venerdì 13 maggio 2011

Sant'Orsola: il mistero di Monna Lisa Ritrovato un alluce in una tomba

Corriere della sera


Le tombe visibili fino a questo momento sarebbero tre: una è distrutta, un’altra è integra ma vuota, la terza
si vede appena ed è sottostante le altre due



Si infittisce il mistero sui resti di Monna Lisa dopo che poche ore fa gli archeologi della Sovrintendenza di Firenze hanno trovato tre tombe scavando in una delle due cripte della chiesa maggiore dell’ex convento di Sant’Orsola. Da una tomba scoperta oggi in una cripta del convento di Sant’Orsola a Firenze, dove sono in corso le ricerche dei resti di Monna Lisa, è spuntato un osso umano che potrebbe appartenere all’alluce di un piede femminile.

L’osso è stato riconosciuto dal paleo-antropologo Francesco Mallegni dell’università di Pisa. «Il ritrovamento - ha spiegato Mallegni - confermerebbe la presenza di un sepolcreto nella chiesa del convento. Questo osso è il metatarso di un alluce di piede sinistro, forse di una donna. Ma non si può attribuirlo a Monna Lisa, potrebbe esser stato di chiunque. È tuttavia importante averlo trovato perchè dimostra che si sta scavando in una zona di sepoltura come era l’ipotesi iniziale».

Il frammento di alluce era nel terriccio tolto dagli archeologi. Secondo Giovanni Roncaglia della Soprintendenza Archeologica della Toscana, questa prima tomba «non contiene resti umani significativi tranne, nel materiale di riporto, un frammento osseo di un alluce del piede sinistro». Nella stessa tomba c’erano anche un bottone e una moneta in uso a Firenze nel ’500, un picciolo. Stamani i tecnici della Provincia di Firenze, gli archeologi della sovrintendenza di Firenze, insieme ai membri del Comitato Nazionale per la valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali hanno aperto una tomba trovata nella cripta sotto l’altare della chiesa. La tomba, una delle tre individuate, era vuota, ma ciò non ha sorpreso «perchè questo viene considerato come luogo di sepoltura primaria - ha detto ancora il professor Mallegni - dove i cadaveri si decomponevano. Solo successivamente i resti mortali venivano trasferiti in un luogo definito di sepoltura secondaria».


Il mistero di Monna Lisa

Le tombe visibili fino a questo momento sarebbero tre: una è distrutta, un’altra è integra ma vuota, la terza si vede appena ed è sottostante le altre due. Gli studiosi proseguono la ricerca continuando a togliere via terra e materiale di riporto che ostruisce questa cripta. Silvano Vinceti, presidente del Comitato per la valorizzazione dei Beni Storici, culturali e ambientali ha preannunciato che la prossima settimana «gli scavi proseguiranno nella parte centrale della chiesa dove il geo-radar aveva individuato altri vani sotterranei adibiti a sepoltura e dove si vede un gradino». «Come ipotesi - aggiunge Vinceti - non è escluso che il corpo di Lisa Gherardini Del Giocondo, dopo una sepoltura nella cripta sotto l’altare, sia stata ricomposta con successive sepolture (almeno quattro) che i testi storici danno per certe dal 1625 al 1709 nella seconda cripta»



13 maggio 2011





Powered by ScribeFire.

Volantinaggio-schiavitù: impiegati costretti a portare Gps al collo

Il Mattino

Scoperte 20 società cartiere, fatture false per 2 milioni di euro
e 150 evasori totali: in quaranta denunciati per reati fiscali





 Guarda il video



Powered by ScribeFire.

Sgarbi: «Sul mio programma una strategia di boicottaggio»

Corriere della sera


Il critico: «Chiedono la registrazione: è un atto di sfiducia. Ho scritto a Lorenza Lei». Ma il dg smentisce



MILANO - «La richiesta di registrare il programma svela una strategia di boicottaggio» dice Vittorio Sgarbi, che dovrebbe approdare in prima serata su Raiuno da mercoledì prossimo. Il programma avrebbe dovuto intitolarsi «Il mio canto libero», come la canzone di Battisti-Mogol, o anche «Il mio canto è libero» e andare in onda per cinque serate il mercoledì dal 18 maggio con una prima puntata incentrata sul tema di Dio e sull'arte nel suo rapporto con il divino. Ma a cinque giorni dalla prevista messa in onda, il programma rischia di saltare definitivamente. L'incertezza è su tutto, eccetto che su una cosa, confermano anche da Raiuno: che la trasmissione non potrà andare in diretta. Allora Sgarbi chiama a raccolta la stampa e punta il dito contro l'azienda di Viale Mazzini: «Non mi sento né gradito né rispettato», accusa dichiarandosi «pronto a rinunciare al programma, magari con una trattativa come quella che fece a suo tempo Biagi».

IN DIFFERITA - Il critico spiega che dopo la telefonata con il nuovo dg, c'è stato un incontro con il direttore di Raiuno Mauro Mazza. «Ci chiedono di registrare la puntata. Da parte mia niente in contrario, però questa mi sembra sfiducia, perché non chiedono la stessa cosa anche a Santoro e Floris? Io vorrei essere trattato come loro». «Dopo una riflessione notturna, ho valutato che la richiesta insistente di registrare uno spot e non averlo ancora visto in onda facciano pensare a una strategia di boicottaggio quasi per ritorsione nei confronti del dg Mauro Masi che aveva entusiasticamente approvato il programma, la scaletta della prima puntata e la promozione concordata, come in un esplicito articolo del contratto. Ma - prosegue - al di là dei sospetti, mi sembra evidente che la richiesta di registrazione sia un atto di sfiducia,una forma di controllo e di limitazione della libertà espressiva con la possibilità di censura in perfetto contrasto con la reiterata indicazione da parte del dg Masi e del direttore Mazza di andare in diretta. In nessuna conversazione infatti con i dirigenti della Rai e col produttore Ballandi si è mai valutata l'opportunità di registrare le puntate. Contro ogni accordo contratto con il dg in piena lealtà e collaborazione appare oggi voler non essere rispettato in contrasto con un fondamentale codice dentologico morale e civile tra le parti, ho per questo ritenuto di scrivere una lettera al direttore generale della Rai, la dottoressa Lorenza Lei di cui renderò noto il contenuto nelle prossime ore per chiarire la mia posizione». Infine allarga le braccia: «Cosa succederà il 18? Non lo so. Ma sono pronto a rinunciare, per 3 milioni di euro».

SMENTITA SULLA MISSIVA - Sulla lettera però la Lei smentisce Sgarbi: al momento, si apprende da fonti della direzione generale di Viale Mazzini, non c'è nessuna lettera per la Lei da parte del critico. Per l'azienda la linea è ferma a giovedì, ovvero programma in onda a partire da mercoledì 18 maggio in prima serata su Raiuno, ma puntate registrate e responsabilità editoriale affidata alla direzione della rete.


Redazione online
13 maggio 2011





Powered by ScribeFire.

Osama, trovati anche video porno

Corriere della sera


Dvd rinvenuti nella casa di Abbottabad, ma non si sa se appartenessero a Bin Laden o li abbia mai visionati


MILANO - Sono stati trovati anche video pornografici nell'abitazione di Abbottabad dove nella notte tra il 1° e il 2 maggio è stato ucciso Osama Bin Laden. Lo riporta l'agenzia Reuters che cita fonti americane protette dall'anonimato. I video sarebbero stati trovati dai commando che hanno ucciso il capo di Al Qaeda. Le fonti comunque hanno precisato di non sapere se i Dvd appartenessero a Osama né se li abbia mai visionati.

SERVIZI PAKISTANI AMMETTONO NEGLIGENZA - Il capo dei servizi segreti pakistani, il generale Ahmed Shuja Pasha, ha ammesso la «negligenza» delle autorità del suo Paese nelle ricerche di Osama Bin Laden, durante una sessione parlamentare a porte chiuse. Lo ha riferito un portavoce del governo.

LE VEDOVE - Tre delle vedove di Osama sono state interrogate dai servizi Usa con la supervisione dei colleghi pakistani. Lo ha confermato il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney dopo l'anticipazione della Cnn. Le donne, che sono state interrogate tutte insieme in questa settimana, si sono mostrate «ostili» agli americani, ha raccontato una fonte pakistana. Tutti gli ufficiali che hanno partecipato all'interrogatorio hanno spiegato che la testimonianza non ha aggiunto nuove informazioni. La più giovane, la yemenita Amal Ahmed Abdulfattah, 29 anni, era stata colpita da un proiettile alla gamba durante il blitz. Un ufficiale americano ha identificato le altre due donne come Khairiah Sabar, anche detta Umm Hamza, e Siham Sabar, detta Umm Khalid, entrambe saudite. Le vedove sono tre delle cinque mogli di Osama (due si erano separate in precedenza) e sono madri di almeno venti figli, di cui undici maschi, uno dei quali ucciso nel blitz americano.


