hanno infatti stabilito un grado di «compatibilità» tra il dna del corpo riesumato e quello del nipote del bandito.

Redazione online
21 aprile 2011




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Ferrara: «Massimo Ciancimino è un calunniatore professionale»

Corriere del Mezzogiorno


Il giornalista attacca il figlio dell'ex sindaco arrestato: «È stato al servizio di un circuito mediatico giudiziario



La rabbia di Ferrara


PALERMO - Un appello al presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitano, e a Michele Vietti
vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura ha chiuso l’intervento di Giuliano Ferrara giovedì sera a «Qui Radio Londra» su Raiuno. Nelle puntata un lungo attacco a Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, un «calunniatore professionale» che oggi è stato fatto arrestare a Bologna da parte di quel magistrato Antonio Ingroia della Procura antimafia di Palermo che, ha spiegato Ferrara, «si è servito delle sue accuse mai davvero controllate». «È uno che ne ha dette di tutti colori e ha accusato, tra l’altro, lo stesso Silvio Berlusconi perchè il padre gli avrebbe detto che gli aveva dato dei soldi».

L'ACCUSA A SANTORO - E di cosa si è servito su tutti Massimo Ciancimino, accusato oggi di truffa e calunnia pluriaggravata, e che ci tiene a dire Ferrara non è neppure un pentito? E qui Radio Londra mette mano a un filmato di repertorio di Annozero con Michele Santoro che nel 2008 parla con Ciancimino ospite della sua trasmissione. «Signor presidente della Repubblica, il tempo è scaduto, bisogna fare qualcosa rispetto a questo calunniatori professionisti in servizio permanente effettivo in mano a un circuito mediatico giudiziario. Chi può provvedere, provveda, una vergogna di questo genere per la giustizia italiana non ci meritiamo».

LA REPLICA DI SANTORO - «No e..., no e... Scusate, avevo detto che a Ferrara non avrei risposto e non lo farò, perchè oltre a non essere un giornalista che lavora per conto terzi, sono anche di parola», ha replicato Santoro nell’anteprima di Annozero, riferendosi alle accuse lanciate da Giuliano Ferrara.


Massimo Ciancimino, da accusatore ad accusato
Massimo Ciancimino, da accusatore ad accusato
IL SUPERTESTE LANCIA POST E SMS - Anche quando sta per mettere piede in una cella Ciancimino jr non rinuncia alla battuta: «Mi dispiace farvi lavorare sino a quest’ora» dice ai cronisti. Distribuisce sorrisi mentre lascia la questura di Parma per essere condotto in carcere. Ai giornalisti che, da Palermo, lo cercano per avere conferma del suo fermo per calunnia aggravata nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro risponde con battute e un’assicurazione: «Sono sereno». Poi manda sms e dà lui stesso in un blog notizia di quanto gli sta accadendo. Sembra una farsa e invece è il crollo di credibilità di un superteste che alle Procure di mezza Italia ha raccontato le sue verità sulla «trattativa» tra Stato e mafia e sulle trame delle strutture deviate. Parlava in nome e per conto del padre don Vito, il primo sindaco di Palermo condannato per mafia.

Sfornava le sue carte, rilanciava la sua teoria sull’esistenza di un «Quarto livello» che stava sopra tutto e tutti e manovrava, il potere mafioso. Da quando ha cominciato la sua collaborazione ha portato ai magistrati più di 250 documenti del padre: appunti, annotazioni, liste di nomi eccellenti, carte conservate «a futura memoria». Sull’attendibilità di tutto questo materiale, in parte finito in vari filoni processuali, i magistrati hanno usato molta prudenza. Quelli di Caltanissetta hanno già da qualche mese iscritto Massimo Ciancimino nel registro degli indagati: raccontando la storia del «signor Franco», uomo dei servizi entrato nella «trattativa» mediata dal padre Vito, Ciancimino jr avrebbe calunniato De Gennaro. La Procura di Palermo ha atteso ancora prima di demolire l’ultima uscita del superteste. E lo ha bollato come un falsario quando una perizia della polizia scientifica ha accertato la manipolazione di un documento.

I DOCUMENTI TAROCCATI- Il 15 giugno 2010, nel suo peregrinare tra gli uffici giudiziari, ha consegnato la fotocopia di una cartolina postale che nel 1990 il padre aveva inviato a se stesso per certificarne l’autenticità e la data attraverso il timbro postale. Era una lista di 13 nomi. Ex ministri, ex capi della polizia, uomini dei servizi e degli apparati investigativi, ex alti commissari. Tutti associati dal padre, ha spiegato Massimo Ciancimino, alla supercupola del «Quarto livello». Nella lista c’era prima una sigla (FC/ Gros) che avrebbe «coperto» il nome di un personaggio eccellente. Lo stesso don Vito, ha raccontato il figlio, ne ha svelato l’identità cerchiando la sigla e collegandola con una freccia al nome di De Gennaro: operazione fatta successivamente. Peccato che quella identica scritta compariva in un altro documento di Vito Ciancimino, stavolta originale, che il figlio ha portato in Procura molto tempo dopo: il 7 febbraio 2011.

