sabato 4 giugno 2011

Cgia Mestre: "Finora gli italiani hanno lavorato per le tasse"

Quotidiano.net


Secondo uno studio dell'associazione il 4 giugno è l’ultimo giorno dell’anno che lavoriamo per il fisco. "Sui contribuenti onesti la pressione fiscale tocca il 51%, un carico che non ha eguali in Europa"

Roma, 4 giugno 2011


"Oggi 4 giugno è l’ultimo giorno dell’anno che lavoriamo per il fisco, da domani scocca il giorno di liberazione fiscale". Lo dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che ha calcolato il giorno in cui ‘smettiamo’ di pagare tasse e contributi allo Stato. Nel 2011, il ‘tax freedom day’ arriva il 5 giugno: "Anche quest’anno, così come era successo nel 2010 - spiega - si sono resi necessari 155 giorni di lavoro, ben 40 giorni in più rispetto al dato registrato nel 1980".

"Lavorare sino al 4 giugno per lo Stato ci dà l’idea di quanto eccessivo sia il nostro fisco. Ormai sui contribuenti onesti grava una pressione fiscale che arriva a toccare il 51-52%, un carico che non ha eguali in Europa. Solo la Svezia e la Danimarca hanno un livello di tassazione superiore al nostro".

Come si è arrivati alla data del 5 giugno? L’ufficio studi della Cgia ha preso in esame il dato di previsione del Pil nazionale e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero. Dopodiché, ha considerato il gettito di imposte, tasse e contributi che verseremo allo Stato, e lo ha diviso per il Pil giornaliero. Il risultato di questa operazione individua la data (5 giugno 2011), a partire dalla quale gli italiani lavoreranno per sè e non più per il fisco.


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Kabul, ucciso colonnello dei carabinieri intervenuto per difendere una donna

Il Mattino






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Dalla Germania l'ultima follia sui gay Cure omeopatiche anti-omosessualità

Corriere della sera


La terapia lanciata dall'associazione dei medici cattolici tedeschi fa infuriare la federazione di gay e lesbiche



MILANO - Cure omeopatiche per combattere l'omosessualità. Ha scatenato rabbia e polemiche l'articolo intitolato «Con l’omeopatia contro l’omosessualità» pubblicato sul magazine online Telepolis che racconta del lancio da parte dell'associazione dei medici cattolici tedeschi (BKA) di una terapia rivolta ai gay e alle lesbiche che vogliono sconfiggere la loro omosessualità. La federazione delle lesbiche e dei gay tedeschi (LSVD) ha giudicato l'iniziativa «un insulto» e ha affermato che ancora una volta i membri della comunità cattolica si dimostrano omofobi e confermano di non avere alcun rispetto per gli omosessuali.

LA CURA - Il BKA, che si autodefinisce «la voce della comunità medica cattolica», afferma che la cura omeopatica può essere acquistata direttamente sul sito web dell'associazione. L'omosessualità - si legge sul sito ufficiale - non è una malattia, ma una serie di trattamenti sono disponibili per tenere a bada tale inclinazione. La terapia è un mix di cure omeopatiche, psicoterapia e consigli religiosi. Ad esempio tra le terapie omeopatiche più controverse l'associazione consiglia la prescrizione di «globuli», piccole pillole che contengono per lo più zucchero: «Sappiamo di numero persone con inclinazioni omosessuali che si trovano in difficoltà e soffrono molto - dichiara Gero Winkelmann, direttore dell'associazione, in una lettera spedita al settimanale tedesco Der Spiegel - Se qualcuno è infelice, malato o si sente in difficoltà, deve sapere che noi possiamo aiutarlo».

LE FONTI - Secondo Winkelmann, che sottolinea come l'iniziativa non vuole né ferire né mettere sotto pressione la comunità gay, esiste una ampia e affermata letteratura medica e scientifica che conferma la tesi che l'omosessualità può essere curata. Il professore cita testi di psicoterapia, filosofia e teologia quindi «l'insegnamento della Chiesa cattolica, le Sacre Scritture e gli studi omeopatici di Samuel Hahnemann», il medico tedesco vissuto tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, ritenuto il fondatore della medicina alternativa chiamata omeopatia. Sul sito dell'associazione dei medici cattolici compare anche la testimonianza di un omosessuale tedesco che ringrazia la BKA perché la cura può dare una speranza a tutti i gay che soffrono per le proprie inclinazioni sessuali.

LE CRITICHE - Di diverso avviso appaiono i membri dell'associazione tedesca dei gay e delle lesbiche. Dopo aver precisato che i più importanti studi scientifici affermano che l'orientamento sessuale si manifesta già dall'infanzia, i membri dell’LSVD dichiarano che non è possibile alterare con falsi medicinali le proprie inclinazioni sessuali: «Quest'iniziativa è davvero pericolosa - sbotta Renate Rampf, portavoce dell'associazione gay - Essi usano le insicurezze dei giovani omosessuali e bisessuali e soprattutto quelle dei loro genitori. Queste ridicole soluzioni terapeutiche sono pericolose perché posso essere destabilizzanti». Quindi, dopo aver ricordato che l’Organizzazione mondiale della sanità ha rimosso l’omosessualità dal codice delle malattie internazionali solo nel 1993, dichiara con amarezza: «Il diciannovesimo secolo per gli omosessuali è già finito con novanta anni di ritardo».

