sabato 21 maggio 2011

Cina: esplosione nella sede Foxconn

Corriere della sera

 

Il bilancio è di due morti e sedici feriti nella fabbrica di Chengdu in Sichuan

 

 

MILANO - È di due morti e sedici feriti il bilancio di un'esplosione che sarebbe avvenuta nella fabbrica della Foxconn a Chengdu, nel Sichuan, in Cina. Lo riporta l'agenzia ufficiale cinese Nuova Cina. La Foxconn nel 2010 arrivò sotto i riflettori mondiali per un'ondata di suicidi tra gli operai nella fabbrica-città a Shenzhen. Ma a quasi un anno di distanza le condizioni di lavoro dove si assemblano gli iPad della Apple ma anche altri prodotti per HP, Sony, Motorola, Nokia o Dell restano difficili, come ha testimoniato solo dieci giorni fa l'associazione no-profit Sacom (Students & Scholars Against Corporate Misbehaviour).

 

Redazione online
20 maggio 2011(ultima modifica: 21 maggio 2011)

La comunicazione (facciale) di Al Gore

Corriere della sera


Il volto dell'ex vicepresidente Usa e lo smarrimento ad Annozero: di che cosa stanno discutendo questi qui?



Al Gore ad Annozero
Al Gore ad Annozero

La faccia, la faccia di Al Gore ad «Annozero»! Per una sera ho desiderato ardentemente di essere il Dr Lightman (il medico della serie «Lie to me», interpretato da Tim Roth), il grande esperto delle espressioni istintive, il teorico della «verità scritta sul nostro volto», l'analista di fisiognomica e body language.


Apparentemente Al Gore ha una sola espressione e, temporaneamente, anche molto stizzita per le vicende di Current tv. Era ospite di Michele Santoro per perorare la causa del suo network, a rischio chiusura per contrasti con Sky e, in puro stile italiano, per invitare gli spettatori di Current a inviare una mail a Tom Mockridge, amministratore delegato di Sky Italia (Raidue, giovedì, ore 21,10).

La faccia, la faccia di Al Gore ad «Annozero»! Nonostante la bravura del traduttore, il volto dell'ex vicepresidente americano denunciava smarrimento: di che cosa stanno discutendo questi qui? Discutevano della spazzatura di Napoli, dei pastori sardi, della differenza tra stipendio e diritto d'autore, di amianto, del quartiere di Santa Giulia (e meno male che in studio nessuno ha avuto la prontezza di ricordare che proprio nell'infelice quartiere di Santa Giulia, a Rogoredo, c'è la sede di Sky). La faccia di Al Gore, quando Marco Travaglio e Maurizio Belpietro hanno cominciato a litigare su Berlusconi. La faccia di Al Gore quando Travaglio ha dato vita al suo cabaret politico accostando le disavventure amorose e giudiziarie di Dominique Strauss-Kahn a quelle di Silvio Berlusconi. La faccia di Al Gore di fronte a quello che Paolo Mieli ha giustamente definito «un gioco impazzito che sta durando da troppo tempo».

Chiunque di noi si fosse trovato nel bel mezzo di un talk americano a perorare, che so, la causa di Rai International avrebbe fatto la faccia di Al Gore. Però guai a sottovalutare la comunicazione facciale. Il volto di Al Gore parlava di noi, di Current tv, di tutta la nostra tv: «un Nobel fra gli scazzi», ha commentato una lettrice partecipativa di TeleVisioni.

Aldo Grasso
21 maggio 2011



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Su Youtube un canale dedicato ai giornalisti uccisi

Corriere della sera


Per ricordare «chi ha perso la vita sul campo per cercare la verità»





MILANO - Un canale su Youtube per ricordare i giornalisti uccisi. Nei giorni scorsi il più famoso sito web di video-sharing, assieme al Newseum di Washington, il museo dell'informazione e del giornalismo americano, ha lanciato il «Memoriale multimediale dei giornalisti», un canale interattivo che racconterà le gesta di migliaia di reporter internazionali che «hanno perso la loro vita sul campo per cercare la verità».

VERSIONE DIGITALE - Il canale interattivo vuole essere la versione digitale del Freedom Forum Journalists Memorial, sezione del museo di Washington dedicata agli oltre 2 mila giornalisti uccisi nel corso degli ultimi due secoli: raccoglierà video, foto e altre testimonianze che racconteranno la vita e i reportage dei giornalisti morti per raccontare le guerre civili e internazionali che hanno insanguinato il mondo. Il canale interattivo permette anche agli utenti di postare video e immagini che raccontano il lavoro degli stessi giornalisti. Sul sito si potranno ammirare sia i lavori giornalistici di reporter del passato come gli indimenticabili scatti di Robert Capa, il fotografo ungherese che con le sue immagini raccontò cinque conflitti (la guerra civile spagnola, la seconda guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana e la prima guerra d'Indocina) e morì saltando in aria dopo aver attraversato un campo minato in Vietnam nel 1954, sia i reportage di giornalisti morti recentemente come quelli di Rupert Hammer, inviato britannico del Sunday Mirror, ucciso da un ordigno mentre viaggiava con una pattuglia di soldati americani nei pressi di Nawa, nel sud dell'Afghanistan il 10 gennaio 2010.

