domenica 24 aprile 2011

Morto Norio Ohga, "papà" del cd

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella


L'ex presidente della Sony, Norio Ohga, considerato uno dei padri del compact disc e uno degli ispiratori della Playstation, è morto ieri, 23 aprile, a Tokyo all'età di 81 anni. Era da tempo ammalato e il decesso, a quanto sembra, è sopraggiunto a causa del grave deterioramento dei principali organi vitali. Ohga fu alla guida del colosso dell'elettronica dal 1982 al 1985. Sir Howard Stringer, l'attuale presidente della società, ha detto che se non fosse stato per lui la Sony non sarebbe mai diventata l'azienda leader nel settore dell'industria dell'intrattenimento. «Aveva genio e intuizione, essere stato testimone del suo lavoro è un onore, anche a distanza di anni i benefici della sua presenza in azienda si avvertono ancora», ha detto Stringer. 


Ohga era rimasto consulente della società fino al 2000 ed era anche attuale presidente dell'Orchestra filarmonica di Tokyo. Era entrato alla Sony nel 1953, quando era ancora studente all'Università delle Arti e della musica a Tokyo. Aveva una grande passione per la musica e sua aspirazione era quella di fare il cantante lirico. Era anche un patito delle tecnologie dell'audio-video e fu questo doppio interesse, in pratica, a spianargli la strada verso una carriera lampo.

A poco più di 30 anni, fatto assai raro in Giappone, fu nominato presidente della Cbs Sony Records (ora Sony Music Entertainment). Cominciò subito a concentrarsi sulle tecniche di registrazione e sui formati ottici. Ai suoi tecnici diceva che bisognava cercare di ridurre le dimensioni dei supporti aumentandone le capacità e migliorando la fedeltà di riproduzione. Fu così che nacque l'idea del dischetto di plastica di 12 centimetri di diametro che, in formato digitale, poteva contenere fino a 75 minuti di musica di eccellente qualità letta e riconvertita in analogico grazie a un raggio laser. Era il 1982 quando il primo Compact Disc vide la luce e per il mondo della musica, e non solo, si aprì una nuova era. Dopo cinque anni in Giappone le vendite dei cd avevano già largamente superato quelle degli lp e dei 45 giri in vinile. Da quell'idea nacquero in seguito anche il dvd e il Mini Disc.

Nel corso degli anni, Ohga portò la Sony ad essere al centro dell'industria dell'intrattenimento: fu lui a sovrintendere all'acquistato della Columbia Pictures, nel 1989. E da grande innovatore quale era, fu sotto la sua regia che la la multinazionale si lanciò poi nel redditizio mercato dei videogames, sviluppando la sua rivoluzionaria Playstation.

(Ansa)

Il milionario verde Ecologia o parole?

Corriere della sera

Quando farsi prendere per i fondelli da un ricco rampollo di una famiglia di banchieri è troppo


V a bene la lotta alla plastica; va bene l'ecologia; va bene l'incanto del mare, ma farsi prendere per i fondelli da un ricco rampollo di una famiglia di banchieri mi pare francamente troppo. Il trentenne David Mayer de Rothschild viene descritto come milionario e avventuriero; certo, ognuno i suoi soldi è libero di spenderli come vuole, e di divertirsi come vuole, ma far passare il proprio diporto come impegno sociale è uno di quegli azzardi che suscitano non poche perplessità.


Il nostro de Rothschild ha avuto questa idea: attraversare l'Oceano su una zattera fatta di bottiglie di plastica di acqua minerale riciclate. E se la zattera di tronchi con cui il norvegese Thor Heyerdahl attraversò l'Oceano Pacifico nel 1947 si chiamava Kontiki, la zattera di David porta il nome di Plastiki (che fantasia!). La rotta, da San Francisco, in California, fino a Sydney in Australia, è stata tracciata per incrociare il Great Pacific Garbage Patch, la grande chiazza di rifiuti di plastica non biodegradabile che le correnti circolari del Pacifico raccolgono tra Guadalupe e Giappone (National Geographic Channel, canale 403 di Sky, venerdì, ore 21.10).

L'equipaggio è composto da quelli che noi definiremmo insopportabili fighetti e tardo hippie decisi, per una volta, a «salvare il pianeta». Peccato che l'avventura finisca piuttosto ingloriosamente (a metà percorso devono farsi trainare da una carretta del mare, un deposito viaggiante di nafta). L'aspetto più curioso, però, è che la barca ecologica era anche un piccolo laboratorio tecnologico che ha permesso al Plastiki di essere sempre «superconnesso». C'è stato persino un collegamento con Oprah Winfrey. Di ammirevole, perciò, nella traversata c'è stato solo l'aspetto mediatico. Anzi, tutta l'operazione Plastiki aveva come scopo una traversata nei media. Quella sì che è stata gloriosa, risonante e, a suo modo, ben poco ecologica. Fin che la barca va...

Aldo Grasso
24 aprile 2011

La Fiom vince le cause ma perde i soldi Federmeccanica blocca aumenti contratti

Il Mattino






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Misurata, di nuovo battaglia Tripoli: "Non ci siamo ritirati" E' giallo sui conti di Gheddafi

Quotidiano.net


Ripresi i combattimenti nella città. I ribelli: "Si sono solo spostati, attaccheranno ancora". Il regime: "Dialogo". Stampa Usa: "Raìs continua a prelevare all'estero". Frattini: "Andrò a Bengasi per inaugurare il nostro consolato"

Roma, 24 aprile 2011




L’eco di razzi Grad e di colpi di armi automatiche è risuonata questa mattina a Misurata, nonostante l’annuncio del ritiro delle truppe di Muammar Gheddafi dalla città della Tripolitania controllata dai ribelli. I soldati del Colonnello, ha detto Omar Bani, portavoce del Consiglio transitorio di Bengasi, “si preparano ad attaccare di nuovo, non sono andate via. Si sono solo spostate all’esterno di Tripoli Street (la strada di Misurata teatro del cecchinaggio, ndr)”.

Questa mattina Khaled Kaim, viceministro degli Esteri di Tripoli, lo stesso che aveva annunciato una sostanziale ritiro dei soldati, ha rettificato: “Le forze armate non si sono ritirate da Misurata. Hanno semplicemente sospeso le operazioni per dar modo alle tribù di risolvere la crisi in 48 ore attraverso il dialogo e non con le armi”.

La Nato, intanto, ha effettuato nella notte raid su “siti militari e civili” a Tripoli, Sirte, al Khoms, al Assa e Gharyen, provocando un “certo numero di vittime”. Lo ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale libica Jana.

“Una fonte militare ha segnalato che siti militari e civili sono stati obiettivo di bombardamenti dell’aggressore colonialista crociato a Tripoli, al Khoms, al Assa, Gharyen (ovest) e Sirte”, città natale del colonnello Gheddafi 600 chilometri a est di Tripoli, ha riportato l’agenzia.