Francesco Tortora
04 giugno 2011



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Agli arresti da innocente, soldi alla Grandi

Corriere della sera


L'attrice venne accusata e poi prosciolta per la cocaina. «Una grande ingiustizia, mi daranno 60 mila euro»





ROMA - Oscurata da «Cleopatra» - non un flop cinematografico ma il nome in codice del blitz antidroga che le costò l'arresto - Serena Grandi sarà indennizzata dallo Stato. Tecnicamente un risarcimento, moralmente una vittoria per la Miranda di Tinto Brass che, dalla Spagna, dove è «nuovamente al lavoro», si dice soddisfatta. Chiedeva cinquecentomila euro, ne riceverà sessantamila. «Non importa - dice al telefono - è stata riconosciuta la grande ingiustizia che ho subito allora (nel 2003, ndr)».

Accusata di detenzione e spaccio di cocaina, finita ai domiciliari e quindi (anzi «soprattutto») paparazzata nelle fogge più trasandate e mortificanti, Serena Grandi è stata in seguito prosciolta dalle accuse e, per la sua posizione, «è stata la stessa procura nel 2009 a chiedere l'archiviazione», come ricorda il difensore Valerio Spigarelli. Le intercettazioni telefoniche non erano idonee «a supportare quel quadro indiziario per emettere le misure cautelari», hanno spiegato i giudici della quarta sezione penale della Corte d'appello.

L'assegno che le arriverà dal ministero dell'Economia dovrebbe oggi risarcirla per la catena di effetti collaterali causati dall'abuso della misura cautelare di cui fu vittima. E se la documentazione prodotta in aula dall'avvocato non è stata ritenuta idonea a provare il danno psicofisico - «scompensi ormonali e depressione acuta» aveva arringato Spigarelli - i giudici hanno riconosciuto i danni professionali e d'immagine subiti dall'attrice.

Nell'operazione «Cleopatra» il nome di Serena Grandi comparve assieme a quello di imprenditori, playboy e personaggi noti della Roma del quartiere Parioli (non ancora ferito nell'agiatezza dal «Madoff» Gianfranco Lande). Si parlò di lei anche per lo sfruttamento della prostituzione. Per mesi i fotografi indugiarono più sulle sue occhiaie che sul decolleté ancora ruggente. Dovette difendersi: «Questa storia è un errore giudiziario, sono disgustata», disse ripetutamente. A lungo rimase senza lavoro (lamentando: «Mi offrono solo particine come madre di questo o di quell'altro»), trasformata da burrosa dea dell'eros in icona degli eccessi.

Dopo aver debuttato con Salvatore Samperi (Sturmtruppen), la Grandi aveva recitato per Tinto Brass (in «Miranda» ma anche in «Monella»). Gli arresti per spaccio e consumo di cocaina - come è stato spiegato in tribunale - fecero sfumare una serie di occasioni professionali, tra cui la partecipazione ad una delle prime edizioni dell'Isola dei famosi per la quale la Grandi era in trattative con Lele Mora (ancora libero da guai giudiziari).

Nella definizione dell'indennizzo hanno pesato i «danni morali conseguenti all'ingiusta detenzione, soprattutto riguardo alla assoluta incensuratezza della Faggioli (vero nome della Grandi, ndr) e alla gravità delle accuse». Serena Grandi fu lesa nell'immagine - hanno spiegato i giudici - «e nella rispettabilità sociale, anche per via della notorietà acquisita dalla vicenda».


Ilaria Sacchettoni
04 giugno 2011



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Israele: rabbino fa lapidare un cane

Corriere della sera

dal nostro corrispondente  FRANCESCO BATTISTINI

L'accusa: «E' la reincarnazione di un avvocato miscredente»






GERUSALEMME – In fondo, è la vecchia storia del cane in chiesa. E di chi cerca di cacciarlo fuori a sassate. Ma com’è per molte cose che accadono a Gerusalemme, specie se c’è di mezzo la religione, la storia è nata come un passaparola ed è presto diventata l’ennesimo, piccolo caso politico. Tutto nasce da una notizia pubblicata da Hadrei Haredim, sito web che si occupa degli ebrei ultraortodossi: una corte rabbinica di Gerusalemme ha stabilito che un randagio venga lapidato a morte. Motivo: c’è il sospetto che l’«immonda bestia» sia la reincarnazione d’un famoso avvocato, un laico impenitente, da più di vent’anni rimasto nella memoria della comunità di Mea Shearim - il quartiere degli ebrei ultraortodossi nella capitale – per avere all’epoca offeso i giudici del rabbinato locale.

