sabato 28 maggio 2011

Il nuovo attacco dell'Anm contro il Cavaliere "Le sue aggressioni ai pm un danno per il Paese"

di Redazione







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Cuba riduce le imposte e amplia i paladares per stimolare i negozi

Incendio sul traghetto Napoli-Palermo «Ventole antincendio montate al contrario»

Napoli, crocierista morto: boom di disdette Il gruppo Carribbean cancella lo scalo

Il fango sull'Italia? È quello di Repubblica

di Vittorio Macioce


Il quotidiano diretto da Ezio Mauro da anni dice che nel Paese c'è un regime, ma ora accusa il Cavaliere di danneggiare il Paese...




Tutto, ma questa no. Ezio Mauro l’altra mattina si è svegliato indignato. Molto indignato. Come si permette Berlusconi di sputtanare l’Italia dicendo in giro, all’estero, perfino a Obama, che in Italia c’è una dittatura? Queste cose non si fanno. Non si parla così di un bel paese, democratico, dove la scelta di chi comanda appartiene al popolo sovrano. Mauro scrive proprio così: «Berlusconi utilizza il palcoscenico internazionale per danneggiare il proprio Paese, e presentarlo come uno Stato che è fuori dalle regole dell’Occidente, anzi in pericolo di dittatura».

Non ci sarebbe nulla di strano in queste quattro righe, ognuno in fondo ha le sue opinioni, se a scriverle non fosse il direttore di Repubblica. Questo è lo stesso quotidiano che per anni ha parlato di regime, di un’Italia al confino, di repubblica delle banane, di totalitarismo mediatico. Ne ha chiacchierato urbi et orbi, scomodando editorialisti e intellettuali, politici stranieri e stampa estera. Sempre e comunque. Non è su Repubblica che Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky hanno scritto un manifesto per denunciare il regime berlusconiano e difendere la libertà di stampa dalle aggressioni del Caimano? Tre giuristi in coro: allarmati, preoccupati, con il megafono in mano.

E dietro di loro tutte le firme dell’intellighentia apocalittica e ormai integrata. Mauro naturalmente queste cose le sa. Ricorda la mezza battuta di Umberto Eco sulle affinità elettive tra il Cav e il Führer. Non al bar sotto casa, ma a Gerusalemme. Rammenta il Berlusconi Ceausescu, il Berlusconi Saddam, il Berlusconi Mussolini, il Berlusconi origine di tutti i mali. Ci sono anche magistrati, pm e giudici, che dicono queste cose. Parlano di dittatura. Mauro avrà sentito i discorsi, di solito sotto braccio a qualche corrispondente di un quotidiano straniero, di tutti quelli che da anni sono in fuga verso Parigi. Non sono ancora arrivati, ma ce la faranno. Sembriamo un popolo di profughi, esuli e martiri. Tutti nipoti di Mazzini e con lo stesso destino di Gramsci. Con una sola variante: martiri, esuli e profughi stavano, e stanno, tutti in tv.

Che c’entra, diranno, tutte queste accuse erano e sono contro Berlusconi. Quando si parla di lui mica si sputtana l’Italia. Non importa che sia il capo di un governo democratico. Non conta. Raccontare che in Italia c’è un dittatore non è vilipendio. Non fa male. Non è una menzogna. Non danneggia nessuna immagine. Il ragionamento di Ezio Mauro e del suo «club» è che Berlusconi non è e non sarà mai l’Italia. L’Italia sono i giudici. Ergo: dire che Berlusconi è un dittatore è lecito. Sostenere che c’è una dittatura di giudici è reato. Sono tutte e due affermazioni forti, sopra le righe, ma perché la prima è scontata e la seconda scandalosa? Qualcosa non torna.

