domenica 5 giugno 2011

La strategia della paura usata dalla sinistra: ecco le dieci bugie per arraffare i referendum

di Felice Manti


Per convincere gli elettori a votare, l’opposizione si è inventata leggende metropolitane come l’acqua "privatizzata" e la minaccia atomica. Con il quorum l’Italia finirebbe coi rubinetti a secco, a rischio default energetico e con un governo ricattabile da pm politicizzati. Ecco perché



L’unico obiettivo di Pd, Idv e Sel è quello di disarcionare il Cavaliere. Anche se si rischia di restare coi rubinetti a secco, a rischio black out e con un governo costretto a farsi dettare l’agenda dalle procure. Non è la prima volta, e non sarà neppure l’ultima, che la sinistra spera nel «tanto peggio, tanto meglio» per tornare a Palazzo Chigi. Per costringere gli italiani ad andare alle urne, l’opposizione propana una miriade di bufale, puntando sull’emotività: il rischio Fukushima, l’acqua privatizzata e una giustizia a due velocità per i potenti. 

Non è così. Il quesito sull’atomo è una specie di «processo alle intenzioni»: non si vuole abrogare una legge che dà il via libera alle centrali, ma la norma con cui il governo ha deciso una moratoria di 24 mesi sui reattori, accompagnata da una verifica sulla strategia energetica. Le alternative non sono affatto «green» come si dice, e non basterebbero da sole a colmare il gap energetico. Sull’acqua si sono raccontate le panzane peggiori: l’acqua non può mai essere privatizzata, ma il sistema fa acqua perché non si investe nelle reti. I Comuni non hanno le risorse necessarie per farlo, i privati sì. Servirebbe un principio di separazione tra la proprietà (pubblica) della rete e la gestione (privata o pubblica) del servizio idrico, come già avviene per gas, trasporti e rifiuti. Con il «sì» si rischia di buttare il bambino e l’acqua sporca. 


LE DIECI BUGIE

Centrali nel mirino - Il piano del governo è già in stand by: quesito ideologico
Piani di sviluppo - Senza reattori saremo per sempre a rischio di default energetico
Consultazione - Dopo il caso Fukushima aumenta il pericolo del "voto emotivo"
EOLICO E FOTOVOLTAICO - Le fonti alternative? Sono un'incognita che fa anche danni
RISORSE INTOCCABILI - L'acqua resta un bene collettivo anche con la gestione ai privati
PROBLEMI SUGLI INVESTIMENTI - Un sistema idrico solo pubblico sarà un salasso per gli italiani
FONTI DA DIROTTARE - Se passa il "sì" ai quesiti i servizi locali avranno meno risorse disponibili
PARADOSSI DA BERE - Il boom di minerale? E' colpa di una rete che perde il 30 per cento
RETI E IMPIANTI - I nostri rubinetti faranno gola alle società straniere
LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Le garanzie dei ministri già ridimensionate dalla Corte Costituzionale





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Movida a Ostia, vigili urbani aggrediti: sospesi i controlli davanti alle discoteche

Il Messaggero


Bottigliate e minacce. Etilometri spostati sulla Colombo con polizia e carabinieri. Il commissario: nessuna ritirata







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Le bacchette cinesi? Made in Usa

Corriere della sera


Il legno scarseggia. E allora Pechino le importa da una piccola cittadina della Georgia





MILANO - La Cina è diventata in questi anni il primo Paese esportatore al mondo. Celata o in bella vista, ad oggi sono davvero moltissimi i prodotti con l'etichetta «made in China». Ciò nonostante, milioni di bacchette cinesi, vera e propria icona del gigante asiatico, arrivano dagli Usa. La causa? Il Dragone non riesce a far fronte alla domanda. E il legno per soddisfare la produzione delle «posate» tradizionali scarseggia.

FAME DI BACCHETTE - La Cina, si sa, è il luogo d'origine delle bacchette, che vantano almeno 3.000 anni di storia. Nel 2010 sono stati prodotti (e consumati) circa 60 miliardi di coppie di bastoncini in legno, cioè 160 milioni al giorno. E i dati ufficiali confermano che ogni anno almeno 16 milioni fra pioppi, betulle e bambù subiscono l'amputazione e lo sbriciolamento per trasformarsi in questo simbolo della vita quotidiana nell'Impero. La fame di bacchette, per farla breve, è insaziabile. Per questi motivi il gigante dell'export è costretto ad importare l'antico utensile della tavola. Da dove? Ironia della sorte, proprio dall'America.

