giovedì 19 maggio 2011

Pisapia terrorista no è. Il moderato però fa paura.

Libero






Ma i milanesi lo sanno davvero chi e che cosa votano se votano per Giuliano Pisapia? È stato dipinto come un tranquillo borghese perfettamente in grado di reggere con il necessario equilibrio le sorti della metropoli. Addirittura si è detto che tra  Letizia Moratti e lo sfidante è lui  il vero moderato. Ma non è così. Le buone maniere, la pacatezza nell’eloquio, il garantismo (tutte doti che gli vanno riconosciute) non fanno dell’avvocato meneghino un moderato perché non sono moderati il suo profilo e le sue idee, non è moderato il suo programma e non sono moderate ampie frange della coalizione che lo sostiene.

L’attacco che gli ha rivolto la Moratti in chiusura della prima parte della campagna elettorale è stato maldestro nei tempi e nei modi e conteneva una grave inesattezza. Ma muoveva da un dato di fatto che l’errore commesso ha finito per cancellare agli occhi dell’opinione pubblica: il passato di Pisapia è quello di un estremista di sinistra. Ed è vero che è stato assolto - grazie a un certificato medico firmato dallo zio, il padre di Vittorio Agnoletto (G8, ricordate?) - nel famoso processo per il furto del furgone utilizzato dai terroristi di Prima linea per «dare una lezione a un nemico del popolo». Ma è altrettanto vero che lo stesso processo ha stabilito che la riunione in cui si decise la suddetta spedizione punitiva avvenne proprio a casa sua: Pisapia non era fisicamente presente, ma aveva dato le chiavi di casa. «L’atteggiamento processuale degli imputati (Pisapia e suo cugino Massimo Trolli, ndr) può spiegarsi solo con la loro consapevolezza che ogni ammissione di un proprio contributo al progetto di sequestrare Sisti sarebbe equivalsa ad ammettere la propria partecipazione a Prima linea», affermava nella sua requisitoria Armando Spataro, il pm che lo incriminò e che ora telefona in tv per difenderlo.

Questo per quanto riguarda il passato. E oggi? Oggi il cucciolo attempato della borghesia radical chic, terminata la sua militanza politica in Rifondazione comunista e confluito nelle vendoliane fila di Sel (Sinistra ecologia e libertà), si propone come sindaco della capitale economica del Paese. Con quali progetti e quali compagni di viaggio è presto detto. Come ha già raccontato qualche giorno fa Maurizio Belpietro, il programma di Pisapia più che ai milanesi guarda agli immigrati, che in caso di sua vittoria sarebbero coccolati in tutti i modi. Compresi i clandestini,  «figure che tutti sanno esistere ma la cui esistenza non è riconosciuta dal nostro diritto, dalle nostre leggi, dalla stessa attività di polizia» e che vanno tutelati in quanto «sfruttati dalle organizzazioni criminali e da spregiudicati imprenditori». Agli immigrati va garantito al più presto il diritto di voto e l’accesso ai concorsi pubblici. Come corollario, si progetta la costruzione di una grande moschea affiancata da un grande centro di cultura islamica e si assicura che cesseranno all’istante gli sgomberi dei campi rom.

Ma Pisapia pensa anche ai gay, per i quali verrà istituito il registro delle coppie di fatto. E ai rifiuti, che grazie a lui potranno godere degli stessi diritti della monnezza napoletana: cioè circolare liberamente per le strade. L’apocalittica previsione non è di chi scrive, ma dell’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, esponente di spicco del Pd, partito che sostiene Pisapia. E si basa sul rifiuto, messo nero su bianco dal candidato della sinistra, di costruire un nuovo inceneritore.

Quanto ai milanesi, l’aspirante sindaco per loro progetta di aumentare le tasse (attraverso la revisione del catasto immobiliare), di allargare l’area e la spesa per l’Ecopass (fino a dieci euro per ogni vettura), di rincarare i biglietti dei mezzi pubblici onde renderli più frequenti e gratuiti per gli anziani. La sicurezza diminuirà, anche perché ai vigili di quartiere sarà vietato occuparsene: potranno solo dare multe. Ma i cittadini non se ne accorgeranno perché il sindaco «moderato» assicura che farà in modo di «sconfiggere il sentimento di paura». Facile, no?

Questo titanico progetto ha naturalmente bisogno delle persone giuste per essere portato a termine. Ma niente paura: Pisapia le ha. Al suo fianco infatti corrono i leader storici dei centri sociali (che in cambio vogliono soltanto liberalizzare le droghe leggere) e Daniele Farina, uno dei fondatori del Leoncavallo, personcina moderata che ha appena alcune condanne per fabbricazione e detenzione di bottiglie molotov, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali gravi: perfetto per fare l’assessore e difatti è in corsa. Se la dovrà vedere con Vladimiro Merlin, che nelle sue mosse politiche si ispira alla Repubblica popolare cinese, e con Basilio Rizzo, ex Avanguardia operaia. Chi la spunterà (ma magari, perché no, tutti e tre) in giunta potrebbe sedere al fianco dell’architetto Stefano Boeri, che ha partecipato alla progettazione dell’Expo, ma anche ad alcuni esponenti dei comitati no-Expo: il sindaco «moderato» modererà.

Più difficile appare l’operazione con un altro dei grandi elettori dell’avvocato rosso Pisapia: il libico Abdel Hamid Shaari, mente della moschea di viale Jenner, che per la sua vicinanza ai fondamentalisti islamici da anni non può più mettere piede in Egitto, ma in compenso può dare ai suoi accoliti indicazioni di voto a favore dell’«amico» Pisapia, con il quale anche ieri sera condivideva il palco al teatro Smeraldo, dove si preparava la campagna per il ballottaggio.

