martedì 10 maggio 2011

Sono morto e questo è l'ultimo post»

Corriere della sera

Milioni di accessi al messaggio lasciato da un blogger canadese scomparso dopo anni di lotta contro il cancro




Derek Miller (da Internet)
Derek Miller 
MILANO - «Ecco qua. Sono morto e questo è l'ultimo post del mio blog». Comincia così il messaggio, datato 4 maggio, lasciato da Derek Miller, diventato con gli anni il più famoso blogger canadese, su www.penmachine.com, in cui lui stesso annuncia la propria morte per le complicazioni di un tumore all'intestino, all'età di 41 anni. L'annuncio della fine ha provocato enorme commozione in rete, con oltre 8 milioni di contatti alla homepage del blog. Miller, sposato, due figlie di 13 e 11 anni, di Vancouver, era diventato famoso per la puntualità, la freddezza e il coraggio con cui aveva raccontato la lotta contro la malattia, senza mai cedere (almeno a giudicare dai messaggi) alla totale disperazione e spesso con un tocco di amaro umorismo.

DIET COKE E FORMAGGIO SPRAY - In un post del 6 aprile, per esempio, chiedeva ai cittadini statunitensi che avessero visitato Vancouver e ai canadesi che tornavano dagli Stati Uniti di portargli due cose introvabili nel suo Paese, la diet coke alla ciliegia e il formaggio spray Easy Cheese della Kraft: «E se qualcuno mi dice che questi sono orribili "quasi-cibi" che mi faranno venire il cancro, non farò altro che ridere e ridere». Anche l'ultimo post segue in parte questa vena («ho chiesto ai miei cari di pubblicare questo messaggio già pronto, l'inizio del processo che trasformerà questo sito, ora attivo, in un archivio»), ma presto vira verso un tono più intimo e pieno di amore per la famiglia, anche se sempre molto misurato e in apparenza senza molta fiducia in un possibile aldilà. «Io non sono andato in un posto migliore o peggiore. Io non sono andato da nessuna parte, perchè Derek non esiste più. Non appena il mio corpo smetterà di funzionare e i neuroni del mio cervello cesseranno l'attività, subirò una notevole trasformazione: da un organismo vivente a un cadavere, come un fiore o un topo che non riesce a superare una notte particolarmente gelida».

IL MONDO E' MERAVIGLIOSO - Il suo più grande rammarico? Non essere vicino alla moglie e alle figlie nelle prove che certamente le attenderanno nella vita. La sua più grande gioia? La vita stessa, perchè «il mondo è un luogo meraviglioso e stupefacente». La malattia che lo ha ucciso? Certo, una cosa orribile. «Ma io -scrive - sono anche stato fortunato. Non mi sono mai dovuto chiedere come mi sarei procurato il mio prossimo pasto. Non ho mai dovuto temere l'arrivo di soldati stranieri, con mitra e machete, che avrebbero ucciso o ferito la mia famiglia. Non ho mai dovuto lottare per salvarmi la vita. Purtroppo, queste sono cose che alcune persone devono fare ogni giorno». «Nessuno può immaginare cosa veramente lo aspetta nella vita. Possiamo pianificare e fare ciò che ci piace, ma non possiamo aspettarci che i nostri piani funzionino. Spero che questo sia quello che le mie figlie imparino dalla mia malattia e dalla mia morte». «Airdrie - scrive alla moglie chiudendo il post - tu sei stata la mia migliore amica e il mio legame più stretto e profondo. Io non so cosa saremmo stati l'uno senza l'altra, ma credo che il mondo sarebbe stato un luogo più povero. Ti amo profondamente. Ti amo, ti amo, ti amo».


P. Ra.
10 maggio 2011



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Messico, un nuovo «mostro» per i narcotrafficanti

Corriere della sera


L’esercito ha sequestro un veicolo blindato artigianale costruito dai trafficanti



Il nuovo mezzo sequestrato ai Los Zetas

WASHINGTON – Un nuovo «mostro» per i Los Zetas, potente cartello della droga messicano. Pochi giorni fa nella cittadina di Ciudad Mier, Tamaulipas, l’esercito ha sequestro un veicolo blindato artigianale costruito dai trafficanti. Un’evoluzione, più sofisticata, di un mezzo simile andato distrutto in un combattimento nel 2010. Il «mostro 2011» – così è stato ribattezzato – può raggiungere una velocità di 100-110 chilometri orari, oltre doppio del modello precedente.
COME È FATTO - Il camion-testuggine è protetto da pesanti piastre, sei feritoie sui due lati e una coppia di torrette. Chi lo ha realizzato, però, non ha fatto bene i calcoli: gli assi delle ruote non hanno retto al peso. I Los Zetas usano veicoli blindati per attaccare postazioni di polizia oppure negli scontri con le fazioni rivali. I narcos dispongono di un arsenale poderoso. Mitragliatrici, lanciarazzi, granate e fucili come il Barrett in grado di perforare mezzi protetti. Con l’estendersi della guerra tra i vari cartelli sono nate officine clandestine che si dedicano alla preparazione di mezzi. Nell’abitacolo è creata una bolla di protezione, quindi ci sono feritoie e a volte hanno trucchi che ricordano l’auto di James Bond. Da scomparti posteriori possono essere sparsi chiodi e olio.


Guido Olimpio
10 maggio 2011



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La statua di San Catello si ferma davanti alla casa del boss: è bufera

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco Bobbio si è opposto alla sosta decisa dai «portatori» e ha deciso di abbandonare la processione

NAPOLI - Avrà un seguito giudiziario la «sosta» del Santo Patrono davanti alla casa di un camorrista, durante la processione rituale di domenica mattina a Castellammare di Stabia. La vicenda è, infatti, finita in un’informativa che sarà trasmessa dai carabinieri alla Prefettura e alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Al centro del contrasto, che ha visto protagonisti il sindaco di Castellammare di Stabia, Luigi Bobbio, ex magistrato, e l’arcivescovo di Sorrento-Castellammare, monsignor Felice Cece, prossimo alla pensione, ci sono questioni di ragione morale. L’itinerario e le soste della processione del patrono, San Catello, vengono decise dai «portatori» della statua del santo. E sono stati loro, a ribadire che, dopo la consueta sosta e le preghiere nello stabilimento della Fincantieri di Castellammare di Stabia, la statua sarebbe stata posata davanti alla casa di un noto camorrista stabiese, come accade ogni anno da decenni. Anche a gennaio scorso, infatti, era stato seguito lo stesso rituale.


LASCIA LA PROCESSIONE - Il sindaco Bobbio, in quell’occasione non c’era, ma domenica invece sì e si è opposto alla tappa. A tentare di mediare, l’arcivescovo Cece che ha spiegato al primo cittadino che la sosta non si riferiva a un atto di venerazione nei confronti di persone, bensì avveniva davanti alla Chiesa di Santa Fara, che si trova dieci metri prima dell’abitazione del personaggio contestato dal primo cittadino. Bobbio ha fatto presente che si tratta di una chiesa chiusa tutto l’anno e che, quindi, meglio sarebbe stato sostare dieci metri prima. Quando i portatori hanno deciso, comunque, di fare la sosta il sindaco, ha messo via la fascia tricolore e ha ritirato il Gonfalone. La statua del santo è stata poggiata a terra per un istante, la processione è proseguita e il sindaco ha ripreso la fascia tricolore con cittadini al seguito.

San Catello, il patrono di Castellammare

«RITIRO IL GONFALONE» - «Finchè non avrò assicurazioni chiare dall’ Arcivescovado di Sorrento-Castellammare, che la sosta davanti alla casa del camorrista non verrà espunta dal passaggio della processione del Patrono di Castellammare di Stabia, l’amministrazione comunale ritirerà il gonfalone e ogni rappresentanza nel corteo». Il sindaco ha deciso che i simboli del Comune non presenzino in futuro il rito con cui la festa del patrono della città, San Catello, viene celebrata due volte all’anno, in gennaio e in maggio. «In maggio dello scorso anno, io non ero al corrente di questa assurda sosta che viene apparentemente motivata come una sorta di venerazione alla santa di una chiesa che rimane chiusa per quasi tutto l’anno - racconta Bobbio - E quando a gennaio scorso i portatori stavano per effettuare il simbolico gesto di ’rispettò passando davanti all’abitazione del camorrista, io urlai di procedere e questi, presi alla sprovvista, non fecero in tempo a fermare il corteo, continuando la processione».

POLEMICA CON IL VESCOVO - «Quest’anno - dice il sindaco - ho voluto anticipare le loro intenzioni, impartendo un ordine ben preciso, di evitare questa sosta. Ma i portatori si sono ribellati. Da parte del vescovo mi sarei aspettato di essere spalleggiato, invece ho dovuto ascoltare delle giustificazioni non ammissibili». «Ho provveduto - conclude Bobbio - che un’informativa venisse inviata alla Prefettura e alla Procura della Repubblica sui fatti accaduti. E il prossimo anno l’amministrazione sarà presente in processione solo se dall’ Episcopio verrà garantita una modifica delle soste del percorso, che dovrà evitare genuflessioni davanti alla casa dei camorristi».


Redazione online
09 maggio 2011
(ultima modifica: 10 maggio 2011)

Terremoto a Roma, cresce la psicosi Ma Comune e sismologi: stop allarmismi

Corriere della sera

 

Una profezia prevede un enorme sisma nella Capitale mercoledì 11 maggio. Appelli alla ragione degli esperti: scosse imprevedibili. Ma i cinesi vanno via

 

ROMA - Niente panico. Anzi, «mandate i figli a scuola». «Basta con gli allarmismi», se terremoto sarà «si tratterà al massimo di qualche scossa lieve». E tutte le istituzioni locali impegnate a dire: non ci muoviamo da Roma. E ad invitare i cittadini a non farsi prendere dalla psicosi invitandoli alla «serenità e alla ragione». Ma intanto in Rete la paura cresce. E, per stare tranquilli, i cinesi dell'Esquilino hanno già chiuso i negozi, fatto i bagagli e lasciato la Capitale. Perché il mercoledì 11 maggio 2011, una profezia di un secolo fa ha previsto a Roma un sisma di tale intensità da raderla al suolo con tutta la sua storia ultramillenaria.