Una comparazione tra i due scritti ha stabilito una verità incontrovertibile. La fotocopia della lista del «Quarto livello» era stata manipolata. E il nome di Gennaro era comparso dopo una trasposizione. Massimo Ciancimino aveva lavorato, proprio come aveva detto in aula il generale Mario Mori, con un software informatico. Il 19 aprile la polizia scientifica ha presentato ai magistrati l’esito della comparazione. Inevitabile il fermo ordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Massimo Ciancimino è stato fermato sull’autostrada tra Parma e Bologna mentre si accingeva a raggiungere la Francia per le vacanze di Pasqua. Fine di un’impostura? Un momento, risponde il procuratore Francesco Messineo. Con lui nessun rapporto privilegiato. Ma una valutazione delle carte foglio per foglio.

Redazione online
22 aprile 2011




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Omicidio De Mauro, il pm chiede l'ergastolo per Riina

Corriere della sera


Tanti depistaggi e punti oscuri dietro la morte del giornalista de «L'Ora», avvenuta 41 anni fa



Mauro De Mauro
Mauro De Mauro


PALERMO - La pena all'ergastolo per il boss mafioso Salvatore Riina (unico sopravissuto della Cupola mafiosa) è stata chiesta dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, al termine della sua requisitoria nel processo per il sequestro e l'omicidio del giornalista Mauro De Mauro.

IL MOVENTE - Il reporter de «L'Ora» di Palermo era venuto a sapere che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un colpo di Stato. E che Cosa Nostra complottava con i generali golpisti. De Mauro però bussò alle porte sbagliate. Prima lo rapirono (il 16 settembre 1970) e lo "interrogarono", poi lo strangolarono. Il suo cadavere fu seppellito, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. Non è stato mai più ritrovato. C'è anche chi, come il pentito Francesco Di Carlo, che racconta che la fine di De Mauro sia dovuta al lavoro di ricostruzione che stava effettuando sulla morte di Enrico Mattei, precipitato con il suo aereo la sera del 26 ottobre 1962 a Bascapè. De Mauro si era convinto che fosse stato un sabotaggio riconducibile a un «complotto» che avrebbe unito uomini del potere politico-economico e ambienti di Cosa nostra.

DEPISTAGGI - Il ritardo con cui la giustizia arriva alla verità sulla scomparsa di Mauro De Mauro è dovuto, ha sostenuto il pm Antonio Ingroia nella requisitoria, alle manovre e ai depistaggi che hanno frenato le indagini. Ingroia ha ricordato la testimonianza dell’allora pm Ugo Saito il quale raccolse la confidenza del vice questore Boris Giuliano su una riunione di apparati investigativi e servizi segreti a villa Boscogrande, dove venne deciso di depotenziare le indagini che sembravano avviate verso certi apparati dello Stato. Anche i carabinieri, aveva aggiunto Ingroia, si sono impegnati a creare piste alternative con l’obiettivo di spostare l’attenzione della magistratura dagli ambienti che erano coinvolti nell’organizzazione del delitto.

EPISODI OSCURI - Oltre ai depistaggi, il pm aveva insistito anche sulla singolare «assenza di notizie» negli archivi dei servizi e degli apparati investigativi ma anche alla «sottrazione delle prove». Tra gli episodi oscuri citati da Ingroia anche l’improvvisa e «imprudente» apertura del cassetto della scrivania di De Mauro, nella redazione del giornale «L’Ora», un'operazione decisa e compiuta dai vertici del giornale «prima dell’arrivo dei familiari e degli investigatori». Un altro indizio su una strategia di inquinamento delle prove è rappresentato dal fatto che in mano agli inquirenti sono finiti appunti di De Mauro depurati e quaderni con fogli strappati. È perfino scomparso il nastro sulla vicenda di Enrico Mattei, che secondo le testimonianze dei familiari il giornalista «ascoltava e riascoltava in continuazione».

LE CARTE SEGRETE - In occasione del processo sono usciti dai cassetti dopo un oblio di 41 anni anche documenti riservati che hanno gettato una qualche luce sul movente che spinse Cosa Nostra ad eliminarlo e a farne addirittura sparire il corpo. Non si trattava di carte davvero «segrete», conservate in qualche covo della mafia, ma di documenti istituzionali tenuti, chissà perché, ben chiusi nei cassetti. Note, appunti, relazioni di servizio dell’ufficio politico della Questura, rintracciati negli archivi polverosi della polizia, dove erano stati per quasi mezzo secolo, senza che nessuno si prendesse la briga di leggerli. In una parola «insabbiati».

GIORNALISTI PARTE CIVILE - Il processo riprenderà il 6 maggio con gli interventi delle parti civili: la famiglia De Mauro e l’Ordine dei giornalisti di Sicilia.

Redazione online
22 aprile 2011




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La Fiom finisce nell'angolo: sulla Bertone la partita è persa

La Stampa








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Russia, rapito il figlio di Kaspersky magnate del software antivirus

La Stampa






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Misteri e retroscena dell'attentato al Papa

Il Tempo


Il libro del vaticanista Marco Ansaldo e Yasemin Taskin mette a fuoco un'altra verità. Nuove prove riaprono un caso mai chiarito fino in fondo. L'inchiesta dei reporter punta ai Lupi Grigi.

