venerdì 27 maggio 2011

Cosima e Michele beccati da microspie Il Gip: «Sarah strangolata con cintura»

Corriere della sera

 

Nell'ordinanza di 90 pagine la ricostruzione del movente. Sabrina gelosa delle attenzioni di Ivano verso la cugina

 

TARANTO - All'indomani dell'arresto di Cosima Misseri si fa più chiara la ricostruzione degli inquirenti dell'omicidio di Sarah Scazzi. In tutto grazie al provvedimento che ha autorizzato la restrizione in carcere della zia della 15enne trovata morta in un pozzo in località «Mosca» nei pressi di Avetrana.

IL DOCUMENTO - Nell'ordinanza di 90 pagine il gip Martino Rosati riporta i colloqui tra Cosima Serrano e il Marito Michele intercettati durante le visite nel carcere. Cosima viene così descritta: «Un tenace avvocato difensore che bene ha studiato gli atti, che contesta al dichiarante (il marito ndc) le sue precedenti affermazioni». Tra le frasi sospette: «Così tu mi dicesti l'altra volta...se ci stanno le intercettazioni vedi come esce...se ci stanno le cose si sentono e vedi...». Cosima in un altro passaggio, scrive il gip, «e conclude con la rampogna per non avergli dato retta ("quando ti davo i consigli io, mai sentita, mai mi ricordo")». Numerose anche le trascrizioni dei messaggi sms tra Sabrina Misseri e Ivano Russo nei giorni immediatamente precedenti al delitto, il cui significato, secondo gli inquirenti, rafforzerebbe il movente della gelosia. Molto dettagliato anche il rapporto del Ros, sempre nella stessa ordinanza del gip, che colloca il telefono di Cosima nella cantina nei minuti successivi all'ora del delitto.

 

 

IL MOVENTE - «Per uccidere occorre avere un motivo - sottolinea il gip Rosati nell’ordinanza di custodia cautelare per Cosima e Sabrina -, e anche piuttosto cogente tanto più se si tratta di un’adolescente di 15 anni e di una persona di famiglia, nonché di un’azione lesiva non esauritasi in un momento bensì protrattasi - come hanno convenuto, almeno su questo punto, tutti i consulenti medici delle parti - per non meno di un paio di minuti, occorre avere un motivo ed anche piuttosto cogente. E Sabrina Misseri lo aveva, lo ha taciuto ed ha tentato, con ogni mezzo, di tenerlo nascosto agli inquirenti: la sua gelosia per Ivano Russo, del quale era innamorata ma non completamente ricambiata, e che temeva le venisse soffiato dalla più avvenente cugina, ormai non più bambina».

 

IL DISEGNO - Secondo la ricostruzione dell’uccisione di Sarah fatta dal Gip la ragazza venne strangolata con una cintura il 26 agosto 2010 in casa Misseri, tra le 14 e le 14.20. A quell’ora nell’edificio, cioè tra abitazione e garage, c’erano Michele Misseri, sua moglie Cosima Serrano, e la loro figlia Sabrina, ritenuta dagli inquirenti autrice materiale del delitto. Dopo che Sarah era stata strangolata, Sabrina e Cosima, insieme con Michele, avrebbero soppresso il cadavere, aiutando lo stesso agricoltore a trasferire il cadavere fuori dalla casa e a nasconderlo nell’auto Seat Marbella dell'uomo. Il cadavere venne poi trasportato in contrada «Mosca», nelle campagne tra Avetrana e S. Pancrazio Salentino, per essere gettato in un pozzo-cisterna che venne poi chiuso.

 

I REATI CONTESTATI - Nell’ordinanza sono contestati gli articoli 110-575 del codice penale perché «in concorso tra loro, cagionavano la morte della minore Scazzi Sarah, strangolandola a mezzo di una cintura»; gli articoli 110-61, n.2 e 411 del codice penale perché «al fine di assicurarsi l’impunità, in concorso tra loro e con Misseri Michele Antonio, sopprimevano il cadavere di Sarah Scazzi, ordinando e aiutando il predetto Misseri a trasferire, a mezzo della sua auto Seat Marbella, fuori dalla propria abitazione il suddetto cadavere, per occultarlo in modo da non essere più trovato». Entrambi i reati vengono indicati come compiuti il 26 agosto 2010 ad Avetrana.

 

LA CELLA - Cosima Serrano è stata rinchiusa a pochi metri di distanza dalla figlia Sabrina, ma non si sono potute parlare, come spesso accade tra detenuti della stessa sezione, dato che le donne sono state posizionate a distanza. Gli interrogatori di garanzia delle due donne sono stati fissati per lunedì prossimo 30 maggio a partire dalla 10 nel carcere di Taranto. Per Cosima, oltre all’avvocato Franco De Jaco, è stato nominato difensore anche l’avvocato Luigi Rella, anche lui del foro di Lecce.

 

Nazareno Dinoi
27 maggio 2011

Spionaggio, eBay accusa Google: "Rubati i segreti del cellulare-portafoglio"

Insulti sul web, D'Alessio querela tutti

Corriere del Mezzogiorno


Il cantante non fa nomi: «Azioni legali contro chi con epiteti diffamatori» su tv e in rete gli hanno rimproverato di non essersi esibito giovedì sera a Milano»



    Gigi D'Alessio

    Gigi D'Alessio


NAPOLI – Chi denuncia? «Denuncio chi mi diffama», dice il cantante Gigi D’Alessio all’indomani della mancata esibizione in piazza Duomo a Milano per la manifestazione di chiusura pro Moratti e a poche ore dall’ esibizione alla manifestazione pro Lettieri a Napoli. Non fa nomi il cantante, ma all’Ansa annuncia di aver dato mandato allo studio legale Giorgio Assumma di Roma di intraprendere «tutte le necessarie azioni legali» per la tutela della sua dignità, umana e artistica. D’Alessio ce l’ha con quanti con «epiteti diffamatori» su televisioni, giornali e internet, gli hanno rimproverato, con insulti e offese, di non essersi esibito giovedì sera a Milano, mancando di rispetto al pubblico accorso per ascoltare le sue canzoni. Intanto, dopo essersi sobbarcato gli insulti dei fan che, dopo aver appreso che il loro idolo avrebbe cantato a favore della Moratti hanno preso ad insultarlo, («anche con minacce»), ora D’Alessio deve fare i conti anche con gli insulti di voleva invece che si esibisse ed è rimasto deluso.


Fr. Par.
27 maggio 2011





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Lenin? Per i capresi era 'Signor drin drin'

Corriere del Mezzogiorno


Un documentario svela gli incontri, i litigi ma anche
gli svaghi mondani dell'esilio dorato dei rivoluzionari



Gorkij, Lenin e Bogdanov giocano a scacchi a Capri

Gorkij, Lenin e Bogdanov giocano a scacchi a Capri

NAPOLI- Forse pochi immaginano che il soprannome del capo della Rivoluzione d'Ottobre, Vladimir Illic Lenin era «Signor drin drin», almeno per i pescatori capresi. Lo svela il documentario di Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi «L'altra rivoluzione. Gorkij e Lenin» edito da La Conchiglia, presentato in anteprima da «Sette» del Corriere della Sera. Sotto la lente d'ingrandimento dei videomaker, che hanno rovistato negli archivi, i preparativi per la rivoluzione russa, gli incontri con artisti e i contrasti filosofici di due dei più grandi rivoluzionari russi, durante la permanenza a Capri. Un dvd arricchito da immagini inedite provenienti da faldoni dei servizi segreti nazisti e archivi sovietici che restituiscono il clima dell'isola del Golfo di Napoli al principio del Novecento, quando lo scrittore Maksim Gorkij si sforzava di mettere pace tra Lenin e il filosofo Aleksander Bogdanov, un terzo esule russo, sbarcato sull'isola nel marzo 1908, che si collocava su posizioni più estreme del futuro capo della Rivoluzione.


Marxisti a Capri: le foto

I CONTRASTI - Alla base del contrasto vi erano differenti considerazioni filosofiche -politiche. Se per Lenin il materialismo stretto «riconosce la realtà obiettiva dell'essere (materia) indipendente dalla coscienza, dalla sensazione, dall'esperienza», Bogdanov affermava l'esistenza di una sola realtà, cioè «le sensazioni che l'uomo organizza secondo diversi livelli». Ed ecco che entra in gioco Capri nell'evoluzione del marxismo. Nell'isola, infatti, gli esuli russi venivano a contatto, scrive Maurizio Caprara, con una «fisicità inusuale» per persone vissute tra prigioni zariste e distese gelate. Se l'ambiente circostante influenza il pensiero dell'uomo, è possibile ipotizzare che la dolce vita nell'isola caprese potrebbero aver contribuito allo sviluppo di una corrente di pensiero marxista «eretica» contrapposta al rigido dettame leninista.