REINCARNAZIONE - L’avvocato è morto da un pezzo, dice il sito, ma il rabbino estremista Avraham Dov Levin non ha mai dimenticato l’onta. E mercoledì scorso, non appena il religioso ha visto il cagnone entrare in un luogo pio qual è la Corte rabbinica per gli affari finanziari, ha capito che cosa stava accadendo: l’animale, che è considerato impuro dalla tradizione religiosa, ha terrorizzato molte delle persone che si trovavano nella sala, soprattutto perché il randagio s’è piazzato al centro dell’aula e non s’è più mosso, ringhiando, nonostante la gente gli lanciasse di tutto per cacciarlo fuori.

Dopo la sorpresa iniziale, uno dei giudici si sarebbe ricordato d’un episodio simile: il caso di quel legale che alla fine degli anni Settanta «offese la corte», piazzandosi in quella stessa aula per contestare una decisione e rifiutandosi d’abbandonarla per diversi giorni. «E’ la sua reincarnazione!», ha cominciato a urlare qualcuno. E siccome si sa com’è con queste dicerie, s’è subito trovato chi ci credesse: nonostante fosse passato tanto tempo da quella storia, dopo un sommario processo s’è trovato pure chi riconoscesse nel cagnaccio l’anima morta di quell’importuno legale.

ESPOSTO - Non è ben chiaro che cosa sia accaduto in seguito. Né se il cane sia stato lapidato sul serio: secondo il sito web, uno dei giudici avrebbe reclutato un gruppetto di ragazzini dei dintorni, consegnato le pietre e ordinato loro di uccidere all’istante la bestia, ma il cane a quel punto avrebbe intuito la malaparata, preferendo andarsene da sé. Il rabbino Levin nega d’avere dato una simile disposizione. Ma un suo assistente, intervistato dal giornale israeliano Yedioth Ahronot, in parte lo contraddice: «La decisione di lapidare il cane è stata presa dai rabbini a causa dell’offesa arrecata alla corte.

Non è stata emessa una vera e propria sentenza ufficiale, ma ai bambini è stato detto di lanciare le pietre contro l’animale. Per cacciarlo via o per abbatterlo. L’intenzione non era di causare sofferenze al cane: piuttosto, l’hanno considerato il modo più appropriato per ‘pareggiare i conti’ con quell’anima che s’è reincarnata nella povera bestiola». L’episodio, comunque siano andate le cose, ha scatenato le proteste di alcuni animalisti. E venerdì, al consiglio municipale di Gerusalemme, un’attivista che si batte per la difesa dei diritti a quattro zampe, Rachel Azaria, ha reso pubblica una denuncia urgente indirizzata al procuratore generale: «Bisogna applicare la legge, inquisire e punire i criminali». Anche Animals Live, sezione israeliana, ha annunciato d’avere presentato un esposto al capo della polizia del quartiere: chiedono una punizione esemplare per il rabbino.

04 giugno 2011



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Trent'anni di Aids, almeno 25 milioni di morti in tutto il mondo

Quotidiano.net


Era il 5 giugno 1981 negli Stati Uniti il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta identificò un’epidemia di pneumocistosi polmonare in alcuni omosessuali. La malattia fu poi ribattezzata come ‘Sindrome da immuno-deficienza acquisita’

Roma, 4 giugno 2011


Domani saranno trent’anni dalla prima ‘ufficiale’ epidemia di Aids. Era infatti il 5 giugno 1981 quando negli Stati Uniti il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (Centro per il monitoraggio e la prevenzione delle malattie) identificò un’epidemia di pneumocistosi polmonare in alcuni omosessuali di Los Angeles.

Da allora la nuova malattia, poi ribattezzata come ‘Sindrome da immuno-deficienza acquisita’ (Acquired Immune Deficiency Syndrome, Aids), dovuta a un’infezione per il famigerato virus Hiv, ha causato la morte di almeno 25 milioni di persone in tutto il mondo.

Nella nella prevenzione, nella cura e soprattutto nella ricerca di un vaccino sono stati fatti grandissimi passi in avanti, ma si è ancora lontani dallo sconfiggere l’epidemia: secondo il Global Report 2010 dell’Unaids, nel 2009 le persone affette da Hiv nel mondo erano 33,3 milioni e rispetto al 2001 si registravano aumenti in Medio Oriente e Nord Africa, Africa orientale, Oceania, Europa orientale e Asia centrale e Nord America.

In Italia rispetto a venti anni fa è diminuito il numero di persone infettate (circa 4 mila all`anno) e grazie ai progressi delle nuove terapie antiretrovirali è aumentato quello delle persone sieropositive viventi: il Centro operativo Aids dell`Istituto superiore di sanità stima che nel nostro paese siano 150 mila le persone con Hiv e circa 22 mila quelle affette da Aids, ma il dato allarmante è che circa un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto.

“Quando negli Usa vennero segnalati i primi casi di Aids, in molti non credevano che si trattasse di una nuova emergenza ed effettivamente passarono alcuni mesi prima che venissero identificati i primi casi in Italia: eravamo nel 1982 e si trattava di persone che avevano viaggiato, soprattutto negli Stati Uniti.