 

 

L'ALLARME E GLI INVITI ALLA CALMA - Sul web la psicosi cresce e si alimenta da mesi. Ne parlano decine di gruppi su Facebook e gli studiosi si interrogano sulla veridicità delle profezie dell'astronomo e sismologo Raffaele Bendandi. Così il Campidoglio deve correre ai ripari per tranquillizzare i romani, definendo il terremoto di mercoledì 11 maggio «una leggenda metropolitana». E attiva lo 060606: chiunque chiamerà il numero di servizio di Roma Capitale troverà personale informato e pronto a tranquillizzare tutti sulla mancanza di dati scientifici a supporto di questa potenziale emergenza. Per una maggiore informazione, il personale che risponderà rimanderà il cittadino al sito www.protezionecivileromacapitale.it o al numero verde 800854854. Mercoledì l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia organizza anche un open day dalle 10 alle 20 dal titolo «Conoscere e prevenire aiuta ad avere meno paura».

ESPOSTO DEL CODACONS - Ma intanto il Codacons ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma contro tutti quei soggetti (blog, siti web, tv, radio, giornali, ecc.) che hanno in qualsiasi modo diffuso e alimentato la notizia del terremoto: denuncia per procurato allarme e abuso di credulità popolare. La Protezione civile, dal canto suo, specifica che «prevedere i terremoti è impossibile allo stato attuale delle cose. Ogni anno abbiamo in Italia oltre 10 mila terremoti registrati dai sismografi, quindi è probabile che mercoledì ci sarà qualche piccola scossa nel nostro Paese. Ma questo non significherebbe nulla». Da giorni, racconta Mauro Dolce, responsabile dell'Ufficio Rischio Sismico e Vulcanico della Protezione Civile, «i nostri centralini e le nostre caselle di posta elettronica sono intasate da richieste di chiarimenti sulla data dell'11 maggio 2011. Roma non si trova al centro di una zona sismica. La sismicità locale è circoscritta all'area dei Colli Albani». Quindi - conclude Dolce - «non assicuro nulla, ma è estremamente improbabile che mercoledì ci sarà il terremoto di cui si parla. E comunque la probabilità che domani si verifichi il terremoto a Roma è uguale a quella di domani, dopodomani, tra un anno e tra cento anni».

«APPELLO ALLA RAGIONE» - Le istituzioni invitano alla calma. La governatrice del Lazio Renata Polverini dice: «Io sono tranquilla». L'assessore capitolino alla famiglia Gianluigi De Palo invita le famiglie: «Non vi allarmate, mandate a scuola i vostri bambini: più del terremoto, è preoccupante l'allarmismo che si è diffuso. Non possiamo farci bloccare dalla paura perché non ci sono elementi scientifici a supporto di questa previsione». Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti però annulla tutti i suoi appuntamenti fuori Roma «per stare in città, anche perché i capitani sono gli ultimi a scendere dalla nave..», scherza. E aggiunge: «Ci sono già tante paure vere, per questo evitiamo di aggiungerne di finte. Quindi l'appello è alla serenità e alla ragione, risolviamo i problemi veri e non inventiamone di nuovi».

I CINESI VANNO VIA - Non sono convinti però i cinesi dell'Esquilino. Molti di loro da giorni hanno chiuso i loro negozi nella zona intorno alla stazione Termini e hanno lasciato Roma. «Sono terrorizzati e non parlano di altro - racconta un barista della zona -: già oggi alcuni sono chiusi e i loro titolari sono andati via da Roma». Serrande chiuse a piazza Vittorio e nelle vie limitrofe in particolare via Principe Amedeo e via Rattazzi che colleziona l'en plein.

 

Redazione online
10 maggio 2011

Rifiuti, Sepe: siamo arrivati al fondo A rischio anche la salute dei napoletani

Corriere del Mezzogiorno

 

Triassi, dipartimento igiene della Federico II: disinfezioni inefficaci. Intanto giacciono in strada 3000 tonnellate: Stir fermi, si blocca staffetta dei mezzi esercito-Asìa

 

NAPOLI - Auspica una soluzione all’emergenza rifiuti per eliminare una brutta pagina dalla città, l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe. «Speriamo che si trovi una soluzione - ha detto il cardinale Sepe, a margine del convegno sull’evoluzione e sul futuro della mobilità svoltosi nella sede della curia napoletana e promosso dall’Aci - Adesso, forse proprio perchè si è arrivati al fondo, ognuno sta cercando di trovare un modo ed un sistema per togliere questa brutta pagina dalla nostra città»

RISCHIO SALUTE - Intanto cresce l'allarme per lo stazionamento in strada di tanti, troppo rifiuti. «È a rischio la salute dei cittadini con i rifiuti in strada, anche se si tratta di un’emergenza che è come un’epidemia, cioè non prevedibile» dice Maria Triassi, del dipartimento di Igiene della Federico II. È chiaro che a Napoli per la monnezza la salute dei cittadini è a rischio da almeno quattro anni. Il fatto (semi)nuovo è la preoccupazione per lo scoppio di un'epidemia. Un allarme che del resto si ripete, non senza ragioni, ad ogni crisi. Basti pensare che per la precedente grande emergenza del 2008 la Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio per parecchi sindaci (tra cui la Iervolino) con l'accusa, appunto, di «epidemia colposa.». «Anche le disinfezioni lasciano il tempo che trovano - ha affermato ancora la Triassi - perchè si continua comunque a dare da mangiare a blatte, topi, gabbiani. L’unica cosa da fare è ripulire le strade». Giusto, ma il capo della Procura partenopea Giovandomenico Lepre va oltre: bisogna innanzitutto trovare un'altra discarica.

LEPORE: «BASTA CINCISCHIARE» - «Si deve fare la discarica, è inutile stare a cincischiare - ha detto il procuratore - e trovare siti provvisori che non ci sono perchè gli stir sono pieni». «Si parlava di Taverna del Re - ha aggiunto - ma non si può praticare perchè è in una situazione molto traballante. Io avevo individuato un’area per la nuova discarica ma sono stato attaccato perchè non posso parlare di quest’area che è fuori provincia».

STIR GIUGLIANO DI NUOVO PIENO - La raccolta procede ma il lavoro è improbo: a terra giacciono ancora 3000 tonnellate. L'assessore all’Igiene urbana del Comune di Napoli, Paolo Giacomelli, sostiene che gli impianti al momento sono «pieni, fermi» e, dunque, non si riesce più a conferire. Il problema concerne sia i camion dell'azienda Asìa che i mezzi dell'esercito.

 

 

E dire che per tutta la notte e fino alle prime ore del mattino la raccolta e il conferimento era andato bene visto che erano state scaricate negli impianti oltre 800 tonnellate. La situazione è peggiorata nelle ultime quattro ore (scaricate appena quattro compattatori, dunque 40 tonnellate). Si è deciso, mettendo al bando le polemiche tra Asìa e esercito (guarda il video), di creare una staffetta tra i mezzi del Genio militare e quelli «civili» della municipalizzata. Ma se non si conferisce allo Stir di Giugliano - e ai soldati tocca la fascia oraria dalle 12 alle 18 - siamo punto e a capo. Grazie all’intermediazione del prefetto di Napoli ed a un dispositivo presentato da Sapna, la società provinciale di Napoli per la gestione del ciclo dei rifiuti, è stato infatti individuata - come riferisce il presiente Asìa Claudio Cicatiello - una «finestra» di sei ore dedicata solo allo scarico dei mezzi del Genio. «Senza toni polemici - precisa Giacomelli - tutto questo dimostra che il problema non è la raccolta dei rifiuti ma il conferimento».

A MONTERUSCIELLO - Stamane, intanto, i soldati spediti dal governo, si sono concentrati su Monterusciello, in via Modigliani, popolosa frazione di Pozzuoli particolarmente colpita dall'emergenza spazzatura. Complessivamente sono 160 gli uomini del ventunesimo reggimento Genio disponibili per l’emergenza rifiuti a Napoli e in provincia, con un centinaio di mezzi da utilizzare in base agli interventi concordati.

ANCORA ROGHI - Intanto, non accennano a diminuire i roghi di rifiuti, molto pericolosi per la dispersione nell'aria di diossina. 28 gli interventi dei vigili del fuoco, di cui 23 solo a Napoli (il resto nell'hinterland, soprattutto Casoria e Nola). Centro storico e zona orientale le aree maggiormente colpite. Interventi in via Vergini, via Foria, via Scarfoglio, via Salvator Rosa e a Secondigliano. I

 

Alessandro Chetta
09 maggio 2011

L'Italia festeggia i 150 anni dell'Unità ma a Roma museo del Risorgimento chiuso

Il Messaggero


di Jacopo Orsini
ROMA - Ci sono il Tricolore dei Mille, i cimeli di Garibaldi, le immagini dei Bersaglieri mentre entrano a Porta Pia e i fucili e le armi usate durante le Guerre d’Indipendenza. E poi stampe, lettere, giornali, monete, busti e dipinti che ricordano Garibaldi, Mazzini, Cavour e gli altri protagonisti del Risorgimento. Uno spazio insomma creato per tenere viva la memoria della storia d'Italia. Peccato che nell'anno in cui il Paese festeggia i 150 anni dell'Unità, il Museo centrale del Risorgimento a Roma sia chiuso per restauri. Riaprirà il 2 giugno, festa della Repubblica, con nuovi percorsi, nuove luci e una collezione d'arte allargata, ma da fine marzo il portone è sbarrato.

«Mettiamo il Tricolore dappertutto e chiudiamo il Museo del Risorgimento? Mi pare veramente inconcepibile», dice un sorpreso visitatore all'ingresso del Vittoriano. «Ci sono arrivati ora i contributi per fare alcuni adeguamenti funzionali. Il riallestimento era previsto da tempo, ma solo adesso abbiamo avuto l'ok per farlo», spiega Marco Pizzo, vice direttore del museo.