GLI SCATTI INEDITI - Foto inedite raccontano la scoperta dell' «edonismo caprese». Gorkij viene immortalato a cavalcioni su una botte di vino. Un'altra istantanea, invece, sembra essere la metafora dello scontro tra Lenin e Bogdanov intenti a giocare una partita a scacchi; l'obiettivo infatti ferma l'immagine di Lenin nell'atto di spalancare la bocca, forse un urlo di contrarietà o solo uno sbadiglio.

SIGNOR DRIN DRIN - Ma anche l'immagine di Lenin come freddo calcolatore viene riscattata nel documentario. Sedotto anche lui da Capri. Lo testimonia l'intervista a un pescatore che ricorda l'origine del suo soprannome. Un giorno gli spiegò come i pesci nell'abboccare all'amo dessero strattoni alla lenza, proprio come uno squillo di telefono. Da allora Lenin, appena sentiva un pesce tirare all'amo, ripeteva "Drin drin" come un bambino.


Redazione online
27 maggio 2011




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Mladic «è molto malato» ma può esser estradato

Corriere della sera

 

L'ex generale vuole andare sulla tomba della figlia suicida. Ha chiesto delle fragole e libri

 

 

MILANO - Ratko Mladic, il boia di Srebrenica arrestato giovedì, può essere estradato all'Aja ed essere giudicato dal Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia: lo ha deciso un giudice del tribunale di Belgrado, che nella mattina di venerdì lo aveva fatto sottoporre ad esami medici. La famiglia invece sostiene che Mladic avrebbe una forma avanzata di cancro e quindi che è troppo malato per essere trasferito dinanzi alla Corte delle Nazione Unite che lo accusa di 15 reati, tra cui crimini di gurra, genocidio e crimini contro l'umanità.

 

 

L'AVVOCATO - È stato superato dunque il primo scoglio perché il criminale di guerra più ricercato d'Europa venga portato dinanzi alla giustizia. L'avvocato di Mladic ha già preannunciato il ricorso per il quale ha tre giorni di tempo. Poco prima, il figlio Darko, che venerdì mattina aveva visitato il padre nella prigione di Belgrado dove è rinchiuso, aveva detto ai giornalisti che la famiglia considera le condizioni fisiche dell'ex generale «preoccupanti», che ne ha sollecitato il trasferimento in un ospedale militare e che ha chiesto alla Russia di inviare un team di medici che garantisca l'imparzialità della valutazione. «È in pessime condizioni. Il braccio è semiparalizzato, e ha perso sensibilità alla parte destra del corpo». Secondo Darko Mladic, il padre è stato sottoposto a un check-up medico con un elettrocardiogramma e scan del cervello: «L'analisi ha mostrato i segni di due cicatrici da emorragia cerebrale: a stento può parlare».

 

 

LA FIGLIA - Da una fonte del tribunale che ha voluto restare anonima si apprende che Ratko Mladic avrebbe chiesto di essere autorizzato a recarsi sulla tomba della figlia Ana, morta suicida nel 1994. «Ha espresso il desiderio di recarsi sulla tomba della figlia», ha detto la fonte. Ana Mladic era una ragazza di 23 anni. Nel 1994, mentre studiava medicina all'Università di Belgrado, si tolse la vita. Su questo suicidio vi furono molte speculazioni: si disse che subiva pressioni per il ruolo che il padre aveva assunto nel conflitto, che fosse caduta in profonda depressione nel rendersi conto che il padre - a cui era legata da un rapporto particolarmente stretto - si stava macchiando di gravi crimini, che non fosse riuscita ad accettare di dover considerare i musulmani «nemici», dal momento che pare fosse legata da un rapporto di profonda amicizia proprio con un musulmano. Quella di Ana fu solo l'ennesima, forse la più dolorosa, ferita per Mladic. L'uomo che, secondo l'accusa del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, ha ordinato il massacro di 8mila musulmani a Srebrenica, aveva perso il padre nel 1943, a soli due anni, ucciso dagli ustascia croati. Nel 1992, poi, la moglie era stata uccisa a Sarajevo. Oggi che, vecchio e - a dire del figlio - malato, è stato catturato, giocoforza deve fare i conti con la sua vita. In questo senso, in attesa del trasferimento all'Aia dove sarà processato, potrebbe essergli utile leggere o rileggere alcuni classici della grande letteratura russa che, sempre secondo la fonte, ha chiesto ai suoi carcerieri: Turgenev, Tolstoi, Gogol. La fonte non ha citato Dostoevskij, che pure sarebbe stato il più adatto a riflettere. Ma ha svelato che l'ex generale ha chiesto delle fragole e che sarebbe stato accontentato.

 

Libano: feriti sei militari italiani Due gravi ma non in pericolo di vita

Corriere della sera

 

Un'esplosione ha investito un mezzo dell'Unifil presso Sidone, a circa 40 km a sud di Beirut

 

MILANO - Sei militari italiani della missione Unifil in Libano sono rimasti feriti in seguito a un attacco contro i mezzi dell'Onu. Lo reso noto il generale Massimo Fogari, portavoce dello Stato maggiore della Difesa, confermando che due si trovano in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha specificato che dei due feriti «uno rischia di perdere un occhio, mentre l'altro ha una lacerazione alla carotide ed è già stato operato». Secondo una televisione libanese vicina al movimento sciita Hezbollah, anche due civili libanesi sarebbero rimasti feriti nell'esplosione.

 

REAZIONI - «Sgomento e preoccupazione» è stato espresso dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica, a Varsavia per una visita di Stato, ha spiegato ai cronisti di non avere «tutti gli elementi necessari per poter valutare: siamo in attesa di saperne di più». «Siamo vicini ai familiari dei feriti e ai nostri ragazzi impegnati nella missione di pace e auguriamo loro una pronta guarigione», afferma in una nota il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. «L'Italia è vicina ai suoi militari» impegnati nella missione Unifil alla quale «dobbiamo un contributo decisivo alla stabilità in una delle aree più sensibili della regione mediorientale», ha commentato il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha condannato il «deplorevole» attacco in Libano e si è detto vicino «alle famiglie dei soldati» colpiti e «al popolo e al governo italiano».

 

 

ATTENTATO - L'attentato è stato provocato dalla scoppio di una bomba presso Sidone, a circa 40 km a sud di Beirut, che ha fatto saltare in aria il veicolo sul quale viaggiavano i militari italiani. L'ordigno era stato nascosto dietro la barriera di cemento armato sul ciglio della superstrada Sidone-Beirut nella zona ri al-Rumeila. Il convoglio era composto da quattro veicoli e la deflagrazione ha colpito l'ultimo e parzialmente in penultimo.

 

MISSIONE LEONTE - I soldati italiani sono in Libano dal settembre 2006 nell'ambito della missione Leonte, che fa parte dell'intervento Onu denominato Unifil. L'Italia partecipa alla missione internazionale con un contingente di 1.780 militari. Il 10 maggio c'era stato il passaggio di consegne nel settore ovest della missione Unifil fra la brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli e la brigata meccanizzata Aosta. Al quartier generale del contingente italiano, base Millevoi, si era svolto l'avvicendamento tra i comandanti delle due brigate, i generali Guglielmo Miglietta e Gualtiero Mario De Cicco. Per la brigata Aosta, stanziata in Sicilia, si tratta della prima missione in Libano, dopo varie missioni svolte negli anni passati nei Balcani.

 

I CADUTI ITALIANI IN LIBANO - Il 6 agosto 1997 quattro soldati italiani morirono nel corso della missione Unifil/Italair: in un volo di addestramento notturno un elicottero cadde per il maltempo nei pressi di Tibnin. Il 15 marzo 1982 a Beirut nei pressi del campo profughi palestinese di Sabra venne colpito Filippo Montesi: il marò spirò una settimana dopo. Nel corso della missione i feriti italiani furono 75. Nell'ambito dell'attuale missione Unifil, cominciata a fine 2006, nessuna vittima era mai stata registrata.

 

Redazione online
27 maggio 2011

A soli 16 anni conquista l'Everest

Corriere della sera


Il più giovane ad aver scalato le «Seven Summits»



Sulla vetta dell'Everest
Sulla vetta dell'Everest
MILANO - Mentre in Inghilterra i suoi amici erano a letto a dormire, dall’altra parte del mondo il sedicenne George Atkinson stava raggiungendo la vetta dell’Everest, che ha toccato alle 8.45 di giovedì mattina, ora locale, diventando il più giovane inglese a salire sul tetto del mondo, nonché il più giovane in assoluto a scalare le «Seven Summits», ovvero le montagne più alte dei sette continenti.

