mercoledì 25 maggio 2011

Strage del Padule di Fucecchio Ergastolo e maxi risarcimento

Corriere della sera


E' la pena inflitta dal Tribunale militare di Roma a tre ex militari tedeschi. Anche la Germania dovrà pagare, insieme agli imputati, 13 milioni alle parti civili



Ergastolo. Questa la pena inflitta dal Tribunale militare di Roma a tre ex militari tedeschi, oggi novantenni e contumaci, tutti accusati della strage del Padule di Fucecchio, in Toscana, che nell’agosto ’44 portò alla morte di 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini: uno degli eccidi più gravi compiuti dai nazisti in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Il Tribunale ha anche disposto un maxi risarcimento ai familiari delle vittime costituitisi parte civile, di oltre 13 milioni, solo di provvisionale, a carico degli imputati e del responsabile civile individuato nella repubblica federale di Germania.

Gli imputati sono l’ex capitano Ernst Pistor, di 91 anni, l’ex maresciallo Fritz Jauss, di 94 e l’ex sergente Johan Robert Riss, di 88, all’epoca tutti appartenenti a diversi reparti della 26/a divisione corazzata dell’esercito tedesco. Un quarto imputato, l’ex tenente Gherard Deissmann, è morto a cento anni. Secondo l’accusa i quattro avrebbero «contribuito a causare la morte» di 184 persone «che non prendevano parte ad operazioni belliche»: 94 uomini (soprattutto anziani), 63 donne e 27 bambini, tra cui anche alcuni neonati. Come ha sottolineato il pubblico ministero nella sua arringa, richiamando quanto detto nel corso del processo dallo storico Paolo Pezzino, non fu una semplice rappresaglia, ma «un’operazione di desertificazione totale».

Tra le 5 del mattino e le 2 del pomeriggio del 23 agosto 1944, 11 giorni dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, soldati della 26/a divisione corazzata dell’esercito tedesco, in particolare gli «esploratori» del 26/o Reparto agli ordini del capitano Josef Strauch, batterono uno per uno i casolari della zona, a cavallo tra le province di Firenze e Pistoia, sembra alla ricerca di partigiani, trovandovi però solo famiglie di contadini e numerosi sfollati in fuga dai bombardamenti. I nazisti uccisero senza pietà tutte le persone che trovarono, in una carneficina che non risparmiò nessuno.

I quattro imputati, in concorso con altri ex militari delle forze armate tedesche non identificati o già morti, sono accusati di aver compiuto l’eccidio, con le aggravanti, tra l’altro, dei motivi abietti, della premeditazione e di aver compiuto il fatto con sevizie e crudeltà. A comandare la squadra che si sarebbe macchiata di gran parte dei crimini, in particolare, sarebbe stato il maresciallo Jauss. Nel processo si sono costituite parti civili la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Toscana, la Provincia di Pistoia, numerosi comuni della zona e diversi familiari delle vittime.

«Dopo 67 anni abbiamo ottenuto giustizia. I parenti delle vittime la chiedono dall’agosto del 1944». Rinaldo Vanni, sindaco di Monsummano Terme, ha assistito con la fascia tricolore alla lettura della sentenza. Si è costituito parte civile, insieme ad altre otto amministrazioni comunali, alla Presidenza del Consiglio, alla Regione Toscana e alla Provincia di Pistoia ed ora esprime «soddisfazione». «Una moderata soddisfazione», precisa però, proprio perchè la condanna degli imputati è arrivata, a causa di quei centinaia di fascicoli processuali occultati nel cosiddetto «armadio della vergogna», venuto alla luce solo nel ’94, dopo «così lungo tempo».

Gli imputati non si sono mai presentati «e sapevamo fin dall’inizio - sottolinea Vanni, pure a nome delle altre comunità locali - che, anche a causa della loro età, non avrebbero mai fatto neanche mezz’ora di carcere. Ma questo non importa, nè questa consapevolezza ha mai scoraggiato le parti offese dal ricercare la verità e dal chiedere giustizia. Non è stato solo un processo alla storia, ma un processo che si è concluso con l’affermazione di una precisa responsabilità penale in capo agli imputati. Una responsabilità rafforzata, se così si può dire - conclude - anche dall’aver condannato al risarcimento del danno la stessa Repubblica federale di Germania, individuata come responsabile civile».

«Era auspicabile, questa sentenza rende finalmente giustizia a tutti i morti di quell’eccidio. Fu un’operazione di estrema crudeltà, in cui furono uccisi soprattutto donne, anziani e bambini. Non c’erano partigiani nè oppositori e comunque nessuno che potesse danneggiare l’esercito tedesco in ritirata». È il commento a caldo del sindaco di Fucecchio Claudio Toni, uno dei Comuni interessati dall’Eccidio del Padule. «Il nostro Comune fu toccato sì marginalmente, ma in quel triste agosto del ’44 nella zona del Padule erano tanti gli sfollati di Fucecchio. Furono gli stessi tedeschi a invitare i fucecchiesi ad andare verso Larciano e Lamporecchio, comunque verso la Valdinievole quando il a fine giugno ’44, per il primo luglio ordinarono lo sfollamento di tutto il capoluogo. Nell’Eccidio morirono 8 nostri compaesani, ma nei due mesi di guerra antecedenti fra cannoneggiamenti, bombardamenti e omicidi furono 165 le nostre vittime». Poi aggiunge un elemento: «Va considerato che per muoversi nel Padule, luogo ancora oggi ameno, i tedeschi hanno avuto certamente bisogno di un elemento locale che li ha guidati», magari costretto dietro la minaccia di morte per lui o familiari. Come sindaco di Fucecchio, insieme agli altri primi cittadini dell’area, anche Claudio Toni è stato a testimoniare al tribunale militare: «Ho raccontato cosa ha rappresentato dal punto di vista culturale quell’episodio sulla nostra popolazione».


25 maggio 2011





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Braccialetti identificativi per gli abusivi Polemiche per gli «immigrati marchiati»

Corriere della sera


Blitz in piazza di Spagna: decine di ambulanti fermati; imposta loro fascetta numerata. «Serve a identificarli»
Confcommercio plaude l'idea. Sant'Egidio preoccupata



ROMA - Un braccialetto di carta al polso degli immigrati venditori abusivi. Con su stampigliati cinque numeri. Ad applicarlo, durante un’operazione antiabusivismo nel centro storico di Roma, gli agenti del I Gruppo della Polizia Municipale. «I bracciali ci permettono di identificare questi venditori con la merce che abbiamo loro sequestrato, è un sistema di garanzia», si è limitato a spiegare a caldo il comandante del gruppo Stefano Napoli.
Ma questa novità, scoperta dalle associazioni che si occupano di immigrati quando le immagini sono apparse nel tg locali, fa gridare all’orrore.

Braccialetti ai vu' cumprà

«Quei numeri ci fanno tornare agli anni più bui della storia del ‘900…», protesta Alessia Montuori dell’organizzazione di difesa degli immigrati Senzaconfine.



«SPIEGHINO QUALE LEGGE APPLICANO» - «Vorremmo proprio sapere – aggiunge Daniela Pompei, della Comunità di Sant’Egidio - a quale legislazione appartenga questa novità, che non ci risulta in nessuna normativa…». Difende il bracciale della discordia il comandante della polizia municipale Angelo Giuliani, che spiega: «E’ la legge che impone che non si faccia confusione – spiega Giuliani -. Quello è solo un braccialetto temporaneo di carta come si fa negli ospedali, per non commettere errori.

Proprio nell’interesse degli immigrati in questione. Non avete idea di quanta merce abbiamo sequestrato e dei controlli che si sono prolungati fino alle quattro del mattino». E agiunge: «E’ stato adottato un segno non invasivo, non drammatizziamo. Ma per chi ci avete preso? Abbiamo adottato una disposizione interna». «COME AL VILLAGGIO VACANZE» - Aggiunge Stefano Napoli, comandante del I Gruppo: «Ma non siete mai stati in un villaggio vacanze? Appena arrivati vi mettono un braccialetto. Ecco, abbiamo operato in garanzia come si fa anche in un ospedale, perché le madri non perdano i loro figli. Abbiamo usato un materiale leggerissimo, per essere sicuri di operare bene…».
Fa eco a queste spiegazioni il presidente della Confcommercio, Cesare Pambianchi: «Ben vengano tutti i provvedimenti utili a debellare il fenomeno della vendita illecita di merce contraffatta in tutte le sue forme, e dunque anche il ricorso al braccialetto numerico, se necessario».

POLEMICHE E TRISTI MEMORIE - «Trovo infatti fuori luogo e inutili in questo momento - incalza Pambianchi - polemiche o addirittura fantasiosi accostamenti con avvenimenti del passato che nulla hanno a che vedere con la situazione attuale. Quello che dovrebbe essere l’interesse di tutti è porre un freno all’escalation della contraffazione. L’uso del braccialetto non è altro che uno strumento per agevolare le operazioni di riconoscimento dei venditori abusivi, che altrimenti, come spesso è accaduto in passato, sfuggirebbero alle azioni di controllo e repressione».

L'ARCI: «SCHEMI ODIOSI» - Pollice verso invece da parte delle organizzazioni che si occupano di immigrati. «Ormai in piena e totale disinvoltura vengono riproposti schemi più che odiosi – spiega Claudio Graziano, responsabile Arci per l’immigrazione -. Pochi giorni fa durante gli sgomberi dei rom alla Magliana sono state marcate con delle x alcune baracche, insomma è stata usata vernice per dire ciò che si doveva abbattere e cosa no. Ora ecco questi bracciali, una schedatura che è una criminalizzazione bella e buona e che è stata già vista nella storia, un simbolo di identificazione etnico che fa orrore. Chi l’ha deciso? E’ solo farina della Polizia Municipale?».



