venerdì 10 giugno 2011

Referendum, e la sinistra disse: "Non votare è un diritto di tutti"

di Andrea Indini


Il Cav fa sapere che non andrà a votare. Ed è subito bagarre. D'Alema: "Se si è contrari a un quesito referendario ci si batte per il no e non per stare a casa. E' un messaggio brutto e di debolezza". Ancora più duro Grillo: "Chi non vota commette reato". Ecco cosa pensavano i Ds nel 2003: "Non votare un referendum inutile e sbagliato è un diritto di tutti". Oggi pur di portare la gente ai seggi offrono le "colazioni sociali" a chiunque presenti la tessera elettorale timbrata



Roma - In piazza del Popolo la manifestazione "Io voto". Nei Palazzi gli anatemi dei big dell'opposizione che attaccano duramente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver detto che non andrà alle urne. "Un Paese democratico che dice 'non vado a votare' non è un bel messaggio, è un messaggio brutto. Se si è contrari a un quesito referendario ci si batte per il no e non per stare a casa. E' un messaggio brutto e di debolezza, non di forza". Parola di Massimo D'Alema.
Ma cosa dicevano i Ds nel 2003?
Era il 15 giugno e gli elettori furono chiamati a votare per due referendum. Il più importante quello che riguardava l'abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora la sinistra scese in piazza per dire che "non votare un referendum inutile e sbagliato è un diritto di tutti: lavoratori e non". I manifesti bianchi con un enorme "non" rosso a tutta pagina avevano fatto il giro del Paese per sensibilizzare la popolazione a far di tutto per evitare di raggiungere il quorum. Ce la fecero.
Ma oggi gridano contro tutti quelli che hanno detto apertamente che non andranno alle urne. A distanza di pochi anni, infatti, la sinistra sembra aver cambiato completamente opinione. Dico sembra perché, in realtà, essere pro o contro un referendum è una questione di mera strumentalizzazione. "Per un Berlusconi che sta a casa ci sono migliaia di italiani che capiscono che bisogna andare a votare - spiega D'Alema - è importante che si torni a raggiungere il quorum, sarabbe un grande segnale di salute della democrazia che è un bene comune, come l’acqua". C'è chi riesce a far di peggio. Per esempio Beppe Grillo che spara: "Chi non vita commette un reato". Non è una delle solite battute del comico genovese. Ci crede. Come ci crede tutta l'opposizione che ha voluto caricare il referendum di un pesante significato politico: "Se vinciamo, Berlusconi deve andare a casa". Lo stesso Matteo Renzi, sindaco di Firenze, teme che sia stato un grave errore, "perché si offre a Silvio Berlusconi la possibilità di una rivincita".
Ad ogni modo, in queste ultime ore il centrosinistra le tenta tutte per portare a votare quante più persone possibile. Ogni espediente è buono. Non manca chi come il Pd si mette addirittura ad offrire la colazione. Cappuccio e brioche. E la torta, pure. Succede a San Terenzo, in Liguria. Il circolo Pd ha infatti aderito all'iniziativa Una colazione da battiquorum: domenica mattina sarà aperto per offrire "una colazione democratica a tutti coloro che andranno a votare al referendum". Non sono gli unici. Anche il Popolo viola organizza appuntamenti simili. Cosa non si fa per portare le persone a votare?




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Radio Vaticana e le onde inquinanti pubblicate le motivazioni della condanna

Corriere della sera


La sentenza in cassazione il 24 febbraio, reati prescritti ma confermati i risarcimenti alle vittime. L'emittente ritenuta rea di «molestie permanenti ed invasive»



Misurazione delle emissioni delle antenne a Santa Maria di Galeria

ROMA - Le emissioni di Radio Vaticana hanno superato ampiamente i limiti di cautela traducendosi in «molestie permanenti ed invasive». E i responsabili dell’emittente non potevano non saperlo. E' questo il senso delle motivazioni della sentenza 23262 del 24 febbraio sulle trasmissioni di Radio Vaticana nell'area densamente popolata tra Roma Nord, Cesano, Anguillara e Ponte Galeria.
In febbraio la Quarta sezione penale della Cassazione aveva respinto il ricorso presentato dalla difesa degli imputati e pur confermando la prescrizione del reato di «getto pericoloso di cose» aveva stabilito comunque il diritto dei cittadini di Cesano ad essere risarciti.