LA CONQUISTA - George, originario di Surbiton, south-west London, ha deciso di tentare l’impresa per raccogliere soldi a favore della charity «Chase». Il ragazzo era arrivato ai piedi dell’Everest lo scorso 15 aprile, iniziando l’ascesa dal versante Nord, considerato più insidioso di quello Sud, e nelle sei settimane di spedizione la sua squadra, composta da 13 persone fra guide e sherpa, ha sfidato la fatica e l’altitudine pur di arrivare in cima. «George è un giovane davvero molto determinato – ha raccontato al The Independent Dave Pritt di «Adventures Peaks» – perché per approcciarsi ad una simile sfida è necessario avere esperienza e capacità. E lui le ha entrambe».

George Atkinson
George Atkinson
LE ALTRE VETTE - Merito senza dubbio anche del padre Mark, un 51enne di origini svizzere, che ha infuso al figlio la passione per l’alpinismo quando il bambino aveva solo 6 anni. A quell’età, infatti, George scalò la sua prima montagna: si trattava della Slieve Donard, il picco più alto dell’Irlanda del Nord; un anno più tardi toccò alle tre cime più elevate di Scozia, Inghilterra e Galles. Tutte spedizioni preparatorie al vero obiettivo: ovvero, il Kilimanjaro, la prima delle «Seven Summits», che conquistò nel 2005, a soli 11 anni. Due anni dopo fu la volta della seconda, il Monte Elbrus in Russia (che raggiunse da solo perché il padre mollò a 300 metri dal traguardo a causa di un problema con l’altitudine), e nel 2008 George fece poker grazie alla doppietta Aconcagua-Carstensz Pyramid, mentre nel 2010 toccò al Monte McKinley in Alaska e nel gennaio di quest’anno al Monte Vinson, in Antartica, che ha preceduto la scalata dell’Everest.

IL RECORD - Calendario alla mano, George ha conquistato le «Seven Summits» in meno di sei anni e con i suoi 16 anni e 363 giorni (ne farà 17 domenica) è il più giovane ad averlo fatto: il precedente record apparteneva, infatti, all’americano Johnny Collinson che completò il «circuito delle altezze» all’età di 17 anni e 296 giorni . «Io e suo padre Mark siamo a dir poco entusiasti ed orgogliosi di quello che ha fatto nostro figlio – ha scritto mamma Penny sul blog aperto per l’occasione – ma non siamo ancora riusciti a parlargli e fino a quando non sapremo che è arrivato sano e salvo al Campo Base non riusciremo a rilassarci. È stata un’esperienza snervante per tutti noi, perchè siamo rimasti svegli tutta la notte in attesa di notizie». Data la difficoltà dell’ascesa (sull’Everest sono morte oltre 200 persone), George si era preparato scrupolosamente alla missione prendendo un anno sabbatico da scuola e andando in palestra e correndo due volte a settimana per aumentare la sua capacità polmonare. «Sfide di questo genere ti danno un incredibile senso di realizzazione quando le hai portate a termine – aveva raccontato il ragazzo prima di partire – e mi piacciono anche perché mi danno la possibilità di vedere luoghi davvero spettacolari e incontaminati».


Simona Marchetti
27 maggio 2011



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Cuba, arrestati Fariñas e altri sedici

Annozero, quattro commissari Agcom: «Subito istruttoria su Celentano»

Il Mattino


ROMA - Quattro commissari dell'Agcom, Antonio Martusciello, Stefano Mannoni, Roberto Napoli e Enzo Savarese hanno fatto richiesta agli uffici competenti di aprire con urgenza un'istruttoria sulla puntata di Annozero di ieri.

«In particolare - si legge in una nota - oggetto di accertamento, per presunta violazione delle norme sulla par condicio, è l'intervento di Adriano Celentano, nel corso del quale il cantante ha manifestamente espresso le proprie preferenze di voto in favore del candidato Giuliano Pisapia nel turno di ballottaggio che si svolgerà a Milano il 29 e 30 maggio, contravvenendo così all'esplicito divieto previsto dall'art. 5 comma 2 della legge 28/2000».

Lunedì scorso l'Autorità delle comunicazioni aveva multato Tg1, Tg2, Tg4, Tg5 e Studio aperto per le interviste al premier Silvio Berlusconi di venerdì sera. Tg1 e Tg4 erano già stati multati nei giorni precedenti. Il Garante per le comunicazioni giovedì ha poi richiamato anche il Tg3, chiedendo di dare subito spazio a un rappresentante del centrodestra dopo l'intervento in diretta di Antonio Di Pietro andato in onda lo stesso giorno delle contestate apparizioni del premier.








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Napoli, muore turista americano vittima di un tentato scippo

Quotidiano.net


L'uomo, che aveva 67 anni, aveva subito un tentato scippo di un Rolex il 18 maggio scorso. In crociera con la moglie, mentre passeggiava su via Marina, era stato avvicinato da due persone a bordo di uno motorino che ne avevano provocato la caduta


Napoli, 27 maggio 2011


E’ morto Antonio Oscar Mendoza, il turista americano 67enne, originario di Portorico, vittima di un tentato scippo di un Rolex a Napoli il 18 maggio scorso.

L’uomo era ricoverato da allora all’ospedale “Loreto Mare” e tenuto in coma farmacologico. In crociera con la moglie, Mendoza, mentre passeggiava su via Marina, era stato avvicinato da due persone a bordo di uno motorino che lo avevano aggredito per strappargli l’orologio, facendolo cadere.

Nella caduta, l’uomo aveva battuto violentemente la testa, riportando un grave trauma cranico. Operato per eliminare un vasto ematoma, Mendoza non ha mai ripreso conoscenza. Le indagini della polizia sinora, nonostante la presenza di telecamere, non hanno dato esiti certi perche’ i rapinatori avevano il volto coperto e il ciclomotore aveva la targa coperta parzialmente da nastro adesivo.







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D'Alessio, no alla Moratti: «Clima da guerra» Feroce attacco della Padania: «Ridicolo Come l'"onore" di Napoli piena di rifiuti»

Il Mattino


ROMA - «Gigi batte il record del ridicolo». Si intitola così il corsivo pubblicato sulla prima pagina di oggi della Padania che commenta la decisione del cantante di non partecipare all'evento in programma ieri sera a piazza Duomo a Milano a sostegno del candidato sindaco del centrodestra Letizia Moratti.
Il caso di Gigi D'Alessio, si legge, è «la ciliegina sulla torta» che mancava di «una campagna elettorale che ha navigato tra schizofrenia e idiozia con rari lampi di equilibrio e buon gusto».






Il cantante ha «colmato la lacuna insieme ai suoi 'compagni di merende', i verdi napoletani: 'Non canto perchè i leghisti ci insultano e ci odiano'. Imitato in ciò dai 'compagni'». «'Così ha restituito onore e orgoglio al nostro popolo', ha chiosato il commissario regionale degli ambientalisti napoletani - scrive il quotidiano della Lega - Il quale ha evidentemente un concetto strano di orgoglio e onore visto che Napoli detiene il maggior numero di record mondiali negativi in fatto di civismo. Basti pensare alla vicenda infinita dell'immondizia che ricopre la città partenopea».

E Gigi, conclude, «la nuova icona del cantante politicizzato, si è adeguato, battendo da napoletano doc un altro record da guinness dei primati, quello del ridicolo».

Intanto questa sera Gigi D'Alessio dovrebbe cantare a Napoli per chiudere la campagna elettorale di Lettieri a piazza del Plebiscito.

Venerdì 27 Maggio 2011 - 10:04    Ultimo aggiornamento: 10:43




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Roma, corteo di protesta contro Gerit lancio di petardi e uova davanti alla sede

I finti rom denunciati da Pisapia? Ecco la sorpresa: sono tutti veri

di Giannino della Frattina


Smascherata l’ipocrisia della sinistra: una fan del candidato sindaco vede al mercato una nomade con la borsa "Vota Pisapia" e l’accusa di essere una figurante pagata dal Pdl. La zingara si difende: "Me l’avete data voi". E la supporter: "Ridammela o chiamo i carabinieri". Altro che "regia occulta" e arruolamenti: dietro l’episodio si cela il razzismo democratico. Il candidato sindaco del centrosinistra a Milano Giuliano Pisapia nei giorni scorsi aveva presentato una denuncia alla magistratura paventando l’ipotesi che alcuni rom supporter dello stesso candidato fossero in realtà solo attori o comparse



Avvocato Giuliano Pisapia, ho trovato quel­li che si travestono da rom e si spacciano per suoi sostenitori. Non ci crederà, ma sono veri rom che si vestono da rom. Suoi amici che rac­contano di essere suoi amici. E ho trovato anche quei brutti razzisti che considerano i nomadi gente da tenere alla larga. Da nascondere e di cui perfino vergognarsi. Sono suoi soste­nitori. Di lei, Pisapia. E che non hanno bisogno di trave­stirsi da niente. Perché forse un po’ razzismo,suvvia lo am­metta, è nel fondo di tutti.

