martedì 3 maggio 2011

Nuova foto falsa di Osama

Il Disinformatico


L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Questa è la foto che campeggia in questo articolo de L'Unità e questo del Corriere della Sera, entrambi con la data di oggi (3 maggio 2011).


L'articolo de L'Unità scrive in proposito quanto segue: “una nuova presunta foto che ritrarrebbe Osama bin Laden morto pochi minuti dopo il raid condotto dalle forze statunitensi in Pakistan è stata pubblicata online da un sito web, mentre il link viene rilanciato su Twitter dagli hacker di Anonymous. L'autenticità dell'immagine non è verificabile. ISi tratta di un'immagine notturna in cui il leader di al Qaida giace a terra con una ferita sopra l'occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa. In Italia è stata rilanciata dall'Ansa. Ma la ferita sulla testa di Osama Bin Laden sembra contraddire le ricostruzioni del blitz, è a destra mentre doveva essere a sinistra.”

Il lancio dell'ANSA è questo. Però è inutile nascondersi dietro alla foglia di fico del solito “la pubblico perché fa audience, tanto dico che non è verificabile”. Santo cielo, gente, e fatela verificare una buona volta. Gli esperti ci sono. Pagateli.

In attesa che ANSA, Corriere o Unità aprano il portafogli, i lettori di questo blog hanno già fatto un lavoro egregio. Gratis. Guardate infatti quest'immagine, segnalatami da Gian_Ibanez, e ditemi se non notate qualche bizzarra somiglianza:


Confrontiamo:


Che ne dite, riusciamo a scoprire anche da che film è tratto questo nuovo fake?



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Nuova foto su Twitter , il cadavere di Osama sorretto da un soldato Usa

Corriere della sera


Difficile verificare l'autenticità dello scatto notturno rialnciato dagli hacker di Anonymyus. La ferita in testa sopra l'occhio. Attese le immagini ufficiali



MILANO - Circola sulla rete una nuova foto del cadavere di Osama Bin Laden . Si tratta di un'immagine a raggi infrarossi rilanciata sul social network Twitter, nell'edizione inglese, dagli hacker di Anonymous.
Impossibile, per ora, verificare l'autenticità dello scatto realizzato in notturna. L'uomo indicato come il leader di AlQaeda giace a terra con una ferita sopra l'occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa.

L'ATTESA PER LE FOTO UFFICIALI - Secondo la tv americana Cnn, che ha citato fonti della Casa Bianca, sono attese a breve le foto ufficiali di Bin Laden morto. Alcune delle istantanee, è l'indicrezione raccolta a Washington, «sono estremamente sanguinose». Il governo degli Stati Uniti teme che, proprio perché molto crude, le immagini possano essere usate come strumento di propaganda antiamericana e incitare violenza nei paesi musulmani. In particolare è stato il consigliere del presidente per l'antiterrorismo John Brennan a chiedere di aspettare a rendere pubbliche le immagini .

LA FERITA SOPRA L'OCCHIO SINISTRO - Per il sito drudgereport.com, il presidente Obama sarebbe orientato a diffondere almeno una foto che mostra la morte di Osama. Anche in questo caso si ribadisce che «le immagini sono crude, destinate a suscitare emozioni da est a ovest e ad entrare tra le più viste della storia moderna». Un'immagine mostrerebbe una ferita da arma da fuoco alla testa di Bin Laden, sopra all'occhio sinistro, particolare che coincide con quella vista su Twitter,.

03 maggio 2011



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Il giallo della playmate anni Sessanta Morta da un anno, corpo mummificato

Corriere della sera


Avrebbe compiuto 83 anni in estate. Le fu dedicata la copertina di luglio nel 1959




Yvette Vickers
Yvette Vickers
L'attrice statunitense Yvette Vickers, ex playmate di Playboy e reginetta dei B-movie degli anni Sessanta, è stata trovata morta la settimana scorsa nella sua casa di Benedict Canyon, in California. Avrebbe compiuto 83 anni il prossino 26 agosto. I resti mummificati della Miss Playboy del 1959 (le fu dedicata la copertina del mese di luglio) sono stati ritrovati in una stanza al piano superiore della sua abitazione da una vicina di casa lo scorso 27 aprile, secondo quanto riporta il Los Angeles Times.

MORTA DA UN ANNO - La polizia ha detto che Vickers potrebbe essere morta da molti mesi, forse da un anno viste le condizione in cui sono stati ritrovati i suoi resti. La vicino di casa, Susan Savage, ha dichiarato di aver sospettato qualcosa quando ha visto le ragnatele nella cassetta postale dell'attrice. Sarà l'autopsia a determinare le cause del decesso.

SENSUALE E TURBOLENTA - Tra le reginette dei B-movies, Yvette Vickers è ricordata per la spiccata sensualità che emanava la sua figura e per una vita privata sentimentalmente molto turbolenta. James Cagney la volle con sè quando si cimentò nella regia in «Shot Cut to Hell» (Scorciatoia per l'inferno, 1957) ed i produttori si ricordarono di lei affidandole ruoli secondari in film come La mia terra e L'uomo che non sapeva amare. Il successo della Vickers è tuttavia legato ad alcuni film minori. Tra tutti, Attack of the Giant Leeches (1960) e Attack of the 50 Foot Woman (1958) dove si trovò a rivaleggiare con Allison Hayes, altra stellina di forte personalità e di fascino prorompente. Sposata e divorziata due volte, aveva auto una relazione di 15 anni, con l'attore Jim Hutton, padre di Timothy Hutton.

03 maggio 2011



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Strage di Erba, la Cassazione conferma «Olindo e Rosa sono colpevoli»

Corriere della sera


L'avvocato di parte civile si è visto revocare l'incarico dal Azouz Marzouk che voleva l'annullamento degli ergastoli



ROMA - È definitiva la condanna all'ergastolo per Olindo Romano e Rosa Bazzi, i coniugi accusati della strage di Erba. Lo ha deciso la prima sezione penale della Cassazione. L'11 dicembre 2006 uccisero, in seguito a liti condominiali, Rafaella Castagna con il figlio di 2 anni Youssef, sua madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini.

LA VICENDA - Ci sono volute meno di quattro ore di camera di Consiglio, alla Prima sezione penale della Cassazione, per decidere la conferma del verdetto emesso dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano il 20 aprile 2010. Anche in primo grado, la Corte d'Assise di Como, il 26 novembre 2008, aveva condannato Olindo e Rosa all'ergastolo. In aula, a sentire la lettura del dispositivo c'erano solo i cronisti. I famigliari di Raffaella Castagna se ne sono già andati e anche Azouz Marzouk non è ritornato dopo aver presenziato all'udienza iniziata martedì mattina. Olido e Rosa sono da tempo reclusi in carcere. Nella strage venne uccisa anche una vicina di casa di Raffaella, la signora Valeria Cherubini, mentre suo marito, Mario Frigerio, sopravvisse alle ferite diventando il principale testimone dell'accusa.

AZOUZ - In precedenza Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e papà del piccolo Youssef, due delle quattro vittime della strage di Erba, aveva espresso il desiderio che gli ergastoli inflitti a Olindo Romano e Rosa Bazzi fossero annullati e che il processo fosse riaperto. A riferirlo è Roberto Tropenscovino, il legale di parte civile che martedì mattina si è visto revocare l'incarico dal tunisino, a pochi minuti dall'udienza con il giudice della prima sezione penale della Cassazione. Si discuteva del ricorso presentato dai legali dei due coniugi, ritenuti autori materiali della strage. «Lunedì sera - ha raccontato l'avvocato in una pausa dell'udienza - Marzouk mi ha chiamato e martedì mattina parlato con lui per oltre un'ora: mi voleva imporre non solo di non chiedere gli ergastoli per Olindo e Rosa e il relativo risarcimento, ma anche di chiedere la riapertura del processo. Gli ho spiegato che questo non era il contesto, che la richiesta era incompatibile con il mio ruolo, i miei principi e la mia dignità e che, se lui avesse insistito nel suo atteggiamento, avrei rinunciato all'incarico, perché non intendo gettare fango sui miei principi e sui miei 30 anni di professione». Rinuncia che è stata poi formalmente revocata dallo stesso Marzouk all'inizio dell'udienza.

PERDE IL RISARCIMENTO - Tropenscovino ha spiegato che questo improvviso «cambiamento di rotta è avvenuto, non a mia totale insaputa, qualche settimana fa. Gli ho spiegato che io rispetto i suoi dubbi senza condividerli e, soprattutto, che mi auguro si tratti di dubbi genuini e non indotti. Personalmente auspico che la corte confermi definitivamente gli ergastoli per i coniugi Romano. Se avessi avuto dubbi sulla non colpevolezza di Olindo e Rosa non sarei mai venuto oggi in Cassazione». Marzouk, espulso dall'Italia dopo la condanna per droga, era presente in aula grazie a un permesso speciale come parte lesa nel processo: in serata dovrà tornare in Tunisia. Rinunciando alla costituzione di parte civile, non avrà più diritto al risarcimento dei danni. «Inizialmente era stata chiesta una somma di un milione e 600mila euro di risarcimento, ma a questo punto - spiega il legale - non avrà nemmeno la provvisionale».