Video  Chiuso il museo del Risorgimento

Con il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia «festeggiamo il meglio della nostra storia», pagine che nessuno deve dimenticare, ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dal palco del Quirinale la sera dello scorso 16 marzo aprendo l'anno di celebrazioni per i 150 anni. Non dobbiamo dimenticare, aveva aggiunto, che «se fossimo rimasti come nel 1860, divisi in otto stati, senza libertà e sotto il dominio straniero, saremmo stati spazzati via dalla storia. Non saremmo mai diventati un grande paese europeo».

Quale migliore occasione dunque dei 150 anni dell'Unità per visitare il museo del Risorgimento, da sempre trascurato a Roma dove le cose straordinarie da vedere sono tantissime? «Certo è un peccato che il museo non si possa visitare inquesto periodo - ammette Pizzo - ma c'era la necessità di chiudere due mesi per realizzare un nuovo allestimento in tempo per il 2 giugno».

Nelle gallerie ospitate sul fianco sinistro del Vittoriano si ripercorrono le principali tappe delle lotte risorgimentali: dalla Restaurazione seguita alla caduta di Napoleone, alla Repubblica Romana del 1849, all'impresa garibaldina, fino al ricongiungimento di Roma all'Italia nel 1870. «La memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando», aveva sottolineato ancora il capo dello Stato nelle settimane scorse. Una memoria che però per il momento resta invisibile al pubblico.

Martedì 10 Maggio 2011 - 13:14    Ultimo aggiornamento: 14:46




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Sgarbi condannato anche in Cassazione risarcirà Ilda Boccassini per diffamazione

Immunità parlamentare a de Magistris Il parlamento di Strasburgo dice di sì

Corriere del Mezzogiorno


La causa per diffamazione intentata da Mastella
L’approvazione a larga maggioranza per alzata di mano



    Luigi de Magistris

    Luigi de Magistris


NAPOLI - Via libera all'immunità parlamentare per Luigi de Magistris. La sessione plenaria del Parlamento europeo ha approvato la richiesta dell'eurodeputato dell’Idv, per usufruire dell’immunità parlamentare nella causa per diffamazione che gli è stata intentata da Clemente Mastella, anche lui eurodeputato (Udeur/Ppe) e come de Magistris in corsa per la poltrona di sindaco di Napoli. L’approvazione è stata a larga maggioranza per alzata di mano. De Magistris non era presente a Strasburgo. L’11 aprile scorso la commissione giuridica aveva dato parere positivo a favore di de Magistris. Nel dicembre 2009 Mastella aveva incaricato i suoi legali di agire contro de Magistris per il risarcimento dei «gravissimi danni subiti in ragione dell’operato dell’ex pm di Catanzaro» nella gestione «dell’inchiesta giudiziaria Why Not». All’epoca Mastella aveva chiesto un risarcimento di un milione di euro.

«RINGRAZI BERLUSCONI» - Ironico il commento di Clemente Mastella: «L'ex pm, invece di esercitarsi nell'insulto gratuito, invece di attaccare il Cavaliere, dovrebbe ringraziarlo pubblicamente. Quando Berlusconi verrà a Napoli, de Magistris dovrà farsi trovare in prima fila ad applaudirlo, per dirgli: grazie di cuore . Oggi, infatti, con con i voti determinanti dei parlamentari del Partito popolare europeo, l'Asssemblea di Stasburgo ha votato ed approvato la sua richiesta di immunità parlamentare, richiesta avanzata dall'ex Pm per sfuggire ad una mia querela, dopo che l'inchiesta Why Not si e' rivelata una bufala, uno stratagemma per fare carriera politica». «L'ex pm continua a scappare ed a farsi scudo dell'immunità di parlamentare europeo - continua Mastella - la stessa immunità che lui ed i suoi amici di partito continuano a condannare come un intollerabile privilegio. Complimenti, complimenti davvero per una così bella faccia tosta. Un chiaro esempio di doppia morale, che gli elettori sapranno sicuramente apprezzare».


Redazione online
10 maggio 2011





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Grillo omofobo contro Vendola: Gli dà del fr... Protesta Arcigay

Il Mattino


ROMA - Prima il saluto omofobo di Beppe Grillo gridato a Bologna in una Piazza Maggiore gremita: "At salut buson" ("ti saluto frocio"). Poi ieri la fatwa dell'imam della moschea di Segrate, Ali Abu Shwaima: «I musulmani di Milano non devono votare i candidati della lista di Sel perché il suo leader, Nichi Vendola, in quanto omosessuale, ha una condotta che non va d'accordo con l'etica islamica».
L'ultima settimana di campagna elettorale in vista delle amministrative ha visto il leader di Sinistra e Libertà al centro di attacchi omofobi.

Gli episodi hanno riacceso lo scontro sul tema dell'omofobia. L'antipatica espressione del comico genovese soprattutto ha suscitato indignazione e proteste nel mondo del web. «Da Beppe Grillo fino ad ora non è giunta una parola o proposta politica sulle famiglie omosessuali, sul matrimonio, sui diritti, contro l’omofobia o sulla fecondazione medicalmente assistita», ha scritto in una nota Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay.




«Beppe Grillo chiarisca che cosa intendeva dire anche perché, cercare l’applauso facile del pubblico con battute maschiliste e populiste da bar sport è esattamente ciò che fa il nostro presidente del Consiglio e mal si concilia con chi sostiene di rappresentare qualcosa di nuovo nello stantio panorama politico italiano», ha aggiunto l'Arcigay.

L'Arcigay ha ribattutto anche alle dichiarazioni dell'imam: «Dopo i vescovi, che su Avvenire, nei giorni scorsi, ci hanno tenuto a far sapere che nelle prossime elezioni amministrative si dovranno sostenere solo coloro che valorizzano la famiglia nel formato fondato sul matrimonio uomo-donna sancito dalla Costituzione, ora è il turno di un imam assumere una posizione omofoba ed entrare a gamba tesa nella vita politica del nostro Paese», è scritto nel comunicato.

«Ai rappresentanti di entrambi i fondamentalismi - continua la nota - che hanno trovato finalmente sintonia sull'esclusione delle istanze gay e lesbiche dal dibattito politico e delle persone omosessuali e transessuali dalle istituzioni, ricordiamo che l'Italia non è una teocrazia bensì una Repubblica laica e aconfessionale».

Martedì 10 Maggio 2011 - 13:21    Ultimo aggiornamento: 13:31




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La sinistra in Emilia come la mafia»

Corriere della sera


Stefania Craxi: «Il controllo economico e sociale è lo stesso. Credo che questa bella regione vada liberata»



Stefania Craxi
Stefania Craxi


Il «potere della sinistra» in Emilia-Romagna «non ha nulla da invidiare» per il suo controllo sulla realtà economico-sociale «a quello delle mafie nel sud Italia». Parola del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, a Bologna per sostenere la candidatura del leghista Manes Bernardini.

«Non ho dato dei mafiosi» agli esponenti della sinistra, aggiunge poi l’esponente del governo ai cronisti: «Dico che il controllo economico e sociale del territorio è lo stesso. Carriere che vanno avanti e indietro da sessant’anni - esemplifica - tra partiti, presidenze di cooperative e amministrazioni pubbliche. Credo che questa bella Emilia-Romagna vada liberata».

10 maggio 2011




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Il nipote di Farinacci suicida sulla tomba del nonno gerarca fascista

Corriere della sera


Pietro Ercole Mola, 65 anni, medico, si è tolto la vita sparandosi al petto con un fucile da caccia



CREMONA – Un cadavere adagiato sopra la tomba di Roberto Farinacci, l’ex segretario del partito nazionale fascista, sepolto nel cimitero di Cremona: lo hanno trovato questa mattina alcuni addetti del camposanto ma più sorprendente ancora è l’identità del morto. Si tratta di Pietro Ercole Mola, 65 anni, medico ma soprattutto nipote del gerarca mussoliniano. Mola si è tolto la vita alle prime ore di questa mattina sulla tomba del nonno sparandosi al petto con un fucile da caccia. Ignote al momento le cause del gesto: accanto al cadavere è stato trovato un biglietto scritto dallo stesso Mola ma sul quale ci sarebbero semplicemente delle disposizioni testamentarie. Il medico era figlio di una delle figlie di Farinacci; non aveva mai svolto attività politica ed era più conosciuto a Cremona per il suo lavoro nel reparto di pronto soccorso dell’ospedale.

Roberto Farinacci, gerarca fascista
Roberto Farinacci, gerarca fascista
Ogni anno, questo sì, Mola partecipava a una commemorazione del nonno e di Mussolini che si svolgeva a fine aprile nel cimitero di Cremona; anche il 30 aprile scorso era stato presente alla cerimonia e aveva letto pubblicamente una preghiera sulla tomba del “ras” del fascismo. Nonostante questo legame non era considerato un fanatico; anzi, negli anni passati aveva preso le distanze dagli oltranzisti che esibivano camicie nere e saluti romani in occasione di ricorrenze storiche. Roberto Farinacci, dal canto suo, era nato a Isernia nel 1912 ma si era trasferito giovanissimo a Cremona, dove era divenuto dipendente delle ferrovie e dove aveva cominciato la sua ascesa politica. Fu uno degli organizzatori e propugnatori dello squadrismo, decisivo per l’affermazione mussoliniana soprattutto nelle campagne della pianura padana. Fu segretario del partito fino al 1926; catturato il 28 aprile del ’45 nei pressi di Vimercate (Milano), venne fucilato al termine di un processo sommario. Claudio Del Frate


Claudio Del Frate
10 maggio 2011





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Il video di Osama alla tv è un falso"

La Stampa


La denuncia di un sito jihadista: «Le immagini di Bin Laden invecchiato sono manipolate. State attenti all'America»


DUBAI

Il sito filo-integralistico on-line "Shoumoukh al-Islam", noto negli ambienti dell’anti-terrorismo quale principale diffusore dei filmati realizzati da o per conto di al-Qaeda, ha denunciato come artefatto e manipolato uno dei cinque video trovati nel covo in Pakistan nel quale il 2 maggio fu ucciso Osama bin Laden, e resi poi di pubblico dominio dal Pentagono. Il presunto falso sarebbe quello delle riprese a uso "privato", a differenza delle altre che furono realizzate per finalità di propaganda e che dunque erano destinate alla divulgazione, in cui si vede il fondatore dell’organizzazione terroristica osservare immagini di se stesso in televisione: Bin Laden vi appare notevolmente invecchiato, con la barba grigia, stempiato sotto un berretto di lana, una coperta ad avvolgergli le spalle, incurvate, accucciato con il telecomando stretto in mano.