I GIORNALISTI ITALIANI - Naturalmente nel canale di Youtube non mancheranno le testimonianze dei giornalisti italiani morti sul campo. Nel Freedom Forum Journalists Memorial sono già celebrate diverse vittime del nostro Paese, tra cui alcuni reporter uccisi dalla mafia come Cosimo Cristina (giornalista dell'Ora di Palermo, prima vittima di mafia, assassinato a Termini Imerese nel 1960 a soli 25 anni), Mauro de Mauro (ucciso a Palermo nel 1970), Peppino Impastato (ucciso a Cinisi nel 1978), Mario Francese (assassinato a Palermo nel 1979), Giuseppe Fava (ucciso a Catania 1984), Mauro Rostagno (assassinato a Valderice nel 1988) e Giuseppe Alfano (trovato morto a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993), le vittime del terrorismo delle Brigate rosse Walter Tobagi (1980) e Carlo Casalegno (1977) e i giornalisti italiani morti all'estero tra cui la corrispondente del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli (uccisa dai talebani vicino a Kabul in Afghanistan nel novembre del 2001), il fotoreporter Ascanio Raffaele Ciriello (assassinato a Ramallah nel 2002) e la giornalista di Rai 3 Ilaria Alpi (uccisa in Somalia, 1994).


Francesco Tortora
21 maggio 2011



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Lo spot di "Telepadania" contro Pisapia

Corriere della sera

«Milano non sarà più famosa per la Madonnina ma per gli stranieri»

 

Toscana: polemiche per i costi del «conforto religioso» negli ospedali

Corriere della sera


I Verdi: i 77 religiosi in pianta organica costano 2 milioni di euro all'anno




FIRENZE – L’argomento è delicatissimo e, inevitabilmente, è destinato a dividere coscienze e visioni politiche. E giusto pagare preti e suore per il conforto religioso negli ospedali? In Toscana, dicono i Verdi, si spendono due milioni di euro l’anno perché sono stati assunti 77 religiosi in pianta organica, una situazione ritenuta «insostenibile». Così, dopo aver presentato un’interrogazione, il consigliere regionale Mauro Romanelli, ha deciso di organizzare un convegno a Firenze. «Non per impedire che i religiosi, di ogni credo e non solo i cattolici, siamo presenti negli ospedali e nelle Asl», spiega Romanelli, «ma per rendere questa pratica volontaria e gratuita, al massimo con un rimborso spese».

SENZA CONCORSO - Romanelli, dopo aver interpellato l’assessore alla Sanità, Daniela Scaramuccia, ha scoperto che la convenzione stipulata tra Regione Toscana e Conferenza episcopale italiana non solo è costata alle casse regionale nel 2009 due milioni di euro, ma che i religiosi assunti sono stati collocati a tempo indeterminato nella fascia D. «È questa una fascia di reddito medio-alta e dunque onerosa per il servizio pubblico», denuncia Romanelli. «Preti e suore, oltretutto, vengono assunti a tempo indeterminato, senza concorso e su indicazione del vescovo cattolico. E questo non è accettabile anche in considerazione dei precari presenti numerosi nel mondo della sanità».

VOLONTARIATO - I Verdi sottolineano che, purtroppo, non solo il Pdl ma anche il Pd non è contrario alla convenzione che ultimamente, con una mozione, è stata rilanciata in consiglio regionale. «In quell'occasione, esprimendoci assolutamente a favore del fatto che fosse garantito a tutti i cittadini il conforto religioso, e il libero accesso dei religiosi negli ospedali», continua Romanelli, «chiedemmo di eliminare qualsiasi elemento di assunzione e retribuzione e di allargare invece la presenza, volontaria (magari con facilitazioni, buoni pasto, rimborsi spese, messa a disposizione di locali), di assistenti spirituali cattolici ma anche di altre fedi religiose, o anche afferenti a sensibilità laiche, agnostiche e atee».

DIBATTITO - Durante l’iniziativa che sarà organizzata da Verdi e probabilmente da Sel e da altre forze laiche toscane entro giugno, si parlerà anche dell’articolo della Costituzione che obbliga, negli enti pubblici, a fare assunzioni per concorso. «Inviteremo anche rappresentanti della Chiesa cattolica e di tutte le altre confessioni», annuncia Romanelli, «per avviare un dibattito serio, onesto, senza ipocrisie e nel rispetto delle libertà individuali».


Marco Gasperetti
21 maggio 2011



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L'Aquila: storia di Renzo, senza casa dal terremoto perché a 67 anni è single

Corriere della sera


Le «colpe» di Renzo sono anche quelle di non voler rinunciare alla compagnia del suo cane e all’orticello



Renzo Gambaro
Renzo Gambaro
L’AQUILA - Abitare in una baracca può voler dire vivere all’inferno se la baracca misura appena otto metri quadrati ed è priva di servizi igienici, energia elettrica e riscaldamento. Ne sa qualcosa Renzo Gambaro, 67 anni, manovale in pensione e agricoltore per passione. Dal 6 aprile 2009, quando la sua Paganica (una delle frazioni più colpite dal terremoto dell’Aquila) fu scossa dalle viscere, quest’uomo accogliente e sorridente non si è mai arreso né ha mai pensato di abbandonare il luogo dove è cresciuto in cambio dei comfort di un anonimo albergo sulla costa. Da due anni vive, appunto, in una baracca. A circa 800 metri di altezza e ad un chilometro dal centro, semidistrutto e in parte ancora pericolante. In attesa di una sistemazione vera, che si tratti di Map o progetto Case non importa.