La Jana ha fatto riferimento a un “certo numero di vittime, morti e feriti”, senza altre precisazioni.
La capitale libica, sorvolata spesso da aerei della Nato, è stata scossa sabato sera da molte esplosioni, secondo giornalisti presenti sul posto, che non sono stati in grado di accertare gli obiettivi presi di mira. La Nato ha intensificato i raid sulla Libia da venerdì.

Un Predator americano, aereo senza pilota armato e guidato a partire da terra, ha effettuato ieri i suoi primi raid nel Paese, distruggendo un “lanciarazzi multiplo” (organo di Stalin) vicino Misurata, 200 chilometri a est di Tripoli, secondo la Nato.

GHEDDAFI ATTINGE DAI CONTI ALL'ESTERO - Muammar Gheddafi continua ad attingere dai suoi conti bancari all’estero malgrado le sanzioni delle Nazioni Unite, visto che molti Paesi tardando a congelare i suoi asset. Lo ha denunciato il quotidiano americano Los Angeles Times.

Il colonnello e la sua famiglia fanno parte dei diciotto individui che si sono visti proibire di lasciare il Paese; fanno inoltre parte delle tredici persone e cinque entità i cui asset sono stati congelati da due risoluzione dell’Onu. Unione europea e Stati Uniti sono già intervenuti sui beni di Gheddafi. Ma il Los Angeles Times ha scritto che malgrado il blocco di 60 miliardi di dollari di beni da parte di Ue e Stati Uniti, molti Paesi non hanno congelato le decine di miliardi di dollari che Gheddafi ha depositato su conti stranieri in questi ultimi anni.

Il leader libico ha inoltre trasferito del denaro all’estero dall’inizio della guerriglia a metà febbraio, secondo responsabili che si sono espressi sotto condizione di anonimato.

Il totale delle somme non è facile da determinare, in particolare perché Gheddafi ha investito in società e istituti finanziari che nascondono il suo nome, secondo il quotidiano.

La Turchia, contraria all’intervento militare in Libia, il Kenya e molti altri paesi africani sono restii ad applicare le sanzioni. India, Cina e Russia hanno da parte loro resistito agli sforzi occidentali che volevano allargare le sanzioni. Infine, Paesi senza legami economici o diplomatici con Gheddafi non hanno cercato di identificare e bloccare i conti del leader libico, a volte in mancanza di capacità “ tecniche” per scovare i suoi beni nascosti.

RIENTRATO RIMORCHIATORE ASSO 22 - E’ arrivato nella tarda mattinata di oggi al porto di Augusta, in provincia di Siracusa, il rimorchiatore “Asso 22”, liberato due giorni fa dalle autorità libiche dopo oltre un mese di sequestro nel porto di Tripoli. Si conclude così un incubo per gli undici uomini dell’equipaggio, rimasti bloccati dal 17 marzo nella capitale libica.

FRATTINI: "ANDRO' A BENGASI" - Franco Frattini si recherà a Bengasi. Lo conferma lo stesso ministro degli Esteri in un’intervista al Sole 24 Ore: “Andro’ a breve, probabilmente per inaugurare il nostro consolato”.

Il governo italiano, intanto, prepara il tavolo della Riunione del Gruppo di contatto sulla situazione libica, che si terra’ il prossimo 5 maggio a Roma. La Farnesina, ha spiegato il capo della diplomazia italiana, lavora su due fronti.

“Quello politico”, spiega, “prevede un accordo tra tutti i Paesi, per permettere non solo lo scongelamento” dei beni degli enti libici all’estero, ma “anche la vendita del petrolio”. Alla riunione del gruppo, poi, l’Italia chiederà che “il coordinamento delle azioni politiche e diplomatiche verso il Consiglio nazionale transitorio avvenga sotto l’ombrello dell’Onu, altrimenti si rischia una confusione di ruoli e l’accavallarsi di contatti e iniziative scarsamente efficaci e dispersive”.






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La battaglia delle navi-ospedale per salvare i dimenticati del Gange

Corriere della sera

Nelle isole Sundarbans i volontari lottano contro Aids e tubercolosi


KHANGAR (Calcutta) - Bastano un paio di giorni di tranquilla navigazione fra le 54 isole Sundarbans disseminate nell'estuario del Gange a Calcutta per aver la sensazione d'essere sbarcato, d'improvviso, nel paradiso terrestre, in mezzo a foreste di mangrovie. Ma sono sufficienti poche ore, a contatto con la gente, per rendersi conto che questo arcipelago celeste continua a vivere sotto la minaccia di disastrose calamità naturali mentre la popolazione sta ancora agonizzando fra epidemie e malattie letali come la tubercolosi e l'Aids.

Fu proprio per bloccare questa aggressione della natura e tenere sotto controllo le insidie alla salute pubblica che nei primi anni Ottanta un gruppo di volontari diede vita allo Shis (Southern Health Improvement Sanity), un'organizzazione umanitaria il cui ultimo obiettivo era di migliorare le condizioni dell'esistenza in aree di estremo disagio, come le Sundarbans.


Nella memoria della gente sono ancor vive le immagini di distruzione e morte accompagnate dal fragore dell'uragano quando, nel maggio di due anni fa, il ciclone Aila flagellò tutti gli argini delle isole (3.500 chilometri) sconquassando terrapieni, moli, porticcioli, e arrecando alla regione nuovi, irreparabili danni. Secondo statistiche recenti, i suoi 420 milioni di abitanti sarebbero ora i più poveri del mondo, avendo superato, nella graduatoria della miseria, anche i 401 milioni di esseri umani che soffrono la fame nei 26 Stati più arretrati dell'Africa.

A quaranta chilometri circa da Calcutta, Khangar è la città dove lo Shis ha cominciato la «santa crociata» contro la tubercolosi nelle Sundarbans. Al comando di questa eterogenea falange di 700 volontari la signora Sabitri Pal, instancabile paladina delle battaglie sociali nel Bengala occidentale, e un uomo di mezza età, altrettanto dinamico e pugnace, M.A. Wohab: rispettivamente presidentessa e direttore dell'organizzazione.

Lo Shis dispone di quattro battelli-ospedale (meglio definiti Mobile Boat Dispensary, cioè ambulatori mobili) che quotidianamente portano soccorso, cibo e medicine agli abitanti delle isole: sui quali, però, la solitudine dovuta soprattutto alla mancanza di un assiduo collegamento con la terra ferma è forse un peso ancor più grave della malattia.

La realtà urbana sembra molto più ricca di quella rurale quando si intenda abbozzare a grandi linee la fisionomia di un Paese, di una regione, ma credo che nessun altro avrebbe potuto offrirmi un ritratto più vivo e sconcertante della miseria e dello squallore di Haridasi Mondal, una donna di 55 anni che ho trovato seduta sotto un albero, vicino a uno stagno d'acqua verde, scarnificata dal male (la tubercolosi), ha gli occhi sgranati sul nulla e cerca invano di coprire la propria nudità avvolgendo febbrilmente il sari attorno al seno che non c'è più. Dice di avere due figli, ma non sa dove sono. Mai visto una creatura così sola.