«Uccidete il papa», libro edito da Rizzoli, scritto a quattro mani da Marco Ansaldo e Yasemin Taskin che ricostruisce i restroscena e apre nuove piste sull'attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981. Pubblichiamo un estratto del capitolo 12 «Un quadro internazionale nuovo» dove viene tracciato lo scenario di quegli anni, alla vigilia del crollo dell'Unione Sovietica e nell'avvento dell'era Reagan.


Il papa perdonò subito il suo attentatore. Il 17 maggio, domenica, i fedeli poterono riascoltare la voce del pontefice, tirando un respiro di sollievo. Dal suo letto d’ospedale al policlinico Gemelli di Roma, Giovanni Paolo II registrò poche parole, trasmesse poco dopo dalla Radio Vaticana. Dalle prime ore della giornata in piazza San Pietro si erano radunate circa quindicimila persone per il consueto appuntamento di preghiera del Regina Coeli.

Questo il saluto di Karol Wojtyla nel breve messaggio: «Sia lodato Gesu Cristo. Carissimi fratelli e sorelle, so che in questi giorni, specialmente in quest’ora del Regina Coeli, siete uniti con me. Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico. Sono particolarmente vicino alle due persone ferite insieme con me. Prego per il fratello che mi ha colpito, ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, sacerdote e vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e per il mondo. A te, Maria, ripeto: totus tuus ego sum».

Un anno prima dell’attentato, in Vaticano erano giunte notizie allarmanti su un progetto che si stava organizzando in Turchia per uccidere il papa. Le aveva ricevute nell’estate del 1980 il gesuita padre Francesco Farusi, allora direttore del Radiogiornale Vaticano. Il religioso parlò di voci sulla preparazione di un attentato in un’intervista alla televisione privata abruzzese Atv Sette, di proprietà della famiglia Spallone. Ma quando, dopo il ferimento del pontefice, si andò a cercare la videocassetta con la registrazione del testo, non se ne trovò più traccia. La vicenda, piuttosto misteriosa, e accennata dal giornalista Angelo Montonati nel libro «Dario Spallone, un comunista anomalo».

Il protagonista di quella biografia, medico che ebbe tra i suoi pazienti i piu alti dirigenti del Partito comunista italiano, diversi ministri della Democrazia cristiana, e anche i gesuiti della rivista «La Civilta Cattolica» e della Radio Vaticana, scrisse che padre Farusi, al ritorno da un viaggio in Turchia, aveva dichiarato all’emittente nel 1980 che un gruppo di Lupi grigi, scarcerati da poco, stava preparando atti di terrorismo contro il Vaticano e il papa. A quell’informazione, del resto priva di ulteriori dati, i responsabili della sicurezza nella Santa Sede non diedero eccessivo peso. Un altro dettaglio importante, rimasto irrisolto fino a oggi, riguarda un misterioso fatto verificatosi nei giorni immediatamente precedenti l’agguato.

Una questione rimasta aperta nonostante le fotografie che vennero scattate sul posto. Il 10 maggio infatti, tre giorni prima dell’attentato, Giovanni Paolo II compì una visita nella parrocchia romana di San Tommaso d’Aquino. Nelle immagini portate dai fedeli ai giudici e alla polizia dopo quel che accadde il giorno 13, a molti sembro di riconoscere Mehmet Ali Agca tra i presenti.

La figura del Lupo grigio pareva non solo mischiarsi in mezzo al pubblico, a pochi metri dal pontefice, ma risultava immortalata piu volte. Addirittura uno dei parrocchiani incaricato di scattare le foto aggiunse che la sera stessa si era presentato a casa sua un poliziotto, al quale dovette consegnare le immagini, senza che fosse redatto un verbale, e con la raccomandazione di non parlare del fatto a nessuno. Agca non seppe dire come trascorse il pomeriggio del 10 maggio e una di quelle immagini fu pubblicata sul settimanale «Oggi».

A indurre l’autorità giudiziaria a continuare le indagini fu la posizione dell’uomo della fotografia. Solo tre o quattro metri di distanza dal papa, in un’area cui si poteva accedere solo su invito. Il parroco di San Tommaso, don Todini, spiego che «le procedure di accesso a quegli spazi erano particolarmente rigorose e venivano controllate sia dai parrocchiani addetti che dagli incaricati della sicurezza della Santa Sede». E che i permessi di accesso «erano rilasciati» aggiunse don Todini «solo dalla parrocchia e dalla prefettura pontificia».

Nella vicenda entrò qualche anno dopo anche Ercole Orlandi, il padre di Emanuela, la ragazza scomparsa a Roma il 22 giugno 1983, e la cui storia e stata legata, pur tra dubbi, a unfeventuale liberazione di Agca. Orlandi, cittadino vaticano, ricopriva infatti il ruolo di messo papale, e lavorava per la Casa pontificia che si occupava fra le altre cose degli inviti alle udienze papali pubbliche e private. Ascoltato dagli inquirenti, ricordò di aver mandato proprio per la visita del Santo Padre alla parrocchia di San Tommaso «due inviti individuali all’Hotel Isa di via Cicerone». Lo stesso di Agca. L’episodio suscitò diversi interrogativi.

