martedì 24 maggio 2011

La storia del nostro ingegno fissata in oggetti e utensili

Corriere della sera


Un grande capannone fa da deposito alla vasta collezione di arnesi e macchinari che è la memoria della nostra produzione



A Rodengo Saiano, poco più in là delle porte di Brescia, c’è un deposito del Museo dell’industria e del lavoro (Musil). Quattromila metri quadrati di superficie e dieci di altezza nei quali si trova di tutto. Ci sono vecchie macchine da tipografia - persino quella dell’«Avanti!» in funzione nel 1919, difesa da Nenni durante l’irruzione delle squadre fasciste - o fonografi d’inizio Novecento; si notano proiettori cinematografici dimenticati degli anni Trenta e Quaranta o i primi computer degli anni Ottanta che sembrano, rispetto agli attuali, strumenti preistorici. Ma c’è anche il carro dei pompieri con le stanghe - era trainato da un cavallo - di inizio Novecento, accanto al cannoncino della contraerea in funzione nel 1940. All’occhio attento non sfuggirà una macchina per cucire di fine Ottocento o quella coeva per la panificazione; vicino ne vedrà una tutta smaltata, per i ravioli, degli anni Sessanta. Di più: in questo deposito della memoria industriale è possibile salire su un’autoblindo del 1941 costruita dalla Fiat-Ansaldo o aprire una cassaforte ottocentesca in cui venivano tenuti i contanti per i salari.

Lo sguardo a Rodengo Saiano si posa su cose inattuali e dimenticate, salutate al loro apparire come meraviglie della tecnica e del progresso inarrestabile. Daniele Mor, conservatore del museo, ci mostra due modelli esecutivi in scala capaci di suscitare qualche brivido. Riguardano le nostre centrali nucleari: quella di Caorso, la più grande mai realizzata in Italia negli anni Settanta, e quella - rimasta soltanto un progetto - dei primi anni Ottanta che avrebbe dovuto sorgere a Trino Vercellese e che mai si fece. Accanto ai due modelli in plastica, legno, metalli vari, in questo reliquiario industriale si conservano le documentazioni essenziali per una ricostruzione delle vicende che hanno segnato la storia del nucleare in Italia. Ci sono anche i faldoni con i dibattiti degli anni Cinquanta (corrispondenza, documenti, stampati delle aziende) relativi all’ambiente e alle questioni energetiche.

Il museo dell'Industria e del lavoro di Rodengo Saiano

Oltre a tutto questo, Rodengo Saiano è anche un discreto cimitero di vanità e di sogni, sovente legati a personaggi ormai entrati nella leggenda. Un esempio? In un angolo del grande deposito si vede, come don Rodrigo nel suo giaciglio al Lazzaretto, la Moviola a otto piatti per pellicole da 16 e 35 millimetri, costruita dalla ditta Prevost di Milano e realizzata per Herbert von Karajan. Quasi sicuramente la usò poche volte. Risale a una trentina d’anni fa - il celebre direttore d’orchestra morì nel luglio 1989 - e grazie ad essa poteva osservare diverse riprese particolareggiate dei filmati dei suoi concerti. Dovette passarci non poco tempo davanti, perché egli desiderava rivedere la resa d’immagine anche dei singoli strumentisti, oltre che la sua personale. La macchina giunse quando non era più il tempo del ciuffo che sapeva rimettersi a posto dopo il gesto assoluto della bacchetta e la smorfia capricciosa del viso. Il celebre direttore, si sa, era tanto charmant quanto vanitoso. Questo marchingegno era il suo specchio di Narciso; con esso avrebbe potuto vedersi, correggersi, forse adularsi. Ora è qui, per tutti coloro che desiderino riflettere sul passato dei miti.

Tra le mille cose che abitano questo deposito vale la pena aggiungere il Cinemobile Fiat 618, già dell’Istituto Nazionale Luce, risalente al 1936. Uscito dalla carrozzeria Viberti su disegno Revelli di Beaumont, è dotato di un proiettore per pellicole da 35 millimetri e diffusori di suono incorporati. Era un mezzo attrezzato che portava i film nei paesi e nelle contrade che ne erano privi, quando la televisione non c’era, e il cinema rappresentava l’unica forma di comunicazione visiva di massa. Un pezzo unico, prodotto all’origine in pochissimi esemplari modificando il furgone Fiat 618 a benzina (due litri di cilindrata) e dotandolo della migliore strumentazione dell’epoca: un apparato sonoro «Balilla» del 1935 e un proiettore della ditta milanese Cinemeccanica.

Al Museo dell’Industria e del lavoro di Rodengo Saiano (Brescia) c’è una stampante «modello Boston» che venne costruita nei primi del ’900. Era attivata manualmente, con una specie di colpo secco dopo aver inserito il foglio e spalmato l’inchiostro, e veniva utilizzata per i volantini. È identica a quelle che durante l’epopea del West americano servivano per stampare i fogli con l’identikit dei ricercati, i famosi «Wanted». Funziona ancora perfettamente e arriva dalla tipografia Ongarelli di Genova-Nervi, una vecchia azienda che a suo tempo realizzava le carte intestate dei nobili liguri.
Al Museo dell’Industria e del lavoro di Rodengo Saiano (Brescia) c’è una stampante «modello Boston» che venne costruita nei primi del ’900. Era attivata manualmente, con una specie di colpo secco dopo aver inserito il foglio e spalmato l’inchiostro, e veniva utilizzata per i volantini. È identica a quelle che durante l’epopea del West americano servivano per stampare i fogli con l’identikit dei ricercati, i famosi «Wanted». Funziona ancora perfettamente e arriva dalla tipografia Ongarelli di Genova-Nervi, una vecchia azienda che a suo tempo realizzava le carte intestate dei nobili liguri.
Dall’indagine compiuta presso il Pubblico Registro Automobilistico è possibile ricostruire, in parte, la storia del Cinemobile. Immatricolato il 25 maggio 1936 con la targa Roma 50679, nell’estate del 1944 «emigra» a Venezia con altri veicoli del Luce e viene impiegato durante la Repubblica di Salò con la targa Ve 11162. Alla fine della guerra torna a Roma e riprende la sua funzione per tutti gli anni Cinquanta, anche se i contenuti dei film e dei documentari sono cambiati, così come le scritte sul fianco del veicolo: precedentemente sormontate dallo stemma sabaudo con fasci littori, dopo la caduta del fascismo venne impressa l’attuale scritta della Repubblica italiana. La sua lunga attività si conclude nel 1964, quando l’ultimo proprietario lo abbandona tra le carcasse di un cimitero d’auto alla periferia di Roma. Lo preleverà un intenditore e, dopo qualche passaggio e l’indispensabile restauro, giungerà in questo capannone.

Rodengo Saiano è attrezzata per le visite. Dicevamo che appartiene alla bresciana Fondazione Musil, che ha già realizzato il Museo dell’energia idroelettrica della Valle Camonica e gestisce il Museo del ferro di Brescia. Tutto questo avrebbe dovuto essere convogliato in un grande centro con sede in città, in una fabbrica storica, la Metallurgica Tempini appunto di Brescia. Ma per ora la realizzazione è bloccata, nonostante la quasi totalità dei fondi sia già stata messa a disposizione da un accordo di programma. Occorrerebbe un atto di buona volontà della politica, che auspichiamo data l’unicità di questo patrimonio.

Intorno al deposito-museo ci sono dunque satelliti e fondazioni che attendono di essere riuniti per trasformarsi in un polo della memoria del lavoro che fu. In esso gli studenti poterebbero vedere, toccare, imparare meglio che sui testi scolastici. Non dimentichiamoci che, oltre quanto abbiamo raccontato - come sottolinea il direttore Pier Paolo Poggio - ci sono «anche cose piccole, non visibili come un carro o un tornio, ma che fanno parte della storia d’Italia». Tra i molti, la Fondazione Musil conserva l’intero archivio di Roberto Gavioli, il principale produttore delle pubblicità di Carosello: di lui si possono vedere gli originali dei cartoni animati che hanno condizionato la fantasia degli italiani nel momento del miracolo economico tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Qualche esempio? Vi trovate i disegni e i filmati di Capitan Trinchetto, di Caio Gregorio (il guardiano del pretorio), del duro Gringo che mangiava carne in scatola. Certo, ce ne sono tantissimi altri, non è possibile raccontarli tutti.