Redazione online
03 maggio 2011




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Iervolino si dà al computer e a Skype

Corriere del Mezzogiorno


La prima cittadina prende lezioni di informatica




Rosetta Iervolino
Rosetta Iervolino

NAPOLI — A poco più di un mese dall’addio a Palazzo San Giacomo, Rosa Russo Iervolino, 75 anni a settembre, dà una svolta tecnologica alla sua vita cambiando pelle e prendendo lezioni su come si utilizza un computer. Una seconda vita. Tutta nuova. Finora, infatti, la sindaca di Napoli non aveva mai nascosto come tra lei e la tecnologia esista «una solida distanza, anche se non voluta». Ciò nonostante si parli di un politico di razza, più volte ministro, in corsa per diventare presidente della Repubblica e per la quale c’è chi oggi ipotizza un posto da senatore a vita. E che dire del cellulare, che non ha mai troppo amato: pare infatti che solo lo scorso Natale abbia cominciato a fare gli sms. Ora, però, qualcosa è cambiato. E da lunedì scorso Rosetta è alle prese con parole come «file» , web» , «rete» , «link» «motore di ricerca» .

Un linguaggio comune probabilmente alla maggior parte di noi, molto meno all’ex ministra degli Interni che, finora, non aveva mai avuto voglia, «ma sopratutto il tempo» , per imparare ad usare il pc. «Per me era come parlare arabo, solo che ora, avendo più tempo a disposizione, non posso rimanere fuori dal mondo dell’informatica. Se no, mi sentirei un po’ come mio nonno che non sapeva usare il telefono» . A fine mandato, quindi, un po’ per curiosità, ma soprattutto per l’esigenza di tenersi in contatto con la sua Napoli una volta rientrata a Roma, per Rosetta è diventato obbligatorio saper usare computer, quindi internet, con disinvoltura. Nel frattempo, a riprova della scarsa propensione — finora— all’uso del pc, la sindaca non ha potuto utilizzare il terminale che è nella sua stanza in quanto da tempo è assolutamente out visto che Iervolino nemmeno sapeva accenderlo» , raccontano a Palazzo San Giacomo.

LE LEZIONI -Ecco perché allora la prima cittadina è stata ospitata per le lezioni di informatica dal vicesindaco, Sabatino Santangelo, nella sua stanza, dove invece il computer c’è funziona pure bene. E’ lì che la prima cittadina sta prendendo lezioni un giorno si e un giorno no. Salvo, ovviamente, impegni impellenti. A farle da tutor c’è una ragazza esterna all’amministrazione comunale. «Sarà banale, ma per me è bellissimo poter cliccare e leggere una legge, una sentenza, un parere» , racconta ancora Iervolino. Che aggiunge pure: Quando torno a Roma prendo anche lezioni di scuola guida visto che da anni, pur avendo la patente, mio malgrado non porto più l’auto e potrei avere difficoltà a fare le manovre».

SKYPE E FACEBOOK -Ma non finisce qui. Perché Iervolino sta imparando anche ad usare Skype, il sistema che consente, sempre on line, di telefonare gratuitamente e, volendo, anche di vedere sul monitor del computer l’interlocutore. Un modo moderno, peraltro, anche per tenersi in contatto anche con i figli, sopratutto con la secondogenita che vive a Bruxelles, «e soprattutto con miei nipotini, che potrò contattare gratuitamente ogni giorno» . A breve, poi la sindaca attiverà anche una pagina su facebook, il social network più famoso al mondo, col quale intende rimanere in contatto con amici e non. Come dire: non è mai tropo tardi per imparare.

LA CRITICA - Eppure, c’è anche chi, questo new deal della Iervolino, lo critica. È il caso di Luigi Caramiello, docente di Sociologia alla Federico II e candidato al Consiglio comunale con Forza del Sud, una delle liste che sostiene Lettieri. Caramiello è un esperto in comunicazione in quanto professore di sociologia e storia dei media. «E’ sicuramente meritorio che una signora decida di aprirsi alle nuove tecnologie e al computer, strumento di dialogo collettivo. Ma sul piano politico, davvero è singolare che decida di farlo solo ora che la sua funziona di sindaco volge al termine». Per Caramiello, infatti, si tratta di «una scelta che arriva troppo tardi. L’avesse fatto prima, forse avrebbe avuto una cognizione più precisa di come funziona la città e di cosa lascia».

L' ELOGIO - Di segno opposto, invece, l’idea di Leonardo Impegno, pure lui candidato ma col Pd, a sostegno di Morcone: «Il fatto che anche da adulti ci si misuri con la tecnologia, è un segno di intelligenza e di voler sempre migliorare» , spiega il presidente del Consiglio comunale. Che anzi aggiunge: «Me l’avesse detto che era intenzionata ad imparare, molto volentieri le avrei dato una mano» . Per il candidato del Pd, in ogni caso, la poca conoscenza del mondo informatico «non è stata un problema per Iervolino della quale, infatti, tutti conoscono l’incredibile capacità di velocità di lettura e apprendimento delle varie carte. Credo perciò che questa cosa non abbia tolto molto alla sua azione politica» . Impegno è tra coloro che pure crede molto nell’uso del computer come strumento di comunicazione: non a caso, il prossimo 6 maggio presenterà alla Feltrinelli il libro con Derrick de Kerckhove dal titolo "Politica 2.0", «ovvero l’utilizzo in politica degli strumenti di partecipazione dei social network che hanno cambiato il modo di comunicare, sopratutto in politica» . Cosa che, pur in ritardo, Iervolino ha recepito bene. E ora cerca di bruciare le tappe.

Paolo Cuozzo
03 maggio 2011




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Fisco, Maradona contro Tremonti

Corriere del Mezzogiorno


Diego ci riprova: il 5 si discute del nuovo ricorso. L'erario italiano pretende 38 milioni di euro




El Pibe schiera Pisani contro il fisco italiano

Diego Maradona ha deciso di giocarla la partita decisiva con il fisco italiano: come anticipato dal Corrieredelmezzogiorno.it, sarà l’avvocato Angelo Pisani, presidente di NoiConsumatori e specialista nell’affrontare casi spinosi di “cartelle pazze”, a curare il nuovo ricorso presentato dal Pibe dopo la sconfitta nelle precedenti occasioni. Maradona vuole tornare in Italia liberamente, e solo risolvendo le questioni aperte con l’erario potrà farlo: il debito a suo carico è di circa 38 milioni di euro per mancati versamenti Irpef cresciuti, con gli interessi, di circa tremila euro al giorno. Il 5 maggio, alle 9, davanti alla Commissione provinciale tributaria di Napoli, comincerà la discussione del ricorso presentato dal nuovo collegio difensivo del Pibe.

«Dall’unica prova documentale presentata da Equitalia - spiega Pisani - ossia un avviso di mora del 2000, risulta che fino a quel momento nessun accertamento fiscale o cartella è stato mai notificato al presunto trasgressore, e già questo comporta l’estinzione di ogni credito per maturata prescrizione decennale. L’unico avviso di mora veniva notificato solo il 19 giugno 2000, prima ad un custode del Centro Paradiso e poi in maniera irrituale alla Casa comunale, quindi mai a Maradona che in tale data già non risiedeva più in Italia e giocava nel Siviglia».

Pisani affila le unghie: «Diego - aggiunge il legale - non poteva mai avere conoscenza della richiesta del fisco italiano e quindi non ha potuto esercitare alcun diritto di difesa: ne deriva la nullità ed inammissibilità di qualsivoglia addebito e condanna a suo carico. Chiederemo immediatamente la sospensione dell’esecutività dei pignoramenti a carico del Pibe de Oro: richiesta che, se accolta, permetterebbe a Maradona di rientrare in Italia senza temere conseguenze».

Carlo Tarallo
03 maggio 2011


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F1: Coughlan, ex «spia» McLaren, va alla Williams

Corriere della sera


I due anni di squalifica sono scaduti




Mike Coughlan
Mike Coughlan
MILANO - Mike Coughlan, l'ex ingegnere della McLaren coinvolto nel caso di spionaggio del 2007 per aver fotocopiato i piani della Ferrari, andrà alla Williams. Dopo cinque anni come chief designer alla McLaren, fu licenziato e da allora partecipa alle gare statunitensi della Nascar.

«OTTIMO INGEGNERE» - «Mike Coughlan è un ottimo ingegnere con una vasta esperienza sia in Formula 1 che nel genio civile e della difesa. Ha lasciato la F1 nel 2007 a causa di un comportamento che egli riconosce essere sbagliato e per il quale si rammarica profondamente», ha detto Frank William. «I suoi due anni di squalifica sono scaduti da tempo e Mike è ora determinato a dimostrare a se stesso di essere una nuova persona». «Sono grato alla Williams per avermi dato questa opportunità», ha replicato Coughlan. «La mia esperienza nel 2007 mi ha cambiato la vita. Ora non vedo l'ora di tornare a uno sport che amo e di entrare in una squadra che ho ammirato per molti anni».



Redazione online
03 maggio 2011



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Olocausto, in un database online le proprietà confiscate alle vittime

Corriere della sera


In un archivio multimediale l'elenco di oltre mezzo milione di beni





MILANO - Un database multimediale per restituire i beni confiscati alle vittime dell'Olocausto. Lunedì scorso, nel giorno in cui in Israele si celebrava la giornata della Shoah, è stato lanciato «Project HEART», il primo archivio online che raccoglie l'elenco di oltre mezzo milione di proprietà confiscate agli ebrei o vendute forzatamente. Lo scopo finale del progetto è fare in modo che gli ex proprietari o i loro eredi possano ottenere la restituzione dei beni sottratti con la forza durante il periodo nazista.