Berlusconi, dicono, è il presidente del Consiglio. Le sue parole hanno un peso diverso. Vero. Non c’è dubbio che quest’uomo sono quasi tre anni che si becca del dittatore, e molto altro, ogni santo giorno. Il dittatore, come dice lui stesso, più sfigato del mondo. L’unico che si può insultare senza rischi. Anzi, più lo insulti e più ti battono le mani. Berlusconi ha voluto rispondere con la stessa moneta: giudici dittatori. Ma questo gioco in Italia non è speculare. Anche se a pensarci il premier ha detto a Obama la stessa cosa che D’Alema disse all’ambasciatore Usa in Italia. Ricordate le carte svelate da Wikileaks? «I giudici sono una minaccia allo Stato». Carta canta. Parole di D’Alema. Ma anche questo non conta.

Essere antiberlusconiani di questi tempi è facile. Quelli del fango tanto sono sempre gli altri: amici, conoscenti o semplici passanti sulla strada del Cav. Se non sei dichiaratamente uno che sputa in faccia a Berlusconi trovi qualcuno che in fretta aggiunge una trentina di righe alle tue parole. Il caso Orsina insegna. Il bello è che i «manipolatori» incassano anche la solidarietà del candidato sindaco, berlusconiano, di Napoli. Tranquilli. Nessuno vi accuserà di aver tradito la libertà di stampa. Né oggi né domani. Il buongiorno in fondo si vede dal Mattino.



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Ecco il nuovo mestiere dei salotti "bene" Una firma per... Pisapia

di Mario Giordano


Avvocati, designer, scrittori. Chi non fa parte di una lista pro Giuliano è out. E magari ci scappa una poltrona...




C’era un volta la ferma obbligatoria. Oggi c’è la firma obbligatoria. Nei salotti milanesi, ormai, non ti lasciano più entrare se prima non hai sottoscritto il tuo bel documento di sostegno a Pisapia. Ce n’è per tutti i gusti, si può scegliere liberamente, come dal gelataio. Vaniglia o pistacchio? Ecco uguale. Qui puoi aderire all’elenco degli «Avvocati per Pisapia» o a quello delle «Donne per Pisapia», ma ci sono anche: «La lista dei 51» capitanata da Piero Bassetti; quella dei designer e dei pubblicitari griffati Esterni.org; quella degli intellettuali italiani di Umberto Eco e Gustavo Zagrebelsky; quella degli intellettuali stranieri con Nadine Gordimer e Daniel Pennac; quella dei liberali di Valerio Zanone; e pure quella dei cosiddetti 141 che hanno firmato ieri sul Corriere, e che non si capisce bene che cosa li unisca se non la voglia di farsi vedere.

Più che liste per il candidato, in effetti, queste sembrano liste per candidarsi. «Ehi, Giuliano, mormorano che potresti diventare sindaco: ti ricorderai di me, vero?». Ditemi voi, altrimenti, che senso può avere per la cittadinanza, sapere che Franco Brizzi (bancario) e Emanuele Garzia (ginecologo) andranno a votare per Pisapia. E Edoarda Barzanò (artigiano) o Vladimiro Verduci (commercialista)? Che senso ha mettere insieme un elenco minestrone dove ci sono psicoterapeuti, consulenti del terzo settore, architetti, storici, editori, ex dirigenti, artigiani, studenti, poeti, psicoanalisti, registi e persino uno che si qualifica come «già direttore generale» (ma de che?), uniti soltanto da una cornicetta arancione sul quotidiano milanese? A che cosa serve? Forse a raccogliere quelli che non hanno trovato spazio negli altri elenchi e s’accontentano dell’elenco minestrone, pur di mettersi in mostra con l’eventuale sindaco?

Comunque sia, pare che nei circoletti bene di Milano, quelli che mangiano bio e d’estate vanno al Forte, quelli tutti bicicletta, cachemire e champagne, non si possa più entrare senza aver prima sottoscritto adeguato appello. O almeno manifesto. O, in mancanza d’altro, documento su internet. Per essere veramente à la page, poi, bisogna essere firmaioli doc, cioè averne firmati almeno due, come Valerio Onida, l’ex presidente della Corte Costituzionale. Onida, infatti, figura come primo nome fra i 210 avvocati milanesi usciti allo scoperto sul Corriere e pure come uno dei punti di forza della «lobby dei 51», quella formata dal redivivo Piero Bassetti, con Marco Vitale, Salvatore Bragantini, Pippo Ranci e altri illuminati guru dei salotti della finanza. Che ci volete fare? Quest’anno va così: in spiaggia si porta il rosso, in città pure. Fa chic. E così dai bikini a Palazzo Marino, chi si ferma è perduto. Chi si firma, invece, no.

