martedì 7 giugno 2011

Spagna, volo intercettato Le spettacolari immagini dall'aereo

Corriere della sera

 

Un caccia lo affianca e scorta nei cieli francesi

 

 

Ai passeggeri del volo Vueling 8366, in placido servizio tra Malaga e Amsterdam, la sera del 27 maggio scorso, deve essere sembrato di trovarsi, all’improvviso, in un film genere Top Gun: dagli oblò della fila sinistra hanno visto (e filmato, guarda il video qui a fianco) un caccia Mirage 2000C avvicinarsi, affiancarli e scortarli per 4 minuti nei cieli francesi sopra Chartres. Finché il pilota militare non ha estratto una macchina fotografica compatta, in surreale contrasto con il sofisticato gioiello di ingegneria aeronautica in cui viaggiava, per riprendere a sua volta l’aereo di linea. Comunque niente di allarmante: l’intercettatore si era alzato dalla base di Cambray-Epinoy quando si erano brevemente persi i contatti radio tra l’aereo di linea e la torre di controllo di Parigi. Una semplice occhiata per verificare che tutto fosse a posto, una foto ricordo e via, con una virata a coltello.

 

Elisabetta Rosaspina
07 giugno 2011

La sinistra può dimenticare Marx, ma Tafazzi mai

Trapattoni show: "In Italia? Vogliono uovo, gallina e culo caldo"

Il Tempo


La conferenza stampa prima dell'amichevole Italia-Irlanda regala un Trap in gran forma, tra metafore ardite e critiche al calcioscommesse.


"I'm very, very, ma proprio molto amareggiato". La conferenza stampa di Trapattoni è il giusto mix tra inglese e italiano, ma alla fine è il solito show a tutto tondo. Il tecnico che ha fatto la storia del calcio italiano e ora cerca di dare una mano a quello irlandese, di cui guida la nazionale, non può fingere disinteresse verso i problemi del football di casa nostra. E quanto ci tenga lo si capisce subito: "Questa storia del calcioscommesse è un disastro, è lo specchio dei nostri difetti. Nel mondo ci ammirano, abbiamo valori, successi sportivi. Ma siamo autolesionisti, riusciamo sempre a farci del male da soli". E nel calcio di casa nostra non vuole tornare il Trap: "Perchè non torno? Troppa fretta in Italia, troppo campanilismo". E qui c'è l'affondo che fa ridere i cronisti presenti e mette in difficoltà l'interprete: "In Italia vogliono tutto e subito, l'uovo, la gallina e anche il culo caldo. Ma se fa l'uovo scappa, e il culo caldo te lo scordi". Quando la ragazza al suo fianco accusa la difficoltà di traduzione, il tecnico è pronto con la lingua d'oltremanica "Coccodè, coccodè...is gone...avete capito?", e il solito show è compiuto ancora una volta.



Poi si continua con la conferenza stampa. Il mister di Cusano Milanino è felice di ritrovare il suo ex allievo Prandelli, che considera "un grandissimo uomo, un pezzo importante della voglia di ricostruire il calcio italiano". E apprezza anche molto Giuseppe Rossi, che "ricorda Pablito, per fiuto del gol". E non gli dispiace nemmeno tornare a Liegi: "In questo impianto ho giocato il mio primo torneo internazionale, avevo solo 15 anni". Un'altra epoca Trap, e sicuramente un altro calcio.


07/06/2011




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Se per Tonino Di Pietro il quorum vale più dell'oro: raggiunto il 50+1, all'Idv vanno 400.000 euro.

Libero




«Dar da bere agli assetati”, ha detto Gesù Cristo. Non ha mica aggiunto: “soltanto se hanno i soldi per pagarsela”». Così  recita il Vangelo secondo Di Pietro. Così ha parlato l’ex pm più che mai in campo per i referendum. Che ha proseguito: «Non è stato Marx a insegnarci che l’acqua è il primo bene comune e che farla diventare una fonte di profitto è una bestemmia. È il Vangelo che ce lo ha insegnato».

La rivisitazione manettara dei sacri testi serve naturalmente all’uomo forte  del Pool per trascinare quanta più gente possibile e raggiungere il quorum ai quattro quesiti di domenica 12 e lunedì 13 giugno. Anche l’affanno col quale, negli ultimi giorni, si è battuto per «sberlusconizzare» (neologismo di notevole efficacia, tra l’altro) l’ormai prossima chiamata alle urne è un mezzo efficace con cui sfruttare le crepe apertesi nel centrodestra, portando a votare anche tanti elettori non di sinistra, ovviamente scoraggiati da un tono anti-governativo del voto.

I mezzi “sì” detti o fatti trapelare da governatori o leader di partito nella maggioranza e non, uniti alla sostanziale libertà di coscienza che il Pdl ha lasciato ai suoi elettori, rendono effettivamente trasversali gli argomenti interessati. Insomma, davvero stavolta una quantità relativamente piccola di elettori, magari convinta con offerte, concerti e sulla scia della famosa “riscossa civile”, potrebbe far scavalcare la soglia del 50% + 1. Il che per Di Pietro avrebbe un risvolto interessante anche al di là della battaglia di idee e delle sue conseguenze pratiche sulle politiche energetiche. «Noi dell’Italia dei valori», ha detto Tonino con la consueta prosa, «abbiamo raccolto le firme contro il nucleare, il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica per i primi due, ma la battaglia è la stessa. Perché gratta gratta anche dietro alla decisione assurda di riportare il nucleare in Italia ci sono soldi. Tanti, tantissimi soldi».

Ecco, i soldi. Con il forum da lui citato, il leader Idv ha avuto anche una mezza questione, perché - in estrema sintesi - l’hanno accusato di esser zompato su una loro iniziativa. In autonomia, invece, Di Pietro si è fatto promotore del referendum sulle centrali poi oggetto di una lite istituzionale tra Palazzo Chigi e la Consulta. Con cinque burbanzosi furgoni «scortati da Di Pietro» le firme vennero comunque consegnate insieme: circa due milioni e trecentomila, in ben 350 scatoloni. In realtà, secondo il comitato per l’acqua quelle sulla gestione idrica erano 1.401.492. «Abbiamo ritenuto un nostro preciso dovere», diceva sempre Tonino, «impegnarci per contrastare alcune nefandezze di questo governo: privatizzazione dell’acqua, legittimo impedimento, ritorno al nucleare. Abbiamo posto fiducia nella capacità del partito di rispondere positivamente a questo impegno. Abbiamo creduto nella risposta dei cittadini italiani». Le firme sul nucleare sarebbero circa 740mila, almeno secondo l’Idv. La cifra non è irrilevante, al di là della statistica: è interessante perché al numero di firme è legato il rimborso elettorale previsto dalla legge sul finanziamento ai partiti varata nel 1999. Il quarto comma dell’articolo 1 recita infatti: «(...)È attribuito ai comitati promotori un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di lire mille per ogni firma valida (...) fino ad un limite massimo pari complessivamente a lire 5 miliardi annue, a condizione che la consultazione referendaria abbia raggiunto il quorum di validità di partecipazione al voto».

La conversione in euro non è operazione particolarmente difficile: diciamo che, a prendere per buone le cifre della stessa Idv, il tesoretto di un eventuale quorum per il partito è di poco sotto ai 400mila euro. Nel complesso, balla un rimborso di un milione e trecentomila euro.
Ed è ovvio che non ci sia niente di scandaloso: sono fondi previsti dalla legge, in fondo allo scopo di incentivare una pratica democratica. Si tratta probabilmente di un’altra delle grandi interpretazioni evangeliche di Di Pietro, abituato a tuonare contro i finanziamenti pubblici salvo poi - giustamente e legittimamente - usufruirne: «Non sappia la tua sinistra quello che fa la destra».

di Martino Cervo«“Dar da bere agli assetati”, ha detto Gesù Cristo. Non ha mica aggiunto: “soltanto se hanno i soldi per pagarsela”». Così  recita il Vangelo secondo Di Pietro. Così ha parlato l’ex pm più che mai in campo per i referendum. Che ha proseguito: «Non è stato Marx a insegnarci che l’acqua è il primo bene comune e che farla diventare una fonte di profitto è una bestemmia. È il Vangelo che ce lo ha insegnato».