Redazione online
13 maggio 2011




Powered by ScribeFire.

Cari compagni, finitela col "metodo Boffo"

di Fabrizio Rondolino

 

Il duello Moratti-Pisapia su Repubblica e l’Unità è il pretesto per evocare un "dossieraggio" da parte del centrodestra. Per la sinistra un’inchiesta sul politico amico è "fango", mentre sputtanare Silvio è legittima ricerca della verità

 

La voce, su Wikipedia, è stata rimossa per «recentismo»: si tratta cioè di un’espressione troppo recente per poter essere adeguatamente descritta in un’enciclopedia. Sarà nuova, ma è già ampiamente inflazionata, e francamente un po’ stucchevole. Parliamo del «metodo Boffo», rispolverato in questi giorni a proposito del colpo basso (o dell’unghiata, a seconda dei punti di vista) sferrato da Letizia Moratti all’ultimo minuto del duello tv con Giuliano Pisapia.
Il «metodo», com’è noto, prende il nome dalla vicenda che coinvolse questo giornale e l’allora direttore di Avvenire Dino Boffo (non la riassumo perché, lo confesso, non ci ho capito nulla: tranne che la verità, come sempre, è un’interpretazione), e significa grosso modo sputtanamento mediatico di un innocente di centrosinistra da parte di un picchiatore di centrodestra. Se invece un’analoga azione viene compiuta in senso inverso e lo sputtanato è di centrodestra, si parla di inchiesta giornalistica; il primo è dossieraggio e killeraggio, il secondo ricerca della verità.

Apro una breve parentesi personale. Sono approdato da poco su queste colonne, dopo anni alla Stampa e, prima ancora, all’Unità: e qualche pregiudizio l’avevo anch’io. Nel mondo dell’informazione, quelli del Giornale sono i brutti, gli sporchi e i cattivi della compagnia; loro, ho scoperto, ci ridono sopra e un pochino se ne vantano. Ma c’è una cosa che ai miei neocolleghi proprio non va giù: i due pesi e le due misure. E hanno ragione.

Non ci sono in Italia giornalini parrocchiali e giornalacci squadristi: c’è invece un’aspra lotta politica - peraltro non nuova nel paese dei Guelfi e dei Ghibellini - che coinvolge, come sempre è accaduto nella storia almeno dalla Rivoluzione americana in poi, cioè da quando esiste la libertà di stampa, anche i giornalisti e i giornali, i quali anzi, dal Federalista in poi, sono sempre stati all’avanguardia della battaglia culturale, politica, ideale.

Mia figlia, che ha vent’anni e legge esclusivamente Repubblica, mi ha detto un giorno che l’unica differenza fra il Giornale e il quotidiano di Ezio Mauro è che il primo ti fa capire subito da che parte sta, mentre il secondo si presenta come il Corriere, ma non è meno schierato. Lei condivide molte campagne di Repubblica, ma non si scandalizza che il Giornale faccia le sue. E certo lo sputtanamento personale di Berlusconi, indipendentemente dal profilo giudiziario, è un esempio piuttosto ben riuscito di macchina del fango, nella quale - ed è molto grave - sono state intrappolate un buon numero di ragazze del tutto innocenti.

Se vogliamo essere onesti, dobbiamo ammettere che il giornalismo è per natura, e non soltanto storicamente, una parte essenziale del lavoro politico. Raccontare i fatti significa necessariamente offrirne un’interpretazione, e questo è un atto politico. Vale per la cronaca nera - silenziata nei regimi dittatoriali, esaltata nelle democrazie a seconda delle convenienze -, figuriamoci se non vale per la politica in senso stretto.

E infatti è così: l’informazione italiana oggi ha sostituito gli agit prop di partito. Tant’è che nessuno si stupisce se nei talk show sono i direttori e gli editorialisti del Giornale o di Repubblica, di Libero o del Fatto, dell’Unità o del Tempo a definire, molto più dei politici, le idee e l’immagine del centrodestra e del centrosinistra. Questi illustri colleghi non vanno in tv come cronisti, ma come militanti. E sono ottimi cronisti perché sono militanti intelligenti.

Ci si può lamentare di questa situazione, e considerarla una perversione della libera stampa; al contrario, a me pare per l’appunto un’espressione di libertà, il cui unico limite è non ledere la libertà di espressione degli altri. Ciascuno, poi, potrà scegliere se usare il fioretto o la bomba atomica, la battuta triviale o l’insinuazione mascherata di pretesa oggettività. I sistemi per manipolare e strumentalizzare una notizia sono infiniti, e l’unica garanzia che ha il lettore è che ci siano tanti giornali. Siccome poi i lettori sono anche elettori, decideranno di volta in volta se premiare gli urlatori o i melodici. Ma, per favore, lasciamo stare una volta per tutte il «metodo Boffo».

Fazio e Saviano in diretta Ma la Rai censura Sgarbi

di Alessandro Gnocchi

 

In dubbio la diretta della prima puntata de "Il mio canto libero" per la presenza di un teologo critico verso la Chiesa. Ma perché Fazio e Saviano hanno potuto fare una serata sull’eutanasia?

 

Semplicemente: vogliamo vedere la prima puntata de Il mio canto libero, la trasmissione di Vittorio Sgarbi che dovrebbe andare in onda su Raiuno il 18 maggio. La vogliamo vedere in diretta, nel giorno giusto e con la scaletta prevista, ospiti inclusi. Dopo anni di Santoro, Floris, Fazio (ora in coppia con Saviano), Annunziata, Dandini ci farebbe piacere, come spettatori, assistere a un programma diverso dal solito. Capace, se ne sarà capace ovviamente, di portare alla luce anche l’altra metà d’Italia, quella che nei salotti tv viene tirata in ballo solo per farne una odiosa caricatura. Anche a destra c’è vita e c’è cultura ma la Rai fino a qui non se n’è curata troppo, si ricorda di tutti solo quando c’è da pagare il canone.

Gli ostacoli a una tranquilla messa in onda non mancano, ma neppure sono insormontabili. A quanto si dice, il tema della prima serata (Dio) sarebbe considerato spinoso dalla dirigenza Rai, in particolare dal nuovo direttore generale Lorenza Lei. Due i motivi d’ansia. La presenza del teologo Matthew Fox, su posizioni critiche verso la Chiesa, e un ritratto irriverente di Giovanni Paolo II. Per questo a Sgarbi sono state prospettate alcune soluzioni, ancora sul tavolo. La prima: partire una settimana dopo, il 25 maggio, con la seconda puntata dedicata alla bellezza. Oppure, novità di ieri, registrare quella su Dio il 17 maggio, il giorno precedente rispetto alla messa in onda. Su questo punto, la diretta, il critico sembra deciso a non mollare; piuttosto, ha detto ieri, è pronto «a rinunciare se non sono gradito e rispettato, magari con una trattativa come quella che fece Enzo Biagi, che scelse di andarsene e trattò per ottenere tre miliardi di lire».

Sgarbi, pur evitando la rottura totale, ha denunciato un’incoerenza reale: «Mi sembra sfiducia: perché non chiedono la stessa cosa a Michele Santoro e Giovanni Floris? Voglio essere trattato come loro». E potremmo aggiungere: perché Fabio Fazio e Roberto Saviano, in Vieni via con me, hanno potuto fare uno show sull’eutanasia, altro argomento spinoso, senza dover registrare in precedenza la serata? La richiesta Rai di essere messi al corrente dei contenuti pare normale e legittima. Quella di mettere «sotto tutela» uno spettacolo invece fa una pessima impressione e rischia di essere un boomerang. Se il nastro risultasse sgradito, chi si prenderà la responsabilità di «aggiustare» il tiro? E secondo quale criterio? A passare per censori ci vuole poco... La palla ora torna alla Rai, che sembra preferire la «differita». La sensazione? Si troverà un accordo che consenta al Mio canto libero di partire. Difficile capire se arriverà in fondo alla quinta puntata.

Comunque, alcune garanzie sono già state fornite da Sgarbi e dai suoi autori. Matthew Fox, ammesso sia in grado di turbare le coscienze, non sarà solo. Il controcanto è garantito dalla presenza del Vescovo di Noto, Antonio Staglianò, teologo di fama e consulente della Cei per le questioni culturali. Come si vede sono altri i programmi che ritengono il contraddittorio un’opzione scomoda. Basta ricordare la reazione stupita di Saviano di fronte alla richiesta di Roberto Maroni. Il quale, pensa che pretese, voleva replicare alle accuse infamanti lanciate alla Lega Nord nel corso di Vieni via con me. A parte Fox, Il mio canto libero declinerà il sacro nell’arte e nella letteratura. Si aprirà con un monologo di Sgarbi sulla Scuola d’Atene, vedrà l’ingresso di Morgan truccato da diavolo caravaggesco e si occuperà di santità, da San Francesco a Karol Wojtyla. Finale col critico in dialogo col Padre eterno. Non si direbbe il programma di un covo di agguerriti anticlericali.