Del resto, si sa: gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del presunto vincitore. E i milanesi, in questo caso, si stanno dimostrando Arci-italiani (con rispetto per l’Arci). Persino il vecchio Cesare Romiti esce dalla naftalina per schierarsi a capofitto con il rappresentante di quell’operaismo di sinistra che una volta avrebbe preso a pedate. E il regista Luca Ronconi rilancia a tutta pagina: «La borghesia ha scelto Pisapia». Soliti originali, questi intellettuali, eh? Quando c’è da dire una cosa un po’ controcorrente, loro si affrettano subito a non dirla. Sono fatti così: amano il gregge. Più che idee hanno fiuto: appena sentono che qualcuno è in odor di vittoria, zac, scatta il riflesso pavloviano a sostenerlo. Magari con un bell’elenco, che fa tanto Fazio-Saviano, vieni via con me.

Ma sì, dai, andate via con loro. I grandi firmaioli di Milano. Quelli dell’elenco prêt à porter. Claudio Abbado? Elenco Intellettuali. Isabella Ferrari? Elenco Donne. Paolo Mereghetti? Elenco Designer. Vittorio Dotti? Elenco Avvocati. Carlo Fontana? Elenco dei 51 (Elenco Lobbisti). L’architetto Gae Aulenti? Elenco Intellettuali. L’architetto Marco Zanuso? Elenco dei 141 (Elenco Minestrone). E chissà perché non si sono fatti anche un bell’elenco architetti. Mah. Comunque una bella firmetta non si nega a nessuno: 210 avvocati, da Alberto Alessandri a Suele Zoppetti, ci tengono a dire sul Corriere che Pisapia loro lo conoscono bene (adesso siamo tutti più tranquilli); e allo stesso modo scendono in campo 300 donne, 51 lobbisti, un certo numero di intellettuali, i creativi designer e architetti e 141 signori nessuno, compreso Francesco Albertini (studente) e Marco Cavallarin (pensionato) che non possono certo firmare l’elenco intelligente di Salvatore Veca e Paul Ginsborg, ma hanno diritto pure loro a partecipare al gioco più chic dell’estate 2011: sottoscrivi, e sarai fortunato.

Infatti pare che, se vince Pisapia, possa cambiare persino la canzone: o mia bela, Madunina, che te firmi de lontan. A Natale il panettone non verrà più inzuppato nella crema di mascarpone, ma nella crème delle sottoscrizioni. Alla prima della Scala verrà recitata la lista più elegante, mentre chi non ha appoggiato almeno un appello per il nuovo sindaco di centrosinistra pagherà la nuova tassa cittadina: il tributo a Giuliano. Vi pare? Del resto non è una novità: i salotti bene milanesi hanno sempre avuto una certa propensione all’adesione facile. Adorano le grandi ammucchiate al sapor di bandiera rossa e Che Guevara. Per questo da sempre firmano ogni tipo di manifesto che arriva dalla sinistra, anche i più demenziali, nella speranza di poter poi firmare qualche buon contratto. Intanto che hanno da perdere? Al massimo il loro nome. Cioè davvero poco. Praticamente nulla.





