giovedì 5 maggio 2011

Litiga con la compagna e dirotta il bus: le immagini dei carabinieri

Corriere della sera

 

Armato di pistola, l'uomo minaccia l'autista. Arrestato

 

 

Cento metri di grande tensione a Milano, fino all’arrivo dei carabinieri che lo hanno bloccato e ammanettato. E’ finita così, con l’accusa di violenza privata aggravata e detenzione e porto abusivo d’arma, la bravata di Daniele P., 37 anni, giardiniere incensurato. L’uomo mercoledì sera poco prima delle 21.30, ha un diverbio con la sua compagna. Alza il gomito e, barcollando, va in strada. Nella tasca posteriore dei jeans ha un revolver Smith & Wesson calibro 38, illegalmente detenuta. Arriva al capolinea del bus 31, in via Santa Marcellina, in zona Fulvio Testi. Imbocca il portellone davanti, quello vicino al conducente e lancia subito la sua minaccia, mostrando un proiettile: «Portami a Cinisello Balsamo senza fare fermate intermedie». Poi spunta la pistola: «Mi vuoi portare si o no?». Il conducente mette in moto il bus e parte, schiacciando contemporaneamente il pedale d’allarme. Il mezzo pubblico si ferma alla fermata successiva, in via Santa Monica. Salgono una quindicina di persone che intuiscono che qualcosa non va. Poi sbuca alle spalle del dirottatore un brigadiere del nucleo radiomobile dei carabinieri con tanto di giubbotto antiproiettile, che lo afferra e lo trascina in strada. E scattano le manette. In casa di Daniele i carabinieri hanno trovato altre due pistole e 180 pallottole.

 

Michele Focarete
05 maggio 2011

Addio all'ultimo veterano della 1ª guerra mondiale

La Boccassini stronca Ingroia e poi: "L'appello? Se potessi lo abolirei"

di Domenico Ferrara


In un incontro con gli studenti di Milano, Ilda Boccassini attacca prima i giudici di Caltanissetta e Palermo: "Non avrei mai dato credito a chi collabora a distanza di 17 anni come Ciancimino Junior". E poi fa la sua proposta sui processi di mafia : "Abolirei il secondo grado di giudizio"



La legislazione antimafia? "E' una delle migliori in Europa, se non nel mondo, invidiata da tutti, soprattutto dagli Usa. Certo, forse è troppo garantista. A mio avviso non dovrebbe esistere il 2° grado dei processi, ma basta applicarla con professionalità e rigore. E spesso, è vero, la magistratura non lo fa". Dichiarazioni forti, che da un lato smontano l'impalcatura dei processi attuali e dall'altro sanno di critica alla casta a cui appartiene. A pronunciarle è Ilda Boccassini, davanti a una platea di 400 studenti milanesi e curiosi, nell'aula dell'Università Statale, in occasione dell'incontro seminariale organizzato dall'ateneo in collaborazione con l'associazione antimafia Libera. A riportarle è il sito di Vanity Fair.
"Impermeabile bianco e consueti occhiali da sole, il capo della Dda di Milano (e pm dell'inchiesta sul caso Ruby), entra nell'aula solo dopo aver fatto allontanare le telecamere presenti", si legge sul sito. "Voglio un momento di riflessione con gli studenti, nessuna pubblicizzazione esterna", dice la pm. Poi, introdotta dal professore di diritto penale Fabio Basile, il magistrato prende la parola e inizia a dialogare con gli studenti per circa due ore abbondanti. E le cose che dice sono destinate a fare polemica. La Boccassini spiega le differenze tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta, ne definisce le strutture, per poi analizzare la legislazione antimafia italiana: "E' una delle migliori in Europa, ma a mio avviso non dovrebbe esistere il 2° grado dei processi", ma basta applicarla con professionalità e rigore. "E spesso, è vero, la magistratura non lo fa".
Non avrei creduto a Ciancimino jr Una critica a una parte della magistratura che si fa meno velata poco dopo, quando la pm attacca indirettamente le procure di Palermo e Caltanissetta. "Io non avrei mai dato credito a chi collabora a distanza di 17 anni come Ciancimino Junior". Una frecciata nei confronti di Antonio Ingroia & Co. La Boccassini poi non si esime dal criticare la riforma della giustizia proposta dal governo. E ribadisce l'assoluta importanza del rapporto tra pm e polizia: "Una delle più grandi garanzie della tenuta democratica in Italia è l'articolo che stabilisce che l'autorità giudiziaria dispone della polizia giudiziaria. Se venisse meno questo capisaldo si tornerebbe ai tempi dei fermi della polizia e degli arrestati senza legali".
Alla fine quando dice che fare il magistrato è un sacrificio enorme, ma l'ha scelto, strappa applausi e ammirazione. "Non devi mai esternare quello che pensi. Io passo per snob, ma non è così. Io credo nello Stato italiano, credo nel lavoro e sono orgogliosa di essere un cittadino italiano". Altro applauso e ultimo desiderio: "Vorrei un mondo migliore in cui i magistrati possano lavorare con più calma, serenità e rigore, lontani dai riflettori e in armonia con il contesto sociale". Certo lei non dà il buon esempio, visto che sotto i riflettori c'è da sempre, come oggi alla Statale di Milano.


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Roma, errori nei Cud spediti dall'Inps da rifare migliaia di moduli del 730

La Stampa


Pensionati nei guai per uno sbaglio sulle addizionali, l'ente ha divulgato la notizia sul sito internet solo lunedì scorso



di Luca Lippera

ROMA - Un guaio non da poco. Un errore nei Cud spediti dall’Inps per la denuncia dei redditi 2011 ha regalato a decine di migliaia di pensionati romani una bruttissima gatta da pelare. Tutto nasce dalla decisione del Comune era lo scorso ottobre di aumentare l’addizionale sull’Irpef dallo 0,5 allo 0,9 per cento. Il provvedimento è stato pubblicato dall’Agenzia delle Entrate solo a fine dicembre e l’istituto nazionale della previdenza non ha fatto in tempo a modificare, elevandole, le somme indicate alla voce «Anticipo per il 2011». Nessuno ha detto nulla per mesi e così i contribuenti, il Cud in mano, la buona fede dalla loro, ignari di tutto, hanno presentato al Fisco un 730 che ora dovranno far rettificare senza perdere un minuto.

Lunedì scorso, 2 di maggio, l’Inps si è decisa a divulgare la notizia sul sito internet. Ma tantissimi anziani non hanno dimestichezza con i computer e la voce della protesta, un tam-tam vecchi tempi, è salita direttamente dai centri di assistenza fiscale. «All’inizio non ci credevo dice Franco Simonetti, una delle tante vittime del pasticcio Ma è proprio così. Il Cud che mi aveva spedito l’Inps a casa era sbagliato relativamente a quella voce. Sono dovuto tornare al Caaf di corsa a rifare la denuncia. Sol lì ho capito che c’erano centinaia di persone nella mia stessa situazione».

Migliaia di romani non immaginano neppure di aver ricevuto un documento viziato. «Parecchia gente dice un usciere al Caaf della Cgil di via Goito vicino a Termini sta venendo qui a far correggere i 730. Ma quanti siano i Cud sbagliati in giro non lo sa nessuno. Boh. È una di quelle cose così». I pensionati Inps nella Capitale sono circa trecento mila. Il Cud, per chi non lo ricordasse, è il documento che attesta i redditi ricevuti (e le imposte già versate) nell’anno fiscale precedente a quello in cui si fa la denuncia. «I modelli dice una funzionaria alla sede Inps di San Giovanni vengono preparati a livello centrale con mesi di anticipo e spediti verso febbraio. Ma la decisione del Comune di Roma è stata comunicata con tale ritardo che non c’è stato il tempo materiale per correggere gli errori. Cosa potevamo farci?».

La macchina era in moto e l’Inps il pachiderma più pachiderma che c’è ha potuto ben poco per fermarla. L’invio di una parte dei Cud è stata bloccata all’ultimo secondo e ora i cittadini hanno capito il perché del ritardo. Ma il calcolo dell’anticipo sull’addizionale comunale è, nella stragrande maggioranza dei casi, inesatto e ora l’onere di rimediare al pasticcio ricade sui contribuenti. Il che, essendoci tanti anziani di mezzo, significa sui loro familiari o sulle persone che gli danno una mano. «Bisogna andare di corsa ai Caaf aggiungono all’Inps Chi ha fatto la denuncia dei redditi chieda la correzione. Chi non l’ha fatta aspetti il documento corretto».

Il moloch dell’Erario, così lesto a chiedere, non ha sentito alcun bisogno di avvertire i pensionati delle nubi che si stavano addensando all’orizzonte. Tutti zitti finché non è stato chiaro che la cosa era diventata il classico segreto di Pulcinella. Tanti, peraltro, sono sospesi nell’incertezza: non sanno (e come potrebbero?) se il Cud che hanno ricevuto contiene una trappola o no. Un modo empirico c’è. «Bisogna guardare l’acconto indicato nel Cud 2010 aggiungono all’istituto Si è passati dallo 0,5 allo 0,9. Quindi se l’importo non è quasi raddoppiato rispetto a quello dell’anno scorso è chiaro che c’è un errore». Così, a naso, secondo tradizione.

