venerdì 20 maggio 2011

Austria, bosco 'vietato' ai sacerdoti con bambini

Quotidiano.net


Alla partenza di un sentiero è stato affisso un cartello che vieta ai religiosi di inoltrarsi nel bosco con le greggi di bambini. La Pilgerweg, un chilometro e mezzo di camminata in un bosco privato, porta a un’edicola sacra




Vienna, 20 maggio 2011

Divieto di accesso ai preti che accompagnano bambini. Alla partenza di un sentiero in Austria è stato affisso un cartello che vieta ai religiosi di inoltrarsi nel bosco con le greggi di bambini, nel timore che l’ombra delle frasche possa indurre i prelati a compiere abusi sessuali.

La Pilgerweg, un chilometro e mezzo di camminata in un bosco privato, porta a un’edicola sacra dedicata alla Madonna, meta del pellegrinaggio di migliaia di devoti ogni anno. Ma il proprietario del terreno, Sepp Rothwangel, ha deciso di apporre i tre cartelli di divieto, appena sotto le tradizionali segnaletiche dei sentieri.

Un primo cartello ritrae un uomo in tonaca che insegue dei bambini, sul secondo la scritta ‘Basta abusi’, sul terzo il testo del divieto: “L’ingresso in questa aerea è vietato a preti o altro personale religioso assieme a bambini non accompagnati da genitori o da tutori”.

“Con questo divieto voglio lanciare un messaggio - spiega al quotidiano austriaco Standard Rothwangel, che durante la sua infanzia ha frequentato un collegio di preti ed è stato vittima di abusi sessuali - dato che la chiesa cattolica non riesce con i suoi propri mezzi ad allontare i violentatori dai suoi ranghi”.

Rothwangel ha anche installato una telecamera alla partenza del sentiero per controllare che il divieto venga rispettato.







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L'odissea dei correntisti «venduti» insieme agli sportelli

Corriere della sera


Le segnalazioni dei consumatori. Le risposte ai lettori
di Intesa Sanpaolo e Cariparma




MILANO - Aiuto, la banca mi ha venduto! Sono migliaia i correntisti coinvolti nella compravendita di sportelli bancari in Italia negli ultimi anni. Malcapitati che «passano di mano» insieme alla filiale sotto casa, spesso avvisati, non a caso, solo all'ultimo minuto, quasi sempre costretti a un surplus di burocrazia, al cambio in corsa dell'Iban, delle password, di tutte le coordinate e, nonostante le norme dicano altro, anche delle condizioni del conto. Le spese non mancano e la perdita di tempo è assicurata. Almeno a giudicare dalle decine di segnalazioni che giungono in questi giorni alle associazioni dei consumatori e in redazione dell'ultima odissea in ordine di tempo, quella dei correntisti di Intesa Sanpaolo «traslocati» in fretta e furia, o almeno così si sostiene, sotto le insegne di Cariparma, l'istituto che fa capo al gruppo francese Crédit Agricole e che dalla superbanca ha rilevato 85 sportelli. Corriere.it ha girato alcune delle domande dei lettori direttamente alle banche interessate. Dalle risposte si evince che la banca acquirente è tenuta, dalle norme, a praticare al cliente le condizioni precedenti. Ma in realtà scegliere è un percorso a ostacoli.

LA STORIA - Il trasferimento da Intesa Sanpaolo a Cariparma è stato comunicato via posta il venerdì per il martedì successivo, lamenta una lettrice, ma il problema è stato rilevato in quasi tutte le segnalazioni, nel mese di maggio. «Condizioni e banche diverse, nessuna possibilità di essere semplicemente trasferiti di filiale. Volessi mai restare in Intesa - si legge nella lettera - dovrei chiudere il conto e riaprirne uno nuovo. Altrimenti restare con Cariparma, con condizioni e servizi ben diversi. Oggi ho il bancomat con cui posso pagare solo fino a 150 euro, e ritirare solo fino a 300, perchè Cariparma non ha ancora attivato i suoi bancomat e sono in partenza. Nel sistema online di Intesa avevo tutto il mio archivio di pagamenti, di bonifici.. cosa ne sarà? Potrò accedere e ritrasferirlo? Il personale della filiale è stranito, le insegne di Intesa Sanpaolo ancora su».

IL DIRETTORE DI FILIALE CONCORDA «Tutti i clienti della filiale sono stati ceduti, venduti in blocco alla nuova banca - segnala un lettore milanese -. Se voglio rimanere cliente Banca Intesa devo chiudere il conto nella mia filiale e riaprirlo in un'altra, perdendo chiaramente la tipologia di conto, le carte, password, numero di conto corrente etc..; insomma le stesse cose che mi succedono se rimango nella mia filiale ora Cariparma (ma se rimango le condizioni del mio conto rimangono invariate, passando ad altra filiale Banca Intesa questo non è necessariamente garantito perchè la tipologia del mio conto non è più prevista per i «nuovi» clienti di Intesa!). Faccio notare al direttore di filiale la pessima tempistica: ho solo dieci giorni per capire e decidere cosa fare! Lui concorda.»

LA DENUNCIA DEI CONSUMATORI - «Inaccettabili» sono state definite dalle associazioni dei consumatori le modalità con le quali è avvenuta la cessione degli sportelli, un' operazione che interessa oltre 300 mila correntisti, un terzo circa dei quali a Milano e Roma che risultano essere le piazze con il maggior numero di disagi segnalati. «Particolarmente grave e irresponsabile la mancata tempestività nell'informazione ai clienti: l'accordo, infatti, è stato siglato nel febbraio 2010, ma comunicato ai clienti soltanto nell'ultima settimana. Questi ultimi, pertanto, si trovano oggi a dover: reperire e comunicare in tutta fretta il nuovo Iban a datore di lavoro o Inps e ad aggiornare RID bancari, sostituire bancomat, carte di credito e libretti assegni (con eventuali costi). Per non parlare - scrivono Federconsumatori e Adusbef - di coloro che si trovano in zone non servite da agenzie Cariparma Crèdit Agricole costretti, quindi, a cambiare banca o, per assurdo, tornare clienti di Intesa Sanpaolo, ma soltanto dopo la chiusura del conto precedente, aprendone uno nuovo».

LA RISPOSTA DI INTESA SANPAOLO - «La normativa prevede che il subentro della banca acquirente nei contratti e nei rapporti precedentemente in essere avvenga con l’impegno implicito di assicurare il mantenimento dei livelli di servizio pre-cessione. Intesa Sanpaolo ha attuato una duplice campagna di informazione rivolta alla clientela interessata, sia tramite apposite comunicazioni scritte, sia tramite avvisi visualizzati sugli sportelli bancomat delle filiali in cessione. Ci spiace che purtroppo alcune lettere siano giunte a destinazione con particolare ritardo».

LA RISPOSTA DI CARIPARMA - «Le condizioni riservate ai clienti interessati dalla migrazione non hanno subito variazioni nella fase di passaggio da Intesa Sanpaolo. Le operazioni in corso sul vecchio rapporto sono state trasferite sul nuovo conto senza necessità di intervento da parte dei clienti, ai quali consigliamo soltanto di venire in filiale a sostituire la carta bancomat (che comunque continua ad essere attiva) per consentire una piena funzionalità con i consueti massimali di prelevamento. In questa occasione si potranno avere tutte le informazioni dal gestore di riferimento e dal personale di Cariparma inserito in affiancamento ai nuovi colleghi per rispondere alle esigenze specifiche della clientela appena acquisita. Per quanto concerne i servizi online ricordiamo che l'homebanking per privati e imprese è attivo fin dal primo giorno e che, con la lettera ricevuta, i clienti potranno attivare le chiavi di accesso per usufruire di tutti i servizi (come ad esempio il pagamento F24) ed accedere agli archivi delle operazioni svolte in precedenza. Ricordiamo infine che è sempre disponibile il numero verde 800.77.11.00 per rispondere alle esigenze della clientela».


Paola Pica
20 maggio 2011



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Una fabbrica tedesca rivoluziona gli orari: si lavora quanto e quando si vuole

Quotidiano.net


I dipendenti della Trumpf potranno usufruire di orari flessibili tra le 15 e le 40 ore settimanali, decisi ogni 2 anni, e potranno avere un “conto ferie” personale che useranno per ferie supplementari, ore di permesso

Berlino, 20 maggio 2011

Un sogno che potrebbe diventare reale: lavorare quanto a lungo si vuole e con tutte le ferie desiderate. Questa opportunità l'avranno i dipendenti nella fabbrica per macchinari Trumpf, guidata dalla signora Nicola Leibinger-Kammueller.

L’azienda del Baden-Wuerttember, in Germania, ha introdotto un sistema di orari flessibili, finora senza precedenti. Il modello - riporta la Bild - è il seguente: a partire dal primo luglio i dipendenti potranno scegliere un orario di lavoro compreso tra le 15 e le 40 ore settimanali, scelta che potrà essere modificata ogni due anni a seconda delle diverse fasi della vita dei lavoratori.