La rivisitazione manettara dei sacri testi serve naturalmente all’uomo forte  del Pool per trascinare quanta più gente possibile e raggiungere il quorum ai quattro quesiti di domenica 12 e lunedì 13 giugno. Anche l’affanno col quale, negli ultimi giorni, si è battuto per «sberlusconizzare» (neologismo di notevole efficacia, tra l’altro) l’ormai prossima chiamata alle urne è un mezzo efficace con cui sfruttare le crepe apertesi nel centrodestra, portando a votare anche tanti elettori non di sinistra, ovviamente scoraggiati da un tono anti-governativo del voto.

I mezzi “sì” detti o fatti trapelare da governatori o leader di partito nella maggioranza e non, uniti alla sostanziale libertà di coscienza che il Pdl ha lasciato ai suoi elettori, rendono effettivamente trasversali gli argomenti interessati. Insomma, davvero stavolta una quantità relativamente piccola di elettori, magari convinta con offerte, concerti e sulla scia della famosa “riscossa civile”, potrebbe far scavalcare la soglia del 50% + 1. Il che per Di Pietro avrebbe un risvolto interessante anche al di là della battaglia di idee e delle sue conseguenze pratiche sulle politiche energetiche. «Noi dell’Italia dei valori», ha detto Tonino con la consueta prosa, «abbiamo raccolto le firme contro il nucleare, il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica per i primi due, ma la battaglia è la stessa. Perché gratta gratta anche dietro alla decisione assurda di riportare il nucleare in Italia ci sono soldi. Tanti, tantissimi soldi».

Ecco, i soldi. Con il forum da lui citato, il leader Idv ha avuto anche una mezza questione, perché - in estrema sintesi - l’hanno accusato di esser zompato su una loro iniziativa. In autonomia, invece, Di Pietro si è fatto promotore del referendum sulle centrali poi oggetto di una lite istituzionale tra Palazzo Chigi e la Consulta. Con cinque burbanzosi furgoni «scortati da Di Pietro» le firme vennero comunque consegnate insieme: circa due milioni e trecentomila, in ben 350 scatoloni. In realtà, secondo il comitato per l’acqua quelle sulla gestione idrica erano 1.401.492. «Abbiamo ritenuto un nostro preciso dovere», diceva sempre Tonino, «impegnarci per contrastare alcune nefandezze di questo governo: privatizzazione dell’acqua, legittimo impedimento, ritorno al nucleare. Abbiamo posto fiducia nella capacità del partito di rispondere positivamente a questo impegno. Abbiamo creduto nella risposta dei cittadini italiani». Le firme sul nucleare sarebbero circa 740mila, almeno secondo l’Idv. La cifra non è irrilevante, al di là della statistica: è interessante perché al numero di firme è legato il rimborso elettorale previsto dalla legge sul finanziamento ai partiti varata nel 1999. Il quarto comma dell’articolo 1 recita infatti: «(...)È attribuito ai comitati promotori un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di lire mille per ogni firma valida (...) fino ad un limite massimo pari complessivamente a lire 5 miliardi annue, a condizione che la consultazione referendaria abbia raggiunto il quorum di validità di partecipazione al voto».

La conversione in euro non è operazione particolarmente difficile: diciamo che, a prendere per buone le cifre della stessa Idv, il tesoretto di un eventuale quorum per il partito è di poco sotto ai 400mila euro. Nel complesso, balla un rimborso di un milione e trecentomila euro. Ed è ovvio che non ci sia niente di scandaloso: sono fondi previsti dalla legge, in fondo allo scopo di incentivare una pratica democratica. Si tratta probabilmente di un’altra delle grandi interpretazioni evangeliche di Di Pietro, abituato a tuonare contro i finanziamenti pubblici salvo poi - giustamente e legittimamente - usufruirne: «Non sappia la tua sinistra quello che fa la destra».

di Martino Cervo
07/06/2011




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Poste nel caos, un altro giorno nero

La Stampa






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Paga di più senza danni per l'erario: non c'è evasione fiscale

La Stampa


Non ha rilevanza penale il comportamento del professionista che fattura la sua parcella ad una società costituita con la moglie; a condizione che non ci sia un illecito risparmio d’imposta. E’ quanto affermato dalla Terza sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza 8972/11.

Il caso

Il Gip del tribunale di Napoli disponeva il sequestro preventivo sui beni di due coniugi, per avere, al fine di evadere le imposte, indicato nella dichiarazione dei redditi elementi attivi per un ammontare inferiore a quello reale, con conseguente evasione dell'IRPEF. In sostanza, l’uomo, al quale era stata affidata una consulenza in materia finanziaria, aveva creato una s.a.s., di cui erano soci lui e la moglie, ed aveva fatto emettere da tale società le fatture relative alla consulenza che risultava apparentemente affidata alla società ma che in realtà era stata da lui svolta. Pertanto, la Procura contestava ai due soci di avere emesso fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, non denunciando il compenso per la consulenza svolta da lui ricevuto personalmente senza così pagare la relativa imposta.
Tuttavia, il tribunale del riesame disponeva il dissequestro, osservando che la difesa aveva ampiamente dimostrato che la complessiva operazione non aveva avuto alcuna finalità di evasione fiscale e che sulle somme percepite per l'attività professionale il ricorrente aveva pagato complessivamente imposte per un importo maggiore di quello che avrebbe pagato se le avesse percepite personalmente e regolarmente dichiarato l'intero onorario. Né l'accusa aveva portato alcun elemento in senso contrario. In conclusione, secondo il tribunale del riesame, doveva escludersi la sussistenza sia del profitto sia della finalità di evasione fiscale della condotta contestata.
La tesi incontra il favore della Suprema Corte. Nel caso in esame non c'è alcun profitto ricavato dall'indagato a seguito della complessa operazione, così che viene a mancare il presupposto necessario per l'applicazione della misura cautelare, avente ad oggetto somme di denaro corrispondenti appunto al profitto derivato dal reato. In particolare, l'intero compenso percepito per la prestazione svolta era stato correttamente evidenziato all'erario e su di esso era stata integralmente e tempestivamente adempiuta l'obbligazione tributaria. Anzi l'imposta pagata era stata addirittura superiore rispetto a quella cui l’imputato sarebbe stato tenuto: l'imposta corrisposta globalmente era stata maggiore di quella che sarebbe stata pagata nel caso che la dichiarazione dei redditi fosse avvenuta computando nella dichiarazione dei redditi dell'indagato tutte le somme pagate per la prestazione professionale.




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A Milano crescerà un grattacielo di legno

Corriere della sera


Sarà il più alto al mondo costruito con questo materiale. Un esempio dell’ultima tendenza del social housing




Il progetto del grattacielo di legno a Milano
Il progetto del grattacielo di legno a Milano
Per favore, non chiamiamole case popolari. Inevitabilmente, ci verrebbe davanti agli occhi la desolante immagine di tristi periferie sovietiche punteggiate di grigi casermoni-alveare. Qui parliamo di tutt’altro. Di un colorato grattacielo di 15 piani realizzato interamente in legno, per esempio. E di una palazzina di 12 appartamenti rivestita di un reticolo di liste di legno come fosse una seconda pelle. Parliamo di case belle, confortevoli e, soprattutto, sostenibili, in armonia con l’ambiente. Che non si chiamano «popolari», ma sono edifici di «social housing». Il termine inglese è giustificato: il social housing nasce proprio in Gran Bretagna, agli inizi degli anni Novanta, e si sviluppa rapidamente in tutto il Nord Europa per rispondere alla domanda di case dignitose da parte di persone che per acquistare un’abitazione non potevano affrontare i prezzi di mercato, ma nello stesso tempo erano economicamente al di sopra della soglia che dava diritto a una assistenza pubblica.