Come era riuscito Agca, e soprattutto attraverso quali canali, a ottenere l’accesso a un’area strettamente riservata? E perche non colpì in quel luogo, visto che si trovava a pochi metri dall’obiettivo, e che la sua fuga sarebbe stata di sicuro meno problematica rispetto al piano studiato per piazza San Pietro? Forse, si ipotizzo, perche aveva potuto fare un sopralluogo, più per studiare la vigilanza attorno al pontefice che sul posto in se. O forse perche un attacco così manifesto e brutale contro il capo della Chiesa di Roma non andava compiuto in un posto sacro qualsiasi, ma proprio nel luogo simbolo della cristianità. Esaurito dunque il momento di shock furono molte le ipotesi che si scatenarono in tutto il mondo, nei mesi e anni a venire, su chi davvero avesse armato la mano di Agca.

Dei Lupi grigi si e detto. Nella Turchia a cavallo del suo colpo di Stato piu sanguinoso, quello del 1980, esisteva allora una insana convergenza di interessi tra la parte piu spregiudicata degli apparati di sicurezza e la mafia dedita a traffici di droga e contrabbando di armi. Dove il gruppo degli ultranazionalisti costituiva un braccio armato utilissimo da giocare tanto all’interno quanto all’estero.

Ampliando la prospettiva al quadro europeo e internazionale, la Turchia di quegli anni era un crocevia interessante, un Paese saldamente legato allfOccidente, la cui immagine era tuttavia oscurata da aspetti inquietanti: da un lato fermo bastione della NATO nel quadrante sudorientale dei Balcani, a difesa degli interessi contrapposti a quelli del Patto di Varsavia e all’Unione Sovietica; ma dall’altro un Paese in preda a pericolosi sommovimenti interni, che lo portavano a dialogare, anzi proprio a infiltrarsi, all’interno del blocco socialista, nella confinante Bulgaria, dove organizzazioni persino di estrema destra trovavano collaborazione e assistenza capaci di oltrepassare qualsiasi barriera ideologica, pur di concludere affari lucrosissimi.

La situazione internazionale globale viveva un momento geopolitico estremamente complesso e articolato. Dopo il golpe ultraconservatore in Cile, la sconfitta statunitense in Vietnam, l’allontanamento dei colonnelli in Grecia, la fine del lungo regime dittatoriale in Portogallo, dopo quegli anni di grandi rivolgimenti su più scacchieri regionali, all’interno dell’Alleanza atlantica la strategia verso il blocco sovietico si era irrigidita. Con la sconfitta di Jimmy Carter dovuta in gran parte alla crisi degli ostaggi americani in Iran, alla Casa Bianca era arrivato il momento del repubblicano Ronald Reagan e di una politica di aspra contesa con l’URSS, classificata come Impero del male. In Europa c’era tuttavia chi cercava il dialogo con l’Est.

La Germania, con la Ostpolitik, la politica di normalizzazione dei rapporti con l’intero complesso sovietico, del cancelliere Willy Brandt. E, con metodo diverso, eppure convergente sul medesimo obiettivo, il Vaticano, negli approcci non sempre coincidenti di Giovanni Paolo II, incline su questo tema a una tattica piu ruvida, e del segretario di Stato, Agostino Casaroli, piu duttile. Da notare che Wojtyla aveva avuto il coraggio e l’intelligenza di mettere accanto a se un uomo non a lui vicino, imponendolo come suo «primo ministro» per affrontare quelle complesse problematiche globali con il più ampio spazio dialettico.

Al centro di questa evoluzione si trovava la Polonia, terra natale del pontefice. Dove a Varsavia regnava il regime filosovietico di Gierek, ma in cui c’era anche la forte presenza della Chiesa guidata dal cardinale Wyszynski, e stava sorgendo in modo prorompente il fenomeno del sindacato operaio Solidarnosc.

C’era inoltre il laboratorio Cracovia, creato dal giovane Wojtyla negli anni della Guerra fredda: non era stato un caso se nel 1963, come nuovo arcivescovo della citta culla del cattolicesimo polacco, era arrivato proprio l’ex operaio e attore al Teatro rapsodico di Wadowice, Karol Wojtyla. E una volta eletto papa, alla morte del cardinale Jean Marie Villot, Giovanni Paolo II aveva scelto come braccio destro, alla Segreteria di Stato, un uomo le cui idee in materia di politica estera non collimavano propriamente con le sue, Agostino Casaroli.

Il grande diplomatico vaticano, fautore della partecipazione della Santa Sede alla conferenza di Helsinki per un piu giusto ordine economico mondiale, della fine della corsa agli armamenti, per lo sviluppo di migliori rapporti economici, culturali e umani fra Est e Ovest, divenne il principale protagonista della Ostpolitik promossa dalla Chiesa, con una cauta ma netta politica di apertura verso i Paesi comunisti dell’Europa orientale, finendo per rafforzade gli sforzi del papa in quella direzione.