Due passi più in là, un gruppetto di capanne protette da alberi giganteschi. In una di esse, sotto un viluppo di cenci, c'è steso un uomo che non riuscirà mai più a muoversi: la Tb l'ha aggredito alla spina dorsale. Gren Sardar, 45 anni, sa che non c'è rimedio. Sposato, ha una figlia di 6 anni. Tutto il peso della famiglia ricade sulle spalle della moglie, che lavora come domestica e rientra a casa due volte al giorno per imboccarlo attraverso la grata. L'uomo riesce a parlare, ma attraverso quella grata risponde alle nostre parole con sorrisi luminosi, benché sia perfettamente conscio che non uscirà mai più da quella gabbia.

La notte, da queste parti, è spesso lacerata dai ruggiti delle tigri che stanno rintanate nel folto di sterminate foreste in fondo all'orizzonte: ma di tanto in tanto le più inquiete, annoiate a morte dalla vita sedentaria, si fanno delle passeggiate fino ai bordi dei villaggi per annusare la selvaggina umana. «Fino ad ora - è la rassicurante conferma dei locali - non si è mai verificato alcun incidente». Perché, aggiunge una donna, «qui le tigri sono felici».

Comunque, i sostenitori del «non si sa mai» hanno ritenuto opportuno prendere delle precauzioni ed escogitare un «piano di difesa» consistente nel fare indossare a tutti gli uomini delle maschere o dei colbacchi col muso della tigre dipinta sul retro in modo da scoraggiare l'eventuale assalto delle belve, ovviamente contraria a farsi coinvolgere in una lotta fratricida. Facezie a parte, fra le «tigri felici» del Bengala e i militari dell'India Felix non ci fu mai un vero e proprio scontro armato.

È stato di gran sollievo leggere che gli aiuti, provenienti da Khangar hanno tenuto in vita 2.200 villaggi nel Bengala del Sud come in quello del Nord, altrimenti destinati a scomparire. Nei distretti rurali, ospedali e cliniche hanno subito qualche lieve miglioramento, anche se appena percettibile date le dimensioni del degrado che si è consolidato e stratificato negli anni, ma stringe il cuore immaginare la nascita di un bambino in un reparto maternità dove una rudimentale incubatrice attaccata al muro sotto una lampada non promette alcun conforto ai neonati nelle prime ore di vita.

Solcando queste acque, non è possibile ignorare il celebre giornalista-scrittore francese Dominique Lapièrre (autore di tanti bestseller da Città della gioia a Libertà a mezzanotte a Parigi brucia, fino all'ultimo, autobiografico, India mon amour) cui questo incantevole paesaggio è assolutamente familiare. In un'intervista concessa l'anno scorso a un giornale locale, parlando delle Sundarbans, ammise con amarezza che «la loro terra è molto povera» e che «la loro ubicazione le rende spesso vittime di disordini climatici».

Riferendosi alla popolazione delle isole, il direttore dello Shis, M.A. Wohab, ricorda che dopo l'apocalittico disastro provocato dal ciclone Aila «venne appianata ogni divergenza» e tutti i cittadini si unirono in un'unica, «solida falange» impegnandosi ad attuare un programma di «desalinizzazione» che sarebbe culminato nel risanamento di 700 stagni. Altro progetto immediato è di rimettere in sesto i 3.500 chilometri dell'argine su cui la furia dell'uragano aveva aperto paurosi squarci. Dal canto suo la signora Sabitri Pal ha inviato grandi quantità di cibo ed acqua a migliaia di donne e bambini, rimasti isolati in zone impervie e inaccessibili delle Sundarbans.

Fra i suoi dolorosi primati, l'India detiene anche quello della Tb, un morbo inarrestabile che fa strage con un ritmo di circa 325 mila vittime all'anno. Ma anche il problema agli occhi non lascia dormire molta gente, come emerge dal rapporto di una prestigiosa clinica oculistica che, aperta nel 2002, ha già eseguito 20 mila interventi. Quella della rimozione della cataratta è un'operazione costosa che solo gente di un certo ceto e portafoglio può affrontare. Ma è trapelata la voce che nei casi più pietosi Dominique Lapièrre mette una mano sul cuore e l'altra sul libretto degli assegni.

Sul battello-ambulatorio che sta navigando verso l'estremità delle Sundarbans ci sono gli strumenti necessari per eseguire, a domicilio, interventi delicati e complicatissimi affidati alla mano del chirurgo. Ma durante il tragitto, se la barca attracca al molo di questa o di quell'isola, una passerella di legno viene poggiata a prua per consentire alla gente di scendere o salire a piacimento. Si segue l'operazione con ansietà quando vi transitano persone anziane o qualche mamma con figlioletto in braccio: ma alla fine, se tutto finisce senza incidenti, scoppia l'applauso ed è festa grande.

Non stupisce ormai più nessuno quando si apprende che a coprire le spese di quella missione chirurgica in capo al mondo è il solito Tycoon francese, residente sulla Costa Azzurra. È lui stesso, alla fine, a spiegare l'origine di questo impulso alla generosità con una storiella contenuta nel suo libro India Mon Amour dove parla di una ragazzina tutta ossa e probabilmente affamata cui ha regalato un biscottino e che ora segue mentre s'allontana: «Dopo alcuni minuti - scrive - ho visto un cane scheletrico che le andava incontro. La ragazzina spezzò il mio biscotto in due e ne diede la metà al cane. Rimasi senza parole. L'India m'aveva dato il più bel insegnamento su come condividere le cose».

Ettore Mo
24 aprile 2011

Piazza San Pietro, 150mila alla messa «Accogliamo i profughi dall'Africa»

Corriere della sera

Piazza gremita per la messa di Pasqua. Gli auguri in 65 lingue. Pensiero rivolto agli immigrati e alla guerra


ROMA - «Buona Pasqua a voi, uomini e donne di Roma e d'Italia! Il Signore Risorto risvegli nei singoli, nelle famiglie e nelle comunità un desiderio ancor più grande di unità e di concordia». Così il Papa a conclusione del messaggio «urbi et orbi» pronunciato dal loggione centrale di San Pietro. «Ponete la vostra fiducia nella forza della croce e della risurrezione di Cristo», ha detto Benedetto XVI iniziando dall'italiano i saluti in 65 lingue. «Una forza che sostiene quanti si impegnano generosamente per il bene comune».