Inoltre questa Fondazione, che gestisce il deposito-museo di Rodengo Saiano, possiede anche migliaia di manifesti pubblicitari, cartelloni politici e del cinema, oltre duecentomila foto del Novecento, archivi aziendali e sindacali, di tecnici e imprenditori. Qui sono finiti per diverse ragioni anche un carteggio di Georges Sorel, i notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana nonché il fondo di Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza. E ancora: migliaia di fogli clandestini della seconda guerra mondiale, cartoline di propaganda e altre spedite da antifascisti mandati al confino, l’archivio di Gianni Comini, già federale di Brescia, che doveva «controllare» Gabriele d’Annunzio, «pericolo» per l’immagine di Mussolini.

Cose e macchine abbandonate dal progresso e conservate a Rodengo Saiano aiutano a riflettere sul tempo. In questo sito archeologico della tecnologia ci si accorge che c’è un passato da salvare per meglio comprendere le corse della nostra vita.

Armando Torno
23 maggio 2011(ultima modifica: 24 maggio 2011)© RIPRODUZIONE RISERVATA




La visita
Il museo è in via del Commercio 18, uscita di Ospitaletto della Milano-Brescia. È aperto dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30; il sabato dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30; la domenica dalle 15.30 alle 18.30. L’ingresso costa 3 euro. Si possono prenotare visite guidate. Informazioni sul sito www.musil.bs.it



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I Radicali in onda con un fantasma

Corriere della sera


La protesta contro il silenzio della Rai sui referendum



Il radicale Mario Staderini
Il radicale Mario Staderini
ROMA - La protesta va in onda con un «fantasma». È la scelta dei Radicali che hanno deciso di occupare con il silenzio lo spazio assegnato per la campagna elettorale referendaria in onda su Rai2 alle 17.15. Il segretario di Radicali Italiani Mario Staderini è infatti apparso in studio vestito da fantasma e con un cartello sul quale era scritto: «fantasma della democrazia, della legalità, dei referendum, dell'informazione». Nel suo intervento il «fantasma Staderini» ha denunciato che il calendario organizzato dalla Rai è fatto apposta per non informare i cittadini.

LE FASCE DI ASCOLTO - In una nota i radicali italiani accusano:«Per ciascun referendum sono previste solo quattro tribune collocate in fasce di bassissimo ascolto e tre contenitori di messaggi autogestiti, per un totale complessivo di meno di 3 milioni di ascolti. Nessuno spazio è previsto in prima serata neppure sulla rete più seguita, Rai1. L'articolo 5, comma 5 del Regolamento varato dalla Commissione di vigilanza prevede invece che le tribune siano trasmesse «su tutte le reti nazionali e nelle fasce orarie di maggiore ascolto, preferibilmente prima o dopo i principali notiziari».

LA TV FANTASMA - Dopo 14 anni torna dunque in tv il fantasma della democrazia. Nel 1997 fu Marco Pannella a presentarsi al pubblico delle tribune Rai completamente coperto da un lenzuolo bianco per denunciare la mancanza di legalità e di informazione sui referendum. I cittadini erano in quell'occasione chiamati al voto su sei quesiti, gli unici di 20 sopravvissuti alla tagliola della Corte Costituzionale. Il monito del leader Radicale rimase però inascoltato, il quorum venne a mancare e non fu mai più raggiunto nei referendum successivi. «Dopo che, con la complicità delle istituzioni e in primis della Commissione di vigilanza, sono già stati fatti fuori due terzi della campagna referendaria, la Rai è riuscita a nascondere quei pochi spazi di dibattito previsti, in aperta violazione dello stesso regolamento della campagna radiotelevisiva - dichiara nella stessa nota Mario Staderini. - Ancora una volta il Regime italiano conferma di aver in odio i referendum perchè ha paura che il popolo possa conoscere prima di scegliere e deliberare».


Redazione online
24 maggio 2011



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Medico legale chiede tangente a disabile

Corriere del Mezzogiorno

Arrestato insieme a un avvocato: dovevano pronunciarsi su un ricorso all'Inps che aveva sospeso il sussidio


NAPOLI – Si è vista chiedere una tangente dal medico legale, incaricato dal tribunale di Napoli chiamato a pronunciarsi sul ricorso che aveva presentato per riottenere il sussidio a favore della figlia disabile. La donna, Lucia Viggiano, 47 anni, ha però deciso di denunciare tutto alle forze dell’ordine che stamani hanno arrestato in flagranza il consulente insieme con un avvocato della provincia di Napoli. La vicenda che ha portato all’increscioso episodio inizia nel febbraio scorso quando Viggiano ha visto sospendersi dall’Inps il sussidio riconosciutogli dal tribunale alla figlia. La decisione dell’istituto di previdenza non ha fatto arrendere la donna che è ricorsa di nuovo alle vie legali. La sezione Lavoro del tribunale di Napoli, chiamata ad istruire la causa, ha richiesto una nuova consulenza medico-legale, la cui visita si è svolta poi nel febbraio scorso. «Dopo il primo appuntamento allo studio e, tramite un avvocato che avevo incaricato di seguire l’istanza, il medico ha avanzato una richiesta di 500 euro per sbloccare la pratica», spiega oggi la madre, che aggiunge come la condotta del medico non abbia tenuto in minima considerazione «la sofferenza che c’è dietro questa vicenda personale». «La mia sofferenza è diventata la mia forza», prosegue la Viggiano. «Denunciare non è stato facile. L’ho fatto per mia figlia e, con il sostegno dell’associazione “Tutti a scuola”, anche per dare un segnale a quelle famiglie che, da sole, non hanno la forza di andare fino in fondo. Insieme, possiamo dimostrare che non funziona in questo modo. Una città più umana, giusta, solidale è possibile».


L’ARRESTO - Nel corso di vari contatti telefonici tra la donna e il legale, che fungeva da intermediario con il consulente, era stato organizzato un incontro per le 10 di martedì mattina per la consegna della tangente presso i locali del Tribunale di Napoli, consegna che è effettivamente avvenuta. All’ora convenuta i carabinieri si sono posizionati nei pressi del luogo dell’incontro, in maniera da poter assistere alla consegna senza essere notati. Al momento giusto i militari sono intervenuti procedendo all’arresto in flagranza degli indagati. Il presidente di “Tutti a scuola”, Toni Nocchetti, aggiunge: «Sarà il magistrato a stabilire, a questo punto, la fondatezza della nostra denuncia. Se essa, come auspichiamo, sarà sancita da una sentenza definitiva ci troveremmo di fronte ad una odiosa e ripugnante vicenda che colpisce i nostri figli più deboli».

Francesco Parrella
24 maggio 2011

Maxi sequestro per i ragazzi che aggredirono i carabinieri

Corriere della sera


Beni per 500 mila euro sono stati sequestrati al maggiorenne e alle famiglie dei tre minorenni arrestati dopo l’aggressione ai due carabinieri avvenuta il 25 aprile a Sorano



GROSSETO - Beni per 500 mila euro sono stati sequestrati al maggiorenne e alle famiglie dei tre minorenni arrestati dopo l’aggressione ai due carabinieri avvenuta il 25 aprile a Sorano (Grosseto), vicino a un rave party. Il legale di uno dei militari spiega che si tratta di un sequestro conservativo per assicurare che gli indagati possano pagare il risarcimento che potrà essere stabilito dal giudice.

In manette finirono tre minorenni - fra cui una ragazza e un ragazzo divenuto maggiorenne pochi giorni dopo - e un diciannovenne. Dei due militari uno, Domenico Marino, rischia un occhio, mentre l’altro, Antonio Santarelli, ha subito danni cerebrali. In una nota, l’avvocato Paolo Bastianini, che assiste Marino, spiega che «con l’accoglimento dell’estensione alle famiglie della richiesta di sequestro si afferma un principio generale di responsabilità del genitore, che ha l’obbligo di vigilare sulle azioni del figlio minore delle quali può eventualmente essere chiamato a rispondere direttamente».