Inoltre i dipendenti possono accreditare fino a 1.000 ore di lavoro supplementari su un “conto ferie” personale che potranno poi utilizzare per ferie supplementari, ore di permesso o di formazione. Questo “conto ferie” consentirà ai dipendenti della Trumpf di godere di “giorni liberi”, dalle sei settimane fino ai sei mesi. Vi è anche la possibilità di prendere un anno sabbatico o lavorare per metà anno a mezzo stipendio ed essere in vacanza sempre a mezzo stipendio per i sei mesi successivi.

La pianificazione dei tempi di lavoro individuali significa per l’azienda un dispendio di energie supplementare, ma la Leibinger-Kammueller è convinta dei benefici a livello di rendimento e motivazione dei lavoratori.

La Trumpf è un’azienda leader nel campo dei macchinari laser ad alta precisione e conta 8.000 dipendenti in tutto il mondo, di cui 4.000 nella cittadina tedesca di Ditzingen. Ultimo dettaglio, precisa la Bild: la “responsabile” non possiede un cellulare e non è rintracciabile per nessuno nel suo tempo libero.








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Addio pentole italiane, la Bialetti vende agli indiani. Le resta solo la Moka

Il Mattino


Ceduti per 4 milioni di euro stabilimenti per stampaggio a TtkPrestige. L'azienda italiana punterà sul business del caffè







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Napoli, avvisi choc per i turisti al porto «Fuori di qui rischiate la vita»

Il Mattino


Provocazione di Nicola Coccia, presidente di Terminal Napoli Spa dopo l'aggressione al turista americano ridotto in fin di vita








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Centro tappezzato di multe (ma era solo pubblicità)

Corriere della sera


Campagna choc di un negozio di abbigliamento fiorentino. Vigili nel caos. Il comandante: puniremo gli ideatori, rischiano una multa pesante




FIRENZE

Chissà cosa avranno pensato gli automobilisti fiorentini quando ieri mattina, andando lavoro, sul parabrezza hanno trovato il classico foglietto rosa delle multe, con la cifra di 235 euro. Una cosa certa: il centralino della polizia municipale ha ricevuto centinaia di chiamate di cittadini fuori dai gangheri che minacciava ricorsi e denunce. Il centro storico è stato letteralmente tappezzato di multe false: da Borgognissanti a piazza Tasso, dal Carmine alla Stazione, ogni vettura aveva il suo foglietto. Si sa, quando si becca una contravvenzione, l’occhio immediatamente casca sulla cifra da pagare. E questo ha tratto in inganno i tanti residenti del centro, sicuri di aver parcheggiato bene e di non aver violato alcun articolo del codice della strada. Così per capire che si trattato solo di una trovata pubblicitaria c’è voluto un bel po’.

Perché la spiegazione è sul retro di quel foglietto rosa, quasi identico, anche nella carta, alle vere multe. Nell’intestazione, per esempio, non è riportato né il logo della municipale né del Comune di Firenze ma il nome dell’artista, ovvero Bue 2530, un 30enne noto nell’ambiente della moda per le sue pubblicità incisive e dissacranti. Per tutti la stessa violazione al nuovo codice della vita» . Ovvero: «Non usava i suoi occhi » . Poi una serie di avvertenze. Un migliaio le finte multe che ieri gli agenti coordinati dal comandante Antonella Manzione hanno sequestrato in ogni angolo della città. Ma che sia chiaro, avverte il neo capo della municipale, «non è un reato penale ma amministrativo, che prevede una multa di 389 euro» . Si tratta, stando all’articolo 23 del codice della strada, di volantinaggio e pubblicità abusiva» , volgarmente detto anche «guerriglia marketing» sta a indicare uno strumento utilizzato da chi non dispone di grossi budget ma che fa leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici del compratore. Probabilmente però ridurre tutta questa operazione ad una mera forma pubblicitaria potrebbe offendere gli ideatori che, invece, volevano raggiungere un altro scopo. Se Clet, un noto street art fiorentino, attraverso le sue opere ha cercato di denunciare la presenza massiccia di cartelli stradali, Bue 2530, invece, con questa azione d’arte urbana ha voluto multare «la città come fosse l’Italia, piuttosto che l’Europa o il mondo. In realtà — sottolinea — ho semplicemente multato l'uomo. E suoi limiti. Come i soggetti che creo, le persone perdono la freschezza per osservare, godere e vivere le cose. Una sanzione di ragionamento"finalizzata a risvegliare le coscienze. Semplicemente un buongiorno diverso» .

Insomma, un nuovo modo per comunicare con i cittadini? «Dopo l’esperienza della torre di San Niccolò avevo il desiderio di realizzare qualcosa che facesse passare un messaggio più di concetto che prettamente estetico» . Bue 2530, dopo le finte multe, realizzate per la nota griffe di abbigliamento giovanile Gold, a breve realizzerà un’altra campagna innovativa con lo stesso marchio, forse in occasione di Pitti Immagine. Ma guai chiedergli lumi, «rovinerei la sorpresa» . Non era Oscar Wilde, in un aforisma usato e abusato, a dire «che ne parlino bene o ne parlino male, l’importante è che se ne parli» ? E allora, obiettivo centrato. Multa (vera) permettendo.


Antonio Passanese
20 maggio 2011



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Elezioni e tv, non esiste una teoria della comunicazione

Corriere della sera

Tutto varia a seconda dei risultati

di Aldo Grasso

 

Da 'bagno turco' a 'garitta': critiche al Papa di bronzo

Corriere della sera

I giornali e la Rete attaccano l'opera
di P.Battista

 

Ballottaggi, ora il Fatto bacchetta anche Grillo: Candidati uguali? Pisapia non è mica la Moratti

di Francesco Maria Del Vigo


Il quotidiano di Padellaro e Travaglio sui ballottaggi attacca anche il comico genovese colpevole di aver lasciato libertà di voto agli elettori del Movimento 5 Stelle: "Non sono tutti eguali i candidati". E poi: "Gli elettori di sinistra non sono delle santanchè e degli straquadanio..."



Una volta era il guitto preferito alla sinistra, ora è solo un grattacapo. La metamorfosi di Grillo è un fenomeno tutto politico ed elettorale: finché girava i palazzetti insultando Berlusconi e parlando di motori che funzionano con l'olio di colza andava bene, anzi era un profeta. Poi gli è venuta l'idea di entrare in politica con il suo movimento Cinque stelle e tutto si è complicato. In quale elettorato pescherà il comico genovese? Ovviamente in quello della già anemica sinistra. E il sorriso dei piddini inizia già a inarcarsi verso il basso: Grillo ha smesso di far ridere.

Ora, dopo i vertici del Pd, anche il Fatto inizia a bacchettare i grillini. Una novità, dato che il quotidiano di Padellaro sin dall'inizio ha sempre fiancheggiato l'impresa politica del comico. Ma oggi, con un fondo firmato da Flores d'Arcais, il giornale prende la mira e bacchetta Grillo. Qual'è la colpa che gli imputano i "giudici" del foglio di Travaglio? Aver lasciato libertà di voto ai propri elettori per i prossimi ballottaggi, sostenendo l'antica linea dell'antipolitica per cui uno sfidante vale l'altro. Eh no caro Grillo, bacchetta D'Arcais, "non è vero che sono tutti eguali. Non è affatto indifferente se il sindaco di Napoli si chiamerà Gianni Lettieri, sostenuto dall'onorevole in odore di camorra Cosentino, oppure Luigi de Magistris, sostenuto dalla società civile della città". Va da sé che se l'Idv è la società civile il suo antagonista non può che rappresentare gli incivili.

Poi, tra una citazione di Metastasio e un richiamo professorale all'ordine, D'Arcais va giù col bastone e passa all'analisi secondo una nuova scienza: la matematica del Fatto. Ecco l'equazione: "Se davvero tutti fossero eguali sarebbe indifferente avere al Qurinale Giorgio Napolitano o il compagno di merende Putin e Gheddafi". Sviluppando il quesito: se Napolitano sta a Pisapia, Gheddafi a chi starebbe? Alla Moratti? Una follia. Ma tutto fa brodo perché c'è da combattere un regime, come Flores D'Arcais ama ricordare: "Se fosse indifferente chi vincerà domani a Napoli e Milano e dopodomani alle elezioni politiche sempre più vicine, non avrebbe senso parlare e aver parlato di regime, lottare e aver lottato contro il regime. Quello di Berlusconi sarebbe semplice malgoverno non più putrido del Caf di una generazione fa". E poi, ovviamente, arriva l'accusa delle accuse, quella immancabile, il bollino doc che va su ogni articolo anti Cav: "Invece è un progetto di fascismo postmoderno in piena regola". 

Il monito lanciato a Grillo è chiaro: noi non siamo come loro, non dirlo nemmeno per scherzo. La minaccia implicita è pesantissima: la scomunica dall'Olimpo degli anti berlusconiani duri e puri "Al centro sinistra non faremo sconti, criticheremo ogni inciuco e ogni omissione di lotta. Ma i loro elettori e i loro militanti non sono affatto eguali cloni delle santanchè e degli stracquadanio". Se questa è la società civile...






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Il condominio non può applicare penali a chi è moroso

La Stampa


Le delibere condominiali approvate senza l’unanimità con le quali si applicano delle penali (sotto forma di interessi bancari) ai condomini che sono in ritardo nel pagamento delle spese condominiali, sono nulle. Lo afferma la Cassazione (sentenza 10929/11).