CAMPAGNA PUBBLICITARIA - Il progetto, finanziato dal governo israeliano e annunciato durante una conferenza stampa tenutasi domenica scorsa a Gerusalemme, è stato ideato dalla «Jewish Agency for Israel», un'agenzia semigovernativa israeliana che ha appena inaugurato due nuove sedi a Bruxelles e a Milwaukee. L'iniziativa sarà promossa nei prossimi mesi attraverso una campagna pubblicitaria mondiale. Per compilare la lista, gli ideatori hanno spulciato centinaia di archivi europei: il database contiene beni immobili e terreni, oggetti preziosi come opere d'arte e gioielli e anche beni immateriali come azioni, obbligazioni e libretti di risparmio. Molte delle proprietà presenti nell'archivio sono elencate con i nomi dei proprietari originali.

AZIONI LEGALI - Solo in Israele vi sono oggi circa 250.000 sopravvissuti all'Olocausto. Molti tra loro sono anziani che vivono in condizioni di povertà e adesso potranno chiedere la restituzione dei beni iscrivendosi al sito web del progetto che tra l'altro è stato redatto in 13 lingue (italiano incluso). Il primo passo di questo processo - recita il sito web - è individuare le persone che hanno perso delle proprietà in quel periodo e invitarle a inviare il questionario. Dopo aver raccolto tutte le informazioni, gli ideatori del progetto intendono avviare azioni legali per cercare di ottenere la cooperazione di quei governi che fino ad oggi non hanno voluto collaborare. «Il fine ultimo del Progetto HEART- si legge sul sito web - è di fornire gli strumenti, le strategie e le informazioni necessarie per consentire al governo di Israele, al Progetto HEART e ai suoi collaboratori di garantire giustizia alle vittime ebraiche e ai loro eredi, nonché al popolo ebraico».

I PRECEDENTI - Nel corso degli ultimi decenni diverse organizzazioni hanno cercato di ottenere la restituzione dei beni confiscati agli ebrei durante il periodo nazista. Ad esempio la «Conferenza sui reclami materiali ebraici contro la Germania» si è interessata alle proprietà sottratte dai nazisti in Austria e in Germania, mentre la «World Jewish Restitution Organization», ideata all'indomani del crollo dell'Unione Sovietica, si è concentrato sui beni appartenuti agli ebrei negli ex paesi comunisti. Tuttavia, difficilmente singoli proprietari sono riusciti a ottenere il maltolto.

COMMENTI - Come racconta al Jerusalem Post Bobby Brown, Ceo della «Jewish Agency for Israel», questa settimana sono già stati caricati sul sito web ben 650.000 beni appartenuti alle vittime dell'Olocausto. Brown spera di raccogliere nella lista almeno un milione di proprietà entro la fine dell'anno: «La forza e la determinazione del popolo ebraico nasce dal fatto che nel corso dei secoli essi hanno superato le più orribili esperienze umane. Per questo, noi popolo ebraico, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per ottenere un barlume di giustizia che troppo a lungo è stato negato». Natan Sharansky, presidente dell'agenzia semigovernativa, durante la conferenza di domenica scorsa ha ribadito che la restituzione dei beni ai legittimi proprietari è un dovere verso le vittime di questa immane tragedia: «L'Olocausto non è stato solo un genocidio – dichiara Sharansky al New York Times - È stato anche il più grande furto mai avvenuto nella storia».

Francesco Tortora
03 maggio 2011



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Strage di Erba, Marzouk licenzia il suo legale: «Olindo e Rosa sono innocenti»

Corriere della sera


L'avvocato di parte civile si è visto revocare l'incarico dal tunisino, che vorrebbe l'annullamento degli ergastoli






MILANO - Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e papà del piccolo Youssef, due delle quattro vittime della strage di Erba, vorrebbe l'annullamento degli ergastoli inflitti a Olindo Romano e Rosa Bazzi e la riapertura del processo. A riferirlo è Roberto Tropenscovino, il legale di parte civile che stamattina si è visto revocare l'incarico dal tunisino, a pochi minuti dall'udienza con il giudice della prima sezione penale della Cassazione. Si discuteva del ricorso presentato dai legali dei due coniugi, ritenuti autori materiali della strage. «Ieri sera - ha raccontato l'avvocato in una pausa dell'udienza - Marzouk mi ha chiamato e stamattina ho parlato con lui per oltre un'ora: mi voleva imporre non solo di non chiedere gli ergastoli per Olindo e Rosa e il relativo risarcimento, ma anche di chiedere la riapertura del processo. Gli ho spiegato che questo non era il contesto, che la richiesta era incompatibile con il mio ruolo, i miei principi e la mia dignità e che, se lui avesse insistito nel suo atteggiamento, avrei rinunciato all'incarico, perché non intendo gettare fango sui miei principi e sui miei 30 anni di professione». Rinuncia che è stata poi formalmente revocata dallo stesso Marzouk all'inizio dell'udienza.




PERDE IL RISARCIMENTO - Tropenscovino ha spiegato che questo improvviso «cambiamento di rotta è avvenuto, non a mia totale insaputa, qualche settimana fa. Gli ho spiegato che io rispetto i suoi dubbi senza condividerli e, soprattutto, che mi auguro si tratti di dubbi genuini e non indotti. Personalmente auspico che la corte confermi definitivamente gli ergastoli per i coniugi Romano. Se avessi avuto dubbi sulla non colpevolezza di Olindo e Rosa non sarei mai venuto oggi in Cassazione». Marzouk, espulso dall'Italia dopo la condanna per droga, era presente in aula grazie a un permesso speciale come parte lesa nel processo: in serata dovrà tornare in Tunisia. Rinunciando alla costituzione di parte civile, non avrà più diritto al risarcimento dei danni. «Inizialmente era stata chiesta una somma di un milione e 600mila euro di risarcimento, ma a questo punto - spiega il legale - non avrà nemmeno la provvisionale».

IL PADRE E I FRATELLI - In aula c'erano il padre e i fratelli di Raffaella Castagna, che hanno chiesto la conferma delle condanne all'ergastolo per Olindo Romano e Rosa Bazzi. Nella strage venne uccisa anche una vicina di casa di Raffaella, la signora Valeria Cherubini, mentre suo marito, Mario Frigerio, sopravvisse alle ferite diventando il principale testimone dell'accusa. In aula era presente Andrea Frigerio, figlio di Mario e Valeria. I Castagna e Andrea Frigerio, seduti nella parte destra dell' Aula della Prima sezione penale, non hanno mai parlato con Azouz Marzouk, seduto nella parte sinistra. L'uomo probabilmente parteciperà, come ha già fatto in passato, a trasmissioni televisive dedicate alla vicenda di Erba.

Redazione online
03 maggio 2011



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Campi rom, il «fuori onda» di Salvini: «In via Idro so che rimangono...»

Corriere della sera

Sui manifesti elettorali la Lega scrive «foeura di ball». Ma parlando con un'ex simpatizzante esce la verità


MILANO - Chiuso Triboniano, la polemica sui rom monta. L'indice è puntato contro la Lega Nord che attua la linea dura contro i campi nomadi, e ne fa uno spot in vista delle prossime elezioni. Una campagna elettorale all'insegna del «foeura di ball». Ma, quando si tratta di rispondere a un proprio iscritto, in via confidenziale, convinti di non essere né visti né sentiti, allora le cose cambiano e diventano l'opposto. Insomma si predica in un modo e si razzola in un altro. L'europarlamentare e consigliere comunale Matteo Salvini, infatti, rispondendo ad una ex simpatizzante del partito, sui campi rom dice altre cose.

E un filmato (GUARDA) lo incastra. Soprattutto in merito alla questione del campo di transito di via Idro che si vuole attuare e finanziare con 5 milioni di euro. A precisa domanda del perché non si è voluta prendere una posizione netta, neppure sui giornali, Salvini risponde: «Ma perché è chiaro, vado a fare la campagna sul campo di via Idro...» E ancora: «Se in via Idro so che in ogni caso i rom rimangono, non vado a fare lì la campagna».

Il manifesto della Lega sui campi rom
Il manifesto della Lega sui campi rom

IL CASO DI VIA IDRO - L'ex simpatizzante, che abita proprio dalle parti del futuro insediamento, gli fa notare che via Idro è molto vicina a via Padova, già una polveriera, quindi perché proprio lì e non in altri posti, magari in centro. E la risposta è l'opposto di quanto simpatizzanti e iscritti leghisti vorrebbero sentirsi dire. «Ci saranno altri due o tre campi in altri quartieri, non sarà solo via Padova». Dunque «via i rom» è uno slogan che va bene per la campagna elettorale, ma poi sono in programma altri tre campi in città.

«Sulla questione rom - spiega Raffaella Piccinni, ora candidata con l'Idv, presidente del comitato Riprendiamoci Milano, che ha già raccolto 10 mila firme per opporsi alla costruzione dei campi nomadi di transito - la Lega evidentemente ha due programmi, la linea dura che sbandiera in campagna elettorale, come il moderato Sarkozy che lo scorso luglio ha mandato i rom "foeura di ball", e un programma occulto che prevede la costruzione di campi nomadi che definiscono "di transito", eppure i rom di via Idro e quelli degli attuali campi sono stanziali da vent'anni. La verità è che il concetto di campo è creare di fatto un ghetto. Bisogna invece distinguere il cittadino onesto da chi delinque e quindi deve essere punito».