SOCIAL HOUSING - Famiglie, ma soprattutto studenti, lavoratori fuori sede, giovani coppie, single. Il social housing nasce dunque per offrire case a prezzi interessanti, garantendo comunque buoni parametri di qualità. In Italia se ne parla da poco, per l’esattezza da quando, nel 2008, il governo ne ha dato definizione in un decreto. Prima la tendenza degli italiani era all’acquisto: mutui e sacrifici pur di essere proprietari della casa in cui si vive. Anche piccola, purché sia mia. Il risultato è che solo il 20 per cento degli italiani vive in affitto, e solo il 5% delle strutture residenziali è di proprietà pubblica. Ora, però, la crisi e i suoi effetti hanno cambiato domanda e offerta; l’incremento dei prezzi non è più sostenibile dal potere d’acquisto medio delle famiglie italiane. La risposta del governo è stata il Piano nazionale di edilizia abitativa, rivolto a chi è troppo ricco per accedere all’edilizia popolare ma non abbastanza per rivolgersi al libero mercato. Nel concreto, significa per esempio che a Milano il Piano di governo del territorio prevede che il 35 per cento dei nuovi insediamenti residenziali sia destinato all’housing sociale.

UNA CASA DA UNA MANCIATA DI SEMI - Case belle a prezzi accessibili, dunque. Come il grattacielo che sorgerà a Milano, nella zona di viale Sarca, area Bicocca. Il progetto si chiama SMS, che sta per Social Main Street, è firmato da Urbam + Dante O. Benini & Partners, è promosso dalla Compagnia dell’Abitare, si avvale della consulenza di Vignelli Associates per quel che riguarda la «grafica» dell’edificio e ha già vinto il premio Qualità architettonica al Social Housing Awards indetto da Eire, il salone dedicato al mercato immobiliare e al real estate italiano e dell’area mediterranea. Fiore all’occhiello del progetto, l’essere il più alto grattacielo al mondo costruito in legno, fatta eccezione per i tre piani di base, in calcestruzzo, e la struttura metallica del cavedio centrale. Secondo motivo di orgoglio, il valore di efficienza, vale a dire il rapporto tra metri quadri e superficie sfruttata, che è del 90%. Terzo, ma non ultimo, punto d’eccellenza, il prezzo: 800 euro al metro quadro. Tre fattori che fanno del progetto un esempio di costruzione «sostenibile» nel doppio significato del termine: dal punto di vista ambientale e da quello economico.

RICICLABILE - «Basta una manciata di semi per costruire una casa. E la deforestazione creata si ricostituisce in pochissimo tempo. Il legno, poi, è riciclabile al cento per cento, ha un alto livello di salubrità, è permeabile all’aria, ha una bassissima dispersione termica, è antisismico», dice l’architetto Dante Benini. «Bisogna sfatare il tabù secondo il quale una casa in legno ha senso solo a Bolzano. Le qualità intrinseche di questo materiale lo rendono adatto a costruire a qualunque latitudine. Aggiungiamo poi che nel confronto diretto con il calcestruzzo l’ecocompatibilità del legno è nettamente superiore quanto a consumo di acqua e a quantità di energia necessari alla loro produzione». «Molte persone che vivono in edifici di classe A, dove sono stati applicati tutti i sistemi di risparmio energetico e riduzione della dispersione termica, lamentano un “effetto sottovuoto”, la sensazione di vivere in una bolla. Con il legno tutto questo viene evitato», gli fa eco Michele Corrado, architetto e project director assistant dello studio.

OBIEZIONI - Due obiezioni vengono spontanee: il rischio di incendi e l’isolamento acustico. Subito rintuzzate: «Il legno utilizzato per la costruzione di case è ignifugo e agli edifici vengono applicati sofisticati sistemi antincendio. Quanto al rumore, basti dire che le pareti portanti hanno uno spessore di circa 50 centimetri. Sono realizzate con il sistema X-lam, pannelli a strati incrociati, che garantiscono solidità e flessibilità costruttiva insieme», spiega l’architetto Benini. L’esempio più lampante di questa flessibilità sono i bow-window colorati che caratterizzano la facciata del grattacielo di viale Sarca. «Il colore è elemento decorativo.

Il posizionamento è "libero", perché trattandosi di elementi prefabbricati possiamo metterli dove più ci piace e orientarli in modo differente l’uno dall’altro». Sul tetto, il parapetto fa da linea di gronda ed è formato di pannelli fotovoltaici che produrranno l’energia sufficiente ai servizi condominiali e alla fornitura di acqua calda. Al centro, in corrispondenza del cavedio, un grande “imbuto” fa da serbatoio per l’acqua piovana che, una volta raccolta, servirà per l’irrigazione degli spazi verdi, il lavaggio delle aree comuni, lo scarico delle acque nere e la vaporizzazione del cavedio, attraverso un sistema automatico che utilizza un doppio tubo a camicia che scende fino a terra.

VERDE SUL TETTO E NEL CAVEDIO - La struttura del grattacielo, che avrà 112 unità abitative, da 48 a 100 metri quadri (e verranno affittate a 200 euro a posto letto), prevede che viverci non significhi soltanto rinchiudersi nel proprio appartamento, ma che sia possibile una socializzazione attraverso l’uso collettivo di alcuni spazi. Lungo il cavedio, per esempio, a ogni piano si aprono zone giardino alternate a zone studio, dotate di postazioni wifi. E sul tetto, in realtà un prato con un metro di terra a fare da massa termica, ci saranno una palestra e un percorso perimetrale per lo jogging. Qualcosa che va oltre l’architettura e si avvicina al concetto di benessere e qualità della vita. Non a caso, Benini confessa: «Per me non c’è nulla di più affascinante che tentare di infondere qualità all’ambiente dove vivono gli uomini».


La palazzina di Motta di Livenza di Thun e partners
La palazzina di Motta di Livenza di Thun e partners
LO SCHERMO DI UNA SECONDA PELLE - Una qualità dell’abitare che è punto fermo anche del lavoro di un altro grande architetto, Matteo Thun, il cui «marchio di fabbrica» è da sempre quello della sostenibilità, della compatibilità e del rispetto ambientale. Con il suo studio ha realizzato un interessante esempio di social housing a Motta di Livenza, piccolo comune vicino a Treviso, commissionato dall’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale della provincia. Si tratta di una palazzina di tre piani fuori terra che appoggiano su una struttura in calcestruzzo e laterizi per svilupparsi poi, anche qui, in legno. Materiale sul quale Thun punta da sempre e che è stato utilizzato anche per il rivestimento esterno, in lamelle che formano una specie di brise soleil e regalano un intrigante effetto di luci e ombre che cambiano a seconda dei diversi momenti della giornata. Il disegno della casa rispetta la tipologia classica della zona, reinterpretata in chiave moderna e antica allo stesso tempo: se le soluzioni tecniche sono all’avanguardia, il richiamo filosofico ha radici lontane.

RIDUZIONE DEI TEMPI - «Abbiamo creato una corte interna seguendo l’archetipo della casa romana e ispirandoci a un concetto di architettura di introspezione. Una scelta dettata anche dal fatto che l’ambiente esterno non era granché accattivante», spiega l’architetto Thun. Anche in questo caso la sfida si è giocata sui costi. Ed è stata vinta: 995 euro al metro quadro. «È sulla riduzione dei tempi che bisogna puntare», spiega. «Attraverso l’uso dei prefabbricati, per esempio, si impiegano due mesi a realizzare quello che con un cantiere tradizionale si fa in due anni. Il prefabbricato elimina anche il problema dell’interfaccia tra i diversi professionisti, dall’elettricista all’idraulico, perché lavoriamo con “pareti intelligenti”, che arrivano già predisposte per i diversi impianti.