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Ma nessuno si vergogna dei giornali manipolati

di Fabrizio Rondolino


Il tarocco del "Mattino" in versione anti premier è ignorato dai guardiani della libertà di informazione. Chissà cosa sarebbe successo se fosse stato fatto in favore del Cavaliere... E chi ha denunciato l'episodio sarebbe persino disonesto e diffamatore




Immaginate che domani, sulla prima pagina del Giornale, appaia l’editoriale di Giuliano Ferrara con 31 righe in più, aggiunte in redazione all’insaputa dell’autore, per modificarne il tono in senso ultraberlusconiano. Immaginate che Ferrara scriva, come ha scritto domenica scorsa, che Berlusconi ha sbagliato a farsi intervistare a raffica da (quasi) tutti i tg, e che sul Giornale appaia invece un nuovo paragrafo in cui si dice che Berlusconi, perbacco, ha fatto benissimo. E immaginate infine che Ferrara mandi una letterina a Sallusti per annunciargli le sue irrevocabili dimissioni.
In Italia scoppierebbe la rivoluzione. Il Fatto e Repubblica uscirebbero in edizione straordinaria. L’Ordine dei giornalisti sospenderebbe tutti i redattori del Giornale per almeno un anno.

I sindacati dei tipografi inviterebbero al boicottaggio. Il popolo viola organizzerebbe un presidio sotto la redazione. Tutti i partiti d’opposizione presenterebbero interrogazioni parlamentari. Di Pietro chiederebbe con urgenza l’intervento del Quirinale. La Federazione nazionale della stampa proclamerebbe due giorni di sciopero. E Annozero dedicherebbe un’intera puntata al martirio di Giuliano Ferrara, al quale il Pd, Sel, l’Idv e l’Udc offrirebbero subito un seggio in Parlamento.

A Giovanni Orsina, professore di Storia dei sistemi politici e di Storia del giornalismo alla Luiss, da sei anni editorialista del Mattino, è capitato proprio questo. A un suo editoriale, l’altro giorno, sono state aggiunte 31 righe (un intero paragrafo, il secondo) a sua completa insaputa: «Vi si parla - riassume lo stesso Orsina - di un governo incoerente e indolente nell’affrontare la questione meridionale, colpevolmente tollerante di fronte all’evasione fiscale nel Nord, incapace di frenare la “rapacità” della Lega».

Reazioni? Nessuna. Avete letto bene: nessuna. Né dall’Ordine, né dal sindacato dei giornalisti, né dalle numerose associazioni che dovrebbero difendere la libertà di stampa in Italia, dalla storica «Articolo 21» alla recentissima «Valigia blu». E neppure da quegli intellettuali, dirigenti politici, opinionisti e star della tv che ogni giorno, e giustamente, rivendicano la libertà di espressione.
Lo ha detto benissimo, giovedì sera, Michele Santoro in tv: o siamo tutti liberi, oppure nessuno di noi lo è fino in fondo. Grazie ad Annozero, ha aggiunto, Berlusconi è un po’ più libero. È verissimo. Come è vero che grazie a Giovanni Orsina, se potesse veder pubblicato sul Mattino quello che scrive, Bersani e Vendola e Di Pietro e De Magistris sarebbero più liberi.

Che cosa è invece successo? La lettera che Orsina ha scritto al direttore del quotidiano partenopeo e all’Ordine dei giornalisti è rimasta senza risposta. In compenso il cdr del Mattino, anziché difendere la libertà di espressione di un collaboratore, «condanna con forza e fermezza la campagna diffamatoria messa in atto da Libero e dal Giornale», «respinge ogni strumentale accusa» e «ribadisce indipendenza ed equidistanza da leader e posizioni politiche». Nel merito, neppure una parola. L’articolo manipolato semplicemente non esiste. In compenso i giornali che ne hanno scritto sarebbero disonesti diffamatori. E guai a scriverne ancora, perché il sindacato interno, indispettito all’idea che in Italia si possa addirittura protestare se un editoriale viene stravolto alle spalle di chi l’ha scritto perché non parla abbastanza male di Berlusconi, conclude il suo comunicato minacciando «eventuali azioni legali a tutela dell’immagine della redazione».
È il mondo di Pinocchio, dove il giudice manda in galera il burattino perché ha denunciato la truffa del Gatto e della Volpe.

È il mondo dove in galera si vorrebbero mandare i sismologi che non hanno previsto il terremoto dell’Aquila (i terremoti che avvengono mentre a palazzo Chigi non c’è Berlusconi sono, com’è noto, non prevedibili). È il mondo dove sono ammessi soltanto due pensieri, a favore o contro. È il mondo dove la libertà appassisce sull’altare della faziosità, e ci fa appassire tutti.