«RICHIAMA IL NAZIFASCISMO» - A Senzaconfine puntano il dito contro il Comune: «Fa orrore che il Comune – spiega Alessia Montuori – possa autorizzare schedature di questo genere spacciandole forse per iniziative di pubblica utilità». «Atroce collegamento venditore merce», indica Stefano Galieni responsabile immigrazione del Prc. Giovanna Cavallo di Action Migranti definisce i bracciali «guinzagli».
«Così viene attuata una forma di giustizia che richiama non a caso il nazifascismo…». Il più caustico è il portavoce di Dhuumcatu, l’organizzazione dei bengalesi: «A questo punto – spiega Bacchu – sento il dovere di ringraziare la polizia municipale che ha deciso di usare soltanto bracciali di carta. Così non siamo stati marchiati a fuoco sulla fronte. Grazie… Si limitano ai bracciali, come le pecore che hanno i numeri stampigliati sulle orecchie».


 Paolo Brogi
25 maggio 2011



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Il postino non suona più Ma arrivano i carabinieri

Corriere del Mezzogiorno


Ferme 8 mila cartelle e 30 quintali di lettere




NAPOLI -Bollette scadute da tre mesi, cartelle esattoriali in procinto di trasformarsi in pignoramenti, atti giudiziari urgenti. Migliaia e migliaia di buste impolverate, tonnellate di corrispondenza accantonata negli uffici, in attesa di essere spedita quando ormai sarà troppo tardi. A Napoli, come in altre province della Campania, la situazione è ormai giunta al collasso. Tanto che i cittadini si recano spesso e volentieri a ritirare la posta negli stessi uffici, avendo perso ogni fiducia nel servizio di recapito a domicilio. Dopo le denunce di alcuni clienti di Poste Italiane, della faccenda si stanno interessando i carabinieri. I militari, che oggi ascolteranno i direttori dei centri di distribuzione di Secondigliano e Barra, già ieri hanno parlato col direttore dell'ufficio di Scafati. Chiedono nomi, cognomi e numeri di telefono dei singoli portalettere che operano sulla zona. Con l'intenzione, è chiaro, di sentire anche loro. Ma i portalettere, sentire il sindacato, non c'entrano niente. Anzi, sarebbero addirittura vittime di un meccanismo che, evidentemente, non funziona. Sarebbero circa 8mila le cartelle esattoriali in giacenza presso il Cmp (il centro di meccanizzazione postale) di Napoli, in via Galileo Ferraris. Trenta, i quintali di posta non ancora smaltita, mentre ottocento chili di corrispondenza da inoltrare si troverebbero mediamente negli uffici.

Cifre da brivido, quelle snocciolate dalla Slc Cgil, il cui responsabile campano, Salvatore Cicalese, spiega senza mezzi termini: «La posta rimane stipata negli uffici fino all'inverosimile: spesso viene ritrovata direttamente nella spazzatura. Diverse segnalazioni ci sono giunte in questo senso. I portalettere e i lavoratori degli uffici postali si difendono, rivolgendosi al sindacato, proprio perché nessuno di loro vuol rimanere coinvolto in queste faccende. Comunicando queste cose al sindacato, cercano praticamente di tutelarsi» . La posta prende polvere, i postini cercano di tutelarsi, e rimetterci sono i cittadini. Parliamo di migliaia di lettere -prosegue il sindacalista - che i clienti non hanno mai visto, e che non vedranno mai» . Cicalese, che è al corrente delle convocazioni da parte dei carabinieri, nel confermare la notizia spiega che «Ci sono anche delle denunce presentate in Procura. I carabinieri convocano i responsabili dei singoli centri, ma il problema sta nel gruppo dirigente che gestisce l'organizzazione del recapito. C'è scarsa attenzione sul territorio campano, da parte di persone che non sono neanche del posto e quindi non conoscono il territorio» .

Gli fanno eco dalla sede del sindacato di via Torino: «La situazione in cui versa oggi il settore recapito è visibile agli occhi di tutti, anche ai non addetti ai lavori» . Secondo i sindacati l'azienda non garantisce un numero di assunzioni e una copertura dei turni sufficiente a far girare la macchina. Ed è massima allerta negli uffici postali. Per fare fronte alle proteste -a volte piuttosto violente -dei cittadini imbestialiti, in molti si sono praticamente blindati, con l'ordine di far osservare strettamente il divieto di ingresso agli uffici per chiunque non faccia parte del personale.


Stefano Piedemonte
25 maggio 2011




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Pisapia e la querela facile Ora chiede aiuto ai pm: "Una regia contro di me"

di Redazione


I legali di Pisapia denunciano sabotaggi alla campagna elettorale: finti fan del candidato sindaco travestiti da rom avrebbero distribuito volantini diffamatari. Formigoni: "Grosso scivolone"




La sinistra alza i toni degli ultimi giorni di campagna elettorale a Milano. Ora Pisapia vuole spostare la sfida direttamente nelle aule del Tribunale di Milano. La Procura di Milano ha infatti avviato un'indagine con l’ipotesi di reato di diffamazione dopo che i legali del candidato sindaco del centrosinistra hanno depositato un esposto in cui denunciano, tra l’altro, la presenza di alcuni finti fan del candidato sindaco travestiti da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatario.

Le cose che si dicono su di me "sono - ha detto Pisapia al termine dell’incontro con i delegati della Cisl - di una gravità incredibile che non possono derivare da iniziative personali". "Dietro - ha proseguito - c’è una regia, c’è una strategia che è quella di cercare di infangare la mia immagine". Per Pisapia, le menzogne in questione "sono quelle che si leggono su tutti i cartelli elettorali e che continuano ad essere dette in televisione" e per questo auspica che "il suo programma sia conosciuto direttamente dai cittadini milanesi e non attraverso le menzogne e le falsità della propaganda del centrodestra"

Nell’esposto vengono ipotizzati anche i reati di abuso della credulità popolare, sostituzione di persona e pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico. Il fascicolo è stato in un primo momento assegnato al procuratore aggunto di turno, Nicola Cerrato, ma finirà per competenza al pubblico ministero Armando Spataro.

Il primo commenta arriva dal numero uno del Pirellone. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni la denuncia presentata Pisapiaè un "grosso scivolone". A margine di un incontro a Palazzo Pirelli, il governatore lombardo ha spiegato: "lo considero un grande, grandissimo scivolone e una dimostrazione che i toni sbagliati li sanno usare benissimo anche loro. Questa denuncia in procura non sta nè in cielo nè in terra. Dimostra, forse, la preoccupazione che ha iniziato ad invadere le loro fila".

In procura Pisapia ha spiegato che ci sarebbero falsi rom che girano per la città distribuendo falsi volantini. "Non so a che cosa faccia riferimento - ha detto Formigoni - in campagna elettorale ci si confronta su programmi e proposte, su cosa si vuol fare. Non è che si denuncia, non è il giudice a decidere le elezioni amministrative". 






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Party e cene nell'ex carcere nazista

Corriere della sera


I turisti pagano 44 euro per «sentirsi prigionieri».
Storici in polemica: 474 persone morirono di stenti



La home page del sito dell'hotel
La home page del sito dell'hotel
MILANO - Hamelin, cittadina della Bassa Sassonia. Qui sorge l’Hotel Stadt Hameln, un albergo quattro stelle a prima vista elegante e confortevole. Nulla farebbe presagire che un tempo questa struttura fosse un carcere nel quale venivano torturati e uccisi i prigionieri dei nazisti. Oggi i gestori seducono gli ospiti con un’offerta del tutto particolare: «party in prigione», con secondini e magliette a righe incluse. I turisti accorrono in massa, gli storici si dicono «indignati».

IL PROGRAMMA - Sentirsi per una volta prigioniero costa 44 euro. Nel prezzo è incluso il «menù del carcerato» con «bevande e pasti del prigioniero» e una t-shirt bianca a strisce nere. Quattro ore e mezza di «carcere prussiano come programma speciale», si legge sul sito web dell' hotel. Qui viene descritto con dovizia lo svolgimento delle «Knastfeten», le feste di gruppo in prigione: «Ogni detenuto deve presentarsi sobrio e lavato»; «in fila per due si procede poi nella cella comune». E ancora: «Chi ha necessità di andare al bagno deve annunciarlo mettendosi sull'attenti». L'hotel, continua il sito, ha una «storia unica». Unica sì, ma per nulla innocua.

CARCERE NAZISTA - L'attuale edificio fu costruito nel 1827 come prigione. I nazisti lo trasformarono in istituto di pena nel 1935. Secondo gli storici almeno 474 persone lasciarono la loro vita dentro questa struttura. Morti per le fatiche; la fame; per la mancanza di riscaldamento e di cure mediche. In alcuni casi uccisi nel tentativo di evadere o pubblicamente impiccati. Dopo la guerra la prigione fu poi utilizzata dalle forze d'occupazione inglesi come luogo per le esecuzioni. Ristrutturato negli anni successivi l’albergo è stato aperto nel 1993. Ciò nonostante, riferisce Spiegel Online, sulla pagina Internet dell’hotel non vi è alcun riferimento a quegli anni, al terribile passato nazista.