Giovedì 05 Maggio 2011 - 16:00    Ultimo aggiornamento: 16:39




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Record storico per la benzina: la verde sopra 1,6 euro al litro

La Stampa






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A Roma una fontana si tinge con il tricolore

di Redazione


Dopo la Fontana di Trevi e la scalinata di piazza di Spagna, stavolta nel mirino di Graziano Cecchini è finita la fontana delle Naiadi in piazza della Repubblica


Guarda le foto e il video



Roma - Dopo la Fontana di Trevi e la scalinata di piazza di Spagna, stavolta nel mirino di Graziano Cecchini è finita la fontana delle Naiadi in piazza della Repubblica a Roma, che stamattina si è colorata di verde, bianco e rosso. La versione tricolore del monumento è però costata una denuncia all’artefice per imbrattamento e deturpamento.
L'installazione Cecchini che si definisce artista futurista e usa il nome di battaglia Rossotrevi, non è nuovo a simili imprese: nel 2007 colorò di rosso le acque della Fontana di Trevi, nel 2008 invece migliaia di palline colorate rotolarono per sua mano lungo la scalinata di piazza di Spagna. Stamattina, intorno alle 10.30 ha messo a segno un altro blitz e ha versato del colorante verde, bianco, e rosso, nell’acqua della primo anello della fontana al centro di piazza della Repubblica. Oltre al tricolore zampillante, Cecchini ha issato sui gradoni della fontana un mezzo busto di donna con rubinetti al posto dei seni e la scritta "cultura+acqua= di tutti!", una croce di cartone rossa con la scritta Sos, accanto ha poggiato due broccoli, allusione all’omonimo Sovrintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma Umberto Broccoli.
I motivi della protesta L'uomo è entrato nella vasca a spiegare la sua installazione contro "il governo delle veline" e la politica "miope" del sindaco di Roma. Gli agenti del commissariato Viminale lo hanno bloccato mentre turisti e giornalisti immortalavano il tricolore improvvisato. Agli agenti Cecchini ha spiegato: "Protesto per la liberalizzazione dell’acqua e contro il taglio dei fondi alla cultura". I coloranti usati, a prima vista fumogeni, sono "pigmenti naturali, non danneggiano la fontana" ha assicurato Cecchini. Campioni di acqua colorata sono stati comunque prelevati e saranno analizzati dalla polizia scientifica. Intanto le squadre del decoro urbano hanno svuotato la prima vasca della fontana e ripulito tutto con il getto di acqua e vapore. Cancellando ogni traccia dell’estemporanea opera d’arte.




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Obama a Ground Zero: mi inchino ai nostri eroi Anche un cane nel commando dei Seals Arabia Saudita: bin Laden tradito dal suo vice

Quotidiano.net


Non verranno pubblicati gli scatti del principe del terrore. Panetta: "Il presidente non ha visto il momento dell'uccisione". Al-Watan: "Bin Laden è stato tradito. Il corriere seguito dalla Cia lavorava per il numero due di al Qaeda".



New York, 5 maggio 2011


Il Presidente Usa, Barack Obama, è arrivato a  Ground Zero, New York, per incontrare i parenti delle vittime dell’11 settembre e ritrovare quel sentimento di “unità” emerso all’indomani degli attentati orchestrati da Osama bin Laden, ucciso domenica in Pakistan. " Mi inchino ai nostri eroi", ha detto il presidente statunitense, per la prima volta in visita sul luogo della spaventosa strage perpetrata da bin Laden e dai terroristi islamici. Al fianco del Presidente c'è l’attuale sindaco di New York, Michael Bloomberg e l’ex primo cittadino Rudolph Giuliani, mentre ha declinato l’invito l’ex Presidente George W. Bush. "Non daremo nessuna tregua ai terroristi, dovunque essi siano", ha avvertito Obama.


Quattro giorni dopo la morte del leader di al Qaeda, ucciso da un commando americano, l’amministrazione non vuole fare parate, ha precisato la Casa Bianca, ma rendere omaggio alle vittime degli attentati, da cui è scaturita la guerra contro al Qaeda.

Definendo la morte di Bin Laden come un “momento importante e liberatorio per il popolo americano”, il portavoce Jay Carney ha fatto sapere che Obama intende “richiamare il sentimento di unità che aveva pervaso l’America dopo questi attentati”. Il Presidente “vuole incontrare le famiglie delle vittime e i soccorritori a porte chiuse”: “Vuole vederli, condividere questo momento così importante e significativo, un momento agrodolce per molte famiglie delle vittime”. La Casa Bianca ha precisato che non è previsto alcun intervento pubblico.

Obama aveva invitato Bush a recarsi con lui a Ground Zero. “E’ un momento di unità per gli americani ed è il momento di ricordarsi dell’unità prevalsa dopo gli attentati dell’11 settembre”, ha sottolineato Carney, aggiungendo che “con questo spirito” era stato invitato l’ex Presidente.

Il suo portavoce, David Sherzer, ha fatto sapere che Bush “ringrazia molto, ma ha deciso di restare lontano dai riflettori da quando ha concluso il suo incarico. Continua a festeggiare insieme con tutti gli americani questa importante vittoria nella guerra al terrore”.

CATTURATI O UCCISI QUASI TUTTI I RESPONSABILI DELL'11 SETTEMBRE - Quando arrivera’ a Ground Zero, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama potra’ affermare che dopo la morte di Bin Laden quasi tutte le persone considerate responsabili della strage dell’11 settembre sono state catturate o uccise.

Ora l’azione delle forze di sicurezza e del controterrorismo americani si concentrera’ sulla caccia al numero due della rete terroristica Al Qaeda, Ayman al Zawahiri. Le informazioni raccolte nel covo di Bin Laden, e gli interrogatori dei detenuti attualmente in carcere contribuiranno a stringere il cerchio attorno ad Al Zawahiri ed altri leader.

Gli Stati Uniti hanno in custodia a Guantanamo sette presunti partecipanti alla cospirazione dell’11 settembre. Altri due vennero uccisi in Afghanistan nel 2001, stando ad informazioni diffuse dal gruppo di ricerche GlobalSecurity.org. Rimangono a piede libero, oltre a Zawahiri, altri due presunti cospiratori identificati dalla National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, ossia la Commissione sull’11 settembre: si tratta di Zakariya Essabar e Mushabib al Hamlan.

PAKISTAN MINACCIA -  L’esercito pachistano, pur ammettendo "carenze" nella roccalta di informazioni sulla localizzazione del leader di Al Qaeda, ha diffuso un comunicato nel quale si minaccia di ripensare la cooperazione con Washington. Nel mirino sia gli accordi militari, che dei servizi segreti, nel caso di un nuovo raid americano come quello condotto ad Abottabad, che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden. L’esercito ha detto inoltre di voler ridurre la presenza dei militari americani in Pakistan.


IL SOLDATO CHE HA UCCISO OSAMA SARA' DECORATO IN SEGRETO - Il triste pantheon della guerra al terrorismo degli Stati Uniti ospiterà, nel suo punto più alto, un eroe sconosciuto. Così come Obama ha deciso di non rendere pubbliche le immagini del leader di al Qaida morto, ugualmente nell’ombra resterà il volto del soldato che lo ha ucciso. L’uomo, rivela il Washington Post, sarà decorato ma in segreto.

L’identità del militare dei Navy Seals che ha freddato lo sceicco del terrore, informa il quotidiano, non sarà rivelata, ma lui - con menzione speciale - e i suoi compagni del commando team 6 avranno un’ onorificenza.
Questa gloria anonima - commentano gli analisti - è la prova di quanto sia anomala e indefinibile la ‘guerra terrore’. L’eroe è destinato a restare sconosciuto, a non avere un nome o un volto.

PANETTA: "BLACK OUT DI 25 MINUTI" - Il capo della Cia, Leon Panetta, ha rivelato che ci fu un black-out di 25 minuti nella diretta video del blitz durato 40 minuti che ha portato alla morte di Osama bin Laden, domenica scorsa in Pakistan. Ma allora, si chiede oggi il Telegraph, cosa guardavano il Presidente Barack Obama e i suoi collaboratori ritratti nella fotografia diffusa dalla Casa Bianca, che li mostra intenti a seguire l’operazione?

“Il Presidente e i suoi collaboratori stavano guardando in tempo reale alcuni aspetti dell’operazione, non appena avevamo le informazioni”, sottolinea Panetta in un’intervista alla Pbs. Ma non ha seguito il momento in cui Bin Laden è stato colpito, ha aggiunto. “Una volta che le unità speciali sono entrate nel compound, posso dire che c’è stato un lasso di tempo di circa 20-25 minuti in cui non abbiamo saputo cosa stesse succedendo - ha rivelato Panetta - sono stati momenti di tensione mentre aspettavamo di avere informazioni. Ma finalmente, l’ammiraglio McRaven (comandante dell’operazione sul campo) è tornato e ci ha detto ‘Geronimo’, che era la parola in codice per dire che avevano preso Bin Laden”.

ARABIA SAUDITA, OSAMA TRADITO DA AL-ZAWAHIRI - Osama bin Laden e’ stato “liquidato” dalla fazione egiziana di al Qaeda guidata dal numero due del network del terrore, Ayman al-Zawahiri. Lo scrive il quotidiano saudita al-Watan citando una “fonte regionale vicina al dossier terrorismo”, secondo la quale e’ stato un “corriere pachistano e non kuwaitiano a portare gli americani nel compound di Abbottabad”.

“Il corriere che gli americani seguivano - scrive il giornale - era pachistano e lavorava in realta’ per Zawahri. Gli egiziani di al Qaeda, che guidano di fatto la rete terroristica hanno tentando dall’inizio della malattia di bin Laden, nel 2004, di prendere il controllo dell’organizzazione”.

Secondo la fonte citata dal giornale, sono stati proprio “gli egiziani di al Qaeda” a convincere Osama bin Laden a spostarsi dalle zone tribali del Pakistan ad Abbottabad, citta’ dove e’ stato scovato e ucciso dalle forze statunitensi. Sempre secondo la fonte, dopo il ritorno dall’Iran di uno dei responsabili del network, l’egiziano Saif al-Adl, lo scorso autunno, la fazione di al Qaeda “ha messo in piedi un progetto per liquidare bin Laden”.

TRIPOLI: NOI I PRIMI A SPICCARE MANDATO CONTRO BIN LADEN - Fu il governo di Muhammar Gheddafi, e non qualcuno a Washington, a spiccare il primo mandato di cattura nei confronti di Osama Bin Laden, nel 1998. A sottolinearlo, parlando con il Washington Post, e’ stato un alto funzionario del governo libico, ricordando che il mandato, approvato dall’Interpol, venne spiccato dopo che due agenti del controterrorismo tedesco vennero uccisi nella citta’ di Sirte nel 1994, un attacco che Tripoli attribui’ a al-Islamiya al-Mutaqila, anche noto come Gruppo di combattimento islamico libico, organizzazione militante legata ad Al Qaeda.