LA MALEDIZIONE DEL SINGLE - Le «colpe» di Renzo sono quelle di essere single, e quindi non in cima alla lista delle priorità per la macchina burocratica che assegna gli alloggi post-sisma, e di non voler rinunciare alla compagnia del suo cane e all’orticello che coltiva con cura maniacale. La sua casa, come tante altre in questo paese di circa settemila anime poco distante dal traforo autostradale del Gran Sasso, è venuta giù senza dargli il tempo di riflettere sul da farsi. Lui non si è dato per vinto, ha radunato le sue cose e si è trasferito nel rimessaggio antistante il minuscolo appezzamento di proprietà situato in altura. Un tugurio, molto lontano dal concetto di abitazione, che ha tentato di rendere simile ad un monolocale. Senza bagno né acqua. L’acqua la va a prendere in centro ogni tanto e la porta su. A piedi, naturalmente.

Il vero problema è la mancanza di luce e riscaldamento. Per la verità, un po’ di luce in «casa» è arrivata, grazie al pannello fotovoltaico donatogli dagli amici dell’associazione «Salviamo Paganica» e alla commozione che la sua storia ha destato a livello locale dopo un servizio-denuncia del giornalista Rai Umberto Braccili. Ma l’alloggio tarda ad arrivare. L’interrogativo resta: come ha fatto Renzo a vivere per circa 760 giorni in un tugurio, con temperature che in provincia dell’Aquila scendono d’inverno ben al di sotto dello zero? Lui ci tiene a ringraziare chi glielo ha proposto, ma confessa che non ce l’avrebbe fatta a vivere in una stanza d’albergo. Senza cane e senza orto. «Non mi troverei» dice.

Nell’attesa ha tirato a campare con il contributo di autonoma sistemazione, qualcosa come 200 euro al mese. La disavventura di Renzo, ci raccontano i coniugi Antonio Di Micco e Patrizia Righi, volontari della Onlus di Paganica, è simile ad altre storie drammatiche che si possono raccogliere in questa frazione e nei dintorni. C’è un’anziana vedova di nome Nanda, per esempio, che ha costruito il suo rifugio all’interno di un garage. Una notte è stata aggredita da un pitbull randagio che le ha morso la testa. Uno spavento indicibile e numerosi punti di sutura. Non ha avuto la peggio perché difesa dal suo vecchio cane lupo che ci ha rimesso un occhio. Storie drammatiche e, a volte, surreali. «In molti, soprattutto nei centri montani, continuano ad arrangiarsi dopo il terremoto come possono» ci dice Patrizia. E intanto sono trascorsi già due anni.

Nicola Catenaro
21 maggio 2011



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Lo stupro diventa chic se a farlo è la gauche Parola di femminista

di Mario Giordano


Carmen Llera, quella che ha orrore delle veline, difende l’amico francese e la sua "voglia di sesso"





E, all’improvviso, del corpo della donna non gliene impor­ta più a nessuno. Tutti lì a preoc­cuparsi solo del corpo dell’uo­mo. Prendete Carmen Llera, la consolabilissima vedova Mora­via, la donna del cactus di Gad e Fassino, quella che non riusci­va a star più di due giorni senza sfiorare il sesso circonciso al sapor di «mandorle bianche» (parole sue). Ebbene: fino all’altro giorno era in tv dall’amato Lerner a testimoniare impegno civile e indignazione per via di tutti quei glutei femminili offesi dalla foto sul giornale (orrore!) o da un balletto da velina (orrore, orrore!).

E adesso invece che i glutei femminili subiscono ben altra violazione in una suite del Sofitel di Manhattan, lei che fa? Nessun impegno civile, nessuna indignazione. Anzi, di più: si schiera a spada tratta a fianco del presunto violentatore. «Ama il sesso, so what , e allora?». Avrà pur diritto di stuprare una cameriera, per giunta di colore: non sarà mica un delitto quello? O almeno, non è un delitto al pari di trasmettere il Drive in . Strane differenze. Non sarà che il corpo della donna in questione è stato prelevato dai ghetti poveri di Harlem mentre il corpo dell’uomo è cresciuto fra le élite della Rive Gauche? Non sarà che il corpo della donna stonerebbe nel film radical chic della Zanardo mentre il corpo dell’uomo si trova perfettamente a suo agio nei circoli radical chic di Parigi? Non sarà che il corpo della donna magari non è nemmeno un granché mentre il corpo dell’uomo è quello di un vero figo soprannominato il Gran Seduttore?

Sarà quel che sarà, ma è impressionante vedere come le schiere di neo femministe allo champagne rosé che in febbraio riempirono le piazza per difendere la loro dignità, se ne sbattano altamente della dignità di una cameriera che denuncia uno stupro. Figurarsi: sono tutte ammaliate dallo charme di Strauss-Kahn, sbavano per lui, sono indulgenti, gli perdonano ogni cosa. Che ci volete fare? È un «eroe filosofico » (definizione di Libération ), ricco, potente, molto macho. Se uscendo dalla doccia gli viene da saltare addosso alla prima che passa, va capito. Se stupra, comunque lo fa con savoir faire . Magari violenta, ma è sempre chic. Più che condannarlo, quei fetenti di americani, dovrebbero ringraziarlo per come concede loro l’onore della sue prestazioni. Non solo professionali, s’intende. Anche Carmen Llera ha conosciuto le prestazioni d i Dominique. C’è una foto che li ritrae insieme a Parigi, si racconta che la loro relazione durò dal 2003 al 2005. E c’è chi sostiene che il libro in versi «Gaston» pubblicato nel 2005 fosse proprio dedicato all’ex numero uno del Fmi. In esso l’allegra vedova Moravia racconta un amore sadico, con un uomo crudele, che amava con «violenza o avidità ». («sento che ti amerò molto, diceva, spingendol a contro u n muro»... ).