PROTESTE - «Party in prigione» nell’ex carcere nazista? Per lo storico del posto, Bernhard Gelderblom, è semplicemente «grottesco». Arrabbiati anche i parenti delle vittime, degli ex carcerati, che si sentono «scioccati» da questa offerta «di cattivo gusto». In imbarazzo, nel frattempo, anche l’amministrazione locale. Per nulla impressionati da tanto clamore, invece, i gestori dell’hotel che «non vedono nulla di male» in questi singolari eventi. Per loro le feste in carcere sono da paragonare alle cene a tema, quali i banchetti medievali di ambientazione storica offerte nelle dimore d'epoca.


Elmar Burchia
25 maggio 2011



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Le alleanze scomode di Pisapia: in lista a Milano un ultrà islamico

di Redazione


Figlio di uno dei fondatori dell'Ucoii, Davide Piccardo ha sempre militato nei collettivi. Sale alla ribalta per aver contestato il Cav e si arruola alle amministrative di Milano nel Sel di Vendola. Tre mesi fa ha fondato "Musulmani per Pisapia", il comitato che oggi voleva marciare sul Duomo. Le proposte di Piccardo: "Milano deve riconoscere la sua multiculturalitá e avviarsi verso la costruzione di una società interculturale". E' lui il legame tra Pisapia e la comunità islamica





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Milano - Musulmano fondamentalista, ultrà anti Cav e astro nascente dell'impero di Nichi Vendola nel Nord Italia. Davide Piccardo, l'organizzatore della marcia sul Duomo con il comitato "Musulmani per Pisapia, è salito alla ribalta ai primi di maggio contestando il premier Silvio Berlusconi davanti al tribunale di Milano. I suoi insulti ("Sei una m...a") erano rimbalzati su tutti i media progressisti trasformando l'astro nascente del Sel in un "eroe".

Classe 1982, nato a Imperia, fondatore dell'associazione "Giovani musulmani d’Italia", il ventinovenne Davide Piccardo è da sempre impegnato in politica come membro del coordinamento studentesco e di diversi collettivi. Quest'anno ha deciso di fare il salto e candidarsi alle amministrative milanesi tra le file del Sel di Vendola. E' lui il vero legame tra lo sfidante della Moratti e la comunità islamica. Quando qualche settimana fa l'imam di Segrate Ali Abu Shwaima, "famoso" per la fatwa contro Daniela Santanchè, aveva invitato i propri fedeli a non votate per il Sel perché "la condotta del suo leader non rispecchia i valori dell'Islam", Piccardo era subito intervenuto spiegando che "è improprio emettere un verdetto giuridico di tipo islamico sostenendo che è un peccato votare per noi, perché i partiti vanno giudicati per i loro programmi e non per le scelte di alcuni singoli". Del programma di Pisapia a Piccardo interessa soprattutto quella promessa messa nero su bianco a pagina 27: "Riteniamo che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e di aggregazione, possa essere non solo l'esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano".
Non è un caso se il vendoliano Piccardo si stia laureando in Scienze politiche con una tesi sui luoghi di culto a Milano. Il ventinovenne, che per non imbarazzare Pisapia e fargli perdere una valanga di voti ai ballottaggi ha revocato la manifestazioni di oggi, è il primogenito dei cinque figli di Hamza Piccardo, personaggio di spicco per gli islamici che vivono in Italia. Piccardo senior nasce a Imperia nel 1952, si converte ai dettami del Corano nel 1975 e cambia il proprio nome da Roberto ad Hamza. Da lì a quindici anni fonderà l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) di cui verrà poi eletto presidente e portavoce. Hamza Piccardo si prodiga subito per promuovere l'apertura di nuove moschee in Liguria. Da Imperia ad Albenga, da Sanremo a Savona. Nel 2007 rinuncerà, infine, a tutte le cariche nell'Ucoii per dedicarsi solo all’attività editoriale e alla scrittura. 
Il 2007 era anche l'anno in cui la procura di Roma chiedeva il rinvio a giudizio con l'accusa di istigazione all'odio razziale per Hamza Piccardo e Mohamed Nour Dachan, per Marco Morelli, portavoce dell’Associazione islamica "Imam Mahdi", e per Damiano Di Palma, responsabile della casa editrice "Al Hikma". Nell'agosto del 2006 avevano pubblicato su alcuni quotidiani del gruppo Riffeser un comunicato dal titolo "Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane". Da queste accuse sia Dachan che Piccardo sono, poi, stati prosciolti in due diversi procedimenti penali: in istruttoria a Bologna e davanti al tribunale di Roma.
Questo è il clima in cui è cresciuto Piccardo junior che ha da subito sottoposto a Pisapia un fittissimo programma per cambiare Milano. "Milano - diceva in una intervista rilasciata ad aprile - deve riconoscere la sua multiculturalitá e avviarsi verso la costruzione di una società interculturale come sviluppo naturale e positivo del processo di arricchimento che la città deve vivere ma che si è praticamente fermato da anni per il provincialismo delle giunte di destra e della ultima giunta Moratti in particolar modo". Tra le richieste spiccano la necessità di spazi comuni, agevolazione per tutti coloro che percipiscono un reddito basso e politiche per favorire l'agevolazione. Nel suo programma Pisapia ha pienamente accolto le richieste di Piccardo assicurando la costruzione di "un grande centro di cultura islamica", favorendo l'ingresso ai concorsi pubblici anche agli immigrati provvisti del solo permesso di soggiorno e introducendo il voto agli immigrati almeno nei consigli di zona. 
Il forte esame tra Pisapia e la comunità islamica milanese è stato confermato anche dall'immediata revoca della marcia di oggi pomeriggio. Una manifestazione fortemente voluta da Piccardo ma osteggiata dal comitato di Pisapia perché rischiava di essere controproducente ai fini del ballottaggio. Il messaggio è chiaro: ora state buoni, se poi veniamo eletti facciamo quello che ci pare...




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Egitto, 17 piramidi sepolte Scoperte con immagini Nasa

Corriere della sera

 

Si chiama Storm: i genitori non dicono se è 'lui' o 'lei' "No agli stereotipi"

Quotidiano.net


Fa discutere la decisione di una coppia canadese di tenere segreto il sesso del figlio/a. "E' un tributo alla libertà e al diritto di scelta”, spiegano


Roma, 25 maggio 2011 - Sarà maschio o femmina? Bocche cucite. Così una coppia di genitori canadesi ha deciso di tenere segreto fin dalla nascita il sesso del loro terzogenito per risparmiarlo dai pregiudizi e dagli stereotipi di genere. Il bimbo o la bimba si chiama Storm (tempesta) e verrà educato, per volere dei suoi genitori, con criteri “genderless”: “Abbiamo deciso di non rivelare il sesso di Storm per adesso, un tributo alla libertà e al diritto di scelta” di nostro figlio/a, spiegano i genitori in una e-mail inviata ad amici e parenti.

Se Storm sia un bimbo o una bimba è noto solo a Kathy e David, e agli altri due figli della coppia, Jazz e Kio di 5 e 2 anni, oltre che all’ostetrica che ha assistito al parto.

La notizia fa discutere: alcuni contestano la scelta della coppia, accusata di voler imporre le proprie ideologie ai figli e di voler fare di loro degli animali da laboratorio. Altri li approvano, sostenendo che non è il sesso a determinare l’individuo. La famiglia Stocker, intanto, si è chiusa nel riserbo e ha deciso di non concedere interviste ai media, riporta il Times.







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Ecco la X-Hawke, prima auto che vola

Il Mattino


Presentato in Israele il rendering di un prototipo di auto volante. Grande quanto un pullmino, può lasciare la strada e muoversi come un "uccello" sopra il traffico e le code. Ancora indecifrabili costi, consumi e tipo di "patente" necessaria. Ma la suggestione è fantastica.



Martedì 24 Maggio 2011 - 13:31    Ultimo aggiornamento: 13:47



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Ora Famiglia cristiana sta pure con Pisapia: con lui Milano migliore

di Redazione


Il settimanale di Don Sciortino si schiera apertamente con il candidato del centro sinistra Giuliano Pisapia: "Se vince si potrà realizzare qualcosa di quanto propone la Chiesa ambrosiana in difesa degli ultimi arrivati". Poi attacca il premier: "Arrogante e ridicolo"




"Milano non rischia nulla di terribile, anzi può darsi che si realizzi, nel caso che vinca Pisapia, qualcosa di quanto propone da anni la Chiesa ambrosiana, operando attraverso la sua Caritas entro i limiti delle sue possibilità e competenze, in difesa degli ultimi arrivati, in particolare proprio quei rom così trasformati in incubo": è l'auspicio di Famiglia Cristiana che, con un editoriale-endorsement di Beppe del Colle, si schiera a favore del candidato di centrosinistra al Comune di Milano. E smentisce i pericoli paventati dal centro destra. "Milano non rischia nulla di terribile", se vince Pisapia. Rischia piuttosto "se la polemica elettorale resta ferma all’anticomunismo, al taglio delle tasse (promesso da 17 anni), fino all’assurdo della cancellazione delle multe stradali". L'editoriale critica la campagna del sindaco Letizia Moratti e in particolare "le finte interviste" del premier Silvio Berlusconi denunciandone "l’arroganza delle forme e ridicolo delle sostanze".

Pisapia Anticristo "Il premier ha denunciato in toni accorati il rischio che, se vincesse a Milano il candidato dell’opposizione Pisapia la metropoli lombarda diventerebbe preda di zingari, rom, drogati, immigrati, musulmani, centri sociali, sinistra estrema" - scrive Del Colle - e "su un sito di area cattolica è apparsa per l’avvocato Pisapia l’accusa di "Anticristo". Secondo il settimanale dei Paolini, "con questi atteggiamenti si negano decenni di storia civile di Milano, una città socialmente aperta e generosa sia sul piano pubblico sia su quello religioso cattolico".