Quattro mesi dopo l’emissione del mandato Al Qaeda attacco’ le ambasciate americane in Kenya e Tanzania che fecero oltre duecento morti. “All’epoca non ci diedero ascolto, perche’ nessuno ascoltava la Libia”, ha dichiarato la fonte citata dal quotidiano, per rivendicare per la Libia - la cui parte negli attentati contro una discoteca a Berlino nel 1986 e contro il volo della Pan Am a Lockerbie, nel 1988 e’ noto - il ruolo di alleato nella lotta contro Al Qaeda.

NON DI OSAMA: PUBBLICATE SOLO LE FOTO DELLE ALTRE VITTIME - Le foto di Osama bin Laden ucciso non saranno diffuse, ma intanto sono comparse in rete le foto di tre delle altre vittime. Diffuse dall’agenzia Reuters, le immagini ritraggono tre cadaveri, uno dei quali potrebbe essere, a giudicare dalle fattezze del volto, il figlio di Bin Laden. La relativa freschezza delle chiazze di sangue potrebbe indicare che sono state scattate poco dopo il raid.

Due dei morti sono uomini di carnagione olivastra e con baffi, forse i due corrieri di al Qaeda uccisi al piano terreno dell’edificio nel quale si trovava Bin Laden. Non ci sono però immagini della donna che, secondo la ricostruzione della Casa Bianca, è stata uccisa perché finita in mezzo a un conflitto a fuoco.

Insieme a quelle dei cadaveri, le immagini comprendono anche una serie di fotografie di pezzi dell’elicottero distrutto dalle forze speciali perché danneggiato e non in grado di ripartire.

Immagini che confermano che l’elicottero fatto esplodere non è simile ad alcun modello impiegato dalle forze armate americane, e che quindi appoggiano l’opinione secondo cui gli Usa hanno impiegato nel raid di Abbottabad un velivolo ancora segreto.

C'ERA ANCHE UN NAVY SEAL A QUATRO ZAMPE NEL BLITZ - C’era anche un Navy Seal a quattro zampe nell’operazione condotta ad Abbottabad, che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden. Al cane eroe stamani il New York Times dedica un intero articolo.

Come per gli altri 79 membri del commando di soldati che ha portato a termine l’operazione, anche l’identita’ dell’animale e’ coperta dal massimo riserbo. E addirittura non e’ dato sapere neppure di quale razza sia. Le illazioni si sprecano: ma i piu’ probabili sembrano essere un Pastore tedesco o un Pastore belga malinois.

Fatto sta che la presenza del cane dimostra il crescente utilizzo di questi animali nelle azioni militari: i soldati a quattro zampe si sono infatti piu’ volte rivelati maggiormente efficaci nel ritrovamento degli ordigni e nell’individuare persone all’interno di edifici. Tra gli altri possibili utilizzi, quello di raggiungere persone in fuga dal compound. Un Pastore tedesco o un Malinois belga, infatti, corrono al doppio della velocita’ degli esseri umani.

Attualmente sono 600 i cani impiegati in Iraq ed in Afghanistan, ed il loro numero potrebbe crescere di molto nel prossimo anno. Molti sono i Labrador retriever che precedono l’avanzata delle truppe per accertare la sicurezza della strada.

E sempre piu’ sono quelli insigniti di onorificenze, come ad esempio Remco, un cane che nel 2009 aveva ottenuto la Silver Star, uno dei riconoscimenti militari più prestigiosi, per avere contribuito in modo determinante ad un’operazione.

E anche i soldati a quattro zampe sono ormai dotati delle più sofisticate attrezzature: quelli nei Navy Seals dispongono anche di speciali tute impermeabili dotate di una videocamera con visore notturno collegato al monitor dei conduttori, permettendo cosi’ di osservare, a distanza, cio’ che accade.

NON ERA UNA RESIDENZA DA 1 MILIONE DI DOLLARI - La villetta fortificata di Abbottabad dove era rifugiato Osama bin Laden non era la sontuosa residenza di cui hanno parlato governo e stampa americani. Secondo quanto riferisce il Guardian, la casa non valeva un milione di dollari come detto ma al massimo 250.000. E nell’abitazione era in vigore il divieto di fumo.

Sulla stima del valore dell’abitazione a dare una valutazione più precisa sono due agenti immobiliari di Abbottabad. Muhammad Anwar spiega: “Non c’era la piscina, per esempi, non era esattamente una residenza di lusso poteva valere al massimo venti milioni di rupie” (pari appunto a 250.000 dollari).

Quanto al particolare del divieto di fumo questo è solo indiziario ma circostanziato. L’Independent ha intervistato un commerciante della zona che riforniva regolarmente i misteriosi abitanti della dimora. Mohammad Usman ricorda di aver portato verdure, saponette, schampo e anche sigarette. Ma gli uomini di guardia, precisa, compravano sempre sigarette sfuse, una o due al massimo “mai un intero pacchetto”. Forse bin Laden, riflette ora Usman, aveva proibito di fumare.







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Le rivelazioni choc del pentito: «Carne e pane? Sì ma solo se del boss Polverino»

Corriere del Mezzogiorno

La «famiglia» è accusata d'aver imposto agli esercizi del territorio l'acquisto dei propri prodotti


NAPOLI - «Ancora oggi in tutta Marano si vende esclusivamente la carne delle aziende di Giuseppe Polverino»: lo ha dichiarato agli investigatori che indagano sul clan Polverino il collaboratore di giustizia Domenico Verde. Sue dichiarazioni sono contenute sia nell’ordinanza di custodia cautelare notificata martedì a 40 persone, tra cui due candidati del centrodestra al Comune di Quarto, sia nel decreto di fermo emesso contestualmente dai pm nei confronti di altri 11 affiliati al clan.

IL MONOPOLIO DEL CLAN - «In realtà», continua Verde, «verso la fine degli anni ’80 in Marano vi era un concorrente nella distribuzione della carne. Questi è uno dei pochi che ha tentato di ostacolare il monopolio assoluto di Polverino nella intermediazione e cessione della carne per la vendita al dettaglio, ma ha dovuto soggiacere alla maggiore forza economica del Polverino ed alla sua capacità criminale che gli consentiva il controllo del territorio. Di fatto, oggi è impossibile per chiunque effettuare questa attività imprenditoriale in concorrenza con il Polverino». Ma il monopolio acquisito con la forza non riguarda solo la carne: «Il clan Polverino», dice ancora il pentito, «controlla tutte le attività economiche maranesi: panifici e macellerie, tanto che non c’è un panino a Marano che non provenga da zio Totonno. Con questa espressione voglio dire che la fornitura del pane è del tutto controllata da Polverino Antonio detto zio Totonno, zio di Polverino Giuseppe».


SEQUESTRATO MAXI-PANIFICIO - Il clan è anche accusato d'aver imposto agli esercizi del territorio l'acquisto dei propri prodotti. L’immagine di una bella spigolatrice, foto di una produzione artigianale di particolarmente specializzata (più di 80 tipi di pane e prodotti affini realizzati ogni giorno) e poi un messaggio che chiarisce la mission imprenditoriale. «Da tre generazioni ci occupiamo della produzione e della vendita di pane, panini e affini, attraverso una lavorazione artigianale. L’esperienza sul campo è un tesoro inestimabile, utilizzato con cura e competenza da una dirigenza che ha come obiettivo principale quello di diventare sempre più leader nel settore: igiene e qualità dei prodotti rappresentano, pertanto, le priorità aziendali». Si presenta così il sito internet de «Il vostro fornaio spa», uno dei più grandi panifici di Napoli e provincia, fondato nel 1958, sequestrato dai carabinieri nell’ambito di un’indagine contro il clan camorristico dei Polverino. «Il nostro stabilimento», c’è scritto, «si sviluppa su una superficie coperta di circa 5000 mq, con circa 100 dipendenti, dispone di macchine automatiche per l’impasto ed il confezionamento e di forni di tipo automatico e tradizionale. Utilizziamo esclusivamente materie di prima scelta: i nostri fornitori, oltre ad essere selezionati tra i migliori in Italia, sono monitorati continuamente con controlli di qualità».

L'ASSE MARANO - SPAGNA MERIDIONALE - Al clan dei Polverino sono stati sequestrati beni per un miliardo di euro. Il giro d'affari della «famiglia» era in effetti assai vasto e si estendeva non solo all'Italia ma anche all'estero e soprattutto in Spagna. Egemone a Marano di Napoli, Villaricca, Quarto, Qualiano, Pozzuoli e nel quartiere Camaldoli di Napoli, il clan controllava attività imprenditoriali e commerciali in Italia, a Napoli e provincia, e in Spagna, a Barcellona, Alicante e Malaga. «Rilevantissime», vengono definite dal procuratore aggiunto della Dda, Alessandro Pennasilico, le attività nel settore delle costruzioni edili e del calcestruzzo, tutte sostenute grazie al riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti che vede il gruppo camorristico operare costantemente sull’asse Marano- Spagna meridionale. Sequestrati, nel dettaglio, 106 appezzamenti di terreno; 175 appartamenti; 19 ville; 18 fabbricati di vario genere; 141 locali tra box auto, negozi e magazzini; 43 società (di capitale, cooperative, aziende agricole, supermercati, alberghi, ristoranti, bar, panifici, gioiellerie, negozi vari); 14 imprese individuali; 117 autovetture; 62 autocarri; 23 motocicli.