Questo è quel che attende Milano se la Moratti dovesse essere sconfitta al ballottaggio. È giusto che lo sappiano quei leghisti arrabbiati con la sindaca che al primo turno hanno scelto il voto di protesta, quei berlusconiani che sono rimasti a casa per punire il governo, quei veri moderati meneghini irritati da buche ed Ecopass che si sono lasciati tentare dall’aspetto mite del candidato di Vendola. Cinque anni a piangere sul latte versato sono lunghi da passare.


di Massimo de' Manzoni

19/05/2011





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I centri sociali festeggiano lanciando tegole sugli agenti

di Alberto Giannoni


Gli anarchici occupano una casa e partono gli scontri. De Corato: "Un rischio se vince la sinistra". E l’ex capo del Leonkavallo lo bacchetta: "Lui un flagello"



Tegole sulla polizia. Sarà il «vento nuovo» che li galvanizza. Evidentemente non possono aspettare il ballottaggio, oppure hanno paura di perderlo. E festeggiano così, tirando tegole sugli agenti da un tetto di uno stabile occupato. Uno stabile Aler. É la nuova «Milano moderata», no? Eccola.

È mattina, la polizia libera una villetta occupata dai soliti abusivi, quelli che ammantano di motivazioni ideologiche un’azione di delinquenza comune, che viola la proprietà privata, e spesso anche pubblica: l’occupazione abusiva. I no-global, anarchici o chissà cosa si siedono sul tetto spiovente dell’abitazione in via Andrea Del Sarto, all’angolo con piazzale Aspari, si coprono i capi con le magliette - anche perchè il sole picchia forte - e tirano giù le tegole del tetto contro la polizia che si trova in strada. Poi si passa agli scontri con carabinieri e poliziotti in assetto antisommossa di altri giovani per strada in segno di solidarietà. E partono i cori contro i carabinieri. Sul posto, oltre a Digos e Reparto mobile, arrivano anche i vigili del fuoco. E otto giovani vengono accompagnati in questura. Come riferito dalla polizia, si sarebbero resi responsabili di danneggiamento nel quartiere.

«Questa operazione di polizia, che risponde all’occupazione effettuata solo lunedì scorso dai no global che festeggiavano così il parziale successo di Pisapia, sarà purtroppo una delle ultime - commenta il vicesindaco Riccaro De Corato - Perché se al ballottaggio verrà riconfermata la vittoria delle sinistre assisteremo a una proliferazione selvaggia e indiscriminata di occupazioni». Condanna l’azione dei no gloabl anche l’assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti: «Se questo è il vento che sta cambiando, siamo seriamente preoccupati», riflette.

Bene - per modo di dire - la vera novità però è politica: perchè d’ora in poi pare che non sarà più possibile contestare questo andazzo imposto alla città dai centri sociali. La sinistra del centrosinistra fa già la voce grossa. Contro il Comune, contro il centrodestra, contro chi incarna un’idea di ordine pubblico e sicurezza che garantisca i cittadini. A De Corato infatti risponde a brutto muso Daniele Farina, che è ex portavoce e leader del Leoncavallo, e oggi coordinatore provinciale di Sinistra, Ecologia e libertà, il partito di Giuliano Pisapia. «Noto - dice - che anche oggi l’ex vicesindaco De Corato si erge a flagello dei centri sociali. Evidentemente la prima parte della campagna e i suoi esiti disastrosi non gli hanno insegnato nulla». «La nuova amministrazione rovescerà l’approccio» conclude minaccioso.
De Corato non ci mette molto a rispondergli: «Farina ha poche lezioni da dare. Si rilegga il lungo elenco di condanne che lo contraddistingue e che è riportato sul blog di Beppe Grillo. Dove si dice che è stato condannato per fabbricazione, detenzione e porto abusivo di ordigni esplosivi, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e inosservanza degli ordini dell'autorità». Se questo è il vento che cambia, tira una brutta aria.




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La lezione di Maria: tace con dignità e poi molla con stile

di Valeria Braghieri


Ha saputo del tradimento del marito, gli ha fatto finire il mandato politico senza scandali e ha fatto i bagagli




Adesso dicono che è stato facile per una che, fin da bimbetta, è stata abituata a fare colazione con uova alla coque e potere. Che è stato tutto sommato naturale per una Kennedy: una abituata a spettinarsi i capelli a bordo oceano con il vento di Martha’s Vineyard, una nata con certe regole nelle piastrine del sangue. Sarà, ma noi Maria Shriver non-più-in-Schwarzenegger l’abbiamo amata. Abbiamo amato il suo tacere, il suo fare i compiti fino alla fine e (ancora di più) il suo andarsene a «mandato» matrimoniale esaurito. Un’escalation di perfezione inarrivabile.
Venticinque anni di matrimonio e di sodalizio politico (Maria era la first lady della California e il fatto che fosse nata Kennedy per parte di madre, ha aiutato parecchio la carriera del marito formato gigante), quattro figli, la visione integrale della saga di Terminator, sorrisi apparecchiati tutte le volte che è servito sorridere, e Schwarzenegger cosa fa?

Intrattiene una relazione con la domestica (cioè quella che da vent’anni, e per 1200 dollari alla settimana, chiedeva a Maria «scusi signora, come le preferisce piegate le lenzuola, per il largo o per il lungo? Ai ragazzi cosa preparo per cena? Che servizio di posate usiamo per il presidente in visita? Ah... signora, le mutande e il reggipetto li trova stirati e pronti sul letto»). Ecco, lui ci fa l’amore e la mette pure incinta. Secondo il Times, l’avrebbe addirittura messa incinta quasi in contemporane a Maria (per lei era ormai la quarta volta). Poi se ne sta zitto per dieci anni (il fattaccio pare risalga al 2001, mentre secondo altri il figlio illegittimo avrebbe già quattordici anni), smette col cinema, scende in politica, e alla fine, terrorizzato dal gossip e vessato dai tabolid decide di confessare tutto a Maria, con la solita deprimente scusa «ho commesso un tremendo errore». E cosa fa, a quel punto, l’inarrivabile signora non-più-in- Schwarzenegger? Respira a fondo, tiene in bilico le lacrime, dimagrisce, fa calare il silenzio, tende le vene del collo fino a fine corsa (stavolta politica) del maritone, resta dov’è e non scrive nemmeno lettere ai giornali. Però poi lo pianta. Fa i bagagli, ci mette dentro venticinque anni e quattro figli e si piazza (momentaneamente) nel costosissimo Beverly Hills Hotel.