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Sallusti: la Moratti è debole Berlusconi? Geniale con vizi

Corriere della sera


Il direttore de «Il Giornale» si confessa





MILANO - Una parola per tutti. Alessandro Sallusti - direttore de Il Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi e reduce da un intervento d'urgenza al cuore, il 16 maggio - concede un'intervista a Vanity fair (oggi in edicola), rispondendo nel suo stile. L'argomento politicamente più pregnante è la sfida milanese per la conquista di Palazzo Marino, dopo una campagna elettorale caratterizzata da toni tutt'altro che felpati: «I toni non c'entrano. Nessuno ha il coraggio di rinfacciare alla Moratti la disfatta, eppure tutti nel partito sapevano che partiva dal 40%: guadagnando un punto e mezzo le è già andata di culo. Nessuno osa dire che ha sbagliato Berlusconi a dare ai giudici dei brigatisti o a fare i comizi sotto il palazzo di Giustizia. Allora dicono che è colpa del Giornale, dei falchi, della Santanchè. Rispondo che sono ipocriti: se critichi il Giornale, che sostiene le posizioni di Berlusconi, critichi il capo del partito».

Il sindaco uscente, secondo il direttore, non ha speranza di vincere il ballottaggio contro Pisapia perché è una candidatura debole: «Negli ultimi sei mesi non ho incontrato una persona di centrodestra disposta a votarla». Sallusti nega di aver contribuito ad alzare l'asticella dello scontro attraverso l'imbeccata al sindaco, nel faccia a faccia su Sky, sulla vecchia storia della condanna di Pisapia per il furto di un'auto poi usata per un sequestro: «Chi mi accusa non conosce i miei rapporti con il sindaco uscente, e soprattutto non conosce lei: non ascolterebbe mai un mio consiglio. Prima del gennaio scorso, quando mi invitò per un caffè a Palazzo Marino, non la conoscevo neppure. Qualche giorno dopo mi telefona: "Guarda, direttore, forse possiamo darci del tu". Lì ho capito che era davvero in difficoltà, perché se una così scende dal piedistallo e si abbassa a dare del tu a uno che le sta evidentemente sui coglioni... Malgrado tutto, penso davvero che sia molto meglio lei di un pericoloso estremista come Pisapia». Il "problema Milano" è anche il "problema Berlusconi": «Il partito si è abituato ad avere uno con la criptonite che risolve tutte le situazioni, c'è stata l'incoscienza di dire: "Tanto ci pensa Berlusconi". Le vicende dell'ultimo anno hanno lasciato il segno, soprattutto nell'elettorato femminile».

Già, le notti di Arcore. Sallusti - che conosce Nicole Minetti e la definisce «inquietante», aggiungendo che «adesso sappiamo perché è andata a occupare quel posto. Non è un bell'esempio» - ritiene che il premier sia «un talento che alimenta la sua genialità anche con i vizi, come Maradona o Michael Jackson. Fondamentalmente sono dei pazzi». Non è necessario per un politico tenere uno stile di vita più sobrio perché «Berlusconi si è impegnato a fare una politica a sostegno delle famiglie, non a salvare la sua, di famiglia, o a non scopare». Per quanto riguarda la sua vita privata, infine, Sallusti si dichiara romantico: «Lo sono. Nonostante mi sia sposato e separato due volte, ho sempre sognato la famiglia da "Mulino Bianco". Ho anche trovato il posto, una casetta con il giardino in riva al lago: manca solo la donna da portarci». Daniela Santanchè, con cui è stato fotografato mano nella mano? «Daniela è per me una persona importante. Con me in ospedale c'erano lei e Feltri. Non siamo fidanzati, ma siamo sicuramente più che amici. Lei nel privato è molto dolce. Passa le serate a lavorare a maglia per il figlio. Odia uscire e andare alle feste. Ma anche lei ha un ruolo».
Un'ultima battuta per Vittorio Feltri. Domanda: è venuto a trovarla in ospedale, cosa le ha detto? «"Avevo bisogno di vederti perché sto male solo all'idea che tu stia male". Io gli ho risposto in modo ancora più sintetico, perché Vittorio mi mette in soggezione. È una delle poche persone che mette in soggezione anche Berlusconi. E viceversa».


R. R.
25 maggio 2011



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Che orrore il patto con i fanatici di Allah

di Magdi Cristiano Allam


La mega moschea trasformerebbe la città nella nuova Mecca del terrorismo internazionale



Ieri quasi contemporaneamente monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei (Conferenza episcopale italiana) ha espresso il suo sostanziale appoggio alla costruzione di una grande moschea a Milano caldeggiata dal cardinale Dionigi Tettamanzi, mentre in Algeria le autorità della provincia di Bejaia hanno ordinato la chiusura definitiva di 7 luoghi di culto dei cristiani evangelici.
Non è affatto un caso, anzi sono due facce della stessa medaglia. Da noi i cristiani o comunque i figli anche degeneri della civiltà cristiana, accomunati dall’essere succubi del relativismo, buonismo e islamicamente corretto, sono come ossessionati dal voler elargire mega-moschee concependole come il coronamento del modello multiculturalista della società. Da loro i musulmani, siano essi terroristi, integralisti o pseudo laici come dovrebbero essere i governanti algerini, sono compatti nella persecuzione dei cristiani e nella soppressione delle chiese.

Così come non è affatto casuale che nel mese mariano mentre il cardinale Tettamanzi convergeva con Giuliano Pisapia, emblema della scristianizzazione, nel volere innalzata la cupola e il minareto sui cieli di Milano, gli autentici testimoni della fede in Cristo assurgevano al martirio massacrati dagli islamici in Nigeria (16 morti il 6 maggio) e in Egitto (15 morti e circa 250 feriti il 7 maggio), così come il livello della repressione dei cristiani li costringe ormai a vivere barricati a casa nel Pakistan e in Irak.

Questi sono fatti! Che orrore questo sodalizio tra gli alti prelati della Chiesa e i nemici della cristianità, siano essi laicisti o islamici. Come possono da cristiani Tettamanzi e Crociata sentirsi in pace con la propria coscienza quando Abdelhamid Shaari, presidente della moschea di viale Jenner, centrale del terrorismo islamico in Italia tanto è vero che il suo imam Abu Imad sta scontando una condanna definitiva di 3 anni e 8 mesi, dice: «Sono d'accordo al 100%, condividiamo in pieno ciò che dice la Cei sulla questione di una moschea a Milano»? Come può Tettamanzi, neppure tanto velatamente, intervenire pubblicamente per sostenere il candidato sindaco favorevole all’aborto, all’eutanasia, al matrimonio omosessuale, alla droga di Stato? Si rende conto che il messaggio che trasmette è che il cristianesimo è ormai una landa deserta senza la certezza delle nostre radici giudaico-cristiane, della fede in Cristo risorto, dei valori non negoziabili, dell’identità cristiana, destinato a soccombere di fronte all’arbitrio, all’arroganza e alla violenza degli islamici?

Tettamanzi e Pisapia sono figli dell’ideologia del relativismo che coltivano il sogno di una Milano multiculturalista, dove dovremmo azzerare tutto ciò che siamo e concepire che debba trionfare una nuova civiltà espressa dalla sommatoria quantitativa delle rivendicazioni di tutti coloro che man mano arrivano, piantano la loro tenda e dettano le loro condizioni. La Milano che deve ancora definire se stessa è stata così descritta proprio ieri da Tettamanzi: «Milano viene sollecitata fortemente ad essere medio-lanum, cioè terra di mezzo, crocevia di popoli che cercano nel Dio vivente l’unica vera risposta per la propria vita». Non sorprende che se Milano si presenta come una sorta di landa deserta finisce per essere percepita dagli islamici come terra di conquista.

Questi sono fatti! Milanesi svegliatevi! Riaffermiamo la certezza e l’orgoglio di chi siamo, delle nostre radici giudaico-cristiane e della nostra civiltà che è laica e liberale grazie al cristianesimo! Diciamo no alla mega-moschea che trasformerebbe Milano nella nuova Mecca del terrorismo islamico internazionale! Diciamo no al patto scellerato dei catto-comunisti che hanno svenduto l’anima e vorrebbero trasformarci in succubi dei fanatici di Allah! Riscattiamoci dal baratro del suicidio della nostra civiltà votando in massa la certezza e l’orgoglio di chi siamo, della nostra tradizione, di un futuro per i nostri figli e nipoti vissuto nella dignità e nella libertà!



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L'attore Costa da “Vivere” al tribunale: beneficenza truffaldina, chiusa inchiesta

Preziosissimi minuti

Il Giornale

Pubblicato il da Davide Passoni
Millenary Ripetizione minuti a carica manuale di Audemars Piguet

AP-Millenary-Rip-minuti
L’indicazione sonora del tempo, immaginata per “leggere” l’ora nel buio quando non esisteva l’elettricità, è la complicazione più antica in assoluto. Audemars Piguet ne ha fatto un elemento della propria identità, creando ripetizioni minuti e grandi suonerie fin dalla sua fondazione nel 1875.

Il nuovo modello Millenary Ripetizione minuti si inserisce in questa lunga tradizione. Questo pezzo eccezionale, con cassa ovale e architettura tridimensionale, permette di ammirare il meglio del suo meccanismo raffinato: nuovo scappamento AP, doppia spirale, martelli e timbri della suoneria. Uno spettacolo per gli occhi.