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Dalla Tunisia maxi-sbarco di pregiudicati Altro che rifugiati politici, sono detenuti

di Paola Fucilieri

Già a febbraio il ministro Maroni aveva lanciato l’allarme: "C’è il rischio che arrivino i detenuti scappati dalle prigioni". Nel caos il permesso di soggiorno  per motivi umanitari è stato dato anche a ladri, omicidi e spacciatori




Milano

Preoccupato dalla fuga di decine di carcerati da Monastir, il ministro dell’Interno Roberto Maroni l’aveva dichiarato già a febbraio. «C’è il pericolo che i detenuti scappati dalle prigioni tunisine attraversino il breve braccio di mare che li separa dall’Italia e che ce li ritroviamo fuori dalle nostre case, sotto le spoglie di rifugiati politici». Si sapeva che chi avrebbe potuto sarebbe scappato. E il ministro, allora, temeva infiltrazioni di tipo terroristico. Invece in Italia dalla Tunisia sono arrivati dei veri e propri malviventi, pluriomicidi e ladroni, molti dei quali erano stati condannati all’ergastolo dal regime di Ben Alì. E che, invece, superato il fotosegnalamento di Lampedusa, tra il 5 e il 18 aprile scorso, come previsto dal decreto governativo, hanno raggiunto varie città della penisola riuscendo a ottenere il permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari. Non trattandosi di crimini commessi in Italia, i vari uffici immigrazione delle nostre questure non ne erano a conoscenza e, perciò, non hanno potuto fermarli. E, quel che conta di più, hanno concesso loro il permesso.

Se n’è accorta recentemente l’Interpol. Che ha diffuso una lista di nomi di questi tunisini con alle spalle vicende criminali e processuali talvolta inquietanti (alcuni di loro sono classificati come «criminali pericolosissimi»), alle varie questure d’Italia. Affinché, qualora venissero fermati per dei controlli, siano rispediti immediatamente in Tunisia a scontare le pene a cui erano stati condannati.
È il caso, ad esempio, di Hicham Ezheni, classe 1977, condannato in Tunisia all’ergastolo per omicidio e che ha ottenuto a Milano il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

O quello di Sami F., 33 anni, condannato a 8 anni per reati non specificati, ma considerato «estremamente pericoloso». Lui il permesso l’ha ottenuto a Imperia.
La questura di Bologna ha rilasciato il permesso invece ad Anis A., 23 anni, già in carcere in Tunisia per rapina a mano armata e stupro e ad Amin S., 21enne condannato a 5 anni per furto e borseggio. Sempre nella città delle due torri il documento valido sei mesi negli stati dell’area Schengen è stato rilasciato a Mahdi B., 21 anni, un balordo già finito in carcere in Tunisia e fratello del più noto Imad, considerato uno dei «capi dell’organizzazione del traffico di stupefacenti a Roma».

La lista, che conta una trentina di nomi, potrebbe allungarsi con il passare del tempo. Quando dalla Tunisia giungeranno gli elenchi completi e certi dei criminali fuggiti dalle carceri del loro paese e il cui arrivo in Italia è stato accertato grazie alla fotosegnalazione di Lampedusa.

Intanto l’Organizzazione internazionale della polizia criminale ha sottoposto all’attenzione delle questure e degli investigatori della nostra polizia anche i nomi di Bolbaba A. e Amin M. Il primo ha 39 anni e in Tunisia è stato condannato a 30 anni per omicidio; l’altro è un 29enne ed è anche lui un assassino che deve scontare l’ergastolo. Entrambi sono considerati molto pericolosi e si sa che sono fuggiti dalla Tunisia e che, tra l’1 gennaio e il 5 aprile sono riusciti a entrare in Italia, passando per Lampedusa. Per precauzione i loro nomi sono stati messi in bell’evidenza all’interno degli uffici immigrazione. Dove, qualora si fossero presentati con la loro vera identità in qualità di profughi, sarebbero stati subito ammanettati e portati in carcere. Ormai di permessi di soggiorno per motivi umanitari non se ne concedono più, il tempo è scaduto. Ma chi ci assicura che questi criminali non siano riusciti a ottenerlo sotto falso nome? Purtroppo nessuno.