Redazione online
05 maggio 2011

Un asteroide sfiorerà la Terra

La Stampa






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Record storico per la benzina: la verde sopra 1,6 euro al litro

La Stampa






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Il Leopold vende un paesaggio di Schiele per pagare il «Ritratto di Wally»

Corriere della sera


Il Leopold di Vienna vende «Vorstadt II» per risarcire un altro capolavoro




«Vorstadt II» di Egon Schiele, proveniente dal Leopold Museum di Vienna

MILANO - Il prossimo 22 Giugno Sotheby’s Londra metterà all’asta Häuser mit bunter Wäsche, Vorstadt II, uno dei più straordinari paesaggi di Egon Schiele, proveniente dal Leopold Museum di Vienna, con una stima tra 36 e 50 milioni di dollari (22-30 milioni di sterline). Questo capolavoro del 1914, dipinto da Schiele all’apice della sua breve carriera, si ispira alla cittadina boema della madre e si distingue per non essere mai apparso sul mercato. Vanta un’illustre provenienza: donato dall’artista al suo amico e mecenate Heinrich Bolher, fu acquistato nel 1952 da Rudolf Leopold (fondatore del Leopold Museum) dopo una trattativa con la vedova di Bolher. Fu Leopold che organizzò nel 1955 una mostra d’arte moderna austriaca ad Amsterdam ed Eindhoven e redasse un catalogo dettagliato che consacrarono Schiele alla fama internazionale.

EREDI - Da allora l’interesse per l’arte tedesca e austriaca del XX secolo è in continua crescita. Al di là delle vendite private, nelle aste il record recente è stato stabilito da Gustav Klimt con un paesaggio battuto da Sotheby’s lo scorso anno per 26 milioni di sterline. Ma l’aspetto più curioso di questa vendita annunciata dal Leopold Museum consiste nelle ragioni che hanno spinto questa istituzione a fare cassa. L’obiettivo è quello di raccogliere 19 milioni di sterline, che serviranno per rimborsare gli eredi di un altro capolavoro di Schiele il Ritratto di Wally, sempre custodito al Leopold di Vienna. Quest’opera infatti era di proprietà di Lea Bondi Jaray, una mercante d’arte ebrea di Vienna, che scappò a Londra nel 1939 dove morì nel 1969. L’opera divenne in seguito soggetta a procedimenti giudiziari a New York dopo che fu concessa in prestito nel 1997 al MoMA di New York per una mostra di dipinti di Schiele dalla Collezione del museo stesso. Nel 1999 il Governo degli Stati Uniti intraprese un’azione civile di confisca a New York, asserendo che il quadro era stato rubato a Lea Bondi durante la seconda guerra mondiale da un nazista di nome Friedrich Welz. Basandosi sulle prove presentate durante il processo, la Corte Distrettuale statunitense di New York concluse nel 2009 che il dipinto era di proprietà di Lea Bondi Jaray.
MERCATI&STORIE - Il caso fu risolto l’anno scorso, quando il Leopold Museum propose di pagare 19 milioni di sterline e, in cambio, gli eredi della Bondi accettarono di ritirare la rivendicazione sul dipinto abbandonando l’azione legale di confisca. Ora però il grande museo viennese deve scucire questa montagna di soldi. E per finanziarsi ha deciso di mettere all’asta uno dei tanti capolavori che custodisce. Il mercato internazionale dell’arte è fatto anche di queste storie.
Paolo Manazza
05 maggio 2011



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Spiagge ai privati per 90 anni Gli ambientalisti: «Una vergogna»

Corriere della sera


Bufera per le norme contenute nel decreto sullo Sviluppo. Tremonti: «Le spiagge restano pubbliche»





MILANO - Arriva il diritto di superficie della durata di 90 anni sulle coste e i litorali. Lo ha confermato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, precisando tuttavia che «la spiaggia resta pubblica a tutti gli effetti».

LEGAMBIENTE E VERDI INSORGONO: «Mai avremmo potuto immaginare di raggiungere un punto così in basso. Il Belpaese smembrato e devastato dal cemento, in mano alla criminalità e agli speculatori con l' avallo del Governo», ha commentato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente secondo il quale il diritto di superficie «di fatto privatizza il patrimonio costiero» . Per Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, il provvedimento si configura come «una vera e propria spiaggiopoli: con meno di 1.000 euro al mese, pari alla locazione di un bilocale a Roma e Milano, sarà possibile affittare uno stabilimento balneare da 10.000 metri quadrati per 90 anni». Di fronte a Montecitorio stazionano alcuni ambientalisti camuffati da banda Bassotti

SODDISFATTI GLI ESERCENTI - Di una «positiva novità da registrare con grande interesse» ha parlato invece la Federazione italiana imprese balneari. «Da almeno tre anni la Fiba-Confesercenti insiste su questo punto che può dare certezze a tutti gli imprenditori ed assicurare investimenti e lavoro nel lungo periodo» ha detto il presidente Vincenzo Lardinelli, osservando che «l'attuazione di questa proposta va gestita con equilibrio più i costi saranno ragionevoli, più ci sarà spazio per investimenti che vogliamo e chiediamo di fare proprio per rilanciare il turismo balneare».

TREMONTI , LE SPIAGGE RESTANO PUBBLICHE - «Non c'è nessuna vendita delle spiagge. La spiaggia rimane pubblica» aveva affermato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella conferenza stampa di presentazione spiegando che per le spiagge ci sarà «un diritto di superficie, bisogna essere in regola con fisco e con la previdenza e noi pensiamo che si debbano assumere giovani».


05 maggio 2011



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Crac Parmalat, Calisto Tanzi in carcere

Corriere della sera

La Finanza lo ha arrestato e portato in prigione a Parma su ordine della procura di Milano. Lui: «Sorpreso»


MILANO - La Guardia di Finanza di Milano ha eseguito l'arresto di Calisto Tanzi, condannato in via definitiva a 8 anni e un mese per il crack Parmalat. I finanzieri hanno eseguito l'ordine di carcerazione emesso dalla procura generale di Milano dopo la sentenza della Cassazione. Tanzi è stato portato nel carcere di Parma.

«SIGNORA, SIAMO LA GUARDIA DI FINANZA» - Le Fiamme Gialle hanno bussato alle 15.35 al citofono della villa di Calisto Tanzi ad Alberi di Vigatto (Parma). «Signora, siamo della Guardia di Finanza», ha detto uno dei finanzieri prima di entrare nel parco che circonda la villa. Gli uomini della Gdf sono arrivati, probabilmente accompagnati anche da un magistrato, a bordo di due grandi Suv Mercedes. Uno dei presenti aveva con sè un documento, presumibilmente il provvedimento adottato dal pg di Milano. I militari sono poi rimasti all'interno dell'abitazione.


L'EX PATRON: «SORPRESO» - «Sono sorpreso, non mi aspettavo che mi mandassero in carcere, pensavo accogliessero la sospensiva». Calisto Tanzi ha commentato così l'arrivo dei finanzieri. I suoi legali avevano chiesto alla Procura generale di Milano di sospendere la pena in attesa di una decisione del tribunale di sorveglianza sulla concessione dei domiciliari.

LA CONDANNA - L'ex patron della Parmalat era stato condannato con sentenza definitiva mercoledì dalla Cassazione a 8 anni e 1 mese per aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza in relazione al crac del dicembre del 2003. La Cassazione ha ridotto la condanna che in primo e in secondo grado era stata di dieci anni perché alcuni episodi sono caduti in prescrizione. I legali di Tanzi avevano chiesto alla Procura generale di Milano la sospensione dell'esecuzione della pena in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza su un'altra istanza presentata dalla difesa, che ha chiesto anche la detenzione domiciliare per Tanzi e non il carcere, perché ha più di 70 anni. Il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda ha però deciso di ordinare la carcerazione per l'ex patron del gruppo di Collecchio e così i militari della Guardia di Finanza di Milano sono andati ad eseguire l'arresto di Tanzi a Parma e lo hanno portato in carcere.

(Fonte: Ansa)
05 maggio 2011

Dagli Usa lezione di democrazia

Il Tempo


Solo Obama ha il potere di "schiacciare il bottone". Da noi regna Babele. In caso di guerra le decisioni spettano a Quirinale e Parlamento: poteri bloccati dalle polemiche.



 
Sì, la stanza dei bottoni esiste davvero, ma non in Italia: esiste in America. La conferma che il potere democratico ha la facoltà di prendere decisioni che contano schiacciando un non metaforico pulsante, arriva dopo l'incursione delle forze speciali nella villa-bunker di Osama Bin Laden in Pakistan, con tanto di omicidio «autorizzato» da Barack Obama a Washington. «Luce verde», hanno scritto i giornali per spiegare il «yes, I can» made in Usa, ossia il via libera alla cattura del capo di Al Qaeda «vivo o morto» decretato dal presidente americano in persona.

Tutto all'insegna della trasparenza, essendo evidente che, se le cose fossero andate per il verso sbagliato, non avremmo visto i cittadini gioire per le strade della già martoriata New York, ma il Congresso fare ben altra festa all'Obama imprevidente. Obama più tutti i consiglieri a lui vicini che ne hanno condiviso la scelta, posto che la decisione del presidente americano contro il simbolo del terrorismo internazionale non era certo lo sfogo di un solitario che passava per caso dalle parti della Sala Ovale, ma il frutto, maturo, di riflessioni, di riunioni, di confronti, di prove d'attacco prima teoriche e poi sul campo.

Vittorie o sconfitte, di tutto si fa carico la straordinaria democrazia negli States, che consente al massimo eletto del popolo di prendere financo la più drammatica delle decisioni, cioè di far fare la guerra ai figli d'America, ma prima lo mette nelle condizioni di non poter avere «colpi di testa» - perché la sua decisione si forma a ragion veduta e tra molti, importanti e visibili interlocutori -, e poi gliene chiede conto: chi sbaglia, paga, fosse anche il più potente americano d'America. Tant'è, che un lontano predecessore di Obama, lo sfortunato Jimmy Carter, pagò con la mancata rielezione il fallimento dell'incursione che anche lui aveva autorizzato per liberare i cinquantadue ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran, sequestrati il 4 novembre 1979.

E Carter, sconfitto alle elezioni dopo quel disastro politico-militare, non recriminò: sapeva del principio di responsabilità, per cui onori e oneri, tutto viene riconosciuto e nulla viene risparmiato ai presidenti, democratici o repubblicani che siano. E da noi? A fronte della grandezza della democrazia americana, dove pesi e contrappesi consentono di decidere, di sapere chi decide, e di poterlo applaudire o mandare a casa un minuto dopo, da noi governa Babele. Fu, non a caso, l'amerikano con la k - come amava definirsi con ironia - Francesco Cossiga, il presidente-picconatore, a porre la domanda che nessuno aveva ancora osato porre fino agli anni Ottanta: ma chi comanda in caso di guerra?