Ultima considerazione, accorciare i tempi di lavoro significa anche ridurre quelli dell’esposizione bancaria». Niente pannelli fotovoltaici, perché, dice Thun, «bisogna fermare lo scempio della “quinta facciata”, il tetto. Visti dall’alto, certi posti sono una distesa inaccettabile di pannelli. Noi puntiamo sull’energia dalla terra, la geotermia. Come abbiamo fatto per esempio a Milano, per il progetto Tortona 37, dove un terzo del fabbisogno energetico è soddisfatto dalla falda». Benini e Thun, due grandi nomi dell’architettura al servizio di progetti sociali. Chissà se presto anche altre “archistar” si impegneranno in questo campo. Sensibili, magari, all’idea che è ormai tempo di «un “back to basic” che non sia solo slogan per il rilancio dell’economia reale, ma concreto momento di ripensamento sociale e culturale, occasione per una nuova architettura urbana a misura d’uomo». Come diceva Giò Ponti. Nel 1949.


Donatella Bogo
31 maggio 2011(ultima modifica: 07 giugno 2011)



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La7, i conti di Telecom spingono Mentana & Co in mano a De Benedetti

di Andrea Indini



Su Repubblica messaggi cifrati per la tv di Telecom. I buchi e i malumori degli azionisti spingerebbero Bernabè a vendere La7. A chi? Per il Fatto l'Ing. sarebbe disposto a comprarla subito. Vi spieghiamo come e perché



Il futuro di La7 s'intreccia inesorabilmente con quello della Telecom. E nel firmamento della nuova Telekabul brilla il patron del gruppo Espresso Carlo De Benedetti. I conti di Telecom, apparsi su Repubblica di lunedì, hanno fatto brillare gli occhi ai big de La7: dentro a tutti quei numero ci avrebbero infatti letto la conferma che l'Ingegnere sarebbe interessato per davvero a mettere le mani su quella che sta diventando la vera televisione di sinistra. E per farlo è pronto a usare quei 500 milioni di euro che la Corte d'appello avrebbe imposto alla Fininvest di versargli per il Lodo Mondadori.

Niente è ancora deciso. Sono tutte voci: alcune più certe, altre più fumose e peregrime. Ma arrivano tutte dai quotidiani di sinistra. E questo, qualcosa vorrà pur dire. Ha infatti iniziato il Fatto a parlare una vera e propria migrazione dalla Rai a La7. Nomi altisonanti: da Michele Santoro a Fabo Fazio, da Lucia Annunziata a Milena Gabanelli. Ieri l'annuncio del presentatore di Annozero, con Enrico Mentana che gongolava nell'annuciare durante il tg che il passaggio a La7 è vicino.
Ma a calare l'asso è stata proprio la Repubblica (quotidiano del gruppo Espresso) che, nell'inserto Affari&Finanza, ha snocciolato i conti della Telecom. Telco, la cassaforte attraverso quale Mediobanca, Generali, Intesa e Telefonica controllano il colosso guidato da Franco Bernabè, ha infatti chiesto una valutazione del titolo. "Le azioni dell'operatore telefonico sono in carico a 2,2 euro - spiega Massimo Giannini - ma Telecom Italia deperisce in Borsa". Da mesi è quotata meno di un euro, con il titolo che oscilla tra i 90 e i 97 centesimi.

"Di fronte a un aumento dei ricavi complessivi a 7,07 miliardi (più 10,3%) e a un utile netto di 549 milioni, il mercato della telefonia mobile resta un disastro - continua Giannini - i ricavi, 1,6 miliardi, crollano del 12%, con un meno 22,4 sui prodotti e un meno 11,7 sui servizi". Insomma, in quel di Telecom c'è poco da star tranquilli. Anzi. E' la stessa Repubblica a spiegare che "qualcosa Bernabè deve inventare. Tirare a campare non basta. Prima o poi, come diceva Andreotti, finisci per tirare le cuoia".
Ed è proprio qui che si intreccia il futuro della rete di Mentana. Ed è il Fatto ad avanzare l'ipotesi di un forte interessamento di De Benedetti per quell'emittente che lo stesso Giovanni Stella definì la "tv dei fighetti". "Oggi in Borsa La7 vale circa 280 milioni di euro - spiega il quotidiano di Antonio Padellaro - De Benedetti sta per incassarne dalla Fininvest di Silvio berlusconi oltre 500 nella sentenza d'appello sul risarcimento per la corruzione nel Lodo Mondadori". I capitali, a volerlo, non mancano. Tuttavia, avverte il Fatto, De Benedetti non ha certo dimenticato i flop incassati con Rete A e Repubblica Tv. "Forsa - ipotizza il Fatto - su una La7 con Mentana e Santoro si può rischiare di riprovarci".
Per Dagospia, ciò che più conta è comunque la "valenza politica" dell'operazione che potrebbe dar vita al famoso terzo polo televisivo. "Ai piani alti di Corso Italia - si legge sul sito di D'Agostino - si è cominciato a sentire dopo le dichiarazioni del barbuto Stella sul possibile arrivo del socio Carletto De Benedetti. E tutto fa pensare che sia scoppiato un acceso dibattito tra il "canaro" (Giovanni Sala, ndr) un po' narciso e il manager di Vipiteno (Franco Bernabè) più composto e prudente". Tuttavia, è stato lo stesso Stella a far circolare una nota in cui annunciava che "possibili operazioni straordinarie riguardanti TelecomItalia Media sono mere ipotesi di lavoro".





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La Fifa squalifica le iraniane con l'hijab

Corriere della sera


Il team ha abbandonato il classico velo per un copricapo più moderno, ma per la Federazione non basta





MILANO - Non è bastato abbandonare il classico velo e sostituirlo con una tenuta moderna e sportiva capace di coprire il corpo fino al collo e nascondere i capelli con un copricapo alla moda. Venerdì scorso i dirigenti della Fifa hanno vietato alle calciatrici della nazionale iraniana di scendere in campo ad Amman nella partita contro la Giordania per la qualificazione ai giochi Olimpici di Londra del 2012 perché il loro abbigliamento non rispettava le regole della federazione sportiva internazionale.

SQUALIFICA - I membri dell'organizzazione internazionale, capeggiati da un commissario del Bahrein, erano disposti anche ad accettare quel completino così poco ortodosso (una tuta da ginnastica sostituiva i classici calzoncini e la maglietta), ma nessun compromesso era possibile sul copricapo: le regole della Fifa non solo impongono ai calciatori di giocare a capo scoperto, ma vietano anche di indossare qualsiasi indumento o simbolo che rimanda a slogan politici o a precetti religiosi. Le ragazze iraniane non se la sono sentita di disubbidire alla loro religione che vieta di mostrare in pubblico il proprio corpo, capelli inclusi, e hanno abbandonato in lacrime lo stadio. La Fifa le ha squalificate e ha assegnato la vittoria a tavolino per 3 a 0 alla Giordania. La sconfitta ha determinato l'esclusione dalle Olimpiadi del team femminile iraniano e ciò ha provocato la rabbia e la delusione delle calciatrici.