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Se chi usa il bancomat diventa un evasore...

di Nicola Porro


La rubrica "zuppa di Porro" si occu­pa oggi di un’ar­ma nucleare in mano agli uomini del­le tasse: una vec­chia norma prevede che chiunque utilizzi il contante per i propri pagamenti abbia l’onere di dimostrare che non sia un evasore




La zuppa si occu­pa oggi di un’ar­ma nucleare in mano agli uomini del­le tasse. Roba da non credere, per quanto sembri assurdo. Eppu­re è tutto vero. Una vec­chia norma (l’articolo 32, comma 1, numero 2 del dpr 600-73) prevede che chiunque utilizzi il contante per i propri pagamenti abbia l’onere di dimostrare che non sia un evasore. Cerchiamo di essere più chiari e raccontiamo un caso molto concreto che è accaduto ad un nostro lettore. Un profes­sionista subisce un accertamento da par­te della Guardia di finanza. È uno dei milio­ni di partite iva che circolano in Italia. I libri contabili sono tutti a posto.

Le tasse sono state pagate regolarmente. Insom­ma non ha nulla da nascondere. Ma gli vengono contestati dei prelevamenti che ha fatto con il suo bancomat e direttamen­te allo sportello bancario della sua filiale. Qualche migliaio di euro nell’anno.L’am­ministrazione finanziaria ha la possibilità di sbirciare nei nostri estratti conto senza grandi problemi. Uno strumento potentis­simo, di cui neanche la magistratura di­spone. Ebbene in un bel foglio excel, gli uomini delle tasse contestano al nostro let­tore di aver prelevato un tot di contanti. Il periodo di indagine va indietro fino a quat­tro anni. La norma parte da un principio ovviamente corretto: il nero alimenta il ne­ro. Dunque se io incasso in nero, pago in nero e viceversa.

Ebbene la cosa incredibi­le è che sul contribuente (solo per le parti­te iva) vi è un’inversione dell’onere della prova. È cioè il professionista a dover di­mostrare al fisco come ha utilizzato quei quattrini che ha prelevato. Insomma se durante tutto il 2008 avete prelevato 10mi­la euro di cash dal vostro conto (meno di 1000 euro al mese, dunque meno dei nor­mali tetti che prevedono i bancomat dei principali circuiti) potrete trovarvi nella condizione di dover giustificare il modo in cui li avete spesi: con carte alla mano. Altri­menti sono dolori. La presunzione dell’agenzia delle entra­te è che quello sia reddito occultato al fi­sco.

Avete capito bene: i 10mila euro che avete prelevato so­no reddito e non spesa: e devono dunque essere aggiunti al totale dei redditi che avete dichiarato quell’anno.E di conseguenza tas­sati. Cioè il fisco vi può chiedere, se non siete in grado di dimostra­­re come li avete utilizzati, di paga­re le tasse e le relative sanzioni su un reddito aggiuntivo, equivalen­te a quello che avete prelevato. A questo punto qualcuno può pensare che oggi chi scrive sia del tutto ubriaco. Cosa c’entrano i prelevamenti bancomat con il reddito che uno ha? Niente, ov­viamente. Ma la legge, ossessio­nata da un controllo poliziesco delle nostre attività, si è inventata questa presunzione assurda. E la prova per uscirne è diabolica. L’agenzia delle entrate non è inol­tre te­nuta a una fissa e rigida pro­porzionalità tra cash prelevato e vostri redditi dichiarati. Insom­ma se un ricco professionista de­nuncia 100mila euro di reddito, non è detto che sia esente da que­sto gravoso onere della prova per poche migliaia di euro di preleva­menti fatti in cash. Ed è precisa­mente ciò che è avvenuto al no­stro lettore. L’inversione dell’one­re della pro­va è piuttosto consue­to nel nostro diritto tributario. Ba­sti pensare al redditometro o al­l’esistenza di fondi all’estero. Ma in questi casi vi sono precisi palet­ti previsti dalla legge. Per i banco­mat e il contante non ve ne sono: e dunque tutto è lasciato all’arbi­t­rarietà dell’accertatore. Sarebbe opportuno che i boss dell’Agenzia ci diano qualche pa­rametro quantitativo per dormi­re tranquilli.