AGLI IMMIGRATI - Bendetto XVI nel messaggio «Urbi et Orbi» ha rivolto un pensiero agli immigrati: «Ai tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all'accoglienza, affinchè in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli; a quanti si prodigano in generosi sforzi e offrono esemplari testimonianze in questa direzione giunga il nostro conforto e apprezzamento». «In Libia - ha proseguito il pontefice - la diplomazia e il dialogo prendano il posto delle armi e si favorisca l'accesso di soccorsi umanitari nella situazione conflittuale. Nei Paesi dell'Africa settentrionale e in Medio Oriente tutti i cittadini e soprattutto i giovani si adoperino per il bene comune e per costruire una società dove la povertà sia sconfitta e ci sia rispetto per la persona umana». (Leggi il testo integrale)


CENTOCINQUANTAMILA IN PIAZZA - Sono centocinquantamila i fedeli giunti in Piazza San Pietro per il rito della messa di Pasqua celebrata dal Papa. Benedetto XVI ha fatto il suo ingresso in piazza sulla Papamobile e la celebrazione della messa avviene sul sagrato della piazza disegnata dal Bernini. Già dalle prime ore del mattino i fedeli sono giunti per partecipare alla celebrazione e per ricevere, alla fine, la benedizione papale «Urbi et Orbi», cioè «alla città e al mondo». Per Benedetto XVI questo è la sesta celebrazione della Pasqua.

FIORI DALL'OLANDA - Come è tradizione dal 1985, la piazza più nota della cristianità è adornata dagli addobbi dei fioristi olandesi. Tantissime le varietà floreali e arboree scelte per le decorazioni: azalee, rododendri, viburno, gigli, betulle aster, fiori di ciliegio. E naturalmente i tulipani. Dominano il giallo e del bianco, i colori del Vaticano. Il balcone da cui il Papa darà la benedizione è adornato con 1.700 rose Vandela di colore crema. La decorazioni sono affidate al mastro compositore Charles van der Voort.

Redazione online
24 aprile 2011

San Paolo, vietata la veglia per i Rom In 13 al Cara di Castelnuovo di Porto

Corriere della sera

In basilica entrano solo i fedeli, ma qualcuno ha protestato: «Per battezzare nostro figlio preferiamo cambiare chiesa»


ROMA - I gendarmi bloccano l'entrata ai rom: niente veglia di Pasqua per loro. Le proteste non sono servite. In basilica sono entrati solo i fedeli (e non tutti). E solo verso la mezzanotte in 13 hanno accettato di andare al Cara di Castel Nuovo di Porto. Si tratta di due nuclei familiari che si sono spostati con i servizi sociali del Comune e la scorta dei vigili urbani. Gli altri nomadi, poco più di cento, tra quelli che da venerdì sono giunti nella basilica di San Paolo fuori le mura dopo essere stati sgomberati dal campo abusivo di Casal Bruciato, hanno dormito per la seconda notte negli stanzoni adiacenti il prato del chiostro.

LA TRATTATIVA DEI MILLE EURO - Quella di sabato è stata una lunga giornata di trattative tra i rom, che chiedono che le loro famiglie non vengano smembrate mandando donne e bambini al Cara di Castelnuovo di Porto, mentre agli uomini non resterebbe che l'aiuto dei centri sociali aperti dalle 20 alle 7 di mattina, la Caritas, le associazioni che da anni assistono i nomadi e il Campidoglio. Purtroppo le trattative, condotte con la mediazione della Caritas diocesana su impulso del cardinal Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, non sono ancora approdate a nulla. L'ultima proposta per chi decida però di lasciare l'Italia è stata quella di un contributo a famiglia di 1000 euro, 500 dalla Caritas e 500 dal Comune di Roma, oltre a quanto previsto dalle procedure per il rimpatrio assistito.

VIA LE TENDE - La notte, a quanto si è appreso, è comunque trascorsa tranquilla per i rom a San Paolo. Dopo alcune discussioni sabato intorno alla mezzanotte all'esterno della basilica non c'era più nessuno. Anche le tre tende allestite in serata per riparare dalla pioggia una quindicina di bambini erano state smontate e portate via.


A CASTELNUOVO DI PORTO - Nella serata di sabato il delegato capitolino alla Sicurezza Giorgio Ciardi ha riferito che tredici persone rom hanno accettato il trasferimento al Cara di Castel Nuovo di Porto. Si tratta di due nuclei familiari che si sono spostati con i servizi sociali del Comune e la scorta dei vigili urbani.

«PREFERIAMO CAMBIARE CHIESA» - L’accesso alla basilica è possibile solo per i fedeli: ai nomadi infatti non è permesso entrare dai gendarmi. Molti dei fedeli comunque hanno lasciato la basilica in segno di protesta. Tra questi anche due famiglie che avrebbero dovuto battezzare i figli questa sera durante la veglia di Pasqua: «Se sono queste le condizioni per battezzare nostro figlio - hanno detto lasciando la chiesa - preferiamo cambiare chiesa». Manifestazioni di protesta e solidarietà dei fedeli si sono estrinsecate in modo pacifico, il tutto sotto la pioggia. Una signora ha coperto con il suo ombrello una madre rom con il piccolo per non farli bagnare. Un gruppetto di fedeli si è messo a recitare, insieme ai nomadi, dei passi del vangelo in segno di protesta.

Redazione online
24 aprile 2011

Marano, cimitero vivi contro morti abusivi proprietari mettono propri nomi su lapidi

Il Mattino







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E morto Sai Baba, il guru che stregò l'Italia

Corriere della sera

La salma esposta per due giorni nell'ashram di Puttaparthi. Si prega nei centri fondati in tutto il mondo


MILANO - È morto il religioso indiano Sathya Sai Baba, considerato da milioni di fedeli una divinità vivente. Lo rende noto il dottor A.N. Safaya, secondo cui il religioso, nato nel novembre del 1926, si è spento dopo che da oltre una settimana non respirava più autonomamente ed era sottoposto a dialisi nell'Istituto di scienze mediche Sri Sathya Sai. Secondo un bollettino medico dell'ospedale appartenente alla fondazione che porta il suo nome e dove era ricoverato da 27 giorni, Sai Baba è morto alle 7.40 ora indiana (4.10 in Italia) per collasso cardiocircolatorio. Le donne che vendevano ghirlande di calendula fuori dall'ashram, nel villaggio di Puttaparthi, nello stato indiano meridionale di Andhra Pradesh, sono scoppiate in lacrime. I seguaci di Sathya Sai Baba hanno iniziato a recarsi nel complesso sacro dove si terrà fino a martedì la camera ardente del religioso. Sathya Sai Baba aveva 85 anni e milioni di seguaci, con ashram (una sorta di comunità religiosa) in più 126 Paesi in tutto il mondo.


SEGUACI - Le autorità indiane hanno rivolto un appello alla calma. Migliaia di persone sono confluite nei giorni scorsi nella cittadina dell'Andhra Pradesh, mentre riunioni di preghiera sono in corso nelle migliaia di centri da lui fondati in India e nel mondo. Premier, rockstar, tycoon di fama mondiale: dagli anni Sessanta in poi non era difficile incontrare celebrità di ogni tipo all'ashram di Puttaparthy, nell'India Sud-orientale. Tutti giunti nel lontano Stato dell' Andhra Pradesh con un solo scopo: incontrare e ascoltare Sathya Sai Baba (al secolo Sathya Narayana Raju), o, meglio, assistere ad uno dei tanti fenomeni soprannaturali a lui attribuiti. L'influenza del guru indiano crebbe grazie anche alle simpatie dei media e dell'alta società prima indiana, poi internazionale.