Che ci volete fare? Alle volte la finzione letteraria finisce per assomigliare molto alla realtà, proprio come quando Carmen Llera descriveva nei dettagli il «coso » di un «politico» alto, magrissimo, tormentato e «con gli slip sovietici» e di nome F. (Fassino?). O come quando raccontava le sue imprese erotiche con un «ebreo comunista sposato », nato a Beirut, giornalista televisivo, di nome Gad. «Con nessuna hai scopato come con me», si vantava. Poi raccontava senza ritegno di orge in vasca, compiute ascoltando Mahler e leggendo Anna Frank. Erano lontani allora, i tempi dell’indignazione. M a del resto si sa, per diventare paladine del corpo delle donne, basta u n po’ di feroce antiberlusconismo in tv. Eppure la paladina del corpo delle donne, adesso, s’è di nuovo eclissata. All’improvviso. Quel Gaston violento e cinico può essere Strauss-Kahn? In una lettera al Corriere della Sera , Carmen Llera nega.

E ne approfitta per arrivare in un batter d’occhio alla fine del processo, assolvendo con formula piena il suo amico socialista e potente. Nella suite del Sofitel «c’è stato un rapporto consenziente », assicura, «escluderei la violenza sessuale» perché «la violenza non fa parte della sua cultura». Stupro? Aggressione? Sequestro di persona? Palpeggiamenti forzati e palpeggiamenti semplici? Macché: quella non è roba che può fare u n socialista charmant nutrito a foie gras e paté . Lui, al massimo, è le bouc émissaire , il capro espiatorio. Praticamente una vittima. Lo vedete com e va il mondo? Basta avere buoni rapporti con la r ive gauche e tutto ti viene perdonato. Persino lo stupro. Strauss-Kahn non sar à Gaston, dunque. Però sicuramente è Gastone. Cioè, piuttosto fortunato. Metti infatti che, anziché al Quartier Latin, avesse cas a a d Arcore. Metti che, anziché nei circoli socialisti, si fosse fatto le ossa costruendo la tv commerciale. Ecco allora, per molto meno, le vergini alla mandorla bianca lo avrebbero impalato in piazza. Invece niente: lo definiscono addirittura un «amico delle donne » (amico, eccome, fin troppo).

E si sentono i n dovere di difenderlo, anzi di più, di assolverlo. Carmen Llera sostiene di desiderare una sola cosa: che il suo Dominique torni «l’uomo sorridente che ho visto giorn i fa». Perfetto. M a possibile che la grande paladina dei diritti delle donne, la crociata della dignità femminile, la vendicatrice di tutte le angherie maschiliste, colei che non sopporta nemmeno le copertine dei femminili e gli stacchetti i n tv che umiliano le ragazze, ebbene, possibile che non senta il dovere di spendere nemmeno una parola per la cameriera che denuncia non una cena in villa o una foto osé, ma addirittura uno stupro? Finché resta il dubbio, almeno: possibile che la pasdaran dell’indignazione non si preoccupi del sorriso della presunta violentata più che d i quello del presunto violentatore? Si sentirebbe il bisogno di un altro intervento. Urge una seconda lettera. Me lo lasci dire con parole che lei conosce bene, cara signora Llera del cactus: difenda un po’ anche il corpo della donna. Se non ora, quando?




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I moralisti del Fatto in conflitto d'interessi sul caso Current Tv

di Gian Maria De Francesco


Il quotidiano in difesa del canale a rischio chiusura. Ma c’è una ragione: manda in onda i programmi di Travaglio & C.





No, non è un conflitto di interessi. È solo una delle tan­te battaglie per una giusta cau­sa. Soprattutto perché tra i «prepotenti» figura (la colpa è sempre sua!) Berlusconi. La possibile esclusione di Current Tv dal bouquet di Sky è tutta responsabilità del Cai­mano e di Rupert «lo Squalo» Murdoch. La «storia» è stata abbastanza pubblicizzata gra­zie­allo spazio concesso ad An­nozero al fondatore del canale ed ex vicepresidente clintonia­no Al Gore. Il quale da quando ha messo piede sul suolo italia­no va ripetendo che «è stata una ritorsione, ci chiudono perché siamo scomodi». Ecce­tera, eccetera, eccetera...

Il Fatto Quotidiano , che del­l’antiberlusconismo fa una professione di fede, non pote­va mancare alla chiamata alle armi.L’edizione di ieri ha spie­gato il perché e il per come Go­re sia nel giusto. Ha assunto per Current Usa un anchor­man superdemocratico, Kei­th Olbermann, che sta sulle scatole al «repubblicano» Murdoch.E poi su Current Ita­lia­c’è troppo Travaglio e quin­di sarebbe sgradito al Cavalie­re cui lo squalo australiano fa­rebbe un favore per accapar­rarsi nuove frequenze nel­l­’asta digitale terrestre di pros­sima indizione. Ecco, il discorso, montato in questo modo, potrebbe anche stare in piedi. Ma non è così. Basta fare attenzione a due pic­coli particolari. Il primo: Cur­rent Tv ha un’audience media inferiore ai 3mila (sì, non è un refuso, tremila) spettatori quo­tidiani.

