sabato 30 aprile 2011

Napoli, neanche il miracolo: il sangue di San Gennaro non si è sciolto

Corriere del mezzogiorno


Il cardinale Sepe: «Rimane la nostra guida» Il sindaco Iervolino: «Non è un cattivo segno». Domenica riprendono le preghiere nel Duomo



NAPOLI - Niente miracolo per i napoletani. Il sangue di San Gennaro non si è sciolto. La teca contenente le due ampolle contenente il sangue di San Gennaro è stato riportata nella cappella dopo la lunga funzione religiosa presieduta dall’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe.

È già successo altre volte in passato che il miracolo non si ripetesse nell’appuntamento del sabato precedente la prima domenica di maggio. Domani mattina, domenica, a partire dalle 9, nel Duomo di Napoli riprenderanno le preghiere in attesa dello scioglimento del sangue del santo patrono di Napoli. «San Gennaro resta in ogni caso il nostro santo patrono - ha detto il cardinale Crescenzio Sepe - compagno e guida della vita quotidiana di tutti noi».

«Non è un cattivo presagio per la città». Così il sindaco Rosa Iervolino Russo al termine della cerimonia nella cattedrale di Napoli durante la quale si attendeva lo scioglimento del sangue di San Gennaro, custodito nell’ampolla.

Redazione online
30 aprile 2011




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Sopravvisse a Piazza Fontana: risarcito

Corriere della sera


Dopo 42 anni accolto il ricorso di un cassiere della Banca Nazionale dell'Agricoltura: riceverà 500mila euro




L'atrio della Banca nazionale dell'Agricoltura devastata dalla strage
L'atrio della Banca nazionale dell'Agricoltura devastata dalla strage
MILANO - Ben 42 anni dopo la strage di piazza Fontana, un sopravvissuto all'esplosione dovrà essere risarcito. Il giudice del lavoro del tribunale di Imperia, Enrica Drago, ha infatti accolto il ricorso di Roberto Antonucci Prina, 71 anni, all'epoca dell'attentato cassiere della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano. L'uomo, che soffre di disturbi post trauma e di stress cronico, come accertato dalle perizie presentate al tribunale, dovrà ricevere oltre 500 mila euro.

RISARCIMENTO - Il giudice del lavoro di Imperia, dopo l'anziano superstite alla strage vive, ha infatti condannato il ministero dell'Interno a pagare al ricorrente 162 mila euro, oltre a un vitalizio mensile. Condannata anche l'Inps, che dovrà versare all'ex cassiere oltre 355 mila euro. A Prina, difeso dagli avvocati Emilio Varaldo e Vincenzo Marino, sati riconosciuti i benefici sanciti dalla legge per le vittime delle stragi. Quindi, potrà anche farsi curare a spese dello Stato.






30 aprile 2011




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Carramba che sorpresa! Il Fatto arruola Raffaella Ma lei: fate lavorare il Cav

di Domenico Ferrara



Il quotidiano di Travaglio & Co. continua la sua battaglia anti-Cav. Dopo aver ospitato con gran risalto la lettera-appello di Celentano, ora ci riprova con la Carrà, ma non si è accorto di aver sbagliato icona...



Prima Celentano e ora la Carrà. Dopo aver ospitato in prima pagina la lettera appello del cantante contro il nucleare, adesso l'ultima icona del Fatto è la Raffa nazionale. "Com'è bello votare da Trieste in giù": con questo titolo, il giornale di Travaglio & Co. intervista l'icona televisiva, che si dice pronta a votare contro il nucleare, condividendo l'invito di Celentano. Titolo e sommario ribadiscono il concetto.
Peccato però che il Fatto non abbia dato risalto a un'altra proposta della showgirl, questa: "Non se ne può più di di vedere l'Italia bloccata per i processi di Berlusconi. Facciamo in modo che finisca il suo mandato affrontando alla fine i suoi giudici. Non dico di graziare in blocco tutti i  ministri o i parlamentari finché sono in carica, ma a questo punto sarebbe meglio lasciarlo governare e vedere i risultati".

Insomma, la Carrà ripudia ogni ipotesi di ribaltone, va contro l'idea di affossare il Cav attraverso il braccio della giustizia e contro gli stessi dipietristi. Forse non è proprio questa l'icona giusta a cui il Fatto doveva dar voce nella sua battaglia anti-Cav...