An­che a sinistra. E se vuole sono pronto anche a raccontarlo ai giudici. Anche a quelli che hanno da lei ricevuto l’espo­sto per denunciare «una serie di episodi di una gravità incre­dibile ».Come l’arruolamento di finti zingari e sedicenti ra­ga­zzi dei centri sociali che mo­lestano i passeggeri del metrò. Con la «regia occulta» del cen­trodestra e di Letizia Moratti. Ebbene, eccomi qua a rac­contare un «episodio di una gravità incredibile», di cui so­no stato testimone. Sono pron­to a giurare di non essere un «figurante». Non un gran gior­­nalista, ma il titolare della tes­sera numero 56399 dell’Ordi­ne professionale. Ieri alle ore 12,10 mi trovavo al mercato del giovedì di via Pietro Calvi, tra corso XXII Marzo e piazza Risorgimento.

Lì ci sono casa mia e la storica sezione del Pd (fu Pci) di via Archimede. A vo­lantinare per la Moratti facce da boy scout, a occhio roba ciellina che spiega con pazien­za alla vecchietta che donna Letizia è un buon sindaco. Non molto entusiasmo, ma la sana ingenuità della bella gio­ventù. Organizzatissimi, inve­ce, i suoi «volantinatori». Buo­na borghesia, ché il quartiere è di quelli buoni. Uomini e donne. Qualche ragazzotto che tacchina quelle di cielle («Venite alla festa di Pisapia? Siete per la Moratti? Ma che importa, venite che beviamo una birra e poi ci divertia­mo »). La faccia bella della poli­tica. Restate così.Perché quel­l­a brutta è già pronta all’incro­cio.

Ho il sacchetto delle frago­le (servisse per il verbale, le ho comprate al banco di fronte a via Lincoln, quello delle caset­te de­i ferrovieri che oggi costa­no un occhio. Le fragole, inve­ce, le ho pagate con lo sconto: 2 euro quattro cestini. Buo­ne). Pochi passi e vedo una donna ben vestita che si agita parlando con un’altra. Quella ben vestita ha la spilla «Giulia­no Pisapia sindaco» e un pac­co di volantini. Con lei un uo­mo ben vestito con spilla e vo­lantini. Lei appesa alla spalla ha una borsa. Di quelle di tela arancione con «Giuliano Pisa­pia sindaco». Uguale a quella dell’altra don­na. Giovane e con un’amica. Dall’abbi­gliamento sono indu­bitabilmente zingare.

A tracolla il sacco aran­cione di stoffa. «Dove l’hai presa? - le chiede brusca la donna ben vestita - chi te l’ha da­ta? ». L’altra risponde: «Uno con i volantini». «Dove?». «Qui vici­no ». «Vieni con me, ti devo parlare», si fa se­ria quella ben vestita. E la trascina dove via Calvi sfocia in piazza Risorgimento. Dove nessuno possa vederla. Ma io sono curioso. Mi colpisce il to­no, l’arroganza.Ma cosa dice? «Vieni con me»? Odio l’arro­ganza. Ma chi sei? Sto per chie­derglielo, ma voglio vedere do­ve arriva. «Ora ti spiego - dice la donna ben vestita alla no­made- . Noi siamo amici di Pi­sapia e domenica si vota». La nomade sorride, meno spa­ventata.

«Anch’io - risponde ­sono amica di Pisapia». Chia­ro, ha la borsa arancione. «Al­lora mi devi aiutare. Dammi quella borsa». E le cose dove le mette? Una mattinata di ele­mosine: un po’ di frutta,verdu­ra, pane, bicchieri di carta. «Se mi dai quella borsa, io te ne compro un’altra».La zinga­ra la svuota. «Mi serve una bor­sa », dice concitata la donna ben vestita. Un ghanese irre­golare fiuta l’affare e arriva con una Louis Vuitton taroc­ca. Comincia la trattativa. Poi ci ripensa. Costa troppo. «Me ne serve una di plastica». Di plastica non c’è. La zingara ri­mette il cibo dentro quella arancione. L’uomo ben vesti­to ha un’idea: «Ti do 5 euro se me la dai e te ne vai subito di qui. Subito».

La zingara ci sta. La donna ben vestita no. «Macché 5 euro. Dammi subi­to quella borsa oppure chia­mo la polizia e ti faccio arresta­re ». Arrestare? Sto per interve­nire. Odio l’arroganza. Aspet­to. La zingara è spaventata. «Perché arrestare? Cosa ho fat­to di male? La borsa me l’ha data uno di voi». Nessun moti­vo per non crederle. Ma an­che se così non fosse, cosa c’è di male se una rom gira per il mercato con una borsa di Pisa­pia? Forse che i nomadi van­no bene nel programma del candidato sindaco, meno se girano «griffati» Pisapia? For­se c’è da vergognarsi a dire che i rom sono «amici di Pisa­pia »? Forse che i rom sono co­m­e polvere da nascondere sot­to il tappeto?

Da non far vede­re a tre giorni dal voto? Ma non facevano parte di quella meravigliosa città multicultu­rale che Pisapia predica? Del­la meravigliosa esperienza di «autocostruzione» con cui ab­bandoneranno le favelas e spontaneamente edificheran­no p­alazzine dopo secoli di no­madismo? La rom non molla: «Se vuoi la borsa, dammi 5 euro». Il ghanese si agita con la simil Vuitton che vuol vendere alla donna ben vestita che insulta l’uomo ben vestito: «Ma cosa ti è venuto in mente di promet­terle 5 euro?». È furibonda. «Se non mi dai la borsa - alza la voce- ti faccio arrestare». Ar­riva quello del furgone della gastronomia. «Fatele arresta­re.

Fuori dalle palle devono an­dare. Che quelle rubano i por­tafogli ». L’uomo ben vestito si riscopre garantista: «Non dica così». Un’anziana conferma: «A me l’hanno preso dalla bor­sa con tutti i soldi. Nemmeno me ne sono accorta».La zinga­ra fiuta l’aria e se ne va. La don­na ben vestita va in cerca del vigile. Per denunciare una donna rom che passeggia per il mercato con una borsa aran­cione di Pisapia­che le ha rega­lato uno del comitato elettora­le di Pisapia. Robe da pazzi. Per fortuna domenica si vota. P.S.: avvocato Pisapia, che sia il caso di chiedere scusa al­la donna rom, non travestita da rom, sua sostenitrice che racconta di essere una sua so­stenitrice e assalita da una sua sostenitrice non travestita da sua sostenitrice?




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Bassolino querela Roberto Saviano

Corriere del Mezzogiorno


L'ex governatore: «Insinuazioni infamanti. Mai avuto confidenza con il "colore del denaro"»




NAPOLI - Bassolino querela Roberto Saviano. «Ho dato mandato ai miei legali di avviare un’azione civile per alcune sconcertanti affermazioni contenute in un articolo di Roberto Saviano pubblicato su Repubblica di oggi. Legittimo ogni giudizio politico. Inammissibile, invece, gettare fango. Da Palazzo San Giacomo e da Palazzo Santa Lucia sono uscito come sono entrato. Ho governato per 16 anni e non ho mai acquistato confidenza con il colore del denaro. A Saviano, dunque, non sono consentite insinuazioni infamanti».

LA FRASE «INCRIMINATA» - L'ex governatore si riferisce al passaggio in cui lo scrittore di Gomorra dice: «Sta tramontando una fase, quella che ha visto Nicola cosentino protagonista assoluto della politica campana in coabitazione con Bassolino, quella in cui l'unico colore che conta in politica è quello del denaro».

IL PRECEDENTE - Non è la prima volta che lo scrittore va in rotta di collisione con il centrosinistra campano e con il suo esponente più rilevante. Un anno fa fece scalpore una dichiarazione con cui Saviano puntava il dito contro il decennio bassoliniano. «Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali: le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra». Parole di fuoco che già allora suscitarono il malumore nel Pd campano. Ora l'ex governatore è passato al contrattacco.