Nemmeno Francesca Schiavone alla finale del Roland Garros ci aveva emozionato tanto. Nemmeno Carry (di Sex and The City) che malmenava con il suo bouquet da sposa mancata il vile mister Big ci aveva ispirato tanta smodata tifoseria.  Se Maria si fosse limitata a tacere, saremmo state costrette ad apprezzarne l’eleganza, ma sarebbe stata, alla fine, una come tante altre: discreta sì, ma vinta. Se al contrario avesse sbraitato, accusato, giudicato, sarebbe stata addirittura come «tutte» le altre. Così, invece... «Questo è un momento doloroso e straziante. Come madre, sono preoccupata per i miei figli. Chiedo compassione, rispetto e privacy mentre i miei figli ed io cerchiamo di rifarci una vita e ci curiamo le ferite».

Una chioccia categorica. Senza sbavature di rabbia, senza smagliature di stile. L’opposto di suo marito. E delle sue scelte. Perché, c’è una considerazione, che nulla ha a che fare con la distinzione di Maria, ma che si è arrampicata in gola al mondo: non è solo che Schwarzennegger ha tradito la moglie, è anche con «chi» ha tradito «quella» moglie. Perché nelle aspirazioni di qualsiasi cornuta c’è una rivale che (almeno) assomigli a Ines Sastre, o ad Afef, o a Carolina di Monaco... Insomma, rivali contro le quali nulla si può come contro l’uragano Katrina. Rivali che, in un certo senso, danno un po’ di lustro anche al nostro essere cornute. Ma quando, da nata Kennedy per parte di madre, il tuo matrimonio si schianta contro la faccia larga e il femore corto di Mildred Baena detta «Patty», quella che ti chiedeva come piegare le lenzuola mentre tu non sospettavi di nulla... beh, allora ci sono tante cose che devi iniziare a domandarti. E se le domanderà di certo, Maria, al Beverly Hills Hotel.

Intanto, a fare più tenerezza dei figli di Schwarzenegger c’è solo «l’altro» figlio di Schwarzenegger. Quello che è nato in una depandance della vita di suo padre. Quello che ha già sentito liquidare sua madre come un «terribile errore», quello che continua a vivere con i mezzi di una domestica malgrado il papà gigantesco e milionario, quello che ha i fratellastri ricchi con la mamma solida (nata Kennedy per parte di madre). Nemmeno in Terminator, Arnold aveva mai fatto tanto casino.



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Può masturbarsi in ufficio: tribunale lavoro concede permesso a donna malata

I Sopranos a Busto Arsizio

Corriere della sera

 

Nei filmati della polizia l'ostentazione di ricchezza del clan di Gela trapiantato in Lombardia. 63 arresti

Dal nostro inviato Claudio del Frate

VARESE — I Sopranos a Busto Arsizio. C’è il battesimo della figlia del boss? Non si badava a spese e si affittavano limousine bianca e ristoranti top gourmet. Bisogna fare la gita sul lago? Ecco pronto un motoscafo di 14 metri. Per tre anni gli agenti delle squadre mobili di Varese, Genova e Caltanissetta hanno seguito le mosse degli affiliati a un clan di Gela trapiantati al Nord; e a volte hanno avuto la netta sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una fiction sulla mafia italo americana, tanto gli stereotipi, le manie di grandezza, la pacchianeria erano rispettati. Certo, la voglia di sorridere passa presto se si pensa che tanta ricchezza esibita era il più delle volte frutto del più classico meccanismo di riciclaggio di denaro sporco: si partiva dal traffico di droga proveniente da Santo Domingo, dalle estorsioni ai danni di imprese lombarde e si arrivava a investire i profitti in aziende edili, autosaloni, immobili.

 

 

ASSE MALAVITOSO - Mercoledì la polizia ha arrestato 63 persone, in gran parte in provincia di Varese e sequestrato beni per un valore complessivo di 10 milioni di euro; l’indagine, partita dalla procura di Caltanissetta e che ha visto anche la partecipazione dello Sco della polizia ha messo in luce un asse malavitoso tra Gela e il Nord Italia, in particolare con le province di Varese e Genova. «Fra la famiglia Emanuello, che operava in Liguria - ha detto il capo dello Sco Gilberto Caldarozzi - e i Rinzivillo attivi a Busto era avvenuta una spartizione del territorio». I flussi di denaro (di cui è impressa la memoria su alcune chiavette ubs riferite a conti on line) servivano al sostentamento della famiglia, compresi i parenti di coloro che finivano in carcere. Sotto sequestro sono finite società come la Si.ma., molto attiva nel campo dell’edilizia e riconducibile ai Rinzivillo ma anche una villa con piscina nel quartiere di Prima Porta a Roma e un’autosalone sempre riconducibile a componenti del clan; oltre al «gioiello» della collezione: uno yacht di 14 metri ormeggiato a Lisanza, sul lago Maggiore.