Solo dopo si scoprì che il virus da Hiv che causa l’Aids era presente fin dagli anni Trenta del secolo scorso in Africa e poi si è diffuso nei Caraibi e negli Usa”, racconta a TMNews Giovanni Rezza, in passato a capo del Centro operativo antiAids dell’Istituto superiore di sanità, ora direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Iss.

“In Italia - continua Rezza - si è verificato un aumento del numero dei casi piuttosto deciso dal 1984, con oltre 14.000 nuovi casi l’anno: allora l’infezione si era molto diffusa tra i tossicodipendenti che di fatto hanno sostenuto l’epidemia nella sua prima fase. Il picco massimo c’è stato nel 1995, con oltre 5.500 casi. A metà del 1996, grazie alle nuove terapie abbiamo assistito a un rapido declino del numero dei nuovi casi, anche se gli effetti della prevenzione si sarebbero invece visti molto più a lungo termine. Negli ultimi anni le nuove infezioni sono declinate lentamente, fino a 3-4 mila nuovi casi l’anno”.

Meno casi, quindi, ma attenzione sempre alta, perchè da una parte si registra “un fenomeno rilevante di cambiamento delle persone con l’Hiv (prima erano soprattutto giovani, tossicodipendenti e italiani; ora sono 35/40enni, la trasmissione sessuale è preponderante e uno su tre non è italiano)”; dall’altra nella società c’è una “bassa soglia di percezione del rischio: il 60% dei sieropositivi non sapeva di esserlo prima della diagnosi di Aids per non aver fatto il test. Inoltre - ribadisce Rezza - il 20-30% delle persone sieropositive non sa di esserlo: si tratta di più di 35 mila persone, anche se sono stime da prendere con molta cautela”.

“In Italia è stato fatto molto sul trattamento dei malati, l’accesso alle cure e il trattamento universale è ormai accessibile e gratuito, tant’è che il numero dei nuovi casi di malattia conclamata continua lentamente a diminuire. Rimane il problema della prevenzione, che è importante, ma che vede il nostro paese comunque con dati comuni agli altri paesi europei: in tutto il continente - conclude l’esperto - la percentuale delle persone che scoprono di avere l’Aids senza aver fatto prima il test è in costante aumento”.






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Palermo, condannati in appello, liberi i 4 fiancheggiatori di Provenzano

Il Mattino


Condannati in Corte d'Appello sono stati scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare: sono in attesa di sentenza definitiva di Cassazione





PALERMO - Sono stati condannati in appello con l'accusa di essere fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano ma adesso sono stati tutti scarcerati in attesa della sentenza definitiva della Cassazione. La decisione è della terza sezione della Corte d'appello di Palermo che ha rimesso in libertà, per scadenza dei termini di custodia cautelare, quattro presunti esponenti della cosca di Villabate condannati per favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa Nostra.

La scarcerazione è avvenuta tra la fine di aprile e i primi di maggio, ma la notizia è stata pubblicata solo oggi dal Giornale di Sicilia. Uno degli imputati prestò la carta d'identità per procurare le schede telefoniche necessarie al «viaggio della speranza», un altro accompagnò Provenzano a Marsiglia e durante la trasferta fece più di una puntata al casinò, un altro ancora partecipò al comitato di accoglienza per festeggiare il rientro a Villabate del capomafia corleonese, reduce dall'operazione a una spalla e alla prostata, eseguita a Marsiglia nel 2003.

Libero anche un presunto prestanome dei boss, Vincenzo Alfano. I quattro imputati, arrestati cinque anni fa, erano ancora in cella dopo la condanna in appello il 2 luglio 2009. A Gioacchino Badagliacca e Giampiero Pitarresi erano stati inflitti sette anni e mezzo ciascuno, a Vincenzo Paparopoli e Vincenzo Alfano sei anni e otto mesi a testa. Quasi due anni dopo la decisione di secondo grado, però, la sentenza definitiva della Cassazione non è ancora arrivata (l'udienza è prevista per la metà del mese). Nell'attesa i quattro presunti fiancheggiatori di Provenzano dovranno presentarsi tre volte alla settimana in un posto di polizia.


Sabato 04 Giugno 2011 - 09:23    Ultimo aggiornamento: 09:50



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I Ds scalavano Bnl, ma a processo va il Giornale

di Mariateresa Conti


Paolo Berlusconi rinviato a giudizio per l’intercettazione tra l’ex ad Unipol Consorte e l’allora segretario della Quercia Fassino. Per i pm di Milano il nastro, pubblicato dal nostro quotidiano, sarebbe finito all’editore in cambio di denaro. Di cui non c’è traccia



Tutto secondo copione. Paolo Berlusconi, editore del Giornale e fratello dell’imputato preferito dei pm di Milano, Silvio Berlusconi, deve essere processato. I giudici meneghini ne hanno disposto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sul passaggio di mano di un’intercettazione sulla (tentata) scalata di Unipol a Bnl, l’ormai arci-famosa telefonata del 2005 tra Piero Fassino e Giovanni Consorte in cui l’allora leader dei Ds dice a quello che all’epoca era il numero uno di Unipol: «Abbiamo una banca?». Il processo prenderà il via il prossimo 4 ottobre.