Redazione online
26 maggio 2011




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Il sindaco si sposa e invita tutto il paese: in 3.301 alle nozze

"Così sterminarono donne e bambini"

Al lavoro con il cartello "negro" due anni e mezzo per l'imprenditore

D'Alessio rinuncia al concerto pro Moratti «Non suono per i commenti della Lega»

Corriere della sera

Il cantante napoletano non sale sul palco. L'assessore Cadeo: «Ha detto di aver avuto minacce di morte»


MILANO - Niente Gigi D'Alessio sul palco alla chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti. Il cantante ha deciso di non presentarsi in piazza Duomo come reazione alle tante critiche ricevute per la decisione di esibirsi a favore di una coalizione che comprende anche la Lega Nord. E per diversi commenti negativi sulla scelta del suo nome emersi proprio dagli ambienti leghisti. Ma l'assessore Cadeo spiega anche che il cantante napoletano «ha detto di aver avuto minacce di morte».

«PENSAVO FOSSE UNA FESTA» - «Io ero a Milano con tutto l'affetto ma su internet sono arrivati messaggi brutti. Credevo di partecipare ad una festa invece era una guerra». Ha spiegato così D'Alessio ai fan in piazza Duomo che lo attendevano da ore il perché della sua scelta. Il cantante, in collegamento telefonico con Red Ronnie, che lo aveva messo in viva voce, ha spiegato che i molti messaggi negativi e le minacce ricevute sulla sua pagina Facebook. «Mi hanno destabilizzato e ho deciso di andare via da Milano. Mi hanno bersagliato su internet - ha aggiunto il cantante - così ho deciso di andare via per non creare ulteriori problemi, soprattutto per la mia incolumità».

LE RAGIONI DELLA SCELTA - «Sono stato invitato dal presidente Berlusconi a festeggiare questa giornata ed ho aderito con piacere - ha spiegato il cantante -. Ma il clima di estrema tensione che si è venuto a creare, sia attraverso i giudizi di chi ha un pensiero politico diverso, che i commenti ricevuti da parte di alcuni esponenti della Lega Nord, in quanto napoletano, mi hanno indotto a recedere dall'invito e lasciare Milano». «Credevo - ha aggiunto D'Alessio - che in un paese libero e democratico non accadessero cose come queste. Ciascuno è e deve rimanere libero di esprimere la propria opinione senza per questo offendere nessuno ne tantomeno essere offeso o ancor peggio minacciati. Sono un libero pensatore e nelle mie canzoni rappresento sempre i buoni sentimenti. Voglio continuare ad essere me stesso e a raccontare storie d'amore, storie che uniscono e che non invitano mai al dissenso o a creare barriere». In un successivo lancio d'agenzia ha aggiunto e ulteriormente precisato: «Io credevo di partecipare a una festa, pensavo fosse una festa per la musica, per la Moratti, per il Pdl Ma quando ho ricevuto tutte minacce da parte di chi ha un giro politico diverso, diciamo dalla sinistra, mi sono sentito così male che ho pensato di ritornare. Tra l'altro mi sono anche risentito su delle parole che qualche esponente della Lega ha detto».


«NON SUONARE PER I LEGHISTI» - Un'altra ipotesi rilanciata dalle agenzie di stampa collega la scelta di non esibirsi a Milano con la volontà di non subire contestazioni al concerto napoletano. Un appello a non cantare a Milano era arrivato ad esempio dai verdi napoletani, che pure sono nello schieramento opposto a quello di Gianni Lettieri, portacolori del centrodestra per cui D'Alessio salirà sul palco venerdì. «Lo invitiamo a non cantare per i leghisti che ci odiano ed insultano e risveglia l' orgoglio napoletano - hanno dichiarato il commissario regionale degli ambientalisti Francesco Emilio Borrelli ed il segretario cittadino Vincenzo Peretti - . Se lo farà dovrà aspettarsi di nuovo i fischi da Napoli come successe durante il concerto di Pino Daniele». Per i Verdi, D'Alessio «non può cantare per i leghisti che lo deridono ed insultano Napoli. In queste ore hanno anche rimesso in circolazione il video in cui il leghista Matteo Salvini si rivolge ai meridionali cantando: 'Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani... Oh colerosi, terremotati... Voi col sapone non vi siete mai lavati...». E dopo la notizia dell'annullamento della performance milanese lo stesso Borrelli ha aggiunto: «Ha restituito onore ed orgoglio al nostro popolo rifiutandosi di fare il menestrello per i leghisti».

«NON TIRI IN BALLO NOI» - Ma anche la Lega si è fatta sentire: «La musica è musica: saremmo stati ben felici di avere Gigi D'Alessio sul palco in piazza Duomo ma D'Alessio non usi la Lega per coprire eventuali minacce» ha detto Matteo Salvini, uomo simbolo del Carroccio a Milano . «Se mai ci sono state minacce - ha aggiunto l'esponente leghista - provengono in parte dagli ambienti della sinistra e in parte da napoletani che non conoscono Milano e la sua capacità di accogliere. Non vorremmo che dietro queste minacce ci fosse anche la malavita, ma io non conosco quella realtà e quindi preferisco non esprimermi».

FAN NON AVVISATI - La notizia dell'annullamento del concerto non è però stata data ai fan in piazza che ancora mentre si esibiva Bryan Ferry continuavano ad acclamare «Gigi, Gigi». Tra le migliaia di persone in piazza (40mila per gli organizzatori, 5 mila per la questura), sono arrivati ad assistere allo spettacolo anche numerosi esponenti del centrodestra, a cui è stata riservata una zona vip ai piedi del palco. Tra loro il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, il ministro della difesa Ignazio La Russa, i sottosegretari Daniela Santanchè, Luigi Casero e la parlamentare Pdl, Licia Ronzulli.

Redazione Online
26 maggio 2011

Il liberale che fiancheggiò il fascismo

di Francesco Perfetti


Escono le memorie inedite del diplomatico monarchico Giuseppe Salvago Raggi: le critiche feroci ai politici dell’Italia giolittiana, le simpatie per l’ascesa di Mussolini e poi la delusione per le speranze tradite




Quando lo incontrò di persona, all’indomani della marcia su Roma, il marchese Giuseppe Salvago Raggi, nome mitico della diplomazia italiana postunitaria, si trovò davanti un Mussolini diverso dal personaggio trasandato e bohèmien che aveva intravisto alla conferenza di Cannes. Adesso era un signore in redingote, immerso nel ruolo di governante, aveva l’aspetto di uomo serio e severo, lo sguardo duro. La diversità tra i due spiccava.


Anche Salvago Raggi era austero e impeccabile, ma il portamento rivelava la dignità e l’autorevolezza del notabile dell’età liberale, aristocratico nel tratto e nelle convinzioni, estraneo a suggestioni rivoluzionarie, incrollabile servitore dello Stato. I due rappresentavano mondi, al fondo inconciliabili, che, allora, ebbero modo di scrutarsi e misurarsi: mondi che non avrebbero potuto convivere tranquillamente.

La descrizione dell’incontro conclude il volume di memorie di Giuseppe Salvago Raggi (1866-1946) Ambasciatore del Re. Memorie di un diplomatico dell’Italia liberale (in uscita per Le Lettere: un volume che ripercorre la vita straordinaria, per certi avventurosa, divisa tra l’Oriente e l’Africa, di uomo che fu spettatore e protagonista di eventi come la rivolta dei Boxer in Cina e di una fase significativa della colonizzazione italiana come governatore dell’Eritrea. Le pagine sull’incontro sono poche ma importanti perché rivelano in controluce il dramma dei «fiancheggiatori» liberali che avrebbero finito per contribuire al successo del fascismo e al suo radicarsi nel tessuto paese. Indicative, in proposito, sono le battute che il diplomatico, rispondendo a Mussolini, riservò alla classe politica. Battute impietose contro Francesco Saverio Nitti, che «sapeva di condurre il suo paese alla rovina e su quella rovina voleva innalzare se stesso» e battute, solo in apparenza, più tenere per un Vittorio Emanuele Orlando e un Giovanni Giolitti, incapaci di ben governare perché «accecati dalla retorica parlamentare l’uno, dalla mentalità gretta l’altro» anche se onesti nel credere di «conciliare il minor male del paese con la loro permanenza al potere».

Ma anche battute amare che rivelano la delusione nei confronti di Luigi Sturzo che dava «l’impressione di un prete fanatico in politica come un Savonarola, con idee ristrette e campanilistiche». E poi l’uscita, tipica da liberale conservatore, di Salvago Raggi sul fascismo che avrebbe potuto suscitare le sue simpatie - in quanto reazione contro nittismo, popolarismo e parlamentarismo - se non avesse avuto il difetto d’origine d’essere repubblicano.