In realtà, dubbi non dovevano essercene, perché la Costituzione è chiarissima: Il presidente della Repubblica «ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere». Parole che prefigurano la doverosa e leale collaborazione fra Quirinale e Parlamento. Ma dottrina, tradizione e, soprattutto, politichese avevano trasformato l'articolo 87 della nostra Carta nel solito bizantinismo. Che si trascina fino a oggi. A tal punto, che all'inizio dell'intervento italiano in Libia i nostri aerei «volavano ma non bombardavano», poi «mettevano fuori uso i radar» e ora lanciano i missili «ma non le bombe»: ministro della Difesa in persona ha così dichiarato.

Dovendo ogni volta dividere il capello in quattro, mai si capisce non dico il senso delle nostre missioni all'estero - perché a quello pensa, per fortuna, il riconosciuto valore e l'eccellente preparazione, militare e umanitaria, dei nostri soldati - ma chi debba autorizzare che cosa. Ancora oggi il centro-destra rimprovera al centro-sinistra di non aver sempre coinvolto le Camere nelle forme dovute durante la guerra della Nato in Serbia (1999, presidente del Consiglio, Massimo D'Alema). E ora la frittata s'è rivoltata, con l'opposizione che chiede maggiori «passaggi in Parlamento» delle decisioni governative sulla Libia.

La storia si ripete, nonostante la legge del 1997 che ha rafforzato, nel frattempo, i compiti del Consiglio supremo di difesa, vero coordinamento fra tutte le istituzioni chiamate a decidere in materia. Ma fra tante polemiche e molti decisori, non si sa di che colore siano i bottoni da premere in caso di crisi e di conflitti. Saranno verdi, saranno rossi? «Giustizia è fatta», ha potuto invece e intanto dichiarare Mister Obama, dopo aver fatto la sua scelta. E gli americani hanno filmato e fotografato il blitz per mostrarlo al mondo. Far vedere tutto o quasi, ma non le foto dell'uccisione di Bin Laden «che avrebbero messo a rischio la sicurezza nazionale». Così deciso alla Casa Bianca.

Federico Guiglia
05/05/2011






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Vita da caserma per gli operai Foxconn: nuove accuse alla "fabbrica dei suicidi"

Torelli Vollier, il napoletano che fece grande Milano

Corriere del Mezzogiorno


Presentato a Palazzo Partanna il libro di Massimo Nava sul fondatore del «Corriere della Sera»



NAPOLI - I «forestieri» che hanno fatto grande Milano, sono tanti. E Milano ha avuto il grande merito di non chiudersi in Milano, ma di essere città internazionale aperta al contributo ed alle idee vincenti di tutti. Tra questi - ricorda Giuseppe Galasso - Eugenio Torelli Volllier, il napoletano che ha fondato il Corriere della sera. E sul quale l'editorialista da Parigi del quotidiano di via Solferino, Massimo Nava, ha scritto - «Il garibaldino che fece il Corriere della Sera» (edito da Rizzoli) - che è stato presentato ieri pomeriggio nella sede di Confindustria Campania a Palazzo Partanna.

Presentazione del libro di Massimo Nava

L' INCONTRO - Con l'autore c'erano Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno, lo storico Giuseppe Galasso ed il giornalista, per lungo tempo inviato di punta de Il Mattino, Vittorio dell' Uva.

IL PERSONAGGIO DEL LIBRO - Tra i meriti di Torelli Violler - come ha ricordato Massimo Nava- c'è quello di aver inventato la figuara dell'inviato. Sua l'idea di mandare due giornalisti per sei mesi negli Stati Uniti perchè raccontassero l'America agli europei. Quella dell'inviato è una figura rimpianta da Vittorio dell'Uva che ha denunciato i limiti di un mestiere sempre più virtuale e «seduto». Demarco ha trovato particolarmente intrigante nel libro di Nava il rapporto tra il giornalista napoletano e Alessandro Dumas. Intrigante anche per Galasso il racconto della vita privata di Eugenio Torelli Vollier («sul quale per anni ho provato ad assegnare tesi di laurea ai miei studenti, senza successo perchè per ricostruirne la storia bisognava cercare negli archivi milanesi e parigini»).


Redazione online
05 maggio 2011




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Troppi ostacoli per le mamme

Corriere della sera

 

Sul tram, in strada, al consultorio: vita impossibile per i passeggini nella città dai mille dislivelli

 

MILANO - Non siamo mamme, ma muli. Quante volte ci ritroviamo sulle spalle il peso delle nostre creature sotto i tre anni, più quello dei loro passeggini? Dai 15 ai 20 chili come nulla fosse. Per salire sui tram, scendere in metropolitana, accedere agli edifici che non prevedono scivoli. E' una città di dislivelli, la nostra, molto diversa da altre capitali europee a prova di bambino e di ernia. Verificare per credere: noi l'abbiamo fatto ieri seguendo, in parte a piedi e in parte sui mezzi Atm, il percorso tipo di una mamma tra strutture pubbliche ed edifici storici male attrezzati per chi ha un passeggino, marciapiedi pieni di auto, moto e biciclette, negozi di media dimensione che - anche in centro - mancano di ascensore. Dal nido a casa un tragitto a ostacoli di cui non ci lamentiamo nemmeno più, ma che ogni giorno ci mette a dura prova. Certo, piccole isole meglio organizzate non mancano. «In Bicocca ci sono molte aree pedonali dove i bambini possono circolare senza pericoli», dice ad esempio Claudia Collavo, mamma di Giacomo (tre anni) ed Eleonora (due mesi). Anche se poi, ad approfondire: «Piazza Daini è un cantiere da sei anni, un incubo».

 

 

La città con bambini da zero a tre anni è in subbuglio. «Sfido chiunque a prendere i tram jumbo con figli piccoli e due sole mani a disposizione: arduo l'ingresso, affollatissimo l'interno; e una volta a bordo, per regolamento, il passeggino bisogna chiuderlo», racconta Sara Borrelli, residente in Mecenate, con Simone (un anno) e Tommaso (cinque). Quindi lei ogni mattina come fa? «Andiamo, io e i miei figli, in carovana a prendere l'autobus 45 alla fermata di via Zante, che però non è delineata dalle strisce gialle: quindi appena arriva il mezzo, via con lo slalom tra le auto parcheggiate in doppia o tripla fila». E poi: «Scendiamo a una fermata prima di quella giusta perché in via Carbonera troveremmo: gradino di marciapiede, gradino per gli alberi e, lì in mezzo ai tronchi, macchine a lisca di pesce». Meglio con le commissioni? «No, una lotta anche lì. In tintoria, oltre agli scalini, c'è una porta difficile da aprire; e nel mio negozio favorito, scala senza ascensore e spazi angusti: se entro con Simone devo uscire in retromarcia».

 
E poi Valentina Giannella dei Genitori Antismog, che abita in piazza Leonardo da Vinci e ha Leo (due anni) e Agata (sei mesi). «Il marciapiede di via Zanoia, di fronte ai giardini, è un terreno di battaglia, idem quello di via Pacini: rotaie in disuso, radici sporgenti, rifiuti vari». E il metrò? «Fermata Piola, linea verde: un centinaio di gradini ti aspettano beffardi. Gli ascensori? Quando ci sono (caso rarissimo) partono già sotto terra». Aperto il megafono, chi le ferma? Eleonora Montani, mamma di Elisabetta (quattro anni) e Leo (due), residente in zona Bocconi. «A casa nostra l'incastro in ascensore è materia per ingegneri; alternativa, cinque piani a piedi col passeggino al collo; e poi: salire coi figli sulla 90/91 è impresa da Hulk, lo stesso per il tram della linea 9 che da viale Bligny mi porterebbe al nido».


Allora si va a piedi, «tra intoppi e polveri sottili, col passeggino proprio ad altezza tubo di scappamento». A questo proposito, la moda di città si chiama: «in alto chi può». I passeggini per piccoli sono sempre più alti. Un furbo «plus» antismog. A Londra, addirittura, un fantasioso inventore ha realizzato una specie di navicella spaziale a quattro ruote con tanto di capsula, prese d'aria, filtro e pompa.Ma tornando ad Eleonora: «Al nido di Leo, ciliegina: mancano scivolo e ascensore. Arrivo al lavoro sudata come se avessi fatto una maratona». Io le capisco bene: ho tre figli piccoli e da sei anni sono dentro al gorgo scomodo di questa città poco amica delle schiene. Pur di lasciare il passeggino a casa, me li carico tutti su una bici allestita a catafalco: seggiolino dietro, davanti, in mezzo. Spesso pedalo sui marciapiedi, per non rischiare la vita della prole tra pavé sconnesso, auto e rotaie. E incrocio lo sguardo terrorizzato di altre mamme, loro a piedi con passeggino al seguito: «Non ci venire addosso, ti prego», implorano con gli occhi. Io faccio il possibile. Ma, lì a ciglio strada, è una lotta tra poveri. Mors tua vita mea. Finché non ci faciliteranno un po' la vita.

 

Elisabetta Andreis
05 maggio 2011

Bin Laden, nuove accuse dai sauditi: Osama tradito dagli egiziani di al Qaida

Il Mattino


Durante il blitz amerciano una vera battaglia. Il Pakistan cerca il riscatto: caccia a Mullah Omar e Al-Zawahiri


ROMA - Osama bin Laden è stato «liquidato» dalla fazione egiziana di al Qaida guidata dal numero due del network del terrore, Ayman al-Zawahiri. Lo scrive il quotidiano saudita al-Watan citando una «fonte regionale vicina al dossier terrorismo», secondo la quale è stato un «corriere pachistano e non kuwaitiano a portare gli americani nel compound di Abbottabad».