Il nuovo Millenary Ripetizione minuti arricchisce una collezione classica e architettonica allo stesso tempo, nella quale trovano già posto modelli eccezionali come il Tradition d’Excellence N°5, il MC12, i Secondi morti e il Carbon One. Con le sue funzioni di ore, minuti, piccoli secondi e ripetizione minuti, nonché un sistema di carica sviluppato appositamente per il suo calibro 2910 a carica manuale, il Millenary Ripetizione minuti è, esattamente come i predecessori, un concentrato di perizia, tecnica e materiali innovativi. La sua cassa ovale in titanio fa da scenario atipico per uno spettacolo di straordinaria bellezza: i quadranti in oro disposti in posizione decentrata invitano lo sguardo a compiere un tuffo nei segreti del meccanismo.

Lo scappamento AP, la doppia spirale, ma anche i martelli e i timbri della suoneria diventano così i protagonisti di una pièce tridimensionale.
La suoneria è la complicazione più antica che esista. Già alla fine del XV secolo esistevano orologi da tasca che suonavano le ore al passaggio. I meccanismi di ripetizione quarti, con suoneria delle ore e dei quarti su richiesta, appaiono alla fine del XVII secolo. Questi orologi con memoria meccanica, che a quei tempi consentono di conoscere l’ora nell’oscurità, sono oggi una delle manifestazioni più significative di perizia orologiera, e il privilegio di poche manifatture.

Il nuovo Millenary Ripetizione minuti adotta le ultime novità tecniche sviluppate da Audemars Piguet, a cominciare dal nuovo scappamento AP. Essenziale per il funzionamento corretto dell’orologio, lo scappamento consente di scandire l’energia lineare trasmessa dal bariletto. Ispirandosi a un meccanismo creato alla fine del XVIII secolo dall’orologiaio Robin, Audemars Piguet ha sviluppato un sistema nuovo che abbina l’alto rendimento di uno scappamento a impulso diretto con la sicurezza dello scappamento ad ancora svizzero. Gli orologiai di Le Brassus sono così riusciti a ridurre le perdite d’energia e a rendere superflua la lubrificazione delle leve. Un progresso tecnico fondamentale che incrementa la precisione, la stabilità a lungo termine e la resistenza agli urti.

Concepito, messo a punto e realizzato da Audemars Piguet, il nuovo Calibro 2910 a carica manuale del Millenary Ripetizione minuti si distingue anche per una costruzione atipica dell’organo regolatore. Quest’ultimo non consiste in una spirale unica, ma in due spirali collocate l’una sull’altra in posizione invertita di 180°.

Questo sistema di doppia spirale piana in opposizione presenta numerosi vantaggi. Assicura un’auto-compensazione di eventuali difetti d’equilibratura e consente di rinunciare alle curve terminali delle spirali dette “Breguet“, notoriamente delicate da realizzare. Inoltre, sopprime le imprecisioni dovute alla posizione verticale dell’orologio senza dover ricorrere a un dispositivo sofisticato come il tourbillon. Tutte queste particolarità consentono una regolazione più fine del bilanciere-spirale, che oscilla a una frequenza di 21.600 alternanze/ora.


I due bariletti del movimento garantiscono un’autonomia eccezionale di sette giorni. Un terzo bariletto riservato alla suoneria, di dimensioni due volte e mezzo più grandi dell’ordinario, incrementa la regolarità del suono. Infine, passando ai dispositivi di sicurezza, il Millenary Ripetizione minuti possiede una funzione d’arresto bilanciere che consente una messa all’ora precisa al secondo. Anche il nuovo sistema di carica della suoneria dispone di un elemento di sicurezza che impedisce la messa all’ora mentre la suoneria è in funzione, in modo da rendere impossibile qualunque manipolazione sbagliata.

La cassa di forma ovale Millenary in titanio spazzolato – materiale che offre una risonanza eccellente – possiede una lunetta in titanio lucido. Gli organi meccanici vi sono appena nascosti dal quadrante in oro di color antracite delle ore e dei minuti – decentrato a ore 3 – e da quello dei piccoli secondi a ore 7. Una cura minuziosa è stata riservata agli smussi lucidati a mano, agli angoli rientranti e alle perlature concentriche. Il movimento è inoltre decorato a  “Côtes de Genève” orizzontali. Dettagli visibili sia dalla parte superiore che attraverso il fondo trasparente della cassa, che mettono in evidenza un’architettura tridimensionale particolarmente dinamica.

Grazie alle sue prestazioni e alla sua tecnologia, il Millenary Ripetizione minuti di Audemars Piguet dà un nuovo contributo decisivo alla storia di questa collezione, in una serie limitata a 8 esemplari.

Scheda tecnica

Movimento
Calibro manifattura 2910
Ore/minuti decentrati a ore 3, secondi decentrati a ore 7
Albero di carica a tre posizioni
Pulsante a slitta: azionamento ripetizione minuti a ore 7
Dimensioni del movimento (DiametroxSpessore): 37,90 x 32,90 mm
Dimensioni d’incassaggio (DiametroxSpessore): 37,00 x 32,00 mm
Spessore totale del movimento: 10,05 mm
Scappamento AP a impulso diretto
Bilanciere a inerzia variabile con masse d’equilibratura
Diametro del bilanciere: 11.90 mm
Doppia spirale piana
Autonomia: 165 ore
Frequenza: 21’600 Alt/h (3Hz)
Numero dei componenti : 443 pezzi
Rubini: 40
Finiture: decorazione manuale di tutti i componenti; smusso a mano, angoli rientranti, molatura a spirale, tratti stirati, decorazione “Côtes de Genève” orizzontali, e perlatura sulla platina.
Cassa
Cassa ovale in titanio
Dimensioni (DiametroxSpessore): 47 x 42 mm
Spessore: 15.79 mm
Fondo zaffiro
Non impermeabile
Quadrante
Quadrante antracite, cifre romane applicate in oro rosa, contatore argentato dei piccoli secondi
Cinturino
Cinturino cucito a mano in coccodrillo nero a “grandi scaglie quadrate” con fibbia pieghevole AP in titanio.
Funzioni
Ore, minuti, piccoli secondi, ripetizione minuti




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Ikea di Napoli, reparto montaggio truffe

di Nino Materi


Ecco i furbetti del fai-da-te: diciassette dipendenti infedeli dell’azienda svedese applicavano le targhette con la scritta "difettato" sui mobili e li vendevano col 70% di sconto a parenti e amici. Incastrati dai video



L’«angolo delle occasioni» dei negozi Ikea, prima ancora di essere un luogo fisico, è un «deposito» dell’anima; dove lui e lei che - fino a un secondo prima - hanno litigato furiosamente su tutto, si rasserenano miracolosamente, come se si trovassero sulla montagnetta di Medjugorje: non a caso gli sconti praticati nell’«angolo delle occasioni» sono talmente alti che qualcuno li definisce, in modo blasfemo, «sconti della Madonna».

Attratti forse da questa dimensione «mistica» (che però gli inquirenti tenderebbero ad escludere ndr), un gruppo di impiegati «infedeli» dell’Ikea di Afragola (Napoli) avevano pensato bene di allargare, a dismisura, l’«angolo delle occasioni». Obiettivo: favorire parenti ed amici praticando loro sconti fino al 70%. Il giochetto era ingegnoso nella sua facilità (o facile nella sua ingegnosità, fate voi...): il parente o l’amico sceglieva la merce da acquistare e il complice Ikea, con un colpo di clic sul computer, inseriva il prodotto nel settore «angolo delle occasioni» (quello cioè riservato agli articoli «fallati» o «difettati»). Insomma, la furbata (leggesi, truffa) consisteva nell’applicare la dizione «fallato» o «difettato» a merce perfettamente integra che però, grazie a quel cartellino taroccato, veniva venduto a meno della metà del prezzo reale.

La dinamica dell’imbroglio era descritta ieri, con dovizia di particolari, su Il Mattino di Napoli che titolava: «All’Ikea truffa dei maxisconti ad amici e parenti: indagati 17 dipendenti». Diciamo subito che - se l’«inghippo» è venuto fuori quasi in tempo reale - il merito è proprio dei vertici dell’aziendali parte-nopea e parte-svedese che, appena sentito puzza di bruciato, hanno chiamato i pompieri, anzi i carabinieri. Di lì una serie di indagini e appostamenti che hanno incastrato la banda dei «prezzi stracciati»; ora, per tutti i 17 componenti della gang, c’è un bel avviso di garanzia con l’ipotesi di concorso in truffa aggravata ai danni di Ikea.

«Decisive le immagini ricavate all’interno del megastore alle porte di Napoli - racconta Il Mattino -. Semplice ma efficace il metodo usato: codici e parole d’ordine che deprezzavano i prodotti da vendere. Bastava così cambiare il codice e far risultare che un mobile era “senza vitiera“ o “in non perfette condizioni“, quindi farlo slittare in una sezione del negozio chiamata appunto “angolo occasioni“»; il tutto «mediante artifici e raggiri, consistiti nella fraudolenta sostituzione dell’etichetta di sconto».

Fondamentale - come già detto - la denuncia dei vertici dell’azienda Società Ikea Italia srl e l’acquisizione di alcuni filmati che immortalerebbero almeno una ventina di «manipolazioni» sospette. Ampia la casistica che sarebbe stata utilizzata dai presunti dipendenti infedeli: si va dalla formula «non in perfetto stato», all’articolo irrimediabilmente bollato come «rovinato». Sconti da capogiro, in alcuni giorni c’era la fila all’esterno di una sezione di Ikea, tutti in fila, ognuno con il proprio piccolo compitino da portare a casa.

Un direttore alle vendite, qualche impiegato alla recovery, poi addetti alle vendite. In diciassette a finire sotto inchiesta, «tutti identificati mediante personale della sicurezza Ikea», si legge in calce all’informazione di garanzia appena notificata.