Negli anni a venire, Salvago Raggi si chiuse in se stesso senza svolgere, per quanto senatore del Regno, attività pubblica. Preferì guardare con distacco gli sviluppi politici. Si limitò a scrivere, quasi per gioco intellettuale, articoli non destinati alla pubblicazione e appunti. Sono testi dai quali emerge la disillusione di un uomo della vecchia Italia liberale davanti a un Mussolini che confermava la storia dell’apprendista stregone e a un fascismo che tradiva le speranze di chi lo aveva visto come una modalità di restaurazione dell’ordine e una reazione al parlamentarismo esasperato.


Significativi, come tentativo di ripensamento globale del periodo fascista, sono gli appunti che Salvago Raggi buttò giù, a caldo, dopo il crollo del regime. All’indomani del 25 luglio, annotò che avrebbe sconsigliato Badoglio di «sciogliere quella ridicola Camera dei Fasci e delle Corporazione» per non trovarsi senza Parlamento «come in realtà siamo ora», anche se «nessuno se ne accorge» essendo tutti impegnati a gridare contro il fascismo «specialmente quelli che più ne erano entusiasti». Il 9 settembre, dopo la diffusione della notizia della firma dell’armistizio, scrisse che, ascoltando il comunicato di Badoglio, si sarebbe messo a piangere «per l’umiliazione del mio paese e per il disastro nel quale quello sciagurato ci ha trascinati».

L’8 maggio 1944, mentre infuriava la guerra civile, tentò un bilancio del fascismo, convinto di poterlo tratteggiare - lui che non aveva chiesto nulla al regime - «senza rancore e senza ingratitudine» sottolineando «con serenità» quanto riteneva vi fosse stato «di utile per il Paese nostro nel fascismo» e «cosa di cattivo» e, ancora, perché «quel tanto di buono» si sarebbe rivelato «sterile per l’infelice nostro Paese».

La «prima caratteristica del Fascismo che attirava le simpatie di molti» era il fatto che volesse «stabilire un Governo forte» e «abbandonare quella retorica democratica che era stata la norma di tutti i governi» i quali avevano potuto «governare secondo la volontà del Parlamento diretto generalmente da una minoranza più audace e battagliera di una maggioranza sempre pronta a cedere dinanzi a frasi altisonanti di democrazia, libertà, socialismo». Era parso che il fascismo volesse «esser rispettoso delle varie libertà individuali purché non se ne abusasse con danno della collettività» e un tale «atteggiamento piaceva in Italia dove si era fatta una confusione fra demagogia parlamentare e parlamentarismo e si aveva finito per detestare il Parlamento».

Il primo discorso di Mussolini alla Camera era stato «più che duro volgare e insolente» ed era stato «accolto con rassegnazione dalla Camera perché la Camera aveva perduto ogni senso di dignità»: e di questa situazione Mussolini aveva profittato per continuare a insolentirla sbagliando perché «se avesse cercato di rialzarne il morale anziché toglierle prestigio avrebbe potuto avere dal Parlamento utile collaborazione. Come pareva desiderasse nei primi mesi del suo Governo». Risultato positivo era stato il Concordato, possibile perché il governo fascista era «indipendente dalla Massoneria».


Sconsolate, poi, anche le considerazioni di Salvago Raggi sui primi governi postfascisti. Ai ministeri guidati da Badoglio erano succeduti quelli di Bonomi e poi quello di Parri. Come si legge in un amaro scritto dal titolo Regime di libertà, del 21 agosto 1945, osservava che nessuno fra quanti applaudivano al nuovo governo, come avevano fatto per quelli di Mussolini, rifletteva sul fatto che basi necessarie per un autentico regime di libertà avrebbero dovuto essere «la rigida osservanza della legalità, il rifuggire da ogni violenza, l’eguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge». E si domandava retoricamente: «Chi si ricorda in Italia che “a quei tempi”, prima del fascismo, c’era una massima che si riteneva fosse la base d’ogni vivere civile, e che il fascismo ha cancellato: “Tutti sono uguali dinanzi alla legge”?». Una massima che esprimeva il senso più profondo di quella Italia liberale della quale Salvago Raggi aveva visto nascita, affermazione, caduta. E della quale le sue memorie offrono un quadro.





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I pm non risolvono i casi e chiedono aiuto alla tv

di Stefano Zurlo


Continuano i guai della giustizia. \Un anno di cronaca nera che non trova colpevoli: da Yara a Melania, la moglie del soldato. E ora per le indagini ci si affida a "Chi l’ha visto?"




Adesso la scialuppa di salvataggio diventa «Chi l’ha visto?». Gli investigatori che non hanno una strategia la cercano nei format della tv. La Procura di Ascoli si rivolge al programma di Rai3 per stabilire, una volta per tutte, chi c’era sul pianoro di Colle San Marco il pomeriggio del 18 aprile quando Melania sparì. Un mese e passa non è bastato anche se non risulta che su quei prati ci fosse una folla da stadio. Ora i magistrati provano a rintracciare due donne, una riccia e l’altra accompagnata da una bambina, e una coppia di ciclisti. Salvatore Parolisi, il marito della vittima, è sempre pericolosamente in bilico, è stato interrogato per ore e ore, gli hanno perquisito la casa, ma resta sempre un teste. Non ha bisogno di un difensore, anche se sprofonda nella fossa dei sospetti.

Da settimane si favoleggia di arresti e di mosse imminenti della Procura, ma per ora non succede nulla. E se succede qualcosa la logica è misteriosa: ad Avetrana Cosima assiste imperturbabile a nove mesi di scavo, quindi riceve il più subdolo degli avvisi di garanzia, pochi giorni dopo le mettono le manette. Giocando con un concetto altrettanto scivoloso: la compatibilità. Compatibilità con la sua presenza in garage. Combinazione: il tutto proprio nei giorni in cui la Cassazione sottolinea l’inattendibilità di Michele Misseri demolendo, già che c’è, anche il movente della gelosia.

Quest’anno i casi di cronaca nera che hanno toccato l’opinione pubblica sono una collezione di misteri. Domani a Brembate di Sopra si celebrerà il funerale di Yara e la sua tragedia è la sintesi di tanti fallimenti. Yara scompare il 26 novembre, viene cercata da decine di volontari, sfruttando anche l’olfatto dei cani molecolari, la Procura “assalta“ una nave e ferma un marocchino che poi viene scagionato fra dubbi e polemiche. Yara viene ritrovata solo il 26 febbraio da un ragazzo che sta giocando con un aeroplanino: il suo corpo era a due passi dal centro ricerche della protezione civile ma nessuno se n’era accorto. È l’unica terribile novità. Il procuratore aggiunto di Bergamo tiene un’incredibile conferenza stampa in cui mette in fila una galleria di «non so».

Poi, solo silenzio e buio.
Per Melania la soluzione sembra sempre sul punto di arrivare. Ma i giorni passano, il marito non viene indagato anche se si indaga (quasi) solo su di lui, ora si chiama in soccorso «Chi l’ha visto?». Mortificante. Tutte queste inchieste, e anche altre finite sotto i riflettori, mostrano una strategia corta, mosse incerte e contraddittorie, perquisizioni a scoppio ritardato, interrogatori annunciati per troppi giorni, analisi scientifiche sempre più complesse e che inevitabilmente rimandano ad altre analisi ancora più approfondite.

Tutto già visto in un’altra incompiuta che, ahimè, ha fatto scuola: l’assassinio di Chiara Poggi a Garlasco. È il 13 agosto 2007, Garlasco è un deserto, Chiara muore in casa e muore dentro una cerchia di rapporti che si tengono sulle dita di una mano. Sul palmo di quella mano si perde la procura di Vigevano che pasticcia con le prove, temporeggia e va all’attacco del fidanzato e sospettato unico Alberto Stasi sbagliando tempi e modi. Alla fine Stasi viene assolto e l’opinione pubblica deve fare i conti con un paradosso costruito fra gli alambicchi e le provette dei laboratori del Ris di Parma: nessun estraneo è entrato in quell’abitazione, ma non ci sono prove sufficienti per incastrare il fidanzato.

Un paradosso che ora torna, in qualche modo, nel giallo di Melania. Le dichiarazioni del marito vengono ritenute, nella migliore delle ipotesi, evasive, la sua ricostruzione della gita a Colle San Marco non convince, le sue relazioni extraconiugali fanno pensare. Ma i dubbi, impilati gli uni sugli altri, non bastano per arrivare alla sempre evocata svolta.
La sensazione, da Garlasco ad Ascoli, è di quelle che non fanno bene: si procede a tentoni, inseguendo questo o quel dettaglio, ma senza un’idea forte che aiuti a formulare domande, quesiti, relazioni tecniche. È inevitabile: queste indagini sfiancanti, le inchieste con la svolta del giorno dopo, finiscono per andare alla deriva. Ci si aggrappa a una puntata di «Chi l’ha visto?», al profilo del Dna, a una telecamera che spenta o rotta, alle celle telefoniche che spesso e volentieri si trasformano in trappole. In quelle trappole, sia chiaro, non restano impigliati gli assassini, ma gli investigatori.