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Furti con spaccata: 15 arresti a Napoli

Il Mattino


NAPOLI - Una vera e propria banda specializzata nel furto con "spaccata" ai danni di negozi di ottica e abbigliamento tra Napoli e Salerno è stata sgominata, questa notte, dai carabinieri. Quindici persone, ritenute responsabili a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al furto di abbigliamento e occhiali e di ricettazione del materiale rubato, sono state arrestate a Napoli dai carabinieri della compagnia di Torre Annunziata.

I militari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, facendo ricorso a filmati di circuiti di videosorveglianza, intercettazioni ambientali e telefoniche e localizzazioni satellitari, hanno scoperto che la banda agiva con la tecnica della cosiddetta "spaccata" ed aveva fatto razzia, negli ultimi tempi, in circa 40 negozi di lusso di abbigliamento e ottica delle province di Napoli e Salerno, rubando merce per 1,5 milioni di euro. Il materiale era stato poi stata ricettato da commercianti di Napoli e San Giorgio a Cremano, consapevoli della provenienza illecita.




A seguito di indagini durate circa un anno, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata ha dato esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip nei confronti di 15 indagati napoletani, di cui 12 destinatari di misura cautelare in carcere e 3 agli arresti domiciliari. Tutti sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al furto di abbigliamento e materiale ottico con danneggiamento di vetrine e saracinesche oltre che di ricettazione.

L'indagine denominata "Mercato" ha preso il via a seguito di due episodi di furto ai danni di due esercizi di abbigliamento a Pompei il 28 aprile e il 14 maggio dell'anno scorso, mediante la tecnica della 'spaccatà, cioè la rottura delle vetrine con una mazza. In particolare nel secondo episodio, i ladri dopo aver fatto razzia di capi di abbigliamento furono intercettati durante la fuga da un maresciallo dei carabinieri che riuscì a leggere parte del numero di targa di una delle due auto utilizzate per il colpo e guardare in volto uno dei malviventi.

L'indagine investigativa svolta fino all'ottobre 2010 anche con l'ausilio di intercettazioni ha messo in luce l'esistenza di una banda attiva tra Napoli e Salerno che, forzando saracinesche, portava via in pochi minuti occhiali griffati o capi di abbigliamento che poi rivendeva a commercianti compiacenti.

Nell'operazione sei gli indagati a piede libero nei confronti dei quali sono state svolte perquisizioni domiciliari. A San Giorgio a Cremano due titolari di esercizi commerciali sono stati indagati per ricettazione. Da quanto si apprende, i due erano consapevoli che il vestiario acquistato era frutto di razzie ai danni di commercianti.

Fondamentali per l'individuazione dei componenti della banda sono state le intercettazioni, ampi stralci delle quali sono contenute nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Marcello Rescigno. Per comunicare tra di loro i ladri usavano telefoni "dedicati", intestati quasi sempre a cittadini stranieri. Questi telefoni, per ridurre il rischio di intercettazioni, venivano lasciati in custodia a un barista di corso Garibaldi a Napoli. Nel bar, infatti, i ladri si riunivano tutte le notti prima di mettere a segno i furti; un altro luogo di incontro per definire tempi, modalità e obiettivo dei furti con spaccata era la Porta San Gennaro, di fronte a piazza Cavour, zona nella quale abitano molti degli arrestati.

I furti erano sempre preceduti da sopralluoghi, per valutare la merce che si trovava nei negozi e individuare le vie di fuga in caso di emergenza. «I furti - ricostruisce il gip - vengono perpetrati abitualmente di volta in volta da un numero sei/nove indagati; la tecnica utilizzata nel tempo si è affinata atteso che, se nei primi fatti-reati individuati le saracinesche degli esercizi commerciali venivano divelte con violenza senza l'utilizzo di attrezzature di sorta (ad eccezione di mazzola in ferro), in alcuni fatti-reati si è registrato l'utilizzo di trapani o di lame rotanti/cesoie atte al taglio del metallo». In alcuni colpi, la banda ha anche portato con se cassette per la frutta con cui portare via gli occhiali rubati.



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D'Artagnan denunciato dai vigili

Il Tempo


Il caso delle monetine a Fontana di Trevi. Cercelletta sentito ieri dalla Municipale che alle accuse ribatte: mai preso mazzette".