Perché, quindi, il Cav dovrebbe rivolgere i propri strali verso un moscerino quando viene crocefisso, sen­za possibilità di replica, dai va­ri Santoro, Floris & C. Sarebbe un controsenso. Vale la pena, perciò, soffer­marsi su quanto dichiarato da Gore proprio sul sito Internet del Fatto . «Non ho evidenze di un coinvolgimento del gover­no italiano in questa decisio­ne », dichiara ammettendo tut­tavia «forti pressioni».L’artico­lista individua l’obiettivo in Passaparola di Marco Trava­glio. Il mistero è risolto! Tra Cur­rent e il quotidiano diretto da Antonio Padellaro c’è una for­te sinergia. Su Current, oltre al­la predica settimanale di Tra­vaglio, che attira più adepti sul sito di Beppe Grillo, compare anche un’altra firma del Fat­to , Luca Telese con il suo Fuori­luogo , un format basato su in­terviste.

La scorsa estate ha trovato spazio sul canale satellitare pure Telebavaglio , il talk show politico del fattoquotidiano. it . Tra gli opinionisti compaio­no spesso Peter Gomez e lo stesso Padellaro. Cortesia ri­cambiata: su Internet il sito del giornale giustizialista ospi­ta il blog del general manager di Current, Tommaso Tessaro­lo, che dopo una lunga pausa in questi giorni si è rianimato per sollecitare i simpatizzanti a mobilitarsi per salvare la ba­racca. Insomma, Current - e le af­fettuosità santoriane di giove­dì sera lo dimostrano - è una bella valvola di sfogo per le esuberanze manettare dei giornalisti del Fatto . Prescin­dendo dal discorso economi­co e sulla gratuità o meno del­le singole performance, que­sta forte interrelazione tra l’emittente e la testata presup­p­one più di un conflitto di inte­ressi considerati che la pro­grammazione e la linea edito­riale hanno molti punti di con­tatto.

«Chiuderlo» o quanto meno farlo emigrare dalla piat­taforma Sky significherebbe perdere un «veicolo» pubblici­tario. E qualche sospetto di conflit­to di interessi ancor più gene­rale dovrebbe farlo sorgere la proposta giunta da Youdem , il canale satellitare del Partito democratico, che si è detto pronto a ospitare la program­mazione di Current. È quanto­meno sospetto che la tv di Ber­sani abbia pezzi di palinsesto da regalare se non per il fatto che i contenuti sono a senso unico. La risposta al bla bla media­tico l’ha data l’ad di Sky Italia, Tom Mockridge che ha rispo­sto di proprio pugno alle mail di protesta. Current «ha chie­sto di avere il doppio di quan­to percepisce attualmente, una cifra che arriva ad essere vicina a 10 milioni di dollari», ma gli ascolti - come ha rileva­to bene ieri il Giornale - sono quelli di tre fabbricati di viale Palmanova a Milano. «Silvio Berlusconi non ha mai pro­messo a Sky nessuna frequen­za digitale terrestre se ci fossi­mo liberati di Al Gore », ha con­cluso perché «sfortunatamen­te Al Gore in Italia non è così rilevante». Ma quale libertà di espressione! Ma quale regi­me! «Money makes the world go round» (Il denaro fa girare il mondo). Non è forse vero, mister Gore e signor Trava­glio?



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Editori e banchieri: ecco i poteri forti che stanno con Pisapia

di Carlo Maria Lomartire


Macché "indipendente" e "amico dei deboli", il candidato sindaco della sinistra è spinto dai salotti radical chic e dai gruppi d’affari della finanza e dei media. Da Mieli a Profumo, da Marchetti a Rossi fino a De Benedetti, ecco i big già scesi in campo



A sinistra, in particolare negli ambienti più inclini a vedere trame oscure e complotti dappertutto, da decenni si fa sempre un gran parlare di «poteri forti». Per la sinistra, tra i suoi avversari, c’è sempre «l’uomo dei poteri forti» o «il candidato dei poteri forti» e, quando proprio non riescono a fare dei nomi, tirano in ballo quanto meno «l’influenza dei poteri forti». Dove, se abbiamo capito bene, con quell’espressione si intende l’insieme di gruppi di pressione economici, finanziari e mediatici interessati solo ai loro affari e perciò in grado di influenzare e condizionare la politica e le sue scelte. Bene. E allora cerchiamo di capire da che parte stanno questi fantomatici «poteri forti» nella travagliata vicenda elettorale milanese che stiamo vivendo.

Letizia Moratti è nata ricca - tutti lo sanno - e ha sposato un uomo ricchissimo, il più grande petroliere privato italiano, Gianmarco Moratti. E anche questo tutti lo sanno, niente di nascosto, tutto alla luce del sole. Giuliano Pisapia, invece, è semmai, benestante ma certo non ricchissimo: figlio di un grande avvocato e giurista, egli stesso avvocato ed ex parlamentare di Rifondazione comunista, la sua condizione patrimoniale non può certamente essere paragonata a quella della signora Moratti. Ma, conti in banca a parte, quanto a rapporti con i «poteri forti», come siamo messi? Siamo messi così: tra i primi ad appoggiarlo apertamente, dichiarando che «Pisapia sarebbe un ottimo sindaco di Milano», troviamo Paolo Mieli. Due volte direttore del Corriere della Sera, attuale presidente della Rcs Libri, uomo forte e braccio politico della Rcs MediaGroup (nel 2006, da direttore del Corriere, durante campagna per le elezioni politiche schierò apertamente il giornale con Prodi), uomo di fiducia e spesso amico personale - come lo fu di Gianni Agnelli - della maggior parte dei ricchi e potenti signori riuniti in quel salotto finanziario-mediatico che è la Rcs, nessuno rappresenta meglio di Mieli il legame, il raccordo fra potere mediatico, potere finanziario e potere politico.