Singolari sono poi i problemi legati al titolo della trasmissione, comunicato da tempo. All’improvviso si è scoperto che potrebbe cambiare causa problemi legali. Parrebbe una sciocchezza ma non lo è: implica il rifacimento dello spot e la revisione dell’intera «colonna sonora». Il critico, con una battuta, propone un’alternativa: «Potremmo chiamarla “Ci tocca anche Sgarbi”». Ecco, noi vorremo che ci toccasse. E che il canto fosse davvero libero.

Le "strane" idee dell candidato finiano a Cagliari: gli israeliani sono assassini e gli americani bestie

di Francesco Cramer

 

Spiga, in lista con i futuristi, definisce gli americani "bestie imperialiste" E si batte per i palestinesi, l’ambiente, il sociale e contro l’energia nucleare. E poi si soliti attacchi contro il Cav e il berlusconismo...

 

Roma

Appena due giorni fa, a villa Miani a Roma, Gianfranco Fini brindava al 63° anno della fondazione dello Stato di Israele. Annuiva convinto quando l’ambasciatore di Tel Aviv, Gideon Meier, sentenziava: «L’odio per Israele ha costituito e ancora costituisce per i tiranni uno strumento per preservare le loro dittature e la repressione per i loro popoli». Fini ne condivide davvero il pensiero? Chi lo sa. Se infatti ci si sposta in Sardegna, il finismo sembra tutt’altro che filoisraeliano. Sotto le insegne del Fli, candidato al consiglio comunale di Cagliari, c’è un tale Simone Spiga il cui pensiero politico fa il paio con quello di Hamas. «Israele? Assassini e terroristi». «Basta con l’occupazione sionista». «Gli “ameri-cani”? Bestie imperialiste».


Questi gli slogan dell’uomo di Gianfranco a Cagliari che, durante il primo congresso nazionale di Rho, prese la parola e salutò la platea con un sardissimo «Aioooo... Finalmente! Finalmente ci siamo resi conto, con quindici anni di ritardo cos’è il berlusconismo...». Spiga parlò a una platea mezza vuota ma anche lì disse papale papale: «In politica estera una destra seria deve superare il servilismo verso gli Stati Uniti d’America». Non lo sentì quasi nessuno perché parlò la sera tardi ma a riascoltarlo l’effetto è paradossale: il futurista sardo parla che sembra a un congresso del vecchio Prc o in un centro sociale: «Dobbiamo difendere il popolo palestinese, minoranza che dev’essere garantita e difesa». Chissà se Fini, che proprio ieri ha ricevuto a Montecitorio una delegazione dell’organizzazione ebraica del B’nai B’rith International, tra le più antiche organizzazioni ebraiche, nata per promuovere e difendere i diritti degli ebrei, applaude anche l’antisemitismo del suo uomo cagliaritano.


«Non andremo mai a sinistra», giura da mesi il presidente della Camera. Eppure tra i futuristi pullulano militanti che starebbero bene con Vendola e Di Pietro. Spiga è uno di questi. Si abbevera al travagliesco Fatto quotidiano, adora Chiambretti, Annozero e Report, si fa immortalare con la bandiera rossa della Cgil con tanto di pugno chiuso, è spudoratamente antiisraeliano e filopalestinese, è smaccatamente antiiamericano, è naturalmente iperpacifista e ambientalista, fa il tifo per tutti i referendum proposti da Tonino. Il «no» al nucleare è un altro suo cavallo di battaglia. I suoi manifesti elettorali lo ritraggono urlante con un megafono in mano: «Oltre la Destra, per l’ambiente, il sociale e i diritti civili». È portavoce del comitato «Sì, contro il nucleare in Sardegna» e appena può sbeffeggia i tifosi dell’atomo: «Prosegue la disinformazione dei nuclearisti che vede in Margherita Hack, Umberto Veronesi e Chicco Testa i sostenitori più vergognosi», scrive nel suo blog.


In passato polemizzò con il braccio destro di Bocchino, il giovane campano Gianmario Mariniello. Spiga riportò la tesi di Neil Smith secondo cui l’amministrazione Bush era diventata come il Quarto Reich. Usa uguale nazismo, insomma. Troppo. Mariniello lo sbeffeggiò: «Siete rimasti quelli che vedono congiure giudeo-pluto-massoniche dappertutto... Siete simpatici...». E l’altro: «Caro mio, il problema non è pensare che esistano congiure ebraiche e chissà cos’altro... Il fatto è che Blondet (autore secondo cui l’11 Settembre è stato un autoattentato, ndr) rappresenta molto più di quanto tu possa immaginare il mondo ideale nel quale tu sei dirigente nazionale...». Ex militante del Fdg, ex dirigente di Azione giovani, responsabile di Fare Verde, Spiga si definisce fautore di una «politica movimentista e creativa» e rinnega con ferocia il suo passato pidiellino. A Milano urlò nel microfono: «Futuro e libertà è alternativo al Pdl? Bene! Allora usciamo da tutte le amministrazione locali in cui governiamo insieme». Hasta la victoria. Siempre!

Storie di estremisti: Pisapia e Boeri negli anni 70

di Luca Fazzo

 

Sono stati entrambi processati, uno assolto e l’altro prescritto. Il capolista del Partito Democratico ammette: "Un’epoca di follia totale". Ma il candidato sindaco tace. I due militavano in formazioni di estrema sinistra ferocemente contrapposte

 

Milano

Uno ammette di avere vissuto un’epoca di «follia totale», dove l’aggressione all’avversario era prassi costante. L’altro invece nega qualunque contaminazione, anche in quegli anni remoti, con la violenza politica. Non è facile, raccontare e spiegare le vite parallele di Stefano Boeri e Giuliano Pisapia a chi non ha vissuto l’ubriacatura degli anni Settanta a Milano. Oggi Boeri e Pisapia - dopo essersi scontrati nelle primarie del Pd - sono alleati nella corsa a Palazzo Marino, il primo come capolista, il secondo come candidato sindaco. Ma a entrambi è toccato, nel corso di questa campagna elettorale, fare i conti con il loro passato, con i comportamenti di oltre trent’anni fa, quando entrambi militavano nell’ultrasinistra milanese: ma su sponde opposte, e anzi ferocemente contrapposte. Entrambi in quegli anni finirono sotto processo. Le vicende che li portarono davanti alla giustizia sono, per più di un verso, singolarmente intrecciate. Eppure le risposte che i due, il grande architetto e il celebre avvocato, hanno dato su quegli anni in questa campagna elettorale sono, a leggerle con attenzione, assai diverse.


Stefano Boeri militava nel Movimento studentesco: la componente più smaccatamente stalinista della nouvelle gauche. Pisapia, sei anni più vecchio, navigava nei gruppi nati dalla dissoluzione di Lotta Continua. I due fronti se le davano di santa ragione. Fino a quando il servizio d’ordine dell’Ms ridusse in sedia a rotelle un pittore di murales, Fausto Pagliano, accusato di essere vicino a Lc. È per vendicare Pagliano, raccontano i «pentiti», che nel settembre 1977 nasce il progetto per cui finirà inquisito, arrestato e assolto Pisapia: rapire, riempire di botte, incatramare e impiumare William Sisti, capo del servizio d’ordine dell’Ms, i famosi «katanga». Il progetto abortisce perché un ex di Lotta Continua incaricato di rubare il furgone viene arrestato in flagrante dai vigili urbani.


Curiosamente, il nome di William Sisti - che poi diverrà un dirigente del Psi milanese - ricorre anche nel processo a carico di Stefano Boeri. Boeri viene accusato di avere fatto parte del gruppo di militanti dell’Ms che nell’aprile 1975 in piazza Cavour aggredisce il neofascista Antonio Braggion, che reagisce sparando e uccidendo il diciassettenne Claudio Varalli. Nel processo in Corte d’assise, Boeri viene prosciolto per prescrizione: ma la sentenza dice che «l’aggressione del gruppo dei giovani fu improvvisa, rapidissima, premeditata, violentissima». A differenza di quanto farà nel suo processo Pisapia (che ricorrerà in appello, chiedendo e ottenendo l’assoluzione piena) il futuro architetto si accontenta della prescrizione.

Negli atti del processo, compare il nome del dirigente del servizio d’ordine che guidava quel giorno i ragazzi dell’Ms: William Sisti, lo stesso che l’anno dopo gli ex di Lotta continua cercarono di rapire.
Lo scorso 8 settembre, Stefano Boeri racconta - in una intervista al Giornale - la sua verità sull’aggressione a Braggion. Dice che l’aggressione al neofascista «andò essenzialmente come dice la sentenza». Punta il dito contro i dirigenti del servizio d’ordine dell’Ms, anche senza fare il nome di Sisti: «La decisione dei nostri capi fu quella di andare all’attacco». Ma poi aggiunge: «La morte di Varalli mi fece capire la follia totale di quello che accadeva. La verità è che c’era un abisso tra le nostre illusioni e la realtà che ci circondava».