Il caso
La Suprema Corte ha confermato la nullità della delibera di un condominio di Madonna di Campiglio con la quale si era deciso di applicare gli interessi bancari ai condomini morosi nell’adempimento dei contributi per le spese di gestione del comprensorio immobiliare nel quale avevano il loro appartamento. L’assemblea condominiale aveva stabilito che non potessero essere sollevate questioni relative all’annullabilità delle delibere nel caso in cui non si fosse raggiunto il quorum.
La Cassazione, invece, ha confermato la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Trento aveva convalidato la nullità del decreto ingiuntivo con il quale ad una condomina era stato intimato il pagamento di 9 milioni di lire comprensivo delle rate condominiali con l’applicazione degli interessi bancari.
Per la Suprema Corte «non rientra nei poteri dell’assemblea condominiale prevedere penali a carico dei condomini morosi, le quali possono, in teoria, essere inferite soltanto in regolamenti così detti "contrattualì". cioè approvati all’unanimità».





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Blitz di Forza Nuova contro gli omosessuali: "Curatevi"

Il Resto del carlino

I militanti di estrema destra, in occasione dell’inaugurazione di una rassegna cinematografica dedicata al mondo dei gay, hanno esposto fuori dal Cineteatro Italia uno striscione: "Le perversioni vanno curate non manifestate"


Forza Nuova
Forza Nuova


Macerata, 20 maggio 2011 - Blitz dei militanti di Forza Nuova questa mattina davanti al Cineteatro Italia. In occasione dell’inaugurazione di una rassegna cinematografica dedicata al mondo omosessuale, i forzanuovisti hanno esposto lo striscione: "Le perversioni vanno curate non manifestate".

 

"È grave - ha detto Tommaso Golini, responsabile provinciale del movimento di ultradestra - che il Comune finanzi con i soldi pubblici iniziative di questo genere dedicate alla scuola. Attraverso questa rassegna - continua Golini - si vuole far passare l’omosessualità come la normalità, cambiando le regole che da sempre hanno caratterizzato la nostra civiltà".






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Prostituta multata per divieto di sosta

Corriere della sera


La squillo «occupava», a piedi, una carreggiata centrale


Alina, 21 anni, professione prostituta. Dovrà pagare 24 euro di multa per essere stata sorpresa in sosta vietata, mentre passeggiava a piedi al centro di una carreggiata stradale nel quartiere Sampierdarena, a Genova.

VIOLATO IL CODICE DELLA STRADA - La giovane, come riportano diversi siti locali, è stata multata qualche sera fa dalla stradale mentre cercava di attirare potenziali clienti. Nel capoluogo ligure, l'ordinanza anti-lucciole che ha scatenato non poche polemiche, è stata "stoppata" dalla bocciatura della Consulta sui sindaci-sceriffi. La squillo in questione, però, è stata sanzionata in base al comma 4 dell'articolo 190 del codice della strada. Ora la ragazza ha spedito la multa al suo avvocato.


Redazione online
19 maggio 2011



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I bolidi da soccorso della Puglia di Vendola: 300mila euro e mai usati

di Bepi Castellaneta


La Puglia del governatore rosso ha investito una fortuna per tre ambulanze e dieci moto d'acqua mai usate





Bari


Cilindrata 1500, mai usate, fiammanti, come nuove. Non è il roboante stralcio di un annuncio di vendita condito dalla garanzia di super prestazioni per accaparrarsi clienti, ma la descrizione di dieci moto d’acqua acquistate dalla Regione Puglia governata dal leader di Sel, Nichi Vendola. Il fatto è che i bolidi del mare, in grado di sfrecciare sullo specchio d’acqua di Bari e dintorni anche a 150 chilometri orari, sono approdate da queste parti, ma non sono mai state usate. Nel vero senso della parola. E in effetti sono tuttora, per così dire, parcheggiate nel cantiere della Protezione civile a cui erano state affidate.


Per poter contare su mezzi rapidi da impiegare in operazioni di soccorso in una terra adagiata sul mare, la Regione Puglia ha rotto gli indugi e ha deciso di investire in modelli all’avanguardia: sono state acquistate tre idroambulanze con una procedura di gara effettuata con criterio di aggiudicazione al ribasso e con importo a base d’asta di 324mila euro; ma non solo: sono state comprate anche moto d’acqua ultimo modello che sono effettivamente arrivate a Bari a luglio dell’anno scorso, ma l’acqua non l’hanno mai vista. Anzi per la verità un pizzico di salsedine l’hanno assaggiata perché sono state collaudate.

Appunto: giusto il tempo di una prova, poi sono tornate dove riposano tuttora, nel cantiere, ben sistemate e con il sellino impacchettato nel cellophane. Insomma: acquistate, provate e messe da parte. E così quelle che dovevano essere il fiore all’occhiello di una Protezione civile davvero all’avanguardia si sono rivelate un’occasione mancata, e neanche a costo zero. Tanto più che le moto avrebbero di certo garantito un servizio di alto livello viste le grandi potenzialità: velocità di 70 nodi, strumenti di tutto rispetto. E invece nulla di tutto questo.


Alla Regione Puglia respingono l’accusa di aver sprecato tempo e denaro. E dalla giunta fanno sapere che le moto non sono state utilizzate per il semplice motivo che sono arrivate fuori tempo. Non male per dei bolidi. Come dire: era troppo tardi, meglio rimandare.


Tuttavia anche agosto e settembre, in particolare da queste parti, non sono mesi particolarmente rigidi e di gente in mare ce n’è ancora parecchia, ma la vocazione turistico-balneare del territorio non è stata sufficiente a far accelerare i tempi, così come evidentemente è valsa a poco la constatazione che si tratta di mezzi di soccorso utili ogni giorno dell’anno. Basti pensare che il litorale salentino continua a essere nel mirino, sia pure in modo non sistematico come in passato, dei traghettatori di clandestini, e recentemente s’è sfiorata la tragedia al largo di Otranto.
In attesa della nuova stagione estiva, comunque, le moto rimangono dove sono. In cantiere. Il varo può attendere.






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Il delirio ad Annozero: Chiude la tv di Al Gore ma per lui è complotto

di Valeria Braghieri


Sky vuole chiudere il programma Current Italia. L'ex vicepresidente Usa: Murdoch ci oscura per fare un favore a Berlusconi. La verità? Si fa audience



Adesso il compagno Al Gore la racconta a suo modo: scenari in­ternazionali, squali che, con i lo­ro canini aguzzi, lacerano grandi porzioni di libertà di stampa, chiusure violente, addirittura «choc», ma­novre di un editore che alla fine, co­me tutti, avrebbe voglia di ingraziarsi il solito «padrone del mondo», in arte Silvio Berlusconi. Ma in realtà, dietro alla estremamente probabile chiusu­­ra di Current tv Italia, c’è una questio­ne di soldi. Chiamateli «currency» o «sghéi», sono sempre quelli a nascon­dersi dietro alle grandi battaglie di principio.

Il salvatore del pianeta ac­cusa Rupert Murdoch di «lavorarsi» il presidente del Consiglio perché «NewsCorp vuole entrare nel digita­le terrestre italiano e gli serve il suo appoggio», il tycoon dalla faccia mo­bile gli ributta in faccia i risultati d’ascolto infrequentabili rispetto ai costi del suo«organo di libertà,l’uni­co in Italia». Al Gore, l’ex vicepresi­dente degli Usa che si fece scavalcare da Bush jr nel 2000 per una manciata di voti, è giunto trafelato in Italia per annunciare all’universo mondo che lo squalo Rupert Murdoch gli «mu­ra » la sua Current. Ventiquattro ore di flusso di notizie «alternative» che qui da noi hanno le facce di Luca Tele­se, Giuseppe Cruciani e, soprattutto, Marco Travaglio. Il grido di dolore del non compreso: «Diamo fastidio, è per questo che ci chiudono»ha det­to ieri un po’ dappertutto e, addirittu­ra da un non convintissimo Michele Santoro (Al Gore era ospite ad Anno­zero).

Sky ha replicato: «Gli avevamo offerto il rinnovo ma non ci siamo messi d’accordo sulle cifre». Ecco, parlando di cifre: sapete quante persone vedono Current tv tutti i giorni? Tremila. Tremila! L’equivalente di tre fabbricati di via­le Palmanova a Milano, checché ne dica mr Terra. Quindi è sembrato ra­gionevole a quelli di Sky (che come tutti, a fine anno, devono far quadra­re i conti) chiedere uno sconticino (come del resto hanno fatto anche con gli altri fornitori di canali). Inve­ce il signor premio Nobel avrebbe vo­luto il doppio, pare, malgrado ultima­mente gli ascolti fossero pure scesi del 20%: cioè, i tre fabbricati di viale Palmanova, meno la scala A. E allora pare che a Sky abbiano risposto, pur concedendo una proroga di tre mesi rispetto agli accordi: Qui mica ce la facciamo... Ora, ignoriamo lo scena­rio internazionale che lega i rapporti tra Murdoch e Al Gore, ma certo che con quegli ascolti... Il casino che mi­ster «libertà di stampa» sta scatenan­do, Murdoch (che per dirla con Mou­rinho «non è mica un pirla»), se lo sa­rebbe volentieri risparmiato. A saper­lo, si sarebbe probabilmente tenuto i tre fabbricati di via Palmanova piut­tosto che questa rottura di balle. Ma tant’è... Si è dovuto beccare l’uso di­sinvolto che mr Terra fa della sua im­magine pubblica e accettare il casi­no.