Capo esercito pachistano snobba Nato. Il capo dell’esercito pakistano, generale Ashfaq Pervez Kayani, ha convocato per oggi una conferenza con i vertici militari del paese per analizzare la situazione in seguito all’uccisione di Osama Bin Laden. Lo riferisce il quotidiano locale Express, spiegando che dalla riunione, in cui si esamineranno le conseguenze dell’uccisione ad Abbottabad del leader di al-Qaeda, potrebbero emergere decisioni importanti. Kayani ha quindi cancellato la sua partecipazione a una riunione della Nato prevista per oggi a Bruxelles.

Stampa pachistana: Cia incompetente su 11 settembre. Il governo di Islamabad ha risposto solo timidamente alle accuse di complicità o incompetenza avanzate dal capo della Cia, Leon Panetta, nei confronti dei servizi di intelligence pachistani (Isi), ma molti analisti, ed oggi il quotidiano The Nation in prima pagina, non esitano a replicare ricordando la brutta figura fatta dai servizi di informazione americani in occasione dell’11 settembre 2001. «Vorrà spiegare Panetta - scrive un editorialista del giornale da Lahore - in che modo 19 sequestratori di quattro velivoli implicati nell’11/9 sono riusciti a studiare e ad addestrarsi negli Stati Uniti senza che la Cia ne sapesse nulla?».

Partito islamico organizza protesta contro Usa. Il partito islamico pakistano Jamaat-e-Islami ha rivolto un appello alla popolazione invitandola a partecipare domani a manifestazioni di massa contro gli Stati Uniti in tutto il paese. Lo riferisce la Bbc, spiegando che secondo il partito, uno dei più importanti in Pakistan, con il raid condotto contro il laeder di al-Qaeda Osama Bin Laden gli Usa hanno violato la sovranità del Pakistan.

Prima della cattura di Bin Laden nella casa dove si rifugiava, c’è stata una vera e propria battaglia. Secondo alcuni testimoni ci sarebbero stati scontri a fuoco nel corso del blitz condotto dai soldati americani nel covo di Abbottabad, in Pakistan. Lo riferisce nel corso di un collegamento televisivo l’inviato dell’emittente satellitare al-Arabiya. Secondo il giornalista arabo, diverse testimonianze smentirebbero le tesi circolate ieri, secondo le quale il leader di al-Qaeda era privo di armi al momento dell’attacco. I testimoni sostengono che al momento del blitz ci sarebbe stato un conflitto a fuoco all’interno del compound. Un breve ma, a quanto pare, molto intensa battaglia.

Il riscatto del Pakistan, caccia a Mullah Omar e Al-Zawahiri. Il Pakistan ha deciso di lanciare una caccia all’uomo per stanare il leader dei Talebani, il Mullah Omar, e il numero due di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri. È quanto riferisce il quotidiano locale The News, spiegando che le operazioni si concentreranno nel nord-ovest e nel sud-ovest, nell’area montuosa lungo il confine con l’Afghanistan. Le operazioni, spiega quindi il quotidiano, non riguarderanno solo la città di Quetta - dove si troverebbe il gruppo di comando dei Talebani - ma anche il Nord Waziristan, in modo da trovare i due super-ricercati nel più breve tempo possibile. L’obiettivo è arginare le accuse rivolte negli ultimi giorni al Pakistan di aver fornito un rifugio sicuro a Osama Bin Laden. The News non esclude infine che la caccia al Mullah Omar e ad al-Zawahiri possa scatenare un’ondata di attentati in tutto il paese, destabilizzandolo.

Giovedì 05 Maggio 2011 - 09:37    Ultimo aggiornamento: 10:28




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La Moratti ha già vinto»

Corriere della sera

Milano, Grillo in piazza Duomo




Comizio del comico a piazza Duomo: «Chiunque può diventare sindaco con 20 milioni di euro»

Ft: Osama è costato due trilioni di dollari

Il Tempo


Per il Financial Times è il prezzo pagato dai contribuenti americani dal 200

La copertina dell'edizione straordinaria di  Time sulla morte di Osama Bin Laden mostrata sullo schermo Nasdaq a Times Square, New York Osama Bin Laden è costato agli Stati Uniti oltre due trilioni di dollari, scrive oggi il Financial Times, ironizzando sul fatto che "se la taglia di 5 milioni di dollari posta su Osama bin Laden nel 1998 avesse portato alla sua immediata cattura e avesse messo fuori gioco al Qaida, sarebbe stato l'affare del millennio". "Partendo dal presupposto che senza Bin Laden non ci sarebbero stati gli attentati dell'11 settembre, e che senza l'11 settembre non ci sarebbero state le guerre in Afghanistan e in Iraq - sottolinea il Ft - il leader di al Qaida è costato direttamente ai contribuenti americani oltre 2.000 miliardi di dollari, e il costo indiretto potrebbe essere più alto". Dal 2001 a oggi, gli Stati Uniti hanno hanno speso 690 miliardi di dollari per la sicurezza, 443 miliardi per la guerra in Afghanistan e 860 miliardi per il conflitto in Iraq.

NEL COMPOUND DIVIETO DI FUMO La villetta fortificata di Abbottabad dove era rifugiato Osama bin Laden non era la sontuosa residenza di cui hanno parlato governo e stampa americani. Secondo quanto riferisce il Guardian, la casa non valeva un milione di dollari come detto ma al massimo 250.000. E nell'abitazione era in vigore il divieto di fumo. Sulla stima del valore dell'abitazione a dare una valutazione più precisa sono due agenti immobiliari di Abbottabad. Muhammad Anwar spiega: "Non c'era la piscina, per esempio, non era esattamente una residenza di lusso poteva valere al massimo venti milioni di rupie" (pari appunto a 250.000 dollari). Quanto al particolare del divieto di fumo questo è solo indiziario ma circostanziato. L'Independent ha intervistato un commerciante della zona che riforniva regolarmente i misteriosi abitanti della dimora. Mohammad Usman ricorda di aver portato verdure, saponette, shampo e anche sigarette. Ma gli uomini di guardia, precisa, compravano sempre sigarette sfuse, una o due al massimo "mai un intero pacchetto". Forse Bin Laden, riflette ora Usman, aveva proibito di fumare.



05/05/2011




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Dà lezione di gestione ma l'Unità di Concita ha 176 milioni di debito

di Paolo Bracalini


Maxi causa di sei banche contro l’ex partito dei Ds. Ma come al solito a pagare saranno i cittadini: se il Pd riuscirà a defilarsi, toccherà allo Stato coprire parte del buco da record. Eppure era la De Gregorio a dare lezioni sulla gestione dei quotidiani...



Roma La premessa per un inciucione tra gli ex missini di Fini e gli ex Pci di Bersani è pessima, visto che l’avvocato che segue la maxi causa contro l’ex partito editore dell’Unità è Girolamo Bongiorno, cattedratico parlermitano padre di Giulia, legale e braccio destro del leader cosiddetto futurista. Il professore assiste un pool di banche (tra cui colossi come Intesa San Paolo, Unicredit, Bnl) in credito con l’ex partito dei Ds, per una cifra spaventosa: 176 milioni di euro. Finora gli sforzi per recuperare i soldi sono stati vani, ma siamo alle strette perché un’udienza è fissata (come racconta Rosario Dimito sul Messaggero) tra due settimane circa. I debiti risalgono a tre tranche di finanziamenti, il primo nel 1988, gli altri nel ’93 e poi nel ’94.
Di mezzo c’è anche la presidenza del Consiglio, in qualità di garante «solidale», in virtù della legge sui contributi pubblici all’editoria. Significa che se parte dell’attuale Pd (quello erede del patrimonio ma anche dei guai dei Ds) riuscirà in qualche modo a defilarsi, sarà lo Stato a dover rispondere in sede esecutiva, accollandosi una fetta dei debiti che ora le banche rivendicano. Tecnicamente si chiama «escussione della garanzia della Stato», in soldoni si tratta del rimborso dei debiti dovuti dall’Unità, trascinati fino ad oggi.
Nel 2008 era arrivata una diffida di pagamento, sia ai Ds (già confluiti nel Pd) sia a Palazzo Chigi, allora occupato da Romano Prodi. La presidenza del Consiglio a quel punto intimò al partito di saldare il debito, anche al fine di «salvaguardare la posizione assunta dallo Stato come garante». Risposta democratica: silenzio assoluto. Il passo successivo è stato un precetto di pagamento, notificato dalla banche al partito, e quindi un pignoramento a Camera e Senato stavolta in ragione dei contributi elettorali (svariati milioni di euro) erogati dal Parlamento al partito allora guidato da Walter Veltroni.
Negli anni il quotidiano ha attraversato varie ristrutturazioni societarie e nel 2000 le esposizioni finanziarie del quotidiano sono state rinegoziate, trasferendole al partito.
Ma questo passaggio non ha migliorato le cose, anzi. Nelle due udienze del 2009 e poi del 2010 non si è cavato un ragno dal buco, anche perché - riporta il Messaggero - un gruppo di fuoriusciti del Ds-Pd si sarebbe messo di traverso «nei confronti delle procedure esecutive intentate». Ora gli istituti di credito puntano, entro maggio, a recuperare il 25% almeno dei vecchi finanziamenti. Sì, ma da chi? Lo Stato è più solvibile rispetto al partito, che però è tutt’altro che povero. Specie se si considera la proprietà immobiliare, retaggio del Pci. Su questo dossier regna lo storico tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, baffo alla Peppone e carattere di ferro, soprattutto quando si toccano i denari.
Il comparto immobiliare dei Ds-Pd conta all’incirca 2.400 immobili (sezioni di partito, case del popolo, bar, appartamenti e locali sparsi per tutta l’Italia). Un tesoro forse capace di coprire i debiti accumulati dall’Unità di quegli anni (ora graziosamente diretta da Concita De Gregorio, dispensatrice di lezioni su varie materie, la cui gestione non ha niente a che vedere con i vecchi debiti), su cui le banche potrebbero rivalersi con dei pignoramenti. Ma qui nascono i problemi, per via dell’astuzia del diabolico Sposetti. Gli immobili sono stati trasferiti a delle Fondazioni, o anche a Federazioni locali (un trucco pensato anche per non mescolare la preziosa eredità comunista con quei baciapile della Margherita).
Cioè soggetti terzi rispetto al partito, che potrebbero far valere l’autonomia patrimoniale messa nero su bianco nei loro statuti, per opporsi alle eventuali azioni esecutive. Un intricato groviglio di beni, posseduti ma intangibili grazie agli espedienti della tesoreria. Col paradosso di un partito ricchissimo, ma (finora) insolvente. Non solo immobili, ma anche opere d’arte, più di 400, tra cui dei Guttuso, dei Mario Schifano (una di queste tele, I compagni, la regalò Gian Maria Volontè alla sua sezione), dei Piero Dorazio, e poi altri meno noti. Si annovera nella ricca eredità anche un patrimonio di memoria (con un valore economico, ça va sans dire) raccontato tempo fa dal Foglio, composto da pezzi come il servizio da caffè che Palmiro Togliatti usava alle Frattocchie, le foto autografate dei cosmonauti sovietici come Gagarin, la scrivania di Pajetta. E poi addirittura sedici loculi disponibili nel mausoleo del partito al cimitero del Verano, a Roma. Molti nemici, molto onore. Molti immobili, molti debiti. Contratti negli anni che coincidono con le direzioni di due illustri predecessori della dolce Concita: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. E io pago.