24 maggio 2011





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Moschee, frattura tra la Lega e la Cei

di Redazione


Presentato al Senato un ddl per regolamentare la costruzione delle moschee: finché non sarà firmata un'intesa tra Stato e islam, ogni edificio di culto dovrà essere autorizzato dalla Regione previo referendum. La Cei: "La moschea è un diritto, ma siano rispettate le leggi e la Costituzione"



Roma


No alla costruzione di nuove moschee fino a un’eventuale intesa tra Stato e islam mentre, in via transitoria, ogni edificio di culto dovrà essere autorizzato dalla Regione previo referendum tra la popolazione del Comune interessato. A chiederlo è un disegno di legge depositato in Senato dalla Lega Nord e che prevede la creazione di albi degli imam. Il testo si basa sull’articolo 8 della Costituzione che stabilisce che i rapporti delle confessioni religiose con lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. A smorzare i toni ci pensa invece la Cei ricordando che la libertà religiosa è sancita dalla Costituzione, per quanto debba essere regolamentata dalla legge.

"Il diritto di esercitare una fede non è messo in discussione, ma altra cosa sono gli edifici di culto che hanno un impatto sul territorio", ha spiegato il vicecapogruppo del Carroccio Sandro Mazzatorta. "Tutti a parole dicono di voler disciplinare la materia, ma nessuno fino a oggi ha avuto il coraggio di farlo", ha aggiunto l'esponente leghista. Da qui i dieci articoli proposti dai lumbard. Il Carroccio si pone il problema di regolare in concreto la presenza di comunità molto numerose che rivendicano a vari livelli il mantenimento di una loro identità culturale e religiosa contrapponendosi alla nostra.

Il fatto stesso che all’interno di numerose moschee italiane siano state segnalate pericolose contaminazioni di matrice fondamentalista e concrete attività terroristiche ha spinto la Lega a non perdere tempo e lavorare per una disciplina legislativa che "garantisca l’integrità della sovranità statuale e l’ordine pubblico e la sicurezza stessa dei cittadini". Secondo Mazzatorta, infatti, c'è il "fondato sospetto" che "spesso la moschea sia anche un luogo 'militare' e le cronache quotidiane sono piene di fatti raccapriccianti".

In via transitoria, le Regioni potranno autorizzare comunque i luoghi di culto. Per ottenere il permesso, la confessione religiosa dovrà presentare domanda alla Regione "corredata del progetto edilizio, del piano economico-finanziario con indicazione anche degli eventuali contributi pubblici richiesti e dell’elenco degli eventuali finanziatori italiani o stranieri". L’edificio "deve avere dimensioni stabilite in rapporto al numero degli aderenti alla confessione religiosa che lo ha presentato". Il progetto sarà, quindi, trasmesso al sindaco del Comune in cui sorgerà l’edificio e potrà essere autorizzato dalla Regione solo previo referendum. Saranno sempre le Regioni a dover provvedere alla redazione del piano di insediamento dei nuovi edifici "tenendo conto del numero di immigrati legalmente residenti". Il piano poi andrà trasmesso al ministero dell’Interno e aggiornato ogni cinque anni. Nel ddl non mancano tutta una serie di paletti che puntano a garantire la sicurezza dei cittadini: non potrà esserci nel raggio di un chilometro un altro edificio di culto diverso (per esempio una chiesa); sarà vietata la diffusione con altoparlanti della preghiera del muezzin; i Comuni potranno individuare aree in cui sarà vietato costruire moschee.

Le confessioni devono essere organizzate secondo statuti conformi ai principi dell’ordinamento giuridico. Statuti che dovranno essere approvati dal ministero dell’Interno e dalle Camera. Non solo. Per i ministri del culto, i formatori spirituali e le guide di culto il ddl prevede un apposito registro, un sorta di "albo" che sarà gestito dal ministero dell’Interno: per l’iscrizione sarà necessario avere la cittadinanza italiana e non avere condanne a carcere passate in giudicato. A questi sarà vietato lo "svolgimento di attività non strettamente collegate all’esercizio del culto negli edifici autorizzati", comprese "le attività di istruzione e di formazione e le attività culturali e commerciali". Ma sarà, soprattutto, vietato l’uso di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente collegate all’esercizio del culto e l’abbigliamento dovrà consentire l’identificazione della persona. 

A rispondere indirettamente alla Lega Nord ci pensa monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei. "La costruzione di una moschea - spiega Crociata - risponde al diritto fondamentale della libertà religiosa e di poter disporre di luoghi di culto, ma non essendo la moschea solo luogo di culto, ma anche di aggregazione sociale, deve rispondere anche alle esigenze di vita sociale e comunitaria secondo la nostra comunità civile, la nostra Costituzione e le leggi che in Italia regolano la convivenza".




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Napoli-Juventus, accolti dai tifosi bianconeri con l'immondizia

Il Mattino

Ecco come i civilissimi tifosi torinesi hanno accolto i napoletani per Juventus-Napoli domenica scorsa.








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Castellammare: Fincantieri chiude Rabbia, tensione e danni devastato Municipio, bloccata Sorrentina

Il Mattino


CASTELLAMMARE - Un presidio di circa un centinaio di operai è in corso all'interno dello stabilimento Fincantieri di Castellammare di Stabia (Napoli). Un'altra decina di lavoratori si trova invece all'interno del Municipio dove la scorsa notte ci sono stati momenti di forte tensione a causa delle proteste degli operai contro il piano aziendale che prevede la chiusura dello stabilimento stabiese.

Almeno un centinaio di lavoratori dei cantieri navali e dell'indotto ha trascorso infatti la notte nel Municipio della città che è occupato dalla tarda serata di ieri dalle maestranze dopo che, in un incontro avvenuto a Roma nella sede di Confindustria, era stata diffusa la notizia che l'impianto stabiese è destinato alla chiusura.

Gli operai preannunciano per oggi una giornata di durissime proteste. Oltre a proseguire nell'occupazione del Municipio, intendono infatti attuare un blocco stradale lungo la strada statale sorrentina che rischia di far rimanere isolati i comuni della fascia costiera.

I manifestanti ieri sera hanno provocato danni alle strutture del Municipio, fracassando vetri, rompendo mobili ed anche i banchi della sala del consiglio comunale.

La rabbia e la tensione che nelle prime ore della nottata erano altissime si sono andate stemperando con il trascorrere delle ore anche per l'intervento del sindaco Luigi Bobbio, del vicesindaco Giuseppe Cannavale, del comandante dei vigili urbani, dei capigruppo dei partiti e di alcuni consiglieri comunali che sono rimasti a lungo asserragliati negli uffici.



Sorrentina bloccata. Un folto gruppo di operai della Fincantieri di Castellammare di Stabia sta bloccando la Statale Sorrentina, in provincia di Napoli. Il blocco è in corso all'incrocio del bivio di Pozzano. La manifestazione rientra nelle iniziative decise dopo l'annuncio del piano industriale che prevede la chiusura dello storico stabilimento stabiese. Su alcune serrande abbassate di negozi della città sono apparse locandine di solidarietà con gli operai.



Devastato il Municipio. È uno scenario di devastazione quello che si presenta nel Municipio di Castellammare di Stabia. I simboli dell'Unità d'Italia, come i busti in marmo di Garibaldi e Vittorio Emanuele, custoditi a Palazzo Farnese sono finiti in pezzi. Si sono salvati solo il Crocifisso e il quadro del Presidente Napolitano. Ridotte in pezzi le scale di marmo, sfasciate e gettate negli angoli dei corridoi le sedie antiche, distrutti arredi storici e scrivanie, computer e fotocopiatrici. I fascicoli dei documenti del Consiglio comunale sono stati lanciati nell'androne del Palazzo e nella piazza antistante il Municipio mentre i banchi dell'aula consiliare sono stati divelti. Al Comune si procede alla stima dei danni. Sui muri campeggiano scritte contro il sindaco: «Bobbio fascista infame», «Antifa, Castellammare libera, Stabiesi mai arresi». E ancora «Bobbio devi morire».

Il primo cittadino sta incontrando il presidente della Regione, Stefano Caldoro mentre la Prefettura gli ha assegnato una scorta per proteggerlo da eventuali aggressioni. Antonio Sicignano, consigliere comunale che ieri ha accompagnato i lavoratori per la trasferta a Roma, ha affermato: «Spero che a breve vengano individuati i responsabili di tutto questo. Vanno condannati e isolati. Posso affermare che non si tratta di operai».