A noi spiace per i tre fabbricati che non potranno più vedere Travaglio, Cruciani e Telese (a meno che Cur­rent non accetti l’invito di Youdem). A parte il fatto che a Travaglio resta­no sempre il suo giornale (Il Fatto Quotidiano) e, una volta alla settima­na, la tribuna che gli offre Michele Santoro (un altro che «non è mica un pirla», come dimostrano gli ascolti ben diversi da quelli di Current).

Per il resto, l’unico aspetto interessante di questa vicenda è che la libertà di stampa minacciata, consente a cia­scuno di dire ciò che vuole. Nel frat­tempo il signor Murdoch di grane ne ha altre: la sua politica delle retribu­zioni e dei bacini occupazionali, non piace ai sindacati: è in arrivo il primo sciopero a Sky che, se non sarà revo­cato, metterà a rischio le dirette del­l’ultima giornata di serie A. Certo vie­ne da ridere, adesso, tra una lite con Al Gore e una con i sindacati, a ripen­sare a quando la sinistra, ai tempi del­la guerra sull’Iva, tentava di arruola­re Murdoch al suono di «Bandiera rossa».




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Avvenire a Repubblica: "Vera macchina del fango"

di Stefano Zurlo


Il quotidiano dei vescovi indignato per un articolo che assegna alla morale cattolica la responsabilità dei preti pedofili: "Furbastri, lucrano sulle disgrazie per attaccarci"



C’è voluto un articolo sconcertante della grande firma per far aprire gli occhi che prima non vedevano: l’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha scoperto che a Repubblica gira la macchina del fango. In certe occasioni schizza gli avversari, ma questa volta ha sparato fango con un cannone primordiale, da cineteca della Prima guerra mondiale. Forse all’Avvenire si sono stupiti perché nelle guerre a manovrare l’artiglieria pesante provvede la truppa, ma la pia illusione è stata spazzata via dall’odio anticristiano sprigionato dalle parole di Francesco Merlo. L’autorevole Merlo parte dal caso terribile di don Riccardo Seppia, il prete genovese autore di un cumulo di scelleratezze, ma poi non riesce a trattenersi e alzando il forcone dello sdegno contro il prete sventurato finisce con l’insultare il cardinal Bagnasco, maestro in seminario di don Seppia, e con lui la Chiesa e duemila anni di cristianesimo.

All’Avvenire devono essere rimasti allibiti. La tesi, per nulla esposta in termini diplomatici ma esplicita che più esplicita non si può, è che il prete pedofilo è il figlio perfetto della morale cattolica: se la Chiesa considera il sesso un’infamia - ma poi dove sta scritto questo luogo comune? - è naturale che i preti si comportino di conseguenza. È naturale che di notte spunti sulla loro pelle il pelo del lupo e che si aggirino famelici, la bava alla bocca, alla ricerca di prede innocenti per i loro turpi giochi. Dunque, è la terrificante conclusione, la notte che è negli occhi del sacerdote-orco può riconoscersi nelle tenebre insediate negli occhi limpidi di Bagnasco.

Impossibile mandare giù, come si trangugiano certi bocconi amari. E allora tocca alla penna talentuosa e mai scomposta di Davide Rondoni replicare con un ragionamento pacato. Misurato e dunque pronto a riconoscere l’evidenza: «Ecco perché di fronte a prove di malvagità che sgomentano e producono ferite e guai seri, attivare la macchina del fango come ha fatto Repubblica è da maramaldi e da furbastri».

Maramaldi e furbastri. Rondoni fotografa alla perfezione come lavora la macchina del fango. Maramaldo è chi «intende lucrare sulle disgrazie altrui per ricavare argomenti pretestuosi per attaccare chi viene considerato avversario». Il furbastro, invece, si riconosce perché «il suo argomentare è grossolano: la deviazione ferina di don Seppia sarebbe addirittura una malattia causata dalla posizione della Chiesa sul sesso».
In poche righe l’Avvenire smonta la propaganda che spinge alla gogna. Certo, questa volta è in ballo, come dire, l’onore della Chiesa. E allora il quotidiano dei vescovi scende in campo e svela l’inganno. Altre volte l’attacco, altrettanto grossolano e pretestuoso, prende di mira le cose terra-terra, polverose, della nostra vita quotidiana. La politica. La giustizia. L’informazione di chi la pensa in altro modo, come il Giornale.

È capitato più di una volta: si sviluppa un’inchiesta, si afferra una notizia o si mostrano le contraddizioni di un personaggio caro a Repubblica e al suo schieramento. Subito, il quotidiano romano fa scattare la rappresaglia, travestita da difesa della verità, contro i presunti servi menzogneri e eterodiretti da Arcore, subito fa a pezzi i venali scudieri del Cavaliere che diciassette anni fa ha messo a soqquadro il Palazzo.

È un gioco grossolano anche se viene venduto come un esercizio raffinato: si ingigantisce il particolare fino a trasformarlo in una caricatura grottesca e deforme, si tace su tutto il resto. E si sfrutta la presunta superiorità morale e antropologica che il partito di Repubblica si è autoassegnato in tempi ormai remoti. Se una cosa la scrivono loro, siamo sulle orme di Hemingway e a un passo dal premio Pulitzer, se arriva dall’altra parte siamo al già visto del manganello e dell’olio di ricino. Al kit di un’ideologia piccola e volgare.
Finché ad essere bastonati, dai maestri del giornalismo, sono il cardinale Bagnasco e la Chiesa. E allora, finalmente, si scopre dov’è depositato il brevetto della macchina del fango.




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Quel finto moderato infarcito di vendolismo

di Redazione


Non si è neppure lasciato andare a grandi euforie Giuliano Pisapia dopo la sorprendente buona prova al primo turno milanese. Alla sua sobrietà ha fatto da contraltare la baldoria dei «compagni», a cominciare da Nichi Vendola, il leader. Dimostra la differenza tra il malinconico vincitore e il suo frenetico entourage. Pisapia è un rifondazionista sui generis e si è sempre fatto fatica a capire che ci facesse lì.

In questa campagna elettorale ha commesso un errore simmetrico a quello della Moratti. Letizia lo ha ingiustamente accusato di un episodio degli anni di piombo: il furto di un furgone a scopo di sequestro nell’ambito di una faida tra estremisti di sinistra. Preso atto della topica avrebbe dovuto scusarsi. Giuliano, a sua volta, poteva cogliere l’occasione per distanziarsi dal se stesso che fu e liquidare quegli anni come un’insensatezza di cui arrossire. L’uno e l’altro, invece, hanno insistito sullo sbaglio e messo in subbuglio le rispettive campagne elettorali.

A Pisapia è andata meglio perché l’inciampo dell’avversaria era sotto gli occhi di tutti, fresco e patente. Ma su di lui è ricascato addosso - e può ancora danneggiarlo - un passato odioso, che contraddice l’uomo che è poi diventato.

Quarto di sette figli, Giuliano è rampollo di una famiglia in vista della borghesia professionale. Il padre Giandomenico - morto 16 anni fa - è stato il penalista numero uno d’Italia e il principale artefice del nuovo processo penale (1989). Casertano, per anni nel Foro di Napoli, Pisapia senior si trasferì a Milano nel dopoguerra dove, 62 anni fa, è nato Giuliano. La madre, credente, educò lui e i suoi fratelli con severità e religione.

La giovinezza di Pisapia jr è inquieta. Il ragazzo non sa che vuole, vive esperienze contraddittorie, non trova la strada. Debutta casa e chiesa, scout in parrocchia, alunno del liceo Berchet con don Giussani per insegnante. Segue una fase altruista: «angelo del fango» nella Firenze sommersa del ’66; barelliere della Cri; volontario, a 19 anni, al carcere minorile, Beccaria. È un sor Tentenna anche negli studi. Parte in quarta con Medicina, preferita per ragioni umanitarie, ma, concluso il biennio, pianta lì.

Si iscrive allora a Scienze politiche e si laurea. Sente in ritardo l’influsso paterno e si laurea anche in Legge. Poi, per infantile ribellione al padre e per distinguersi da lui, scarta il penale e si accinge a fare il civilista. È già sulla trentina ma, caratterialmente, uno sbarbatello. Pencolante com’è, si abbevera al clima di quegli anni e intrufola negli ambienti della sinistra rivoluzionaria. Tra i vari figuri in vetrina, sceglie quelli di Prima linea, che vantano già diversi delitti. Un giorno è arrestato il pluriomicida Roberto Sandalo che racconta la storia del furgone rubato e cita Pisapia tra i complici.

È falso. Il futuro candidato sindaco urla e si dispera, ma non è creduto. Nonostante il padre sia una potenza, il procuratore Armando Spataro lo sbatte in galera. Ci resterà tre mesi tre. Al processo, i giudici applicano l’amnistia. Ma Giuliano la rifiuta e chiede di affrontare un giudizio vero. Con l’augusto papà alle spalle, è assolto in fretta per non avere commesso il fatto. Era vincere facile, ma anche la pura verità. La faccenda, assai prima dell’accenno di Moratti, era nota all’intera avvocatura di Milano perché Pisapia ne aveva parlato con i colleghi in lungo e in largo. Com’è anche risaputo che non riesce a perdonare Spataro e stenta a stringergli la mano.