D'ora in poi, con lui, la Municipale sarà più dura. Ieri mattina i vigili sono andati a casa di Roberto Cercelletta, il D'Artagnan di Fontana di Trevi che ogni lunedì mattina raccoglieva le monetine gettate in acqua dai turisti e che il 14 marzo scorso, giorno in cui è stato registrato il video-choc delle Iene, ha rivolto minacce e accuse sia nei confronti della «iena» che di uno degli agenti protagonisti del filmato. I vigili che hanno assistito alle «pesche miracolose» non sono mai intervenuti perché non hanno mezzi per farlo.

Cercelletta, inoltre, non è nuovo alle aggressioni, anche fisiche. Nel luglio del 2002 spaccò il naso a un agente che tentava di impedirgli di entrare nella fontana per prendere le monete. Così ieri, dopo che il giorno seguente all'andata in onda del servizio de Le Iene s'era ripresentato nella piazza tagliandosi con una lametta l'addome, i vigili dell'VIII gruppo coordinati da Antonio Di Maggio si sono recati nell'abitazione del 59enne.

La Municipale ha chiesto spiegazioni su ogni frame del video che ha messo nei guai il Corpo. D'Artagnan ha confermato che quelle monete le prende per sé. Lo fa sempre. Tutti i lunedì. Non ha parlato di collusione con i vigili, ma ha continuato a dire di aver consegnato 600 euro a un uomo in divisa, lo stesso a cui nel video Cercelletta rivolge accuse diffamanti e per le quali, nei giorni immediatamente successivi alla registrazione del filmato, Cercelletta è stato querelato per minacce e oltraggio. Quel denaro, aveva già precisato il comandante Giuliani giovedì nel corso di una conferenza stampa, sono frutto di un sequestro e tutt'ora conservate nella cassaforte del Comando.

L'agente ha raccontato al comandante dei vigili del I gruppo, Cesarino Cajoni, ciò che era successo quella mattina: l'arrivo della iena Filippo Rossi, Cercelletta che continuava a pescare, le domande, lui e suoi i complici che si scagliano contro il giornalista e minacciano di gambizzarlo. Oggi (ieri, ndr), mentre le voci del trasferimento del comandante Cajoni a un altro Gruppo si fanno più insistenti (il provvedimetno potrebbe scattare dopo i festeggiamenti per la beatificazione di Wojtyla), il comandante del Corpo Angelo Giuliani si trincera dietro a un: «Io non ne sapevo nulla. Non sono stato avvisato di ciò che è accaduto quella mattina di marzo». E sull'ipotesi anche di sue dimissioni, taglia corto: «Il discorso delle dimissioni non mi tange, noi siamo sotto esame ogni giorno. È il sindaco che decide. Sono concentrato sul primo maggio, non penso alle chiacchiere».


Fabio Perugia
30/04/2011




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Celentano press agent di Di Pietro

Il Tempo


Il cantante scrive a Il Fatto: per salvare l'Italia occorre affrettarsi ad abolire Berlusconi. L'attacco al governo: "Volontà demoniaca di avvelenare gli italiani".

«Adriano il Salvatore. Battagliò! Pupulaziò! Attenziò| È asciuto pazzo 'o padrò!» Adriano Celentano vuole salvare l'Italia, La vuole salvare scrivendo lettere ai giornali. Anzi a un solo giornale. Al quotidiano «Il Fatto». Sul quale ieri ha rivelato una cosa a cui in quel giornale nessuno aveva ancora osato pensare. Ha rivelato, cioè, che per salvare l'Italia occorre affrettarsi ad abolire Berlusconi. Da questa strepitosa rivelazione, e ancor più dal fatto che «Il Fatto» abbia avuto il coraggio di pubblicarla, così implicitamente ammettendo che finora nessuno dei suoi cervelloni era riuscito a farsi venire in mente questa audacissima e originalissima idea, ossia che per salvare l'Italia occorre accoppare il Cavaliere, è doveroso ovviamente dedurre, primo, che l'Italia non è ancora perduta, e, secondo, che a salvarla provvederà lui, Celentano. Questo è perciò un momento decisivo della nostra vita nazionale.

Chi sappia cogliere il senso delle cronache ufficiali riguardanti questo appello del vecchio Adriano difficilmente potrà sottrarsi al dovere di ammettere che l'Italia, se e fino a quando lui continuerà a invocare l'abrogazione del Cav., non potrà dirsi perduta. Chi inoltre abbia avuto la fortuna di poter leggere questa lettera, e sappia intravedervi il sottaciuto intento di incoraggiare il popolo italiano ad annientare il Cav., dovrà concludere che l'Italia ancora non è perduta. Certo l'Italia è piena di carogne che non hanno molta voglia di abbattere Silvio.