RICORSO - La Federazione calcistica iraniana ha già annunciato che farà ricorso contro la decisione dei dirigenti della Fifa: «Abbiamo già apportato le correzioni che ci sono state chieste e prima di questa partita ne abbiamo discusso con la Fifa - lamenta Farideh Shojaei, responsabile del calcio femminile per la Federazione iraniana - Nessun dirigente della Fifa aveva trovato da ridire sull'abbigliamento delle nostre ragazze» . Il presidente della Federazione iraniana Ali Kafashian ha spedito una di queste divise a Sepp Blatter, l'attuale presidente della Fifa, per dimostrare che è conforme all'articolo 4 del regolamento della Fifa

LO HIJAB SPORTIVO – Lo scontro tra precetti religiosi e regole sportive angoscia non solo le calciatrici iraniane, ma anche le ragazze del paese asiatico che praticano altri sport. Proprio per risolvere questo problema Elham Seyed Javad, una studentessa canadese di origine iraniana ha sviluppato ResportOn , già ribattezzato dalla stampa internazionale «lo hijab delle donne sportive». Ideato nel 2007 dopo che in una competizione internazionale di taekwondo 5 ragazze iraniane erano state escluse perché indossavano il velo, questa divisa che copre completamente il corpo delle ragazze, ma che lascia il loro volto scoperto, è considerata meno pericoloso del classico velo e permette alle atlete di rispettare le regole della propria religione. Venduto su internet a 44 euro, questo indumento, come racconta il Guardian di Londra ha conquistato anche le donne e gli uomini non musulmani: lo hijab sportivo infatti non solo è meno caldo di qualsiasi altra casacca a cui è annesso un copricapo, ma permette agli atleti con una folta chioma di evitare che i loro lunghi capelli possano ostacolare la visuale durante le competizioni sportive: «Presto potrebbe indossarlo il capellone e capitano del Barcellona Carlos Puyol»ironizza il quotidiano britannico.


Francesco Torto



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E il volto di Majorana, 10 punti uguali»

Corriere della sera


Lo scienziato italiano è scomparso nel 1938 in modo misterioso durante un viaggio: adesso i magistrati romani riaprono il fascicolo


ROMA - Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria». È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l'inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico catanese sparito il 25 marzo del 1938, è un mistero che sembra non avere fine.

Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire se davvero possa essere morto suicida gettandosi dal postale sul quale si era imbarcato a Palermo con destinazione Napoli o se invece abbia deciso di far perdere le proprie tracce alimentando così il suo mito e la leggenda sulla sua figura. Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare su questo giallo, a cercare una strada per arrivare alla verità. E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per tracciare un nuovo percorso da seguire.


Le foto: due immagini del giovane Majorana con al centro una foto del 1950 scattata in Germania. Ma la svolta all'inchiesta è stata data da una seconda foto, scattata in Argentina nel 1955: secondo il Ris in questa seconda immagine ci sarebbero «10 coincidenze» tra il volto del fisico italiano e quello del padre

Le foto: due immagini del giovane Majorana con al centro una foto del 1950 scattata in Germania. Ma la svolta all'inchiesta è stata data da una seconda foto, scattata in Argentina nel 1955: secondo il Ris in questa seconda immagine ci sarebbero «10 coincidenze» tra il volto del fisico italiano e quello del padre

fotografia potrebbe davvero dare una svolta alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di afferrare la traccia giusta. I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno infatti fornito «dieci coincidenze» tra l'immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma soprattutto hanno verificato una «compatibilità» tra l'uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando «la trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall'altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.

Comincia tutto nel 2008 quando un uomo telefona alla trasmissione di Raitre Chi l'ha visto? e dice di essere convinto di aver frequentato Majorana, anche se lui ha sempre detto di chiamarsi signor Bini. La sua testimonianza è riportata sul sito internet del programma: «Sono partito per il Venezuela perché non andavo d'accordo con mio padre, era l'aprile del 1955. Arrivato a Caracas, sono andato a Valencia con Ciro, un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini.

Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: "Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana". Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l'orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri.

Era timido, preferiva stare in silenzio e se lo invitavi al night non veniva. Poteva avere sui 50 - 55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: "Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste". Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: "Ci tieni tanto alla tua macchina e c'hai tutta sta carta".

Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana».


Ettore Majorana con il padre
Ettore Majorana con il padre
Quella foto è stata portata nei laboratori dell'Arma e sottoposta a decine di comparazioni. I primi raffronti sono stati effettuati con l'immagine comparsa sui cartelloni poco dopo la sparizione. Occhi, naso, bocca, orecchie, fronte, mento: ogni altezza e larghezza è stata analizzata. E il risultato è apparso sorprendente agli specialisti guidati dal colonnello Luigi Ripani. Perché la linea del naso, che fa un piccola curva verso sinistra, appare identica, così come la parte alta del padiglione auricolare che piega leggermente verso l'interno. Il «signor Bini» ha i capelli bianchi e nell'immagine scattata mostra un'età vicina ai 50 anni. Majorana al momento della sparizione ne aveva 31 ed era castano scuro, ma anche l'invecchiamento effettuato al computer ha fornito elementi positivi.

Indizi che nella relazione consegnata ai magistrati consentono di «non poter escludere che il soggetto sia proprio Majorana». Quanto bastava per decidere di andare oltre e confrontare la foto consegnata dal testimone e quelle del padre Fabio Massimo, ma anche del fratello Luciano forse il più somigliante ad Ettore. Ed è stato proprio questo lavoro a fornire ai magistrati il tassello per decidere di affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela. Scrivono infatti gli specialisti del Ris: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudine somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio».

Il «signor Bini» potrebbe dunque essere proprio Majorana. Il fisico potrebbe effettivamente aver deciso di costruirsi una nuova vita in Sudamerica sfuggendo alla notorietà ma continuando a svolgere i suoi studi. Riuscire a rintracciare la sua tomba a distanza di così tanti anni non appare impresa facile. Ma con i risultati già raggiunti i magistrati romani hanno ritenuto che valga comunque la pena di tentare.

Fiorenza Sarzanini
07 giugno 2011



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Processo Cucchi, il legale: aveva il viso gonfio e segni sotto gli occhi

Parte di me

La Stampa


YOANI SANCHEZ

L’emigrazione si è portata via amici, conoscenti d’infanzia, vicini di casa del posto dove sono nata e persone che ho salutato una o due volte per strada. Un giorno, mi ha tolto le zie paterne, i cugini, i colleghi con i quali ho condiviso la gioia di una laurea e persino il timido postino che mi portava la stampa una volta alla settimana. Non soddisfatta, ha fatto ancora di più, si è presa anche la persona più intima e vicina alla mia vita.

Ricordo quando mia sorella mi raccontò che si era iscritta a una lotteria internazionale che metteva in palio visti d’uscita dal paese. Ho saputo come comportarmi sin dal primo momento, perché Yunia è sempre stata molto fortunata nel gioco d’azzardo. Racconta mia madre che il giorno in cui nacque, i medici e le infermiere si fecero il segno della croce nel vedere un neonato uscire dall’utero con il sacco amniotico quasi intatto.

“Sei venuta al mondo in una bisaccia”, le dicevano, come se questo evento fosse stato in grado di garantirle benessere, amore e felicità. Va da sé che quest’Isola non sembrava il luogo ideale per la fortuna di mia sorella maggiore. Più di vent’anni fa lei è giunta alla stessa conclusione della maggior parte dei miei compatrioti. Come mettere radici in un paese dove si possono raccogliere pochi frutti? Non ho tentato neppure di convincerla, ma l’ho vista passare da una pratica a una fila per attendere un’autorizzazione, mentre sapevo che il momento del commiato si stava avvicinando.

Finalmente, venerdì scorso, il suo aereo è decollato, portandosi via anche la mia unica nipote, mio cognato e una simpatica cagnolina che non hanno voluto abbandonare. Il giorno precedente mia madre gridava: “Non sono preparata! Non sono preparata!”, mentre mio padre nascondeva le lacrime, memore del detto che “un vero uomo non piange”.