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La sinistra si scandalizza per Osama ma dimentica la fine di Mussolini

di Alessandro Sallusti


Per Barbara Spinelli, esponente della peggiore sinistra, Osama non andava ucciso. Ma l'unica volta che quel­li come la Spinelli hanno avuto in mano in italia il potere di decidere sulla sorte di un nemi­co si sono com­p­ortati da macel­lai: ac­cadde con Mus­solini



Primi indizi di proces­so all'America per l'uccisione di Osa­ma Bin Laden. Bar­bara Spinelli, esponente del­la peggiore sinistra italiana, quella che pontifica sulla classe operaia pasteggian­do a champagne e ostriche nei suoi attici parigini, ieri su Repubblica ha aperto le danze con il solito articolo al veleno contro l'America cinica e cattiva (che si tira addosso da sempre l'odio del mondo) e quasi quasi in difesa del povero Bin La­den, assassinato inutilmen­te perché era non solo indi­feso ma già sconfitto dalla storia. Per questi vecchi ar­nesi della politica, Osama non andava ucciso. In fon­do a loro, i comunisti, era an­che un po' simpatico in quanto antiamericano.
E di­re che l'unica volta che quel­li come la Spinelli hanno avuto in mano in italia il potere di decidere sulla sorte di un nemi­co si sono com­p­ortati da macel­lai che in con­fronto Obama è un raffinato. Ac­cadde con Mus­solini. Il comita­to nazionale di liberazione, a guida Pci, ordinò infatti l'esecuzione sommaria e senza processo del Duce, che a differenza di Bin La­den, era già loro prigionie­ro. Non contenti, i padri no­bili della Spinelli ordinaro­no pure l'uccisione della sua compagna, Claretta Pe­tacci, e la successiva esposi­zione pubblica dei due cada­veri appesi a testa in giù. La repubblica italiana an­tifascista nasce su una bar­barie contro il nemico ( le fu­cilazioni senza processo fu­rono centinaia) che in quel momento era sconfitto dal­la storia, solo e inerme mol­to più di quanto non lo fosse domenica sera Bin Laden.
La verità è che quando la cronaca diventa storia è inu­tile e addirittura pericoloso affrontarla con gli occhi del commentatore, o peggio an­cora del professore, in pun­ta di codici, leggi, diritti. Sen­za una zona grigia dentro la quale gli uomini a volte si possano muovere esentati dal doverne rispondere in una conferenza stampa, il mondo non andrebbe avan­­ti, noi oggi non saremmo ciò che siamo. La licenza po­etica che i letterati rivendi­cano, quella di trasgressio­ne che muove gli intellettua­li, non è cosa poi così diver­sa da quella di uccidere che serve agli agenti segreti e ai corpi speciali. È l'interesse superiore della collettività che giustifica i mezzi, non la morale e a volte neppure tri­bunali. Altrimenti succede come in Italia, Paese stupi­do e ingrato con i suoi servi­tori. Ricordate il caso di To­to Riina?
Era il nostro Bin La­den, capo supremo della mafia, latitante spietato che nella sua latitanza ha ordi­nato centinaia di omicidi. Quelli che l'han­no acciuffato avrebbero meri­t­ato oneri e vitali­zi, invece si ritro­vano chi in gale­ra, chi sotto pro­cesso, chi emar­ginato dentro l'arma dei carabi­nieri. E questo perché qualche Pm zelante, supportato da Barbare Spi­nelli di turno, è andato a ve­dere dentro la zona grigia dei contatti, dinamiche e compromessi che hanno portato all'arresto del feten­te. E hanno trovato cose che apparentemente non coin­cidono perfettamente con le regole. Quindi devono pa­gare. Gli eccessi di democrazia possono portare alla morte della democrazia stessa. Il presidente degli Stati Uniti ci ha detto che Osama Bin Laden è stato ucciso perché era un pericolo per il mon­do libero e occidentale. Io gli credo, non mi servono al­tre prove oltre l'11 settem­bre. E aggiungo: sarebbe sta­to un pericolo anche da pri­gioniero. Fuori da ogni ipo­crisia: il mandato era di ucci­derlo, ed era un giusto man­dato.




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I misteri della missione: ecco le contraddizioni del blitz perfetto degli Usa

di Gian Micalessin



Giorno dopo giorno mutano le ricostruzioni dell’intervento delle forze speciali. Ora si scopre che Bin Laden non era armato ma avrebbe fatto "mosse minacciose". Una delle figlie sostiene sia stato ucciso dopo la cattura: un’ipotesi compatibile con le ferite


Le foto non ancora non esibite, le versioni riviste e corrette, le incongruenze, i dubbi generati dalla sepoltura in mare. Il raid perfetto, l'operazione destinata a rilanciare l'immagine dell'amministrazione Obama fa i conti con ricostruzioni approssimative e contraddizioni grossolane. Regalando punti ai sostenitori delle più folli tesi complottiste.

IL BIN LADEN ARMATO
Inizialmente John O. Brennan, consigliere per l'antiterrorismo della Casa Bianca, giustifica l'uccisione sostenendo che Bin Laden fronteggia armi alla mano l'incursione. «E' stato coinvolto in uno scontro mentre entravano, ma non so se abbia sparato» racconta Brennan. Stando alle rettifiche del portavoce della Casa Bianca Jay Carney e dal capo della Cia Bin Laden non era armato. E non ha forse neanche tentato di far resistenza. «Far resistenza - precisa Carney - non richiede il possesso di un’arma». Panetta racconta invece di «alcune mosse minacciose» e questo sarebbe «il motivo per cui hanno aperto il fuoco».
LA MOGLIE MAI MORTA
Nelle prime versioni John O. Brennan racconta di una moglie di Bin Laden usata come «scudo umano» uccisa nello scontro a fuoco. Ora sappiamo che la 27enne Amal Al Sadah, la più giovane delle cinque mogli di Bin Laden ha riportato solo una leggera ferita ad una gamba e non ha è mai stata usata come scudo. La donna morta si trovava due piani più sotto, non era una moglie di Bin Laden e non è stata usata come protezione.
UCCISO DALLE GUARDIE DEL CORPO?
Nel 2001 durante l'assedio di Tora Bora il capo di Al Qaida aveva chiesto alle sue guardie di ucciderlo in caso di imminente cattura. Secondo alcune tesi i guardiani di Abbottabad avrebbero beffato le forze speciali arrivate, in verità, per catturare Bin Laden e sarebbero riuscite ad ucciderlo con tre colpi di kalashnikov. La devastante ferita al volto sarebbe proprio la conseguenza dei colpi calibro 7,62 sparati dall'Ak 47.
GIUSTIZIATO DOPO LA CATTURA?
Leon Panetta ammette che l'ordine «era di uccidere Bin Laden» ma «se lui - precisa - avesse alzato le mani, si fosse arreso e non fosse risultato minaccioso l'avrebbero catturato». La regola potrebbe esser stata infranta per rispettare l'ordine primario. Una delle figlie di Bin Laden prese in custodia dai pakistani dopo il raid sostiene che il padre è stato ucciso dopo la cattura. Le ferite riportate sarebbero compatibili con quest'ipotesi. Il colpo al bersaglio grosso (il petto) e il doppio colpo alla nuca rispecchiano la prassi di sicurezza seguita dalle Forze speciali nelle operazioni di ricerca e uccisione. Questa ipotesi porta direttamente alle foto «orribili». La carabina Colt M4 calibro 5,56 in dotazione ai Seals provoca piccoli fori d'entrata, ma devastanti danni all'uscita della pallottola. Il doppio colpo alla nuca avrebbe fatto esplodere la faccia del capo di Al Qaida. E questo sarebbe il motivo per cui l'amministrazione esita a renderle pubbliche.
CADAVERE IN MARE O IN FRIGORIFERO?
Ufficialmente il cadavere di Bin Laden arriva prima nella base di Baghram in Afghanistan e poi sulla portaerei Carl Vinson. La decisione di gettarlo in mare arriva dopo il «no» di Arabia Saudita, Yemen e Afghanistan alla richiesta di accogliere il cadavere e risponde all'esigenza religiosa di seppellirlo entro il tramonto. Il primo dubbio riguarda il trasporto del cadavere. Non può viaggiare su un jet e vista la distanza neppure su un elicottero. Dunque come atterra sulla tolda di una portaerei che accetta solo pochi tipi di aerei da trasporto? Secondo le tesi più deliranti Bin Laden non è mai stato ucciso in quanto alleato segreto dell'America. Secondo una versione più sofistica gli americani vogliono analizzarne il corpo ed esibirlo solo in seguito. In barba a tutte le regole islamiche.

IL PAKISTAN SAPEVA?