أسامة بن

Come «risposta» a tale video, «trasmesso da mass media arabi e stranieri», "Shoumoukh al-Islam" ne ha diffuso un altro, nel quale sostiene siano evidenti le prove dall’avvenuta contraffazione, mettendo a confronto le immagini "peggiorative" del capo di al-Qaeda con altre, anteriori, nelle quali apparirebbe con un aspetto assai migliore. «Attenzione, state attenti all’America mentitrice», esorta una didascalia che compare nel corso del filmato, lungo quasi una decina di minuti. In particolare, vi si sottolineano le differenze che le effigi di bin Laden presentano per quanto riguarda naso e occhi.

Di fatto, le differenze si notano anche tra il video dello "sceicco del terrore" non destinato alla messa in onda, e gli altri quattro, uno dei quali intitolato «Messaggio al popolo americano»: la figura del defunto capo di al-Qaeda vi compare non solo con la barba tinta apparentemente di nero, ma più generale maggiormente curata per trasmettere una buona impressione sugli spettatori: un aspetto che ha indotto molti analisti a concluderne come Bin Laden auto-alimentasse un vero e proprio culto di se stesso.



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Giro: tappa in ricordo di Weylandt

Corriere della sera

 

Ogni squadra in testa per 10 km, all'arrivo a Livorno davanti insieme tutti i compagni del ciclista deceduto

 

  • MILANO - È partita con clima mesto e facce tristi la quarta tappa del Giro d'Italia dopo la morte in corsa lunedì del ciclista belga Wouter Weylandt, caduto durante la discesa del passo del Bocco. Quella che doveva essere una tappa di festa per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia, con la partenza a Quarto dei Mille da dove salparono i garibaldini, si è trasformata un evento triste. Poca gente, volti tirati e nessuna voglia di parlare: tutti i corridori hanno il lutto al braccio. Il gruppo si è disposto su tre file con il team Leopard-Trek in testa, la maglia rosa dietro e poi il resto dei corridori: un lungo applauso ha accompagnato le prime pedalate della quarta tappa.

 

 

TAPPA - «Abbiamo condiviso un progetto di tappa che sta a cuore ai corridori», aveva spiegato il direttore della corsa, Angelo Zomegnan. «Dopo un minuto di raccoglimento alla partenza, la fanfara dei bersaglieri suonerà il Silenzio, poi i corridori in bici andranno all'ospedale Galsini per regalare tre minuti ai bambini che soffrono. Nei 216 km da Quarto dei Mille a Livorno, ogni squadra guiderà il gruppo ciascuna per 10 chilometri. Nell'ultima parte del percorso gli otto ciclisti della Leopard - compagni di squadra di Weylandt, ndr - passeranno in testa e arriveranno insieme sul traguardo».

AUTOPSIA - «Non c'è spazio per la polemica sui soccorsi poiché sono stati immediati sia da parte del personale del Giro, sia del 118 e dell'elisoccorso». Lo ha chiarito il procuratore della Repubblica di Chiavari, Francesco Cozzi, che si sta occupando dell'inchiesta sulla morte di Weylandt. «Al momento non appare alcuna responsabilità da parte di terzi e attendiamo l'esito dell'autopsia», che sarà effettuata nel pomeriggio. I genitori e la compagna di Weylandt si sono recati alla camera mortuaria dell'ospedale di Lavagna. Anna Sophie, la compagna incinta del corridore, aveva con sé alcune foto di Wouter e una piccola rosa. In lacrime, si è stretta alla madre del ciclista. Dopo aver effettuato il riconoscimento all'obitorio, Anna Sophie e il padre di Weylandt si sono recati sul luogo dell'incidente al passo del Bocco.

 

Redazione online
10 maggio 2011

L’Unità perde lettori: Concita rischia il posto Per il biografo di Bersani

di Gian Maria De Francesco


Flessione del 17% a gennaio per il giornale del Pd timonato dalla de Gregorio. E il partito pensa di silurarla, per mettere al suo posto il notista politico del Messaggero Claudio Sardo, autore del libro del leader




Roma - Poltrona a rischio per Concita De Gregorio. Per la direzione dell’Unità la segreteria del Partito democratico starebbe pensando a un avvicendamento. La riconferma della «girotondologa» per eccellenza non è un argomento fuori discussione. I risultati non sono stati molto brillanti sia in termini di vendite che di lettura. Secondo i dati diffusi da Ads a gennaio, la diffusione del quotidiano dell’ex-Pci si è fermata a quota 43.900 copie medie al giorno con un calo del 17,3% rispetto allo stesso mese del 2010. Analogamente le rilevazioni Audipress mostrano una readership in flessione a 317mila lettori medi al giorno (-12,7% annuo).

Ma quando si parla di un giornale «politico» i risultati contano relativamente. La performance poco lusinghiera è, in realtà, un’ottima giustificazione per un avvicendamento che la segreteria di largo del Nazareno auspica da tempo. Non è un mistero che la De Gregorio sia poco omogenea al progetto «bersaniano», essendo stata insediata in quel ruolo per cooptazione di Walter Veltroni che in un’intervista vagheggiò una direzione femminile per il quotidiano fondato da Gramsci.

Il problema centrale è proprio questo. La direzione della De Gregorio, ancorché fortemente antiberlusconiana come è nel dna di tutti i fogli legati al centrosinistra, è stata poco «allineata» al credo bersaniano. Non è un caso se le intemerate finiane hanno spesso trovato più spazio rispetto alle blande iniziative del segretario del Pd. Un atteggiamento mal digerito dall’ex ministro dello Sviluppo che pensa al proprio «biografo» come successore della pasionaria Concita.

In pole position per la direzione, infatti, figura il notista politico del Messaggero, Claudio Sardo, autore assieme allo storico Miguel Gotor del libro-intervista a Bersani Per una buona ragione. A meno di sorprese, però, potrebbe essere necessario un po’ di tempo per formalizzare l’avvicendamento e, in questi casi, il tempo gioca tutto a vantaggio dell’uscente e di qualche outsider che sicuramente non manca nella congerie di giornalisti «vicini».

Chi verrà dopo Concita dovrà farsi carico di una situazione difficile. Non solo per i risultati economici ma anche per la vicenda che vede un pool di banche, tra le quali Intesa e Unicredit, rivendicare 176 milioni di crediti dalla ex casa madre, cioè i «disciolti» Ds, minacciando il pignoramento dei rimborsi elettorali. Crediti generati dalla vecchia Unità quella pubblicata dal «partito». Oggi, invece, l’editore è Renato Soru che cerca di far quadrare i conti anche grazie agli oltre 6 milioni annui di contributi all’editoria.

Rimettere tutti i tasselli al proprio posto non sarà facile per Bersani che, come tutti i suoi predecessori, non ha resistito alla tentazione di eternarsi attraverso il quotidiano dalla striscia rossa. Come già hanno fatto D’Alema e Veltroni, al timone del giornale prima che del partito.





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Ancora guai rossi, la Provincia di Zingaretti è in affari con il giro del "socio" di D'Alema

di Redazione


Da quando guida Roma ha dato dodici appalti a una società cliente di Morichini. Ed è anche componente del comitato d'indirizzo della fondazione Italianieuropei. Il presidente si è precipitato a far sapere di avere chiesto controlli sulle gare



di Gian Marco Chiocci
e Patricia Tagliaferri


Sostiene che la sua so­cietà, la SdB srl, è pulita e che lui non ha mai speso il nome di Massimo D’Alema per pro­cacciare affari ai suoi clienti. Ammette che sì, è indagato, ma giura che lui non ha mai lavorato con le tangenti. E a proposito dei due finanzia­menti da 15mila euro alla Fon­dazione Italianieuropei di D’Alema precisa che «il presi­dente non sapeva nemmeno chi fossero quelli che davano i contributi». Non ci sta a passa­re per il nuovo Greganti, il braccio destro (e sinistro)del­l’ex premier pidiessino.

In un’intervista al Corriere della Sera , Vincenzo Morichini, da sempre ombra dell’attuale nu­mero uno del Copasir, evita però di parlare degli appalti di quegli enti nei cui Cda siedo­no membri della fondazione dalemiana. «Mi morissero tut­ti e tre i figli se questa non è la verità».Anche D’Alema fa sen­tire la sua voce: «Sono accuse ridicole e fantasiose, stupidag­gini che non stanno né in cie­lo né in terra e che solo una certa informazione di serie B ha raccattato e rilanciato». Una fondazione culturale non è un partito e percepisce finanziamenti dai privati».

Per Morichini l’inchiesta della Procura di Roma su un giro di presunte false fattura­zioni che, secondo i pm Paolo Ielo e Giuseppe Cascini, po­trebbero nascondere tangen­ti, fa parte di un disegno più grande in cui il vero obiettivo non è lui ma l’amico di sem­pre e di barca a vela. A dimo­strazione di ciò cita l’imman­cabile «macchina del fango» che ha riportato, alla lettera, gli interrogatori dell’impren­ditore «socio» Pio Piccini e l’ultimo rapporto della Guar­dia di finanza dove si dà conto dei contribuiti alla «sua» Sdb (versamenti per fatture inesi­stenti, secondo gli investigato­ri) e le gare vinte dalle società in affari con lui.