Non siamo mai prepararti alla separazione, mamma, soprattutto quando sappiamo che le persone amate si trovano a sole novanta miglia di distanza ma ci divide un abisso di restrizioni migratorie. Fai bene a piangere, papà, perché questo allontanamento non dovrebbe essere così definitivo, così straziante e così terminale.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi






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Star non ce l'ha fatta: morta la cagnolina che era riuscita a riemergere dalla tomba

Corriere della sera


Colpita con 40 pallini e sepolta ancora viva, era stata salvata. Ma un'infiammazione al pancreas è stata fatale




La piccola Star
La piccola Star
MILANO – Star non ce l’ha fatta: trovata vicino a Birzebbuga (Malta) con 40 pallini nel cranio, gli arti e il muso legati e sepolta ancora viva da uno sconosciuto era riuscita a riemergere dalla sua tomba e, dopo un intervento chirurgico per la rimozione dei pallini di piombo, sembrava essere sulla via della ripresa. Ma alla fine non ce l’ha fatta ed è spirata in seguito a una grave infiammazione al pancreas, come racconta il Times of Malta.

MARCIA ANTI-CRUDELTA’ La cagnolina ha smesso di vivere poche ore dopo la «March against animal cruelty» organizzata a Malta da Fleur Cilia Buckett per inasprire le pene verso chi abusa degli animali e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento. L’iniziativa aveva raccolto circa duemila adesioni ed era partita proprio dalla storia della cagnolina meticcia, divenuta suo malgrado simbolo di un’umanità sbagliata che non vuole capire che dietro gli animali c’è un’anima e continua a seminare orrori e sofferenze gratuite tra tante povere bestiole. Affidata alle amorevoli cure del St. Francis Animal Welfare Center dopo la rimozione dei 40 pallini dal cranio sembrava essersi ripresa.

Un gruppo Facebook chiamato «Star: the dog who lived» ha già raccolto 54.514 fans (cifra in continua crescita) e una straordinaria dimostrazione ha appena gridato al mondo che un anno di reclusione o 46.500 euro (queste le pene previste dalla legge maltese per i reati contro gli animali) non sono sufficienti per l’artefice di un tale orrore. C’è anche una taglia su quello sconosciuto che si è accanito con atrocità contro Star e che, come ha sottolineato il veterinario, era chiaramente intenzionato (se ci fosse bisogno di specificarlo) ad abbattere la bestiola, anche per la distanza ravvicinata dei colpi che esclude un evento accidentale.


Così è stata ritrovata...
Così è stata ritrovata...
CRONACA DI UN’ATROCITA’ - Quaranta colpi alla testa con una pistola ad aria compressa, le quattro zampe legate e poi la sepoltura viva. Eppure la cagnolina aveva resistito, arrancando verso un’uscita, con la testa che spuntava e quegli occhi tristi che si chiedevano come mai un essere umano le aveva fatto questo. La piccola quattrozampe è stata trovata da un impiegato di un centro per l’assistenza degli animali che, sotto una tavola di legno e un tronco d’albero, aveva sentito dei gemiti sospetti. Era stata chiamata Star dai suoi soccorritori e aveva già un esercito di potenziali padroni, disposti ad accoglierla nelle proprie famiglie e a riscattarla da quella storia assurda quanto crudele. «Stop animal cruelty» hanno gridato i duemila attivisti alla manifestazione, mentre Star stava iniziando a morire e la popolare cantante maltese Shauna Vassallo cantava Fejn, sentito omaggio canoro che parla della crudeltà contro gli animali.

Emanuela Di Pasqua
07 giugno 2011



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Festa di compleanno in banca per June, da 98 anni titolare dello stesso conto

Il Mattino





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Ecco l'ultimo colpo di Santoro: liquidazione da 2,5 milioni di euro

di Laura Rio


Il giornalista più fazioso del servizio pubblico trasloca in una tv privata. Potrà continuare nella guerriglia contro Silvio, ma almeno senza i soldi del canone. La7 ha scoperto che sparare su Berlusconi costa poco e rende molto, perciò vuole puntare su un'informazione radical chic, terzopolista e di trincea. A Santoro una buonuscita milionaria e ora la Rai prepara le contromosse per la perdita di share il giovedì sera



Ora Lorenza Lei sarà l’eroina del centrodestra. Certamente di Berlusc­o­ni che ha indicato in Annozero uno dei motivi per cui il Pdl ha perso la batta­glia di Milano. E invece diventerà il «diavolo» per la sinistra, essendo riu­scita a far scivolar via dalla Rai il «pala­dino » della battaglia anti premier. Non per nulla i più infuriati dell’accor­do raggiunto ieri per la risoluzione del contratto tra il direttore generale e il giornalista sono i consiglieri d’opposi­zione Giorgio Van Straten e Nino Riz­zo Nervo: dopo tutti gli anni spesi a di­fendere il loro beniamino dai tentativi dei vertici Rai di«cacciarlo»,la soluzio­ne si è trovata senza che neppure sia­no stati preventivamente consultati e addirittura con la volontà del giornali­sta stesso. Insomma Lorenza Lei è riu­­scita nell’obiettivo perseguito da Masi senza successo: chiudere la vicenda Santoro e il relativo contenzioso giudi­ziario.

Certo il giornalista non se ne va perché gli è venuto lo «schiribizzo» di cambiar lavoro, ma perché l’azienda (anziivertici dell’azienda) hanno cer­cato in tutti i modi di accompagnarlo alla porta ritenendo la sua trasmissio­ne troppo faziosa, ma comunque con il consenso dello stesso. Dunque, dopo anni di tira e molla, da ieri Santoro non è più un dipenden­te della Rai. Ora cosa farà? Le voci più accreditate sono quelle secondo cui andrà a lavorare a La7 , la rete che va a gonfie vele grazie al Tg di Mentana: le trattative sono in corso, ma non sono ancora concluse. Non ci sarà la possibi­­lità, invece, che il giornalista possa con­tinuare a collaborare con l’azienda di Stato da collaboratore esterno, così co­me si era ipotizzato durante le tratta­ti­ve dello scorso anno con Masi ( doveva realizzare delle docu-fiction).

Questo perché il giornalista ha accettato un esodo incentivato, che preclude rap­porti di collaborazione almeno nel bre­ve periodo. A Santoro non è stata però applicata la clausola di non concorren­za, così come avrebbero voluto i consi­glieri Antonio Verro e anche i due di opposizione, richiesta che era volta a limitare i danni dell’uscita di scena del giornalista: perché la scomparsa di An­nozero - bisogna ricordarlo - significa la perdita secca di uno share molto al­to (23-24 per cento) per Raidue e di conseguenti grandi introiti pubblicita­ri. E infatti sono in molti - consiglieri, politici e giornalisti,dall’Annunziata a Di Pietro a Giorgio Merlo - a chiedersi quanto peserà negativamente sulla Rai questa operazione e quale pro­gramma andrà in onda al posto del talk . «Ce l’hanno fatta ad affondare l’ammiraglia della loro flotta-dice per esempio Marco Travaglio - con gran­de professionalità e costanza.

A ringra­ziare sono Mediaset e La7 ». Per quanto riguarda Santoro, la mancanza della clausola è una strada spianata verso la rete Telecom. Oggi terrà una conferenza stampa in cui probabilmente chiarirà le sue inten­zioni. Ma con quanti soldi il giornalista ha chiuso i suoi rapporti con l’azien­da? Sotto i due milioni e mezzo di eu­ro: questo è certo perché se si fosse trat­tato di una cifra superiore, l’accordo avrebbe dovuto essere approvato dal Cda, mentre ieri Lorenza Lei si è limita­ta a comunicare l’avvenuta chiusura delle trattative. Insomma praticamen­te quello che si era concordato l’anno scorso. Con la risoluzione consensua­le­cessano anche gli effetti della senten­za del tribunale di Roma, confermate in appello, che costringevano l’azien­da a lasciare Annozero in palinsesto in prima serata (la sentenza definitiva della Cassazione era attesa per doma­ni) e dunque, nel conteggio finale, è rientrato anche il risarcimento dei dan­ni che Michele avrebbe ricevuto in ca­so, molto probabile, di sentenza a lui favorevole. Se Santoro esce di scena, invece, in Rai vengono confermate tutte le altre trasmissioni targate a sinistra: Che tem­po che fa , Report , Ballarò e Parla con me . Ma il «nemico numero uno» non c’è più.