Sono storie ingiallite dal tempo, e la furibonda violenza intestina, i regolamenti di conti tra diverse fazioni che laceravano l’ultrasinistra milanese di quegli anni sono forse impervie da capire per chi quegli anni ha avuto la fortuna di non viverli. Ma le carte di entrambi i processi, quello a Boeri e quello a Pisapia, raccontano bene come nell’ultrasinistra di quegli anni la divisione ideologica producesse odio senza quartiere, come non ci fossero steccati che separassero la politica dalla violenza, come la deriva terrorista sia nata a ridosso di quei furori: negare di avere incrociato quei percorsi è, per usare un termine in voga allora, antistorico. «Se si vuole ragionare su quegli anni, ben venga una riflessione comune», dice ora Boeri. Un auspicio al quale, almeno finora, Pisapia non si è accomunato.

Non toccateci le macchine La Porsche non è politica: "Noi di sinistra? Macchè"

di Tony Damascelli

 

La casa tedesca lancia una campagna per rimediare alle foto, che hanno fatto il giro del mondo, di Strauss-Kahn che sale su una "Panamera"

 

Fermento a Stoccarda. La fotografia di quell’uomo di sinistra che sale a bordo di una sontuosa vettura, marca Porsche, modello Panamera S Hybrid, cavalli 380, velocità massima 306 all’ora, prezzo chiavi in mano, inclusa Iva, euro centoottomila duecentosessantanove, quella foto lì ha creato imbarazzo nei vertici della casa automobilistica tedesca. Anche perché Dominique Strauss-Kahn ha un nome teutonico ma è un signore di Neuilly-sur-Seine roba sopraffina di Parigi. E non è finita qui, monsieur le professeur Dominique è uomo politico del partito socialista ma addirittura direttore del Fondo Monetario Internazionale.

L’istantanea ha fatto il giro delle redazioni, la gauche caviar, la sinistra che nuota nello champagne stando sul materassino di caviale, si è sentita spiazzata, una Porsche non è proprio una Dyane e anche a Stoccarda hanno capito che era il momento di correre ai ripari, non in officina ma nello studio marketing e comunicazione: «Non facciamo politica ma soltanto belle automobili». Questo è lo slogan per venir fuori dalla vicenda, questa la frase che accontenta tutti, di qua e di là, destra e sinistra, prescindendo dal fatto che la stessa turbovettura possa tirare da una parte, dico come tenuta di strada.

Il problema è il solito, tutto il mondo è paesello, il marchio Porsche, tra l’altro, dovrebbe fare venire l’orticaria alle forze rivoluzionarie francesi, Ferdinand Porsche, il fondatore, era uno di stanza in casa del Führer, da lui prese ordini per la creazione e la costruzione della Volkswagen, la macchina del popolo e altre vicende lo videro vicinissimo al nazismo. Ma il tempo cancella le targhe, non i modelli, Porsche è simbolo di lusso, potenza, velocità. Se monsieur Strauss Kahn avesse scelto una Dauphine sarebbe stato di tendenza, se si fosse esibito a bordo di una Due Cavalli o di una Citroen Pallas allora sarebbe stato più raffinato di un soffio amoroso di Carlà Bruni.

Destra e sinistra anche con il volante tra le mani, del resto Sergio Marchionne indossa il maglione blu da caporeparto per far intendere di essere sempre al tornio mentre il suo capo John Giacobbe Elkann sembra uscito da un film dei favolosi anni Sessanta, fiat voluntas sua. Possono guidare una Cinquecento e sono eleganti, direi di centro, un po’ meno sulla Qubo, direi extraparlamentare. C’erano tipi di vetture che nemmeno immaginate, l’Anglia o la Nsu Prinz, ben collocate tra il centro e la sinistra, così come la Fulvia Hf stava a destra e la Mini Cooper ancora più in là ma oggi la globalizzazione ha cancellato l’arco costituzionale, a parte il costo di acquisto. Del resto abbiamo politici populisti e popolari che hanno fatto strada, nel senso che volete, con la Mercedes, non del tutto propria, altri che salgono in auto soltanto se con autista o vetri scuri. Di certo quelli della Porsche hanno temuto che il mercato dei clienti potesse essere disturbato dalla gag su Dominique Strauss Kahn. La Porsche non fa politica, l’ha fatta quando serviva e qualcuno se ne è dimenticato. A sinistra.

Truffe, ecco come ci rubano i risparmi rovistando nei rifiuti

di Domenico Ferrara

 

Un uomo per due mesi ha prelevato denaro in banca con i codici trovati nella spazzatura di un ignaro cittadino. Ma perfino da una lettera d’amore gettata via si possono ricavare informazioni "pericolose"

 

Chissà quante volte appollottoliamo un estratto bancario o una ricevuta fiscale e li buttiamo nel cestino della spazzatura. E ognuna di queste volte forniamo un assist al ladro di identità che si aggira per i cassonetti dell'immondizia. Perché proprio l'immondizia è una delle fonti principali cui attinge chi vuol rubare i nostri dati personali per realizzare una frode.

L'ultimo esempio di quello che viene definito trashing o bin rading è avvenuto a Genova. Vincenzo Sportiello, di 57 anni, per due mesi ha mangiato, dormito e prelevato denaro in banca a suo piacimento. Peccato che il conto corrente utilizzato non fosse il suo. E come avrebbe fatto a usufruirne? Semplice, rovistando nei cassonetti dell'immondizia. Perché ogni giorno, i dettagli che pensiamo poco importanti, come vecchie bollette, documenti assicurativi e bancari, comunicazioni postali, lettere personali sono latrici di informazioni personali in realtà importantissime. Soprattutto per i malviventi.
Sul fenomeno del trashing si è espresso anche il garante della privacy predicando maggiore attenzione: «Le lettere d'amore, le bollette, gli estratti conto, le confezioni di medicinali che decidiamo di buttare nei nostri rifiuti non devono finire nelle mani di chiunque o essere esposti a sguardi indiscreti». Nome, cognome, numero di telefono, indirizzo, codici di sicurezza: in possesso di queste informazioni, il malvivente può aprire un conto bancario, emettere assegni e prosciugare il conto corrente, scrivere alla filiale e modificare l'indirizzo di spedizione delle comunicazioni, richiedere carte di credito e aprire un conto telefonico.

«Il ladro va a rovistare soprattutto nei cassonetti vicino agli uffici pubblici o alle banche - spiega Pietro Giordano, segretario vicario di Adiconsum - poi va all'estero in Paesi come l'Ucraina dove i controlli bancari sono minori e accende mutui o attiva prestiti». Il tutto, continua Giordano, «dopo aver creato un documento falso, magari avvalendosi delle foto che si trovano su Internet». Del fenomeno si era già occupato nel 2005 il Rissc (Centro di ricerche e studi in tema di criminalità e sicurezza) con uno studio condotto a Schio, nei pressi di Vicenza. Il progetto denominato Identity Trash, cioè «pattumiera di identità», aveva esaminato immondizie di 954 famiglie e 172 aziende cercando di dimostrare come fosse facile impossessarsi dei dati personali delle persone. E ci era riuscito in pieno dal momento che, esaminando due tonnellate di spazzatura, erano stati riscontrati, in più del 42% dei sacchetti analizzati, in media sette documenti significativi per ogni sacchetto.

Il rapporto 2010 dell'Osservatorio Permanente sul furto d'identità mette in luce come il fenomeno sia cresciuto in maniera allarmante. E a ciò si aggiunge una mancata percezione dei rischi da parte del consumatore. Secondo un sondaggio realizzato da Adiconsum, oltre il 60% degli intervistati non conosce il problema e il 55% non sa come proteggersi. Inoltre, quasi una persona su quattro è vittima del trashing per un danno medio di 350 euro. E solo il 58% dei consumatori distrugge i dati sensibili in suo possesso. I più colpiti sono i consumatori con età compresa tra i 30 e i 60 anni, in particolare la categoria dei liberi professionisti. Infine, oltre all'imperizia e alla scarsa informazione da parte dei consumatori, si aggiunge spesso la negligenza di uffici e banche, poco attenti alla distruzione dei documenti personali dei propri clienti. «Immagini quanti modelli bancari vengono gettati in banca - lamenta Giordano - ci sono molti istituti che non si preoccupano di distruggerli e questo è un problema».

Gb, la Bbc trasmette la morte di un uomo E' polemica, ma la tv si difende: "E' scienza"

di Redazione

 

La rete televisiva manda in onda gli ultimi minuti di vita di Gerald, 84 anni, malato terminale di cancro. Molti la accusano di lucrare sulla morte di un uomo per alzare gli ascolti, ma gli autori si difendono: "Mostrare il decesso di un uomo è necessario per capire cosa accade al corpo umano quando non è più in grado di funzionare adeguatamente"

 

Londra - E' polemica in Gran Bretagna dove stasera la Bbc manderà in onda in prima serata la morte di Gerald, 84 anni, ripreso durante i suoi ultimi 5 minuti di vita.