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La replica di Tettamanzi: "L'attacco di Sallusti? Agisco solo da vescovo"

di Redazione


Il cardinale risponde all'editoriale del direttore: "Non mi turba". E su Milano: "La sfida è la famiglia"





Milano

"Non conten­to di aver quasi distrutto la diocesi, oggi Tettamanzi e compagni cercano di di­struggere anche la città, tanto lui, il cardi­nale, tra pochi mesi andrà (finalmente) in pensione e i cocci saranno tutti nostri", scriveva ieri Sallusti. E oggi è arrivata la replica dell'arcivescovo di Milano che ha precisato: "Quando intervengo faccio di tutto per intervenire da credente e da vescovo, tengo presente il Vangelo, le reazioni che possono esserci non mi turbano". Agli attacchi contro Tettamanzi ha ribattuto oggi anche il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che rispondendo alle lettere di due lettori sul ballottaggio milanese, ha bollato quelli de Il Giornale come "fendenti ingiusti e scriteriati".

L'importanza della famiglia Nel corso della conferenza stampa in Vaticano sull’incontro internazionale delle famiglie che si svolgerà l’anno prossimo a Milano, il cardinale risponde così ad una domanda dei giornalisti sulle politiche famigliari in Italia e, in particolare, a Milano: "Non solo si può fare di più, ma si deve fare di più, per la politica famigliare così come per tante altre politiche. In particolare per la famiglia sappiamo che, da un punto di vista geografico, l’Italia non brilla come potrebbe come dovrebbe".

La sfida di Milano In particolare, secondo Tettamanzi, "Milano viene sollecitata fortemente ad essere ’medio-lanum’, cioè terra di mezzo, crocevia di popoli che cercano nel Dio vivente l’unica vera risposta per la propria vita e luogo di interrogazione reciproca tra chiesa e società". E in proposito, rispondendo alle domande dei giornalisti, il cardinale ha citato il tema degli immigrati sottolinenando che l’integrazione porta ad un arricchimento reciproco. Per Tettamanzi, "questi contenuti e quelli che saranno offerti nei prossimi mesi sono salutari per noi e per tanti che vorranno lasciarsene provocare. Potranno e, auspicabilmente, dovranno provocare la nostra responsabilità e la nostra creatività ecclesiale e istituzionale. Nella nostra città - ha ricordato l’arcivescovo di Milano - ci sono 103 consoli (tanti quanti ne ha New York) che ho avuto la gioia e l’onore di incontrare l’anno scorso; fatto questo che dice come simile respiro e ampiezza di orizzonti abitino già fortemente i nostri vissuti cittadini, posto che vogliamo accorgercene". "Dovranno confrontarsi sul tema della famiglia - ha continuato il cardinale rivolto ai giornalisti - quanti si occupano di sociale, del mondo del lavoro, del tempo libero".





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Vittima 15enne di Don Seppia manda un sms a un'amica: "Se non la smette mi suicido"

Quotidiano.net


Il messaggio e’ stato intercettato dai Carabinieri durante l’inchiesta sulle molestie, sulle presunte violenze sessuali sui minori e sulle cessioni di droga attribuiti al sacerdote. Caccia in prefettura a vecchio dossier su Don Seppia




Genova, 24 maggio 2011


“Se non la smette mi suicido”. E’ questo il contenuto di un sms inviato da una delle vittime di don Riccardo Seppia, un ragazzo di 15 anni, ad una sua amica.

L’sms e’ stato intercettato dai Carabinieri del Nas di Milano durante l’inchiesta sulle molestie, sulle presunte violenze sessuali sui minori e sulle cessioni di droga attribuiti al sacerdote di Sestri Ponente, don Riccardo Seppia, arrestato la sera del 13 maggio su disposizione del Gip di Milano, Maria Vicidomini. Il messaggio e’ contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare del Gip milanese.

E’ opinione dei magistrati di Milano che il ragazzino, a causa delle pressioni subite da parte del sacerdote, fosse caduto in depressione e fosse realmente intenzionato ad uccidersi. “E’ una frase che chiunque potrebbe pronunciare senza avere nessuna intenzione reale di suicidarsi - commenta Paolo Bonanni, avvocato di don Seppia - inoltre questa frase non ha trovato alcun seguito negli atti sebbene contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare”.

DON SEPPIA POTREBBE ESSERE INCRIMINATO ANCHE PER PROSTITUZIONE MINORILE - Potrebbe essere indagato anche per prostituzione minorile, Don Riccardo Seppia, il parroco genovese arrestato dai carabinieri del Nas di Milano con l’accusa di abusi sessuali su un chierichetto minorenne e cessione di cocaina.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Secolo XIX, la Procura del capoluogo ligure starebbe per formalizzare il nuovo capo di accusa nei confronti del sacerdote, che ieri è stato trasferito dal carcere genovese di Marassi, dove veniva quotidianamente minacciato e insultato dagli altri detenuti, alla sezione speciale del carcere di Sanremo dedicata ai “sex offenders”.

Nel registro degli indagati, secondo il quotidiano genovese, sarebbe stato iscritto anche un finanziere di 41 anni, con cui Don Seppia avrebbe avuto frequenti contatti telefonici e un 26enne originario della Guinea Bissau, che avrebbe cercato di arruolare bambini per soddisfare le presunte voglie del sacerdote. L’ex seminarista Emanuele Alfano, in carcere con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile e favoreggiamento, avrebbe accusato Don Seppia di aver fatto sesso a pagamento con almeno due minorenni, smentendo il parroco stesso che nel corso dell’interrogatorio avrebbe ribadito di aver avuto molti rapporti omosessuali ma solo con partner maggiorenni.

CACCIA A VECCHI DOSSIER SU DON SEPPIA - Nel 1994 un medico genovese denuncio’ don Riccardo Seppia perche’, a suo dire, il sacerdote aveva preso a tempestare di telefonate i suoi figli, due femmine di 10 e 13 anni, e un maschio di 15 anni. Se la cornetta l’alzava lui, si sentivano solo respiri, ma se toccava ai piccoli, allora il maniaco parlava. “Con loro perdeva ogni freno e pronunciava frasi blasfeme, pornografiche. Non riusciva a fermarsi e ogni volta sconvolgeva i ragazzi”. La vicenda era stata riportata alcuni giorni fa dal quotidiano genovese ‘Il Secolo XIX’. Inizialmente la denuncia del medico fu contro ignoti. Le successive indagini chiarirono che le telefonate arrivavano dalla parrocchia di San Pietro di Quinto, frequentata dai figli del medico.

Don Seppia allora era curato proprio a San Pietro di Quinto e fu trasferito. Le telefonate cessarono, don Seppia divenne parroco a Calvarezza, Pareto e Frassinello in Valbrevenna. Ora il facente funzione procuratore capo di Genova, Vincenzo Scolastico, ha spiegato: “Stiamo cercando negli archivi, per trovare quel fascicolo, e valutarlo con grande attenzione per stabilire se eventualmente sia necessaria una nuova attivita’ d’indagine anche in quell’ambito”.







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Napoli, all'Ikea truffa dei maxisconti ad amici e parenti: indagati 17 dipendenti

La minaccia degli allevatori: «Fucili contro gli esattori»

Corriere della sera


Annuncio del leader dei Cospa Giacomazzi: si stanno armando, l’ho segnalato alla procura. E rivela: «Io il destinatario della supermulta da quattro milioni»



VERONA — Fucili e pistole per «difendersi» dagli esattori. Che il popolo delle quote latte non vada tanto per il sottile s’era capito venerdì scorso con il «sequestro», durato cinque ore, del dipendente di Equitalia Paolino Zanellato, colpevole di aver consegnato una cartella esattoriale da 587mila euro a Mirko Pozzan, un allevatore di Lonigo, nel Vicentino. Ma ora c’è davvero il rischio che qualcuno perda la testa. E a dirlo è il presidente nazionale del Cospa, il veronese Vilmare Giacomazzi. «Ho partecipato a una riunione, alcuni giorni fa, con altri allevatori. C’è molta rabbia e alcuni di loro hanno detto chiaramente che andranno a comprare fucili e pistole. Sono pronti a usarle, nel caso qualche altro esattore pretenda di incassare queste multe folli». Giacomazzi è preoccupato. Spiega di avere subito avvertito le forze dell’ordine e la procura, sollecitando il blocco delle cartelle esattoriali. «Ho invitato i colleghi a mantenere la calma, ma sono esasperati: questa non è un’esazione, ma un’estorsione vera e propria, che ha lo scopo di tappare la bocca a chi ha il coraggio di denunciare le irregolarità».