LEGNO PERFETTO - L'oggetto che era - ed è - il volto della Cina, arriva infatti dalla piccola cittadina di Americus, a due ore da Atlanta, in Georgia, nel Sud degli Stati Uniti. È proprio qui che nel novembre scorso è sorta la Georgia Chopsticks. Ogni giorno lo stabilimento di Jae Lee produce oltre 2 milioni di bacchette destinate prevalentemente ai supermercati cinesi, ma anche al Giappone, alla Corea e al mercato interno. Insomma, molti dei 1,3 miliardi di cinesi oggi mangiano con dei bastoncini «made in Usa». Come riferisce il giornale Atlanta Journal-Constitution la zona attorno alla città americana di 17 mila abitanti è infatti ricca di foreste di alberi di pioppo e di storace americano, legno ideale per fabbricare i «chopstick» usa e getta; un legno che contiene «il giusto equilibrio di durezza e morbidezza». Dopotutto, in questa regione ha sede anche la storica Georgia-Pacific, uno dei leader mondiali nella produzione di carta, packaging e cellulosa.

DIECI MILIONI AL GIORNO - La domanda di bacchette, ha raccontato Lee, è cresciuta enormemente negli ultimi mesi. Un segnale di ottimismo per questa cittadina che registra un tasso di disoccupazione elevatissimo. Georgia Chopsticks progetta di aprire a breve un nuovo impianto nell’area. Darà lavoro a 150 persone. Lee si dice fiducioso: «Puntiamo a produrre almeno 10 milioni di bacchette al giorno».

Elmar Burchia
05 giugno 2011



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Spunta una lettera inedita di Oscar Wilde "In prigione si capisce meglio la realtà"

di Redazione


Dalla sua cella, il grande autore si rivolgeva a Robert Ross: «Essere qui ti fa vedere persone e cose per ciò che sono». Poi ringrazia Dio per «la ricchezza della scrittura»



Mio caro Robbie,

Ti mando separatamente un manoscritto che spero ti arrivi tranquillamente. Appena lo avrai letto, voglio che tu lo copi per me. 

Ci sono molti motivi per cui vorrei che lo facessi, uno sarà sufficiente. Vorrei che tu fossi l’esecutore testamentario della mia eredità letteraria in caso di mio decesso e che avessi il pieno controllo sulle opere teatrali, i libri e gli articoli. Appena saprò di avere il diritto di fare testamento, lo farò. Mia moglie non capisce la mia arte, né potevo aspettarmi che provasse verso di essa un qualche interesse e Cyril è solo un bambino. Quindi mi viene naturale rivolgermi a te, come faccio per tutto, e vorrei che tu custodissi tutti i miei lavori. Puoi imputare i costi della loro vendita a Cyril e Vivian. 

Ebbene, in quanto mio esecutore testamentario letterario devi essere in possesso dell’unico documento che spieghi la mia incredibile condotta... Quando avrai letto la lettera ti apparirà chiara la spiegazione psicologica di un comportamento che da fuori sembra solo la combinazione di idiozia assoluta e volgare spacconeria. Un giorno la verità dovrà essere conosciuta - non necessariamente mentre io sono ancora vivo... Ma non sono pronto ad adagiarmi sulla grottesca gogna nella quale mi hanno posto per sempre, per la semplice ragione che ho ereditato da mio padre e mia madre un nome di un certo prestigio nella letteratura e nelle arti e non posso lasciare che questo nome sia disonorato per l’eternità. 

Non voglio difendere la mia condotta, solo spiegarla. Vi sono passaggi nella mia lettera che affrontano la mia evoluzione intellettuale in prigione e l’inevitabile evoluzione del mio carattere e della mia disposizione mentale rispetto alla vita che sono sopravvenute. E voglio che tu e chiunque altro stia ancora al mio fianco e mi voglia bene sappiate esattamente in che stato d’animo e in quale maniera spero di affrontare il mondo. Certo, da una parte so bene che il giorno del mio rilascio passerò semplicemente da una prigione all’altra, e ci sono momenti in cui il mondo intero non mi sembra più ampio e meno terrificante della mia cella. 