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La Rai finalmente si libera di Santoro

di Maurizio Caverzan


Il conduttore di Annozero potrebbe traslocare con Vauro e Travaglio Verso l’accordo anche Fazio, che si porterebbe dietro la Littizzetto e Saviano. Con Mentana e Lerner già in video, Telecom Italia media completerebbe il cast del Terzo Polo tv cui lavora dal 2001



Fosse che fosse la volta buona. Un bell’addio alla Rai. Un’uscita senza troppi traumi e con il gradimento di tutti. Fine della storia. Fine delle polemiche sul canone. Delle contestazioni sul servizio pubblico catalizzato dai campioni della sinistra e dell’informazione faziosa a senso unico. Tutti contenti, altroché. Da qualche settimana Michele Santoro e Fabio Fazio sono in trattativa con La7. E anche se non siamo ancora in dirittura d’arrivo, la polpa c’è tutta. Il conduttore di Annozero e quello di Che tempo che fa hanno già incontrato Giovanni Stella, vice presidente esecutivo e amministratore delegato di Telecom Italia Media.

Dettagli non ne trapelano. Tuttavia le presentazioni dei palinsesti sia della Rai che di La7 incombono e agli investitori bisogna saper bene che cosa dire. Quindi il tempo stringe. Ma siccome la stagione di Annozero è divisa in due, a fine giugno la Sipra, concessionaria pubblicitaria della Rai, potrebbe cavarsela annunciando la continuazione del programma per la tranche autunnale. Per il 2012 si vedrà. Se andasse in porto, il trasloco di Santoro potrebbe avvenire a fine anno. Diverso è il discorso che riguarda Fazio, contratto in scadenza a giugno. Se non fosse rinnovato, il suo passaggio alla rete di Telecom avverrebbe già per l’autunno. A complicare lo scenario c’è anche l’esito dei ballottaggi. Ma non nel caso di «Michele chi?», il quale già l’anno scorso di questi tempi era vicino alla risoluzione del rapporto con la Rai, con tanto di buonuscita e relativo contratto di collaborazione per un pacchetto di docu-fiction ben remunerate (un milione di euro a puntata).

Era quasi tutto fatto quando il direttore generale Mauro Masi annunciò ai quattro venti, con gli esiti che sappiamo, di avere il gatto nel sacco. Tutta l’operazione però era stata condotta da Lucio Presta con Lorenza Lei, allora vicedirettore con delega alle Risorse artistiche. Adesso, con Lei ascesa ai vertici aziendali, è ripreso il concerto, stavolta per la fuoruscita definitiva dalla Rai, con il successivo trasferimento armi e bagagli nella rete outsider, riaccesa da Mentana. E proprio Mentana, spesso ospite di Annozero, ha avuto un ruolo centrale nell’inizio della trattativa, alimentata anche dalla stima professionale per Travaglio. Non a caso, dopo il suo arrivo, la presenza su La7 del vicedirettore del Fatto quotidiano è diventata molto assidua, quasi una rubrica nei ping-pong del tg.
Che cosa andrebbe a fare su La7 Santoro è ancora presto per dirlo. Ma intanto si sa che dovrebbero seguirlo Sandro Ruotolo e Alessandro Renna, storico regista del conduttore. La migrazione sarebbe completata da Vauro e dallo stesso Travaglio, tuttora senza contratto in Rai e, a quel punto, liberi di far causa all’azienda.

Probabile disappunto della Sipra a parte, tutta l’operazione si profilerebbe come un delitto politico-mediatico perfetto. In grado di combinare interessi e gradimenti diversi se non contrapposti. Il neo-direttore generale Lei, riuscirebbe dove non ce l’ha fatta Masi. La Rai risulterebbe alleggerita di una parte della zavorra de sinistra. Berlusconi esulterebbe. E, quanto lui, sarebbero soddisfatti gli uomini di Telecom Italia Media e La7, sicuri di far decollare l’audience, consolidando la rete come referente del pubblico istruito e colto, non solo del famigerato ceto medio riflessivo di Che tempo che fa. Infine, sarebbero appagati anche Fazio e Santoro, senza più pressioni e clausole editoriali. Oltre a confermare l’abbinamento con la Littizzetto, Fazio sfonderebbe una porta apertissima presentandosi con Roberto Saviano, anche lui molto stimato da Mentana.

Quanto a Santoro, pur lusingato dal successo di Raiperunanotte e attratto dall’idea di diventare finalmente editore di se stesso, avrà realizzato che il successo di quella serata era in gran parte dovuto all’effetto detonatore, provocato dal «bavaglio» ai talk show durante la campagna per le regionali. Difficile mantenere quell’attenzione nel lungo periodo. Perciò, per tutte queste ragioni, con il suo palinsesto fatto di informazione, approfondimenti e talk show, sia per Fazio che per Santoro La7 sarebbe la piattaforma ideale.Se vi approdassero, si realizzerebbe dieci anni dopo il progetto di Terzo polo al quale nel 2001 ambiva la coppia Colaninno-Pellicioli. Allora doveva esserci Mentana. Che ci ripensò, ma è ben presente oggi. C’era e c’è tuttora Gad Lerner. C’era, fino alla vigilia dell’esordio del suo Fab show, Fazio, poi ricompensato con una liquidazione milionaria. Non c’erano, invece, Santoro e Travaglio.
E stavolta? Fosse che fosse...




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Le vittime di De Magistris: "E' un incompetente, ci ha rovinato in migliaia"

di Gian Marco Chiocci


Michele Mastrosimone, imprenditore a capo dell’associazione delle vittime dell’ex pm candidato sindaco: "Farà danni"




«La vergogna di Enzo Tortora si consumò a Napoli quasi trent’anni fa. Ecco perché sarebbe un dramma trovarsi sindaco di questa stessa città un giustizialista come Luigi De Magistris, che non ha azzeccato un’inchiesta, che ha rovinato centinaia, ma che dico! Migliaia di persone, che ha usato la toga per fare politica. Supplico i napoletani a non votarlo, non sapete a cosa andate incontro. Vi prego...». Chi parla scandendo bene le parole è Michele Mastrosimone, imprenditore distrutto da una delle tante inchiesta boomerang di «Giggetto o flop» (quella sul centro turistico di Marinagri) noto anche per essere il presidente dell’affollata Associazione Vittime di De Magistris. È sceso a Napoli con un obiettivo: «Evitare che le vittime diventino un milione, poiché tanti sono gli abitanti che avrebbero a che fare col suo modo di fare».

Addirittura un appello a non votare il Masaniello di Why Not.
«Una persona che ha dimostrato, nel suo lavoro, di essere a dir poco incompetente rischia di fare danni gravissimi a Napoli. Se deve essere valutato per quel che ha combinato stiamo freschi: lo sapete quanti uomini hanno avuto la vita devastata, il lavoro perso, la reputazione sputtanata sui giornali a causa delle sue elucubrazioni investigative che non hanno portato mai a qualcosa di concreto? C’è da fidarsi di un tipo così?».

No?
«Ma siamo matti? Nessuno lo conosce meglio di noi dell’Associazione. È un’icona populista che si autoalimenta grazie alla grancassa dei media amici. È sempre stato così: le indagini le faceva sulle prime pagine, alla faccia del segreto istruttorio puntualmente violato. Titoli roboanti, inchieste via via più in alto, fino a contribuire a inguaiare Prodi e il suo governo nel fiasco di Why Not. Solo che prima De Magistris era il pm senza macchia e senza paura che lottava contro i poteri occulti, oggi si presenta come il politico nuovo, dalla faccia per bene, che non scende a compromessi, e che libererà Napoli da tutti i suoi mali. Incrociamo le dita. Quando De Magistris intuì che per lui la vita in magistratura si metteva male trovò sponde sui media a lui fedeli che gli permisero di ritagliarsi un ruolo politico concretizzatosi con l’elezione al parlamento europeo che, ad oggi, grazie all’immunità da lui sempre invocata, è servita solo a sfuggire alle denunce delle sue vittime».