 

«LE VITTIME CI HANNO AIUTATO» - «Questa volta - ha sottolineato il questore di Varese Marcello Cardona - le vittime delle estorsioni hanno collaborato con noi: le loro denunce hanno dato un contributo importante all’indagine». Partendo da queste denunce la polizia ha iniziato un’attività di intercettazione telefonica e ambientale. Che ha portato a immortalare episodi come il battesimo della figlia di Rosario Vizzini, ritenuto il capo della filiale di Busto Arsizio della famiglia gelese. Nel filmato delle polizia si vede una lunghissima limousine bianca varcare il cancello di Villa Crespi, ristorante di Orta tra i più rinomati della zona (e totalmente estraneo all’indagine); dal macchinone scende Vizzini che ha in braccio la neonata e la solleva tra gli applausi degli invitati. Questi ultimi - circa 200 - erano arrivati al ristorante dalla vicina chiesa a bordo di un trenino addobbato e noleggiato per l’occasione. Dalla Sicilia il capo si era premurato di far arrivare anche il cantante con l’orchestra. Per quel ricevimento Vizzini avrebbe pagato secondo gli inquirenti 40 mila euro. Tutti rigorosamente in contanti.

 

18 maggio 2011(ultima modifica: 19 maggio 2011)

In Montenegro torna il re, ma senza corona

di Fausto Biloslavo


Nikola Petrovic, erede di Nikola I, riaccolto in patria con tutta la famiglia e gli onori: avrà due nuove residenze, uno stipendio mensile uguale a quello del presidente e un indennizzo da 4,3 milioni di euro. Ma non avrà un ruolo politico. Almeno per ora




In Montenegro torna il re e tutta la famiglia. Non al potere, ma con qualche aspirazione politica mai celata ed il portafoglio gonfio, dopo anni di trattative con il governo di Podgorica. Per il rientro in patria, con tutti gli onori, del principe Nikola Petrovic, erede al trono del Montenegro si è mobilitato il parlamento. Una legge ad hoc «normalizzerà» lo status della dinastia fondata da Nikola I oltre un secolo fa. Il re conosciuto agli inizi del ’900, come «il suocero d’Europa». Cinque delle sue figlie sposarono monarchi o principi europei. Una di queste era Elena del Montenegro, seconda regina d’Italia come moglie di Vittorio Emanuele III.

Gli eredi dei Petrovic incasseranno dal governo montenegrino 4,3 milioni di euro, nei prossimi sette anni, per la corona ed i beni perduti. L’erede al trono, Nikola, che è cresciuto in Francia e vive a Parigi avrà lo stesso stipendio di 3000 euro del capo dello stato montenegrino. Non solo: alla famiglia reale verranno restituite alcune terre confiscate a Njegosih. A Cetinje, antica capitale del regno, sarà ricostruita una nuova casa reale. Oggi c’è solo un museo, ma nel borgo fra le montagne, culla dell’indipendentismo montenegrino, è nata e cresciuta Elena, regina d’Italia.

Pure a Podgorica, l’attuale capitale, il governo concederà una residenza all’altezza del principe ereditario. I dettagli della ricucitura con la monarchia sono stati negoziati per anni ed il vero nodo, oltre ai soldi e alle terre, riguardava il ruolo politico dell’erede al trono. Il precedente premier montenegrino e uomo forte del paese temeva la discesa in campo del principe o dei suoi familiari. Nikola II non voleva fare solo la bella statuina e nel 2010 il braccio di ferro era talmente forte, che l’erede al trono non si presentò alle manifestazioni per il centenario del regno.

La situazione si è sbloccata con l’attuale primo ministro, Igor Luksic. Secondo la legge ad hoc il principe potrà svolgere «alcune funzioni protocollari e non politiche» in Montenegro utilizzando «obiettivi rappresentativi e altri beni del patrimonio pubblico». Il principe Nikola si era già speso per l’indipendenza del Montenegro e l’ingresso della piccola perla dell’Adriatico nell’Unione europea. Classe 1944 è il figlio di re Michele e di Genevieve Prigent. Suo nonno combattè contro l’impero austro ungarico nella prima guerra mondiale, ma alla fine del conflitto la dinastia serba del cugino Karajeorjevic si prese anche il Montenegro. Nikola I fu costretto all’esilio sull’isola di Antibes. Il fervore monarchico riaffiorò al crollo dell’ex Jugoslavia voluta da Tito.

Il passo per la discesa in campo politico di un Petrovic è breve, ma la legge che normalizza lo status della monarchia sancisce fra le righe un importante aspetto storico, che sfocia nell’attualità. Dal testo parlamentare si evince che nel 1918 la corte di Belgrado destituì la dinastia Petrovic e di conseguenza l’unione del Montenegro alla Serbia è stata un vero e proprio atto di annessione. L’unione ha retto fino ai tempi di Slobodan Milosevic. Nel 2006 un discusso referendum sull’indipendenza sancì definitivamente lo strappo di Podgorica da Belgrado.

Non a caso la comunità serba che vive in Montenegro si oppone alla legge pro monarchia. Secondo il deputato serbo Goran Danilovic «si compie un atto unilaterale di revisione storica, che interpreta il passato nell’ottica più favorevole allo status quo».

Si sono messi di traverso sostenendo la linea serba anche gli eredi della dinastia Karadjeordjevic, che hanno rotto i ponti con i principi montenegrini dal 1918. Alessandro, l’erede al trono, è tornato a vivere a Belgrado dal 2001 nell’ex villa reale di Beli Dvor a Dedinje, la collina Vip di Belgrado. Pure lui sogna il ritorno della corona. Come ogni anno, anche lo scorso gennaio, si è rivolto al popolo serbo inneggiando alla monarchia costituzionale. Paragonando una serie di dinastie storiche ai regimi che le hanno sostituite ha invitato i cittadini serbi a riflettere «se Pol Pot sia meglio di Sihanouk, Menghistu di Selassie, Ceausescu di re Michele, Zivkov di re Simeone, o l’Afghanistan di oggi dello stato del re Mohammed Zahir!».

www.faustobiloslavo.eu



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Il prete spendeva in droga fino a 300 euro al giorno»

Corriere della sera


L'indagine dei Nas. Il mistero dei soldi di don Riccardo



Ne consumava tre, quattro grammi al giorno. La cocaina per don Riccardo Seppia era ormai un'ossessione, aveva bisogno di migliaia di euro, gli investigatori parlano di circa trecento al giorno per almeno venti giorni al mese, per acquistare quella che nelle intercettazioni telefoniche chiama «la bianca» e «la neve». Comprava per sé e per offrirla in pagamento ai ragazzi perché accettassero le sue morbose attenzioni: «Vieni. Ho la neve», è il messaggino che è stato trovato sul suo cellulare.