Washington nega di aver informato il Pakistan. Islamabad accusa Washington di aver messo a segno un'azione unilaterale. Secondo alcune versioni gli elicotteri sarebbero partiti non dalla base afghana di Jalalabad, ma da quella pakistana, in uso alla Cia, di Tarbela Ghazi nelle provincie nord occidentali del paese. Washington avrebbe ottime ragioni per non informare gli alleati visti i dubbi sul ruolo dell'intelligence di Islamabad sospettata di coprire Al Qaida. Il Pakistan invece negherebbe ogni collaborazione per evitare una rivolta guidata dai sostenitori di Al Qaida.
LA PRESENZA MAI PROVATA
Contrariamente alla versione iniziale non esisteva la certezza di trovare Bin Laden nel rifugio di Abbottabad. Il direttore della Cia Leon Panetta rivela che l'intelligence statunitense non è mai riuscita a scattare una foto di Bin Laden dentro il rifugio né a raccogliere la prova della sua presenza. Le probabilità di una presenza oscillava tra il 60 e l'80 per cento. «In verità - sostiene Panetta - avremmo potuto scoprire che Bin Laden non c'era». Dunque Barack Obama ha rischiato grosso. Le affermazioni rischiano di dar credito alle teorie di quanti in mancanza di foto e cadavere ipotizzano che il capo di Al Qaida non sia stato né trovato, né catturato, né ucciso.




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Giustizia a doppio binari Il Csm non tutela i giudici che Travaglio attacca

di Anna Maria Greco


Il vice direttore del "Fatto" mette in dubbio imparzialità e correttezza di tre giudici palermitani. Ma il plenum archivia il procedimento


Roma Il Csm, tanto solerte nel proteggere certi magistrati, per altri non muove un dito. Dipende anche, a quanto sembra, da chi lancia gli insulti e da chi è l’accusato.

In questo caso, da una parte c’è il presidente della Corte d’Appello di Palermo Claudio Dall’Acqua e i due giudici a latere del processo Dell’Utri e dall’altro Marco Travaglio, che li ha pesantemente attaccati su «Il fatto quotidiano» e «L’Espresso» (poi ripresi da altri mass media), mettendone in dubbio imparzialità e correttezza.

Ieri il plenum del Csm ha deciso di archiviare la pratica a tutela dei tre giudici palermitani, chiesta a giugno dal laico del Pdl Gianfranco Anedda, che parlava di «chiara intimidazione» e dallo stesso Dall’Acqua, che denunciava una pesante lesione dell’«onorabilità» del collegio.

Eppure, lo stesso Csm riconosce che Travaglio ha scatenato una pesante «campagna denigratoria» contro i magistrati, che furono addirittura costrette a difendersi, con un comunicato letto in aula nella penultima udienza, rivendicando la loro «assoluta indipendenza e autonomia di giudizio».

«La Corte non fa mistero di una gran voglia di assolverlo, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui ha rigettato quasi tutte le richieste dell’accusa», scriveva il giornalista riferendosi al senatore Pdl, solo 3 giorni prima della sentenza che l’ha condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Aggiungeva, «maliziosamente» scrive il Csm, amenità sui figli di Dall’Acqua: uno reo di fare l’ingegnere nell’azienda di un tale ritenuto prestanome di un mafioso (malgrado si fosse dimesso subito dopo l’arresto dell’interessato) e l’altro segretario generale del Comune di Palermo targato Pdl. Per finire, altre insinuazioni sui due giudici a latere.

La Prima Commissione del Csm, senza fretta, in autunno ha proposto di chiudere tutto, con i voti favorevoli del laico Pd Guido Calvi e dei due togati delle correnti di sinistra Paolo Carfì e Roberto Rossi e l’unica astensione dell’indipendente Paolo Corder. Ma una raccolta di firme, voluta dai togati della corrente moderata Magistratura indipendente guidati da Tommaso Virga, ha preteso che decidesse il plenum.

Così è stato: la decisione non è stata ribaltata, ma l’assemblea si è spaccata in 2 ore di accesa discussione: 13 sì, 5 no (3 togati di Mi, uno di Unicost e Corder) e 5 astenuti (4 laici Pdl e Nappi del Movimento).
La pratica è stata archiviata con una strana motivazione: le aggressioni «sul piano professionale e familiare» ai giudici palermitani sono gravi e «strumentali», degli interessati va lodata la «condotta esemplare» e, «tuttavia», non ci sono i presupposti per aprire una pratica per la loro tutela.

Perché? Perché gli attacchi non hanno avuto grande diffusione sui mass media e così non hanno provocato «un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria». Non lo hanno determinato? E, usando un’espressione ormai abusata, se non ora quando?

«In questo caso - dice Corder - gli estremi per la pratica c’erano tutti. Soprattutto, perché le accuse sono state lanciate alla vigilia di una così delicata sentenza». Una sentenza dal peso politico. Ma qualcuno, sull’altro fronte, ha sottolineato che gli attacchi non sono venuti «da una carica istituzionale, dal premier ad esempio» e quindi il danno è limitato. Chissà se Dall’Acqua la pensa così.

I laici del Pdl si sono astenuti, perché contestano l’istituto stesso delle pratiche a tutela. «Ma per noi - dice Bartolomeo Romano - questa è la prova che ne viene fatto un uso strumentale e arbitrario. Due pesi e due misure: De Pasquale va tutelato contro Berlusconi, Dall’Acqua non va difeso da Travaglio. Se è così, tanto vale abolirle».

Paradossalmente, lo stesso Dall’Acqua ha spianato la strada all’archiviazione, affermando che il collegio «è rimasto del tutto indifferente» agli attacchi. A volte, resistere alle pressioni è quasi una colpa.




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Altro che innovatore, Grillo fa i suoi comizi come negli anni '50

di Gabriele Villa


Il comico è un bluff. Si finge innovatore, ma usa i metodi della vecchia politica: "I miei figli mi prendono in giro"



Milano Toh, guarda chi si rivede, Beppe Grillo: il fustigatore a cinquestelle. Il politico che non vuol fare il politico. Il comico che cerca ancora di fare il comico, inanellando una serie di vaffa. Il cercatore di palchi, palchetti, scranni et similia per salirci sopra e urlare qualcosa al microfono.
Ma non dovevamo non vederci più? Ma non dovevamo, grazie a lui, il fustigatore-innovatore, voltare, finalmente, pagina? Cambiare passo, cambiare politica e, soprattutto, cambiare i politici? Macché, tutte palle, per dirla in linguaggio grillese.
Perché lui, proprio lui, il fustigatore-innovatore ha adottato il format più stantìo che potesse adottare. Dice che i politici di oggi sono peggio di quelli di ieri, che sono pattumiera, rifiuti più o meno organici da smaltire nella raccolta non differenziata, nel senso che sono tutti uguali di qualsiasi colore siano, eppoi si comporta lui peggio dei politici non solo di oggi ma anche di quelli dell’altro ieri.
Non si sta perdendo una piazza, una piazzetta, una rotonda per fare il suo comizio anni Cinquanta stile Vota Antonio, Vota Antonio! Ieri la sua ennesima, straordinariamente innovativa performance, ha voluto tenerla nientemeno che in piazza Duomo a Milano. Già, proprio il luogo deputato ai comizi di tutti i comizianti che sono passati da Milano. Praticamente da Belloveso, nipote del re dei Galli Bituringi, ad oggi. Originale dunque questo nuovo imperatore a cinquestelle che dal palco cerca di risvegliare le folle e indottrinarle alla rivoluzionaria politica della mutazione più immutabile che il suo movimento propone. Originale e limpido nella sue affermazioni ha ripetuto puntualmente anche ieri che i politici al governo e in parlamento «sono già morti, tutti morti» e riguardo a questo tema, trasversalmente parlando non ha fatto eccezioni. Ha stangato Fassino e i suoi che hanno osato definire lui e il suo movimento cinquestelle «l’anti-partito», ha demolito Pisapia e la sua candidatura anti-Letizia Moratti a Milano. Ma poi ha bastonato in rapida successione Berlusconi, Lupi,(«Massì quello con la faccia che sembra la figlia di Fantozzi!»)e La Russa invitandolo cortesemente ad «bombardarsi il sedere».
Meno male che il fustigatore-innovatore ha un’idea ben precisa di Milano e della sua amministrazione: «Quello di prima, il sindaco di prima Gabriele Albertini ha indebitato la città per un miliardo e 750 milioni e ora lo manteniamo in Europa. Questi qui ci hanno impiegato quattro anni a capire di essere pieni di debiti. E sapete perché? Perché che sono incapaci di intendere e volere». Poi la sua verve comica è uscita al meglio: «Avete una signora che quando si guarda sembra dire: “Ma sono veramente io il sindaco?”. Avete una città piena di lavori, di cemento. E il sindaco ha firmato un piano regolatore da 35 milioni di metri cubi. Pari a 350 Pirelloni. Avete un sindaco che è la moglie di un petroliere che le mette a disposizione 20 milioni di euro. Con 20 milioni di euro chiunque può diventare sindaco Invece, il centrosinistra schiera un vecchio signore - ha detto riferendosi a Giuliano Pisapia – che è una brava persona ma non ce la fa. Hanno già perso».
Un’illuminante analisi per giungere ad una conclusione piuttosto scontata: «Il nuovo siamo noi, gli altri, siamo noi che candidiamo a sindaco un ragazzo di vent’anni. Perché solo noi possiamo cambiare quest’Italia e mandar via questa gente» Solo che poi è lo stesso Grillo ad ammettere che «nemmeno noi sappiamo chi siamo e dove vogliamo arrivare perché siamo nati nella rete e i contradditori, i dibattiti li facciamo in rete». Qualcosa non torna. Oppure il principe della satira prende in giro se stesso e noi stessi. Parla, anzi predica a squarciagola di web e dintorni e poi va in giro a fare comizi («quattro al giorno») per farsi conoscere come l’ultimo dei dinosauri della politica preistorica che lui vuole polverizzare. «Mi prendono in giro anche i miei figli - ammette - che ironizzano sulla mia idea fissa della politica dal basso». Certo se nemmeno in famiglia lo appoggiano Beppe Grillo merita tutta la nostra solidarietà. È una faticaccia girare l’Italia da incompreso.





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