Come associazione avete fatto un conto di quante sono le «vittime» dell’ex pm di Catanzaro?
«Lo accennavo prima. Sono qualche migliaio, tra “dirette” (arrestate, indagate, infangate, sbattute in prima pagina, tutte risultate innocenti) e indirette (dipendenti rimasti senza lavoro, aziende fallite, famiglie sul lastrico eccetera). Solo nel mio caso, e cioè per il centro turistico di Marinagri - sul quale De Magistris ipotizzò scenari incredibili di collusioni e favoritismi tra la regione Basilicata e l’imprenditoria lucana - le aziende impegnate erano 47, i dipendenti, compreso l’indotto, quasi 2mila: tutti a gambe all’aria perché il Signore in toga fece sequestri che durarono anni nei cantieri. Inutile dire che quel procedimento ha dato ragione a noi e torto marcio a lui».

I fan di De Magistris, e lo stesso ex pm, vi accusano di essere il braccio armato di «poteri forti» che lui ha indagato quand’era publico ministero.
«(risata) Se De Magistris si fosse presentato col Pdl ci saremmo mobilitati ugualmente per raccontare quanto male ha prodotto. Il nostro è un gesto dovuto, per i cittadini di Napoli che non si meritano di cascare dalla padella alla brace. Noi non esprimiamo un giudizio politico a favore di un candidato. Noi diciamo soltanto che questa è una persona poco competente nel suo vecchio lavoro figuriamoci quanto può esserlo nell’amministrazione della cosa pubblica. Siamo vittime di De Magistris non del colore politico di De Magistris. Vittime di una persona che ha usato gli strumenti della giustizia per fare del male, non del bene. Posso capire qualche inchiesta andata storta ma è normale che tutte siano finite in una bolla di sapone?».

Con lei a Napoli c’è sempre un imprenditore. Chi è?
«Uno che si è fatto 141 giorni di carcere finendo poi assolto con formula piena. Anche lui è una vittima di De Magistris. Provate a chiedergli cosa prova alla sola idea di vedere, lunedì, De Magistris al posto della Iervolino».





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Taroccano i giornali per colpire Berlusconi

di Giuseppe De Bellis


Il Mattino di Napoli manipola un editoriale per scagliarsi contro il premier. Il Tg3 dà carta bianca a Di Pietro ma non viene multato. E poi dicono che tutta l’informazione è in mano al Cavaliere






Il dovere dell’anti-berlusconismo si assolve in 31 righe. Un pacchetto di paro­le da aggiungere per manipolare il pen­siero, per modificare un’opinione, per alterare un’idea, per far passare una li­nea: Berlusconi dev’essere abbattuto a parole prima che con qualunque altro mezzo. C’è la prova, adesso. Sono quelle 31 righe in più che condiscono l’editoriale del Mattino di Napoli di ieri. Non c’erano eppure sono state stampate.

Ci sono le elezioni nel capoluogo campano, lo sappiamo. Sappiamo anche che centrodestra e centrosinistra sono testa a testa, sappiamo che tutti non vedono l’ora di dire che Berlusconi ha perso perché non è riuscito a strappare Napoli. Il Mattino è la voce della città. C’è in ogni casa, c’è in ogni bar. La direzione del quotidiano chiede un editoriale allo storico Giovanni Orsina. È dal 2005 che è una delle firme di punta del giornale: è docente di Storia comparata dei sistemi politici europei alla Luiss.

Il Mattino lo chiama e gli chiede qualcosa di alto, di serio, di colto: il tema è lo sbilanciamento nordista del governo. Ci sta: Napoli coi suoi problemi reclama ascolto e questa storia dei ministeri al Nord che gira da giorni può mettere di malumore la gente del Sud. Orsina pensa, ragiona, scrive, invia, poi dice di essere raggiungibile al telefono per chiarimenti o correzioni.

Nessuno chiama, il giornale esce, Orsina la mattina dopo legge il titolo: «Il Nord evade e il Sud resta senza risposte ». Non è il suo articolo, quello. Cioè lo è, ma hanno aggiunto un paragrafo intero e su quello hanno titolato. Sono le 31 righe del dovere anti-berlusconiano: un’invettiva contro il premier e il suo governo. Sono la patente per accreditarsi, perché in questo Paese se attacchi Berlusconi stai sempre dalla parte giusta. Sono anche la vergogna del nostro giornalismo: il tema non è stare dalla parte del premier o contro. Il tema è che modificare il pensiero di un altro in onore di un progetto politico-giornalistico- militante è il definitivo punto di non ritorno. Abbiamo visto tutto, abbiamo letto tutto, però una cosa così non era mai capitata: non è confronto, non è scontro, è deliberata manomissione del pensiero altrui. Come a dire: se un commento non è un’aggressione personale e politica non va bene. La linea editoriale dei giornali non si discute: ognuno si sceglie la sua e in quello spazio esiste anche la libertà di non pubblicare articoli che non siano in linea. Si prendono e si cestinano.

Quello che è accaduto stavolta è grave e sarà più grave oggi: perché non troverete cori indignati, non troverete petizioni, non troverete appelli, non troverete l’ordine dei giornalisti che prende posizione.

Perché l’anti-berlusconismo non è un peccato, è una linea condivisa e deve essere propagandata. Troverete, invece, le denunce del Tg3 richiamato dall’Agcom per aver dato troppo spazio ad Antonio Di Pietro e aver così violato la privacy. Diranno che l’hanno attaccato perché è l’unica voce contro Berlusconi. Ovvio, no? Il Tg1, il Tg2, il Tg4, il Tg5 vanno multati perché sono il megafono del governo. Se, invece, sei il megafono dell’opposizione sei uno libero. Passerà questo. Passerà per verità e basterà a coprire le 31 righe più basse del giornalismo italiano: la dimostrazione che in nome dell’anti- berlusconismo vale tutto.













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Bergman scambiato in culla da neonato

Corriere della sera


Il grande regista non era figlio naturale della madre. Lo ha scoperto la nipote. Grazie all'analisi del Dna


MILANO - In alcuni sui film profondamente autobiografici come Fanny e Alexander ha più volte raccontato quanto il suo carattere e la sua produzione cinematografica siano stati profondamente segnati da un’infanzia difficile e da un’educazione severa, appresa da suo padre, un pastore protestante perfido e duro di cuore. Eppure i primi anni di vita di Ingmar Bergman, il grande regista svedese scomparso nel 2007, avrebbero potuto essere completamente diversi. Secondo quanto racconta il libro Kärleksbarnet och bort­bytingen (Il figlio illegittimo e la sostituzione del bambino) di Veronica Ralston, nipote di Bergman, il corpo del piccolo Ingmar, ancora in fasce, sarebbe stato sostituito furtivamente con quello di un altro neonato nell'ospedale di Uppsala.

LA RIVELAZIONE - La nipote del regista è riuscita a conoscere la verità dopo aver letto Den jag ser på älskar jag (Ciò che vedo è ciò che amo) un libro di Louise Tillberg pubblicato l'anno scorso, in cui la scrittrice affermava che suo padre e suo fratello avrebbero avuto un altro fratello, partorito dalla loro mamma Hedvig Sjöberg quando quest'ultima era ancora una ragazza-madre. Il neonato ancora in fasce sarebbe stato consegnato dalla donna a Erik Bergman (il padre del regista e al tempo amante della ragazza-madre). Incuriosita da questa storia, la nipote di Bergman avrebbe effettuato le analisi tra il suo Dna e quello del regista usando dei francobolli usati dal maestro svedese e incollati su una lettera spedita ai genitori. I risultati sarebbero inequivocabili: tra il regista e Veronia Ralston non vi sono legami di sangue e soprattutto l'analisi del Dna confermerebbe che Karim Bergman non è la mamma biologica del regista de Il settimo sigillo.

I COMMENTI - La nipote di Bergman ha confessato ai media svedesi: "Quando mia nonna Karin Bergman diede alla luce suo figlio era il 14 luglio del 1918. Era stata malata per un lungo periodo ed è probabile che il bambino non sia sopravvissuto al parto. Non ho ancora contattato l'ospedale di Uppsala per verificare se ci sono registri dei bambini nati morti, ma credo di sapere esattamente cosa accadde quel giorno. Suo marito Erik sostituì il bambino che non era sopravvissuto al parto con quello che Hedvig Sjöberg aveva partorito poco giorni prima a Stoccolma". Secondo il quotidiano svedese Dagens Nyheter (http://www.dn.se/kultur-noje/film-tv/ingmar-bergman-var-inte-biologisk-son-till-sin-mor) la scrittrice Louise Tillberg avrebbe spedito una lettera il 9 luglio del 2007 allo stesso Bergman per fargli conoscere le sue conclusione prima di pubblicare il libro, ma il regista sarebbe morto appena tre settimane dopo e non si sa se abbia mai letto la missiva che gli svelava le sue vere origini


Francesco Tortora
26 maggio 2011



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