Don Riccardo si riforniva da tre pusher, giovani, italiani, ai quali chiedeva sempre più spesso oltre alla droga di procurargli «bambini». Ma come poteva un sacerdote con uno stipendio di 1.200 euro permettersi i continui viaggi a Milano, le nottate in discoteca e in locali gay frequentati da giovanissimi, e soprattutto tutta quella cocaina? I Nas di Milano stanno passando al setaccio i conti correnti e le disponibilità finanziarie del sacerdote cinquantenne, arrestato a Genova venerdì con l'accusa di cessione di stupefacenti e di abusi sessuali su un chierichetto quindicenne.

Don Riccardo può aver avuto un aiuto economico dagli ignari genitori, ma certo non avrebbe potuto giustificare richieste di denaro così ingenti. E più le indagini vanno avanti e viene alla luce la doppia vita del sacerdote, più riesce difficile capire come nessuno in Curia si fosse mai accorto di niente.

Nei giorni scorsi don Piercarlo Casassa, parroco di don Riccardo nel 1985 a Recco, cittadina del Levante genovese, è stato ascoltato a lungo come testimone dai detective dell'Arma di Milano. Don Casassa ha ripetuto ai militari che i comportamenti del prete appena uscito dal seminario non gli sembravano adeguati alla tonaca. Ha ricordato una gita al mare organizzata da don Riccardo con i bambini del catechismo e di come i bambini si fossero rifiutati di ripetere l'esperienza. «I carabinieri - dice don Casassa - mi hanno chiesto perché non ho fatto denuncia all'epoca, ma io non potevo denunciare nulla di concreto. Non ravvisavo nessun reato». E ancora: «Don Seppia stava fuori tutte le notti e dormiva per l'intera mattina. La sua non mi sembrava una vera vocazione. Così ho avvertito i miei superiori».

Come dagli atteggiamenti disinvolti di venticinque anni fa don Seppia sia arrivato alla cocaina e all'ossessione per il sesso e i ragazzini è un percorso che bisognerà ricostruire. Dalle intercettazioni degli ultimi mesi don Riccardo sembra aver perso ogni freno. È lui che contatta i giovani in discoteca o ci arriva attraverso alcuni amici omosessuali che gli procurano il numero telefonico di ragazzini «disponibili». Oppure sono gli stessi pusher che, oltre alla droga, gli danno dritte in quel senso. Ma non è tutto: don Riccardo, nei suoi malsani comportamenti fa pensare persino al satanismo. Gli investigatori, infatti, si sono soffermati sul tatuaggio che il sacerdote ha sulla schiena, un sole a sette raggi con significati satanici, e su certe frasi blasfeme sull'ostia che rimandano a rituali e messe nere codificate in un manuale del Settecento e descritte dall'occultista Papus.

Erika Dellacasa
19 maggio 2011



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Al Qaeda diffonde audio di Bin Laden

Corriere della sera

 

Sostegno alla rivolta in Tunisia, ma non una parola su quella in Libia appoggiata dalla Nato

 

WASHINGTON – Come prevedibile, Osama Bin Laden torna «in vita» attraverso un messaggio audio. I qaedisti hanno diffuso nella serata di mercoledì l’atteso nastro sulle rivolte in Nord Africa. Una mossa propagandistica per battere sul tempo il discorso sul mondo arabo che il presidente Obama pronuncerà oggi. Nell’audio, lungo circa 12 minuti, Bin Laden – presentato da una voce come «il martire dell’islam» - esalta la ribellione, dichiara tutto il suo sostegno alla lotta e saluta chi è morto nelle piazze contro i tiranni. Le parole di Osama sono un chiaro tentativo di Al Qaeda di accodarsi a un evento storico che l’ha marginalizzata.

 

 

Nel messaggio, Bin Laden cita in modo diretto la Tunisia e sostiene che è diventata un modello anche per gli egiziani. Nessuna parola sulla Libia. Questo silenzio ha suscitato gli interrogativi degli analisti. In realtà è probabile che Osama non volesse appoggiare esplicitamente un’azione che vede insieme insorti e Nato. Infatti, Al Qaeda nella terra del Maghreb, sigla regionale che pretende di agire per conto anche della vecchia guardia, ha appoggiato i ribelli ma al tempo stesso ha denunciato l’intervento occidentale. E negli ultimi giorni sono emersi segnali – preoccupanti – sulla presenza di terroristi in Tunisia pronti a colpire. Per l’intelligence Osama avrebbe registrato l’audio agli inizi di aprile e lo avrebbe poi «spedito» con uno dei suoi corrieri. Una copia del discorso sarebbe stata sequestrata dagli americani nel suo rifugio di Abbottabad, in Pakistan. Nell’audio non vi è alcuna riferimento a eventuali successori.