Dopo i giorni pieni di ansia dell’attentato, Giovanni Paolo II concluse la convalescenza e tornò in Vaticano alla meta di ottobre: era l’ombra di se stesso, nonostante la forte tempra. Rimarrà segnato per sempre, nel corpo e nello spirito, da quell’evento traumatico che lo fece invecchiare di colpo. Nel libro Wojtyla segreto Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti scrivono che «secondo una voce proveniente dal suo entourage, il Santo Padre era consapevole che la regia dell’attentato» potesse essere in Vaticano, o che tra le Sacre Mura potesse esservi stata «qualche connivenza con gli attentatori», e che il fatto potesse essere collegato «allo scontro interno alla curia e alla sua decisione di elevare l’Opus Dei a prelatura personale». Ed è forse per questo, si sostiene, che accettò «una "speciale protezione" opusiana, di lì a poco visibile nella persona del capitano della Guardia svizzera Alois Estermann, nuova guardia del corpo del pontefice».

Nei dicasteri curiali si mormorava addirittura che «il Santo Padre - ancora scioccato dall’attentato subito - fosse tormentato da una umanissima paura. Wojtyla si dibatteva perciò tra le difficoltà di una convalescenza problematica, le preoccupazioni per la situazione in Polonia e lo scontro interno tra la fazione opusiana (che reclamava maggiore potere) e quella curiale alle prese col caso IOR-Ambrosiano». Estermann era gia al servizio del papa e, come mostrano tutte le immagini seguenti agli spari in piazza, fu lesto a sorreggerlo, insieme all’assistente papale don Stanislao e l’ispettore di polizia presso il Vaticano, Francesco Pasanisi, quando il pontefice si accasciò colpito da Agca. Il capo della Guardia svizzera verrà trovato morto, ucciso da colpi d’arma da fuoco, nel suo appartamento allfinterno dei sacri palazzi, il 4 maggio 1998, accanto ai corpi della moglie Gladys Meza Romero, funzionaria presso l’ambasciata del Venezuela, e del suo sottoposto, Cedric Tornay, in un delitto tuttora irrisolto.



Marco Ansaldo e Yasemin Taskin
22/04/2011

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Ecco Marko Polo, esploratore croato» Se Zagabria ci scippa l'eroe del Milione

Corriere della sera


L'ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l'agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou». «Marko» Polo? Con la «k»? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all'Europa». I cinesi, pare, hanno applaudito. Prova provata che le nostre autorità non sanno fare il loro mestiere: è mai possibile farsi scippare Marco Polo? La leggenda della «croatità» del grande commerciante e navigatore veneziano non è nuovissima. Qualcuno, secondo Alvise Zorzi che sulla città lagunare ha scritto un mucchio di libri dei quali uno proprio sull'autore de il Milione, la fa risalire a un'altra leggenda, quella che Marco fosse stato catturato dai genovesi nel 1298 in una battaglia nelle acque vicine all'isola di Curzola, in Dalmazia. Cosa che lo storico «serenissimo» esclude: «Pare piuttosto che, durante uno dei suoi viaggi, fosse finito nelle mani di corsari genovesi davanti a Laiazzo, sulla costa della Cilicia».

Ma il punto non è questo. Ammesso che possa esistere l'ipotesi che Marco fosse nato casualmente a Curzola (anche Italo Calvino, per dire, nacque casualmente a l'Avana ma a nessuno verrebbe in mente di definirlo uno «scrittore cubano»), non solo l'isola che oggi i croati chiamano Korcula era di cultura venezianissima, come testimoniano la città vecchia, le porte con il «Leon» e la cattedrale di San Marco, ma era un feudo della famiglia Zorzi. E tale sarebbe rimasta fino alla metà del quindicesimo secolo.

Attribuire natali «croati» non solo a Marco Polo ma a qualunque abitante della Curzola di allora solo perché oggi l'isola è in territorio croato, è una stravaganza storica. Con lo stesso metro, poiché l'antica Tagaste allora sede episcopale della Numidia si chiama oggi Souk Ahras ed è nell'attuale Algeria, Sant'Agostino per esser nato lì sarebbe un filosofo algerino. Settimio Severo, essendo nato nella romana Leptis Magna a due passi da Al Khums nell'attuale Tripolitania, sarebbe un imperatore tripolitano e Giustiniano nato nell'attuale Zelenikovo in Macedonia sarebbe un imperatore macedone o se volete, visto che governava nell'attuale Istanbul, turco. Per non dire di Giuseppe Garibaldi, che essendo di Nizza sarebbe un patriota francese.

Ridicolo. Non bastasse, spiega Zorzi, Marco Polo non nomina mai (mai) Curzola nel «Milione» dettato nelle prigioni di Genova a Rustichello da Pisa (un redattore di romanzi cavallereschi che si scrivevano allora in lingua d'oeil come in lingua d'oeil è il libro originariamente intitolato «Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l'on conte les merveilles du monde») né Curzola è mai nominata in tutti i documenti di famiglia conservati a Venezia.

Materiali abbondanti, dai quali è possibile risalire alla storia venezianissima di tutta la stirpe Polo (quasi certamente insediata dalle parti di San Trovaso) a partire dal X secolo: nati, morti, matrimoni, mogli, testamenti... Tutto.