Ammette un solo errore: quello di aver ac­cetta­to contributi per la cresci­ta della Fondazione anche da­gli imprenditori a cui la sua so­cietà curava le relazioni. Un dettaglio di non poco conto. Piccini, interrogato dai magi­strati il 15 settembre del 2010, ha parlato di veri e propri con­­tratti stipulati con le aziende che prevedevano un fisso mensile e una percentuale del 5 per cento sugli eventuali appalti vinti grazie all’inter­mediazione di Morichini. Per­centuale da spartire con la Fondazione e con il Pd, ha fat­to mettere a verbale il mana­ger. E di appalti nel mirino del nucleo Valutario della Finan­za ce ne sono parecchi. Moltis­simi e a più zeri con la Provin­cia di Roma di Nicola Zingaret­ti ( Pd) vinti dalla Cler Coop La­voratori Elettrici Romani.

Per gli investigatori la Cler ha bo­nificato alla SdB importi per 20mila euro a saldo di fatture ritenute inesistenti. E la socie­tà ha messo le mani nel 2008 e nel 2009 addirittura su dodici appalti con la Provincia. «Stupidaggini», per Mori­chini. Lui, del resto, sostiene di non potersi «neppure avvi­cinare » a Palazzo Valentini, al cui vertice c’è per l’appunto Nicola Zingaretti «che era bet­tiniano e veltroniano, mica da­lemiano come me». Lette le prime indiscrezioni, lo stesso Zingaretti s’è precipitato a sti­lare un comunicato nel quale annuncia con forza «d’aver già richiesto di avviare tutti i controlli necessari e le verifi­che del caso sugli appalti che la Cler Coop avrebbe ottenu­to dall’amministrazione pro­vinciale in questi anni».

Coin­cidenza: negli ultimi anni, pre­cisamente dal febbraio del 2008, al vertice del Provincia c’era proprio lui.E proprio dal 2008, altra coincidenza, per la Guardia di finanza comincia l’accaparramento ininterrot­to di appalti da parte della Cler Coop. Coincidenza delle coincidenze, il nome dell’uo­mo che tifava Veltroni, che vuole vederci chiaro sugli ap­palti della «sua» Provincia e che per Morichini era «inavvi­cinabile », risulta a tutti gli ef­fetti un membro del «comita­to di indirizzo» della Fonda­zione di D’Alema. Anche se l’entourage di Zingaretti fa ri­salire l’entrata del presidente in Fondazione «a pochi mesi fa» e a dispetto di quanto ripor­tato nel rapporto della Gdf ne­ga «che dal 2008 la Provincia abbia stipulato appalti con la Cler Coop».

Zingaretti non è il solo ad avere un piede nella Fondazione e l’altro in ammi­nistrazioni o enti interessati, sempre a detta della Finanza, a fare affari col «giro» di Mori­chini. C’è anche Francesco Nerli, componente del comi­tato promotore di Italiani Eu­ropei e presidente dell’autori­tà portuale di Napoli quando questa affidò alla società Electron Italia (cliente di Mo­richini) un appalto da quasi 8 milioni di euro. Poi c’è An­drea Peruzy, direttore e teso­riere della Fondazione di D’Alema,membro del cda del­­l’Acea che dal 2008 al 2010 as­segnò gare per 5 milioni di eu­ro sempre alla Cler Coop. E ce ne sarebbero altri, sui quali in gran silenzio indagano gli in­quirenti romani.




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Contro Vendola la "fatwa" dell'Imam: "non votatelo lerchè è omosessuale"

Libero







"Sei gay e non ti votiamo": è l'invito rivolto dell'Imam di Segrate alla comunità islamica di Milano. Nel mirino c' è finito Nichi Vendola, e con lui il candidato (musulmano) della lista di Sinistra e Libertà per le amministrative comunali, Davide Piccardo.  Ed è polemica, a pochissimi giorni dal voto.

L'APPELLO DELL'IMAM - "I musulmani di Milano non devono votare i candidati della lista di Sel perché il suo leader, Nichi Vendola, in quanto omosessuale, ha una condotta che non va d'accordo con l'etica islamica". Così, a pochi giorni dalle amministrative, da Milano arriva la fatwa lanciata dall'imam di Segrate contro il governatore della Puglia e i suoi candidati. "In una riunione che si è tenuta nei giorni scorsi tra fedeli a Milano - ha chiarito
Ali Abu Shwaima, imam della seconda moschea per importanza in Italia - ho spiegato che ritengo sia giusto votare a sinistra, perché è lì che troviamo posizioni più vicine ai nostri ideali. Ho però aggiunto che a sinistra ci sono diverse componenti, e certamente quella di Sel, dove sono candidati alcuni musulmani, non è la più consona perché la condotta del suo leader contrasta con l'etica islamica e noi non possiamo condividere il loro comportamento".

REAZIONI - Non tutta la comunità musulmana, però, è d'accordo con l'imam di Segrate. Abu Bakr Geddouda, il segretario della moschea milanese di Cascina Gobba, ha commentato: "Ritengo sia sbagliata la sua posizione nei confronti dei candidati di Sinistra Ecologia e Libertà. Noi non possiamo giudicare i candidati per la loro vita privata ma valutiamo i loro programmi". Sulla questione, ha replicato anche Davide Piccardo, figlio tra l'altro, dell'ex presidente dell’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) Hamza Roberto. "Trovo scorretto da parte dell'imam di Segrate emettere una sorta di fatwa nei nostri confronti. E' improprio emettere un verdetto giuridico di tipo islamico sostenendo che è un peccato votare per noi - ha spiegato il candidato di Sel - perché i partiti vanno gioudicati per i loro programmi e non per le scelte di alcuni singoli".

IL SALUTO DI GRILLO - Quello dell'imam non è l'unico attacco subito da Vendola negli ultimi giorni. Il comico Beppe Grillo lo aveva salutato con "At salut buson": un'espressione del dialetto bolognese  che sta per "ti saluto frocio". Un'uscita che ha scatenato l'indignazione di gran parte della comunità omosessuale sul web e non solo. 


09/05/2011





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La Norvegia nega asilo politico all'infermiera di Gheddafi

Il Tempo


La "voluttuosa" ucraina, come è stata definita in uno dei dispacci diffusi da WikiLeaks, in fuga dai media dopo rientro dalla Libia.


Il leader libico Muammar Gheddafi al suo arrivo a Ciampino La Norvegia ha respinto la richiesta di asilo politico presentata da Galina Kolotnitskaya, l'ucraina più nota come "l'infermiera di Gheddafi". Dopo il rientro in patria dalla Libia, dove per otto anni ha fatto parte dello stretto entourage del raìs, la donna aveva deciso di tentare la via dell'asilo nel Paese scandinavo, ufficialmente perché perseguitata dai giornalisti. Ma oggi l'agenzia NTB - ripresa dalla russa Interfax - comunica il rifiuto delle autorità di Oslo. Citando fonti, l'agenzia norvegese precisa che alla Kolotnitskaya potrebbe comunque venire permesso di restare in Norvegia, "se le forze dell'ordine del Paese riterranno le informazioni in suo possesso di interesse nazionale".
 

"BIONDA VOLUTTUOSA" Trentotto anni, la bionda Galina sarebbe stata vicinissima a Gheddafi negli ultimi anni. Alcuni dispacci di Wikileaks hanno descritto una vera e propria dipendenza del Colonnello da questa "voluttuosa" donna, che lo seguiva in tutto il mondo in qualità di assistente paramedico.



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Debiti dei condomini, l'affissione in bacheca viola la privacy

La Stampa


L'affissione nella bacheca dell'androne condominiale delle posizioni debitorie di proprietari e inquilini, non essendo necessaria ai fini dell'amministrazione comune, è una violazione della privacy. Lo stabilisce la Cassazione, che - con l'ordinanza n. 186/11 - ha accolto il ricorso di un condomino napoletano, che si era visto affiggere nella bacheca, posta appunto nell'androne condominiale, il suo debito.

 

In primo grado il giudice aveva affermato che esporre in bacheca l'elenco dei condomini, con le relative quote condominiali, sia correnti che arretrate, riferite per nome e cognome a ciascun proprietario di piano o porzione di piano, non viola la disciplina in materia di trattamento dei dati personali, ma in cassazione i giudici di legittimità hanno ribaltano totalmente il verdetto.

Le informazioni relative alle posizioni debitorie di ciascuno condomino possono essere trattate anche senza il consenso dell'interessato. Inoltre, per ragioni di trasparenza, lo stesso amministratore ha il potere ed il dovere di comunicarli a tutti i condomini, in sede di rendiconto annuale. Allo stesso modo, anche i condomini possono chiedere all'amministratore le informazioni sulla situazione contabile del condominio, comprese quelle che riguardano eventuali debiti degli altri partecipanti.

Ciò nonostante, spiegano i giudici di piazza Cavour, il trattamento dei dati personali deve comunque avvenire nel rispetto dei principi di proporzionalità, di pertinenza e di non eccedenza rispetto agli scopi per i quali i dati stessi sono raccolti. Ne consegue che l'affissione nella bacheca dell'androne condominiale dei dati personali relativi alle posizioni di debito dei singoli condomini va al di là della giustificata comunicazione dell'informazione ai soggetti interessati. Non solo non è necessaria ai fini dell'amministrazione comune, ma soprattutto si risolve nella messa a disposizione di quei dati in favore di una serie indeterminata di persone estranee e, quindi, in una indebita diffusione, come tale illecita e fonte di responsabilità civile.





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Gli Usa sposteranno i caccia F-16 da Aviano a una base in Polonia"

La Stampa






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Affitti irregolari, sconti a chi denuncia

Corriere della sera


Dal 7 giugno l’inquilino che si ribella può risparmiare fino al 90 per cento



ROMA - Questa volta potrebbe essere davvero la fine per gli affitti in nero, grazie a un'ideuzza infilata nel decreto sul federalismo municipale che davvero non sembra lasciare scampo a chi evade. Secondo la legge, entrata in vigore il 7 aprile scorso, per mettere in regola gli affitti in nero, oppure quelli registrati ma con un canone inferiore a quello effettivo, o infine i finti contratti di comodato (prestito gratuito dell'immobile) c'è ancora meno di un mese. Poi, dal 7 giugno, scatta una tagliola che può rivelarsi dolorosissima per i proprietari.