Eppure credo ancora che in principio Dio creò un mondo in ciascuno di noi ed è in quel mondo interiore che dobbiamo cercare di vivere. Ad ogni modo nel leggere quei passi della mia lettera proverai meno dolore che negli altri. Non ho certo bisogno di ricordarti quanto il pensiero per me sia materia fluida - per tutti noi - e di quale sostanza evanescente siano fatte le nostre emozioni. Eppure vedo ancora una sorta di possibile traguardo verso il quale, attraverso l’arte, posso dirigermi. E non è improbabile che tu possa aiutarmi.

In realtà, Robbie, la prigione ti fa vedere le persone e le cose per ciò che realmente sono. È per questo che ti trasforma in pietra. È chi vive all’esterno che viene tratto in inganno dall’illusione di una vita in moto costante, e così ruota insieme alla vita contribuendo alla sua irrealtà. Chi rimane immobile vede e sa. Che la lettera serva o meno a meschini e moralisti, a me ha comunque fatto bene. Ho liberato il petto di quell’ingombro pericoloso che mi grava sul cuore, per parafrasare un poeta che io e te abbiamo pensato di salvare dai filistei. Non ho bisogno di ricordarti che la mera espressione è per un artista l’unico e supremo modo di vivere. È grazie al linguaggio che noi viviamo.

Tra tutte le cose per le quali devo ringraziare il Governatore, lassù, per nessuna gli sono più grato della concessione della ricchezza nella scrittura e della capacità di modularla secondo la lunghezza che desidero. Per quasi due anni ho portato dentro un peso crescente di amarezza del quale non mi sono ancora del tutto liberato. Fuori dal muro della cella vi sono dei poveri alberi neri insozzati di fuliggine che stanno esplodendo in gemme di un verde quasi lacerante. So bene che cosa stanno passando. Stanno trovando espressione.

Per sempre tuo,
Oscar




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Anche Domenico Scilipoti nella nuova «Nuntereggaepiù»

Corriere della sera

Roy Paci rilegge il celebre pezzo di Rino Gaetano




  • Rino GaetanoEsce Gianni Agnelli, entra Domenico Scilipoti. Tra i tanti modi per rileggere la storia italiana degli ultimi trent'anni ci può stare anche la rilettura di una delle più celebri canzoni di Rino Gaetano, Nuntereggaepiù. Nei giorni in cui lo si ricorda, nel trentennale dalla scomparsa, arriva la versione «riveduta e scorretta» di quello sfogo, ad opera di Roy Paci & Aretuska. Il pezzo fa parte di un album, Dalla parte di Rino, in uscita il prossimo 28 giugno (contributi anche di Gianluca Grignani, Ron, Daniele Silvestri, Giusy Ferreri , Roberto Vecchioni , Pfm, Nathalie, Patty Pravo, Simone Cristicchi , Tricarico, Giuliano Palma & The Bluebeaters).


IERI E OGGI - Il ritornello originale (« Eya alalà / pci psi dc dc / pci psi pli pri / dc dc dc dc») diventa «Eya alalà Icpp / Fli Udc Pdl Pd Lega Pci / Udc Udc Udc Udc», i riferimenti calcistici si aggiornano (da «dribbla Causio che passa a Tardelli / Musella Antognoni Zaccarelli / Gianni Brera Bearzot» a «dribbla Totti che passa a Chiellini / Cassano Zambrotta e poi Pazzini»). Quando uscì quel pezzo, l'efffetto fu dirompente: Maurizio Costanzo (citato insieme a «Mike Bongiorno Villaggio Raffa Guccini») convocò un'altra della Gaetano' list. Susanna Agnelli, che oltre a risultare preparatissima sulla canzone («I mie figli me la cantano»), anziché gridare allo scandalo diede ragione al cantautore: «Al suo posto l'avrei scritta anche io». Neanche Rino diede grande soddisfazione al conduttore: «Ma io non reggo neanche me stesso...» buttò lì. Costanzo un po' deluso: niente rissa in tv. I tempi, e i tipi, evidentemente, non erano maturi. «Lele Mora Simona Ventura Morgan Sgarbi Corona», canta oggi Roy Paci con i suoi Aretuska. Nostalgia canaglia.