E non è tutto. «Le indagini - assicurano gli inquirenti - vanno avanti nel tentativo di risalire anche ad altri potenziali responsabili di un giro d’affari organizzato alle spalle del colosso svedese».
Come dire, l’affare si ingrossa: montarlo non è stato facile, ma smontarlo sarà ancora più arduo. Come nel caso di un cucina Stat; della linea Ikea, ovviamente.




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Napoli, tentano estorsione a neo consigliere di Municipalità: blitz ai Quartieri Spagnoli

Napoli, blitz all'alba: arrestato boss Dell'Aquila tra i 30 latitanti più pericolosi

Criminalità, in Corsica torna il terrore

Corriere della sera


Trentaquattro omicidi nel biennio 2009-2010. Bande in lotta per la droga e gli appalti. Bhl: boicottiamo l'isola



Dal nostro inviato Fabrizio Caccia

Marie Jeanne Michelosi, uccisa il 21 aprile
Marie Jeanne Michelosi, uccisa il 21 aprile
BASTIA (Corsica) – Hanno sbagliato isola, sospira Antoine Bozzi, il marito di Marie-Jeanne. Due killer in moto, il 21 aprile scorso, hanno sparato a sua moglie. L’hanno colpita alle spalle con 8 colpi di calibro 9. Marie-Jeanne Michelosi in Bozzi era l’ex sindaco del comune di Grosseto-Prunga-Porticcio. L’hanno ammazzata davanti a tutti, in pieno giorno, nel parcheggio di un centro commerciale. Una donna nel mirino. Già successo, ma non in questo modo. «Pour moi ces gens se sont trompés d’ile», continua a ripetere Antoine. Hanno sbagliato isola, questa qui non può essere la Corsica. «E invece è proprio lei», confessa preoccupato il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bastia, Paul Michel.

UN'ISOLA IN GUERRA - Nel 2009 in Sicilia, che ha 5 milioni di abitanti, gli omicidi mafiosi sono stati 19. In Corsica, 300 mila abitanti, son stati 17 e la scia di sangue non s’è più fermata. E l’anno scorso altri 17, stessa media. Il grand banditisme è tornato a seminare il terrore. «Il tempo degli assassini»: così il mensile Corsica ha scelto di titolare la sua ultima copertina di maggio. E addirittura Bernard-Henri Levy è andato oltre: se la Corsica ormai è diventata come la Sicilia, ha detto il filosofo intervistato da Canal+, allora per l’estate 2011 ci vorrebbe l’embargo turistico, «boicottare l’isola» per colpire gli affari dei nuovi gangster che qui «dettano legge» e «trasformano i politici locali in marionette». L’affondo di BHL, com’era prevedibile, ha fatto insorgere le categorie: «Non è giusto, un boicottaggio di questo genere penalizzerebbe pesantemente l’economia dell’intera regione, ci andrebbe di mezzo gente che non ha colpe per questi omicidi», ha protestato ufficialmente Agathe Albertini, presidente degli albergatori. Solo nel 2011 sono previsti 9 mila nuovi posti di lavoro, grazie ai 2 milioni di turisti di cui si prevede l’arrivo. Meglio dunque qualche morto ammazzato che tutti morti di fame.

Bernard-Henri Levy
Bernard-Henri Levy
PISTE INTRECCIATE - Di sicuro, però, in giro si spara su commissione e i mandanti per ora restano nell’ombra. «Sono tornati a cantare i kalashnikov, i fucili a pompa e perfino le lupare», dice il procuratore Michel che ravvisa piuttosto delle similitudini con la ‘ndrangheta calabrese. Ci sono infatti clan in lotta e faide mai sopite negli anni, forse anche la morte della signora Michelosi in Bozzi potrebbe rientrare in questo filone di regolamenti di conti e di vendette personali. Suo fratello, Ange-Marie Michelosi, ritenuto dalla polizia il braccio destro di Jean-Jè Colonna, il padrino della Corsica del Sud, fu ammazzato da ignoti nel luglio 2008. Non è facile il lavoro degli inquirenti, perchè spesso le piste s’intrecciano, malavita e indipendentisti si contendono se non gli affari certamente il territorio e più di una volta è già accaduto che siano entrati in rotta di collisione. E anche se quella còrsa «non è la Piovra”» dice il procuratore di Bastia, perché non ha la stessa organizzazione, «magari avrà pure lo stesso sangue che bolle ma non ha di sicuro lo stesso cervello», epperò le bande oggi sono tornate in auge: fanno affari con la droga, le armi e le slot-machine e poi riciclano il denaro comprando tutto, dai ristoranti ai night club.

LAVORI PUBBLICI - Oggi la «Brise de Mer» di Bastia e «Le Petit Bar» di Ajaccio, il venticello di mare e il piccolo bar, hanno rialzato le teste e il grilletto, i vecchi capi (Jean-Jè Colonna ad Ajaccio e Francis Marianni a Bastia) sono morti tutti da un pezzo ma le giovani leve vogliono contare, vogliono mettere le mani anche sulla gigantesca torta dei lavori pubblici, dei terreni edificabili e dei ricchi cantieri per i villaggi turistici che verranno, malgrado gli stretti vincoli e divieti che proteggono da anni il litorale e che finora hanno resistito, tenendo alla larga discoteche e stabilimenti e facendo in modo che la Corsica non diventasse un divertimentificio cementificato come sono invece già le Baleari. Forse perciò le pallottole oggi servono a questo: ad avvertire i politici che la musica è cambiata. Solo un’ipotesi, certo, s’affretta a dire il procuratore di Bastia, ma di sicuro anche su questa pista si sta lavorando.

GLI INDIPENDENTISTI - Prima della Bozzi, che militava nell’Ump di Sarkozy, il 21 marzo era stato freddato a Saint-Andrè-de-Cotone, vicino Bastia, un esponente del centrosinistra, Dominique Domarchi, braccio destro del governatore dell’isola, Francois Giacobbi. Ferocia bipartisan con un unico obiettivo: «Dettare legge», come dice Levy. Anche gl’indipendentisti, nel frattempo, continuano a mettere le bombe nei cantieri, ci mancherebbe altro, più di 40 esplosioni dall’inizio dell’anno, ma loro da sempre lo fanno con altre motivazioni. Lo fanno per la «Corsica libera» e per tenere lontani gli appetiti dei «pinzuti», cioè dei continentali. E c’è una battuta che ripetono spesso gli aficionados dell’Flnc (Fronte di liberazione nazionale corso): «Quando noi facciamo saltare una casa, facciamo sempre uscire prima anche i gatti». Per evitare così le vittime innocenti. Violenza chirurgica, ma pur sempre violenza.


24 maggio 2011(ultima modifica: 25 maggio 2011)



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Un taxi, un pc e Internet Così ho cambiato vita»

Corriere della sera


L'autista elogiato da mr Google: mi cercano dall'estero



MILANO - «Per crescere utilizzando la sfida di Internet l'economia deve imparare dal tassista di Mantova». Ma chi è il conducente lombardo scelto come modello dal presidente di Google, Eric Schmidt, sul Corriere di ieri, e ri-citato come caso di scuola all'e-G8 Forum di Parigi davanti a una platea di società tecnologiche e di politici (durante l'incontro fortemente voluto dal presidente francese Nicolas Sarkozy prima dell'appuntamento del G8)?


Federico Hoefer, 45 anni
Federico Hoefer, 45 anni
Lui è Federico Hoefer, 45 anni, e non è lombardo: è un siciliano di Gela emigrato al Nord nel '95 (prima a Brescia, oggi a Mantova) in cerca di lavoro. «Mi occupavo di grande distribuzione, ho fatto il responsabile di punto vendita per diverse aziende: Coop Lombardia, Lago.it, Esso italiana, poi è arrivata la crisi» racconta Federico al telefono mentre controlla che non arrivino segnalazioni di richieste sul web della sua ladyblu.it, il sito di «noleggio auto con conducente» che ha creato nel 2009 («Mi raccomando non chiamatelo di ricerca taxi altrimenti i taxisti si arrabbiano»).

Con la crisi Esso chiude il suo punto vendita e Federico si trova senza lavoro, «alla mia età non era facile rimettersi in gioco». Allora decide di cambiare vita: «Dovevo inventarmi qualcosa, conosco bene il web, so programmare e creare siti e così ho pensato di lanciare via Internet un'attività di noleggio auto e di riciclarmi come conducente». Niente a che vedere con «Taxi driver»: una Mercedes blu classe E parcheggiata in garage, e un Van sempre Mercedes in collaborazione con un collega («Per questa attività non ci si può permettere altro che auto di un certo livello») e naturalmente un pc collegato alla Rete per lanciare il suo sito e farsi pubblicità su Internet. Prima ladyblu.it, poi Malpensa24.com e taxi24airport.com, parole chiave ricercate per catturare la clientela soprattutto degli aeroporti vicini a Mantova: Verona, Brescia, anche Malpensa.

«Sono diventato quasi un portale - spiega Hoefer - nei motori di ricerca il mio sito esce tra i
Il sito Ladyblu»
Il sito Ladyblu»
primi». Dall'estate scorsa il salto anche in ambito internazionale e adesso il suo nome compare nei motori di ricerca in Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda («Ho indicizzato i siti su google.com ed è come essere su una mega rubrica globale»). Lui parte da Mantova per andare a prendere i turisti in aeroporto (ma anche gli uomini di business) che hanno prenotato la corsa e portarli a destinazione o, molto gettonato, in un tour del lago di Garda. Un servizio esclusivo, solo su prenotazione («Nel giro di due ore rispondo alla mail per la conferma»), disponibile 24 ore su 24 («e sulle lunghe distanze meno costoso di un taxi»).