Dopo l’avventura, il padre convoca il figlio, chiude la porta e dice: «Piantala di fare il civilista per distinguerti da me. Vieni a lavorare a studio, ma a un patto: non comprometterne la reputazione con l’estremismo. In cambio, rispetterò le tue idee». Giuliano, che è un bonaccione, accettò l’offerta. Lui è sempre in balia dell’evento, più che mai dell’ultimo. Prendete la storia dell’appartamento a basso fitto della fidanzata, Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica. Un polverone elettorale, in cui lui c’entrava niente perché non era casa sua. Però, pur di mettere una pezza sullo scandaletto, decide - dopo 20 anni di serena convivenza - di sposare Cinzia per uscire di imbarazzo. Non c’e alcun rapporto tra fitto basso e matrimonio, ma inseguito dai fatti Giuliano ha reagito come gli veniva: alla carlona. L’uomo è confuso, ma gentiluomo.

L’ho conosciuto anni fa per un’intervista, quando era deputato di Rifondazione comunista. Ha espresso una serie di opinioni scontate e utopiche, di quelle che ti entrano in un orecchio ed escono dall’altro (le medesime di cui è zeppo il suo programma elettorale), ma la prima cosa che ha detto è questa: «Io leggo sempre il Giornale». «Per masochismo?», ho fatto io. «Per me, è indispensabile. Capisco come la pensa la destra e ho notizie che non trovo altrove. Sulla giustizia in particolare». Voi sapete quanto il Giornale sia garantista, bé Giuliano lo è di più. È il primo a essere offeso che il codice di procedura concepito dal padre sia stato tradito dai magistrati.

«Era previsto Perry Mason, ci siamo ritrovati con Di Pietro», è l’amara ironia degli avvocati dalle Alpi al Lilibeo. Pisapia è favorevole alla separazione delle carriere, al divieto di appello in caso di assoluzione, a cancellare il reato «inventato» di concorso esterno in associazione mafiosa, puro parto di fantasia toghesca. Difende la riservatezza contro gli spifferi delle procure e l’orgia delle intercettazioni. «È il processo che è pubblico, non le indagini», dice. Ha anche scritto un libro con Carlo Nordio, il pm veneziano agli antipodi dei Di Pietro e compagnia. È, insomma, un estremista del garantismo alla Berlusca. Tanto che il commendator Travaglio gli lancia la beffarda contumelia di «turbogarantista». Per queste posizioni, Giuliano, che era il Guardasigilli in pectore di Prodi nel 2006, ha perso la poltrona, in favore del più gommoso Clemente Mastella.

D’accordo, è un eco-comunista, gli piace Guevara, stravede per Castro, ci vuole tutti in bici e le sue idee in genere sono un casino. È ovviamente un fiero antiberlusconiano, come tutta la famiglia. Per la lettura del Giornale, i fratelli gli fanno il muso. Penso che lo stesso faccia la moglie republiconas. Ma l’antemarcia dell’anti Cav è stato il babbo, Giandomenico. Repubblicano vicino a Ugo La Malfa, per il quale fu candidato (anni ’70) e di cui ha difeso il figlio, Giorgio, in Tangentopoli, si fece subito girare gli zebedei quando il Berlusca scese in politica. Di fronte alla novità, rimase sconcertato ed ebbe la tipica reazione del benpensante, alle soglie degli novanta: meglio la strada vecchia della nuova. Così si candidò con la sinistra - che nel 1994 significava Achille Occhetto - per il Senato. Non fu eletto e l’anno dopo morì.

Ci è rimasto Giuliano che sarebbe un buon lascito, specie come avvocato, se non fosse, ahimè, infarcito di vendolismo. Come candidato ha fatto tre promesse chiare: la nuova moschea; il leoncavallino Daniele Farina in consiglio comunale; stanze del buco per tossici sparse qua e là. E un profluvio di farlocche: respirare cultura; ossigeno per economia e lavoro; verde diffuso; verde partecipato; beni agricoli di prossimità; sostenibilità qui; creatività là. Su queste panzane si gioca il secondo turno. E lo spazio per il ribaltone c’è tutto.



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Grillo: un referendum per dire no ai finanziamenti pubblici ai partiti

Quotidiano.net


Nuova iniziativa del Movimento 5 Stelle, galvanizzato dal successo alle recenti amministrative. Il comico sul suo blog: "Pudicamente sono chiamati 'rimborsi', costano circa un miliardo di euro ai cittadini"


Tratto da beppegrillo.it
di Beppe Grillo


Quanti voti avrebbero preso i partiti nelle ultime elezioni senza i finanziamenti pubblici? Per saperlo faremo un referendum sull'abolizione dei finanziamenti, quelli che pudicamente sono chiamati "rimborsi" e che costano circa un miliardo di euro ai cittadini. Il MoVimento 5 Stelle ha dimostrato che si può fare politica senza chiedere un centesimo ai cittadini. I partiti si adeguino. Il loro costo sociale è abnorme, ma soprattutto inutile. Si deve partecipare alla vita pubblica per servizio sociale, non per lucro.

Il finanziamento pubblico è illegittimo se si considera ancora la volontà popolare come base di una democrazia. E' già stato abolito nelI'aprile 1993 con il 90,3% di voti favorevoli. Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1993, i partiti, per continuare a vivere alle spalle dei cittadini, estesero una legge esistente sui rimborsi elettorali con 47 milioni di euro dati sia nelle politiche del 1994 che del 1996. I partiti, non soddisfatti, provarono ad aumentare il tetto della rapina elettorale con l'introduzione del 4 per mille ai partiti. Il tentativo ovviamente fallì. Chi darebbe i suoi soldi a Mastella, a Casini o a Veltroni con il suo 740?

L'astinenza da euro costrinse i partiti a una legge ad hoc per togliere di mezzo il referendum. I rimborsi, pur cospicui, non bastavano più. Nel 1999 fu reintrodotto senza pudore il finanziamento pubblico per le elezioni politiche, europee e regionali in modiche rate annuali. 193.713.000 euro per ogni legislatura completa per Camera e Senato (i ratei erano interrotti per fine anticipata della legislatura). L'appetito vien mangiando e nel 2002 l’ammontare da erogare, per Camera e Senato viene elevato, senza chiedere alcun permesso ai cittadini contribuenti, da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Nel 2006, sempre più bulimici, i partiti decidono di darsi il rimborso per i cinque anni di legislatura anche in caso di scioglimento delle Camere.

Dalla crisi del governo Prodi del 2008, i partiti percepiscono quindi il doppio dei finanziamenti. Li paghiamo il doppio perché non sono riusciti a portare a termine una legislatura. Meglio di Ali Babà e i 40 ladroni, di Arsenio Lupin e della Banda Bassotti e dei socialisti messi insieme. Ogni voto al MoVimento 5 Stelle non è costato NULLA ai cittadini e mediamente 40 centesimi ai sostenitori e agli attivisti. Questa è politica. Il resto è nulla. Fuori i soldi dalla politica. Prossimamente con il referendum.
 






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Coca cola più mentos: su Youtube la nuova moda di far volare le bottiglie. Ma stavolta il cameraman è colpito

Il Mattino


Coca cola più mentos. Un connubio spumeggiante. Qualche volta esplosivo. Nel senso che si mette la caramella nella bottiglia e il liquido più famoso al mondo (dopo l'acqua) inizia a spumeggiare. Tanti gli esperimenti in rete che hanno avuto più o meno successo su YouTube. Segnaliamo questo «sfortunato» attore che prova un paio di volte a buttare la bottiglia a terra e questa rimbalza sino a quando parte come un razzo e va a finire contro il teleoperatore.








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Le telefonate choc del prete «Trova un bimbo di 10 anni»

Corriere della sera


Il racconto di un minorenne: ho avuto rapporti con lui


MILANO - L'indagine si allarga a dismisura e riserva colpi di scena inquietanti: un altro arresto, un ragazzino che confessa agli investigatori di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote, in un crescente delirio di don Riccardo Seppia, ossessionato dal desiderio di avere rapporti con i bambini. Magari «negri» o, come chiede con un sms al suo pusher nordafricano Franky, «di 10 anni». E ancora: «Ma puoi trovare qualche madre che ha un bambino... che ha bisogno di coca, no?». «Un prete non certo timorato di Dio», si limitano a dire i carabinieri dei Nas che hanno in mano l'indagine. Una frase avallata da una telefonata che don Riccardo Seppia fa a un omosessuale di 25 anni, disoccupato, di Genova. Si complimenta con lui per avergli trovato una giovane vittima, dicendogli: «Che Satana sia con te».

Ieri gli investigatori di Milano hanno accelerato sull'inchiesta e hanno arrestato, su richiesta del pm di Genova, Stefano Puppo, l'ex seminarista ed aspirante croupier, Emanuele Alfano, «per pericolo di fuga». Alfano, infatti, stava cercando di ottenere «con insistenza» un contratto su una nave della compagnia di navigazione Msc a bordo della quale voleva allontanarsi dall'Italia. E sarebbe dovuto salpare questa mattina. Proprio Alfano, ora accusato di induzione e favoreggiamento della prostituzione, aveva ricevuto le confidenze di don Seppia sul chierichetto di 16 anni che, come aveva scritto in un sms proprio all'ex seminarista, avrebbe molestato: «È fatta. Gli ho dato un bacio in bocca».