In Veneto starebbero per arrivare sanzioni per seicento aziende, di importo variabile tra 400mila e 5 milioni di euro. E tra i più colpiti c’è proprio Giacomazzi, uno dei leader della protesta. «Dicono che dovrei pagare oltre 4 milioni di euro. Una cifra basata su calcoli assurdi, che non pagherò. Nessuno di noi è disposto a farlo. Perchè Equitalia, prima di riscuotere, dovrebbe almeno ottenere la certezza del credito. E invece non c’è stata alcuna verifica ». Il presidente del Cospa, 63 anni, si definisce «allevatore da sempre». Un lavoro tramandato di padre in figlio da generazioni, visto che la sua famiglia opera nel settore da oltre un secolo. Oggi è alla guida di un’azienda che ha sede a Oppeano, con 220 bovini in lattazione. «Hanno fissato per il mio allevamento delle quote latte che non sono state aggiornate per molti anni. E ora pretendono di sanzionarmi per aver sforato... ». Ieri il Cospa ha inoltrato alla procura di Padova un’integrazione alla denuncia presentata nel dicembre del 2009 contro Fausto Luciani, dirigente dell’Agenzia Veneta per i Pagamenti in Agricoltura (Avepa). Un’inchiesta che sembrava destinata a finire in un nulla di fatto, visto che il pmLuisa Rossi ha chiesto l’archiviazione.

Ma Giacomazzi e altri allevatori si sono opposti. Ora chiedono la riapertura dell’indagine. Nei nuovi documenti consegnati alla procura si denunciano «fenomeni truffaldini alla base di calcolo delle vacche da latte e sulle emissioni di super prelievi e di provvedimenti sanzionatori». Il riferimento è alla scoperta di allevamenti «di carta», cioè aziende che si accaparravano le quote senza neppure avere dei bovini. Ma nella documentazione inoltrata agli investigatori si fa anche riferimento alla pallottole spedite il mese scorso al governatore del Veneto, Luca Zaia. Il Cospa inoltre collega un’indagine di Pordenone alla morte di un funzionario e alle intimidazioni subite dal presidente della Regione: «Abbiamo presentato denuncia penale contro il dirigente di Agea (l’agenzia per le erogazioni in Agricoltura, ndr) del Friuli, Silverio Scaringella. Il pm Riccardo Facchin - si legge nelle carte - ha detto che avrebbe chiesto ulteriori chiarimenti alla procura di Roma e ai dirigenti di Agea del Friuli, in particolar modo a Scaringella. Non ci è dato sapere cosa sia successo, ma il dirigente Scaringella si è suicidato e nel medesimo giorno è arrivata al governatore Zaia una busta chiusa contenente due pallottole». Fucili, pistole e pallottole. I giorni più caldi della battaglia sulle quote latte forse devono ancora venire.


Andrea Priante
24 maggio 2011



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Ecco il disco di Bossi: ascoltatelo

Corriere della sera

 

l capo della Lega, con lo pseudonimo di Donato, nel 1964 incise due canzoni: «Ebbro» e «Sconforto»

 

BRESCIA - Dove eravamo rimasti? Al fatto che Mirko Dettori musicista con la passione per le canzonette d’epoca, aveva scovato in un vecchio cassetto di casa sua un cimelio assoluto per i «feticisti» non solo dei vecchi 45 giri, ma anche della politica. Si tratta del disco – di cui si era sempre favoleggiato ma che nessuno aveva mai rintracciato né tantomeno ascoltato – inciso nel 1964 dall’allora ventunenne Umberto Bossi. Dettori aveva messo in vendita su un sito specializzato quella «chicca» per una cifra iperbolica, 250 mila euro, che lui per primo aveva definito una provocazione. Come è andata a finire? «In questi mesi», racconta il musicista che vive a Brescia, «di offerte ne sono arrivate: siamo naturalmente lontani dalla “sparata” iniziale, ma anche da quotazioni che più realisticamente si possono portare a casa. Si sono fatti avanti tanto appassionati di musica quanto militanti leghisti».

 

 

RARITÀ - Sul vinile, edito per la scomparsa casa discografica Caruso, Bossi – che nella sua breve carriera musicale usava lo pseudonimo di Donato – sono incisi due brani, scritti dal senatur in coppia con il musicista Umberto Mazzucchelli: Ebbro, che è un boogie woogie, e Sconforto, definito secondo i canoni dell’epoca «rock lento». Adesso vengono svelate piccole porzioni di quei brani, non certo destinate a cambiare la storia della musica ma di sicuro ad attirare la curiosità sulla biografia di un personaggio che, molti anni più tardi, ha intrapreso una strada del tutto diversa. Bossi per primo, rievocando i suoi trascorsi canterini, bocciò quell’esperienza: «Erano proprio brutte canzoni». Mirko Dettori non si sbilancia in giudizi, ma stuzzica lo stesso le corde emotive del senatur: «Se riascoltando la sua voce di ventenne proverà almeno un po’ di emozione, sarò contento».

 

Claudio Del Frate
24 maggio 2011

Il garantista Vecchioni ora canta per l'ex pm dalle manette facili

di Fabrizio De Feo


Il cantautore si è esibito a Napoli a sostegno di De Magistris. Ma quando finì ingiustamente in cella per uno spinello scrisse un inno anti giustizialista 



RomaUn’acrobazia del genere forse uno se la sarebbe potuta aspettare dai «Camaleonti», se non per la loro gloriosa storia musicale almeno per le caratteristiche della specie animale da cui il gruppo prende il nome. Eppure a cantare a Napoli in piazza Dante, e a prendersi gli «Applausi» cari al gruppo beat-pop degli anni ’60 e ’70, c’era proprio lui, Roberto Vecchioni.

«Ho annullato tutti gli impegni per essere qua. Grazie a De Magistris perché ha impersonato la vera Napoli come deve essere e come sarà», dice alla folla l’autore di Luci a San Siro. Eh sì, perché per una sorta di par condicio del trattamento canoro, Vecchioni dopo aver cantato a Milano per l’ultragarantista Pisapia, domenica sera è sceso nella città partenopea per omaggiare e sostenere un ex pm che, per dirla con Giuliano Ferrara, «non è esattamente un eroe anonimo della giustizia giusta, ma un magistrato che ha fatto della politica il suo core business».

«È una piazza, meravigliosa, è una piazza che vuole essere accanto a Luigi» continua il vincitore di Sanremo che cita Pericle e il suo «Discorso agli ateniesi». E conclude la lettura con una battuta: «Tutto questo Berlusconi non lo sa» (figuriamoci allora i berlusconiani che, come ci insegna lady Vecchioni, la scrittrice Daria Colombo, sono un popolo «antropologicamente diverso» da quello delle persone capaci di giudicare il bene e il male). E poi sotto con «Bella Ciao», intonata assieme alle migliaia di persone presenti.

Verrebbe da pensare a un verso di Samarcanda, «era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l’altro ieri là?». Oppure a una canzone di un’altra icona della sinistra radical-chic, spesso incline ai toni resistenziali, Fiorella Mannoia, con la sua Come si cambia. Ma più semplicemente viene in mente lui, Roberto Vecchioni, quando in uno dei suoi brani più noti raccontava come, nell’Italia di trent’anni fa, si potesse finire al fresco per una casualità o, più semplicemente, a causa delle ferie d’agosto del giudice per la convalida.

Altri tempi. Il destino evidentemente è mutevole e il ricordo di quel «Signor Giudice», quel magistrato «così, così» deve essersi sbiadito nel tempo. Era il 1979 e Vecchioni dava alle stampe un brano destinato a diventare una sorta di manifesto garantista, una fotografia in musica - bagnata nel sarcasmo - di una disavventura carceraria vissuta sulla propria pelle. Sì, perché quel «Signor giudice» - «lei venga quando vuole più ci farà aspettare, più sarà bello uscire.

Signor giudice si compri il costumino, si mangi l’arancino col suo pomodorino» - esisteva davvero ed era il magistrato che il 17 agosto di quell’anno lo aveva fatto arrestare e poi tradurre al Castello, il carcere di Marsala, con l’accusa di spaccio perché un ragazzo aveva sostenuto che due anni prima, durante un concerto alla festa de l’Unità della città siciliana, il cantante gli aveva passato uno spinello. Una versione che lo stesso accusatore ritrattò quando le verifiche si fecero più stringenti. Ma tanto bastò per disporre alcuni giorni di custodia cautelare per il cantante.