Due giorni fa, fonti islamiste hanno rivelato che la guida ad interim di Al Qaeda sarebbe stata assunta dall’egiziano Seif Al Adel. Una scelta pro-tempore in attesa che il movimento risolva i problemi di sicurezza – i superstiti temono di far la fine del fondatore – e le questioni interne. La fine di Bin Laden ha accentuato contrasti esplosi in passato. Una battaglia su più fronti: la lite tra gli egiziani di Al Zawahiri e i militanti della penisola arabica; la difficoltà della casa madre di tenere sotto controllo le realtà regionali; le divisioni tra pragmatici e «ortodossi»; il rapporto con le rivolte arabe; la strategia da adottare nei confronti dei talebani. Difficile credere che il nuovo leader, quale esso sia, possa risolverli agevolmente. Sono troppi e ampi. E chi deve sostituire Bin Laden non ha lo stesso carisma.

 

Guido Olimpio
19 maggio 2011

Imperia: arresti domiciliari per il presidente del tribunale

Corriere della sera


Accusato di corruzione: «Avrebbe concesso sconti di pena ad esponenti della criminalità organizzata»




MILANO - Il presidente del Tribunale di Imperia, Gianfranco Boccalatte, è stato posto agli arresti domiciliari in quanto avrebbe concesso sconti di pena a esponenti della criminalità organizzata. L'accusa è corruzione in atti giudiziari e millantato credito. Nell'ambito della stessa inchiesta sono stati arrestati due pregiudicati calabresi ed è stata notificata al suo autista, già in carcere, un'ordinanza di custodia cautelare. Boccalatte al momento si trovava in malattia, in attesa del trasferimento a Firenze che aveva richiesto qualche mese fa.

I FAVORI - Oltre al Presidente del Tribunale di Imperia finito agli arresti domiciliari, il Gip del Tribunale di Torino ha poi emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare per il suo autista, Giuseppe Fasolo. Inoltre, sono finiti in carcere anche due calabresi ritenuti vicini alla malavita, i quali avrebbero beneficiato secondo il castello accusatorio, dei favori del giudice e del suo autista. In particolare si parla di attenuazioni delle misure di prevenzione, che venivano disposte da Boccalasse in qualità di presidente del Tribunale. Ma i due calabresi, secondo gli inquirenti, non sarebbero gli unici ad aver beneficiato di favori. Al momento non risulterebbero i nomi di altre persone nel registro degli indagati. A Fasolo che già si trova in carcere a Torino, l'ordinanza è stata notificata in cella. Dalla ricostruzione degli inquirenti, sembra che Fasolo avesse il ruolo di intermediario tra gli 'amicì legati alla malavita e il giudice chiamato a decidere sulle loro sorti. Sarebbe stato lui a garantire a queste persone, che tramite l'intercessione del giudice, avrebbero potuto ottenere dei favori. L'inchiesta per corruzione in atti giudiziari e millantato credito era stata avviata nei mesi scorsi.


Redazione online
19 maggio 2011



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Scalfari bacchetta Renzi "Non capisco cosa vuole"

di Redazione







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Ecco il manuale d'amore a luci rosse della sinistra Da Luxuria a Franceschini

di Massimiliano Parente


Vladimir Luxuria, Dario Franceschini ed Eugenio Scalfari. I loro libri a luci rosse si concentrano su Eros, amore e sessualità 




Era il problema di Pier Paolo Pa­solini: per divertirsi con il Ric­cetto doveva prima denuncia­re lo Stato, la Dc, l’industria, il capitalismo, il fascismo, e si pensi alla carnevalata delle 120 giornate trasferi­te a Salò, tanto per attribuire a Mussoli­ni anche il merito di aver inventato il BDSM. Insomma, sessualmente io in­vito a restare su Youporn e simili, ma se proprio siete così radicalchic da voler­vi eccitare leggendo a sinistra, fate at­tenzione e seguite i miei spassionati consigli.

Se siete omosessuali per non depri­mervi evitate a ogni costo Eldorado (Bompiani) di Vladimir Luxuria, al massimo limitatevi alla biografia del ri­svolto: «Artista ed ex parlamentare na­ta a Foggia nel 1965 come Vladimiro Guadagno, è oggi la transgender più fa­mosa d’Italia. Una laurea in Lingue con 110 e lode, attrice e scrittrice, è sta­ta per anni la regina indiscussa di Muc­cassassina ».Manca l’esame di maturi­tà, la prima comunione, il primo vibra­tore e poi c’è tutto, il romanzo potreb­be finire qui invece è solo l’inizio del co­mico involontario.

Il pezzo forte è un omosessuale operato dai nazisti che grida: «Non sapete cosa mi hanno fatto quei maledetti macellai nazisti! Mi han­no asportato la pelle, e sono sicuro che con quella che è avanzata ci hanno fat­to una borsetta. Non di coccodrillo! Chissà come lo avrebbe spiegato Char­les Darwin il mio cranio nell’evoluzio­ne della specie... avrebbe detto che l’umanità ne ha fatta di strada: dalla scimmia eterosessuale a Oscar Wil­de! ». Un romanzo da urlo, nel senso che l’Arcigay dovrebbe vietarlo in quanto induce a solidarizzare con i na­zisti e rischia di far diventare eteroses­suale anche Aldo Busi, se per sbaglio dovesse leggerlo.

Se invece siete eterosessuali di sini­stra, evitate Dario Franceschini. Stessa scrittura di Luxuria, stesso curriculum parlamentare a parte il transgender, stesso editore, viene il sospetto che i due libri li abbia scritti lo stesso editor. Non troverete feste a Arcore né bunga­bunga né strafighe, il massimo dell’ero­tismo di Franceschini deve essere farlo tra il lusco e il brusco e il Lambrusco, sotto il calendario di Frate Indovino pensando a Bocca di Rosa. Trama: un notaio chiama il figlio al capezzale e gli dice che ci sono altri cinquantadue pre­su­nti figli avuti con altrettante prostitu­te.