Stefania Ulivi
04 giugno 2011

Balotelli beccato a Scampia dai carabinieri con due boss della camorra

Corriere della sera


I militari dell'Arma hanno segnalato che si trovava in compagnia di Salvatore Silvestri e Biagio Esposito




Mario Balotelli
Mario Balotelli
MILANO - Un'altra tegola sul capo di Supermario Balotelli. L'attaccante del Manchester City, la mattina dell'8 giugno 2010, si trovava all'interno del rione dei Puffi, nel quartiere napoletano di Scampia, «in compagnia di due elementi di spicco di due dei più potenti clan della periferia nord di Napoli, ovvero Salvatore Silvestri, del clan Lo Russo, e Biagio Esposito, del clan degli Scissionisti». È quanto riferisce un'informativa consegnata alla Dda di Napoli dai carabinieri del gruppo investigativo di Castello di Cisterna e di cui parla oggi il quotidiano «Il Mattino» di Napoli.

FONTE CERTA - L'informativa si basa sulle rivelazioni di una fonte fiduciaria «la cui attendibilità risulta essere già provata. La fonte asseriva che proprio il Balotelli - scrivono i carabinieri - che si trovava a Napoli in occasione del premio Golden Goal, aveva chiesto di visitare i famigerati luoghi dello spaccio di Scampia tanto pubblicizzati nelle cronache e che per soddisfare la sua richiesta la 'paranzà dei Puffi gli ha mostrato le modalità con cui si consuma lo spaccio quotidiano». Inoltre, successivamente Balotelli sarebbe stato «ospitato in una dependance del rione per scattare delle foto ricordo con il Silvestri, con l'Esposito e con altre persone ivi presenti».


Redazione online
05 giugno 2011



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Libri al bando in Scozia: scrittori israeliani vietati

di Fiamma Nirenstein


Alcuni distretti li escludono dalle biblioteche pubbliche. E' il modo più incivile di mostrare odio verso un popolo. Si censura la cultura di un Paese perché si permette di difendere i suoi confini



Ci sono tanti modi di cancellare qualcuno che odi, con un bazooka, con le bombe, con la delegittimazione, la negazione della dignità della sua esistenza fisica e psichica. La marcia dei vicini in guerra con Israele (palestinesi, siriani, giordani...) preparata per oggi al fine di scavalcarne in massa i confini da ogni parte, come non esistessero, dice una cosa precisa: Israele non c'è. Ne neghiamo l'esistenza. Ed è francamente orrido che a questa affermazione di prepotenza internazionale senza precedenti si accompagni un'altra forma di seppellimento in vita dello Stato Ebraico, quello culturale.

Il boicottaggio culturale di Israele è cosa vecchia, anche in Italia la Fiera del Libro di Torino del 2008, le liste di proscrizione delle università di varie città italiane, il blocco di progetti scientifici e artistici comuni, la manifestazione come quella progettata per i prossimi giorni a Milano per cancellare una mostra sulle meraviglie scientifiche di quel Paese, ci hanno allenato. A questo si uni il boicottaggio di merci della Coop e della Conad, poi ritirato.

Queste azioni smodate si chiamano antisemitismo, e come altri potrebbe chiamarsi l'accusa a Israele di apartheid o di pulizia etnica, del tutto priva di fondamento, nel momento in cui ci se ne infischia delle stragi di cristiani nel mondo islamico o delle stragi di massa in Africa, o in questi giorni in Siria e in Yemen.

Ma stavolta, nonostante gli episodi di boicottaggio fioriscano in un clima di beota confusione mentale come quello che ha ispirato i centri sociali al Parco Ruffini di Torino a creare un bersaglio sull'immagine Shimon Peres, un episodio colpisce: ci è toccato immaginarci uno scozzese col suo kilt che si alza una mattina e non sapendo come passare la giornata in assenza del mostro di Lochness, decide di boicottare i libri israeliani. Non solo i cetrioli o i pompelmi, ma i capolavori di Aleph Beth Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, magari di Shmuel Yosef Agnon, premio Nobel della letteratura nel 1966. Si, i cittadini scozzesi in vari distretti non potranno più acquistare le edizioni inglesi di libri di autori israeliani.