BEATLES - Complice la sua kurta arancione e i capelli alla Jimmy Hendrix, proprio negli anni in cui il chitarrista statunitense scalava le classifiche mondiali, Sai Baba conquistava le simpatie di un'altra rockstar planetaria, il Beatle George Harrison, che più volte si recò all'ashram di Puttaparthy, da solo o con il collega e amico Ravi Shantar, virtuoso del sitar e icona di Woodstock e anche lui devoto al santone dell' Andhra Pradesh. Che invece non riuscì ad ammaliare un altro celebre figlio di Liverpool, John Lennon: si dice che il Beatle, per ragioni poco note ai più, fosse rimasto disgustato dall'incontro con il guru. Con il passare degli anni, l'influenza di Sai Baba si è allargata a macchia d'olio. In Oriente e in Occidente. Campioni di cricket come Sachin Tendulkar, politici di primo piano come Indira e Rajiv Gandhi, star di Hollywood come Steven Seagal hanno fatto tappa a Puttaparthi. In Italia, Antonio Craxi, fratello di Bettino, decise di trasferirsi per un periodo nel suo quartier generale. E perfino il primo uomo sulla Luna, l'astronauta Neil Armstrong, non è sfuggito al fascino del guru indiano.

SPIRITUALITA' O MAGIA - Nel 1997 toccò invece a Sarah Ferguson, duchessa di York, fargli visita, mentre un altro vip dal sangue blu - il principe Carlo - secondo i vertici dell'Organizzazione Sathya Sai fondata proprio da Sai Baba nel 1963, una volta espresse il desiderio di incontrarlo, senza riuscirvi. Voci incontrollate come quella secondo cui perfino Michael Jackson, per un breve periodo, fu devoto alla presunta reincarnazione della divinità indù Sai Baba di Shirdi. Di certo, la fama del guru e oratore, bollato dai suoi detrattori come mago o pedofilo, non si è mai arrestata. E, in occasione delle celebrazioni per il suo 85/o compleanno, in centinaia si sono recati a Puttaparthi per rendergli omaggio. E anche in questo caso, non erano mancate le celebrità: tra i partecipanti anche il premier indiano Manmohan Singh.
Redazione online

24 aprile 2011

In tavola il cavallo che non è cavallo

Corriere della sera


In un supermercato Auchan di Torino scoperto «macinato sceltissimo di carne equina» contenente di tutto



TORINO - «Macinato sceltissimo di carne equina». Questa la dicitura sulle confezioni in vendita nel reparto carne fresca del supermercato Auchan di corso Romania a Torino. In realtà, c’era di tutto tranne il cavallo. Un misto di bovino, pollo, suino, ovino. Non solo, c’era anche la listeria monocytogenes, o monocitogena, un batterio gram positivo, vitale tra i 3 gradi e i 45 con un optimum per lui tra i 30 e i 38 gradi centigradi. Tradotto: è vitale anche dopo cottura, ancor più in caso di una tartara. In fin dei conti quello venduto aveva la denominazione “macinato sceltissimo”. Detto questo la listeria è causa, nell’uomo, nel migliore dei casi di gastroenteriti. Per arrivare a una grave forma di meningite nei bambini e, forse, a essere causa di aborto se infetta durante la gravidanza.

CONTROLLI A CAMPIONE - La prima scoperta è stata fatta nell’ambito di controlli a campione nei reparti macelleria. Le prime analisi dell’Istituto Zooprofilattico di Torino hanno scoperto il «miracolo» del cavallo non cavallo. E’ entrata allora in campo la Procura. Raffaele Guariniello ha mandato la polizia giudiziaria e i Nas. La seconda serie di campioni, con analisi approfondite, hanno confermato il misto di carni varie ma soprattutto la listeria. Il reparto macelleria è stato così chiuso dal servizio veterinario della Asl.

I «BROGLIACCI» - Non solo, la conferma dai «brogliacci» del supermercato: nel 2010 comprati 1.150 chili di carne equina ma venduti 3.280 chili, nel 2011 (tra gennaio e aprile) acquistati 340 chili di cavallo e venduti 770. Insomma il «miracolo» del pane e dei pesci ripetuto all’Auchan di Torino. Indagati il rappresentante legale dell’Auchan Italia e il direttore del supermercato di corso Romania. Sentendo il personale della macelleria, in particolare, si è scoperto che normalmente le confezioni di carne aperte o quelle scadute finiscono in una vasca comune di scarti con cui si “crea” poi il macinato sceltissimo. Di quale tipo si decide in base alle richieste.

I REATI - Grave per la salute pubblica: un allergico al bovino rischia una crisi anafilattica. Grave per motivi religiosi: un mussulmano mangiava suino convinto di aver mangiato cavallo. I reati ipotizzati sono frode in commercio (articolo 515 del codice penale) e vendita di alimenti pericolosi per la salute pubblica (articolo 444 del codice penale), per cui è previsto il carcere. Sino a tre anni.

Mario Pappagallo
23 aprile 2011



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Infrarossi, luminol e tecniche dell'Fbi Così si trovano gli animali scomparsi

Corriere della sera

La pioniera Usa le strategie e i casi risolti


MILANO - Il detective più infallibile d'Italia è un bellissimo esemplare di maschio, si chiama Napoleone, va matto per la pizza, ma pesa solo 30 chili. Napoleone è un setter irlandese di 6 anni specializzato nella ricerca di animali smarriti. Come spesso capita con le grandi idee, il più delle volte nascono da considerazioni elementari. L'intuizione di due amici trentenni bergamaschi si risolve in due passaggi. Primo: ogni giorno scompaiono molti animali domestici. Secondo: non esistono figure professionali che aiutino a ritrovarli. È così che Luca Spinelli e Andrea Granelli, educatori cinofili, hanno inventato una professione: affiancati dall'irrinunciabile Napoleone, sono gli unici Pet Detective esistenti in Italia.

Insieme hanno fondato la prima organizzazione per il ritrovamento di animali scomparsi (www.acchiappanimali.com), basandosi su un metodo brevettato negli Stati Uniti da un'ex agente della polizia cinofila, Kat Albrecht. Ricorda Luca: «Dopo aver letto un libro di Kat, le ho scritto se potevamo andare a Seattle, da lei, a imparare la tecnica». Il primo animale ritrovato dagli Sherlock Holmes della zoologia è stata una tartaruga: «Si era persa il 4 luglio, festa dell'Indipendenza: per i botti capita a tanti animali». Quindi l'inizio dell'attività in Italia: «È incredibile che se si perdeva il cane o il gatto non c'era nessuno a cui rivolgersi».