E a proposito di Rcs, impossibile trascurare la presenza della docente di storia contemporanea all’università Statale di Milano Ada Gigli Marchetti, moglie di Piergaetano Marchetti, presidente del gruppo di via Solferino, nella lista civica più radical-chic che si possa immaginare, tutta docenti, intellettuali, architetti e galleristi, messa insieme «per Pisapia» da Emilia Bossi Moratti, detta Milly, moglie di Massimo, fratello di Gianmarco e presidente dell’Inter, e quindi cognata-avversaria - Milly contro Letizia - ma «petroliera» anche lei. E a proposito di Marchetti e Mieli, secondo voi con chi sta il Corriere?
E proprio l’altra sera il finanziere melomane Francesco Micheli ha riunito a cena a casa sua un bel giro di immobiliaristi democratici e architetti (quelli sono implicitamente democratici): ospite d’onore, Giuliano Pisapia.

Ma è arrivato anche il sostegno entusiasta e pesantissimo di Guido Rossi: Manovratore Supremo della finanzia italiana e dei grandi affari; se si parla di «poteri forti», dopo la morte di Enrico Cuccia nessuno meglio di lui può dare loro un volto. Avvocato d’affari, giurista illustre, primo presidente della Consob, la Commissione per il controllo della Borsa, senatore del Pci dall’87 al ’92 dietro la solita foglia di fico degli indipendenti di sinistra, da una quarantina d’anni tira le fila di tutte le più importanti operazioni finanziarie e societarie italiane. Note o segrete. Anche lui - «Bisogna votarlo!» - si è apertamente schierato con Pisapia.

Per il quale, naturalmente era pure scontato l’appoggio del superbanchiere Alessandro Profumo, ex amministratore delegato di Unicredit, forte di una liquidazione fantastilionaria, uno che faceva file di ore per andare a votare Prodi alle primarie. Ma a questo elenco, infine, non poteva mancare Carlo De Benedetti, il miliardario nemico numero uno di Silvio Berlusconi. L’appoggio a Pisapia dell’Ingegnere è forte, esplicito e quasi sfacciato, a cominciare dallo schieramento spregiudicato dei suoi giornali, la Repubblica, l’Espresso e decine di quotidiani locali. Con l’aggiunta (l’aggravante?) di un dettaglio tutt’altro che trascurabile: Pisapia è uno degli avvocati di De Benedetti.

L’elenco potrebbe continuare ma ci fermiamo qui, perché alla domanda «chi è il candidato sindaco di Milano appoggiato dai poteri forti interessati soprattutto ai loro affari?», siamo già in grado di rispondere: i poteri forti stanno con Giuliano Pisapia.






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Castighi

La Stampa



YOANI SANCHEZ

Viviamo un altro giro di vite dell’intolleranza. Proprio quando il coraggio degli individui stava guadagnando un po’ di terreno, è giunto il tempo dei rimproveri. I primi segnali sono apparsi con il serial televisivo intitolato le Ragioni di Cuba, il cui copione sembrava scritto nella Russia di Stalin invece che in quest’isola caraibica del XXI secolo. Hanno fatto seguito le riunioni lampo, un incremento degli operativi di polizia, il monitoraggio dei telefoni mobili in tempo reale, le detenzioni e le perquisizioni. Tutto questo, mentre la stampa ufficiale continuava a raccontare che “il perfezionamento del modello economico” è sulla strada giusta e che il VI Congreso del PCCC “è stato un chiaro successo”. Viviamo, senza dubbio, sotto il timore dei castighi e nessuna persona coraggiosa potrà evitare d’essere punita.

Tra le frustate che questa volta Papà Stato ha dispensato, possiamo citare la chiusura del centro culturale diretto dal pittore Pedro Pablo Oliva, ubicato nella città di Pinar del Río. L’artista, premio nazionale per le arti plastiche, è stato convocato a presentarsi con urgenza davanti alle autorità e si è visto cadere addosso un’alluvione di critiche e di rimproveri. I poliziotti hanno messo in discussione una sua dichiarazione favorevole al pluripartitismo, rilasciata nel corso di un’intervista, e una lettera (http://www.desdecuba.com/generaciony/?p=4440) molto cordiale che mi scrisse perché la pubblicassi nel mio blog. È stato accusato di aprire le porte della sua casa a controrivoluzionari e persino di frequentare diplomatici di altri paesi. Pedro Pablo Oliva è stato privato del suo posto nell’Assemblea Provinciale del Potere Popolare e alcune ore dopo è comparso un avviso di commiato sulla porta del suo laboratorio.

Gli artisti dell’ UNEAC (Unione degli scrittori e artisti di Cuba, ndt) hanno scelto - per il momento - di fare silenzio e di guardare da un’altra parte. Come le immagini premonitrici delle figure con le orbite vuote che da mesi Oliva dipingeva nei suoi quadri. Ritengo che adesso sia il momento di sostenerlo, di dirgli: “tranquillo, il tuo pennello sarà più libero senza vincoli ideologici, senza formalismi di partito”. Al tempo stesso, noi che siamo stati puniti con l’insulto, la censura e il controllo abbiamo una buona occasione per prendere posizione. Se non siamo in grado di esprimere un’opinione comune e identiche proposte per il futuro, almeno potremo essere uniti e vicini nel dolore, in maniera tale che il colpo ricevuto da una persona venga diviso tra tutti.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Il Papa chiude l'abbazia dei vip "Troppi intrighi e mondanità"

Staccata la Current

Il Tempo


Murdoch licenzia Al Gore. La sua tv è un flop d'ascolti. Aveva raggiunto il massimo successo trasmettendo la diretta di "Raiperunanotte" di Santoro, poi il declino.