Come è dunque possibile che l'ex presidente croato, se non vogliamo mettere in dubbio la cronaca dell'agenzia Hina ripresa dal quotidiano della minoranza italiana «La voce del popolo» di Fiume, sia stato invitato dalle autorità cinesi a inaugurare un museo del navigatore veneziano proprio a Yangzhou, dove Polo racconta di aver avuto incarichi amministrativi dall'imperatore Kubilai Khan e dove si sarebbe fermato anche, qualche anno dopo, il missionario Odorico da Pordenone? E com'è possibile che il nostro governo e le nostre autorità diplomatiche siano riusciti a far passare in Cina, con tutto il peso che ha per i reciproci rapporti di amicizia, gli scambi commerciali e il turismo, una figura immensamente famosa tra i cinesi quale quella dell'autore de «Il Milione»?

Con tutto il rispetto per Stjepan Mesic, possiamo accettare che vada lì a ringraziare «per l'onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato "a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all'Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l'interesse dell'Europa per la Cina"»? Alla larga dal nazionalismo rancoroso e dal risentimento per l'espulsione di 350 mila italiani dall'Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: abbiamo già visto, proprio nella ex Jugoslavia, cosa può succedere se si coltiva l'odio. È andata così, amen. Lo sgarbo di Yangzhou, però, è l'ultimo di una serie di «appropriazioni indebite» da parte dei nazionalisti di Zagabria di un patrimonio culturale che non è loro.

Vale per quei dépliant turistici di Spalato dove i nazionalisti slavi ribattezzarono il Leone di San Marco «Leone post-illirico». Vale per il promemoria «addomesticato» fornito a Giovanni Paolo II per la sua visita in Dalmazia del 1988 che indusse il Papa a dire che «Spalato e Salona hanno un'importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall'epoca croata e poi in quella successiva romana», come se gli slavi non fossero arrivati al seguito degli Avari tra il settimo e l'ottavo secolo ma un millennio prima. Vale soprattutto per la mostra nella Biblioteca Vaticana inaugurata in occasione del Giubileo da Franjo Tudjman, uno che nello sforzo di annientare anche il ricordo della cultura veneto-italiana si era spinto a definire Marco Polo «croato di stirpe e di nascita».

Si intitolava, quella mostra, «Arte religiosa e fede croata». Ma, a dispetto del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell'arte croata», lo stesso professor Miljenko Domijan, uno dei coordinatori, riconobbe col quotidiano «Novi List» che si trattava di una forzatura.

Effettivamente, spiegò lo studioso, l'esposizione spacciava col marchio croato tante opere figlie della cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello». Furono così croatizzati il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, un busto argenteo di Santo Stefano opera dell'oreficeria di Roma, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l'arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato «Franjo iz Milana»), una tela del Carpaccio e ancora piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara. Croatizzato, si capisce, col nome di Juraj Dalmatinac...


Gian Antonio Stella
22 aprile 2011




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Celebrazioni per il 21 aprile, in piazza solo Manes Bernardini

Il Resto del carlino


A rappresentare il Comune di Bologna, con tanto di fascia tricolore, c’e’ il sub-commissario Michele Formiglio, che si prende in diretta il rimbrotto di un reduce: "Il Comune ha il dovere di ricordarli"



Bologna, 21 aprile 2011 -






I bersaglieri sono arrivati in piazza del Nettuno in sella alle loro biciclette d’epoca. E mentre la campana dell’Arengo suonava a festa, alle 10 in punto, i reduci partigiani e della brigata ‘Friuli’ hanno deposto le corone di fiori al sacrario dei caduti di fianco all’ingresso di Sala Borsa e sul muro all’entrata di Palazzo Re Enzo.

Ad assistere alle celebrazioni per i 66 anni della liberazione di Bologna dal nazifascismo c’e’ solo un candidato sindaco, Manes Bernardini della Lega nord, che quasi si stupisce. “Sono l’unico- sbarra gli occhi- mi sembra strano”. In piazza c’e’ Leonardo Barcelo’, candidato del Pd al Consiglio comunale, che giustifica l’assenza del candidato del centrosinistra, Virginio Merola. “Sara’ sicuramente in una delle altre iniziative nei Quartieri- afferma il democratico- trovo molto positiva la presenza di Bernardini, ma dovrebbe spiegare che cosa ha fatto la Lega a Roma contro il progetto di legge di equiparare i repubblichini ai partigiani”. Barcelo’ aggiunge poi che le cerimonie per il 21 aprile “sono molto importanti anche per i nuovi bolognesi, perche’ da’ loro la possibilita’ di inserirsi in citta’”.

A rappresentare il Comune di Bologna, con tanto di fascia tricolore, c’e’ il sub-commissario Michele Formiglio, che si prende in diretta il rimbrotto di un reduce. Ivano Cardinali ha 82 anni, toscano: aveva 14 anni quando arrivo’ alle porte del capoluogo emiliano insieme all’esercito di liberazione. Cardinali ricorda “i 300 ragazzi morti per la liberazione di Bologna” sepolti nel piccolo cimitero di Zattaglia, nella valle del Senio. E suona la carica. “Il Comune ha il dovere di ricordarli”, bacchetta Cardinali, cosi’ come la festa del 21 aprile “deve essere organizzata dall’amministrazione. Noi siamo qui non perche’ cerchiamo un diploma o degli onori. Noi siamo qui perche’ ci crediamo ancora”.