Il decreto legislativo sul federalismo municipale dispone infatti che se nei successivi 60 giorni, cioè entro il 6 giugno, gli affitti non vengono spontaneamente regolarizzati dal proprietario, l'inquilino può denunciare la situazione all'Agenzia delle entrate godendo di forti benefici, cioè di un nuovo contratto regolare della durata di quattro anni più quattro e di un canone che, dice il comma 8 dell'articolo 3, sarà «pari al triplo della rendita catastale». Si tratta di un maxisconto rispetto ai canoni di mercato. Secondo i calcoli delle associazioni degli inquilini, nelle grandi città come Roma e Milano l'affitto in questi casi potrebbe scendere del 70-90%. Per esempio, al posto di 10 mila euro all'anno pagati in nero per un trilocale in periferia se ne potrebbero pagare poco più di duemila. Sui siti delle associazioni dei proprietari, degli inquilini e dei consumatori non a caso già campeggiano i link: «Attenzione al 6 giugno».

L'avviso interessa, secondo le stime, circa mezzo milione di contratti non registrati (e quindi un milione di persone tra proprietari e inquilini), ai quali vanno sommati i contratti registrati per somme inferiori a quelle reali e i falsi comodati (ma qui le stime sono impossibili). A causa degli affitti in nero lo Stato incassa almeno un miliardo di euro di Irpef in meno all'anno. Ci sono poi le mancate imposte di registro e l'evasione sulle tasse locali. L'Agenzia delle entrate guidata da Attilio Befera ha cominciato a inviare la prima tranche di accertamenti 2011 sull'evasione più facile da scoprire, quella che emerge incrociando i dati dei contratti regolarmente registrati con le dichiarazioni dei redditi dei proprietari. Sono stati scoperti così 33.367 casi di non corrispondenza (mancata denuncia del canone nel 730 o nel modello Unico oppure per importi inferiori). Ai primi posti ci sono la Lombardia con 5.400 accertamenti e il Lazio con 5.112. Una seconda tranche di notifiche partirà nella seconda parte dell'anno.

Nel 2010, l'Agenzia delle entrate incrociando i dati riferiti agli anni d'imposta 2004 e 2005 ha accertato circa 123 milioni di Irpef evasa. Quest'anno è sotto esame il 2006 e poi toccherà alle annualità più recenti. Molto di più, però, ci si attende dalla tagliola del 6 giugno, che colpirà soprattutto gli affitti totalmente in nero. Qui il contrasto di interessi tra il proprietario che rischia grosso e l'inquilino che viene premiato se denuncia il contratto in nero dovrebbe funzionare. Secondo stime del Sole 24Ore del lunedì, a Milano e Roma, dove i contratti non registrati sono tra il 33% e il 46%, si potrebbero recuperare diverse centinaia di milioni di euro. Tassi di evasione totale ancora maggiori si riscontrerebbero in alcune città del Sud come Potenza (67% dei contratti non registrati), Catanzaro (60%) e Campobasso (49%), mentre a Napoli il nero sarebbe pari al 45%. Decisamente più bassa, invece, l'evasione stimata al Nord (5-20%).

Accanto all'azione repressiva (sui contratti registrati dopo il 6 giugno si pagheranno anche sanzioni doppie) il decreto sul federalismo municipale prevede però anche meccanismi incentivanti per il proprietario, come la cedolare secca. Si tratta della possibilità di pagare un'imposta forfettaria sostitutiva del prelievo Irpef. Che sarà pari al 21% dell'affitto riscosso se il contratto è a canone libero e del 19% se invece è a canone concordato. Nel primo caso la cedolare conviene sempre se l'affitto si somma a redditi superiori a 15 mila euro l'anno. Nel secondo, se si aggiunge a redditi di almeno 20 mila euro.


Enrico Marro
10 maggio 2011



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L'idea di «Parlamento channel» Camera e Senato, i nuovi sprechi

Corriere della sera


Trattative con la Rai per due televisioni con tecnologia digitale



ROMA - Che di questi tempi l'immagine del Parlamento italiano sia un poco appannata non è una novità. Del resto lo fanno capire senza reticenze i suoi stessi inquilini. Qualche mese fa il presidente della Camera Gianfranco Fini si è lamentato che ormai l'attività è ridotta all'osso con i deputati che arrivano a Roma il martedì e ripartono il giovedì, mentre il premier Silvio Berlusconi è arrivato a proporre per evitare sterili lungaggini di far votare i soli capogruppo. «Le assemblee pletoriche - ha chiosato - sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. Pensate che ci sono 630 parlamentari quando ne basterebbero 100».

Cosa c'è allora di meglio, per risollevare la reputazione della nostra politica nella quale apparire è quasi tutto, di un bel canale televisivo? Anzi, due canali. Uno per la Camera e uno per il Senato. Direte: è uno scherzo. Niente affatto. Quel progetto esiste da tempo e ora, grazie al digitale terrestre, sta entrando nella fase concreta. Da qualche giorno a Montecitorio, dove gli esperti di comunicazione non mancano davvero, si è sentito il bisogno di ingaggiare per la bisogna anche un consulente esterno. Si chiama Pino Caiola: in passato ha lavorato a Telepiù, è stato il responsabile della comunicazione del gruppo parlamentare di Forza Italia e più recentemente portavoce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito. Collaborerà con la commissione interna incaricata di seguire le questioni della comunicazione, affidata al vicepresidente Maurizio Lupi, che si occupa anche delle faccende relative all'etere.

Palazzo Madama ha invece una struttura dedicata specificamente all'argomento. È il «Comitato per lo sviluppo della comunicazione radiotelevisiva del Senato» costituito già nel luglio del 2009 dal consiglio di presidenza, del quale fanno parte il questore Benedetto Adragna, la vicepresidente Emma Bonino, e poi i senatori Alessio Butti, Silvana Amati, Paolo Franco e Lucio Malan.

Le trattative con la Rai, che dovrebbe fornire la piattaforma tecnologica, procedono sulla base di varie opzioni, non esclusa quella di un canale comune per le due Camere. Forse la meno insensata (pure ammettendo che tutto ciò possa avere un senso) ma certo la meno praticabile. Il capo ufficio stampa della Camera Giuseppe Leone si dice sicuro che il tema sarà oggetto di consultazioni fra Montecitorio e Palazzo Madama. Resta il fatto che l'ipotesi di un unico «Parlamento channel», con Camera e Senato gelosissimi delle rispettive prerogative, che hanno impiegato anni soltanto per aprire una porta fra le loro due biblioteche, sembra piuttosto remota. A chi toccherebbe il direttore? E i dirigenti, in che modo verrebbero scelti? Senza entrare nel merito del palinsesto: chi ne avrebbe la responsabilità, e come potrebbe conciliare le rispettive esigenze?

Domande certamente cruciali. Anche se ancora prima di queste ce ne sarebbe una fondamentale: il nostro Parlamento non ha niente di più utile da fare che pensare a una rete televisiva? A che cosa servirebbe, o meglio «servirebbero», visto che potrebbero essere addirittura due? E poi, a parte le ovvie considerazioni sull'audience, la Camera e il Senato forse non hanno già le proprie tivù? Da anni trasmettono su Internet e sul satellite la diretta delle sedute, con una spesa non proprio trascurabile. L'affitto dalla Rai della sola frequenza satellitare costa 395 mila euro l'anno alla Camera e 384.000 al Senato. Poi ci sono 30 mila euro circa per la web tivù, le spese per i dipendenti, l'elettricità, le attrezzature...

Somme destinate a moltiplicarsi per svariate volte nel caso in cui andassero in porto i progetti dei nuovi canali digitali terrestri. Stime non ne esistono ancora. Ma che non si sborserebbero bruscolini è intuibile. Si tratterebbe di due reti tv in piena regola, con strutture organizzative, redazioni, programmi... E i costi non sarebbero che uno dei problemi. Si possono solo immaginare le difficoltà di realizzazione nel Paese del manuale Cencelli. Per non parlare del personale necessario.

C'è da dire che già adesso gli apparati di comunicazione non sono propriamente esili. Gli uffici stampa di Camera e Senato hanno strutture imponenti. A Montecitorio ci sono un direttore e cinque capiredattori: e poi documentaristi, segretarie e commessi. Per un totale di 35 persone. A Palazzo Madama lo staff della comunicazione, che comprende un capo ufficio e tre vicedirettori, arriva invece a una trentina di unità. Due piccoli eserciti. Numeri che oggi si giustificherebbero, questa è almeno la vulgata, con la singolare situazione della rassegna stampa. Appaltata all'esterno ma di fatto confezionata all'interno. Camera e Senato hanno in essere uno storico contratto «necessitato» (così si definiscono quelli che hanno un fornitore obbligato) con una società specializzata, l'Eco della Stampa, che fornisce ogni giorno per via telematica centinaia di articoli. Un semilavorato poi scremato dagli uffici che provvedono ad assemblare la rassegna vera e propria. Tutto questo con un costo pari a 204 mila euro l'anno per il Senato e 427.000 per la Camera. Per un totale di oltre 630 mila euro.