Cosa ha fatto Paolo Berlusconi? Ha pubblicato quella conversazione, sul giornale di via Negri, il 31 dicembre del 2005. Il che, tradotto nel linguaggio accusatorio della procura, diventa, a carico dell’editore del Giornale, ricettazione, concorso in rivelazione del segreto d’ufficio (la conversazione all’epoca non era agli atti) e millantato credito. Il motivo? Un giro di dazioni di denaro (neanche una prova che sia mai arrivato a Paolo Berlusconi) raccontato da uno dei protagonisti della vicenda. Lo stesso Gup deciderà l’8 giugno sulla richiesta di patteggiamento degli altri personaggi coinvolti in questa storia: Roberto Raffaelli, il titolare della Rcs, l’azienda che aveva fornito l’attrezzatura per le intercettazioni, e l’imprenditore Eugenio Petessi. Il quarto imputato al centro della vicenda, l’imprenditore Fabrizio Favata, ha chiesto il rito abbreviato.

Amareggiato Paolo Berlusconi, forse più ancora di quando il suo nome è stato sbattuto sui giornali per gli sms di Sara Tommasi, quando era stato proprio lui, unico tra i tanti, a cercare di aiutare la showgirl, indicandole uno psicologo: «Prendo atto con estremo rammarico che il Gup di Milano ha disposto il mio rinvio a giudizio. La serena lettura delle carte processuali poteva e doveva già in questa sede condurre alla mia assoluzione, essendo palese che tutto sia imperniato su dichiarazioni e illazioni destituite di ogni logica e fondamento, esternate da chi, abusando della mia buona fede e disponibilità d’animo, ha di fatto perpetrato i reati a me addebitati». In effetti l’impianto accusatorio si basa tutto sulle dichiarazioni di Favata, un curriculum giudiziario di tutto rispetto con condanne sparse per ricettazione, emissioni di assegni a vuoto, concorso in bancarotta fraudolenta, e su quello che lo stesso Favata ha detto a Raffaelli e Petessi, e cioè che le ingenti somme di denaro (guarda caso proprio mentre versava in pesanti difficoltà economiche) che chiedeva loro per sostenere il cosiddetto progetto Romania di Rcs avevano come destinatario finale proprio Berlusconi.

A smentire Favata sono proprio Raffaelli e Petessi, come ricostruisce la memoria difensiva presentata al Gup dai difensori di Berlusconi, gli avvocati Piero Longo e Fabrizio Cecconi. Ecco cosa dichiara Raffaelli, interrogato il 7 luglio scorso: «Favata mi disse che anche sugli aspetti economici relativamente agli affari che io avrei fatto con Paolo Berlusconi dovevo trattare con lui». E ancora il 23 giugno 2010: «...ho anche sospettato che forse Favata non aveva pagato alcunché a Paolo Berlusconi, avendo anche appreso da Favata che i pagamenti erano a suo dire avvenuti in contanti, senza emissione di alcuna fattura da parte di Paolo Berlusconi, contrariamente a quanto Favata mi aveva originariamente prospettato e che io credevo fosse effettivamente avvenuto». Una conferma di quanto dichiarato da Petessi, il 20 gennaio 2010: «Ho avuto l’impressione che in realtà Favata non consegnasse affatto a Paolo Berlusconi il denaro in questione, anche perché avendo io in più occasioni chiesto di farmi entrare con lui per conoscere Paolo Berlusconi, Favata si è sempre rifiutato».

Insomma, sarebbe stato Favata a millantare la natura dei suoi rapporti (lui qualche volta frequentava sì gli uffici di via Negri, ma per offrire la focaccia di Recco, come possono ricordare le tre signore addette alla segreteria) e la destinazione dei soldi che chiedeva. Gli altri sarebbero state sue vittime. In primo luogo Paolo Berlusconi, che annuncia querele contro «coloro che hanno infangato il mio nome e quello della mia famiglia, indicandomi come autore di reati di cui invece sono stato vittima inconsapevole».




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Nella Torino di Fassino i centri sociali giocano al "colpisci l'ebreo"

di Redazione


Al festival nazionale dei centri sociali, nel parco Ruffini di Torino, gli autonomi per divertirsi tirano le scarpe a un fantoccio con le sembianze del presidente israeliano Peres 




Si insedia Piero Fassino e i centri sociali torinesi brin­dano al Parco Ruffini col fe­stival nazionale. Gli autono­mi per divertirsi si sono in­ventati un giochino a sfondo razziale: in uno stand della fe­sta col contributo di 1 euro si possono tirare scarpe (gesto di totale disprezzo nel mon­do arabo) a un fantoccio con le sembianze del presidente israeliano Shimon Peres con tanto di stella di Davide sul petto ( nella foto «l’attrazio­ne »).

«Cosa doveva aspettar­si il Comune di Torino da in­dividui già abituati a brucia­re piazza tricolori italiani, ad inneggiare al terrorismo dei talebani e a ospitare nei cen­t­ri sociali comizi di ex brigati­sti rossi? Chiediamo al sinda­co Fassino di negare l’auto­rizzazione concessa agli squatter o sarà loro compli­ce », denuncia il vicecoordi­natore del Pdl in città Mauri­zio Marrone.