La liberazione di Bologna, ricorda ancora Cardinali, spalanco’ le porte “alla vittoria finale e all’Unita’ d’Italia”. Fra la gente che applaude c’e’ anche Renata Rubini, anziana staffetta partigiana che di recente e’ stata insignita del grado di sottotenente per le sue azioni nella bassa durante la Resistenza. In piazza anche il presidente dell’Anpi di Bologna, William Michelini, e il capolista Pd alle comunali, Maurizio Cevenini.

C’erano anche “con la discrezione richiesta in queste occasioni” i rappresentanti della lista Sinistra per Bologna e della Fds: “senza retorica abbiamo portato il nostro commosso saluto”, spiega Raffaele Salinari, capolista e portavoce Fds. “Il ricordo non basta- aggiunge- e’ necessario tenere sempre alta la guardia e mobilitarsi contro chi quotidianamente attacca la Costituzione arrivando addirittura a volerne modificare l’articolo 1”. Candidati e sostenitori della lista Frascaroli-Vendola sono invece impegnati nella ripulitura delle lapidi che commemorano i partigiani in vari luoghi della citta’.
agenzia dire




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Vita da Scilipoti: insulti per strada, 50 minuti dal premier e no alla poltrona

Corriere della sera


«Io sottosegretario? L'offerta l'ho rifiutata. Alla prossima legislatura vedremo. Temo aggressioni fisiche»




Domenico Scilipoti

ROMA - È risuccesso. Il deputato Scilipoti passava davanti a Palazzo Chigi, quando una signora sui 45 gli ha strillato: «Vergognati di quello che hai fatto, ha ragione Bersani!». Scilipoti la signora non saprebbe nemmeno descriverla, ma se l'è presa con Bersani, che mercoledì aveva suggerito di cambiare così la Costituzione, un solo articolo: «La Repubblica è basata su Scilipoti».

«Bersani ha scatenato un clima di odio nei miei confronti», dice il deputato Scilipoti. Le parole di Bersani possono istigare violenza? «Certo, comincio ad avere paura di aggressioni fisiche. Ma Bersani non è il solo. Mi ha attaccato Veltroni, Fini per primo parlò di un governo Berlusconi-Scilipoti e poi la Bindi, vicepresidente della Camera, non mi difese mentre in aula mi gridavano munnizza».

Domenico «Mimmo» Scilipoti, classe 1957, è quel deputato di Terme Vigliatore, provincia di Messina, che il 14 dicembre abbandonò l'Italia dei Valori di Di Pietro e con altri ha salvato il governo Berlusconi. Medico specializzato in ginecologia, e anche agopuntore. È uno dei «Responsabili», così chiamati per il sostegno al governo. Poiché proviene da un partito ultrà contro Berlusconi, poiché ha un fisico compatto e mobile, Scilipoti è subito scattato dall'anonimato alla fama, sia pur quella del traditore. Bambolotto puntaspilli dell'antiberlusconismo.

La sua vita, da quel 14 dicembre, non è mai monotona. «Stazione di Padova, un tizio mi affianca e cerca la reazione. Grida: "Venduto", "Come fai a uscire di casa?". In un bar di Roma, vicino a Termini, il barista mi vede e dice: "Mafioso". Per strada, mi maledicono. E poi email, sms, telefonate: "Meriti di avere la testa mozzata come i samurai rinnegati". "Che ti massacrino a terra, come la Petacci". In una tv di Padova, chiama un ascoltatore: "Ti devono sparare alle spalle". E c'è un video in rete: "Come uccidere Scilipoti". Non siamo andati un po' troppo oltre?».

Colpa dell'opposizione? «Molti ormai scambiano la Camera per uno stadio e il presidente non interviene e la vicepresidente neanche. Mi hanno disegnato addosso un bersaglio grosso così. A questo punto io temo che qualche squilibrato provochi danni irreversibili. Ma Scilipoti ha la colpa di tutti i mali del mondo? In realtà, Scilipoti ha fatto una scelta che contribuisce a risolvere i problemi del Paese». È scortato, Scilipoti? «Ho una tutela, ma solo nel Lazio e in Sicilia».

Scilipoti è talmente uscito dalla pelle del «deputato ignoto», che ieri, prima dell'incontro con la signora davanti a Palazzo Chigi, è rimasto 50 minuti a Palazzo Grazioli, con Berlusconi. In dono, ha portato un libro sulla medicina biologica e integrativa e dopo, assediato dai cronisti, ha raccontato di aver trovato il premier sereno, ottimista sulle Amministrative, convinto che «tutte le cose più importanti vanno concordate con l'opposizione: concetto che ha ribadito più volte».

Ma Scilipoti sarà presto sottosegretario? «Ho avuto l'offerta tempo fa, e dissi no. Per questa legislatura. Nella prossima, si vedrà...».


Andrea Garibaldi
22 aprile 2011



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Da Lerner e Annozero Ciancimino un "oracolo" che le sparava grosse...

di Francesco Maria Del Vigo


Settimane di passerelle televisive tra Santoro e Gad Lerner. Massimo Ciancimino con le sue sparate contro Silvio Berlusconi  è stato per mesi l'oracolo della tv di sinistra. Ora smentiranno tutto?