Sergio Rizzo
10 maggio 2011



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Palmeri, l’uomo di Fini inciampa sulle consulenze

di Redazione


Palmeri, candidato del Terzo Polo a Milano, chiede trasparenza sugli incarichi esterni della giunta Moratti, ma "dimentica" che la moglie dal 2008 a oggi ha ottenuto quasi 90mila euro proprio da Palazzo Marino. Maddalena Di Mauro, ex consigliere comunale di Fi, dopo l'addio del marito è rimasta fedele al Pdl




Manfredi Palmeri, il candidato finian-terzopolista a sindaco di Milano, vuole fare chiarezza: vuole sapere tutto, ma proprio tutto sugli incarichi di consulenze esterne concessi dalla giunta Moratti. Richiesta legittima. E comunque comprensibile in campagna elettorale. D’altra parte Palmeri, ex Forza Italia e poi Pdl, è anche presidente del Consiglio comunale, eletto dalla maggioranza contro la quale ora si candida - ma si sa, questo è un vizietto della famiglia finiana-terzopolista, l’esempio arriva dall’alto - e perciò viene da chiedersi perché mai questo problema, sollevato in nome della «trasparenza»,

Palmieri non se lo sia posto prima, quando faceva parte della maggioranza. Ma la «trasparenza» è notoriamente una di quelle virtù che si pretendono dagli avversari, facendo in modo di conservare per sé, per gli amici e per i parenti il privilegio dell’opacità. O, quanto meno, la possibilità di far finta di niente. Tanto è vero che, ad esempio, proprio la compagna di Palmeri, Maddalena Di Mauro, ex consigliere comunale di Forza Italia fino al 2006, quando non venne rieletta, dal 2008 ad oggi ha incassato in consulenze ottenute dall’amministrazione comunale una cifra vicina ai 90mila euro.

Sia ben chiaro, niente di illegale e neppure di illecito. Molto, secondo me, di inopportuno. Tanto più che, se Palmeri cambia casacca e la signora Di Mauro no - come ha spesso dichiarato, partecipando anzi a tutte le manifestazioni del Pdl - e se, perciò, Palmeri si scaglia ogni giorno contro lo schieramento di cui fa parte la sua compagna, e la coppia non scoppia, si possono fare due ipotesi. La prima: lei è una dura, politicamente e intellettualmente autonoma, e va per la sua strada. La seconda: la signora se ne rimane tranquillamente al suo posto e non segue il partner all’opposizione semplicemente per non rischiare di perdere qualche incarico. Propendo per la prima ipotesi, ma certo qui di trasparenza ce n’è pochina.

E poi, se la mettiamo in questi termini, noi elettori vorremmo anche essere certi che il presidente del Consiglio comunale, finché era omogeneo alla maggioranza e al sindaco, non abbia esercitato alcun intervento, per non dire pressione, affinché la sua compagna ottenesse qualcuno degli incarichi che le sono stati dati. Malignità, illazioni, diffidenza? Niente affatto, è la trasparenza, bellezza.

Anzi, è quello che succede quando, invece di fare politica, invece di avanzare proposte concrete sull’amministrazione della città, ci si mette sul piano del moralismo e della purezza. Perché, come diceva Pietro Nenni: «Se fai il puro trovi sempre qualcuno più puro che ti epura».

E a proposito di purezza, ieri Fini era a Milano a sostenere il «suo» candidato sindaco Palmeri. Ci ha somministrato la solita lezioncina sulla legalità - fra l’altro definendo «anomalia dell’assurdità» la proposta avanzata dal Pdl di una commissione d’inchiesta sui Pm di Milano - ormai sembra un qualsiasi Saviano rasato e con cravatta rosa. Peccato che Fini parli della legalità secondo lui, quella che fa comodo a lui, che gli permette di non spiegare il pasticcio di un appartamento di Montecarlo di proprietà di An finito nella disponibilità del giovane e disinvolto cognato con Ferrari. Alla faccia della trasparenza. Se Manfredi Palmeri la pretendesse prima da chi gli è politicamente più vicino, dal suo nuovo leader, da Fini prima che dalla Moratti, certo sarebbe più credibile.





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Il Cav: "Terrorismo assolto dai cattivi maestri Apriremo gli armadi per svelare tutti i misteri"

di Redazione

Berlusconi: "Dobbiamo colmare una grande sete di giustizia e di verità, in modo concreto, senza retorica. E sarà il modo migliore per onorare la memoria delle oltre 400 vittime innocenti della sanguinosa ideologia del terrorismo". Poi la denuncia: "Ora basta con le tribune mediatiche"



Roma - "Il governo si impegna ad aprire tutti gli armadi della vergogna perché nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero". In occasione la Giornata della memoria, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si inchina, "con rispetto e gratitudine", per ricordare le vittime del terrorismo e denuncia tutti quei "cattivi maestri" che, in un modo o nell'altro, giustificarono gli anni del terrore e tutte quelle tribune mediatiche che continuano a dare spazio ai terroristi in sfregio al dolore dei famigliari delle vittime.

Gli armadi della vergogna "Dobbiamo colmare una grande sete di giustizia e di verità, in modo concreto, senza retorica - assicura il Cavaliere - lo faremo". Secondo il presidente del Consiglio, "sarà il modo migliore per onorare la memoria delle oltre quattrocento vittime innocenti della sanguinosa ideologia del terrorismo". "Il giusto obiettivo di una pacificazione nazionale e di un adeguato risarcimento morale per i familiari delle vittime, non può prescindere - sottolinea Berlusconi - da uno sforzo comune per definire un percorso di verità su quegli anni". Proprio per questo, il governo vuole dire basta alle "tribune mediatiche e universitarie concesse con disinvoltura ai terroristi che sono stati protagonisti feroci e criminali di quegli anni". Proprio per questo, il governo vuole dire basta "all’umiliazione delle vittime e dei loro parenti".

Vittime rosse e vittime nere "In questo giorno - riprende il presidente del Consiglio - ricordiamo tutte le vittime del terrorismo, sia del terrorismo di matrice comunista sia quello di matrice neo fascista, che ha insanguinato per più di vent'anni la storia nazionale". Un riconoscimento doveroso per le oltre 400 vittime e per i 1.200 feriti che sono stati coinvolti in 14.590 atti di violenza. Per Berlusconi, "è il bilancio di una guerra che non può essere dimenticata, perchè ha aperto ferite profonde e incancellabili nell’esistenza di migliaia di famiglie e nel tessuto democratico del Paese". "Magistrati e giornalisti, poliziotti e carabinieri, agenti di custodia e docenti universitari, leader politici e sconosciuti funzionari dello Stato, tutti - rileva il Cavaliere - sono stati colpiti come simboli e vittime innocenti di una folle ideologia criminale, che tanti cattivi maestri purtroppo hanno alimentato e giustificato".

Le ferite non sono rimarginate "Queste ferite non sono ancora completamente rimarginate perchè - sottolinea il premier - per molti atti di terrorismo manca ancora il sigillo della verità". E allora, dice ancora Berlusconi, "il giusto obiettivo di una pacificazione nazionale e di un adeguato risarcimento morale per i familiari delle vittime, non può dunque prescindere da uno sforzo comune per definire un percorso di verità su quegli anni. Per questo diciamo basta alle tribune mediatiche e universitarie concesse con disinvoltura ai terroristi che sono stati protagonisti feroci e criminali di quegli anni. Per questo diciamo basta all’umiliazione delle vittime e dei loro parenti". "Per questo - è la conclusione della dichiarazione diffusa da Palazzo Chigi - dichiaro oggi l’impegno del governo a contribuire ad aprire tutti gli armadi della vergogna perchè nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero. Dobbiamo colmare una grande sete di giustizia e di verità, in modo concreto, senza retorica. Lo faremo. E sarà il modo migliore per onorare la memoria delle oltre 400 vittime innocenti della sanguinosa ideologia del terrorismo".





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Orgoglio d'Italia, non eroi da usare

di Paolo Guzzanti


Onore a quei giudici ma non siano usati dai pm politicizzati. Rinunciamo alla retorica dell’eroe e impediamo ai magistrati di sfruttare i morti per evitare ogni critica



Un equivoco si aggira sulla scena italiana: quello che im­pone come u­n dogma religio­so di considerare la magistra­tura, e ogni singolo magistra­to, come un monoblocco, un pezzo unico, un solo organi­smo senza volti diversi, nomi e storie diverse, che deve es­sere preso come un solo indi­viduo, una entità metafisica. Prendiamo la storia dei magi­strati assassinati da terrori­sti rossi e neri durante gli an­ni di piombo che ieri l’altro sono stati ricordati anche sulle colonne del Giornale.

Ricordiamo ancora una volta i loro nomi, tutti cari al cuore di tutti i cittadini: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorso, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, per restare al solo ambito del terrorismo politico e senza ricordare di nuovo i tanti uccisi dalla mafia, comunque sacrificati in nome dello Stato. Perché queste vittime rappresentavano lo Stato, erano servitori dello Stato come tutti gli altri degnissimi servitori assassinati: professori universitari e poliziotti (anch’essi con il loro imponente numero di vittime), gente comune che non indossava un’uniforme e che ha perso la vita.

Voglio ricordare qui uno solo dei magistrati uccisi dai terroristi perché fui uno dei primi ad arrivare, da cronista, sul luogo del sacrificio umano: era il 10 luglio del 1976 e Vittorio Occorsio stava sbalordito e accasciato sul volante della sua macchina, lo sportello spalancato, una sola ferita alla tempia in una raffica selvaggia di colpi esplosi da una mitraglietta di guerriglieri d’estrema destra. Un proiettile di rimbalzo lo aveva ucciso. E una formica, una sola formica nera, risaliva il rivolo di sangue essiccato sul suo viso. Lo ricordo perché c’era qualcosa di ingiusto ma infinitamente degno, infinitamente triste, silenzioso e definitivo in quella morte orrenda e improvvisa. La polemica che si è scatenata in questi giorni, di cui non voglio qui discutere quanto contiene di eccessivo, di politicamente scorretto, è tutta contenuta in un errore logico: quello secondo cui se si tocca, si addita, si accusa a torto o a ragione, un solo membro della giurisdizione dei magistrati di comportamenti censurabili, tutto il monoblocco della categoria, o dell’ordine monastico (talvolta si ha questa impressione) insorge e mette avanti i suoi morti.