LA REPLICA - Interpellato telefonicamente in merito, Matteo Salvini conferma in toto le sue dichiarazioni: «Quello che mi hanno "rubato" io lo rivendico: è vero che in via Idro ci sarà un'area di transito per i nomadi, come da piano Maroni. Sarà un'area recintata, sorvegliata anche con telecamere, a pagamento, e non saranno ammessi i pregiudicati. Se fossi un residente di via Idro sarei ben contento del cambiamento». E poi una frecciata all'ex simpatizzante: «La signora Piccinni è uscita dalla Lega e ora sostiene Pisapia, che vorrebbe Milano piena di rom: non capisco la sua coerenza». Raffaella Piccinni ribatte prontamente: «Ho fondato il comitato Riprendiamoci Milano perché nelle periferie il problema sicurezza è drammatico, noi tassisti subiamo una rapina al giorno. La Lega ci ha illuso: sfruttano il malcontento delle periferie per avere voti, e poi non mantengono le promesse. Con il piano Maroni sono stati spesi 13 milioni di euro per dare le case ai rom, con la crisi che c'è... Per questo a luglio ho lasciato la Lega e sono entrata nell'Idv, l'unico partito che mi ha dato prova di ascoltare la base, i cittadini».

I ROM DEL TRIBONIANO - Che non tutto fili per il verso giusto, lo ha sottolineato anche la consigliera comunale del Pd, Carmela Rozza, che ha denunciato «un grave atto intimidatorio in via Bellini 11, al Giambellino, da parte di funzionari del Comune che hanno fotografato i cartelli esposti dagli inquilini, minacciandoli di essere accusati del reato di discriminazione». Lo scorso sabato, infatti, gli abitanti di via Bellini 11, avevano affisso alcuni manifesti con la scritta: «Hanno fatto entrare nelle case popolari a loro assegnate i rom di Triboniano. Lo hanno fatto stanotte, di nascosto, trattandoli come ladri. Per lamentele chiamare Salvini, Moratti, Moioli e Maroni. Lo hanno deciso loro». Sull'episodio si sono fatti sentire anche i comitati inquilini della case popolari con un volantino: «Sono state assegnate fuori dalla graduatoria le case popolari alle famiglie rom. Non si sono nemmeno preoccupati di comunicarci l'arrivo delle famiglie e non le hanno neanche accompagnate, anzi hanno cercato di fare tutto di nascosto. Hanno così dimostrato di non avere nessun rispetto e sensibilità né per la famiglie rom né per i cittadini dei quartieri popolari».

(Vai alla discussione sul Forum «Casi Metropolitani»)

Michele Focarete
03 maggio 2011

Il Fatto insulta Wojtyla con una vignetta blasfema Ma i lettori si arrabbiano

di Andrea Indini


Nel giorno della beatificazione, l'inserto satirico pubblica una vignetta di Manara in cui Wojtyla è ritratto in mezzo a donne nude. I lettori: "Indecente". Ma la redazione non si scusa




Papa Giovanni Paolo II tra i cieli. Il suo corpo leggero sostenuto dalle nuvole e, attorno a lui, tre sexy angeli dalle pronunciatissime curve femminili. Le ali piumate, le vesti stracciate a lasciare intravedere il sedere, le cosce lisce e i seni sodi. Ammiccano, sorridono maliziose e lasciano intravedere smorfie di piacere. E il Santo Padre le abbraccia e le tocca. Una voce fuori campo: "T'hanno fatto santo! E' finita la pacchia!". L'irriverente e blasfema copertina del Misfatto, allegato satirico del Fatto Quotidiano, porta la firma di Milo Manara e viene pubblicata proprio in quel primo maggio in cui papa Benedetto XVI ha proclamato beato il Pontefice polacco davanti a oltre un milione e mezzo di pellegrini accorsi da tutto il mondo per pregare il "gigante di Dio". 

La copertina del Misfatto è un vero e proprio graffio, una ferita inferta a un intero popolo, una gratuita violenza che non può essere nascosta dietro alla parola satira. Non è satira sbattere in prima pagina un papa crapulone. Indecente è la prima parola che viene alla mente nel leggere il titolo a caratteri cubitali: "Non c'è pace per Wojtyla". Dallo sdegno si passa al fastidio fisico nel leggere l'occhiello della vignetta: "Sulla terra non lo lasciavano morire (ma poi lo accontentarono, non come a quel peccatore di Welby). In paradiso non lo lasciano vivere". Il primo inserto firmato Stefano Disegni non fa incazzare solo i cattolici che con il Fatto non vogliono avere niente a che fare, ma lascia di stucco anche quei credenti che sono abituati a leggere il quotidiano di Travaglio & Co. Numerose le lettere e le mail di protesta che sono arrivate alla redazione del Fatto.  

Mentre gli altri organi d'informazione - quei ben pensanti sempre  pronti a difendere le pari opportunità di tutte le religioni - non si sono degnati di alzare un dito, l'irriverente Dagospia ha puntato il dito contro i "miscredenti" guidati da Padellaro (leggi l'articolo) e ha dato voce alle rimostranze mosse dai lettori. "Da cattolico non posso approvare il vignettone di in prima pagina del Misfatto - scrive Antonio De Lorenzo da Messina - capisco che la satira deve essere dissacrante, ma, lungi dall'essere un fondamentalista o un creazionista, mi sento offeso dal vedere quella figura rappresentata a quel modo". E ancora: "Voi, forse, non capite che cosa può significare per un cattolico vedere offesa una persona amata, ma da buoni democratici dovreste sapere che il rispetto della dignità altrui è un fondamento costitutivo della democrazia". Non è da meno Emilio Rosso che tuon: "Sono rimasto profondamente addolorato. Manca il rispetto dei sentimenti dei Vostri lettori, che si inquadra tra i principi tutelati dalla nostra Costituzione, di cui, peraltro, il quotidiano si fa sostenitore". 

Alle numerose lettere di protesta il Fatto cosa risponde? Si scusa? Macché! Rincara la dose: "A nostro avviso però la tavola di un grande pittore come Manara non è né volgare né gratuita. Manara ha passato la vita a disegnare bellissime donne così come (per chi ci crede) sono state create. Il Paradiso lui lo immagina così, anche per i papi: un luogo dove l'amore è libero e dove le donne sono creature meravigliose. Sono i suoi personalissimi angeli". Il perché di una vignetta tanto offensiva? Il Fatto dice di aver voluto polemizzare contro le scelte politiche "sbagliate" durante il lungo pontificato di Wojtyla: "la gestione opaca dello Ior, il salvataggio del suo amico Marcinkus, la visita a Pinochet, la mano dura contro i dissenzienti (Kung, teologi della liberazione), la scarsa attenzione al dramma dell'Aids e allo strumento per prevenirlo (il profilattico) e così via". 

Gli insulti e le offese del quotidiano di Padellaro non tolgono niente al miracolo che ha spinto un milione e mezzo di pellegrini a "invadere" Roma domenica scorsa. Né sfilisce la carica umana di un papa che ha saputo rivendicare per il cristianesimo la "speranza" che, per troppo tempo, era stata "ceduta al marxismo e all’ideologia del progresso". Anzi, involontariamente la rilancia e ne amplifica il proprio significato di verità. Perché l'insegnamento che ci ha lasciato Wojtyla è risuonato in San Pietro anche domenica: "Non abbiate



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Il corpo di Bin Laden avvolto in un lenzuolo Poi gettato in mare

di Redazione


Il New York Times rivela alcuni dettagli del funerale di Bin Laden, avvenuto a bordo di una nave da guerra Usa nel Mar Arabico. Il cadavere è stato lavato e avvolto in un lenzuolo bianco, come richiede la tradizione islamica, prima di essere affidato alle acque. Presto verrà mostrato un video



Washington

Osama Bin Laden è morto. Per ora non è stata mostrata alcuna immagine del corpo, salvo quella "taroccata" subito smascherata dalla rete. Ma gli Stati Uniti hanno confermato che era proprio lui, il leader di al Qaida, il bersaglio su cui hanno fatto fuoco le forze speciali nel blitz della scorsa notte ad Abbotabad (a 60 km da Islamabad), nel Pakistan. Ora dagli Usa arriva la notizia che verrà reso pubblico il video del corpo di Osama gettato ieri nel Mar Arabico dalla USS Carl Vinson. La cosiddetta "sepoltura in mare" che ha suscitato non poche polemiche negli ambienti islamici, visto che è prevista solo nel caso di morte in navigazione, lontano da un approdo. A quanto si apprende l’amministrazione Usa starebbe anche valutando l’ipotesi di diffondere le fotografie del corpo del leader di al Qaida, per sfatare ogni dubbio sulla morte. 

Corpo avvolto in un lenzuolo Il cadavere di Osama è stato lavato e avvolto in un lenzuolo bianco, come richiede la tradizione islamica, prima di essere affidato alle acque. È quanto rivela il New York Times dando altri dettagli della sepoltura in mare del capo di al Qaida, già confermata ufficialmente dalla Casa Bianca come la "scelta più opportuna" per poter rispettare il precetto islamico che vuole che il corpo sia sepolto entro 24 ore dalla morte. Senza contare che nessun paese avrebbe voluto ricevere il corpo di Bin Laden e tanto meno rendere il luogo della sua sepoltura una sorta di altare simbolico per tutti i suoi seguaci. 