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Santoro lascia la Rai: ora finalmente non pagheremo i suoi comizi

di Luigi Mascheroni



Il conduttore più fazioso del servizio pubblico finalmente trasloca in una tv privata Potrà continuare nella guerriglia contro Silvio, ma almeno senza i soldi del canone



La notizia del giorno è che Michele Santoro ha risolto il proprio rappor­to di lavoro con la Rai. Insomma, se ne va. Scontentando probabilmen­te la metà dell’Italia che lo considera un eroe della libertà di pensiero, e facendo felice l’altra metà che lo ritiene un tribu­no insopportabile. Comunque si giudi­chi Santoro, bravo ma fazioso o fazioso ma bravo, è una buona notizia. Per due ragioni. La prima è che si tratta di una scelta condivisa, una decisione comu­ne. Anzi, a dirla tutta è stata più che altro una decisione sua.
Quindi nessuna cen­sura, nessun bavaglio, nessuna cacciata o editto. E questo, al netto di liquidazio­ni milionarie e polemiche pretestuose, è un bene per tutti: per i diretti interessati, per l’Informazione con la «i» maiuscola, per il pubblico utente e persino per la democrazia. Quando ci si lascia con una stretta di mano, tutti d’accordo, vuol di­re che nessuno può o deve, in futuro, re­criminare. Ma c’è una seconda ragione per la qua­le l’addio (il secondo della carriera, pe­raltro: nel 1996,com’è noto,Santoro pas­sò da Mamma Rai a Papi Berlusconi) è da considerarsi una buona notizia.

E sta nel fatto che in questo modo si risolve un grandissimo equivoco, alla base di tutte le zuffe sul teletribuno di Salerno: un fastidioso malinteso di ordine etico­amministrativo che si chiama «cano­ne », cioè l’imposta che si paga per vede­re i programmi della tv di Stato e che la rende, appunto, «servizio pubblico». Cioè di tutti. Cioè non solo di una parte. Perché se avesse voce solo una parte, il pubblico - come è ovvio - avrebbe qual­cosa di meno. E invece il celebre slogan, che ha fatto scuola, recita: «Rai. Di tutto, di più».
Se Michele Santoro farà di tutto, di me­no o di più su un’altra rete, da un’altra parte, non possiamo ancora saperlo. È un professionista. Militante e schierato, ma un professionista. Sapere che la voce di «Santorescu» non si possa più sentire, sarebbe una disgrazia. Sapere che si sen­tirà ancora, e più forte, su un canale tele­visivo di gruppo privato, è una benedi­zione. Ora le cose sono finalmente chiare. E più oneste. Santoro - e il suo caso vale per tanti altri suoi colleghi «militarmen­te » impegnati sul fronte politico, da do­mani potrà dire tutto quello che vuole - come vuole, e anche quando vuole. Con o senza contraddittorio. Rendendo o meno conto al proprio pubblico- che non è obbligato a pagarlo - di ciò che si fa e di ciò che si pensa.

Ognuno è padrone, per quanto possa essere padrone un giornalista che ha sempre comunque sopra di sé un editore, di esser fazioso e partigiano quanto vuole. Ma dove non c’è il canone. Dove cioè le leggi del libero mercato sono ancora più forti, più rigorose e più spietate di quanto non siano in casa Rai. È vero: Annozero alla Rai faceva guadagnare parecchi soldi, perché lo share della trasmissione era alto. Ma nell’azienda pubblica Santoro ha avuto tutto il tempo di crescere, nel corso degli anni e dei programmi, anche a fronte di numeri magari agli inizi non esaltanti.
Nella giungla del sistema privato, di certo la vita sarebbe stata più difficile. Lunga vita, comunque, a Santoro, alla Gabanelli (anche lei in procinto di lasciarci, dal punto di vista professionale s’intende...), alle Dandini, ai Fazio e a tutti gli altri faziosi. Ma a condizione che la suddetta vita sia a loro spese, e non alle nostre. L’autonomia professionale e l’indipendenza di giudizio hanno più valore, e più credibilità, se si pagano di tasca propria. Un po’ meno se li si finanzia con le imposte altrui.

Davanti alla (buona)uscita di Santoro c’è chi brinda e chi si straccia le vesti. I primi lo fanno cinicamente, i secondi in malafede. Il giornalismo, e non potrebbe non dirlo chi scrive su questo Giornale , può e deve essere anche di «battaglia», culturale e politica. Ma la battaglia non è guerriglia, e ha le sue regole. Sgombrare il campo dell’informazione dall’equivoco di un «servizio pubblico » pensato per tutti ma fatto solo per una parte, cioè la propria, significa semplicemente rispettare la più importante. E per il resto, in bocca al lupo Michele.




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Bersani e i referendum, ma questo voltagabbana può mai governare?

di Vittorio Macioce



Il segretario del Pd è comunista e liberista, nasce nuclearista ma poi si pente Ormai parla solo per proverbi. Lui stesso è diventato la metafora di un leader



Pier Luigi Bersani è una metafora. Non solo perché le dice, per questo basta ascoltare Crozza e i suoi «oh ragazzi, siam mica qui a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole». Bersani è una metafora in sé, la incarna, la veste, la vive, ci si specchia, qualche volta ci va a cena insieme: lui e la sua metafora, da soli, a lume di candela. Bersani da qualche anno è soprattutto una metafora di leader, quando indichi lui stai in realtà parlando di qualcun’altro: D’Alema, Vendola, Di Pietro, Prodi, Rosy Bindi, La Repubblica, Montezemolo, il segnaposto di un Papa straniero, una station wagon da rottamare. Il bello delle metafore è che ci sguazzi dentro. Fai e disfai, neghi e rinneghi. Rinneghi le lenzuolate di privatizzazioni, l’acqua, il nucleare.
Parli con gli americani e prometti l’atomo. Poi arrivano i referendum e lo fai a pezzi. Attacchi il ciuccio dove vuole il padrone. Ieri di là, oggi di qua, domani forse. L’importante è raccontartela.
Il bersaneide non è solo un linguaggio. È un’identità. È la metafora di questa sinistra che finora ha vissuto di anti e di no. Anti Cav e no global. Anti nucleare e no Tav. Da quando è caduto il Muro che vivono così, specchiandosi nell’avversario con la speranza di riconoscersi.

Il risultato è che a malapena sanno chi non sono, ma di certo non sanno chi sono. Non è un caso che ogni volta che cercano di definirsi, in una serie di metamorfosi gattopardesche, ricicciano sempre la «cosa», cosa uno, due, tre. Finora tutto questo è stato mascherato da Berlusconi. La sinistra degli anni zero esisteva come antitesi all’uomo di Arcore.
È un ruolo facile. Non devi farti tante domande. Non devi neppure pensare a come trovare una via d’uscita dalla palude in cui è immersa l’Italia. Non ti devi sforzare di immaginare riforme. Se proprio ti va male ti capita di governare qualche anno, ma poi ti rinserri all’opposizione a paventare apocalissi o farti i soldi in tv come martire del berlusconismo. I guai cominciano quando lo specchio che hai di fronte, quel Cav che dà senso alla tua non identità, si scheggia. Allora, porco boia, qui se piove, piove per tutti.