Ora, proprio chi come me, e come la maggior parte dei cittadini della Repubblica, sa distinguere in logica parole diverse fra loro come «alcuni» e «tutti», avverte un senso di malessere sia quando vede strapazzare tutta in blocco la magistratura, sia – e forse ancora di più perché il caso diventa concreto – quando si mette davanti agli argomenti, alla guerra delle parole e alle asprezze della politica, la parata dei caduti, come se quei caduti appartenessero ad una categoria, ad un ordine, ad una parte, ad una schiera e non all’identità e all’orgoglio dell’intero Paese. Ho conosciuto anch’io magistrati che, presi singolarmente, considero personalmente dei mascalzoni. E più di uno. Gente che non ha avuto un attimo di esitazione nel piegare la verità dei fatti alla falsità politica, e non per questo mi passa per la testa di concludere che «i magistrati sono», «la magistratura tutta è», così come non credo che questo tipo di generalizzazione passi per la testa di chicchessia.

Il fatto è che quei rappresentanti dello Stato che sono caduti sotto il piombo di bande di assassini (e fra loro cittadini che non erano tecnicamente dipendenti statali, ma servivano diversamente la collettività, come i giornalisti uccisi o gambizzati) non sono simboli separati e separabili dal corpo intero della società, del popolo, dei cittadini. E fa molta impressione, almeno a me ne fa, quando si usano i morti, le vittime inermi, il povero Occorsio con la sua formica, come «eroi». Sarebbe molto meglio se tutti, a destra e a sinistra, rinunciassero a questa categoria loffia dell’eroe per applicarla a chi un giorno (uscendo di casa magari per portare i figli a scuola come il povero commissario Calabresi o a qualche carabiniere, guardia, agente di scorta, giornalista) si trova di fronte, o più spesso alle spalle, a una canna di pistola e a un pezzo di piombo che scardina le ossa, taglia le arterie, sfonda il cuore, strazia il cervello.

È, se vogliamo essere sinceri, un gioco sporco, egoista, sleale e manipolativo. E allora, indipendentemente dai fatti di questi giorni, dalle accese e scontate polemiche ( molto scontate, come una partitura musicale con lo stesso refrain) e senza entrare di nuovo qui nel merito delle critiche ad alcuni magistrati d’accusa di una specifica procura, bisogna chiedersi: è possibile o no discutere del funzionamento e delle anomalie della macchina dello Stato – che ci sono e che sono enormi – senza vedersi recapitare a casa un camion di cadaveri con sopra la scritta «eroi»?

È possibile immaginare un futuro in questo Paese in cui gli eroi (magistrati eroi, preti eroi, scrittori eroi, maestri eroi... ) possano essere accantonati e che si possa litigare anche a pugni e schiaffi sui temi roventi che dividono, che separano, che rendono desiderabile e produttiva la lite politica, senza essere investiti da un corteo di carri funebri usati come carri armati di eroismo? Questo discorso e questi dubbi mi riportano alla memoria antiche passeggiate serali con Leonardo Sciascia quando lo riaccompagnavo al suo albergo di via Nazionale e ironizzava: «Spero che nessuno mi spari, perché non vorrei diventare un eroe anch’io».



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Onore ai giudici uccisi Ma non dimentichiamo gli errori delle toghe

di Stefano Zurlo



Ieri l'omaggio ai magistrati martiri del terrorismo. Giusto, siamo e saremo con loro. Ma bisogna ricordarsi anche delle vittime della cattiva giustizia.



Non si tratta di avere la bava alla bocca. Ma di raccontare la storia di questo Paese. Le lacrime dei familiari di Falcone, Borsellino, dei tanti, troppi giudici che hanno perso la vita per non perdere la dignità. Le lacrime, il carcere, qualche volta la morte di chi era dalla parte sbagliata o forse no, era dalla parte della legge, ma è stato travolto e annientato dall’apparato giudiziario.
Il primo caso, il più vecchio di questa Spoon River, è quello di Enzo Tortora. Lo presero il 17 giugno 1983 insieme ad altre 855 persone in una retata anticamorra ordinata dalla procura di Napoli. Il presentatore televisivo rimase due anni detenuto, fra carcere e detenzione domiciliare, poi fu condannato a 10 anni per associazione camorristica e spaccio di stupefacenti. Lui continuava a proclamarsi innocente, i Pm non gli credettero. Presero come oro colato, i pm e i giudici di primo grado, le farneticanti dichiarazioni dei pentiti. Poi in appello, la verità salta fuori e nella sentenza si legge: «Si è trattato del nulla, del nulla più becero, più improfessionale, più sprovveduto, più tendenzioso». Il nulla, il nulla che può distruggere una carriera e uccidere un uomo. La riparazione arriva tardi. Tortora si ammala e muore di cancro il 18 maggio ’88.
Le sentenze, però, cambiano la vita. Come gli avvisi di garanzia. All’epoca di Tangentopoli, poi, l’avviso di garanzia rappresenta la morte civile. I Pm del Pool hanno sempre risposto alle critiche con altre inchieste. Sergio Moroni, deputato socialista, si spara un colpo di fucile dopo aver ricevuto due avvisi di garanzia per le tangenti. La sua non è una posizione grave, ma in quei giorni nessuno distingue. L’avviso di garanzia è un ergastolo sociale e il parlamentare toglie il disturbo. Prima scrive una lettera a Napolitano: «Non mi è estranea la convinzione che forze oscure coltivino disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la pulizia». Parole che non eliminano la responsabilità penale, ma che indicano il contesto in cui è maturata la cosiddetta rivoluzione italiana. Parole che la figlia Chiara, oggi parlamentare di Fli, interpreta così: «I magistrati hanno colpito in modo abbastanza indirizzato. Tutto il Psi è finito sotto indagine. Ho il dubbio che ci sia stato un connubio fra una certa parte politica e la magistratura».
Un pezzo della vecchia classe dirigente è stato spazzato via, insieme al pentapartito, il vecchio Pci è rimasto in piedi. Un miracolo? È giustizia quella che colpisce inesorabilmente gli uni e salva gli altri? Certo, quando si spara, Moroni non vede vie d’uscita. Come non le vede l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. È l’estate del ’93, l’estate delle tricoteuse. Cagliari infila la testa in un sacchetto di plastica e si uccide. In una cella di San Vittore, il carcere che aveva definito con un’immagine vagamente dantesca «il canile». La procura di Brescia apre un fascicolo: il pm Fabio De Pasquale avrebbe promesso la libertà a Cagliari, ma poi sarebbe andato in vacanza. De Pasquale viene prosciolto, gli amici del manager continuano pensare che sia stato ucciso. Le polemiche non risolvono il problema. Certo, Cagliari è stato schiacciato dall’apparato.

La giustizia è un potere. In quegli anni è il potere. Giudiziario, ma anche politico. Morale. Quasi teologico. Molti non reggono. Luigi Lombardini, magistrato, viene interrogato da uno squadrone di colleghi arrivati da Palermo e guidati da Giancarlo Caselli. È l’11 agosto ’98 e Lombardini è indagato per estorsione aggravata in relazione al sequestro Melis. Finito lo sfiancante confronto con i pm siciliani, Lombardini si allontana un attimo e si spara. È anche lui una vittima della giustizia? I pm di Palermo rispondono con la solita litania: «Abbiamo solo fatto il nostro dovere». Ma il procuratore generale di Cagliari Francesco Pintus detta dichiarazioni di fuoco: «Sono avvilito, disgustato. Ora bisogna che la verità venga fuori. Il dottor Lombardini era un buon magistrato ed è stato massacrato». Un necrologio durissimo che provoca reazioni indignate, querele, un cortocircuito giudiziario.
Un dato è sicuro. Le vittime di una giustizia distorta quasi mai sono riconosciute come tali. C’è sempre una spiegazione, una causa civile a difendere l’onore di quella toga. Tutto si mette a posto, anche se c’è una croce in più sulla collina di Spoon River. Perché nel marzo ’95 si suicida il maresciallo Antonino Lombardo? Lombardo comanda la stazione dei carabinieri di Terrasini, è un uomo importante per l’Arma, ha nelle mani un compito delicatissimo: convincere il boss Gaetano Badalamenti, in cella negli Usa, a collaborare. Ma il 23 febbraio ’95, nel corso della trasmissione di Michele Santoro Tempo reale, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e quello di Terrasini Manlio Mele, pure lui della Rete, puntano il dito contro il sottufficiale: è colluso con Cosa nostra. Lombardo si sente delegittimato, abbandonato, forse accerchiato anche dalla magistratura. Che ha trovato il suo megafono televisivo. È impossibile resistere. E Lombardo rinuncia alla lotta. Lotta impari, perché 99 volte su 100 è Davide, con la sua piccola fionda, a soccombere contro lo strapotere di Golia.
Calogero Mannino viene arrestato il 13 febbraio 1995 per il più classico e impalpabile dei reati siciliani: il concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scagionano a gennaio 2010, dopo 15 anni e cinque processi. La Corte d’appello di Palermo chiude il lunghissimo ping pong: «Non sono state acquisite prove certe né concretamente apprezzabili sul presunto sostegno politico elettorale che Cosa nostra avrebbe assicurato all’imputato». Fine.
La fine che spesso arriva troppo tardi. Come per i coniugi Covezzi, genitori di quattro figli in un paese della Bassa modenese. La polizia porta via i bambini il 12 novembre ’98, poi arriva una condanna pesantissima per pedofilia. L’anno scorso, finalmente, l’assoluzione. Ma è troppo tardi. Quei ragazzi sono cresciuti, sono grandi, hanno rinnegato papà e mamma. Arriva tardi anche la riabilitazione per don Giorgio Govoni, prete e amico dei Covezzi, infilato nella stessa storia. Lo condannavano in primo grado, muore d’infarto alla vigilia del verdetto d’appello. Che riconosce la sua innocenza quando ormai non serve più. Un’altra croce sulla stessa collina. Altri sono stati più fortunati. Daniele Barillà ha portato sulle spalle 7 anni e mezzo di carcere, poi gli hanno detto che si erano sbagliati. Non era lui il corriere della droga. Oggi è libero. Come Vincenzo Lodigiani, finito dentro Mani pulite, bersagliato 63 volte e 63 volte assolto. Un record di cui certo non va fiero.




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