Il funerale A bordo della Carl Vinson, la portaerei su cui sono atterrati gli elicotteri dei Seals dopo il blitz, si è svolto il funerale di Bin Laden. Secondo quanto reso noto dal Pentagono un ufficiale ha letto un testo religioso, già preparato in anticipo e tradotto da un militare arabo. Poi il corpo è stato messo in una body bag (una sacca) e piazzato su una tavola da dove è stato fatto scivolare in mare. Solo in piccolo gruppo di persone ha assistito alla scena da una delle piattaforme più elevate della portaerei. 

I dettagli del blitz Emergono nuovi dettagli sul blitz e sulle modalità con cui è stato ucciso Bin Laden. La Casa Bianca, in particolare, ha smentito alcune voci secondo cui Osama si sarebbe servito di una donna, apparentemente una delle mogli, come scudo umano, durante il blitz. Quanto al figlio ucciso nell’incursione di tratterebbe di Hamza, 18 anni, da molti considerato uno dei possibili eredi dello sceicco del terrore alla guida diaAl Qaida. 

Nel covo sequestrati computer e documenti Nell’operazione che ha portato all’uccisione di Bin Laden gli agenti e i militari americani sono riusciti a entrare in possesso di diversi documenti che potrebbero rivelarsi preziosi nella lotta ai terroristi. Come rivela una fonte dell’intelligence Usa al sito "Politico" l’operazione non ha precedenti. Quello di scoprire "cosa diavolo c’è sul disco fisso di Osama" era il sogno proibito di ogni funzionario di intelligence, dice, e almeno in parte questo sogno sta per realizzari. Probabilmente, aggiunge la fonte, molti dei file sui computer sequestrati nella residenza di Osama saranno stati cancellati ma se anche "il dieci per cento del materiale documentario fosse visionabile" sarebbe comunque una scoperta eccezionale. Nell’irruzione americana sono stati recuperati computer, dischetti e documenti vari.





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Osama-Geronimo, un parallelo sbagliato

Corriere della sera


Durante l'operazione il nome in codice del leader di Al Qaeda era quello del capo Apache: impropriamente



WASHINGTON - La scelta del nome in codice per Osama non è stata troppo felice. Lo hanno ribattezzato «Geronimo», come il famoso capo degli Apaches. L’indiano si era rivelato un osso duro per l’esercito americano. Ci vollero 5.000 soldati e una campagna militare feroce per mettere fine alle scorrerie di Geronimo, costretto alla resa nel 1886 a Skeleton Canyon (Arizona). Dopo la cattura venne condannato e deportato in Florida.


Geronimo
Geronimo
DIMENTICANZE - Certo, gli Apaches hanno ucciso molti coloni, ma erano stati depredati delle loro terre, colpiti da incursioni della cavalleria e lo stesso Geronimo aveva visto la sua famiglia trucidata dai messicani. Come ha osservato la rete Cbs – interpretando il pensiero di molti – il capo degli Apaches non ha nulla in comune con il leader di Al Qaeda. E non è solo questione di essere politicamente corretti. Il Pentagono ha dimenticato che anche i nativi americani hanno partecipato alla caccia a Bin Laden. Alcuni di loro, abili nel leggere le tracce sul terreno, sono stati inviati in Afghanistan dove hanno assistito i reparti impegnati lungo i sentieri di montagna. Durante il blitz dei Navy Seals, i soldati non appena hanno eliminato Bin Laden hanno comunicato al loro comando: «Geronimo E-KIA». Ossia Geronimo, nemico ucciso in azione (in inglese enemy killed in action, ndr).


  Guido Olimpio

03 maggio 2011




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Processare Osama Bin Laden Un'occasione (mancata) di forza

Corriere della sera


di ALDO CAZZULLO


E' giusto festeggiare la morte di un uomo, per quanto abietto? Non sarebbe stata una prova di forza ancora maggiore catturare Osama Bin Laden e processarlo per i suoi crimini, anziché ucciderlo e gettarne il corpo in mare?



La discussione sulla fine da riservare ai nemici dell'umanità dura da venticinque secoli. «Era ora! Prendiamoci una sbornia/ beviamo a viva forza: Mirsilo è morto». Così Alceo celebrava la fine del tiranno che l'aveva esiliato da Mitilene, e inaugurava un genere letterario, il «nunc est bibendum» di Orazio: ora si deve brindare. Nella Grecia antica, la civiltà che inventò la democrazia, il tirannicidio era considerato un valore, e gli ateniesi eressero una statua di bronzo ad Armodio e Aristogitone, che li avevano liberati dal despota Ipparco. E in America nessuno o quasi protestò quando fu impiccato Saddam Hussein. Per questo celebrare a Ground Zero la morte dell'uomo che volle l'11 settembre è apparso del tutto naturale, e probabilmente lo è. Non esistono regole generali, ogni personaggio fa storia a sé. La logistica finisce per contare più dei princìpi; e gli uomini che hanno ucciso Bin Laden forse non potevano agire diversamente. Se l'altro giorno - per singolare coincidenza - fosse morto pure Gheddafi sotto i missili Nato, la guerra civile che dilania la Libia sarebbe già finita; e certo non sarebbe un male.

Ma il realismo politico non impedisce di farci qualche domanda. Sottoporre Osama Bin Laden a un regolare processo, magari davanti al tribunale internazionale costituito proprio allo scopo di provare e punire i crimini contro l'umanità, sarebbe stato un passaggio difficile per l'America, ma certo avrebbe rafforzato il suo prestigio di patria della democrazia moderna, uscita scossa dalle vicende dell'Iraq, di Abu Ghraib, di Guantanamo. È difficile avanzare rilievi agli uomini che hanno liberato il mondo dal fondatore di Al Qaeda e che oggi un'intera nazione onora, a cominciare dal presidente democratico Obama e da Hillary Clinton, che annuncia secca: «Bin Laden è morto, giustizia è fatta». Però non c'è dubbio che le buone cause non escono ridimensionate ma rafforzate da un procedimento giudiziario condotto secondo il diritto internazionale, che comprende anche le garanzie per i colpevoli.

Qualche anno fa si è riaperta in Italia la discussione sull'opportunità della fine di Mussolini. D'Alema definì un errore l'esecuzione per mano dei partigiani, subito corretto dall'allora segretario Ds Fassino. I realisti ricordarono che un processo al Duce sarebbe stato fonte di grandi imbarazzi, non solo per gli antifascisti dell'ultima ora, ma anche per le potenze alleate che l'avevano avuto come interlocutore (e, nel caso di Churchill, corrispondente) per anni. Neppure Bin Laden e la sua famiglia sono del tutto estranei all'establishment americano. Ma il punto non è questo. Nessun uomo davvero libero, se non qualche estremista islamico o qualche derelitto animato dal rancore per l'Occidente, piangerà la morte di Bin Laden. Così come nessuno, se non i beneficiati della sua tribù, piangerebbe domani la morte di Gheddafi. Ricordare l'esistenza di un'altra via - la cattura, il processo, la condanna, l'espiazione della pena - non significa abbandonarsi a facili umanitarismi. Significa ribadire la superiorità del diritto e della democrazia sul terrore e sul dispotismo.


03 maggio 2011



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Gli agenti: «Non vogliamo più prestare servizio a Trevi»

Il Messaggero


di Laura Bogliolo


ROMA - C’è un fuggi fuggi generalizzato da Fontana di Trevi. Protagonisti dell’esodo non sono i venditori ambulanti abusivi che continuano a presidiare la piazza. Ma gli agenti della polizia municipale. Non vogliono più prestare servizio nell’area diventata un terreno minato dopo il video-denuncia delle Iene. «Troppo rischioso, se dovesse comparire di nuovo D’Artagnan cosa potremmo fare?» continuano a dire gli agenti, convinti che i tre colleghi in servizio il 14 marzo (giorno in cui venne girato il video) non potevano fare di più. «Hanno paura di prestare servizio a Fontana di Trevi - spiega Franco Cirulli, responsabile Uil della polizia municipale di Roma - non si sentono tutelati, temono di fare la fine dei tre vigili sospesi ai quali tra l’altro non si può contestare nulla».

Le immagini però parlano chiaro: inerzia totale davanti al furto di monetine. Parlano chiaro anche i verbali degli agenti: in nessuno si legge dell’aggressione e delle minacce subite dall’inviato delle Iene Filippo Roma. I vigili coinvolti nello scandalo intanto continuano a prestare servizio: non più in strada, svolgono lavoro d’ufficio nella sede del comando generale di via della Consolazione. Dario Giannini, 50 anni, Marco Gismondi, 41, e Carla Bacchetta, 36 anni, sono stati sospesi dalle funzioni di polizia giudiziaria in attesa che si concluda il provvedimento disciplinare a loro carico. 


Rischiano dal richiamo verbale alla sospensione di 4 ore dallo stipendio che comporta l’impossibilità per due anni di essere promossi. Bacchetta, assunta nel novembre dello scorso anno, è quella che rischia di più: «E’ in prova, potrebbe essere licenziata» aveva detto il comandante Giuliani. Si dovrà aspettare un mese circa per sapere quali provvedimenti saranno presi. Qualche previsione? 