Il filmato sarà trasmesso dal programma tv "Inside the Human Body", sulla Bbc1. È la prima volta in Gran Bretagna che la morte di un uomo viene mostrata integralmente sul piccolo schermo e non sono mancate le polemiche contro la decisione della direzione della televisione pubblica britannica, di trasformare in sostanza in un reality la morte di un uomo. Molti hanno accusato la Bbc di lucrare sulla morte di un uomo per alzare gli ascolti. Ma gli autori della trasmissione scientifica, come riporta il Mirror, si difendono e sostengono che anche un uomo che esala l’ultimo respiro rientra nell’ambito dell’osservazione medico-scientifica: "La morte è una fase importante dell’esperienza umana, e mostrare il decesso di Gerald è necessario per capire cosa accade al corpo umano quando non è più in grado di funzionare adeguatamente. La Bbc non si tira indietro di fronte a temi di questa difficoltà"

Il paziente malato terminale di cancro, è stato filmato nel corso degli ultimi due mesi di vita. La "scena" della morte dura meno di cinque minuti durante i quali una voce fuori campo spiega da una prospettiva scientifica quanto sta accadendo al corpo di Gerald. Ma prima i telespettatori hanno modo di vedere i suoi sguardi, rivivere i ricordi della sua vita, ascoltare il suo respiro affannoso attaccato alla maschera d’ossigeno, vedere i parenti singhiozzanti attorno al letto.

A vuoto il primo colpo contro Osama»

Corriere della sera

Gli uomini del commando impegnati sul terreno erano 25 ma quelli che hanno fatto irruzione sono stati tre


MILANO - Continuano ad emergere nuovi particolari sul raid dei Navy Seals che ha portato all'uccisione di Osama Bin Laden. La Cbs, citando fonti del Pentagono, ha reso noto che gli uomini del commando impegnati sul terreno sono stati in tutto 25, ma quelli che ad Abbotabad hanno fatto irruzione nella camera da letto del terrorista, uccidendolo, sono stati tre. Un primo colpo all'indirizzo del terrorista è andato a vuoto, altri due lo hanno raggiunto al torace e in testa. I Navy Seals hanno avuto l'accortezza di tirare da parte le figlie di Bin Laden presenti nella stanza. La Cbs ha riferito che l'intera operazione dei Navy Seals è stata filmata da microcamere che gli uomini del commando avevano sui loro elmetti. È durata 40 minuti. In base alla analisi di tutte le registrazioni è stato possibile ricostruire con precisione ogni dettaglio dell'operazione.


LA RICOSTRUZIONE - I Navy Seals - come già noto - hanno avuto effettivamente un solo scontro a fuoco nel compound di Abbottabad. La Cbs, citando fonti del Pentagono, precisa che è avvenuto nella casa accanto a quella in cui si trovava Bin Laden. Nello scontro a fuoco sono stati uccisi una donna e il «corriere» di Bin Laden, che sparava da dietro una porta. Di fatto il «corriere» è stata l'unica persona armata che i Navy Seals hanno trovato sul loro cammino. Perché - riferisce la Cbs - pur essendo state trovate altre armi all'interno del compound, nessuno ha fatto in tempo ad usarle. Il primo momento in cui i Navy Seals sono entrati in contatto con Bin Laden è stato quando questi si è affacciato all'esterno del terzo piano. I Navy Seals erano appena «atterrati» sul tetto dell'abitazione. Gli hanno sparato ma lo hanno mancato.

Lui si è rifugiato in camera da letto. Il primo dei Navy Seals, attraverso la porta, ha afferrato le figlie del terrorista e le ha tirate da una parte. Quando il secondo uomo del commando è entrato nella stanza, la moglie di Bin Laden gli si è avventata contro. Il Seal l'ha spinta di lato e ha sparato a Bin Laden, colpendolo al petto. Un terzo Seal ha fatto fuoco, colpendo Bin Laden alla testa. I Navy Seals hanno quindi proceduto a portare via il corpo e a sequestrare tutto il materiale che ritenevano interessante. Oltre ai 5 computer, ai 10 hard disk e alle cento e oltre «chiavette» usb, hanno portato via una «grande quantità» di documenti cartacei. Tra questi vi era il taccuino di Bin Laden, più altri appunti scritti a mano. Il taccuino è di 12 pagine scritte a mano. Il capo di Al Qaeda riassume le idee per un nuovo 11 settembre.


(fonte: Ansa)
13 maggio 2011

Napoli, dalla giunta Iervolino ultimo regalo 100mila euro ai gruppi consiliari

Il Mattino

di Luigi Roano



NAPOLI - Un regalo, una strenna fuori stagione e chi più ne ha più ne metta. Di certo nel palazzo della Politica di via Verdi dipendenti e dirigenti non ci possono credere: sono stati sbloccati 100mila euro in favore di tutti gruppi consiliari per le spese cosiddette di economato. Vale a dire acquisto di penne e matite e fogli A4. Il punto è: visto che da lunedì sera questo consiglio non sarà più in carica perché si saranno svolte le elezioni, i soldi sbloccati in quali tasche – rigorosamente bipartisan ­ - finiranno? E chi ne risponderà?

A portare alla luce l’nnesima stranezza nella gestione dei conti di Palazzo San Gicomo è Rosario Giudice, consigliere comunale uscente e ora ricandidato per l’Udeur. «Sono indignato per la distribuzione dei fondi economali a favore dei gruppi politici e, quindi, dei loro consiglieri e, pertanto, rinuncio alla mia quota di competenza su di essi». Insomma Giudice si smarca ma il dato di cronaca resta e lo stesso consigliere parte ancora all’attacco: «Palazzo San Giacomo – racconta - nonostante i numerosi problemi finanziari di cassa, ha dato mandato alla ragioneria di sbloccare e distribuire i fondi economali a favore dei gruppi politici e, quindi, dei loro consiglieri comunali.

Già è un dato certo che negli ultimi mesi l’attività politica istituzionale del consiglio comunale e dei loro gruppi politici è risultata molto povera di iniziative e contenuti e che, ormai, gli stessi consiglieri comunali sarebbero di fatto, oggi, decaduti dalla loro carica in attesa della nuova consiliatura. Ora è evidente che a fine consiliatura, sostanzialmente, non vi sono motivi di spesa per attività istituzionale e che i fondi in questione, che normalmente coprono le spese di gestione dell’attività dei gruppi politici e dei loro consiglieri comunali, sarebbero soltanto uno spreco di denaro pubblico che volentieri si potrebbe evitare».

Quindi l’ultimo affondo: «Auspico che l’amministrazione cittadina riveda il proprio atto e, semmai, utilizzi gli stessi fondi con un’azione di sana e sensibile attenzione alla città per una causa più giusta in considerazione delle tante emergenze sociali cittadine che tanto avrebbero bisogno di risoluzione».
Uno scivolone a poche ore dal voto che rischia di gettare una luce ancora più sinistra su di una consiliatura che non resterà nella storia della città certo per brillantezza.

Giova ricordare che la produttività del consiglio comunale e dei suoi membri è stata di meno di 10 delibere a fronte di una spesa nel quinquennio di soli rimborsi superiore ai 20 milioni di euro. Un dato che qualcosa vorrà pure significare. Un’assemblea cittadina che non è riuscita a approvare il pino casa e nemmeno l’ultimo bilancio lasciando la città priva di due fondamentali strumenti di sviluppo.

In queste ore – inoltre - il sindaco Rosa Russo Iervolino - e la sua squadra - sta mettendo a punto una serie di provvedimenti per lasciare le persone più fedeli in posti più sicuri. Per esempio chi resterà alla guida della web tivvù ora che il direttore Peppino Mariconda scade insieme al sindaco stesso? Secondo indiscrezioni ben accreditate si parla di attingere dal bacino dei nuovi assunti con il concorsone.

C’è tuttavia un giallo: tra i 534 vincitori non c’è nessun profilo giornalistico. Il rischio è che si possa fare entrare dalla finesra ciò che è stato cacciato dalla porta. Vale a dire mettere alla guida della web tv non un professionista della materia ma un amico degli amici. Con il risultato che chiunque sarà il nuovo sindaco si troverà sullo stomaco una persona non scelta da lui a guidare uno degli strumenti di diffusione più importanti di ciò che fa Palazzo San Giacomo.

Le spiagge andranno all'asta con concessioni ventennali

La Stampa

Accolti i rilievi del Quirinale: eccessivo lo sfruttamento per 90 anni


ALESSANDRO BARBERA
roma


Diritto di sfruttamento non superiore ai vent’anni da concedere solo attraverso regolare asta pubblica. Ieri fra Palazzo Chigi, Tesoro e Quirinale ci sono stati diversi contatti telefonici. Dopo i rilievi del Colle su alcuni punti del decreto sviluppo, i tecnici del governo hanno discusso delle modifiche da apportare. Sul punto più controverso, ovvero il nuovo regime di concessione delle spiagge, la soluzione è ormai scritta.