Quell’esperienza lo segnò e lo portò per anni a inseguire giustizia. Ma, si sa, per dirla con Vasco, «i giorni passano, i ricordi sbiadiscono, le abitudini cambiano» e così ci si ritrova all’ombra di un altro castello, il Maschio Angioino, a sostenere la candidatura di un pm d’assalto. Un miracolo napoletano, uno «scurdammoce ’o passato» che oggi gli vale una iscrizione di diritto nel girone dei duri e puri alla Flores d’Arcais, al centro esatto di quella anomalia italiana in base alla quale uno che contesta il governo vede nell’autorità giudiziaria un compagno di lotta. Eppure quella celebrazione ironica della fragilità dell’imputato, della solitudine e della medietà del cittadino, dell’essere «così così» rispetto allo stato sovradimensionale del Giudice con la g maiuscola, che si ascoltava in quella canzone del ’79, è un ricordo che molti di noi portano dentro. E che ad alcuni ispira, senza volare tanto alto, almeno una certa «nostalgia canaglia». E una robusta diffidenza verso il contraddittorio manifesto di una sinistra «così, così».




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Genova, il seminarista confessa ai magistrati: "Pagavamo i ragazzi per fare orge insieme a noi"

di Diego Pistacchi


Scandalo di Genova l'ex seminarista, complice di don Seppia, confessa il giro di droga e ragazzini. Il cardinale Bagnasco torna a parlare del caso: "Una commissione tradurrà le linee guida del Vaticano contro l'infame emergenza della pedofilia"




Genova - In tre dicono tre cose diverse. Il quarto tace. La tremenda storia di rapporti sessuali e droga che gira intorno alla figura del parroco di Sestri Ponente arrestato viene sempre confermata da tutti. Ognuno però cambia i protagonisti, ognuno incolpa gli altri. E solo un diciottenne egiziano che avrebbe partecipato a incontri con il sacerdote abbandona ogni tipo di remora e accusa esplicitamente sia il sacerdote, sia l’ex seminarista attualmente in carcere.

I magistrati che indagano sulla vicenda che ha sconvolto la comunità genovese e tutta Italia non hanno difficoltà ad aggiungere riscontri agghiaccianti e altre testimonianze nei faldoni di un’inchiesta già fin troppo voluminosa. Ma il dettaglio che non coincide nelle testimonianze dei tre non è di poco conto. Perché il ragazzo egiziano sostiene di aver avuto rapporti sessuali con don Riccardo Seppia insieme a un altro suo amico minorenne di origine albanese. Contemporaneamente. E a pagamento. Il magistrato, codice alla mano, traduce l’immagine dell’orgia con un’accusa di induzione alla prostituzione minorile sia per l’egiziano diciottenne sia per il parroco.

Da questo quadro si può comprendere perché don Seppia ammetta di conoscere il giovane egiziano ma neghi di aver avuto con lui rapporti sessuali. Quelli, a detta del prete, li avrebbe avuti solo l’ex seminarista ventiquattrenne Emanuele Alfano. Che da parte sua corregge la versione. Sì, incontri a scopo sessuale con l’egiziano li ha avuti. E sì, li ha avuti anche quando il ragazzo era ancora minorenne. Ma ogni tipo di rapporto era consensuale, così come l’accordo sul «pagamento» delle prestazioni. Soprattutto, conferma Alfano, i numeri di telefono dell’egiziano e del suo amico minorenne albanese, li ha passati al sacerdote.

Tutto raccontato come fosse del tutto normale: «Ho pagato quei ragazzi perché si usa così- ha detto l’ex seminarista al magistrato che lo interrogava - Ho dato loro dei soldi, ma non pensavo di commettere un reato». E ancora: «Una volta vidi un ragazzino che mi piaceva sul sagrato della chiesa dello Spirito Santo. Lo avvicinai e lo caricai. Me lo portai in casa». Una normalità che non solo disgusta, ma rafforza la convinzione di pm e gip sulla necessità di tenere in carcere i due protagonisti della vicenda.

Don Seppia è stato trasferito, su sua richiesta, nel penitenziario di Sanremo. L’ex seminarista resta a Marassi. Ma anche il giovane egiziano dovrà rispondere di favoreggiamento della prostituzione minorile, visto che tutti confermano come sia stato lui a mettere in contatto l’amico minorenne con il prete e l’ex seminarista. Verità che scuotono la chiesa, soprattutto il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, la cui diocesi ha vissuto direttamente lo scandalo di Sestri Ponente. Il cardinale genovese, aprendo i lavori della sessantatreesima «Assemblea generale della Cei», ha annunciato la costituzione di una commissione che tradurrà le linee guida del Vaticano contro la pedofilia dei preti, quella che Bagnasco ha definito l’«infame emergenza».

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Altro che finta aggressione: ci sono i referti e i testimoni

di Luca Fazzo


Un commerciante: "Colpita con due ginocchiate". Il fatto confermato da due vigili presenti alla scena




Milano - Una testimone oculare, una siriana intervistata da Radio Popolare, che smentisce tutto, «non c’è stata alcuna aggressione, la signora si è semplicemente messa a sedere». Ma altre testimonianze che dicono esattamente il contrario: Franca Rizzi, madre di un assessore del Pdl e lei stessa militante berlusconiana è stata effettivamente colpita al termine di un diverbio con un sostenitore dello schieramento opposto, durante la visita di Letizia Moratti al mercato rionale di via Osoppo.

E almeno due di queste testimonianze, quella di altrettanti vigili urbani presenti alla scena, sono contenute nel rapporto che il capo della Digos Bruno Megale invierà stamane al pubblico ministero Armando Spataro: rapporto che dovrebbe costituire la chiusura di un «giallo» sulla cui ricostruzione i due schieramenti si sono affrontati pesantemente in questi giorni finali di campagna elettorale, con il centrosinistra che parlava di «sceneggiate, di tuffi in area di rigore», un po’ come si era detto dell’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo.

Anche i referti medici dell’ospedale San Carlo, con i cinque giorni di prognosi riconosciuti alla anziana signora, costituiscono un riscontro: ma si tratta di referti basati (in assenza di lesioni evidenti) sui sintomi dichiarati dalla stessa paziente. Oggettive sono invece le testimonianze. Come quella del commerciante Alessandro Di Pietro, titolare di un banchetto al mercato di via Osoppo, che racconta al Giornale: «Ho visto la signora che era già sorretta da due uomini, si è avvicinato questo tipo sdentato e le ha dato due ginocchiate. L’ho vista accasciarsi davanti ai miei occhi. Quando sono intervenuto per aiutarla, quello che l’aveva colpita se l’è presa anche con me, mi minacciava “Ti vengo a prendere”». È una ricostruzione che Di Pietro si dichiara pronto a ripetere anche agli inquirenti.

Già nelle mani della Digos, invece, è il racconto dei «ghisa» che hanno assistito alla scena. Sono testimonianze, venendo da pubblici ufficiali, che hanno un peso particolare. Racconta al Giornale uno di loro: «Ero con i miei sette colleghi al mercato, in servizio antiabusivi. Sapevamo che stava per arrivare il sindaco, e poiché il clima era tutt’altro che favorevole eravamo un po’ sulle spine. Infatti appena la Moratti ha iniziato la sua passeggiata tra le bancarelle sono iniziati a volare urla e insulti tra sostenitori e oppositori. A un certo punto mi sono trovato davanti un uomo e una donna che si urlavano in faccia, viso a viso, fino a che l’uomo ha colpito la signora al femore con due ginocchiate. Intervenire era difficile, rischiava di diventare un problema di ordine pubblico, allora senza qualificarci abbiamo iniziato a rallentare la camminata dell’uomo che stava cercando di allontanarsi insieme ad altri soggetti che lo incitavano a sparire.

C’era una ressa incredibile, una confusione generale. Alla fine un agente del commissariato Bonola lo ha avvicinato e gli ha chiesto i documenti, lui ha rifiutato di consegnargli, e ha provato a rifiutarli anche quando è arrivato l’equipaggio di una Volante, ma a quel punto eravamo così numerosi da poter affrontare la situazione. Gli agenti hanno spiegato all’uomo che o consegnava i documenti o lo avrebbero portato via con la Volante. E lui si è rassegnato».