La ricerca si muove lungo due direttrici. La prima è la comunicazione. I volantini amatoriali sono sostituiti da poster «ad alta visibilità» fluorescenti, con la fotografia dell'animale e informazioni base: «Una persona in auto non legge più di cinque parole. Non servono descrizioni dettagliate». Oltre alla cartellonistica, sulle auto dei proprietari vengono scritti appelli con pennarelloni colorati: «Negli Usa sono un veicolo pubblicitario noto. Da noi no, per questo funzionano anche di più: la gente si incuriosisce e legge. Così facciamo arrivare i nostri messaggi a 2-3mila persone». Poi c'è la parte operativa. Dopo aver stilato un profilo dell'animale, lo stesso che l'Fbi fa per le persone scomparse, Andrea e Luca fanno fiutare le tracce a Napoleone e partono con la ricerca. In città o in campagna, Napoleone a testa bassa annusa per chilometri.

E i ragazzi lo accompagnano lavorando, come in una puntata di «Csi», con telecamere notturne, trappole e perfino il luminol («Analizziamo i ciuffi di pelo»). E quando, magari dopo giorni, «vedi l'animale che si era perso è come vincere al Superenalotto». Ma l'operazione non è ancora conclusa. «Dopo 48 ore i cani entrano in modalità selvatica. È come se fossero in stand-by con il passato». Così succede che quando il proprietario - chiamato dai due investigatori nel momento in cui il suo cane viene individuato - si lancia in una rincorsa per riabbracciare il proprio animale, spesso lo vede a sua volta iniziare una corsa precipitosa. Ma nella direzione opposta. «Raccomandiamo di non farsi prendere dall'emozione, ma è difficile stare calmi quando le persone rivedono il loro cane. Magari non hanno dormito per giorni. Non connettono.

Ma se gli corrono incontro è normale che scappi. Molti dicono: allora non mi vuole bene. Non è così. Guidiamo i proprietari con delle radioline: la strategia è che si avvicinino ma lascino che sia l'animale a fare il primo passo. Appena riconosce l'odore, il cane esce dal trance e iniziano le feste». Momenti commuoventi, dice Andrea: «Si io piango. E abbraccio Napo». La chiave di tante missioni riuscite è l'empatia con il cane-investigatore: «È importante che ci sia un rapporto fortissimo tra cane e conduttori. Capisci quello che ti vuol dire, traduci le sue reazioni. È il problema della Protezione civile: non puoi lavorare con un cane e poi rimetterlo in un box».

Anche grazie a questa strategia, la percentuale di riuscita è davvero felice: 80% di ritrovamenti compresi i furti, ovvero casi in cui l'animale non verrà ovviamente ritrovato. Essere tempestivi aiuta («Se ci chiamano entro le 24 ore usciamo subito»). E ogni ritrovamento è una storia. Come quella della titolare di una pensione per cani che ha perso una pincerina di 10 anni la notte di Capodanno: «Aveva portato la cagnolina a fare una passeggiata e l'ha liberata in un prato. L'esplosione di un petardo l'ha fatta scappare.

Ci ha chiamato il giorno dopo: il 4 l'abbiamo ritrovata». Per i gatti esiste un distinguo: «Quelli abituati a uscire all'aperto spariscono perché si sono spaventati. I gatti da appartamento invece si nascondono in posti impensabili, ma vicinissimi e entrano nel fattore di silenzio: non si muovono anche per 40 giorni. Uno sembrava volatilizzato: era dietro un forno a incasso». Finora l'attività è cresciuta con il passaparola. I ragazzi sono contattati da tutta Italia e la loro tariffa è davvero accessibile: 250 euro, spese di viaggio escluse (cartelloni e volantini inclusi). «Siamo in fase di espansione e formazione di personale. Abbiamo tenuto una tariffa bassa perché lavoriamo soprattutto per passione. Questi soldi più che altro ci permettono una scrematura: se non sei disposto a spendere nemmeno 250 euro per ritrovare il tuo cane o il tuo gatto allora forse è meglio che trovi lui un'altra famiglia».

Chiara Maffioletti
24 aprile 2011

Quel minareto a Milano E' un altro passo verso l'islamizzazione

di Magdi Cristiano Allam


Per la prima volta lo scorso venerdì un muezzin ha chiamato alla preghiera da una moschea italiana. I luoghi di culto islamici vengono spacciati da centr culturali per ricevere sovvenzioni. Non si sa cosa accade al loro interno, ma il rischio terrorismo è molto alto



«Allah è grande! Testimonio che non vi è altro Dio se non Allah! Testimonio che Maometto è l'in­viato di Allah!». La voce del muez­zin, in lingua araba, rimbomba da un altoparlante collocato su una torre di metallo eretto a minareto nella moschea di Cascina Gobba al civico 366 di via Padova alle ore 13.09 di venerdì scorso 22 aprile 2011. È una data storica: per la pri­ma volta in Italia una moschea ha diffuso l’appello alla preghiera islamica. È la sfida più significati­va dell’islam radicale al nostro sta­to di diritto dopo l’occupazione di piazza Duomo da parte di circa 2mila musulmani il 3 gennaio 2009, ostentando provocatoriamente la preghiera collettiva islamica di fronte al simbolo della cristianità.

Se allora si trattò manifestamente della prova dell'occupazione del nostro spazio fisico, ora si è trattato della prova dell’occupazione del nostro spazio valoriale e identitario. In entrambi i casi noi veniamo trattati come se fossimo una terra di conquista venendo percepiti come una landa deserta. Milano si conferma la capitale italiana dei fanatici di Allah. In viale Jenner sorge la moschea più inquisita e più collusa con il terrorismo islamico internazionale. Il suo imam, Abu Imad, nome di battaglia di Arman Ahmed El Hissini Helmy, è in carcere con una condanna a tre anni e otto mesi per «associazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo ».

Nella motivazione della sentenza si specifica che ha personalmente praticato il lavaggio di cervello e ha trasformato un certo numero di fedeli in terroristi islamici suicidi e di cinque di loro abbiamo la certezza che si sono fatti esplodere in Irak. Fu proprio Abu Imad a guidare l'occupazione di piazza Duomo. Così come a Milano davanti alla caserma Santa Barbara il 12 ottobre 2009 tentò di farsi esplodere il terrorista libico Mohamed Game. Al tempo stesso Milano emerge come la capitale dell’islamicamente corretto. Il cardinale Tettamanzi il 4 settembre 2010 ha nuovamente auspicato la costruzione di una grande moschea a Milano, raccogliendo il sostegno di monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale della Cei (Conferenza episcopale italiana) per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese.