Magari festeggi, dici «ehi ragazzi, abbiamo smacchiato il ghepardo», ma c’è una parte di te che finisce dallo psicanalista: ragazzi oh, ma siamo pazzi, non ci avevano assicurato che questo specchio era infrangibile? Insomma, se la sinistra perde Berlusconi che gli resta?
Gli resta la metafora. E qui entra in gioco Bersani. È il Giovan Battista Marino della politica italiana. Luna padella. «È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa stupir vada alla striglia».
È il barocco postmoderno. È un ragù di manierismo. Il segreto è questo. Se c’è uno che ancora per qualche anno può permettere al Pd di non pensare è proprio lui. È questo post comunista emiliano (e il Pci emiliano era una metafora del comunismo), uomo di apparato, cresciuto a coop e bottega, con una deviazione hard rock per gli Ac/Dc, liberista per vocazione familiare, con un padre benzinaio, nuclearista pentito, convinto che quando il Papa benedice la famiglia classica non abbia poi tutti i torti, perfino un po’ padano e con un destino da Jessica Rabbit: «Non sono cattivo, mi disegnano così».

È questa la forza di Bersani. Non impegna la sinistra da nessuna parte. Non è Vendola che è la metafora mistica di Checco Zalone, con i suoi sermoni e i fratelli zingari. Non è la reincarnazione di Gioacchino Murat come De Magistris.
È un venditore di metafore più bravo di Tonino da Montenero di Bisaccia. Non è così di sinistra come Fini. Non ha tentazioni democristiane. Non va alla ricerca come Veltroni di un’ultima incompiuta. Non odia il popolo come D’Alema. Non è la sinistra intellettuale di Fo e Eco e al Rotary club di De Benedetti lo metterebbero alla guida di qualcosa, ma solo come autista, una metafora di Ambrogio con la scatola dei Ferrero Rocher nel cruscotto.

Il vantaggio di Bersani è che come metafora può sfiorare tutto questo senza dover fare i conti con l’identità. Cos’è la sinistra? Un proverbio, un luogo comune, un aneddoto, una suggestione, un bacio Perugina, uno slogan, un’imitazione, una bocciofila, un elenco Fazio-Saviano, un referendum in saldo, ma soprattutto una metafora di qualcosa che non c’è. Bersani la racconta perfettamente. Va e per ogni problema trova la soluzione metaforica. «Possiam mica rimettere il dentifricio nel tubetto».
«Se fai uscire i buoi dalla stalla ne prendi due, uno dei due è una mucca, la mungi bene, ma se ne hai fatto scappare cento». «Abbiamo dovuto dare un bel drizzone per rimettere a posto i conti». «Giovane e vecchio non valgono un bottone». «Un partito si costruisce a forza di cacciavite». «Il consenso è come una mela sul ramo: balla, balla ma cade solo se c’è il cestino».

«A Tremonti rimprovero di fare molto il filosofo, un po’ il ragioniere, ma per nulla l’idraulico». «Tutti quelli che oggi si fan di nebbia vanno a finire nel girone degli ignavi». E poi dopo l’ultima birra salutare gli amici con un piccolo trattato di filosofia morale: «In un bocciodromo la boccia si può tirare a punta, a bocciata, o in un altro modo. Ma se uno va in una bocciofila non può tirare come gli pare».
L’importante non è capire la metafora, ma far finta di crederci. Sono vent’anni che la sinistra ci si attacca per darsi un senso. Non sbagliò Bersani quando scelse come colonna sonora del Pd Un senso di Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha. Perfetto. Bersani ha capito tutto. La democrazia è un gioco di specchi. È lui che imita Crozza che imita Bersani.

È l’imitazione di un’imitazione. Imitazione al quadrato. «Porco boia, ragassi, siam passi? Siam mica qui a cotonare i Pooh!».




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Finmeccanica, la Finanza perquisisce gli uffici dell'amico di D’Alema

di Patricia Tagliaferri


Perquisita la società di Vincenzo Morichini, proprietario con l’ex premier dell’Ikarus Fiamme gialle al lavoro anche nella sede dell’Ente nazionale per l’aviazione civile



Roma

Questa volta l’accusa non è solo quella di false fatturazioni. Nel nuovo filone d’inchiesta della Procura di Roma che ieri ha mandato la Finanza a perquisire la sede romana della società Soluzioni di Business srl di Vincenzo Morichini, amico e comproprietario della barca a vela di Massimo D’Alema, compaiono nuovi e più gravi reati. Il pm Paolo Ielo, che da tempo sta indagando sugli appalti vinti da alcune società in affari con la Sdb, ha ipotizzato la corruzione e la turbativa d’asta e ha iscritto i nomi di cinque persone nel registro degli indagati.
Gli uomini del nucleo speciale di polizia valutaria delle Fiamme Gialle hanno perquisito anche la sede dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) e le abitazioni degli indagati. Gli inquirenti starebbero cercando di ricostruire la rete di affari e favori che ruoterebbero attorno ad una serie di soggetti con interessi nella costruzione e nella manutenzione degli aeroporti e nell’assegnazione delle tratte aeree. Persone già finite in altri filoni d’indagine o i cui nomi sono saltati fuori nel corso degli interrogatori svolti finora.

Nel mirino degli inquirenti, in particolare, un appalto Enac del valore di poco più di un milione. Il nuovo filone di indagine deriva da quello su presunte irregolarità negli appalti assegnati dall’Enav a Selex Sistemi Integrati, del gruppo Finmeccanica, tramite l’affidamento diretto, senza ricorrere ad una gara pubblica (anche se sia l’Enav che Finmeccanica sarebbero estranee a questi nuovi accertamenti).
Ma è sull’attività di lobby svolta da Morichini che si è soffermata l’attenzione degli investigatori, soprattutto dopo che il manager Pio Piccini ha svelato ai pm romani il sistema con cui l’imprenditore amico di D’Alema lo introduceva negli ambienti giusti: nel caso in cui la sua impresa fosse stata effettivamente favorita Piccini avrebbe versato soldi al Partito democratico e alla Fondazione Italianieuropei che fa capo all’attuale responsabile del Copasir. Il Pd, dunque, sarebbe stato

destinatario di una percentuale sugli affari andati in porto grazie all’intermediazione di Morichini, che si sarebbe mosso spendendo il nome di D’Alema. La sua attività di lobby la svolgeva anche per altri manager, per tutti quelli che stipulavano con lui generici contratti di consulenza. Documenti ora sul tavolo del pm Ielo, che in principio aveva indagato Morichini solo per false fatturazioni, ritenendo che le fatture sequestrate fossero state emesse per operazioni inesistenti e che quindi dietro ad esse si potessero nascondere operazioni illecite.
Ora l’inchiesta ha fatto un balzo in avanti, ora l’ipotesi della corruzione è diventata più di un sospetto. Era stato sempre Piccini, nel suo interrogatorio del 15 settembre 2010, a raccontare che Morichini gli aveva detto di avere ottimi rapporti con Finmeccanica. Ed infatti, almeno stando a quanto ha raccontato l’imprenditore ai magistrati, grazie al braccio destro di D’Alema incontrò personalmente l’amministratore delegato di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini e stipulò un accordo con la società del gruppo Selex, in quel caso finalizzato alla fornitura di un appalto sulle intercettazioni.

In un altro filone d’indagine, nel novembre del 2010, gli inquirenti avevano disposto la perquisizione delle sedi Enav, Selex Sistemi Integrati e di altre società e iscritto nel registro degli indagati i vertici dell’Ente nazionale assistenza al volo per alcune irregolarità nella gestione di alcuni appalti e per sovraffatturazioni dei lavori che sarebbero servite ad accantonare provviste destinate al pagamento di tangenti. E questa indagine, a sua volta, si intreccia saldamente con quella avviata su Finmeccanica, ovvero su una presunta attività di riciclaggio che ruota attorno all’acquisizione della società Digint da parte dell’imprenditore Gennaro Mokbel, in carcere per l’inchiesta Fastweb.




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