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Politica e aggressioni Le botte date al Pdl sono sempre presunte

di Luigi Mascheroni


Il caso della signora assalita a Milano dai sostenitori di Pisapia diventa per la stampa di sinistra "un’invenzione". Una tecnica già collaudata: se la vittima è l’avversario politico, bisogna negare la violenza e adombrare sospetti.


Un tempo, quando gli anni erano davvero di piombo, i terroristi di sinistra, a partire dalle Brigate Rosse, sono stati troppo a lungo «sedicenti». E la maggior parte delle stragi e degli attentati erano derubricati ad atti di una più ampia strategia della tensione dietro la quale si nascondeva invariabilmente l’estremismo nero o non meglio identificabili schegge impazzite dei servizi di Stato, secondo il seguente assioma: chi progetta una strage lo fa per favorire una reazione di stampo conservatrice nell’opinione pubblica, la quale possa giustificare l’instaurazione di un governo forte o di una dittatura, cioè una forza di destra o addirittura fascista. Un ragionamento semplice, ma efficace nella sua falsificazione storica.

Oggi, mutatis mutandis, e applicando le debite proporzioni tra quel lontano periodo di guerra civile e l’attuale momento di fisiologica tensione politica, si ripete il falso principio secondo il quale la violenza è naturaliter di destra, perché se è di sinistra non è violenza, secondo il ben noto e collaudato principio etico-filosofico dei «due pesi e due misure». E cioè: a fronte del medesimi fatti, la destra è sempre e comunque portatrice dei germi dell’egoismo, della prepotenza e dell’ignoranza; la sinistra è sempre e comunque depositaria dei semi dell’egualitarismo, della democrazia e della civiltà.

Lo si è visto, e lo si vede, anche nei fatti di cronaca elettorale di questi giorni, a partire dalla vergognosa aggressione subita da Franca Pagani, la madre dell’assessore milanese allo sport Alan Rizzi, mentre faceva volantinaggio per il Pdl in via Osoppo, a Milano, sabato mattina. Un’aggressione - ovviamente «presunta» - in un primo momento minimizzata, poi messa in dubbio, infine addirittura negata. Si è cominciato col dire che l’aggressore non era un militante-sostenitore della coalizione di centrosinistra, si è finito col negare che la stessa violenza ci sia mai stata.

Uno caso da manuale di Disinformacjia all’italiana. Giuliano Pisapia, il candidato sindaco della sinistra a Milano, non soltanto non ha preso le distanze dell’episodio né ha condannato gli autori della violenza, limitandosi a un generico augurio di veloce guarigione alla signora Rizzi, ma ha addirittura escluso «assolutamente» che un suo sostenitore «l’abbia malmenata o spintonata». Poi ci si è messa la stampa democratica, dall’Unità al Fatto quotidiano, che prima ha gettato fumo e dubbi sull’intera vicenda, arrivando a sposare la tesi di alcuni alti esponenti del Partito democratico secondo i quali - come riportato ossequiosamente nel titolo di Repubblica di ieri

«La destra inventa aggressioni per conquistare voti», e poi ha fatto da megafono alla versione di una testimone, Shirin Kieayed, una giovane italiana di origine siriana, che a Radio Popolare ha negato con convinzione l’aggressione, affermando che si è trattato di una simulazione della vittima. Affermazione, peraltro, che contrasta con tutti gli altri testimoni oculari ascoltati, con il rapporto dei vigili urbani, con il referto medico, e con il fatto incontestabile che la signora Rizzi ha trascorso due giorni e due notti all’ospedale San Carlo di Milano. Secondo il ministro La Russa esisterebbe addirittura una registrazione televisiva dell’episodio...

Anche se ci fosse tale «prova provata», però, temiamo che non avrebbe alcun valore per i miliziani dell’antiberlusconismo. Per poter vedere, occorrerebbe non essere accecati dal furore estremista, poiché guardando le cose con un occhio solo, la prospettiva non può che essere distorta. Si tratta di quella curioso effetto politico più che ottico secondo la quale una scritta offensiva sul muro di una sede della Cgil è automaticamente un «allarme democratico» mentre un gazebo del Pdl imbrattato è un’invenzione per alzare i toni della campagna elettorale. Così come la contestazione di un leader del centrosinistra è inevitabilmente un «rigurgito di fascismo» mentre ridurre al silenzio un politico di centrodestra è un doveroso atto di giustizia&libertà. Si tratta dei ben noti princìpi liberal-democratici di chi è abituato a scambiare la censura con l’antifascismo e a confondere gli insulti con il dialogo

. Sabato scorso, nelle stesse ore in cui Franca Pagani era oggetto di una «presunta» aggressione al mercato di via Osoppo a Milano, a Firenze nel corso di una manifestazione dell’area antagonista un gruppetto di anarchici ha assaltato una sede cittadina del Pdl infrangendo le vetrate a calci e lanciando fumogeni all’interno. Anche se i manifestanti si erano coperti il volto e si riparavano dietro a striscioni per non farsi riconoscere, la Digos ha comunque ricostruito le varie fasi dell’azione e individuato i colpevoli. Ignorati, si presuppone in quanto «presunti» aggressori o «sedicenti» black bloc, dalla grande stampa democratica. Sempre vigile, ma a volte presbite.





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La nuova idea di Vendola e Pd? Riesumare il Partito Comunista...

di Fabrizio Rondolino


Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola vogliono riunificare il Partito Democratico e Sel dopo le svariate scissioni che dal Partito Comunista ai Democratici di sinistra a Rifondazione hanno traghettato i loro partiti fino a qui. E' il vecchio vizio della sinistra, che invece di andare avanti guarda indietro. E quando Prc fece cadere Prodi, a votare contro il governo c'era pure tal Pisapia...



Il più felice sarà forse il senatore Ugo Spo­­setti, ultimo, leggendario tesoriere di Bot­teghe Oscure nonché, secondo un’accre­ditata leggenda metropolitana, custode della più ampia collezione al mondo di cimeli della storia del Pci. È stato proprio lui, del resto, ad organizzare «Avanti po­polo », la mostra-evento del gennaio scor­so sul 90˚ anniversario della scissione di Livorno: e oggi il popolo, a sentire le ulti­me indiscrezioni, ha ripreso a marciare alla riscossa.

Sembrerebbe infatti - e Maria Teresa Me­­li, che ne ha scritto sul Corriere , è fra i più au­torevoli e informati cremlino­logi italiani - che Goffredo Bettini, l’inventore di partiti che già fece da braccio destro a Veltroni, abbia avuto una nuova idea: rifare il Pci. Cioè unificare il Pd e Sinistra e li­bertà in «un unico grande campo, un campo largo in cui ci potremo ritrovare tutti». Chiosa Fausto Bertinotti,spon­s­or di parte vendoliana dell’ini­ziativa: «Dobbiamo costruire un nuovo grande soggetto poli­tico che trovi il suo approdo nel socialismo europeo».

La proposta, a dire il vero, non è nuovissima: la avanzò tra i primi Piero Sansonetti, quando ancora era il direttore (vendoliano) di Liberazione , e in tempi più recenti l’ha fatta propria Nicola Latorre, vice­presidente dei senatori del Pd nonché grand’ufficiale dale­miano. Anche Leoluca Orlan­do, oggi con Di Pietro, sarebbe della partita. Insomma,sono tutti d’accor­do anche se ieri sono fioccate le smentite. Vendola e Bersani per ora tacciono, ma il primo ha già proposto gruppi parla­mentari unificati nella prossi­ma legislatura, e il secondo s’è detto d’accordo.

Tace anche Veltroni, ma Nicola Zingaretti, astro nascente del partito,e po­l­iticamente vicino all’ex sinda­co di Roma, sarebbe entusia­sta: e anzi del novello Pci po­trebbe persino essere un otti­mo segretario, tanto più che di Nichi Vendola era, a metà de­gli anni Ottanta, il compagno di banco nella segreteria della Federazione giovanile comu­nista.