Alfano, secondo i detective dell'Arma, ha avuto un ruolo di procacciatore di ragazzini per il sacerdote. E lo ha fatto anche attraverso le chat di alcuni siti gay frequentate da don Riccardo Seppia. Proprio Alfano ha preso contattato con alcuni minorenni, spingendoli ad incontrarsi con il parroco in cambio di cocaina e di soldi: 50 euro nel caso di un ragazzo che aveva appena compiuto 18 anni e 40 euro nel caso di un 17enne. Ed è proprio quest'ultimo a puntare l'indice contro il prete: «È vero, ho incontrato don Seppia e ho fatto sesso con lui». E lo avrebbe fatto più volte, anche in canonica.

Ma chi è Emanuele Alfano? Ex venditore di aspirapolvere, ex barista e croupier, aveva cercato di farsi prete a 36 anni, nel 2006, e aveva frequentato per un anno i corsi propedeutici al sacerdozio. Ma era stato bocciato nel 2007, più o meno espulso, ma con la formula «non idoneo».

I Nas stanno anche cercando di capire dove don Seppia prendesse tutti quei soldi per procacciarsi droga e ragazzini. C'è il sospetto che il prete abbia persino venduto alcune opere sacre della chiesa. In particolare, sotto la lente dei detective, c'è un oggetto sacro del '700 che è finito nella casa di un altro sacerdote, amante dell'arte, in cambio di 5 mila euro. Don Riccardo Seppia è ancora detenuto in isolamento nel carcere di Marassi. Chi lo ha potuto vedere dice che è «lucido e consapevole della pesante situazione». Oggi dovrebbe incontrare il suo legale, Paolo Bonanni che, secondo indiscrezioni, chiederà un colloquio con il pm Stefano Puppo, per fissare la data del prossimo interrogatorio. Michele Focarete


20 maggio 2011



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Israele: una foresta dedicata a Perlasca

Corriere della sera


Piantati 10mila alberi dedicati all'uomo che spacciandosi per console spagnolo salvò migliaia di ebrei


MILANO - Gli alberi come simbolo delle vite salvate. Con questo spirito in Israele è stata inaugurata una foresta dedicata a Giorgio Perlasca, lo Schindler italiano che strappò ai carnefici tedeschi più di 5 mila ebrei ungheresi. Una foresta di 10 mila alberi con pini, cipressi eucalipti, fichi, querce e pistacchi.

LA STORIA - Li ha fatti piantare Walter Arbib, un uomo con una sua straordinaria storia personale. Ebreo nato in Libia, negli anni Sessanta vide la sua casa a Tripoli incendiata dai libici. Fuggito in Italia, e’ divenuto imprenditore e filantropo. E’ titolare della compagnia aerea «SkyLink», con base in Canada. Fu lui a curare il trasporto del famoso obelisco di Axum, quando l'Italia decise di restituirlo all'Etiopia.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nei giorni scorsi ha visitato Israele, ha molto apprezzato l’iniziativa di Arbib e gli ha fatto consegnare una targa su cui sono messi in evidenza il coraggio e la profonda umanità di Perlasca. «Un uomo normale – lo ha definito il figlio Franco durante la cerimonia – non un eroe, perché lui riteneva di aver fatto solo il proprio dovere». In effetti, a chi gli chiedeva perché si fosse esposto a tanti pericoli rispondeva sempre: «Lei cosa avrebbe fatto al posto mio?».

Durante la Seconda guerra mondiale, Perlasca lavorava in Ungheria per una ditta che importava bestiame. Alcuni Paesi, fra cui la Spagna, avevano facoltà di concedere asilo agli ebrei. Perlasca cambiò il suo nome Giorgio in Jorge e, spacciandosi per diplomatico spagnolo, ingannò i tedeschi e prese sotto la sua protezione migliaia di ebrei. «Molte persone hanno potuto avere una vita, hanno visto nascere figli e nipoti, grazie a Perlasca», ha detto il vicepremier d’Israele Silvan Shalom, mentre su uno spiazzo, in mezzo alla foresta, scopriva la lapide sulla quale lo Schindler italiano è celebrato come «un Giusto delle Nazioni».

Convinto di aver compiuto solo un dovere umanitario, Perlasca non parlò con nessuno della sua straordinaria vicenda. Fino al 1988 – racconta il figlio Franco – io non sapevo nulla di cio’ che aveva fatto. Finche’ un giorno si presentarono a casa a Padova due anziani signori. Erano due degli oltre 5 mila salvati da mio padre. Avevano cercato per anni il loro salvatore e ora lo avevano trovato». I 10 mila alberi che adesso ricordano il coraggio di un «uomo normale» sono stati piantati a cominciare dal 2004 su una collina della Galilea. E si è atteso che crescessero prima di celebrare l’iniziativa. Fanno parte della Ahihud forest, una grande distesa di alberi piantati all’inizio degli anni Cinquanta dagli ebrei emigrati verso il nuovo stato israeliano. Marco Nese


19 maggio 2011



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Cassazione: «Misseri è inattendibile»

Corriere della sera

Le sette versioni sull'omicidio di Sarah sono incompatibili


MILANO - Le sette diverse versioni fornite da Michele Misseri in relazione all'omicidio della nipote quindicenne, Sarah Scazzi, sono «tra di loro incompatibili e sovente contrapposte» e ciascuna «porta con sè una totale o parziale, ma sempre significativa, quota di ritrattazione e, con essa, un grave segnale di inattendibilità». Questo uno dei passaggi delle motivazioni, depositate giovedì, in base alle quali martedì la Cassazione ha annullato martedì, con un rinvio, una delle ordinanze di carcerazione di Sabrina Misseri ordinando al Tribunale del Riesame di Taranto di rivalutare tutto il materiale indiziario e di rispondere a tutte le obiezioni della difesa di Sabrina.

LE CRITICHE - I supremi giudici con la sentenza bacchettano i giudici che hanno confermato la custodia in carcere di Sabrina. Non sostengono l'estraneità della ragazza all'omicidio di Sarah, ma criticano aspramente la circostanza di aver dato retta al racconto di Michele Misseri senza «alcuna verifica dei comportamenti da lui effettivamente tenuti» e soltanto riscontrando il suo racconto con le sue stesse dichiarazioi , mentre il procedimento di verifica deve essere «compiuto dall'esterno». La Suprema Corte, inoltre, accogliendo le obiezioni sollevate dalla difesa di Sabrina sui metodi usati dai magistrati nell'interrogatorio di Michele Misseri, rilevano che non è stato tenuto nel debito conto la «suggestionabilità» dell'uomo, il quale, ricorda la Cassazione, aveva già ricevuto dal gip il richiamo «a non mentire».


I CRITERI DI GIUDIZIO - Per la Cassazione nei confronti di Sabrina Misseri, i giudici del Tribunale del Riesame hanno sbagliato a scegliere sempre criteri di giudizio «a discapito dell'imputata» soprattutto quando c'era il «dubbio sul significato della prova». In proposito la Cassazione - nelle motivazioni con le quali ha ordinato al Tribunale del Riesame di rivalutare gli elementi indiziari a carico di Sabrina Misseri - sottolinea che «in materia di libertà personale se due ipotesi sono egualmente sostenibili, se due significati possono parimenti essere attribuiti a un dato deve privilegiarsi quello più favorevole all'imputato, che può essere accantonato solo ove risulti inconciliabile con altri univoci elementi di segno opposto».

Redazione online
19 maggio 2011

Pronto il "cacciatore" di antimateria

Corriere della sera

Roberto Vittori aggancia il cacciatore di materia alla Stazione spaziale internazionale


MILANO - Il cacciatore di antimateria AMS-2 è saldamente aggrappato alla stazione spaziale internazionale. Con una delicata operazione compiuta da Roberto Vittori con il braccio robotizzato dello shuttle Endeavour la grande trappola magnetica è stata sollevata dalla stiva della navetta, passata al braccio robotico della stazione che lo ha collocato nella posizione definitiva.

I TRE ENIGMI - Il cacciatore di antimateria rimarrà agganciato almeno un decennio cercando di dare risposta a tre enigmi del cosmo. Il primo e più affascinante riguarda appunto l’antimateria nell’universo che tutti dicono ci sia ma che nessuno ha mai visto finora. L'Alpha Magnetic Spectrometer (AMS), del costo di 1,5 miliardi di euro, analizzando il fiume di raggi cosmici che viaggia nello spazio cercherà di scovare queste particelle che, se esistono, farebbero pensare all’esistenza di universi paralleli al nostro costituito di materia normale. Se materia e antimateria vengono a contatto si distruggono a vicenda. In particolare si spera di avvistare qualche nucleo di anti-elio lasciato in eredità dopo il Big Bang, il grande scoppio iniziale da cui tutto ha avuto origine, compresi noi stessi.
Il secondo enigma riguarda l’origine degli stessi raggi cosmici forse generati da stelle che esplodono o dal cuore delle galassie; il terzo infine è legato alla natura della materia oscura che riempie il 25 per cento dell’universo e ancora da decifrare.