La norma che avrebbe dovuto introdurre il diritto di superficie novantennale verrà cancellata: il regime - dicono i tecnici del Quirinale - è troppo lungo ed è in palese violazione delle regole europee che con la direttiva Bolkenstein sui servizi obbligherebbe a mettere a gara le concessioni al massimo ogni sei anni. Il compromesso individuato prevede la riduzione di quel periodo a meno di un quarto, accompagnato da un asta trasparente: solo in questo modo, è il ragionamento che si fa sul Colle più alto, l’Italia può sperare di non incorrere in nuove procedure di infrazione di fronte ai giudici comunitari.

L’ipotesi dei vent’anni è l’unica soluzione possibile per tenere insieme da un lato le regole europee e il principio di concorrenza, dall’altra la richiesta di certezze da parte dei gestori. Questi ultimi vorrebbero pianificare gli investimenti ed evitare, come invece lamentano oggi, mutui eccessivamente onerosi con le banche. La modifica all’attuale regime, quello delle concessioni a basso costo per subentro, altro non serve che a questo: permettere ai gestori, a fronte di canoni più alti, di contare sullo sfruttamento delle aree per un periodo congruo.

Che novant’anni fosse un periodo troppo lungo ieri lo ammetteva anche il presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili, Corrado Sforza Fogliani. «E’ un periodo esagerato. E il pericolo non è quello delle colate di cemento, perché si tratta pur sempre di concessioni regolate, ma semmai di non avere più il controllo del rispetto dei contenuti della concessione». Lo stesso Fogliani suggeriva un periodo non superiore ai 25-30 anni.

«La modifica ci sarà», confermano fonti governative. Non subito però: la maggioranza, impegnata nelle ultime ore della campagna elettorale per le amministrative, teme di pagare dazio con la lobby dei gestori, ai quali la norma andava benissimo. Non solo perché questo avrebbe garantito redditi sicuri a figli e nipoti, ma tutto sarebbe avvenuto al riparo dalle procedure di evidenza pubblica. Ecco perché il governo formalizzerà la modifica al testo «solo nei prossimi giorni». Resta da capire se prima della firma al decreto da parte del capo dello Stato o invece durante la conversione parlamentare del decreto. «Il decreto sarà in Gazzetta ufficiale domani», diceva ieri da Caserta Giulio Tremonti. In realtà il testo non può essere in Gazzetta prima di lunedì, a urne chiuse. Solo da oggi infatti, di ritorno da Firenze, il Capo dello Stato potrà apporre la sua firma in calce.

Gli imbrogli delle primarie in un libro «Scritto solo quello che abbiamo visto»

Corriere del Mezzogiorno

Gli autori si difendono in un video dagli attacchi ricevuti «Noi non siamo infiltrati, quereliamo l'Espresso»


NAPOLI - È stato il «caso» più scottante di questa campagna elettorale: il libro «Emozioni Primarie», scritto da Lucio Iaccarino e Massimo Cerulo, un racconto - choc sulle consultazioni beffa per scegliere il candidato del centrosinistra a Napoli, è in libreria. Dopo il giallo della presentazione mancata, alla quale avrebbe dovuto partecipare Luigi De Magistris, dopo le smentite e le minacce di querela di Nicola Oddati e Umberto Ranieri, chiamati pesantemente in causa dal racconto dei due ex collaboratori dello stesso Oddati, ecco un video nel quale Cerulo ribadisce per filo e per segno tutto quanto era stato anticipato da alcune indiscrezioni di stampa.


Il presunto «aiutino» di Oddati a Ranieri, smentito dai protagonisti, viene confermato seppure tra virgolette e condizionali d’ordinanza. Cerulo chiarisce un particolare importante: «Emozioni Primarie» non è un libro scritto da due «infiltrati» nello staff di Nicola Oddati, ma da due professionisti che dopo aver collaborato con uno dei candidati alle primarie hanno deciso di mettere nero su bianco quello che hanno visto e sentito durante quell’esperienza. È nato anche un blog. Ecco il video.

Carlo Tarallo
12 maggio 2011

Un gruppo di amici crea imbarazzo a Pisapia

Libero


1
2


Fu un argomento decisivo a permettere nel 1985 l’assoluzione in secondo grado di Giuliano Pisapia dall’accusa di furto. Contrariamente a quanto affermavano alcuni terroristi pentiti di Prima Linea, l’imputato non poteva essere alla riunione operativa in cui alla fine del luglio 1978 si decise di rubare un furgone da utilizzare nel pestaggio del capo del servizio d’ordine del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, Walter Sisti. All’epoca, come certificava suo zio, il medico Carlo Augusto Agnoletto, il nipote si trovava a Santa Margherita Ligure, affetto da un’ulcera.

Effettivamente, sebbene quel certificato medico fosse stato considerato di scarsa importanza in occasione della condanna in primo grado da parte della Corte d’Assise, il buen retiro di “Santa” e il clan Agnoletto-Pisapia sono i cardini intorno ai quali si possono approfondire, se non svelare, quasi tutti i misteri dell’antica e attuale militanza del candidato sindaco di Milano.

Dal matrimonio dell’ex consigliere comunale monarchico della Milano del dopoguerra, Carlo Augusto Agnoletto con Adelaide Ranci d’Ortigosa, nascono - tanto per dire - Vittorio, che sarà eletto europarlamentare con Rifondazione Comunista, e la psichiatra Maria Giulia Agnoletto, attivista per la causa dei diritti del popolo palestinese. A Santa Margherita trascorre le vacanze nel proprio appartamento Mario Zagari, vicepresidente del Parlamento europeo nel 1979. Sarà fino alla sua morte, avvenuta nel 1996, uno dei principali punti di riferimento politici del clan.

Ma l’ambientazione di questo spezzone della storia degli anni di piombo ruota intorno a sei appartamenti per sei fratelli, figli dell’avvocato Giandomenico Pisapia, dotati di numerosi garage sotto i quali correva un’intercapedine, ora inspiegabilmente murata, sulle cui pareti ci si poteva liberamente esprimere a favore della dittatura del proletariato. È lì in Riviera, non solo durante l’estate ma soprattutto quando l’aria a Milano si faceva irrespirabile per gli scontri fra fazioni e le retate della polizia, che ci si rifugiava per discutere e gettare le basi dell’attività futura del collettivo milanese di via Decembrio.

Difficile distinguere fra cugini, amici e compagni, in quelle circostanze. Non si può più nemmeno stabilire con precisione se l’idea di infliggere una punizione esemplare a Sisti fosse davvero un’idea nata dagli ambienti della sinistra extraparlamentare contigui a Prima Linea, come indicano le carte processuali, o fosse invece motivata dal durissimo pestaggio avvenuto ai danni di un ex paracadutista, amico fraterno - benché fosse di destra - di Giuliano Pisapia e del cugino Massimo Trolli, attualmente sindacalista dei bancari del gruppo Intesa Sanpaolo. Di fatto, l’ex parà attualmente fa parte della lunga schiera di sostenitori della campagna elettorale di Pisapia.

Come dalla presenza in lista di un gran numero di “amici del mare”, frequentatori assidui degli stabilimenti balneari Flora e Sirena. Tutta una compagnia che da anni si ritrova allegramente nella località ligure, e comprendeva nomi divenuti famosi come quello della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Fra gli anonimi, figurano le candidate della lista Pisapia Tiziana “Titti” Sperandeo e Francesca Archinto, compagna di Camillo Agnoletto, con villa a Portofino. In origine, si trattava di un gruppo di cattolici, il Gs, guidato da don Vanni Padovani. Poi il sacerdote si era spretato per sposare una sua allieva e anche le motivazioni legate alla fede avevano lasciato spazio ad argomenti politico-mondani, vagamente radical-chic.

Così come s’impone in un ambiente altolocato, le sedi milanesi della lista Pisapia sono arredate con mobilio di un certo pregio, che si dice messo gentilmente a disposizione dal parentado. È una gara di solidarietà cementata anche da un lutto, il suicidio del più piccolo dei fratelli Pisapia, Giuseppe, trovato morto a ventisette anni sulla scogliera fra Paraggi e Portofino, all’inizio degli anni 1980. Perché il giovane era andato proprio là a spararsi? Probabilmente aveva problemi di droga, ma negli ambienti dell’ultrasinistra, a quei tempi stregati dal mito della lotta armata, si fantasticò addirittura a proposito di un complotto internazionale. Uscirono ipotesi assurde, come la consegna di un carico di armi ai palestinesi, sventata da un blitz israeliano. Nulla però che meritasse un approfondimento d’indagine. Perché non ci possono essere scheletri nell’armadio di Giuliano Pisapia.

di Andrea Morigi
13/05/2011

Google e la pubblicità per le farmacie illegali: 500 milioni per patteggiare

Corriere della sera

Il portale è stato accusato di aver generato enormi utili in modo irregolare


MILANO


Google potrebbe patteggiare con il dipartimento di Giustizia per chiudere l`indagine federale che accusa il gigante di Mountain View di aver generato utili per centinaia di milioni di dollari vendendo spazi pubblicitari a farmacie online irregolari secondo le leggi vigenti negli Stati Uniti. Lo hanno rivelato alcune persone informate dei fatti al Wall Street Journal.