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Se la sinistra censura anche gli scienziati amici

di Paola Setti


Sui media anti Cav solo comaprse. Dalla Hack a Veronesi, per i veri tecnici non c'è alcuno spazio




Diceva Richard Robert Ernst, Nobel per la Chimica: «Chi altri, se non gli scienziati, sono responsabili di fissare le indicazioni per determinare il progresso e per salvaguardare gli interessi delle generazioni future?». Ma è solo perché non aveva letto Repubblica, il Fatto, l’Unità e compagnia referendaria. Macché scienza, questa sul nucleare è una sporca guerra. Denuclearizzare per deberlusconizzare, questa è la partita. E allora dimenticate le interviste complesse sul fine vita o sulla fecondazione assistita e lasciate ogni speranza, o voi che entrate nel magico mondo dell’informazione libera, di trovare un esperto che fughi i vostri dubbi. Avete paura che finisca come a Chernobyl e Fukushima? Meglio, tenetevela e correte a votare sì.

Qui, per dire, non vale intervistare la Margherita Hack, che pure è di sinistra e ce l’ha con Berlusconi, perché lei, dall’alto della sua autorevolezza astrofisica in materia, dirà, come ha fatto di suo pugno nella rubrica sull’Unità, che sulla costruzione di centrali in Italia si può pure discutere, ma sulla ricerca no, quella non va abbandonata. Magari aggiungendo la scomoda affermazione che ha fatto su MicroMega: «C’è una paura irrazionale sul nucleare data soltanto da ignoranza di tipo scientifico». E a proposito di ignoranza, meglio dar voce a Celentano, Mannoia, Carrà e compagnia cantante. Geniale la paginata che ieri ha costruito Repubblica: in apertura il Molleggiato che ne fa «una questione di vita o di morte», del resto lui sì che ne sa di ambiente, son quarant’anni che predica per aver scritto «non so perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba».

Sotto, intervista alla Gianna Nannini. Dice l’intervistatore che prima di salire sul palco a Genova «ha voluto dire la sua sui referendum del 12 e 13 giugno». Sarebbe bastato risponderle con un garbato «e chi se ne frega?». E invece no, mezza pagina per dire un no davvero rock all’atomo, chiamare tutti alle urne e prodursi persino in uno spudorato: «La prima battaglia è essere informati, dobbiamo informare chi ne sa meno di noi». Dobbiamo chi? Umberto Veronesi, magari? No, lui l’hanno intervistato, sì, era su Repubblica tre giorni fa: 31 maggio, la Cassazione decideva sull’ammissibilità del quesito e lui parlava di Pisapia, moschee e zingaropoli. Sul nucleare manco mezza domanda per sbaglio.

Del resto, dai, quello che pensano lui, la Hack e la metà della comunità scientifica si sa, perché ripeterlo? Sono anni che firmano appelli e organizzano gruppi per dire sì. «Un Pd nucleare» s’intitolava la lettera che 72 fra intellettuali, scienziati, imprenditori e parlamentari, hanno inviato un anno fa, era il 12 maggio 2010, al segretario del Pd Pier Luigi Bersani chiedendogli di non chiudere la porta al nucleare, di non cedere alla tentazione demagogica, di rendersi conto che il problema energetico prescinde dalle maggioranze di oggi e inciderà sul domani: «Occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione».

Seguivano autorevoli firme, da Giovanni Bignami a Massimo Locicero, da Edoardo Boncinelli a Franco Debenedetti, da Chicco Testa a Carlo Bernardini. Cinque anni prima, 2005, i più grandi scienziati italiani, fondatori dell’associazione Galileo 2001, avevano scritto al capo dello Stato denunciando un’informazione distorta e demagogica da parte di politici e media. Che fine avranno fatto? Boh. Qualcuno c’è. Il Corriere l’altro giorno ha affiancato le interviste pro e contro nucleare a Giorgio Capon, fisico e nipote di Enrico Fermi, e Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club.

Il fatto è che nell’ultimo mese abbiamo dovuto scoprire che Giobbe Covatta sta con Greenpeace e contro Berlusconi, ci è toccato sorbirci il parere di Frankie Hi-Nrg il rapper, per poi finire bombardati dai più disparati fronti, dal cinema alla letteratura, dalla musica al cabaret: Verdone e Guerritore, Belpoliti e De Cataldo, Vecchioni e Battiato, Neri Marcorè e Antonio Cornacchione, tutti assurti al rango di opinion leader sull’atomo. E gli scienziati? Col lanternino. Anche gli altri, anche quelli che dicono no al nucleare: i 1200 che nel 2008 fecero l’appello per l’energia solare o i 24 che nel 2010 scrissero ai candidati governatori. Scomparsi. Dev’esser che poi pare brutto non aprire il contraddittorio. Beata ignoranza.