Prima i volenterosi scozzesi partirono, dopo l'operazione Cast Lead in cui Israele si difese dall'attacco di migliaia di missili da Gaza, con il boicottaggio di merci. Poi, insistendo su un punto chiaro, ovvero la proibizione a difendersi, il consiglio regionale del Dunbartonshire Occidentale è passato alla cultura col suo bel rogo di libri, seguito da Dundee che però, dato che il boicottaggio è proibito, si limita a affiggere sui muri manifesti di invito alla cittadinanza al boicottaggio. Il brillante portavoce del Dunbartonshire ha ammesso che Israele è l'unico boicottato, e che non c'è intenzione di occuparsi dell'Iran, o della Siria. Intanto il consigliere regionale James Bollan ha dichiarato che Hamas è un'organizzazione di combattenti per la libertà, e che è eletta con una maggioranza più grande di quella del governo israeliano.

Questa deiezione scozzese, assai prossima a molte espressioni antisraeliane inglesi, dove il motore è un misto di opinione islamista e di perbenismo, non è certo isolata. Restando al boicottaggio culturale e lasciando da parte mille altri segni di ostilità, nel 2006 il più grande sindacato inglese di professori ha escluso i rapporti con accademici israeliani, nel 2009 la Spagna ha chiuso i progetti di ricerca solare con l'Università Israeliana, nel 2010 cinquecento professoroni americani hanno supportato il boicottaggio accademico, Johannesburg nel 2011 ha sospeso le ricerche universitarie sulla purificazione dell'acqua. Brian Eno, Roger Waters, Ken Loach, Jean Luc Godard, Carlos Santana, Elvis Costello, i Pixies, 500 artisti di Montreal, 100 intellettuali norvegesi, 300 irlandesi, tutti questi signori hanno sdottoreggiato, condannato, hanno ritenuto che gli israeliani non siano degni di una loro visita artistica o culturale e che gli debba essere proibito l'accesso…

No, non c'è qui estremismo nel ricordare che proprio due giorni or sono il mentore di Ahmadinejad ha dichiarato che è cosa santa uccidere donne e bambini israeliani; non è fuori tema ricordare che i palestinesi marciano verso un riconoscimento unilaterale all'ONU da cui è cancellata la trattativa, come se Israele non esistesse. Non facevano prima i nostri scozzesi a dire che il mentore di Ahmadinejad gli è simpatico piuttosto che boicottare Amos Oz e ignorare Bashar Assad? non farebbero meglio a unirsi alla seconda Flottilla sperando che qualche altro shahid dia il via al treno delle condanne internazionali sempre in corsa; o a unirsi al movimento nuovo della Naksa (non nakba!) che oggi cercherà di penetrare i confini di uno Stato sovrano, bersaglio ormai di tutta la stupidità e di tutta l'aggressività mondiale. Non capite il nesso? Siete fatti per la cultura? Non ci credo.




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E l'uomo creò la moglie

Il Giorno






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Scherno su Facebook per bimbo morto in auto sul Trasimeno: identificati in dieci

Il Messaggero


Il piccolo era deceduto la settimana scorsa dopo essere stato lasciato per ore dal padre nell'auto al sole


ROMA - Una decina di utenti di Facebook sono stati identificati dalla polizia postale di Perugia dopo avere lasciato messaggi di scherno su una pagina che fa riferimento alla vicenda di Jacopo Riganelli, il bambino di 11 mesi morto la scorsa settimana dopo essere stato lasciato dal padre in auto per diverse ore a Passignano, sul lago Trasimeno.

Gli investigatori invieranno ora un rapporto alla procura per valutare quali reati contestare. Gli accertamenti sono ancora in corso e destinati ad allargarsi. La polizia postale, con la direzione di Annalisa Lillini, si è subito messa in contatto con i gestori del social network per la rimozione della pagina, che ha ricevuto il gradimento di 91 persone. Gli investigatori hanno comunque invitato gli utenti a segnalarla come sgradita agli stessi responsabili di Facebook attraverso l'apposita applicazione. Nello spazio, oltre alle frasi di scherno, figurano comunque già diversi insulti e messaggi di riprovazione nei loro confronti.