Quando non ce la fa, passa il lavoro a qualche collega in aeroporto in cambio di una percentuale del 10%, «ma il cliente rimane il mio». E gli affari vanno bene. Il guadagno del primo mese è stato di 1.000 euro («Non sapevo se fosse poco o molto, non ero del giro e poi i colleghi certe cose non te le dicono»). Oggi fattura una media di 5-6 mila euro al mese («Però è un'attività ballerina, tanto lavoro in estate e a dicembre ma a settembre cala molto»). Ma quello che più conta, Federico è contento: «Sono libero, il lavoro lo gestisco da solo, sono sempre in giro e poi si conoscono tante persone interessanti, artisti, politici, imprenditori». Qualche nome? «Ah no, quelli non posso rivelarli». E come dice il signor Google per Internet e l'economia «saranno individui come Federico di Mantova a indicare il cammino da seguire».

Antonia Jacchia
25 maggio 2011

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I musulmani: "Oggi niente corteo E' un favore chiesto da Pisapia"

di Andrea Indini

Il comitato "Musulmani per Pisapia" annuncia una manifestazione a sostegno del candidato della sinistra: una marcia sul Duomo per "sensibilizzare" i cittadini  sulla costruzione della moschea. Lo staff di Pisapia va nel panico: teme che il corteo possa sortire un effetto boomerang ai ballottaggi e fa pressing sugli islamici perché annullino tutto. Alla fine l'organizzatore cede: "Era troppo alto il rischio di strumentalizzazione". Ma questo dimostra, ancora una volta, che il legame tra Pisapia e la comunità islamica è molto forte



Milano - Momenti concitati che rischiano di bruciare i sei punti percentuali di differenza su Letizia Moratti. I musulmani decidono di marciare nel centro di Milano per sostenere il candidato della sinistra ai ballottaggi, Giuliano Pisapia. Scoppia subito il caos. Pisapia va nel panico, spaventato soprattutto dai sondaggi: teme che replicare una piazza del Duomo invasa da islamici (questa volta vestiti di arancione) possa essere un colpo tanto fatale da fargli perdere le elezioni - che lui considera già vinte. "Si è creato un caso sul nulla - spiegano gli organizzatori al Fatto Quotidiano - di certo non intendiamo fare un favore a Letizia Moratti ma dimostrare che siamo cittadini normali, in questo clima di odio forse sarebbe utile rassicurare i milanesi piuttosto che lasciare che questa destra becera ci dipinga come una sorta di criminali e terroristi". Così, su pressante richiesta del Comitato di Pisapia, Piccardo annulla il corteo.
La sola e unica agenzia a battere la notizia ieri pomeriggio è stata l'Adnkronos (leggi l'articolo). E' un vero e prorpio appello. Il comitato "Musulmani per Pisapia", guidato il 29enne vendoliano Davide Piccardo, chiama a raccolta tutti i musulmani di Milano e li invita a scendere in piazza per sostenere le politiche che Pisapia vorrà attuare a Milano. "Invito tutti a venire vestiti con qualcosa di arancione - chiede l’esponente del Sel - che può essere una maglietta, ma anche un hijab (velo islamico, ndr). Cammineremo fino al Castello Sforzesco volantinando e convincendo le persone a dare fiducia al cambiamento". "L’idea di portare i musulmani in piazza per sostenere Pisapia - spiega Piccardo - è venuta in questo contesto in cui lo scontro politico si fa aspro e il centrodestra, con il premier Silvio Berlusconi in primis, utilizza i musulmani come spauracchio. Partecipare attivamente alla campagna elettorale ci sembra la migliore risposta a chi alimenta la paura e le discriminazioni".
Nell'indifferenza generale degli altri media noi del Giornale riprendiamo la notizia. Ed è subito il caos. Il comitato elettorale di Pisiapia va nel pallone: teme una Caporetto ai ballottaggi. C'è il rischio, infatti, che la marcia sul Duomo bruci in un solo pomeriggio il distacco incassato al primo turno sul sindaco uscente. "Un'iniziativa che non ci risulta - afferma Maurizio Baruffi, portavoce di Pisapia - abbiamo anche chiesto alla questura, ci hanno confermato che non è stata chiesta alcuna autorizzazione". Così, sentito il Comitato di Pisapia, Piccardo decide di fare retro marcia: manifestazione annullata. Niente da fare. Al Fatto rivela che "era soltanto un volantinaggio, una passeggiata da San Babila fino a piazza Castello" (leggi l'articolo). Poi ammette: "Con il comitato di Pisapia abbiamo deciso di annullarla, troppo alto il rischio di strumentalizzazione".
"Fino a pochi giorni fa era tutto normale. Poi hanno cominciato ad attaccare Pisapia su questa storia assurda delle moschee, a diffondere il panico. Ma non possiamo mica vivere nella paura e nasconderci". Davide Piccardo è un esponente di Sinistra e Libertà: primogenito dei cinque figli di Hamza Piccardo, dirigente dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), si sta laureando in Scienze politiche con una tesi una tesi sui luoghi di culto a Milano. "Il nostro comitato è nato mesi fa, abbiamo già organizzato numerose iniziative e quella prevista per domani (oggi, ndr) era soltanto un volantinaggio - spiega Piccardo al
Fatto - una passeggiata da San Babila fino a piazza Castello con l’intento di mostrarci per quel che siamo: ragazzi, nati in Italia, laureati, professionisti, cittadini normali insomma. E in questo periodo di caccia all’islamico ci sembrava il modo giusto per far capire, vedendoci, che di noi non c’è nulla di cui aver paura".
Piccardo ammette di non aver deciso autonomamente la revoca della manifestazione. "Ho parlato con il comitato - spiega - abbiamo deciso insieme". Tutto annullato, insomma.
In realtà, anche la revoca dimostra il forte legame tra Pisapia e la comunità islamica. Un legame che il candidato della sinistra tradurrà nella costruzione della più grande moschea del Nord Italia. Nel suo programma c'è, infatti, scritto: "Riteniamo che la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e di aggregazione, possa essere non solo l'esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano". La proposta del vendoliano ha subito scatenato vivaci polemiche legate soprattutto ai forti problemi di sicurezza connessi alla predicazione nelle moschee. Il timore di attentati terroristici è stato sollevato da molti politici, e non solo delcentrodestra. Tuttavia, dopo aver incassato un parziale "sì" dalla Cei, Pisapia è sempre più determinato ad andare avanti su questa strada e, in caso di vittoria, a costruire un grande polo sul modello "positivo" di viale Padova.




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Berlusconi in tv, guarda lo scherzo in diretta di Enrico Mentana

Il Mattino


ROMA - Enrico Mentana ci scherza su. Dopo il maxi multone ai telegiornali - non al suo su La7 - per la sovraesposizione di Berlusconi, il direttore del tg, come di consueto, annuncia le notizie del giorno. Mentana si sofferma proprio sulle multe inferte dall'Agcom ai tg Rai e Mediaset per le interviste a reti unificate al Presidente del Consiglio. Poi, però, annuncia una lunga intervista al Cavaliere. Affrettandosi a chiarire poi che, naturalmente, stava scherzando.







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Caparra per la casa di Scajola» I regali della nuova lista Anemone

Corriere della sera


I pm: bollette, multe, perfino un frullatore



PERUGIA - Ha pagato case, bollette di luce e gas, vacanze, persino le contravvenzioni. Ha saldato i conti dei fornitori, comprato auto, divani, tendaggi, ristrutturato interi appartamenti. Tutto per soddisfare i potenti e così diventare il loro interlocutore privilegiato quando si trattava di assegnare gli appalti pubblici. La procura di Perugia scova l'archivio contabile del costruttore Diego Anemone nel computer della sua segretaria Alida Lucci. E ricostruisce l'elenco dei suoi versamenti segreti. Si scopre così che fin dal 2001 il giovane imprenditore aveva rapporti economici con l'allora ministro dell'Interno Claudio Scajola, preoccupandosi di retribuire con un milione di lire il suo autista. E quattro anni dopo non si occupò soltanto di stanziare 900mila euro per l'appartamento vista Colosseo di via del Fagutale a Roma: nonostante l'interessato abbia sempre negato, i documenti dimostrano come Anemone abbia messo a disposizione pure i 200 mila euro per la caparra.

Soldi e bonifici anche per l'ex ministro Pietro Lunardi, auto di lusso per il cerimoniere di Sua Santità monsignor Francesco Camaldo, denaro sui conti del cardinal Sepe. E una fattura da 30.000 euro in favore di Olivia Bertolaso, la figlia dell'ex capo della Protezione Civile. Una girandola di movimentazioni finanziarie che tra il 2001 e il 2009 ha legato Anemone a politici, funzionari, pubblici, alti prelati disponibili a favorirlo negli affari conclusi per i «Grandi Eventi». Con un'attenzione particolare per la famiglia di Angelo Balducci che veniva mantenuta in ogni spesa, anche minima: basti pensare che, oltre alle case, agli arredi e alle macchine di moglie e figli del Provveditore, Anemone badava alle utenze, all'Ici e persino alle pendenze con Equitalia. Disponibile per tutti, se si pensa che tra le «uscite» è registrato addirittura un «frullatore per ministro», secondo gli inquirenti destinato proprio a Scajola. Nei libri contabili c'è un elenco sterminato di persone e società che dovrà essere adesso esaminato dai magistrati romani ai quali i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi hanno trasmesso le carte processuali con l'esplicita richiesta di valutare eventuali episodi di riciclaggio.