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Celentano come Ciancimino: le "bombe sporche" di Santoro

di Stefano Zurlo


Nuovo flop per don Michele. Nell’arena di Annozero usa il referendum sul nucleare come arma anti Cav. Ma politici ed esperti smontano l’eco-utopia del Molleggiato



La svolta arriva quando Adriano Celentano apostrofa Daniela Santanchè con un «Buon giorno» che è una standing ovation per Giuliano Pisapia. Lei contraccambia rimpinzandolo di complimenti: «Celentano ha una bella faccetta, è un intellettuale, è sexy, ha una voce meravigliosa, canta che è una meraviglia. Perché non mi canta qualcosa?». Lui ride dietro i suoi occhiali scuri. Il colpo già in canna non è partito e non parte. «No, è lei che è carina», replica Celentano, sempre più sopraffatto dal clima mieloso. Da baci baci. Anzi, da 24mila baci. Sì, l’arena di Michele Santoro si è trasformata d’incanto in un salotto dove manca solo il thè. «Lei è il mio cantante preferito», spagnoleggia il sottosegretario. Santoro è contagiato dal clima e quasi si lascia andare pure lui. Poi prova a recuperare sul filo dell’ironia: «Adriano, qua o sbagli le canzoni o sbagli i candidati. Pure Lupi diceva che sei il suo cantante preferito».

C’è uno strana atmosfera di complicità in studio. I toni apocalittici sono finiti sotto il tavolo, insieme ai comizi di rito e a alle orazioni sul cambiamento targato Pisapia e De Magistris. La spallata che il duo Santoro-Celentano voleva e doveva assestare al Pdl già in crisi dopo il tonfo delle amministrative non arriva. Arrivano le risposte della Santanchè, arrivano le osservazioni di Chicco Testa, arriva la controorazione pro nucleare del sorprendente Giovanni Donzelli, giovane ma già sgamato consigliere regionale toscano del Pdl. Donzelli cita il disastro del Vajont, così come Testa parla dei 2 milioni di morti da inquinamento atmosferico; poi l’implacabile Donzelli sventola addirittura il mantello del torero ponendo a Celentano un paio di domandine semplici semplici: «Cosa c’è di così green nel disboscare colline su colline e metterci distese di specchi, cosa c’è di così ambientalista nel distruggere i paesaggi con le pale eoliche? È questo che vogliamo?»

Ora è Celentano a rischiare di essere infilzato. Il tribuno, l’oracolo, l’artista carismatico rischia di balbettare. Parole politicamente corrette e deboli. Corte. Una nouvelle vague dell’ambientalismo, un po’ come Massimo Ciancimino era la nouvelle vague dell’antimafia militante. Ricordate? Nell’arena santoriana Ciancimino junior godeva di una certa fama, sembrava il Caronte che avrebbe traghettato gli italiani, incollati davanti alla tv di Annozero, negli abissi di Cosa nostra. E nei recessi in cui Cosa nostra andrebbe a braccetto col potere e quindi con il mondo berlusconiano. Sappiamo com’è andata a finire: a furia di allargare e di aggiungere e di modificare e di chiarire e di rispiegare, alla fine Ciancimino junior si è incartato da solo in una rete di bugie, menzogne, panzane inverosimili. E ha perso ogni credibilità.

Naturalmente Celentano non è Ciancimino. E nessuno può permettersi di piegare le sue battaglie ideali. Ma il grande cantante, sempre più simpatico, sempre più dialogante e sempre meno ideologico anche se sempre un po’ guru, ascolta attentamente le domande di Donzelli e poi se la cava celentaneggiando: «Ho un’idea, se invece degli specchi mettessimo delle tegole, sarebbe molto meglio». Un assist per Testa che allarga le braccia: «Sono il vicepresidente di una società che si chiama Tegola solare. Se Adriano verrà a trovarci gli mostreremo quel che abbiamo fatto e capirà».
Applausi. Sorrisi. Ammiccamenti. Altro che treno dei referendum per finire l’opera cominciata dai Pisapia e dai De Magistris. Celentano, ci mancherebbe, non arretra, e ribadisce un no al nucleare senza se e senza ma. Ma la nouvelle vague antiatomo non si fa tendenza.

Anzi Testa, che difende la posizione ricevendo pure una carezza di Celentano, ironizza sul rinnovamento popolato di luoghi comuni e slogan: «De Magistris ha promesso che risolverà il problema dei rifiuti aumentando la raccolta differenziata. Ma io credo che in questo caso i napoletani dovranno soffrire ancora a lungo».
L’arena non c’è più, la caccia al berlusconismo da matare è sospesa, ora ci sono ragionamenti da una parte e dall’altra. Ignazio Marino del Pd contro Franco Battaglia dell’università di Modena. Dati, riflessioni, paradossi. Persino una misurazione in diretta della radioattività presente in studio. Un dibattito normale, una voce contro l’altra, un parere contro l’altro, un numero contro l’altro. Ma la corrida referendaria non c’è, e non c’è nemmeno l’assalto di Santoro e del suo partito - definizione di uno studioso come Luca Ricolfi - al Cavaliere. Santoro smarrisce il suo oracolo. Aveva già perso per strada Ciancimino, sconfitto da una sventagliata di esternazioni sempre più incredibili. Questa volta il colpo non parte. E la spallata finisce in naftalina.