http://blog.ilgiornale.it/porro/



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Volo Rio-Parigi, l'agonia di 3 minuti

Corriere della sera

 

Nel disastro morirono 228 persone. Nei momenti cruciali in cabina non c'era il comandante

 

MILANO - L'Air France AF 447 Rio de Janeiro-Parigi caduto due anni fa causando la morte delle 228 persone a bordo è precipitato per 3 minuti e mezzo prima di inabissarsi nell'Oceano Atlantico. È quanto ha reso noto l'Ufficio di indagine e di inchiesta per gli incidenti aerei (Bea), rendendo pubblici i primi dati emersi dall'analisi delle scatole nere del velivolo. Per più di un minuto, ha riferito ancora il Bea, gli strumenti di bordo hanno riportato due differenti velocità, una delle quali in brusca diminuzione.

 

IL CAPITANO DORMIVA - Nella cabina, si è appreso, non era presente il capitano e ai comandi era seduto il più giovane dei co-piloti. «C'era un'incrongruenza tra la velocità indicata dai monitor del lato sinistro e quella dell'Isis, Integrated Standby Instrument System», si legge nella nota della Bea, secondo cui l'equipaggio non fu in grado di determinare la velocità a cui stesse viaggiando l'aereo nel momento dell'emergenza. Secondo la ricostruzione dell'agenzia francese i piloti affrontarono una zona di forti turbolenze con il rilevatore in avaria e persero progressivamente il controllo del velivolo provocandone lo stallo. «Nessuna delle indicazioni che abbiamo è valida», esclamò uno di loro tre minuti prima di inabissarsi tra le onde. L'Airbus salì prima fino a 38mila piedi; poi perse rapidamente quota per tre minuti e mezzo, inclinandosi su un lato. E solo un minuto prima di inabissarsi nell'oceano, il pilota più giovane passò i comandi al secondo più anziano. Mentre il capitano, che aveva lasciato la cabina per il riposo di routine, venne chiamato diverse volte prima di far ritorno in cabina di pilotaggio. Nei momenti finali, tuttavia, pare che non si trovasse ai comandi.

 

 

LA VELOCITA' - I risultati dell'indagine hanno indicato finora la presenza di un solo guasto prima dello schianto, quello ai tubi di Pitot che rilevano la velocità durante il volo, che però, secondo il Bea, non dovrebbe essere il solo elemento all'origine del dramma. Secondo quanto scrive il quotidiano Liberation, i piloti e l'equipaggio di bordo non avrebbero avuto la preparazione necessaria ad affrontare la serie di guasti all'origine dell'incidente. Il giornale si è procurato una nota giudiziaria del 20 marzo 2011, servita ad incriminare Airbus e Air France di «omicidio colposo». Nella nota, riprodotta sulle pagine del quotidiano, si legge che all'epoca dell'incidente, il 1° giugno 2009, «l'equipaggio non era addestrato a affrontare» i guasti legati al malfunzionamento dei sensori di velocità. Il problema di fondo, si legge ancora, era la mancanza di «informazione» e di «addestramento» dell'equipaggio. Inoltre, le procedure messe a punto da Airbus per risolvere i problemi legati a questi sensori (che a certe altitudini possono congelarsi, generando dati sbagliati sulla velocità del velivolo) erano «difficili da applicare» e «non specificatamente adatti» alla situazione.

 

Redazione online
27 maggio 2011

Elezioni da ridere, top five della satira sul web

Corriere della sera
La satira sul web: la top five  di Luca Gelmini  - Montaggio Alessandra Papa-CorriereTv

METILPARABEN: Generatore automatico di accuse a Pisapia