Sono anzi decisi, questi furfanti, a frustrare il legittimo anelito di tutti gli italiani perbene ad accoppare il Cav. Ma, se Dio vuole, non sono ancora riusciti a impedire a Celentano di dimostrare che, se gli sarà permesso di continuare a lanciare i suoi appelli su «Il Fatto», l'Italia, non potrà certo considerarsi perduta. Cerchiamo tuttavia di non abbandonarci all'euforia. Evitiamo soprattutto i toni di vanaglorioso trionfalismo. Non nascondiamoci inoltre il fatto abbastanza evidente che il governo, come lo stesso Adriano ha osservato in questa sua lettera epocale, non soltanto «non demorde», ma addirittura persevera «nella sua DEMONIACA volontà di avvelenare gli italiani».

Non lasciamoci inoltre accecare da quell'ottimismo che potrebbe indurci a negare che gli ultimi avvenimenti hanno contribuito a insinuare anche nei petti più fiduciosi qualche piccolo dubbio sul potere salvifico di Celentano specialmente quando affronta col suo cervellone problemi epocali come l'energia nucleare o il legittimo impedimento. Evitiamo soprattutto di misconoscere il diritto, da lui rivendicato nella sua missiva al Fatto, a vedere in Antonio Di Pietro «l'unico vero combattente per la salute delle prossime generazioni». Limitiamoci insomma a constatare che l'Italia, se quel genio di Adriano continuerà a fare umilmente il press agent di Di Pietro, probabilmente si salverà. Bando dunque al pessimismo. Rivolgiamo il nostro saluto all'Italia di Adriano e di Tonino, e congratuliamoci con lei e con «Il fatto» con la celebre allocuzione del pazzariello napoletano: «Battagliò! Pupulaziò! Attenziò|. È asciuto pazzo 'o padrò!»


Ruggero Guarini
30/04/2011




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L'Africa con la sindrome di "Jacko" Caccia alla crema che sbianca la pelle

La Stampa







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Sanremo, i clandestini devastano delle case sfitte Ma il giudice li difende: il reato non sussiste...

di Federico Marchi


Arrestati e subito rilasciati tre tunisini che avevano occupato e ridotto in condizioni disastrose gli alloggi dei villeggianti. Per i magistrati non c’è la flagranza. I nordafricani non sono stati nemmeno processati. Eppure qualche giorno fa altri stranieri erano stati fermati



Arrestati perché trovati all’inter­no di un’abitazione, dove avevano forza­to l’ingresso, ma rimessi in libertà senza neanche finire sotto processo. Sembra impossibile a credersi, invece è accaduto ieri in Tribunale a Sanremo. La cittadina del Festival, nonostante la sua fama turistica, sta combattendo da settimane con l’emergenza immigrazio­ne nell’estremo ponente della Liguria. In particolare si tratta di tunisini che, in atte­sa di riuscire a entrare in Francia, stazio­nano nei pressi del confine.

Sanremo, es­sendo solo ad una ventina di chilometri dalla frontiera, viene così scelta come di­mora temporanea dai clandestini. Spesso questi extracomunitari vengo­no trovati all’interno di case di villeggiatu­ra, dove si introducono illegalmente. Gio­vedì, in occasione dell’ennesimo blitz dei carabinieri, sono così stati arrestati tre clandestini con l’accusa di violazione di domicilio.L’abitazione dove sono stati sorpresi, nel centro storico di Sanremo, era di proprietà di una coppia di turisti di Milano. I militari, entrando nell’alloggio, lo hanno trovato trasformato in un bivac­co, in condizioni igienico-sanitarie terri­bili. L’operazione dei carabinieri era scatta­ta per arginare un problema che rischia di aumentare a dismisura.

Eppure quan­do il sostituto procuratore di Sanremo, Monica Supertino, si è trovata davanti il fascicolo non ha chiesto gli arresti, la­sciando liberi i tre tunisini senza nean­che processarli. Liberi, insomma, di tor­nare a forzare i portoni per occupare nuo­ve abitazioni, forti del fatto di non rischia­re nulla. Alla base di questa singolare decisione del sostituto procuratore c’è latesi secon­do cui il reato deve essere «immediato», ovvero che inizia e finisce al momento dell’ingresso nell’appartamento. Quindi se i tunisini fossero stati sorpresi al mo­mento di forzare la porta, sarebbero finiti a processo.