Un gran puttanaio straccione, tutto rigorosamente poverissimo, quartieri poveri, appartamenti poveri, sesso po­vero, mentre il protagonista scoprirà di essere anche lui un figlio di puttana, e perfino sua moglie «non è figlia dei suoi genitori, ma di mio padre e di quel­­la prostituta di nome Ginisca», una sfi­ga pazzesca. Da lì, siccome è un perso­naggio di Franceschini, capisce tante cose, tipo: «Stupido, che per tanti anni aveva guardato solo l’involucro!». Un altro romanzo da urlo, che rischia di far tornare omosessuale Aldo Busi se do­vesse leggerlo dopo aver letto Luxuria, ecco forse perché si intitola Daccapo .

Tuttavia meno male che ogni tanto escono anche romanzi erotici pensan­ti, eccitanti per lui stimolanti per lei,co­me Scuote l’anima mia Eros ( Einaudi), del grandissimo Eugenio Scalfari: non transgender ma sicuramente laureato con lode e comunque sempre sia loda­to, giornalista,filosofo,scrittore,soprat­tutto «fondatore del quotidiano La Re­pubblica »e Platone d’oggi,come lo de­finisce Gnoli su Repubblica . All’inizio non si scopa neppure qui, siamo sem­pre in area Pd, ma l’incipit è da brivido, promette bene: «La caverna degli istin­ti: è così che penso di chiamare la regio­ne de­ll’inconscio dove gli istinti si agita­no senza che il nostro io, cioè la nostra coscienza, sia consapevole del come e del perché: una caverna, un luogo oscuro dove affondano le radici della nostra natura».

Purtroppo a pagina 7 Eugenio Platone ancora pensa: «Un pensiero arriva, un altro vola via, forse tornerà ma non sarà mai lo stesso, for­se non tornerà mai più ma te ne resterà il ricordo». A pagina 34 Eugenio è anco­r­a lì a chiedersi: «Che cosa sia il pensie­ro, come nasca, come si conservi nella memoria, se produce effetti sul corpo o se il corpo sia la culla e la nutrice del pensiero...». Neppure a pagina 69, un numero una garanzia, Eugenio pensa che «ci vuole una buona dose di corag­­gio per trasgredire e ci vuole una gran­de passione per trovare quel coraggio e per poterselo dare». Se però tenete du­ro sarete ricompensati, perché final­mente, a pagina 111, arriva l'Eros, la scena hard che tanto aspettavamo, la lasciva confessione di Eugenio, il Nirva­na, il Viagra: «Voglio aggiungere che Eros-così come l’ho pensato e raffigu­rato - è stato molto presente nella mia vita in tanti modi. E se volete un gergo più filosofico: l’ente che io sono è stato colorato di Eros». Che dire, anche qui speriamo non lo legga Aldo Busi, dopo l’ente colorato di Eros potrebbe non reggere il colpo e rischiamo di perderlo davvero.



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Case ai rom e tasse sull’auto: la «cura» dell’ultrà Pisapia

di Chiara Campo


Milano

Ci sono leghisti che da ieri la fanno girare come un vortice su Facebook. È la fatidica pagina 27, da sola racchiude tre concetti chiave del Pisapia-pensiero. E «se riusciamo a mandarla a cento amici a testa, magari assisteremo a un miracolo a Milano» scrive ad esempio uno dei colonnelli del Carroccio, Matteo Salvini che punta a diventare il vicesindaco di Letizia Moratti a Milano. Se la città funziona bene, scrive il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia che parte in vantaggio 48 a 41,5% nella sfida del ballottaggio, «ogni problema può essere risolto positivamente». Non fa una grinza. «Riteniamo ad esempio - prosegue - che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione possa essere non solo l’esercizio di un diritto ma anche una grande opportunità culturale per Milano». Per sapere quale fortunato quartiere avrà questa «grande opportunità» direttamente sotto casa non è dato sapere, Pisapia lo svelerà solo in caso di elezione (prima rischierebbe una rivolta dei residenti in cabina elettorale).

Proseguendo nella lettura di pagina 27, si scopre che anche nei confronti dei rom «è possibile fare passi avanti». Come? Per il problema della casa si può guardare ad esempio «alle esperienze di autocostruzione». Si riferisce probabilmente al caso delle villette abusive, ampiamente fotografate dalla polizia locale durante la giunta Moratti. Che solo nel 2010 ha sgomberato 152 campi nomadi irregolari, quasi uno ogni due giorni, e smantellato 28 abitazioni abusive segnalando i responsabili alla Procura.

Terzo punto: «Sgravare i vigili da tutti i compiti di pubblica sicurezza». Stop alle indagini nei quartieri cinesi o alle operazioni anti-contraffazione, torneranno solo a dirigere il traffico con la paletta, come ai bei vecchi tempi. Buona la 27, ma prima di andare al voto il programma è tutto da sfogliare. Insegna che «ci sono quartieri in cui si sono concentrate politiche fondamentalmente securitarie e repressive» e che «a furia di etichettare un quartiere o una periferia come luogo pericoloso e insicuro, lo si trasforma in ghetto, in una trappola da cui è difficile per chiunque uscire». Dunque «la prima cosa da fare, per dare subito un segno di cambiamento, è la revoca delle ordinanze inutili e dannose per il clima nei quartieri e per le attività economiche». Il sindaco del Pdl a fine 2008 ne ha firmate ben sei, c’era ad esempio quella contro l’acquisto di sostanze stupefacenti, la prostituzione in strada, l’abuso di alcol e specialmente tra i giovani.

Il centrosinistra presterà molta attenzione agli stranieri, e poiché Milano «deve essere una città in cui i diritti fondamentali (lavoro, salute, istruzione, libertà di culto, sicurezza) siano patrimonio di tutti gli abitanti, qualunque sia il loro luogo di partenza» il primo segnale per farli sentire veramente a casa sarà «coinvolgerli nelle decisioni politiche, riconoscendo il diritto di voto. Per i referendum e le altre consultazioni comunali, può essere introdotto con una semplice modifica dello Statuto».