E guarda caso anche il plauso della sedicente «Comunità islamica di Milano » proprietaria della moschea di Cascina Gobba che venerdì scorso ha diffuso il primo appello alla preghiera islamica della storia d’Italia. In un comunicato del 5 settembre 2010 si legge che la Comunità islamica di Milano «accoglie con grande soddisfazione le dichiarazioni dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi e lo ringrazia per la sua grande sensibilità verso le esigenze cultuali dei musulmani di Milano. Auspichiamo che il sindaco, le istituzioni e la società civile milanese recepiscano il messaggio di civiltà che il presule ha voluto rivolgere e inizi un percorso affinché anche Milano, come tutte le grandi città dell’Europa, possa avere quanto prima una grande moschea degna del suo prestigio e dell'importante Comunità islamica che ospita».

Per la verità Milano non ha bisogno di una nuova grande moschea perché esiste già ed è proprio la moschea di Cascina Gobba! Si tratta di un immobile di complessivi 3.091,26 metri quadrati, costituito da piano seminterrato, piano rialzato, primo piano e parzialmente da un secondo piano. Sorge su un’area ex Aem (Azienda elettrica municipale), acquistata da Maher Mohamed Kabakebbji, presidente della fondazione del Waqf al Islami (Beni islamici) dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), espressione del movimento estremista islamico internazionale dei Fratelli musulmani.

La richiesta al Comune di Milano per poter creare «un nuovo complesso adibito a centro di manifestazioni culturali e luogo di preghiera » fu presentato nella primavera del 2007 da Asfa Mahamoud, imam algerino della Casa della cultura islamica di via Padova, presieduta dal siriano Mohamed Baha' el-Din Ghrewati, coinvolto in un'inchiesta della magistratura sulla struttura di propaganda dei Fratelli musulmani, reo-confesso di poligamia. Ebbene la moschea di Cascina Gobba potrebbe accogliere oltre 2mila fedeli. Come la totalità delle moschee in Italia viene registrata ufficialmente come associazione culturale islamica per ottenere due vantaggi.

Innanzitutto la possibilità di iscriversi negli appositi albi dei Comuni, delle Province e delle Regioni e usufruire dei fondi pubblici destinati all' attività culturale in aggiunta alla possibilità di fruire del 5 per mille dalle libere detrazioni delle tasse da parte dei cittadini. In secondo luogo si aggira l'iter legale e burocratico necessario per essere riconosciuti ufficialmente come moschee, intesi come luoghi di culto paragonabili alla sinagoga e alla chiesa. Il risultato è che loro costruiscono delle moschee spacciandole come centri culturali e a sovvenzionarle di fatto siamo noi! Anche se non sappiamo affatto che cosa vi accade all' interno perché parlano l'arabo e pur avendo la certezza che non vi si diffondono valori condivisi e fondanti della nostra civile convivenza.

Bene, è ora di dire basta! Basta con le moschee occulte che diffondono l'odio, la violenza e la morte! Basta con le moschee che operano sotto mentite spoglie violando la nostra legge e facendosi beffe di noi sfruttando la nostra ingenuità, la nostra ignoranza, il nostro buonismo e persino la collusione ideologica dei cristiani che finiscono per essere più islamici degli islamici infervorandosi per la costruzione di nuove moschee mentre le chiese si spopolano sempre di più! Basta con l'islamizzazione strisciante di Milano e dell'Italia da parte di coloro che credono nel precetto della dissimulazione e che riescono ad accrescere sempre più la rete delle moschee, delle scuole coraniche, degli enti assistenziali e finanziari islamici, prefigurando la costruzione di cittadelle islamiche regolate dalla sharia , la legge coranica, in seno al nostro stato di diritto!

È arrivato il momento che i milanesi conoscano la verità dell'occupazione islamica della loro città, che gli italiani si sveglino dal torpore dell'ideologia relativista e buonista, che le istituzioni assumano la responsabilità di salvaguardare il nostro stato di diritto e la nostra sovranità, che la Chiesa si attenga all’unica verità in Cristo e la smetta di prodigarsi per la costruzione delle moschee. È arrivato il momento di scegliere se riscattarci per essere pienamente noi stessi, orgogliosi delle nostre radici giudaico-cristiane, credenti nei valori non negoziabili, certi delle regole che si sostanziano di diritti e doveri, oppure proseguire nella china suicida del relativismo, del buonismo e dell’islamicamente corretto che ci ridurrà a diventare schiavi di Allah senza più certezza del bene della vita, della dignità e della libertà.




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La truffa Ciancimino Ecco tutti i complici del grande imbroglio

di Giuliano Ferrara


Ha taroccato "pizzini" per infangare premier e capo della Polizia. Ma Csm e Quirinale fanno finta di non vedere. È un attentato agli organi costituzionali, avallato dal pm Ingroia. Che non può più rimanere al suo posto



Solo con la voluttà della calunnia, e con il corri­spondente piacere del­la giustizia politica, può spiegarsi l’infame sto­riaccia di Massimo Ciancimi­no e dei suoi bardi. Arrestato per calunnia e truffa pluriag­gravata, il figlio del corleone­se don Vito da quasi tre anni pontificava con il bollo della Procura di Palermo, del suo numero due, il dottor Anto­nio Ingroia, il magistrato che fa comizi in piazza contro le leggi all’esame del parlamen­to, il professionista dell’anti­mafia che ha la libido da con­vegno, da manifesto politico­ideologico, e che usa il suo de­­licatissimo potere d’indagine e di ac­cusa mescolando­lo con un attivismo politico fazioso in forma incompati­bile con la Costitu­zione e la legge del­la Repubblica.

(Il caso Lassini, al confronto, fa sor­ridere, e bisognerà pure che Milano torni ad essere una capitale della liber­tà, capace di ribel­larsi contro l’oscurantismo borbonico di una giustizia piegata a servire le traversie della politica politicante. Ca­ro sindaco Moratti, lei fa be­nissimo a impegnarsi per una competizione in cui il vol­to moderato e ragionevole della sua maggioranza emer­ga contro ogni manipolazio­­ne interessata, ma mi aspetto da lei e dalla borghesia colta che la sua maggioranza rap­presenta una parola chiara su una grande questione mi­lanese e nazionale: lo strame che si fa della giustizia). Massimo Ciancimino non è un pentito, non rientra nel­l­a controversa categoria di co­loro che pretendono di aver aiutato a fare giustizia con ri­velazioni in qualche modo ri­scontrate e capaci di mettere in scacco la delinquenza or­ganizzata di tipo mafioso.

È invece un teste d’accusa sul­la cui attendibilità, in modi azzardati e avventurosi, alcu­ni Pm diretti da Ingroia han­no fatto la scommessa della loro vita professionale, por­tandolo per mano nel circui­to mediatico-giudiziario, con l’aiuto di Michele Santo­r­o e altri professionisti dell’in­formazione obliqua, insi­nuante, della macchina del fango (come impudentemen­te dicono, per ritagliarla sugli altri), dentro una narrazione calunniosa che ha investito lo Stato, i governanti, la politi­ca e infine il capo e coordina­tor­e dei servizi di si­curezza e di infor­mazione sui quali si fonda la credibi­lità degli apparati della forza e del­l’ordine repubbli­cano.