“Stiamo preparando "Minchiate!" la puntata di domani sera dedicata a quello che dicono Spatuzza e Ciancimino...". Scriveva così, il 9 dicembre del 2009, nel suo status di Facebook Sandro Ruotolo, il più attivo tra i segugi di Michele Santoro. Inziava così la lunga passerella in tv di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco mafioso di Palermo. Il cuore della puntata era il processo d'appello per concorso esterno in associazione mafiosa a Marcello Dell'Utri. Massimo Ciancimino pontificava di trattative tra Stato e mafia, presunti incontri tra il padre e Silvio Berlusconi nella Milano anni 70, pizzini in cui tirava in ballo l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. "La verità è tutta da accertare", dichiarava sornione Santoro mentre spalancava al super testimone le porte della sua tribuna mediatica. Verità ancora da accertare spacciate in diretta a milioni di italiani.
La sostanza delle accuse è questa: esisterebbe una lettera scritta da Bernardo Provenzano a Marcello Dell'Utri e rivolta a Silvio Berlusconi nella quale la mafia chiede al Cavaliere di avere una delle sue tre reti televisive, in caso contrario minaccia pesanti ritorsioni. La lettera, le prove? Tutto scomparso. Nel frattempo la fabbrica di Santoro dava il via alla mitopoiesi e il superteste Ciancimino si trasformava nell'ennesimo eroe anti berlusconiano: tutto fa brodo per sparare contro il Cavaliere. Quella di Ciancimino Jr è una storia di sparate, poi smentite e poi riciclate. Mezze verità o balle intere buone solo per far audience nei processi televisivi.

Alla prova dei fatti gli identikit, le lettere, i pizzini e le presunte foto non reggono. Ma nel frattempo i “deliri” di Ciancimino sono stati diffusi in prima serata sul secondo canale del servizio pubblico senza nessun contradditorio, come se fossero verità partorite da un oracolo. Quando smetteva Santoro, partiva Gad Lerner. "Mio padre incontrò Silvio Berlusconi a Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. Gli incontri avvennero in un ristorante vicino a piazza Diaz", raccontava Massimo Ciancimino durante una puntata dell'Infedele del'ottobre del 2010. 
Poi il capitolo De Gennaro. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo racconta ai magistrati i presunti retroscena della trattativa tra Stato e mafia e rivela agli investigatori che l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro era un personaggio dell'ambiente del ''signor Franco'', il misterioso agente dei Servizi segreti che avrebbe avallato il patto tra Cosa nostra e le istituzioni. Immediata la smentita e la denuncia dell'ex capo della Polizia. Nel frattempo si apre l'ennesimo mistero sulle dichiarazioni di Ciancimino Junior e parte la caccia al "signor Franco": un buco nell'acqua.
Massimo Ciancimino consegna ai magistrati un documento del padre, che risalirebbe ai primi anni '90, con 12 nomi di investigatori e politici, come l'ex ministro Franco Restivo, l'ex questore Arnaldo La Barbera e il funzionario del Sisde Bruno Contrada. Nella lista c'era anche un tale Gross e, accanto, le iniziali ''F/C'', che, a dire del figlio dell'ex sindaco, indicavano i due nomi con cui lo 007 era noto: Franco e Carlo. Una freccia collegava poi Gross a un altro cognome: ''De Gennaro''. Il riferimento a Gross induce la Procura di Palermo a fare accertamenti su un ex console onorario israeliano,

Moshe Gross. Ma, anche in questo caso non si trova alcun riscontro: un altro fiasco. Due procure siciliane sono impegnate nella caccia al fantomatico signor Franco, ma nessuno riesce a cavare un ragno dal buco. A maggio del 2010 i magistrati nisseni, sequestrarono alcune copie di un periodico romano in cui, a dire di Massimo Ciancimino, sarebbe stata pubblicata una foto dello 007, tra gli invitati a un evento mondano. Anche in quell'occasione, ammesso che fosse presente, il signor Franco non era mai stato immortalato. L'ennesima bufala. Del presunto protagonista della trattativa Ciancimino avrebbe fornito anche un identikit e il numero di cellulare, poi risultato inesistente.
Oggi il superteste è finito in manette per aver fabbricato dossier falsi contro De Gennaro. "Dagli atti sono emersi elementi che abbiamo ritenuto di notevole gravità, è emersa la sovrapposizione del nome di De Gennaro estrapolato da un documento e sovrapposto su un altro documento il nome di De Gennaro è la interpolazione dello stesso nome su un altro documento", ha precisato il procuratore di Palermo Francesco Messineo. Insomma Ciancimino si era inventato tutto. Forse quelle di Ciancimino sono davvero tutte "minchiate"? Santoro e Lerner smentiranno tutto con la stessa forza con cui hanno diffuso le “verità” dell’oracolo Ciancimino? Staremo a vedere.




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Fukushima, i robot PackBot entrano nel reattore nucleare e lo filmano

Il Mattino





PackBot inside the nuclear reactor building of Fukushima Daiichi Nuclear Power Station4/17-2



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