Sabato 04 Giugno 2011 - 13:40    Ultimo aggiornamento: 14:18




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Il tentativo di frode scatta già quando l'etichetta mente

La Stampa


Se la data di scadenza sull’etichetta di prodotti alimentari non è corretta, scatta il reato di tentata frode in commercio.
Il caso
Il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi condannano un uomo per i reati di messa in commercio e distribuzione di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione (art. 5, lett. B), legge n. 283/1962) e di frode in commercio (art. 515 c.p.). Dall’ispezione nei locali dell’imputato vengono raccolte come prove alcune etichette di prodotti alimentari giacenti nel cestino dei rifiuti recanti una data di scadenza diversa e antecedente apposta sui prodotti, presumibilmente staccata e sostituita con etichette recanti date diverse e posteriori. L’uomo non ci sta e ricorre alla Corte Suprema.
La Cassazione (sentenza 9276/11) precisa che perché scatti il reato è sufficiente aver esposto per il commercio dei prodotti con un’etichetta falsa.

Il reato, cioè, si consuma a prescindere dall’effettiva messa in vendita del prodotto e dunque da una concreta contrattazione tra il cliente e l'esercente. Condizione necessaria e sufficiente per integrare gli estremi del tentativo di frode in commercio è che la merce, comunque destinata alla vendita, riporti nelle etichette informazioni non veritiere sull'origine, la provenienza, la qualità, la quantità e la data di scadenza.




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Buttiamo i soldi in Grecia ma non tagliamo le tasse

Il Tempo

DI ANTONIO MARTINO


Per molti esperti Atene è già tecnicamente in default. Un ferroviere ellenico guadagna fino a 138 mila dollari. L’aiuto costa a ogni italiano 340 euro. E noi non riformiamo il fisco.
Ecco perché dobbiamo abbassare le imposte 


Domandina: dove vanno a finire i miliardi che stiamo prestando alla Grecia? Forse sarebbe il caso che la questione non restasse nel chiuso dei piani alti di Bruxelles: tanto più ora che l’Unione europea ha deciso una seconda tranche di aiuti da 60-70 miliardi, in aggiunta ai 110 del maggio 2010 che a quanto pare non sono serviti a molto visto che Moody’s ha appena declassato di tre gradini, da B1 a Caa1 il rating di Atene, e con outlook negativo.

I contribuenti tedeschi, per esempio, vogliono conoscere che fine fanno i loro soldi, e da oltre un anno su questa storia della Grecia bastonano ad ogni elezione il governo, in barba a tutte le strabilianti performance economiche di Angela Merkel. E noi? Noi che siamo il Paese più euro-entusiasta, che cosa sappiamo dei quattrini che prendono la via del Pireo? Il Tempo può fornire una prima risposta, certo parziale, ma illuminante. Nelle settimane scorse una missione del Tesoro italiano è andata riservatamente ad Atene per capire se ci sono speranze che il piano di austerity del governo socialista di George Papandreu riesca a produrre frutti, e quindi se la nostra quota del meccanismo di solidarietà potrà tornare all'ovile, e quando.

E ha accertato alcune realtà finora confinate ad indiscrezioni giornalistiche per il pubblico americano. Su tutte, questa che vi giriamo: le Ferrovie greche, ovviamente pubbliche, pagano i dipendenti una media di 80 mila dollari l'anno, circa 50 mila euro. Stipendi che per i macchinisti, specie quelli impegnati sulle linee «disagiate» come il Peloponneso, arrivano a 138 mila dollari, 84 mila euro. Tenuto conto della pressione fiscale e contributiva che in Grecia è pari al 37 per cento, sei punti meno che da noi, i macchinisti greci si portano a casa mediamente 4 mila euro netti, per 14 mensilità.

Il 30 per cento abbondante più di un macchinista italiano al massimo di anzianità e orario di lavoro. Mentre l'impiegato comune percepisce intorno ai 2.300 euro, sempre per 14 mensilità, circa mille euro netti più di un collega italiano. Ma anche francese o tedesco, considerando che i macchinisti tedeschi hanno appena indetto una dura vertenza contro la Deutsche Bahn chiedendo di aumentare lo stipendio medio attualmente di 2.200 euro; mentre un conduttore di un Tgv francese arriva a 3 mila. Ovviamente non è tutto. Nelle ferrovie greche il costo del lavoro è pari a quattro volte il fatturato aziendale, il che ha prodotto fino al 2009 un debito consolidato di circa 9 miliardi di euro ed un disavanzo di gestione annuo di 800 milioni.