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Dalle centrali nucleari all'acqua ecco tutte le piroette di Bersani

di Fabrizio Rondolino


Pur di attaccare il Cavaliere, oggi Bersani urla gli slogan più demagogici pro referendum Nel 2007, da ministro dello Sviluppo economico, assicurava agli Usa: "Il programma atomico in Italia non è chiuso". Non solo. Tre anni fa voleva far gestire gli acquedotti ai privati. Ora nega anche questo. A quale Bersani bisogna credere?




Tempi duri per i riformisti: anzi, tempi durissimi. Il «nuovo vento» che spira impetuoso da Milano e da Napoli, e che spinge una parte consistente della sinistra a considerarsi autosufficiente e già vittoriosa, ha mietuto la prima, autorevolissima vittima: il segretario del Partito democratico. Che nel 2008 a Carpi difendeva, giustamente, la privatizzazione parziale dell’acqua e l’anno prima, non meno giustamente, rassicurava il ministro dell’Energia americano sull’intenzione del governo Prodi di non archiviare «i piani nucleari dell’Italia». E che oggi, invece, è schierato (chissà quanto convintamente) per il «sì» ai referendum di giugno.

Il 13 novembre 2007 Bersani, allora ministro dello Sviluppo nel secondo governo Prodi, incontra il ministro dell’Energia americano Samuel Wright Bodman (alla Casa Bianca c’era Bush jr.). Il verbale dell’incontro, cui partecipò anche l’ambasciatore Richard Spogli, è diventato pubblico grazie a WikiLeaks, e ci descrive un Bersani intento a tranquillizzare gli americani sul fatto che «il referendum del 1987 ha soltanto sospeso e non chiuso i piani nucleari dell’Italia» e che - secondo le parole dell’appunto riservato - «Italy is not out of nuclear power generation». A conferma del fatto che le centrali restano nell’orizzonte del governo italiano, Bersani in quell’occasione sigla con Bodman il «Global nuclear energy partnership», un trattato bilaterale Italia-Usa per avviare proficui scambi d’informazioni sull’energia nucleare civile. L’accordo, conclude soddisfatto Bersani, «può giocare un ruolo importante nel modificare l’atteggiamento italiano nei confronti dell’energia nucleare».

Giusto un anno dopo, il 28 settembre 2008, Bersani è a Carpi per sostenere le ragioni della privatizzazione di Aimag, la società che gestisce acqua, gas e rifiuti in una ventina di comuni fra Modena e Mantova. L’argomentazione del futuro segretario del Pd è come sempre pacata, ragionevole, convincente. È vero, dice, che l’acqua è un «bene comune», ma è anche vero che «gli acquedotti italiani perdono metà dell'acqua che trasportano». È dunque ragionevole che le infrastrutture restino di proprietà pubblica, a garanzia degli interessi della collettività, ma è altrettanto ragionevole che queste infrastrutture siano gestite al meglio: «Come faccio - si chiede Bersani - a perdere meno acqua, a depurarla meglio, a investire bene i soldi pubblici? Devo chiamare uno che sa fare quel mestiere lì... È tutto qua il tema!».

Cambiare opinione è legittimo, e per un politico in certi casi è persino doveroso. Ma qui l’impressione del tatticismo, della strumentalizzazione, dell’opportunismo politico è fortissima, perché è l’intera biografia politica e civile di Bersani - e non soltanto i due interventi appena ricordati - a smentire l’oltranzismo ideologico con cui il Pd si appresta ad affrontare due referendum che, oltre tutto, non gli appartengono affatto: quelli, appunto, sull’acqua e sul nucleare. Bersani è uno dei pochissimi uomini di governo, se non l’unico, che ha praticato con successo un’autentica politica di liberalizzazioni; l’Emilia-Romagna da cui proviene, e che ha ben amministrato per anni, trova proprio nelle continue partnership fra pubblico, privato e cooperazione una delle ragioni essenziali della sua ricchezza, della sua efficienza e della sua qualità della vita.

Che cosa è dunque successo? Che nella costruzione della nuova «gioiosa macchina da guerra» che dovrebbe sconfiggere il Cavaliere, il referendum, dopo le amministrative, è diventato un tassello essenziale: il luogo cioè dove simbolicamente si saldano radicalismo, statalismo, fondamentalismo antimoderno e giustizialismo. Che importa se la legge sul legittimo impedimento è stata già stravolta dalla Consulta, se il governo ha già sospeso il programma nucleare, se l’acqua pubblica significa storicamente spreco e lottizzazione: l’importante, adesso, è dare la spallata a Berlusconi. Tutti insieme, appassionatamente. Ma in questo modo sono Vendola e Di Pietro, già rafforzati dalle vittorie di Milano e di Napoli, a guidare nei fatti la coalizione progressista e a delinearne l’identità politica, culturale, programmatica. Davvero Bersani pensa di vincere le elezioni in questo modo?




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