Ma il loro permanere abusiva­mente può essere perseguito solo in caso di consenso dei proprietari. A smentire quest’interpretazione è sta­to lo stesso procuratore capo di Sanremo, Roberto Cavallone, che nei giorni scorsi aveva convalidato gli arresti di altri tunisi­ni fermati per una vicenda analoga. Nel successivo processo i clandestini in que­stione erano stati condannati e portati in carcere. Insomma, pur ammettendo la piena au­­tonomia di ogni magistrato servirebbe, al­meno all’interno di una stessa Procura, una certa uniformità di giudizio. Sembra che lo stesso procuratore Cavallone ab­bia intenzione di riunire i magistrati san­remesi per analizzare la situazione e sta­bilire le direttive da seguire.

Intanto i citta­dini, seppur con una certa incredulità, as­sistono impotenti a queste decisioni. La prima reazione è giunta dal sindaco di Sanremo Maurizio Zoccarato. «La situa­zione è gravissima e i cittadini sono esa­sperati - ha detto - ora ci aspettiamo una risposta forte da parte dello Stato». La sensazione è quella di sentirsi sem­pre meno tutelati davanti alle ingiustizie. Allo stesso modo, da vicende come que­sta, c’è anche il rischio di demotivare le forze dell’ordine nello svolgimento del lo­ro difficile lavoro. Intanto tra i clandesti­ni, che sono molto più organizzati di quanto si creda, si sta spargendo la voce. Perché la morale di questa storia sembra essere: «Venite e sfondate pure le case, tanto non vi accadrà niente».





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Masi: "Santoro non faceva lo spiritoso con i sui soldi"

Quotidiano.net


L’ex dg della Rai respinge le accuse di 'censore' e attacca il conduttore di Annozero: ‘’Fa lo spiritoso, ma non lo era quando trattava con me, attraverso un manager specializzato in divi tv ben pagati, un contratto-quadro da 14 milioni di euro"


Roma, 30 aprile 2011




L’ex dg della Rai Mauro Masi, intervistato dal Corriere della Sera, respinge le accuse di ‘’censore’’ e ‘’normalizzatore’’. ‘’Ho trattato certi ‘intoccabili’ per cio’ che veramente sono: individui che utilizzano la battaglia politica per ottenere piu’ potere e piu’ soldi. Aspirazioni legittime, ma ammantare tutto cio’ come una lotta per la sopravvivenza della democrazia e’ irritante e ridicolo’’.

‘’Ho tentato di far rispettare leggi e regolamenti a tutti, inclusa la lobby di sinistra nell’informazione Rai’’.

Masi esprime stima per Gabanelli unica ‘’eccezione in positivo’’, e per Minzolini, ‘’un innovatore, un professionista’’.

Michele Santoro, che ha ha fatto gli auguri alla Consap di cui l’ex dg e’ il nuovo ad, ‘’fa lo spiritoso, ma non lo era quando l’estate scorsa trattava con me, attraverso un manager esterno specializzato in divi tv ben pagati, un contratto-quadro da 14 milioni di euro per se’, il principale collaboratore, per il regista...’’.

I conti di Annozero in attivo grazie alle alte entrate pubblicitarie, prosegue Masi, sono ‘’una leggenda’’. ‘’Non esiste una sola azienda che chieda esplicitamente di apparire nella trasmissione di Santoro. E’ la Rai, e’ la Sipra, che decidono, scegliendo gli spazi piu’ seguiti. Sfido questi signori a trasmettere su altri network’’, afferma. Quanto al successo di Raiperunanotte, sono ‘’dati difficilmente rilevabili, e comunque modesti’’.

Masi interviene anche sul caso Fazio-Saviano. ‘’ Nessuna censura, ma io ho difficolta’ a trattare con chi impone il prendere o lasciare’’, spiega. In merito ai contratti per l’anno prossimo di Fazio e Floris, non ancora siglati, ‘’bisogna chiedersi il perche’ di tanta fretta. C’e’ chi adotta metodi da calciomercato facendosi, tra l’altro, difendere da chi usa lo stesso italiano impervio che sento appunto dai fantastici procuratori Raiola e Caliendo’’. Masi sostiene la scelta di aver allontanato Ruffini da Rai3.

‘’Dopo 8 anni di direzione un ricambio e’ fisiologico. La sinistra non ha accettato Enrico Mentana al Tg3 e Giovanni Minoli a Raitre. Poi c’e’ stata la sentenza della magistratura che, con quelle di Santoro, costituiscono un vulnus nella gestione di qualsiasi azienda editoriale’’.