L'INDAGINE - L`indagine federale è condotta dal procuratore federale del Rhode Island e dalla Food and Drug Administration, agenzia che regola i settori alimentare e farmaceutico americani. Mercoledì, nel corso di una conferenza, il cofondatore di Google Sergey Brin ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sulla vicenda: «per fortuna, da quando abbiamo cambiato ruoli un paio di mesi fa, non devo più occuparmi di vicende giuridiche, del dipartimento di Giustizia o della Securities and Exchange Commission, la Consob americana».

500 MILIONI DI DOLLARI
- Nei giorni scorsi l'azienda ha però rilasciato un comunicato enigmatico in cui annunciava lo stanziamento di 500 milioni di dollari per risolvere alcune questioni pendenti con il dipartimento di Giustizia. I motori di ricerca sono perseguibili nel caso in cui si prestano a promuovere attività illegali. Nel dicembre 2007, Google, Microsoft e Yahoo avevano accettato di pagare 31,5 milioni di dollari per patteggiare la causa che li accusava di aver accettato pubblicità da siti che promuovevano il gioco d`azzardo. (Fonte: Apcom)

13 maggio 2011

Selvazzano, macabro giallo in cimitero: tre scheletri senza nome

Il Mattino di Padova


Nella frazione di Selvazzano durante le operazioni di riesumazione scoperti i resti di tre sconosciuti sotto le salme ufficiali. Trovate solo due teste

di Luisa Morbiato



Selvazzano, macabro giallo in cimitero: tre scheletri senza nome

SELVAZZANO. Mistero al cimitero di Caselle: sono tre i morti senza nome scoperti durante le operazioni di riesumazione di salme sepolte a terra dopo trent'anni trascorsi nei loculi. Una vicenda dai risvolti inquietanti. I cadaveri giacevano nella terra, ancora con parte degli abiti addosso, sepolti - in due casi - a un metro di profondità, sotto le sepolture ufficiali eseguite otto anni fa. Un terzo defunto, invece, era stato collocato in corrispondenza della fascia di verde che contorna la porzione di terreno a Est riservata alle sepolture. Uno dei cadaveri era privo della testa.

Quella fascia di terra non era mai stata utilizzata prima di otto anni fa, sembra quindi cadere l'ipotesi che si tratti di sepolture risalenti a diversi decenni orsono e delle quali si era persa memoria. Il cimitero di Caselle, diventato quello principale della città, è stato infatti costruito poco più di trent'anni fa. I carabinieri del comandante Erasmo Atteo, arrivato in cimitero con Enrico Maran, comandante del Consorzio di polizia locale Padova Ovest, hanno controllato i registri comunali dei defunti, ma nessuna salma manca all'appello: i tre morti sconosciuti risultano inesistenti.

L'amministrazione ha avviato i lavori di riesumazione, stante la carenza di loculi, anche nei cimiteri di Tencarola e di Selvazzano, in funzione da ben più anni di Caselle. Le operazioni nei due camposanti si sono svolte senza nessuna brutta sorpresa. Giovedì, invece, affinchè avvenisse il processo di mineralizzazione sono state riesumate le salme sepolte otto anni fa e poste a 80 centimetri di profondità. Poi, come prevede la norma, le benne sono affondate per altri 20 centimetri per arieggiare il terreno, ma gli operai si sono trovati davanti una salma e i lavori sono stati bloccati.
All'arrivo delle forze dell'ordine i lavori sono ripresi e si sono trovate altre due fosse occupate "abusivamente". In una quarta, invece, sono stati rinvenuti residui cimiteriali (ossia parti di casse da morto e di zinco).

La porzione di terreno è stata quindi isolata nel pomeriggio e posta sotto sequestro in attesa dei rilievi della polizia scientifica e i resti sono stati trasportati all'Istituto di Medicina legale. Spetta ora al patologo determinare l'età dei resti e la causa della morte, che potrebbe riservare sorprese.
A coordinare le indagini è il sostituto procuratore Renza Cescon. I corpi apparivano adagiati sul fondo della fossa in posizione supina. Non è stato trovato però alcun elemento che possa portare all'identificazione dei resti, ad esempio la targhetta che riporta nome cognome e date di nascita e di morte, come avviene con le salme interrate per la mineralizzazione. L'unico dato che per ora appare certo è che gli sconosciuti dovrebbero essere stati interrati più di otto anni fa, quando sono state eseguite le tumulazioni ufficiali.

A Caselle restano ancora da riesumare poche tombe, operazione che sarà eseguita con la massima cautela e che ora si tema possa rivelare altre spiacevoli sorprese.

13 maggio 2011

Battisti, Brasile all'Italia "Non ci si può opporre alla decisione di Lula"

di Redazione

Il procuratore generale Roberto Gurgel: "L'Italia non è legittimata a opporsi al rifiuto di estradizione" del terrorista dei Pac


L’Italia non è legittimata ad opporsi al rifiuto dell’ex presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva di estradare Cesare Battisti, l’ex leader dei Pac, i Proletari armati per il comunismo. È il parere che il procuratore generale della Repubblica brasiliano, Roberto Gurgel, ha inviato al Supremo Tribunale federale (Stf) che si dovrà pronunciare sulla richiesta di estradizione dell’ex terrorista rosso per crimini commessi negli anni Settanta. L’Italia, si legge nella nota inviata dalla procura generale all’Stf, "non ha la legittimità di interferire nel processo di estradizione dello Stato brasiliano". "Poiché la decisione del capo dello Stato è un atto di sovranità del Brasile, il tentativo dell’Italia di modificarlo, nell’ambito dello Stato brasiliano, sarebbe un affronto alla sovranità nazionale" ha precisato Gurgel nella risoluzione.

Anche Berlusconi attacca Pisapia «E' alleato dei violenti, non si lamenti»

Corriere della sera

Gelo negli studi della Rai. Il sindaco: «La sua non è la storia di un moderato». L'avvocato conferma la querela


MILANO - Anche se Giuliano Pisapia ha annunciato una citazione per diffamazione aggravata, Letizia Moratti non fa passi indietro rispetto alle accuse fatte durante il dibattito su Sky a proposito del vecchio processo per furto che riguarda il suo avversario di centrosinistra nelle corsa per la poltrona di sindaco di Milano. E il premier Silvio Berlusconi la sostiene, sostenendo che Pisapia non ha ragione di lamentarsi: «Ha degli alleati che sono l'estrema sinistra e i centri sociali che sono un covo di violenti e dei facinorosi». «Io non ho condannato - ha detto giovedì mattina il sindaco a margine della registrazione della «Tribuna Politica» della Rai -, ho sottolineato una vicenda che politicamente ha visto in quegli anni Pisapia avere frequentazioni ben precise.

Ho citato una sentenza perché dimostrava quello, cioè la frequentazione di terroristi». E rincara la dose: «Non può essere considerata moderata la storia di una persona che in quegli anni era vicina ad ambienti terroristici». Il riferimento è anche al presente: «Giuliano Pisapia non ha mai preso le distanze da atti violenti, che si sono verificati anche di recente, dagli scioperi selvaggi e dalle occupazioni dei centri sociali in immobili comunali. Non a caso è sostenuto da Rifondazione Comunista ed è il candidato di Rifondazione». «Nessuno si deve vergognare della propria vita e della propria storia - ha aggiunto la Moratti -, la mia è quella che è, non capisco questa insofferenza, dal momento che mi sono limitata a ricordare la sua storia».

Cattura

«SOLIDARIETA' DAL CENTRODESTRA» - «Posso solo dire che da singoli e non solo singoli del centrodestra mi sono arrivate attestazioni di solidarietà molto forte», ha detto invece Pisapia, sempre a margine della registrazione della tribuna politica negli studi Rai. «Cosa che ha valore maggiore - ha proseguito -, ho ricevuto attestati di stima e fiducia nella e sulla mia persona». Pisapia ha quindi confermato l'intenzione di querelare il sindaco dopo l'episodio di mercoledì. «Alcune vittime del terrorismo, tra cui i figli di Vittorio Bachelet, di Walter Tobagi e di Guido Rossa, mi hanno espresso in queste ore la loro solidarietà», ha scritto più tardi Pisapia in una nota. E riferendosi ala Moratti: «Avrebbe fatto meglio a chiedere scusa, come le hanno consigliato tante persone non certo a me politicamente vicine. Tra queste voglio ricordare Maurizio Lupi, che come me è stato allievo di don Giussani. Letizia Moratti non è degna di fare il sindaco di Milano».