Ai vigili coinvolti nello scandalo di Campo de’ Fiori (fontanella rotta, strip-tease di un turista inglese poi pestato) è toccato un richiamo verbale. Intanto il malcontento tra gli agenti del I Gruppo cresce. Venerdì scorso c’è stata un’infuocata riunione nella sede di via Montecatini con oltre 700 vigili che hanno chiesto spiegazioni al comandante Giuliani «perché - dicono - sa benissimo che da vent’anni la situazione alla fontana di Trevi è la stessa e non è giusto che ci vadano di mezzo i colleghi del video». 

Sembra che il comandante li abbia rassicurati. E le monetine? Vengono raccolte dal lunedì al sabato alle 7 da operatori Acea. Il bottino (800mila euro nel 2010) è destinato alla Caritas. Venerdì scorso all’alba c’era una pattuglia a vigilare sulla Fontana: un agente alla guida dell’auto e una vigilessa seduta accanto assopita sul sedile abbassato. Anche ieri nessuna traccia di D’Artagnan. Alle 15 in sottofondo il fischietto di un agente che non faceva neanche bagnare le mani nella Fontana.


Martedì 03 Maggio 2011 - 11:38




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Fontana di Trevi, dopo lo scandalo trasferito il capo dei vigili del Centro

Identificato il corriere che ha portato alla scoperta del covo di Osama

Il Tempo


Secondo quanto ha riferito una fonte diplomatica citata dalla Cnn sarebbe il kuwaitiano


Il misterioso corriere che ha portato alla scoperta del covo di Osama bin Laden sarebbe il kuwaitiano Abu Ahmad al Kuwaiti, secondo quanto ha riferito una fonte diplomatica citata dalla Cnn. Le autorità americane non hanno rivelato il nome dell'uomo, ma i documenti diffusi da Wikileaks su Guantanamo contengono diversi riferimenti ad al Kuwaiti negli interrogatori dei prigionieri. E sappiamo che proprio da questi interrogatori è emerso il nome del corriere, indicato come molto vicino a Khalid Sheikh Mohammed, il "cervello" degli attentati dell'11 settembre, anche lui originario del Kuwait.

Uno dei documenti di Wikileaks parla del detenuto Maad al Qhattani. L'uomo doveva agire come 20esimo attentatore l'11 settembre, ma non ottenne il visto per entrare negli Stati Uniti. Secondo gli interrogatori, Qhattani era stato addestrato all'uso del computer da al Kuwaiti, indicato come «subordinato» di Khalid Sheikh Mohammed, che lo faceva lavorare nella sua «media house» di Kandahar. Al Kuwaiti viene descritto negli interrogatori anche come «corriere» ed è segnalato come uno degli uomini che accompagnò Osama bin Laden a Tora Bora, dove gli americani tentarono invano di catturarlo. Al Kuwaiti, di cui non è mai stata annunciata la cattura, viene anche menzionato nell'interrogatorio del terrorista indonesiano Riduan Isomuddin, come la persona che lo ospitò per due settimane quando lasciò Kandahar per Karachi, in Pakistan, nel novembre 2001.



03/05/2011




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Donne al Supermercato con bodyguard senz'anima e senza testa

Il Mattino


Gentili Signori,
li vedi camminare per strada, nei supermercati, in qualunque altro posto.
Sono di solito piuttosto alti, grossi ma anche
rotondi, testa rasata, sguardo torvo, inespressivo.

Sono spesso a seguito e dietro la donnina di
turno vestita succinta e mostrante quel poco (o
tanto) che ha. Portano qualcosa, una scatola, una
borsa della spesa, il bambino di lei. Si guardano
intorno stile vedetta come se da un momento
all'altro dovesse spuntare un carro armato
nemico. Se li incontri in gruppo di solito parla
lei, loro stanno zitti e osservano. Sembrano quei
grossi cani silenziosi (stile maremmano, o
rottweiler) apparentemente rilassati, ma pronti ad assalirti alla gola.

E infatti basta poco, un'occhiata alla signora,
un parcheggio, un fraintendimento, una divergenza
di opinioni.. che spunta il coltello, un mattone
in faccia, una spinta in mezzo di strada, niente
nel mezzo ma direttamente ciò che più di letale passa loro per la testa.

Non sono ne romeni ne islamici, sono italiani,
sono giovani. La nuova sottocultura di uomini
totalmente privi di anima, di pensiero autonomo,
assoggettati a donna e ideologie malsane, hanno
occhi spenti come squali e non hanno grande
interesse per la vita, per questo non hanno
particolare timore nel fare cose che potrebbero
fargliela perdere o farla perdere ad altri.

Questo è il risultato banale dell'assenza di
educazione ed affetto VERI in un paese dove tra
politica, reality e vita reale ci mettono uno
contro l'altro, dove vince chi per 500 euro tradisce il prossimo.

Unica speranza è per chi ha ancora neuroni
funzionanti crescere e coltivare una società
nuova, una cultura di pace e fratellanza, che ci
riporti verso la vita e l'evoluzione, al
contrario di quella di oggi che ci spinge ad
essere prostitute e papponi e che ci sta facendo
perdere in pochi decenni ciò che in secoli di
cultura e sapere abbiamo conquistato come genere
umano. Il fatto è che l'umanità va insegnata ogni
volta, in ogni vita, perché come la scimmia
progenitore da cui discendiamo anche il bambino
nasce a 4 zampe e non capisce, e impara solo se
qualcuno lo cura e lo educa. Detto in una frase:
animali si nasce, umani si diventa.

M.Rossi
spiagge@email.it
ps. autorizzo la pubblicazione
Giovedì 28 Aprile 2011 - 21:57    Ultimo aggiornamento: Venerdì 29 Aprile - 11:23




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Quei due milioni di italiani che non hanno sete (d'acqua)

Corriere della sera


Dal collasso all'obesità: cosa si rischia. I nuovi studi






MILANO - Il 5% degli italiani, circa 2 milioni di persone di età compresa tra i 18 ed i 64 anni, non beve acqua. Né di rubinetto né minerale. Lo afferma una ricerca GfK Eurisko. Un dato di per sé molto preoccupante, se si considera il ruolo vitale dell'acqua. Il corpo umano, infatti, ne è composto in media per il 60%. In media, perché il quantitativo di acqua nelle cellule, e tra una cellula e l'altra, varia a seconda dell'età: 75-80% nel neonato, 40-50 nell'anziano. E varia da organo a organo, di più laddove è alta l'attività metabolica: cervello (85%), sangue (80), muscoli (75), pelle (70), tessuto connettivo (60) e ossa (30). Il tessuto con il minor quantitativo di acqua è quello adiposo, il grasso, con il 20%. I soggetti obesi hanno una percentuale di acqua inferiore a quella delle persone con un peso normale. E bere acqua contrasta cellulite e accumuli anti-estetici. Lo stesso pianeta Terra, considerate le percentuali del prezioso liquido che lo ricopre e lo perfonde, dovrebbe chiamarsi Acqua. Salata per lo più, ma pur sempre acqua.

Elemento prezioso, chiave di prevenzione, di benessere, di lunga vita. È quanto rammenta, e ribadisce, il Consensus Paper scientifico «Idratazione per il benessere dell'organismo» firmato da Umberto Solimene, idrologo medico dell'università di Milano, e da Alessandro Zanasi, idrologo e docente in malattie dell'apparato respiratorio dell'università di Bologna. Insieme hanno tirato la somma di recenti studi nazionali e internazionali sulle proprietà salutari del cosiddetto oro blu. Da cui un dogma: una corretta idratazione è fondamentale per il naturale svolgimento delle reazioni biochimiche e dei processi che assicurano la vita. Dal trasporto dei nutrienti alla regolazione del bilancio energetico, dalla funzione detossicante alla regolazione della temperatura corporea, all'equilibrio idrico. E aggiunge Solimene: «Favorisce i processi digestivi, è fonte di sali minerali e svolge un ruolo importante come diluente delle sostanze ingerite, inclusi i medicinali».

In generale è importante mantenere un buon bilancio idrico, che significa compensare adeguatamente la perdita di acqua, tenendo conto che la quantità introdotta con gli alimenti non è sufficiente e che quindi è fondamentale berla. Quando il bilancio idrico si fa negativo si parla di disidratazione, letteralmente cattiva idratazione. E si rischia. Una diminuzione dell'acqua corporea del 2% rispetto al totale, per esempio, è già in grado di alterare la termoregolazione e di influire negativamente sul sangue, rendendolo più viscoso: il cuore si affatica e si può arrivare, in casi estremi, al collasso. Con una diminuzione del 5% si hanno crampi muscolari, con una del 7 si possono avere allucinazioni e perdita di coscienza. Una disidratazione vicina al 20% del peso corporeo risulta addirittura incompatibile con la vita.

Ma che cosa fa «perdere» acqua al nostro corpo? L'assunzione insufficiente di liquidi, l'esposizione ad un clima secco e ventilato, non necessariamente caldo, l'attività fisica intensa e prolungata, gli episodi ripetuti di vomito e diarrea, le ustioni. E, allora, quanto bisogna bere al giorno per stare bene? Dice Zanasi: «Per gli sportivi, per esempio, la quantità di acqua necessaria va definita in base al tipo di attività svolta, alla durata e alle condizioni climatiche: si va da 1 litro e mezzo a 3 litri al giorno. Per un sedentario sono sufficienti 1,2-2,5 litri. Chi svolge attività fisica e vive in un ambiente caldo, invece, può aver bisogno di bere anche 6 litri di liquidi al giorno. E più intensa è l'attività, più cresce il bisogno». Per alcuni soggetti, come le donne in gravidanza, l'acqua è poi particolarmente importante: va assicurata l'omeostasi di due organismi. O come i bambini: il loro sviluppo dipende da quanto bevono ogni giorno.