Ultimo capitolo sono i conti della Rai. ‘’Per il 2011, dopo 5 esercizi in passivo, il budget prevede un attivo di bilancio’’, sottolinea Masi. ‘’Abbiamo avviato un’azione di risanamento forte e dura. Se si proseguira’ su questa strada, i benefici si vedranno presto’’.






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Ciancimino, tesoro in Romania «Vale almeno 300 milioni»

Corriere della sera


Società del settore rifiuti. Ecco le carte che accusano il figlio





ROMA - C'è il mistero del documento contraffatto per tirare in ballo il prefetto De Gennaro, che Massimo Ciancimino non ha ancora saputo svelare. C'è il mistero dei candelotti di dinamite nascosti in casa, sul quale non ha dato una versione convincente tanto da finire sotto inchiesta anche per il possesso di esplosivo. E c'è il mistero del tesoro di suo padre - «don Vito», l'ex sindaco mafioso di Palermo - che lo Stato sta ancora cercando di individuare e recuperare. Una vicenda, quest'ultima, che l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata definisce «di particolare complessità».

Nella relazione sull'attività svolta nel 2010, redatta dal prefetto Mario Morcone prima di mettersi in aspettativa da direttore dell'Agenzia per candidarsi a sindaco di Napoli, un paragrafo è dedicato proprio al «sequestro in danno di Massimo Ciancimino», condannato in appello a tre anni e quattro mesi di carcere per riciclaggio. Finora è stata individuata una piccola parte del tesoro se, come è scritto nella relazione, «la vicenda giudiziaria, che si sviluppa secondo le indicazioni del presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, riguarda valori che oscillano tra i 300 e i 500 milioni di euro», distribuiti in «investimenti finanziari e beni intestati e persone fisiche e di compendi aziendali».

Una cifra rilevantissima nascosta, secondo l'Agenzia, dentro i confini nazionali ma soprattutto all'estero, in Romania. «Una parte di quote societarie e di beni - si legge nel rapporto - è stata individuata in Italia, mentre l'asset di maggior valore economico, attraverso la Sirco Spa, società holding oggi svuotata, e l'Agenda 21 s.a., società di diritto romeno, risulterebbe controllare un enorme volume di affari che investe il ciclo dei rifiuti: dalle discariche presenti in Romania (ivi compresa una considerata tra le più grandi d'Europa, 150 ettari di estensione per 40 metri di profondità), alle società di selezione e trasformazione, a quello di smaltimento di fanghi tossici».
Il lavoro di chi deve individuare e tentare di intestare allo Stato quei beni non è finito: «L'amministratore finanziario nominato dal tribunale di Palermo e un ufficiale in servizio presso l'Agenzia nazionale stanno operando, anche direttamente in quel Paese, per il recupero del patrimonio, investendo la nostra ambasciata e il magistrato italiano di collegamento presente a Bucarest».

Allo stesso modo non sono terminate - ma anzi sono solo all'inizio, per individuare l'eventuale suggeritore o «puparo» che ne gestisce le mosse - le indagini sugli ultimi guai giudiziari che hanno investito Ciancimino jr. La perizia della polizia scientifica che ha provocato l'arresto ordinato dalla Procura di Palermo è stata trasmessa ai magistrati di Caltanissetta che pure procedono contro il figlio di «don Vito» per il reato di calunnia, sempre ai danni del prefetto De Gennaro, in relazione ad altre sue affermazioni. Quella relazione dimostra come il nome «De Gennaro» sia stato estratto da un altro foglio manoscritto da Vito Ciancimino e applicato su quello in cui erano indicati i nomi dei funzionari dello Stato componenti il presunto «quarto livello» collegato - secondo ciò che Massimo ha attribuito al padre, morto nel 2002 - all'associazione mafiosa.

A proposito di scambio di documenti tra gli uffici inquirenti che lavorano su fatti evidentemente collegati (non solo l'ipotizzata calunnia a De Gennaro, ma anche il movente delle stragi e la presunta trattativa tra Stato e mafia) nella riunione romana dell'altro giorno il procuratore nazionale antimafia Grasso ha emesso una direttiva per la trasmissione di atti processuali da una Procura all'altra. Un modo per evitare le incomprensioni e le tensioni che hanno provocato l'avvio di accertamenti da parte del Consiglio superiore della magistratura e del procuratore generale della Cassazione.


Giovanni Bianconi
30 aprile 2011



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