Al Gore Current...per una notte. In questi giorni vi sarà capitato di leggere sui giornali o di ascoltare in tv i botta & risposta tra Current, la tv democratica di Al Gore, e Sky. L'ex vicepresidente democratico americano, in un'intervista a Repubblica, ha addirittura sostenuto che «Sky oscura Current. Murdoch (Rupert, il patron di News Corp che ingloba Sky ndr) ci vende al premier» ma - ci chiediamo - essendo Silvio Berlusconi un uomo pragmatico che mastica emittenza da una vita, perché dovrebbe soltanto pensare di chiudere un canale che non arriva neppure a 4mila spettatori medi giornalieri, cifra in termini di share da 0,03-0,04%?

Il punto, volendo uscire dalla cronaca per ragionar di comunicazione, è che il modello tv di Current, fatto di contenuti user generated, ovvero forniti dagli utenti, da cittadini-fruitori che diventano facitori di tv inseguendo l'idea di rompere il monopolio dei media tradizionali, beh in Italia, questo modello non ha funzionato, perlomeno in termini di ascolti. Per fare una tv d'avanguardia, nel senso tecnologico e dei contenuti, Current sarebbe dovuta uscire dalla retroguardia della televisione tradizionale, quella dei volti da programmi generalisti ed invece i suoi protagonisti, alcuni di loro, sono gli stessi che troviamo sulla tv tradizionale dove incarnano, lì sì, una sorta di nouvelle vague da piccolo schermo: ci sono Marco Travaglio (Annozero e Il Fatto), Luca Telese, (La7 e Il Fatto) e Giuseppe Cruciani (Radio 24 e Panorama). Perché il paradosso di Current in Italia, a voler essere pignoli, sta tutto in una data: 25 marzo 2010. Quel giorno al Paladozza di Bologna va in scena Raiperunanotte di Michele Santoro, risposta (di successo) alla sospensione dei talk show decisa dalla politica in tempi di elezioni regionali.

Current, quell'evento, lo manderà in onda in diretta raggiungendo il suo record storico di ascolto con una media di 558mila spettatori al minuto ed una platea di 1 milione e 39mila spettatori. I dati Auditel di quella serata registreranno, sotto la voce "Altre tv" (che comprendeva, tra le altre, pure Current), uno share del 31,56%, dovuto in grandissima parte all'evento tv-web-piazza del Paladozza. Questi dati indicano come, nel calcolo dello share medio di Current relativo al 2010 (al centro di parte delle polemiche tra Sky e la tv di Al Gore) un peso decisivo lo abbia avuto Michele Santoro, ovvero un campione di ascolti della tv generalista.

Da allora quel picco Current non lo ha più avvicinato. Sta qui la grande contraddizione semantica della tv democrat. Intendiamoci, a trasmettere Raiperunanotte, Current ha fatto benissimo, il punto è che non ha elaborato - almeno secondo noi - un modo peculiare di far televisione nel solco della sua identità originale, quella che va in onda ogni giorno negli Stati Uniti. Anche perché in Italia il modello di racconto della user generated è sovrastato dalla forza della piazza, dalla voce della ggente come genere televisivo. Restano, ancora oggi, soltanto due le rivoluzioni televisive vissute dal nostro Paese negli ultimi decenni: la creazione della tv commerciale, dovuta al Cavaliere, e la televisione-verità di Angelo Guglielmi (seguita dalla tv situazionista di Carlo Freccero). Dalla Raitre di Guglielmi sono sbocciati Chi l'ha visto, il Giuliano Ferrara di Linea Rovente, Un giorno in pretura, Corrado Augias col suo Telefono giallo e Michele Santoro. La terza via, la tv modello Current, in Italia non ha brillato. Se non per una... notte.


Massimiliano Lenzi

21/05/2011





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Usa, per i seguaci del reverendo Camping oggi è prevista la fine del mondo

Quotidiano.net


Sono migliaia gli americani che credono alla profezia del reverendo Camping, che, sulla base di calcoli biblici aveva previsto, un catastrofico terremoto e la conseguente fine il mondo, verso mezzanotte...

New York, 21 maggio 2011

Oggi è la fine del mondo. Lo hanno capito a loro spese anche i figli di Robert e Abby Haddad. Mentre loro stanno ancora cercando di capire un mondo in continua transizione, i genitori hanno smesso d`investire sulle migliorie alla casa e a risparmiare per gli studi universitari dei ragazzi: da oltre due anni sono convinti che il Giorno del Giudizio sia oggi.

Abby si è licenziata dal suo precedente lavoro da infermiera per assistere il marito nel divulgare la profezia apocalittica. Lo scorso weekend, la coppia ha costretto i figli a recarsi in un mercato di Manhattan per aiutarli a spargere la notizia.

Ma sono migliaia gli americani che credono alla profezia del reverendo Harold Camping. Secondo loro, chi crede alla profezia sarà accolto in Paradiso in un evento chiamato “ratto salvifico”; mentre i non credenti saranno lasciati sulla Terra e scompariranno col pianeta, cinque mesi più tardi.