Ricucire le scissioni, di per sé, è una buona notizia per la politica, che esce sempre inde­bolita dalla frammentazione. Se per esempio il Pci e il Psi avessero ricucito la loro scis­sione, quando crollò il Muro di Berlino, probabilmente ci saremmo risparmiati l’intera Seconda repubblica. Il crollo del socialismo reale, invece, generò un’ulteriore spaccatu­ra, tutta interna al Pci, fra i po­stcomunisti di Occhetto, D’Alema e Veltroni che fonda­rono il Pds (poi Ds) e i neoco­munisti di Cossutta e Bertinot­ti che diedero vita a Rifonda­zione ( fra loro anche Vendola, giovane deputato comunista della Puglia). Da quella frattura discendo­no molti dei guai del centrosinistra­


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Cucchi, un agente al processo: mi disse che lo picchiarono i carabinieri

Il Messaggero


Un militare: «In caserma aveva il viso gonfio»







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Il manager non può dedurre massaggi e palestre come "costi di rappresentanza"

La Stampa


Le imprese non possono scalare dalle tasse i costi per i massaggi, le palestre, le piscine e i palchi a teatro, pagati con i soldi della società per allietare i soggiorni all’estero dell’amministratore delegato e dei componenti del Consiglio di Amministrazione. Per le spese dei viaggi di rappresentanza, la deduzione è possibile solo se l’azienda dimostra la loro «inerenza» all’incremento del giro d’affari: allegare solo ricevute di alberghi a cinque stelle e biglietti di viaggi in top class, al fisco non basta. Lo sottolinea la Cassazione (sentenze 9195/11 e 9196/11).

Il caso

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili due ricorsi presentati da una nota ditta di articoli di lusso contro il Ministero dell’Economia per contestare la decisione con la quale la Commissione tributaria del Lazio, nel 2005, gli aveva bloccato la detrazione di oltre un miliardo di lire. In primo grado, invece, i giudici tributari avevano dato il via libera alla deducibilità delle spese di viaggio ad eccezione della parte utilizzata per pagare massaggi, palestre, piscine e teatro. La Cassazione ha confermato che questo genere di "uscite strettamente legate al benessere personale" non sono deducibili. In quanto alle spese di viaggio, anche se pari a una cifra congrua e plausibile rispetto al business del gruppo, per essere dedotte hanno bisogno della prova del «collegamento» con «impegni e attività concretamente espletate per ricavarne ricavi o altri proventi per la società». Esibire scontrini, anche se di lusso, non basta.



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Sesso di gruppo con don Seppia"

La Stampa





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Battisti, il primo giugno si decide sull'estradizione

Il Tempo

L'udienza plenaria del Tribunale Supremo Federale brasiliano deciderà sull'estradizione in Italia dell'ex terrorista rosso.


Il terrorista rosso Cesare Battisti L'udienza plenaria del Tribunale Supremo Federale brasiliano per decidere sull'estradizione in Italia dell'ex terrorista rosso Cesare Battisti si terra' il prossimo primo giugno. Lo riferisce il sito web del quotidiano Terra dopo che il giudice/ministro Gilmar Mendes, relatore del caso, ha consegnato l'incartamento al presidente del Tsf, Cezar Peluso, cui spetta di convocare l'udienza sul caso Battisti.


24/05/2011




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Strage Capaci Sul bus la scritta "Forza mafia"

Il Tempo


Il raid a Palermo nel 19° anniversario dalla morte di Falcone.


Il pullman turistico assaltato dai vandali in piazza della Magione PALERMO Il giorno della memoria è anche il giorno della polemica e dello "sfregio", con un raid vandalico messo a segno da una banda di teppisti in piazza Magione il luogo dove nacque Giovanni Falcone ucciso 19 anni fa a Capaci. E il copione delle manifestazioni ufficiali, andato in scena fino a un certo punto senza fuori programma, riserva un inatteso botta e risposta tra il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il ministro della Giustizia Angelino Alfano, seduti accanto, eppure distantissimi. Per qualche minuto nell'aula bunker dell'Ucciardone, a Palermo, teatro del primo maxiprocesso ai clan, scelto per ricordare la strage di Capaci, il clima si fa teso e l'attualità con le sue fibrillazioni irrompe nell'ufficialità delle cerimonie.

A far rivivere lo scontro tra politica e magistratura è il riferimento del giornalista Gianni Minoli, chiamato a moderare il dibattito organizzato per ricordare l'assassinio di Giovanni Falcone, a un tema caldo: la riforma della giustizia. Grasso sta sulle spine e sbotta: "Ma come è possibile dialogare con chi ci prende a schiaffi, con chi paragona la magistratura a un cancro, con chi ci chiama matti, golpisti?". In aula è il gelo. Il ministro, che prima aveva cercato di rassicurare le toghe sulla intenzione del Governo di garantire l'indipendenza dei giudici, si difende citando Falcone e il suo essere favorevole alla separazione delle carriere. Ma sono le parole del procuratore a strappare gli applausi: delle migliaia di studenti arrivati a Palermo con le navi della legalità, dei magistrati come ogni anno riuniti per ricordare il sacrificio del collega, dei politici - pochi - presenti e dei tanti insegnanti coinvolti nell'iniziativa.

In un'aula bunker tappezzata dei disegni dei ragazzi, che coprono le gabbie da cui i boss assistevano al processo, a ricordare Falcone sono in tanti. Il Governo schiera, oltre ad Alfano, i ministri dell'Istruzione, dell'Ambiente e dell'Interno. A ricordare l'importanza dell'educazione alla legalità e i tanti successi nella lotta alla mafia messi a segno dell'Esecutivo: dagli 8 latitanti al giorno arrestati negli ultimi tre anni, ai 44mila beni confiscati.  Agli interventi dal palco si alternano video e canti. Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso fa gli onori di casa e legge la lettera di saluto del presidente della Repubblica che, come il premier Berlusconi e i presidenti di Camera e Senato, hanno voluto ricordare la figura di Falcone. Poi la scena si sposta davanti all'albero di via Notarbartolo, la magnolia a due passi dalla casa del giudice ucciso, diventata "altare laico della convivenza civile". Oltre 3000 ragazzi e tanti cittadini, che hanno riempito il centro della città di lenzuola e scritte in ricordo della strage, tornano ad ascoltare Grasso. "Di quanti cortei c'è bisogno prima di scegliere da che parte stare? - chiede il procuratore - Ora nessuno può più dire di non sapere".

Alle 17.58, l'ora della strage, tutto si ferma. Le note del Silenzio, come ogni anno, sono la colonna sonora del ricordo. Poi la tensione si scioglie in un lungo applauso. È l'inno di Mameli reinterpretato dal cantautore Claudio Baglioni a chiudere le manifestazioni, con i ragazzi giunti da tutta Italia che cantano in coro. Ma in serata ecco lo "sfregio", che lascia l'amaro in bocca: una banda di teppisti danneggia un pullman utilizzato dagli studenti, scrivendo su una fiancata la scritta "Viva la mafia". Uno di loro, un ragazzo di 15 anni, viene bloccato e denunciato dalla polizia. A quasi 20 anni dall'esplosione di Capaci c'è ancora tanta strada da fare, anche per quanto riguarda le indagini sulla morte di Falcone, mai chiuse, che devono forse svelare verità ancora sconosciute.
 

 


23/05/2011



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New York, entrato in vigore il divieto di fumare all'aperto: 50 dollari di multa

Quotidiano.net


La nuova legge, approvata lo scorso febbraio dal Consiglio comunale, ha esteso il divieto di fumo ai 1.700 parchi della città, alle zone pedonali della città, come Times Square, e lungo i 22,5 chilometri di spiaggia

New York, 24 maggio 2011 - Fumare oggi una sigaretta a Madison Square, a New York, può costare fino a 50 dollari di multa. E’ entrata infatti in vigore la nuova legge approvata lo scorso febbraio dal Consiglio comunale, che ha esteso il divieto di fumo ai 1.700 parchi della città, alle zone pedonali della città, come Times Square, e lungo i 22,5 chilometri di spiaggia. Nella Grande Mela è in vigore dal 2003 il divieto di fumo nei bar e nei ristoranti, così come sui luoghi di lavoro.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle nuove norme, il dipartimento della Sanità ha annunciato il lancio di una campagna in televisione, sulla metropolitana e sui media. In prima fila il sindaco Michael Bloomberg, ex fumatore diventato un nemico implacabile della sigaretta: a suo dire, gli spazi pubblici saranno da subito “più piacevoli, più sani, più appropriati”.

“I fumatori passivo corrono un grande rischio e diminuire l’esposizione dei newyorkesi al fumo è un passo importante per rendere la nostra città una città in migliore stato di salute”, ha aggiunto Bloomberg. La sigaretta è responsabile di un terzo dei decessi evitabili in città, secondo il sindaco.
 





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