Sotto scorta e as­sistito dai suoi di­rettori spirituali e giudiziari, per me­si e mesi il figlio di don Vito ha infan­gato Berlusconi, presidente del Consiglio; il senatore Del­­l’Utri, uno che sta per pagare con molti anni di galera la tra­sformazione calunniosa del­le sue amicizie controverse in un reato penale da Paese borbonico (concorso ester­no in mafia); Nicola Manci­no, già presidente del Senato e ministro dell’Interno e vice­presidente del Consiglio su­periore della magistratura; Giovanni Conso, giurista e già ministro di Grazia e Giu­stizia; il generale Mario Mori, l’eroe italiano che arrestò il capo della mafia; infine il pre­fetto De Gennaro, per anni ca­po della polizia, un uomo che ha lavorato contro la mafia con Falcone in modi contro­versi ma efficienti, e che ora fa parte, agli occhi dei suoi ne­mici, di un odiato apparato di governo della Repubbli­ca.

E molti altri, secondo le convenienze d’occasione. Serve un colpetto al grup­po dei deputati che è entrato a far corpo con la maggioranza politica che gover­na il Paese? Ecco una propalazione pronta sul ministro appena nominato Saverio Romano, da tredici anni sotto in­dagine per mafia e da tenere ancora sul­la graticola anche grazie alle parole va­ghe, generiche ma velenose e insultanti e infanganti del ventriloquo di un padre morto da anni, che fa parlare al cospetto della giustizia i fantasmi della passione politica faziosa, al servizio di chi non si sa, ma per mezzo di quali avalli giudizia­ri e mediatici lo si sa benissimo. Il dottor Ingroia è arrivato alla delicatezza lettera­ria di scrivere la prefazione al libro di ca­lunnie del figlio di don Vito. Se una peri­zia non a­vesse svelato il carattere truffal­dino di questa testimonianza, chissà do­ve sarebbe arrivato il terzetto Ciancimi­no- Ingroia-Santoro.

Questo tizio che ora è in carcere per calunnia e truffa, per aver fatto operazi­o­ni di copia e incolla su vecchi documen­ti fotocopiati per incastrare chi-sa-lui con il bollo della giustizia, è già finito a pagina 21 di Repubblica e a pagina 27 del Corriere della sera .L’insabbiamento del caso è già in pieno corso. I giornalisti giudiziari che hanno usato le sue carte false, e accompagnato con la loro opero­sa attività cronistica la scandalosa pro­mozione del suo ruolo di «icona dell’an­timafia », hanno già girato la frittata, prendendoci tutti per rimbecilliti, pri­ma di tutto i lettori dei loro riveriti giorna­li. Secondo loro quell’arresto non dimo­stra l’esistenza di una cospirazione poli­tico­ giudiziaria che si chiama appunto calunnia contro uomini pubblici decisi­vi della nostra vita democratica, no, c’è un puparo ignoto dietro la calunnia e adesso gli stessi magistrati che hanno ac­cudito il pupo dovranno eroicamente dare la caccia al puparo.

Un nuovo mi­stero, nuovo fango che avanza, nuova in­giustizia. Ora basta. Se nessuno tra coloro che hanno autorità per farlo si muovesse, se il ministro Alfano, il vicepresidente del Csm Vietti, il capo dello Stato, non sen­tissero il dovere civile di accertare che cosa è accaduto, sotto il travestimento ridicolo dell’obbligatorietà dell’azione penale, se nulla di serio e di liberale e di garantista dovesse accadere nei prossi­mi giorni, l’anarchia già in fase avanzata in cui vive questo Paese straziato da un ventennio di uso politico della giustizia diverrebbe un’esondazione di colpe in­crociate, il fomite di una generale dele­gittimazione. E chi ama la Repubblica non può stare a guardare senza fare nul­la.

Ci sono forze ancora grandi e limpide capaci di reagire in modo serio, respon­sabile, equilibrato, trovando le parole giuste per dire lo scandalo più grave, in materia di stato di diritto e di regolare funzionamento delle istituzioni, da vent’anni a questa parte? Quando un magistrato avalla una cospirazione ca­lunniosa contro i capi del governo, i par­lamentari, i generali dei carabinieri, i ca­pi dei servizi segreti, i vicepresidenti del Csm, che cosa si deve fare? Starsene a braccia conserte? Godersi lo spettacolo voluttuoso della calunnia di Stato e aspettare che chi l’ha consentita faccia giustizia? Che cosa aspettiamo a tirare fuori l’articolo 289 del codice penale,«at­tentato a organi costituzionali», che pu­nisce con dieci anni di galera chi cospira contro lo Stato?




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I confini della territorialità nell'area vaticana

Il Messaggero


ROMA - Lo spazio interno alla basilica di S.Paolo è, ovviamente, territorio sotto il controllo dello Stato della Città del Vaticano e quello italiano non vi ha alcuna giurisdizione. In caso di necessità di intervento di natura di ordine pubblico, l'operatività è garantita dalla Gendarmeria vaticana, che è un corpo distinto dalle guardie svizzere, che ha la funzione di sorveglianza, sicurezza e controllo di tutto ciò che è presente nel territorio di competenza della Città del Vaticano. I gendarmi hanno in dotazione una pistola e indossano una divisa blu scura accompagnata da cravatta nera e dal kepi alla francese dello stesso colore della divisa.

Le forze dell'ordine italiane possono accedere ai luoghi della Città del Vaticano,
come anche - nella fattispecie - la Basilica, soltanto se non indossano la divisa, dunque come cittadini italiani. A San Paolo la gendarmeria presidia gli ingressi e i cancelli del complesso, consentendo l'ingresso ai fedeli e ai pellegrini. Diverso è, invece, quanto accade per l'ingresso laterale, che porta nelle stanze di servizio, dove da ieri si trovano i rom: in quest'area l'ingresso è consentito solo a persone autorizzate, rappresentanti del Comune di Roma, membri della Caritas o funzionari di Polizia municipale e delle forze dell'ordine, purché, appunto, non in divisa.




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Svizzera: fiore sboccia dopo 75 anni

La Stampa



Dopo 75 anni Titan Arum  è sbocciato nel giardino botamico dell'università di Basilea, Svizzera. Questo particolare fiore si apre una volta ogni 75 anni per circa due giorni. A causa dell'odore che emana quando è fiorito, viene chiamato anche "Pianta cadavere". L'odore ricorda un animale in decomposizione, ma in molti sono andati lo stesso a vederlo.


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Alaska, il poliziotto modello era un immigrato clandestino

La Stampa
Maurizio Molinari







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Matteo Ricci e il metodo della "inculturazione"

La Stampa
Valter Vico


Come fare diventare cinese anche Dio
MASSIMO CICCOTTI









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