Camping, basandosi su complessi calcoli biblici, aveva previsto che, preannunciato da un catastrofico terremoto, il mondo sarebbe finito a mezzanotte, ora di Gerusalemme, del 21 maggio del 2011 ovvero alle 5 di ieri (le 23 ora italiana). Secondo il reverendo, il giorno del giudizio sarebbe giunto esattamente 7.000 anni dopo il Diluvio Universale.

Courtney Campbell, professore di religione e cultura all`università di Oregon State dice che i movimenti apocalittici sono spesso legati a date significative (come il primo gennaio 2000) o a tempi di gravi tensioni sociali. “In definitiva, stiamo cercando delle risposte certe in un momento di gravi turbamenti sociali, politici ed economici”, ha detto Campbell.

Ma c`è chi, come Steve Wohlberg - autore di più di venti libri scritti sulla fine del mondo - dubita della correttezza dei calcoli di Camping. D`altronde, il reverendo aveva già annunciato l`Apocalisse nel 1992, prevedendo che il “ratto salvifico” sarebbe avvenuto nel 1994. E sappiamo tutti come finì in quell`occasione.







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L’esattore porta la multa Gli allevatori lo sequestrano

Corriere della sera


Vicenza: l'uomo In ostaggio per ore. La causa: una cartella da 587 mila euro



ROMA — Prima le manifestazioni di piazza (Cagliari, sabato scorso), poi gli assalti alle sedi (Torino e Milano, No Equitalia Day organizzato da Futuro e Libertà), quindi le minacce armate (sempre in Sardegna) ed ora anche il sequestro di persona. Fare l’esattore delle tasse, oggi, sembra diventato più pericoloso che fare il poliziotto o il militare. Ne sa qualcosa un dipendente di Equitalia di Vicenza, presentatosi ieri in un’azienda agricola di Lonigo con una cartella esattoriale da 587 mila euro, sequestrato per alcune ore da sei allevatori di bestiame inferociti.

Sono dovuti intervenire i Carabinieri, che hanno poi segnalato i fatti alla magistratura, per placare il titolare dell’azienda agricola ed i suoi vicini di casa, scatenati alla vista della cartella esattoriale dovuta ad una multa per lo sforamento delle quote latte. I sei hanno prima danneggiato l’auto dell’esattore (uno dei vicini gli avrebbe rotto il parabrezza con una gomitata), poi lo hanno coperto di insulti e sequestrato. «Rilasciandolo» solo dopo l’arrivo dei militari e l’intervento della direzione di Vicenza di Equitalia, che ha dovuto inviare all’allevatore un fax spiegando che la titolarità del credito era dell’Agea, l’agenzia che eroga i contributi agricoli, e che Equitalia non avrebbe quindi potuto sospendere il debito. Non è che l’ultimo episodio di un’ormai lunga serie di violenze ed intimidazioni ai funzionari dell’agenzia pubblica di riscossione dei tributi. La crisi economica e le nuove norme per il recupero di multe, contributi e tasse non pagate, sono tornati a farli odiare quasi come lo erano i gabellieri medievali. In un diluvio di esecuzioni immobiliari coatte, pignoramenti e ganasce fiscali, la situazione sta degenerando. Equitalia spiega che il suo ruolo è solo quello di esigere i pagamenti per conto di altri soggetti, che possono essere l’Agenzia delle entrate per le tasse, l’Inps per i contributi previdenziali, i comuni per le multe ed altri istituti pubblici (l’Agea, come nel caso di Vicenza, per le pratiche che riguardano l’agricoltura). «Le responsabilità relative a multe, tributi e contributi sono da ricercare altrove e non possono ricadere sugli agenti della riscossione» , dice Equitalia denunciando «strumentalizzazioni ed esasperazione dei toni che scatenano azioni assurde, fuori controllo e indirizzate nei confronti di soggetti assolutamente estranei alla pretesa che viene contestata» , difendendo a spada tratta i suoi dipendenti. Che tuttavia, ieri, hanno deciso di uscire dal silenzio. Accusando la politica e soprattutto l’irrazionalità e l’ingiustizia della normativa fiscale.

I sindacati dei lavoratori della riscossione, in una nota, si dicono «frustrati dal fatto di essere costretti a perseguire il contribuente che non riesce a pagare poche centinaia di euro di debito» mentre i grandi evasori la fanno franca. «Non siamo noi ad aver deciso di mettere in campo misure cautelari importanti e pesanti come il fermo amministrativo e le ipoteche immobiliari senza indicare un rapporto tra le somme da incassare ed il valore del bene sottoposto a tali iniziative» , che «non hanno definito limiti, come quello sacrosanto della prima casa, alla vendita immobiliare» , che «non hanno ipotizzato gradualità negli interventi da concretizzare nei confronti dei cittadini morosi» . Non bastasse il blocco degli stipendi per tre anni, che li colpisce come tutti i dipendenti pubblici, i lavoratori della riscossione si sentono esposti, oggi, anche ad un rischio «politico» . Quello di uno Stato, dicono i rappresentanti di tutti i sindacati, che «da una parte usa tutte le leve gestionali e preme per il massiccio utilizzo di strumenti legislativi eccezionali per incrementare di anno in anno i volumi di riscossione per la cronica e crescente carenza di risorse, dall'altra, soprattutto in occasione di scadenze elettorali, mostra una faccia più conciliante ed accondiscendente scaricando sugli ultimi anelli della catena le responsabilità delle proprie scelte» .


Mario Sensini
21 maggio 2011



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