IL GELO IN STUDIO - Giovedì mattina negli studi Rai di corso Sempione, prima e dopo la registrazione di «Tribuna Politica», ci sono stati sorrisi, strette di mano e scambi battute tra i nove candidati sindaco di Milano, ma non tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, che si sono completamente ignorati. Anche a telecamere spente, come ha raccontato chi era presente nello studio, non ci sono state strette di mano e tantomeno chiarimenti tra i due, che pure erano seduti vicini, a una sola sedia di distanza.

PALMERI: ATTACCO DELIBERATO E MAL STUDIATO - Al centro è stato poi fatto sedere il candidato terzopolista Manfredi Palmeri: è toccato a lui perché la disposizione delle sedie era stata stabilita in base all'ordine della scheda elettorale. Per Palmeri, intervistato all'uscita dallo studio, l'attacco di ieri della Moratti a Pisapia è stato «sia uno scivolone sia una mossa strumentale». «E’ stato un attacco deliberato e mal studiato». Per Palmeri, Moratti «si è sparata nei piedi» (come aveva già detto Bersani) e questo lo rallegra: «Tanti elettori del centrodestra se ne sono accorti e magari sceglieranno me».

BERLUSCONI: AMICO DEI VIOLENTI - Silvio Berlusconi, ai microfoni di Radio Radio, è intervenuto sulla vicenda: «Io credo che il candidato della sinistra non possa dolersi per qualunque cosa ci sia stata - spiega - Pisapia è uomo di sinistra, si vuol far passare per un moderato ma ha tutta una storia di sinistra. È rimasto in Rifondazione Comunista fino a pochi anni fa e mi sembra paradossale che ci sia qualcuno che voglia ancora rifondare l'ideologia più criminale e disumana della storia dell'uomo che è il comunismo. Pisapia ha come alleati tutti quelli dell'estrema sinistra, tutti quelli dei centri sociali, covo di violenti e facinorosi. Credo sia questa la cosa importante e non quello che è avvenuto ieri in trasmissione».


LA RUSSA - Secondo il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Pdl Ignazio La Russa, le parole della Moratti incideranno «positivamente» sui risultati elettorali, «perché ha dimostrato di essere moderata ma anche pronta a far emergere le differenze». «Probabilmente - ha aggiunto il ministro - la Moratti era agli ultimi secondi e non ha completato, si è fermata ad una sentenza che non è di condanna». Il sindaco infatti ha detto che Pisapia è stato amnistiato e non assolto con formula piena in appello. «Io che faccio l'avvocato - ha osservato La Russa - vi assicuro che tra un amnistiato e uno che fa ricorso contro l'amnistia c'è una differenza ma non è una differenza grande». Secondo il ministro, «se Moratti ha ritenuto di usare quell'episodio per dimostrare la provenienza culturale e politica di Pisapia, la colpa è di Pisapia che la nasconde. A me nessuno viene a dire che negli anni '70 ero segretario del Fronte della Gioventù, perché non l'ho mai nascosto».

CALDEROLI - Il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli non condivide invece la scelta della Moratti: «Abbiamo tanti argomenti a livello locale e nazionale per poter vincere (e vinceremo) che non vale la pena ricorrere a questi strumenti, veri o falsi che siano» ha detto Calderoli. «Siamo sempre additati come estremisti, poi di fatto siamo i più equilibrati - ha aggiunto - e soprattutto quelli che hanno fatto una campagna elettorale basata su quello che si è fatto e su quello che andremo a fare, portando risultati concreti».

FRANCESCHINI E DILIBERTO - «Una caduta di stile segnata dalla paura», commenta Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd. «Berlusconi non ce la fa a sostenere il confronto fra la qualità dei candidati e sta trascinando pertanto la campagna elettorale nella rissa». «Letizia Moratti pensi alle compagnie sue e del suo capo, piuttosto che a quelle di Pisapia», invita Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci- Federazione della Sinistra. E fa l'elenco: «Non ci risulta che Pisapia avesse uno stalliere mafioso come Mangano. Non ci risulta che il principale collaboratore di Pisapia sia stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa come Dell'Utri. Non ci risulta che Pisapia abbia avuto un amministratore condannato per corruzione in atti giudiziari come Previti».

Redazione online
12 maggio 2011

Scarpe tossiche made in China in negozi italiani, parte la denuncia

Corriere della sera

Contengono cromo esavalente: il rischio per la salute è quello di sviluppare allergie anche croniche



MILANO - Scarpe al veleno. Pericolose per la salute. Le ha scoperte a Milano, tramite un'inchiesta giornalistica, «La Conceria», storico settimanale del mondo della pelle. Le calzature, comprate da un commerciante cinese che rifornisce anche alcuni negozianti italiani, erano inquinate da cromo esavalente. Le analisi tossicologiche, eseguite dal laboratorio Conciaricerca R&S, hanno scoperto valori di cromo esavalente su quasi tutte le parti in pelle analizzate. «In alcuni campioni – spiega la responsabile del laboratorio Barbara Vialetto – abbiano riscontrato quantità notevoli con valori che sono arrivati a toccare i 34 milligrammi per chilogrammi contro i 3 massimi previsti per legge». Il rischio per la salute è quello di sviluppare allergie che possono diventare croniche con una ipersensibilità della pelle alla sostanza. Il settimanale «La Conceria» ha deciso di denunciare il tutto alla Procura della Repubblica di Milano.

Domenico Affinito (Rcd)
13 maggio 2011

Assange, spunta il contratto top secret per i dipendenti: bufera su Wikileaks

La Stampa

L'ordine di Julian: bocche cucite o multa da 12 milioni di sterline. Domscheit-Berg: è un bavaglio


MATTIA BERNARDO BAGNOLI
LONDRA


WikiLeaks è di nuovo nella bufera. A travagliare il sito anti-segreti non è il Dipartimento di Stato USA ma l’ennesima “fuga di materiale sensibile” colpevole di rivelare al mondo pratiche di condotta alquanto controverse. In questo caso un documento che prova come Julian Assange abbia imposto la firma ai propri collaboratori - “assunti” e non - di un “contratto del silenzio”. Ovvero acqua in bocca sui metodi adottati dall’organizzazione e divieto assoluto di divulgare il materiale ottenuto da WikiLeaks a terze parti. Pena una “multa” da 12 milioni di sterline. Non solo: persino l’esistenza stessa del contratto deve restare un segreto.

I termini imposti da Assange ai suoi colleghi sono stati subito criticati dall’ex portavoce del sito Daniel Domscheit-Berg. Che in una mail alla Reuters ha accusato WikiLeaks di essere diventato ciò che disprezza, «un’organizzazione repressiva, dai metodi opachi e inaccessibili, che fa uso di contratti restrittivi per imbavagliare i propri dipendenti». Ora, Assange in un certo senso ha le sue buone ragioni. Fu proprio grazie a una fonte interna al sito - i beneinformati puntano proprio su Domscheit-Berg, uscito da WikiLeaks intorno allo scorso agosto - se l’attivista per la libera circolazione delle informazione Heather Brooke riuscì ad entrare in possesso di una copia del “cable-gate”. E quindi permettere al Guardian di aggirare l’embargo concordato con Assange - che poi è il motivo se David Leigh, direttore del team inchieste del giornale, e l’ex hacker australiano sono finiti ai ferri corti.

Detto questo, le precauzioni prese a questo punto dal direttore di WikiLeaks paiono persino grottesche in quanto a severità. «Quel contratto - ha raccontato James Ball, supporter del sito antisegreti ma allo stesso tempo reporter per il Guardian - è di gran lunga il più draconiano che abbia mai incontrato nella mia carriera. E gli avvocati mi danno ragione». James, nel suo articolo, lo dice chiaro e tondo: il documento finito in rete è il suo. Lui il contratto non lo ha firmato. «Eravamo in gennaio - scrive - e ci siamo ritrovati nella magione del Norfolk dove Assange è confinato a causa dei suoi guai giudiziari. Julian ha chiesto a tutti di firmare il documento. Io sono l’unico che lo ha letto e ha detto di no. E ho spiegato perché. A quel punto altri lo hanno voluto indietro, ma Assange ha rifiutato».

A quel punto, stando al racconto, è nata una furiosa discussione, terminata con l’accusa ai danni di Ball di mettere a rischio «l’incolumità dello staff di WikiLeaks». Che, su invito di Assange, hanno fatto il possibile per convincere il giornalista a firmare il contratto-bavaglio - a ben vedere non molto diverso dalle “super-ingiunzioni” finite nel Regno Unito al centro di un braccio di ferro fra Vip e Twitter. «WikiLeaks - conclude Ball - non ha un’anima democratica. Secondo Assange ce l’ha perché si basa sulle donazioni ma questo potrebbe essere vero anche per gruppi come il KKK o il BNP (partito inglese di matrice xenofoba)». «WikiLeaks non ha un consiglio d’amministrazione né organi di controllo. In queste circostanze mettere a tacere il dissenso non solo è ironico ma è anche pericoloso».