Con gli interessi, si tratta di una perdita di quasi 3 milioni di euro al giorno. E il famoso piano di austerity? Il governo ha annunciato tagli sulla quattordicesima e sulle pensioni: già, perché lì i dipendenti pubblici possono lasciare il lavoro a 53 anni. Ma il tutto si scontra con le rivolte di piazza. Già nel 2009, alle prime avvisaglie di crisi, il governo allora in carica manifestò un timido interesse per una parziale privatizzazione del sistema ferroviario. Si fece avanti, sempre molto timidamente, la Cncf, le ferrovie francesi, cui era stata prospettata la vendita del 49 per cento. Partì da New York una delegazione della Goldman Sachs e della Morgan Stanley.

La reazione fu la stessa, inorridita, di quella del Tesoro italiano. Vennero suggeriti drastici piani di ristrutturazione per ridurre i costi e adeguare gli standard alla imminente concorrenza europea. I politici spiegarono però che era un anno di elezioni e davvero non era il caso di mettersi contro quella potentissima corporazione. Francesi e banchieri misero giù il coperchio e se ne tornarono a casa. Nel luglio 2010 il New York Times dedicò alla faccenda dei ferrovieri greci un'inchiesta, chiedendosi, con questi dati di fatto, quali probabilità avesse Atene di sanare il proprio dissesto e rimborsare i crediti appena ottenuti dall'Europa.

La risposta è arrivata in questi giorni: la Grecia ha bisogno (e li ottiene) di nuovi aiuti dai paesi partner, tra i quali noi, mentre i tassi d'interesse sui titoli pubblici sono più che raddoppiati, dall'otto per cento ad oltre il 16. Ovviamente Papandreu e i suoi ministri si impegnano a «drastici tagli» e ambiziose privatizzazioni: adesso per esempio si discute della compagnia telefonica Ote, delle aziende dell'acqua di Atene e Salonicco, del ramo bancario delle poste. Grava invece la nebbia più fitta su quale sorte avranno i prestiti. Gli esperti di tutto il mondo, soprattutto anglosassoni, si dicono convinti che la Grecia sia già tecnicamente in default, e che le uniche soluzioni possibili restino o il ritorno alla dracma o una sorta di commissariamento sul tipo di quello imposto a suo tempo dal Fondo monetario all'Argentina.

Eppure queste proposte, come del resto la più indolore ristrutturazione del debito, vengono bollate come pura eresia dai sommi euroburocrati di Bruxelles e Francoforte. Che il motivo stia nel piccolo particolare che le banche francesi risultano tuttora esposte in Grecia per 53 miliardi e quelle tedesche per 34? Fatto sta che all'Italia questo nuovo aiuto costerà 5,25 miliardi di euro, che si aggiungono ai 14,72 erogati un anno fa. In totale, alla sola Grecia, noi prestiamo oltre 20 miliardi, cioè 340 euro per ogni cittadino italiano dai neonati ai centenari. Ai quali vanno sommati i 13 destinati a Portogallo e Irlanda. Mentre è tuttora oggetto di discussione in che misura queste somme vadano ad aggravare in nostro debito pubblico, già in bilico e fonte di ogni problema (a cominciare dalle tasse) per noi. Non per i ferrovieri greci.


Marlowe
05/06/2011




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Tripoli, profanato cimitero italiano

Corriere della sera



I vandali, forse fedeli di Gheddafi, hanno coperto di scritte oltraggiose le mura e distrutto la casa del custode





MILANO - Era stato restaurato e inaugurato, dopo decenni di abbandono, meno di due anni fa. È stato profanato venerdì, forse da fedeli di Muammar Gheddafi, il cimitero italiano di Tripoli. Nè dà notizia Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia). I vandali hanno tentato, senza riuscirci, di forzare il complesso monumentale che ospita i resti di ottomila italiani. Hanno coperto le mura di scritte oltraggiose (tra cui anche una di minaccia «La prossima volta bruceremo tutto») e distrutto l'abitazione del custode.