GLI SCIENZIATI - Alla guida di questa operazione ci sono due scienziati: il Premio Nobel Samuel Ting e il professor Roberto Battiston dell’Università di Perugia e dell’ Istituto Nazionale di fisica nucleare (Infn). Insieme governano seicento ricercatori di 16 nazioni: dalla Russia alla Cina, dagli Stati Uniti a Taiwan. L’Italia vi partecipa con lo stesso Infn e l’Agenzia spaziale Asi. «Il più entusiasmante obiettivo di AMS è sondare ciò che non conosciamo» commenta Samuel Ting. Tutti i dati saranno ricevuti dallo spazio direttamente al centro di controllo allestito al Cern di Ginevra. «In queste ore lo strumento è in fase di attivazione alimentato con l’energia in arrivo dalla stazione spaziale – spiega Battiston – . Una volta completata l’operazione tutte le componenti dell’esperimento saranno operative e AMS inizierà finalmente ad acquisire i dati tanto attesi dalla comunità scientifica».

Giovanni Caprara
19 maggio 2011

Tracollo Sgarbi, sospeso programma «Ho sbagliato io, ora chiudiamo»

Corriere della sera

Poco più di 2 milioni e 8,27% di share. Le polemiche del critico d'arte: «Meglio Avetrana in prima serata»


MILANO - L'8.27% di share con poco più di due milioni di telespettatori (2.064mila): questo il risultato in termini di ascolti del programma «Ci tocca anche Sgarbi» del critico d'arte che mercoledì sera ha esordito in prima serata su Rai1. Il risultato è nettamente al di sotto della media degli ascolti delle rete per la prima serata.

LA SOSPENSIONE - L'ufficio stampa della Rai annuncia la sospensione del programma. «La decisione - si legge nel comunicato - è stata comunicata al Professor Sgarbi che l'ha condivisa». La sospensione del programma è legata esclusivamente ai bassi ascolti ottenuti mercoledì sera nella puntata di esordio. È questa la motivazione che viene fornita in ambienti aziendali. Si sottolinea inoltre, apprende l'Agi, che la sospensione in realtà, riguarda una sola puntata perché ne erano previste due in questa fase, per poi ripartire a settembre con altre quattro. Il risultato di mercoledì è fortemente penalizzante per la Rete ammiraglia rispetto al trend del periodo di garanzia (di solito almeno il doppio, ndr). Di qui la decisione di sospendere subito il programma.


IL COSTO - Dopo il flop cresce la polemica su quanto è costato il programma: sembrerebbe un milione di euro solo per Sgarbi e otto milioni per tutte le puntate. Il conduttore però smentisce e parla di 500 mila euro per tutte le cinque puntate. Il contratto con Vittorio Sgarbi, secondo quanto scrive l'Agi, sarà onorato. Marco Travaglio si è lasciato andare a una lunga risata: «Spero che adesso sia verificato quanto il costosissimo programma di Sgarbi in prima serata su Rai1 abbia fatto perdere alla Rai». Luca Borgomeo, presidente dell' associazione di telespettatori cattolici Aiart, si chiede «quanto è stato speso per un programma bloccato ancor prima di nascere? Uno spettacolo - osserva in una nota - per tanti versi noioso, con pochi spunti originali. Il tempo dei telepredicatori è finito». I senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante hanno presentato un'interrogazione urgente al ministro Romani: «Vittorio Sgarbi si è prodotto in un monologo di attacco alle energie pulite, pieno zeppo di affermazioni false e di accuse del tutto inventate. Tutto ciò è inaccettabile e indecente, tanto più perché ad ospitare questo spettacolo di quart'ordine, che ha registrato un flop clamoroso, è stato il servizio pubblico radiotelevisivo. «Il flop del programma di Vittorio Sgarbi era evidentissimo già nel suo svolgersi, per la maldestra combinazione di noia e faziosità senza costrutto - dice Vincenzo Vita, senatore Pd e membro della Vigilanza - e ora c'è solo da augurarsi che la nuova Direzione generale dia delle risposte su quanto è accaduto».


«È STATO UN FUNERALE»- «Pensavo ad un risveglio diverso, invece di un matrimonio è stato un funerale ed è difficile capirne le ragioni» è il primo commento di Sgarbi in conferenza stampa. «Chi l'ha visto e Melania - ha aggiunto - sono di interesse superiore rispetto alla difesa del paesaggio. Forse sul paesaggio dovevamo fare una puntata di Chi l'ha visto». Poi l'ammissione di colpa senza dimenticare le forte noti polemiche: «E' colpa mia. Ho sbagliato io a imporre un meccanismo narrativo non da prima serata. La Rai vuole il giallo di Avetrana, le escort di Berlusconi, gli omicidi, non è interessata alla cultura». «Ho ricevuto 500 messaggi tutti positivi: a qualcuno quel modello è piaciuto - spiega Sgarbi -e forse il mio spazio potrebbe essere di notte, prima di Marzullo. Posso solo dire che potevano essere diversi i ritmi, non potevano essere diversi i contenuti». Sui costi il critico d'arte si giustifica: «I costi della mia trasmissione sono i costi della cultura. Anche Pompei costa. Purtroppo la cultura costa e costa anche in televisione. Non è Chi l'ha visto». E sul futuro: «Dovrò andare nei programmi pomeridiani a parlare di sangue dove il successo è assicurato». I coautori del programma, Diego Volpe Pasini e Carlo Vulpio sono critici con la decisione della Rai: «Troppa fretta per chiudere "Ci tocca anche Sgarbi". La verità è che stavamo facendo cose troppo interessanti e siamo stati immediatamente azzoppati. Dalla struttura interna abbiamo avuto solo bastoni tra le ruote».


LA FESTA DA BERLUSCONI E LA LITE COI GIORNALISTI- Al termine della sua trasmissione, il critico televisivo, «accompagnato da tutta la redazione», è andato «per un brindisi, una festa a casa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi». Di più. «Berlusconi - ha raccontato Sgarbi - era compiaciuto per la trasmissione. Ha fatto alcune osservazioni tecniche, da uomo di televisione, sul programma: ha parlato dei 'tempi televisivi', ha criticato l'uso e il volume dei microfoni, che non facevano capire bene le parole, ma soprattutto era compiaciuto», ha insistito Sgarbi a più riprese, del fatto che «per una volta fosse assolutamente tranquillo che non si parlava di lui in un programma televisivo». La 'rivelazione' di Sgarbi ha innescato una querelle con alcuni giornalisti presenti, che hanno definito «anomalo» il fatto che al termine di un programma, peraltro rivelatosi fallimentare in termini di audience, tanto da portare a una immediata chiusura dopo la prima puntata, tutta la redazione fosse andata a festeggiare a casa del premir. «Non c'è niente di anomalo - ha insistito Sgarbi - perché Silvio Berlusconi è un mio amico. È anzi logico andare a festeggiare a casa di un amico. Noi siamo andati a casa dell'amico, non del premier, tanto è vero che c'erano anche Tatti Sanguineti e Filippo Martinez, anche se Sanguineti è comunista e Martinez anarchico».


Sollecitato sul fatto che il programma, secondo la volontà dell'ex dg Rai Mauro Masi, dovesse essere una sorta di riequilibrio a favore della destra nel servizio pubblico, Sgarbi è sbottato. «Ma quale destra e destra, se Vulpio (coconduttore e autore della trasmissione) è dell'Idv... L'unica cosa che io ho concesso a Berlusconi è che nel programma non si parlasse di lui. E non per qualche strana ragione, ma solo e semplicemente perché a me non interessa nulla di Silvio Berlusconi, di quello che fa o delle sue donne. Io non mi occupo di dove Berlusconi mette una parte ben specifica del suo corpo. Io penso alla mia».

Redazione online
19 maggio 2011

Incapace di intendere» il pugile che massacrò una passante in strada

Corriere della sera


Ad agosto uccise a pugni una filippina. Ora potrebbe essere prosciolto per schizofrenia paranoide



MILANO - Era totalmente incapace di intendere e di volere, perché soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide, Oleg Fedchenko, il pugile ucraino di 26 anni che, il 6 agosto scorso, ha ucciso massacrandola a pugni Emlou Arvesu, filippina di 41 anni, che stava camminando lungo viale Abruzzi, a Milano. È l'esito della perizia psichiatrica disposta dal gip di Milano Cristina Di Censo, nell'ambito delle indagini e con la formula dell'incidente probatorio. Il 6 agosto scorso, Fedchenko era uscito da casa della madre e si era accanito contro la prima donna che aveva incontrato per strada.

Aveva sbattuto la filippina, che rientrava a casa dopo aver accompagnato uno dei figli dalla sorella, contro la vetrina di una banca e poi l'aveva colpita diverse volte e quando era caduta a terra aveva continuato ad infierire con pugni assestati con precisione e violenza. A seguito della perizia, redatta dal professore Ambrogio Pennati, il pm di Milano Francesca Celle ha chiesto per Fedchenko, assistito dagli avvocati Paola Boccardi e Maria Rosa Santini, la conversione della misura cautelare, dal carcere all'ospedale psichiatrico giudiziario. Il giudice deciderà nei prossimi giorni.