Fondamentale, infine, sapere che cosa contiene l'acqua.
Quali minerali e quali oligoelementi. Sarebbe importante avere un'etichetta con quantità e residui anche per quella del rubinetto. Non basta sapere che è potabile.


Mario Pappagallo
03 maggio 2011



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Bar e trattorie adesso sfidano lo Stato: la battaglia silenziosa dei buoni pasto

Corriere della sera


Le gare al massimo ribasso creano un caso. Atteso l'intervento dell'Authority



Quella dei buoni pasto è una guerra silenziosa. Si combatte ogni giorno nei bar e nelle tavole fredde delle grandi città italiane. Ad animarla sono, da una parte, i piccoli esercenti di bar, pizzerie e mini-trattorie, dall'altra l'amministrazione dello Stato o le grandi aziende come l'Eni. In mezzo ci sono 2,2 milioni di lavoratori, il «popolo dei buoni pasto», 800 mila dei quali sono dipendenti pubblici e il resto privati. I buontemponi sostengono che il vero dualismo del mercato del lavoro sia proprio questo, i lavoratori che possono usufruire della mensa aziendale «contrapposti» ai loro colleghi che invece sono costretti a mangiare panini cinque giorni su sette. I primi sono considerati dei privilegiati che fanno un pò di fila con il vassoio in mano ma poi si siedono a tavola e consumano a prezzi aziendali un primo, un secondo e magari anche la frutta. I secondi invece sono costretti a sciamare in tutta fretta verso bar e tavole fredde per accaparrarsi i pochi posti a sedere e le pietanze migliori. Alla fine del pasto pagano con un buono esentasse che quasi sempre ha l'importo facciale di 5 euro ma è attorno al valore reale di quei 5 euro che infuria la battaglia.

Un mercato da 2,5 miliardi. I buoni pasto sono di tradizione anglosassone, sono stati introdotti in Italia nel 1976 e da allora hanno conosciuto un crescente successo. Secondo i dati dell'ultimo studio Nomisma chi pranza fuori casa utilizza per il 24% bar e snack bar, per il 22% ristoranti, trattorie e pizzerie, per il 15,2% mense aziendali e il 12% si porta il cibo da casa. Così il mercato dei buoni pasto vale 2,5 miliardi di euro e per controllarlo si azzuffano una decina di società, diverse delle quali a capitale straniero (come la francese Edenred, leader di mercato al 43% con il marchio Ticket Restaurant). Per ottenere i contratti più interessanti, quelli che con un colpo solo portano migliaia di clienti, le società che stanno dietro Day, Passlunch o Ristomat sono disposte a battersi fino all'ultimo centesimo ma la loro organizzazione, l'Anseb, ora ha detto basta e assieme alla Fipe, che rappresenta gli esercenti, si è rivolta all'Authority dei contratti pubblici.

Nell'attesa il banco di prova della ribellione è un maxi-contratto Eni (4 mila dipendenti per un ammontare di 8 milioni di euro) che dovrebbe essere aggiudicato nei prossimi mesi e che si presenta particolarmente appetibile, visto che la società petrolifera concede ai propri dipendenti un ricco bonus di 10 euro. I negoziatori del gruppo del cane a sei zampe vorrebbero procedere, come fanno gli altri enti pubblici, alla gara al massimo ribasso per risparmiare il più possibile ma le organizzazioni di categoria si sono messe di traverso. E come primo risultato hanno spuntato un incontro con i vertici dell'Eni che si dovrebbe tenere nella prima decade di maggio. «Se anche l'Eni, che non ha problemi di bilancio, sceglie la strada del massimo ribasso per il mercato è devastante» dice Franco Tumino, presidente di Anseb.

L'esempio francese. Il perché della devastazione si spiega così: le gare al ribasso si chiudono con un sconto che oscilla tra il 16 e il 20% e qualcuno alla fine lo deve pagare. Il datore di lavoro fornisce ai propri dipendenti un buono pasto da 5 euro, l'impiegato va nel bar o in pizzeria e consuma per 5 euro ma quando l'esercente va a riscuotere quel buono se lo trova decurtato almeno del 10%. In sostanza pur di avere clienti e non rimanere fuori dal giro lavora sotto costo e in più deve attendere mesi prima di riscuotere i soldi che ha anticipato.

Così dunque non si può andare avanti a lungo e cova la ribellione anche perché nella vicina Francia non succede niente di ciò e al massimo l'esercente paga una commissione del 3%. Già nel 2007 ci fu una protesta collettiva, un «No ticket day» che portò gli esercenti a non accettare per un giorno buoni pasto in pagamento e qualcosa del genere sta maturando anche oggi. Le prime avvisaglie si registrano in provincia ma anche nelle grandi città la misura è colma.

È evidente che in tempo di crisi per un bar o una piccola trattoria contare ogni giorno su un numero di panini o coperti costante è un fattore-chiave di programmazione aziendale e quindi è assai difficile che qualcuno voglia uscire dal giro dei buoni pasto ma quel 10% in meno è una mannaia. E del resto nelle zone a maggiore concentrazione di uffici del centro di Milano già si assiste a un fenomeno di questo tipo: i bar tengono aperto quasi esclusivamente in funzione della pausa pranzo degli impiegati e così alle 15 del venerdì pomeriggio già si preparano a chiudere, per riaprire solo il lunedì successivo. Gli impiegati con il buono pasto sono diventati il loro core business. Ma i rappresentanti della Fipe non hanno nessuna intenzione di lasciare le come stanno e chiamano alla lotta anche i lavoratori dipendenti. «Cgil-Cisl e Uil dovrebbero stare dalla nostra parte - dice il presidente della Fipe, Lino Stoppani -. In fondo hanno contrattato un buono di 5 euro e invece i loro datori di lavoro, che hanno già risparmiato non attrezzando la mensa, ora vogliono spendere ancora meno ma così fanno correre a tutti grandi rischi».

Le voci riferiscono infatti che le trattative al massimo ribasso nei buoni pasto come nell'edilizia si prestano a manovre oscure. Documenti o fatti concreti non ne esistono ma si vocifera che certe società che prendono contratti con sconti incredibili lo possono fare perché non si interessano al business in quanto tale ma solo a riciclare denaro. Poi sta succedendo che i buoni pasto sono diventati dei mini-assegni, dovrebbero essere usati solo per comprare cibo da consumare immediatamente invece finiscono nelle casse dei supermercati in cambio della merce più varia (dalle calze ai quaderni per scuola). I supermercati non vedono di buon occhio la cosa ma anche loro per non perdere clienti li accettano.

La pubblica amministrazione. Ma si può rimproverare lo Stato di voler risparmiare? Le leggi della concorrenza possono essere sospese perché solo qualche bar rischia di chiudere? La pubblica amministrazione è obbligata a negoziare gli appalti attraverso la Consip utilizzando il metodo della gara mentre i privati possono procedere per selezione. Lo Stato ovviamente ha tutto l'interesse a spendere meno e di conseguenza la battaglia dei baristi ribelli si presenta in salita. Anche per questo Fipe e Anseb confidano molto in un pronunciamento dell'Authority degli appalti e in una successiva segnalazione al Parlamento. L'ipotesi avanzata dall'Anseb suggerisce che le gare vengano assegnate non al massimo ribasso ma con la formula «dell'offerta economicamente più vantaggiosa», che possa comprendere oltre al prezzo anche la qualità del servizio e quindi non costringa gli esercenti a risparmiare sulle materie prime pur di guadagnare. Del resto, dicono alla Fipe, fino al 2007 già il settore era governato così in virtù di un decreto emanato dall'allora ministro Claudio Scajola, poi la materia è andata al Tar che ha rovesciato l'impostazione e ha dato il via a quella che gli esercenti giudicano la più «imperfetta» delle liberalizzazioni.


Dario Di Vico
03 maggio 2011



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Dolce e Gabbana, il giudice: «Non fu evasione, tutto alla luce del sole

Corriere della sera


Il gup: la società Gado fu fondata regolarmente dai due stilisti in Lussemburgo, nessuna truffa



MILANO - Nessuna truffa fu messa a segno da Domenico Dolce e Stefano Gabbana, perché i passaggi che portarono alla costituzione di una società a loro ricondubile in Lussemburgo, dove vige un sistema fiscale agevolato, avvennero «alla luce del sole». Lo spiega il gup Simone Luerti nelle motivazioni della sentenza che ha assolto i due stilisti, il 1° aprile scorso, dalle accuse di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi per circa un miliardo di euro. L'ipotesi della Procura era che i due creatori di moda avessero aperto in Lussemburgo una società, la Gado srl, per lo sfruttamento dei marchi per non pagare le tasse in Italia.

ALLA LUCE DEL SOLE - «La contestata natura artificiosa delle condotte poste in essere a vario titolo dagli imputati - osserva il gup nelle 29 pagine della motivazione del verdetto, depositate oggi - non è affatto scontata né evidente. Oltre alla cessione dei marchi non fittizia, si osserva che l'intera operazione si è realizzata alla luce del sole, dagli incarichi ai professionisti agli atti costitutivi delle società, alla loro denominazione. Appare singolare - continua Luerti - una truffa il cui congegno artificioso forma oggetto di contratti e relazioni scritte dalle parti, come dimostrano le missive tra Luciano Patelli (commercialista del gruppo, anch'egli assolto, ndr) e il management di D & G».