Le case dei ministri
 
«Spese autista Scajola» è la «voce» registrata il 31 ottobre 2001. Poca cosa, appena un milione di lire, ma serve a dimostrare quanto antico fosse il rapporto tra i due visto che risale al periodo dell'arrivo al Viminale del politico di Forza Italia. Tanto che tre anni dopo, quando si tratta di scegliere l'appartamento, Anemone è a disposizione. Finora si sapeva del versamento di 900mila euro consegnato attraverso l'architetto Zampolini alle proprietarie al momento del rogito. Nella nuova lista c'è ben altro. «Compromesso (200) ± agenzia (30) Scaj» registra la segretaria il 19 maggio del 2004, due mesi prima che si perfezioni l'acquisto. E una settimana dopo si occupa addirittura di versare 83,20 euro per «terra per seg Scaj». Un'altro versamento da chiarire avviene il 21 ottobre dello stesso anno. Sui libri contabili è annotato «c/c via del Fagutale rimb. a Maria Corse 168mila euro» e ora si dovrà capire chi sia questa signora e a che titolo abbia avuto i soldi.

Nuovi accertamenti riguarderanno i rapporti tra Anemone e l'ex ministro dei Trasporti Pietro Lunardi che nel giugno 2004 - grazie alla mediazione di Balducci - acquistò da Propaganda Fide un palazzetto in via dei Prefetti, al centro di Roma, per tre milioni di euro a fronte di un valore stimato dall'accusa che superava i nove milioni di euro. Il reato ipotizzato nei suoi confronti è la corruzione, anche se la Camera ha finora negato l'autorizzazione a procedere. Di quello stabile l'imprenditore si occupava sin dal 2003 pagando le bollette della luce e del gas, la tassa sui rifiuti, la manutenzione. Un'abitudine mantenuta anche dopo il passaggio di proprietà. Non solo. Sui libri contabili sono annotati i versamenti a una tale Martina che gli inquirenti individuano nella figlia del ministro. In realtà si tratta di quelle che apparentemente appaiono due operazioni di «giroconto» il 28 ottobre 2004 rispettivamente da 80.350 euro e da 50.251 euro. Ben più consistente è il versamento del 2 gennaio 2006 quando viene trascritto: «Martina x via pref. 250.000 euro».

Le spese di Bertolaso

Sinora le contestazioni dei pm - che per lui come per Balducci, Anemone e gli altri componenti della «cricca» hanno sollecitato il rinvio a giudizio - riguardavano l'uso dell'appartamento di via Giulia, l'incontro con una prostituta al circolo Salaria Sport Village e il versamento di 50mila euro in contanti. Ma a scorrere le spese sostenute dall'imprenditore si scopre che Guido Bertolaso avrebbe ricevuto anche altro. Sarà lui a dover chiarire a che cosa si riferisca la "voce" del 27 settembre 2006 «a Diego x ft. Olivia Bertolaso emessa odd» visto che sembra riguardare sua figlia.

E poi spiegare l'elenco delle spese per le utenze della casa al centro di Roma che gli fu messa a disposizione da gennaio 2003 ad aprile 2007, ma anche quell'annotazione del 23 marzo 2005 «Alida-Marilleva (G.Bert) 20mila» che gli inquirenti sospettano si riferisca a una vacanza in montagna. Come già era emerso esaminando la lista delle ristrutturazioni, Anemone si occupava della manutenzione di molti enti e istituzioni e dunque a questo dovrebbero riferirsi i versamenti relativi a Quirinale e Palazzo Chigi che compaiono più volte nei libri contabili, ma la conferma potrà arrivare soltanto al termine delle nuove verifiche disposte in vista dell'udienza preliminare che si svolgerà il 15 giugno.

I soldi ai prelati

Era stato l'autista tunisino Ben Laid Hidri Fathi a raccontare di aver portato più volte Anemone agli appuntamenti con monsignor Camaldo. E scorrendo le «uscite» emerge come il 12 luglio 2007 il costruttore abbia versato 3.250 euro per le spese del fuoristrada del cerimoniere del Papa, presumibilmente l'assicurazione. Denaro anche per monsignor Francesco Di Muzio che è stato capo ufficio di Propaganda Fide. Per una sua benedizione il 19 maggio 2004 l'imprenditore ha pagato ben 5mila euro. E poi ha continuato a occuparsi di lui: nel 2008 oltre 600 euro sono stati spesi in profumeria.

Il 12 novembre 2004 c'è una voce «C. Sepe 5.000 euro» che secondo i magistrati si riferisce al cardinal Crescenzio Sepe che all'epoca guidava Propaganda Fide ed è indagato per corruzione insieme all'ex ministro Lunardi. In cambio della cessione del palazzo di via dei Prefetti avrebbe infatti ottenuto la ristrutturazione della sede della Congregazione attraverso i finanziamenti della Arcus per un esborso complessivo di 10 milioni di euro.


Fiorenza Sarzanini
25 maggio 2011



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Ecco la sinistra snob: a destra solo plebei

di Vittorio Macioce


"Repubblica" celebra la borghesia illuminata milanese che si è coagulata intorno a Pisapia. In realtà disprezzano gli avversari, in testa l’ex dc Bassetti che insulta leghisti e berlusconiani



Siete, siamo, tutti plebei. Quelli che votano Lega, quelli che non si riconoscono in Pisapia, quelli che non trovano posto nei salotti dell’oligarchia milanese. Quello che sta accadendo a Milano è davvero una cosa buffa. Il vecchio blocco sociale degli ottimati, borghesia patrizia, con un certo disprezzo sociale verso chi non gli assomiglia, si sta stringendo intorno a Pisapia, distinto avvocato post comunista, per riconquistare la città e chiudere la parentesi berlusconiana. Quello che sorprende non è la scelta, ognuno può votare per chi vuole, ma la filosofia, quell’aria da sputi in faccia, di bocche storte, quell’idea che loro sono i migliori, colti, onesti, con un passo già nel futuro e pura razza umana.
Tutti gli altri sono feccia: plebe, plebaglia, cafoni più o meno arricchiti. La campagna elettorale di Pisapia sta diventando questo. È l’astio di chi si percepisce come un’aristocrazia, destinata a governare per grazia di Dio e volontà della nazione. È gente che ama la democrazia solo se a vincere sono loro. Quando perdono parlano di populismo e bestemmiano il popolo idiota e lobotomizzato dalle televisioni. Alberto Statera su Repubblica li racconta come grandi borghesi.
A sentirli parlare assomigliano a quel vecchio notabilato di provincia che si lamenta dei centri commerciali, dispensa premi letterari in stile tardo Novecento e si sente moderno perché ti parla ogni cinque minuti di glocalismo, reti, flussi e rizomi. Non si accorgono che, per quanti sforzi facciano, restano miseramente vecchi. Il loro futuro è già obsoleto. E puzza di razzismo sociale. Il leader dei neo oligarchici è Piero Bassetti, ex «basista» democristiano, ottant’anni, primo presidente della Lombardia. È lui che definisce gli elettori leghisti plebei e parla della Moratti come «bottegaia» o «benzinaia». Con disprezzo.
Non solo verso la Moratti, ma soprattutto per i bottegai, cioè i commercianti, e i benzinai. Forse anche verso i tassisti, gli artigiani, magari gli operai, probabilmente ama i contadini ma solo se non pretendono di sedersi nello stesso salotto dove con i suoi amici prepara la lista degli assessori. E viene in mente una canzone di De Gregori, Celebrazioni, di un paio d’anni fa: «Ci sono posti dove sono stato, dove il Piave mormorava e la sinistra era paralizzata e la destra lavorava, in certe stanche stanze dove discutono di psichiatria, di terrorismo e di fotografia».

Quelle «stanche stanze» si sono appiccicate a Pisapia e se rischiano di regalargli la vittoria prima o poi chiederanno il conto, con la loro puzza sotto il naso e gli affari che comunque sanno di petrolio, con le caste dei notai e i finanziamenti per l’arte di Stato, con la divisione manichea tra salotti e bottegai, patrizi e plebei, notabili e cafoni. Tutto questo con la scusa che loro sono il nuovo ceto medio, la nuova borghesia. Ma è una razza che il ceto medio non lo incontra neppure al bar, dopo un cappuccino con la brioche. Statera li narra come Gruppo 51, il cinquantuno è la percentuale per vincere.
Si sono autoconvocati al circolo socialista De Amicis, «sito evocativo del riformismo ambrosiano», per sostenere nell’ultimo miglio la candidatura di Pisapia. Quelli come loro esistono da sempre. Sono gli stessi in fondo che appoggiarono la dittatura di Silla nella Roma delle guerre civili, i «catoniani», gli ottimati, appunto, che sacramentavano in Senato contro la volgarità dei tempi e predicavano il ritorno al mos maiorum, il costume degli antichi. Erano quelli che usavano l’arte oratoria di Cicerone, ma alle spalle continuavano a marchiarlo come un burino di Arpino.
Gli ottimati di Milano sono il costituzionalista Valerio Onida, il banchiere Profumo, il collezionista d’arte Giuseppe Berger, il notaio Giuseppe Fossati, il filosofo Fulvio Papi, il designer Ronchi e la pubblicitaria Testa. Come scrive compiaciuto Statera: «Altro che Zingaropoli». Sono in 101, tanto per dare il senso della carica, e sono convinti che salveranno Milano dalle barbarie. La democrazia per loro non è più questioni di voto. Ma di razza. Razza patrizia.



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La polizia Usa picchia il disabile

Corriere della sera

A Washington, colpevole di aver bevuto alcool in pubblico
Le riprese girate a Washington fanno il giro della Rete
di Alessandra Farkas