DELIRI E CRISI MISTICHE - «Il perito del giudice - ha spiegato l'avvocato Santini - ha confermato la consulenza del nostro perito, che aveva già diagnosticato la schizofrenia paranoide». Schizofrenia che, secondo il consulente del gip, si era già manifestata nel 2007, quando l'ucraino venne ricoverato per un Tso, ma gli fu diagnosticata solo una «psicosi reattiva breve». Nella perizia si parla di deliri, crisi mistiche da parte dell'uomo, che ha più volte cercato di spiegare agli inquirenti che quel giorno, quando massacrò a pugni la donna,aveva visto «il diavolo».

Nella perizia, tra i sintomi, si fa riferimento anche alla sua voglia «ossessiva» di boxare. L'uomo è accusato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi, di resistenza e anche di tentata rapina, perché, secondo un testimone, cercò anche di strappare la borsetta alla donna. Nei prossimi giorni il pm chiuderà le indagini e poi i difensori dell'ucraino chiederanno il rito abbreviato. Se il gup si atterrà agli esiti della perizia, il pugile potrebbe essere prosciolto per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. «Speriamo - ha aggiunto l'avvocato Santini - che venga ricoverato nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, l'unica struttura che può curarlo adeguatamente». (fonte: Ansa)

19 maggio 2011



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Current Tv:« Sky ci cancella, Murdoch vuole ingraziarsi Berlusconi»

Corriere della sera

L'ex vicepresidente Usa: «News Corp è interessata al digitale terrestre e ha bisogno del consenso del premier»

Intervista ad Al Gore
di Beppe Severgnini

MILANO - «Sky ribalta la decisione di trasmettere il canale di Al Gore e si appresta a cancellare il solo canale di informazione indipendente in Italia». La denuncia è di Current, la tv che dal 2008 trasmette in chiaro sul bouquet di Sky (canale 130). Current afferma di aver ricevuto una notifica da Sky Italia, la società di Rupert Murdoch, in cui si annunciava la decisione di cancellare il canale italiano forse già da questa estate. La notizia arriva proprio nel momento in cui la tv, fondata da Al Gore 6 anni fa, ha aggiunto nel suo palinsesto, al già noto Passaparola di Marco Travaglio, anche un nuovo programma di Luca Telese (Fuoriluogo) e Tritacarne di Giuseppe Cruciani.


«UN FAVORE A BERLUSCONI» - Della vicenda ha parlato diffusamente lo stesso Al Gore, intervistato da Beppe Severgnini per Corriere.tv. L'ex vicepresidente americano ha spiegato che la decisione non è stata presa da Sky Italia ma che alla base di tutto c'è una direttiva del quartier generale americano di News Corp, la holding di Murdoch, che vorrebbe fare un favore a Berlusconi togliendo dal bouquet una voce scomoda, che in più di un'occasione ha messo in discussione la politica del capo del governo italiano. «Siamo una televisione realmente indipendente - ha sottolineato Gore -. Per questo siamo stati i primi a mandare in onda Citizen Berlusconi o documentari che hanno mostrato che la sporcizia a Napoli c'è ancora. Ma News Corp sta cercando di entrare nel business del digitale terrestre però, per questo, ha bisogno del consenso di Berlusconi».

«MA NOI NON SIAMO CONTRO IL PREMIER» - Incalzato da Severgnini, Gore ha ribadito la sua accusa: «Stanno cercando di penetrare in questo nuovo proficuo mercato e hanno bisogno di Berlusconi. Quindi non si sentono a loro agio nell'essere in conflitto con lui. Le persone di Sky Italia sono straordinarie e anche loro sono rimaste molto colpite quando hanno ricevuto l'ordine dal quartiere generale di Sky, dagli Usa». Però, è stato fatto notare a Gore, in Italia i rapporti tra Sky e il premier non sono mai stati così idilliaci, proprio perché Sky rappresenta di fatto un concorrente per Mediaset. Per quale motivo, dunque, ci sarebbe ora questa inversione di tendenza? «Il cambiamento - ha puntualizzato Gore - non è stato attuato dal governo Berlusconi. Anche perché noi non siamo contro di lui. Noi abbiamo solo e sempre continuato a dire la verità, indipendentemente da chi governa. Questo è il senso del giornalismo indipendente. Sky Italia voleva portare avanti il rapporto. Quando ha chiamato il quartier generale americano, però, ha avuto lo stop». Una decisione, quella arrivata dagli headquarters newyorkesi, dovuta anche ad una reazione di rabbia di Murdoch, secondo quanto riferito a Gore da alcuni stretti collaboratori del magnate australiano, che non avrebbe gradito il passaggio alla rete di Keith Olberman, un conduttore molto popolare negli Usa ma dalle posizioni politiche molto distanti da quelle di Fox News, che attraverso i propri programmi ha criticato apertamente la politica del presidente Bush e che non di meno ha attaccato il candidato repubblicano John Mc Cain, per il quale il gruppo Murdoch faceva invece il tifo.

LA VERSIONE DI SKY ITALIA - Proprio mentre Gore interveniva a Corriere.Tv, Sky Italia ha diramato una nota spiegando di avere proposto a Current Tv un rinnovo del contratto di trasmissione «in linea con il mercato, con il contesto economico e con le performance di Current», ma il management ha ritenuto di non rispondere neanche a questa offerta «richiedendo invece un aumento dei corrispettivi da parte di Sky pari al doppio di quelli attuali». «Il contratto con Current è giunto alla sua naturale scadenza» ha precisato Sky, aggiungendo che la richiesta economica di Current Tv per il rinnovo prevedeva «un livello di incremento che nessun altro editore ha mai chiesto a Sky negli ultimi anni»: da qui la decisione di «non rinnovare il rapporto». L'emittente del gruppo NewsCorp, guidata in Italia da Tom Mockridge, rivendica il fatto di aver «creduto nel 2008 nelle potenzialità di Current» precisando che la performance di ascolti dell'emittente fondata da Al Gore «non è in crescita»: secondo Sky, l'ascolto medio giornaliero di Current Tv nel 2011 è stato finora di un totale di 2952 telespettatori, con una perdita del 20% rispetto ai 3.600 spettatori medi del 2010; nel prime time, purtroppo, tra il 2011 ed il 2010, la perdita di ascolti di Current TV è prossima al 40%.

NOTIZIE ADDOMESTICATE - Ma Gore, che ha ricordato come vi siano almeno altri 14 canali che hanno ascolti inferiori rispetto a Current, ha puntato il dito contro il modo di fare informazione del gruppo Murdoch, citando ad esempio il caso di Fox News, la tv all news americana di News Corp, spiegando che la contiguità con una sola parte politica è un danno alla libera informazione. «Fox News ha contribuito a convincere la gente che Saddam Hussein fosse il principale responsabile dell'11 settembre e che lui ci avrebbe attaccati con armi nucleari - ha detto Gore - . Molti americani hanno votato Bush pensando che questo fosse vero. Ora Fox sta cercando di convincere la gente che il surriscaldamento del pianeta non sia un problema»

LA RIBELLIONE DELLA RETE - In ogni caso in Rete è già partito un movimento a sostegno dell'emittente. Giunto nel 2008 anche in Italia, dal web (www.current.it) al satellite, Current propone un giornalismo investigativo, reportage senza censura e documentari indipendenti. Al Gore, co-fondatore e chairman, è volato a Roma dove, dopo aver incontrato i vertici italiani della tv e i blogger a porte chiuse e ha deciso di dare il via a una campagna di opinione pubblica da parte degli spettatori e della community di Current per chiedere a Sky di rivedere la decisione. La campagna si chiama «Salviamo Current» e invita tutti a scrivere all'indirizzo email di Tom Mockridge, amministratore delegato di Sky Italia. «Sono venuto personalmente in Italia per chiedere a coloro che ci seguono con passione di far sentire a Sky che vogliono continuare a vedere Current - ha detto Gore -. Solo minacciando di disdire il proprio abbonamento gli spettatori potranno aiutarci nel far cambiare idea a News Corp». Aggiunge Tommaso Tessarolo: «Siamo il solo canale televisivo che ha il coraggio di dire la verità anche di fronte al potere. Mandando in onda per la prima volta in assoluto il documentario Citizen Berlusconi nel 2009, ospitando Michele Santoro e Annozero con Raiperunanotte nel 2010 quando la Rai ne ha impedito la trasmissione o ancora portando per la prima volta il racconto personale di Roberto Saviano sul satellite, abbiamo usato la nostra piattaforma tv e web per informare, arricchire e dare ispirazione al nostro pubblico».

LA STORIA - Current è stata fondata 6 anni fa con l'obiettivo di democratizzare lo scenario televisivo attraverso nuovi strumenti partecipativi di accesso ai media (integrando web e tv). La crescita del canale nell'ultimo triennio e stata del 270% di share in day time e del 550% in prime time (fonte: ricerca Auditel-Starcom 2010) mentre gli ascolti della piattaforma Sky nello stesso periodo restavano sostanzialmente piatti. «È evidente che non si tratti di una decisione di business presa dal management», secondo Current la cancellazione del canale sarebbe imminente, forse a fine luglio.

Nino Luca
Alessandro Sala
19 maggio 2011