«UNA NOTIZIA TRISTISSIMA» - Il cimitero era stato inaugurato dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, alla presenza di una delegazione dei rimpatriati che si erano a lungo battuti per ottenere dalla Farnesina i fondi necessari. «È una notizia tristissima che dà un ulteriore segno della totale inciviltà di quanti ancora si ostinano a non abbandonare Muhammar Gheddafi», è stato il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'Airl. L'atto di vandalismo è avvenuto mentre è in corso il completamento del cimitero con la traslazione ad Hammangi (così si chiama la località dove sorge il cimitero) delle salme tuttora sepolte nei villaggi grazie ai fondi messi a disposizione dal Fondo di Beneficenza della Banca Intesa Sanpaolo. Luigi Sillano che, per conto dell'associazione segue il progetto, confida che l'Istituto al quale era stata comunicata nel febbraio scorso la necessaria sospensione dell'iniziativa a seguito della rivolta in Libia, seguiterà a sostenerlo quando anche Tripoli sarà liberata. Sarà allora possibile riparare i danni fatti e quelli futuri qualora le frasi minacciose scritte sulle mura di recinzione della struttura dovessero tramutarsi nell'incendio totale del complesso.



Redazione online
04 giugno 2011



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Le 30 mila lavandaie-schiave d'Irlanda E nessuno che almeno chieda loro scusa

Repubblica







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Scoperta in Turkmenistan la più antica chiesa cristiana dell'Asia centrale

Il Tempo



Il tempio risale alla fine del regno dei Parti il cui restauro era stato commissionato dal governo del Turkmenistan alla missione di Rossi Osmida.


Scoperta da un archeologo veneziano, Gabriele Rossi Osmida, riaffiora nell'oasi di Merv, nel deserto del Turkmenistan, quella che sembra essere stata la più antica chiesa cristiana dell'Asia centrale. Il tempio risale alla fine del regno dei Parti (fine del primo-inizio del terzo secolo dopo Cristo) ed era incastonato nella struttura più antica del monumento architettonico medievale Haroba Kosht (Castello in rovina in lingua turcomanna), il cui restauro era stato commissionato dal governo del Turkmenistan alla missione di Rossi Osmida.

L'edificazione di un tempio cristiano così indietro nel tempo nel cuore dell'Asia centrale, spiega l'archeologo veneziano in una intervista pubblicata dal mensile telematico Scienzaonline.com, trova riscontro nelle testimonianze registrate da alcuni testi del IV e VI secolo che parlano della predicazione dell'apostolo Tommano (o dei suoi discepoli) nell'oasi di Merv, dove era giunto nella sua missione di evangelizzazione che poi sarebbe arrivata fino all'India.

Lavorando al restauro del Castello in rovina, la missione italiana si è imbattuta prima in una croce nestoriana in bronzo. Dopodichè , in successione, sono emersi diversi reperti di ceramica sigillata, pezzi di notevole interesse che offrono un ampio ventaglio di simboli paleocristiani: croci, pani, pesci, uva, tralci, agnelli che si abbeverano. «Con queste scoperte ora non sussistono più dubbi - sostiene Rossi Osmida -: Haroba Kosht è stata la più antica chiesa cristiana dell'Asia Centrale».

Il primo impianto della chiesa, ricostruisce l'archeologo, «non era molto ampio e riflette il sistema delle cosiddette chiese a sala diffuse in Oriente nei primi secoli della nostra era. Un secondo impianto, più massiccio, risale all'arrivo di un nucleo cristiano nestoriano a Nerv (V secolo) che, come rilevano i documenti dell'epoca, costruì una basilica nella cittadella e un monastero (il Castello in rovina) accanto al palazzo reale sasanide. Gli antichi documenti ci trasmettono anche il nome del fondatore: Bar Gheorghys». Dopo la discesa delle orde di Gengis Khan, che distrussero Merv per ben tre volte nel giro di pochi mesi, l'oasi venne abbandonata per due secoli e non tornò più agli antichi splendori. I Nestoriani si spostarono in Iraq e Siria. E finì la storia di quella chiesa lasciata nel deserto.




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