LA SOCIETA' GADO - Il gup, pur sottolineando che nel processo in esame (...) il fatto storico è compiutamente accertato e sostanzialmente non controverso tra le parti, trattandosi soprattutto di materia altamente tecnica e prevalentemente documentale», dà una diversa interpretazione della realtà dei fatti dal punto di vista del diritto penale rispetto alle conclusioni tratte dal pm Laura Pedio. Questa contestava a Dolce e Gaddana una maxievasione fiscale su un imponibile di circa un miliardo (416,8 milioni ciascuno), esercitata attraverso il trasferimento formale nel 2004 di una loro società in un paradiso fiscale, il Lussemburgo, con il solo scopo di pagare meno tasse in Italia, dove però l’azienda continuava a suo avviso a operare regolarmente.

L’operazione è stata realizzata attraverso la cessione dei marchi della maison, che garantiscono royalties per milioni e milioni di euro, alla «Gado sarl» (acronimo di Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana Luxembourg per 360 milioni. Una stima secondo l’accusa eccessivamente al ribasso e, dato che i brand della maison fondata nel 1985 era stato stimato in 1.193.712.000 euro, l’operazione avrebbe consentito un risparmio notevole sulle imposte da pagare per il profitto realizzato.

ELUSIONE FISCALE - Ora però Luerti sostiene che «nel caso in esame, nulla dice - e nulla dirà mai - che Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno effettivamente percepito dall’acquirente Gado sarl (e poi occultato) un corrispettivo superiore a quello dichiarato di 360 milioni di euro in violazione dell’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000. Non sono dimostrate, ma soprattutto nemmeno affermate, la tenuta irregolare delle scritture contabili, né meno che mai l’esistenza di una contabilità "in nero" (...). Al contrario, tutto lascia deporre per l’effettività di quel prezzo». Piuttosto, secondo Luerti, «le condotte contestate integrano palesemente una delle molteplici forme che assume l’elusione fiscale, il cui rilievo penale tributario è tutto da verificare».


Redazione online
03 maggio 2011



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Due colpi, caccia chiusa Osama e i sospetti liquidati in 40 minuti

Corriere della sera

La villa-fortino si trovava a circa 50 chilometri dalla capitale, nei pressi di un'accademia militare


WASHINGTON - Quaranta minuti per liquidare Osama e tanti sospetti. La fine di Osama Bin Laden è iniziata molto prima che i commandos americani lo spazzassero via a colpi di mitra all'interno di un vistoso palazzo a Abbottabad, in Pakistan.

La prima traccia
E' il 2007, gli americani hanno in mano a Guantánamo e, nelle prigioni segrete della Cia, due uomini chiave. Khaled Sheikh Mohammed e Abu Faraj al Libi. La coppia di terroristi, sottoposta al waterboarding, parla. E gli 007 ricavano le indicazioni su un probabile corriere usato da Osama. E' poco ma è un punto da dove partire. Due anni dopo scoprono la zona che frequenta. È nel Nord del Pakistan. Il team della Cia, conosciuto come «The Cadre», composto da novellini e vecchi agenti richiamati dal servizio, analizza le informazioni. Serve pazienza. Che sarà premiata solo nell'agosto 2010, quando il campo di ricerca si restringe su Abbottabad, a 50 chilometri dalla capitale Islamabad. La filatura del corriere porta gli agenti ad un complesso costruito nel 2005, circondato da alti muri e costato 1 milione di dollari. Ci vive qualcuno di importante. Ma estremamente riservato. Non ha telefono, né collegamento Internet. Si vede di rado e poi - cosa strana - invece che buttare l'immondizia la brucia. La sorveglianza si fa più intensa. La Cia ricorre ai satelliti e probabilmente a velivoli spia. Quell'edificio costruito con una pianta a piramide nasconde un segreto.

Il sospetto
In settembre l'intelligence ritiene di avere indizi sufficienti per dire che l'ospite potrebbe essere proprio Osama. Ma i ripetuti falsi avvistamenti e il timore che tutto salti inducono gli 007 alla cautela. La notizia arriva alla Casa Bianca. E a partire dal 14 marzo, il presidente Obama presiede almeno 5 riunioni dedicate al dossier. Valutazioni politiche si intrecciano con quelle degli agenti. L'ultimo meeting, quello decisivo, si svolge alle 8.20 di venerdì (ora americana), poche ore prima che Obama raggiunga l'Alabama. Il presidente autorizza l'operazione e decide di tenere all'oscuro i pachistani.

Dentro il covo di Bin Laden

La preparazione
La missione è affidata allo speciale team antiterrorismo dei Navy Seals. Sono conosciuti come i «DevGru». La loro base è in Virginia, lavorano gomito a gomito con la Cia. Sono i «muscoli» o anche i «cavernicoli». Grazie alle foto scattate dai satelliti hanno ricostruito una copia dell'edificio di Abbottabad. Provano e riprovano per non sbagliare le mosse. Cronometrano i tempi, ipotizzano gli imprevisti e le contromisure. I loro compagni impersonano i «cattivi». Gli 007, intanto, sorvegliano la residenza. E accertano che 10-12 giorni prima l'ospite è tornato nella villa. Bisogna agire prima che sia troppo tardi.


L'assalto
E' notte fonda in Pakistan quando quattro elicotteri - una versione speciale dei Blackhawk - entra nello spazio aereo pachistano. La provenienza è tutt'ora un mistero. A bordo ci sono i DevGru incaricati dell'assalto e le unità d'appoggio. Altri velivoli forniscono la copertura. Non è chiaro come i pachistani non vedono quanto sta accadendo. Gli hanno accecato i radar? Fanno finta di nulla? A Washington sono attive tre situation room. Una è alla Casa Bianca con Obama. La seconda è nella sede Cia di Langley con Leon Panetta. La terza in Afghanistan dove c'è il generale McRaven, responsabile delle operazioni speciali. Tutti possono seguire via audio e video quello che accade a migliaia di chilometri di distanza. Alle 14 di domenica il presidente rivede gli ultimi dettagli con la sua squadra. Il piano prevede che due elicotteri calino le cime lungo le quali devono scendere i commandos. Ma uno dei Blackhawk ha un'avaria, è costretto ad atterrare.

Verrà distrutto per impedire che cada in mano ostili. Entra in scena un terzo elicottero. L'incidente può compromettere tutto. E' un momento drammatico, qualcuno ripensa alla sconfitta di Mogadiscio. Blackhawk down. I Seals vanno avanti lo stesso. Si aprono la strada nel complesso diventato un fortino: granate stordenti, raffiche di mitra e poi il grido «clear», pulito, per segnalare via libera. I qaedisti rispondono con i Kalashnikov. Osama, che occupa con i suoi il primo e il secondo piano, non ha una grande scorta. Con lui ci sono il figlio e tre uomini, le Guardie nere. Forse non sospettava che potessero scoprirlo. Si sente perduto. Le fonti americane sostengono che cerca di farsi scudo con la moglie. I DevGru lo «terminano» con due proiettili al capo. I militari uccidono i cinque (ma altre fonti Usa rettificheranno più tardi che la donna ammazzata non sarebbe la moglie), quindi recuperano documenti interessanti e un computer.

«Abbiamo Geronimo»
Il rastrellamento è finito. E i Seals comunicano: «Abbiamo Geronimo». Il Pentagono, come nome in codice per il terrorista, ha scelto quello del famoso capo degli Apaches. Un guerriero indomabile che non meriterebbe questo accostamento. Da Washington ordinano di lasciare la zona portandosi dietro il cadavere del nemico. Sono le 3.55 ora americana. Nella situation room alla Casa Bianca la tensione è spezzata da un applauso. Nel post-raid le autorità Usa pasticciano un poco: prima si lasciano scappare che la missione era mirata ad uccidere, poi cambiano e sostengono che sono stati costretti a farlo per la resistenza incontrata.

Blitz Osama: l'elicottero caduto

Il rientro
Gli elicotteri lasciano Abbottabad ma intanto i pachistani sono in allarme. I caccia sono pronti a intervenire per intercettare gli intrusi ma sono fermati in tempo. Gli americani hanno informato l'alleato a cose fatte. Non si fidavano. Il cadavere di Bin Laden è trasferito sulla portaerei Carl Vinson e inumato in mare. Alle 19.01 Obama è informato che è «altamente probabile» che si tratti del terrorista. Alle 11.35, il presidente è in tv ad annunciarlo. Ieri mattina i test del Dna (lo hanno comparato con quello di una sorella) tolgono gli ultimi dubbi. A Washington si celebra ma intanto ci si chiede come i pachistani non abbiano potuto sapere. Altre fonti non escludono che Bin Laden sia stato venduto. C'era una taglia di 50 milioni sulla sua testa. Oppure i suoi protettori lo hanno sacrificato in base ad un patto segreto. Quanti conoscono la zona riferiscono che è incredibile che l'Isi - il servizio di Islamabad - abbia potuto «mancare» la presenza del ricercato. E i testimoni aggiungono che nel compound venivano spesso due misteriosi pachistani. La «piramide» di Abbottabad non era certo il nascondiglio discreto. Ma forse a Bin Laden non importava troppo: era sicuro che oltre alla fortuna c'erano degli «angeli neri» a proteggerlo.

Guido Olimpio
03 maggio 2011