Pisapia, supportato dal leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola, vuole costruire «una società più giusta e a misura di tutti» con «parità dei diritti e doveri per tutte le comunità affettive». Verrà «riconosciuta la pluralità delle forme di comunione di vita, con l’impegno dell’amministrazione a promuovere la parità e contrastando ogni discriminazione in tutti i settori dell’attività del Comune». Garantisce che «il Comune intende istituire il registro delle unioni civili». In pillole, i milanesi che intendono votare il 29 e 30 maggio Pisapia devono annotare da pagina 13 che per migliorare l’aria sarà introdotto «un pedaggio di congestione» ma non si sa a che prezzo, mentre pagina 18 anticipa «l’aggiornamento del catasto delle proprietà immobiliari». E capovolgerà il Piano di governo del territorio appena votato dal centrodestra. In compenso (pagina 32) le biblioteche diventeranno dei «veri e propri rifugi anti-noia, aperti anche di sera e nei weekend».



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Attenzione ai bolivar

Dà del rompiballe al capo: licenziata e condannata per diffamazione

Trascrizioni rinviate su Ruby «Errore materiale dei pm»

Corriere della sera


Nell'atto che solleva il conflitto è sparito l'argomento della parentela con l'allora presidente egiziano




Ilda Boccassini (Emblema)
Ilda Boccassini (Emblema)
MILANO - Non subito, e non così. C'è un «errore materiale» nella richiesta dei pm di trascrivere 1.300 intercettazioni dell'inchiesta Ruby nella quale Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti sono accusati di favoreggiamento della prostituzione di 32 giovani con il premier Silvio Berlusconi ad Arcore.

Alla Procura che l'11 maggio, per guadagnare tempo in vista del possibile processo di primo grado, aveva chiesto alla giudice dell'udienza preliminare (fissata a tempo di record per il 27 giugno) di disporre già sin da ora della trascrizione integrale di 1.300 telefonate intercettate, la gup Maria Grazia Domanico ha infatti obiettato che nella richiesta dei pm Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano c'è un «errore materiale»: la richiesta non può essere accolta con la procedura che i pm proponevano, e comunque il giudice valuta che essa non possa essere avviata subito (come sempre i pm premevano), ma che la questione debba essere discussa «nel contraddittorio tra le parti» (dunque anche con gli avvocati dei tre imputati) e rinviata quantomeno «alla data dell'udienza preliminare», se non al suo esito.

Pur nello stringato provvedimento, due ordini di motivi sembrano evidenti. Il primo è che i pm chiedevano di anticipare subito la trascrizione completa delle intercettazioni (operazione puramente tecnica di solito invocata dalle difese nel corso dei dibattimenti, priva di contenuto valutativo ma molto faticosa e lunga, destinata a impegnare almeno due o tre consulenti per qualche mese di lavoro) in base al secondo comma dell'articolo 392, che però richiama l'incidente probatorio e in esso prevede che il pm o l'indagato «possano chiedere una perizia che, se fosse disposta nel dibattimento, ne potrebbe determinare una sospensione superiore ai 60 giorni». Ma la giudice scrive che questo dei pm va considerato un «mero errore materiale», giacché la norma di riferimento sarebbe dovuta essere invece il settimo comma dell'articolo 268, che disciplina le operazioni di intercettazione e prevede che «il giudice dispone la trascrizione integrale delle registrazioni osservando le forme, i modi e le garanzie previsti per l'espletamento delle perizie».

La seconda ragione suona piuttosto di opportunità. In procedimenti con decine o centinaia di persone oggetto di richieste di rinvio a giudizio (come nelle recenti maxioperazioni di 'ndrangheta del pm Boccassini) è ormai comune, e perfettamente in linea con esigenze di economia e poi di speditezza processuale, che la trascrizione delle intercettazioni venga effettuata molto prima del dibattimento e anche prima dell'udienza preliminare, perché è scontato che qualcuno dei tantissimi indagati sarà alla fine rinviato a un giudizio nel quale il Tribunale si gioverà di un notevole risparmio di tempo, se si troverà già pronte le trascrizioni. Ma con tre soli imputati e un'udienza fissata già tra poco più di un mese, in teoria non può essere escluso che ci siano proscioglimenti o richieste di riti alternativi, esiti che priverebbero di senso un'anticipata trascrizione di migliaia di intercettazioni.

E proprio mercoledì la Corte Costituzionale ha fissato al 6 luglio, benché i ruoli sembrassero già pieni fino a ottobre, la decisione sull'ammissibilità o meno del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dalla Camera contro il Tribunale di Milano per sostenere che competente a giudicare il presidente del Consiglio per i reati di concussione e prostituzione minorile dovesse essere il Tribunale per i reati ministeriali e non il Tribunale ordinario di Milano. Uno dei motivi per i quali il ricorso fu approvato si basava sulla presunzione che Berlusconi avesse esercitato le sue funzioni per tutelare i rapporti internazionali quando il 27 maggio telefonò in Questura a Milano dicendo (con una «convinzione giusta o sbagliata che fosse», sostennero dalla maggioranza) che Karima El Mahroug era nipote dell'allora presidente egiziano. Una parentela inesistente. «Ma a quel riferimento non si fa cenno nel ricorso. Evidentemente le parole in libertà pronunciate in Parlamento non possono essere messe per iscritto negli atti formali perché imbarazzerebbero le stesse istituzioni. Imponendo quella falsa verità la maggioranza ha svilito la Camera», commenta la capogruppo Pd nella Giunta per le autorizzazioni Marilena Samperi.


Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella
19 maggio 2011



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