Le antenne di Radio Vaticana in Cesano, a Santa Maria di Galeria
Le antenne di Radio Vaticana in Cesano, a Santa Maria di Galeria
«CARATTERE INVASIVO» - Ora le motivazioni depositate spiegano che è stato accertato il «carattere permanente ed invasivo delle molestie» determinate dall’emissione delle onde elettromagnetiche dell’emittente, come pure «la consapevolezza» di quanto avveniva da parte del cardinale Roberto Tucci, direttore della emittente vaticana dal 1985 al 2001 e di Pasquale Borgomeo, l’altro responsabile poi deceduto.
In particolare, la Suprema Corte ha sposato la tesi della Corte d’appello di Roma del 14 ottobre 2009, sottolineando che i colleghi di merito «attraverso una ricognizione che eccede volutamente i confini temporali della contestazione penale per meglio significare con il criterio del ‘prima’ del ‘durante’ e del ‘dopo’ il carattere permanente e invasivo delle molestie, ha richiamato circostanze oggettive suscettibili di provare il carattere indubitabile, intenso e disturbante delle emissioni di onde, registrate per la loro intensità e rivelate oggettivamente da risonanze le più insolite e insospettabili in ordinari strumenti del vivere quotidiano diventati (in connessione con la intensità delle immissioni moleste) anomali e incontrollabili apparecchi di ricezione e amplificazione».


ANCHE NELLE BAMBOLE - In sostanza perfino negli apparati di una bambola «parlante» le onde della radio trovavano riverbero. Provata anche la «consapevolezza» dei due responsabili della Radio Vaticana accertata, dice la Cassazione, «con adeguato richiamo di documenti relativi alla eccezionale potenza degli impianti di trasmissione, alle pubbliche manifestazioni di disagio portate da singoli cittadini o da associazioni di cittadini anche mediante l’uso di mezzi di comunicazione di massa, alle lamentele espresse con lettera inviata da un gruppo di cittadini costituito in comitato, direttamente al Pontefice (ed evasa da un ufficio del Vaticano)», così rimarca la Suprema Corte.



AMBIENTALISTI E ABITANTI PARTI CIVILI - Gli ermellini hanno dato il via libera al risarcimento delle associazioni ambientaliste e degli abitanti di Cesano e di alcune zone limitrofe che si erano costituiti parte civile. La Cassazione ha sottolineato come i direttori della radio non potevano ignorare che l'eccezionale e ampiamente documentata potenza degli impianti era diventata una permanente fonte di disagio e di paura per gli abitanti circostanti. Timori che gli stessi cittadini avevano espresso al Vaticano con tutti i mezzi possibili: dalle manifestazioni di piazza a una lettera indirizzata allo stesso Pontefice ed evasa dall'Ufficio Vaticano.

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Sampa della Santa Sede
Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Sampa della Santa Sede
TRASMISSIONI IN DIMINUIZIONE - «L’intensità delle emissioni, già da un decennio al disotto dei limiti italiani, continuerà gradualmente a diminuire - aveva annunciato l'8 giugno a Corriere.it padre Federico Lombardi, per 16 anni responsabile dell'emittente e oggi direttore della Sala Stampa della Santa Sede -. Una configurazione dell’attività trasmittente diversa, con emissioni elettromagnetiche assai minori grazie alla tecnologia digitale, è solo una questione di tempo».
Ancora non erano note le motivazioni della Cassazione ma padre Lombardi ave va voluto aggiungere: «La nostra risposta alle accuse è stata data nei fatti, cioè nel rispettare l’impegno assunto di osservare le norme italiane, che, essendo molto restrittive, garantiscono non solo la tutela della salute, ma anche una piena tranquillità delle popolazioni. Siamo tranquilli non solo di non danneggiare nessuno, ma anche di non dare ragioni obiettive di preoccupazione».






Paolo Brogi
10 giugno 2011




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Nomadi killer e Vendola, Corriere critica il Giornale E Granzotto risponde...

di Paolo Granzotto


In una lettura superficiale Battista accusa Granzotto di aver addebitato la colpa a Vendola. I fatti dimostrano che gli sbaciucchiati fratelli zingari ridanno corpo alla paura confermando la triste verità del luogo comune



Dopo l'articolo di Paolo Granzotto I fratelli rom di Vendola uccidono un ragazzo a Milano (leggi l'articolo), Pierluigi Battista ha attaccato sul Corriere della Sera il Giornale. Abbiamo chiesto al nostro editorialista di rispondere.


Milano - C’è un nesso, si chiede Pierluigi Battista sul Corriere online, fra la politica, fra l’elezione del sindaco Pisapia e quattro "individui", così li chiama, che dopo aver svaligiato una tabaccheria uccidono un giovane milanese travolgendolo con l’auto che avevano rubata? No, non c’è. E non lo abbiamo mai sostenuto.

Eppure Battista dà per certo che nel commento a quel fatto di cronaca il Giornale quel nesso abbia dato per scontato. Battista è andato oltre, aggiungendo che essendo quegli "individui" degli zingari, avremmo addebitato la colpa di quanto è accaduto a Nichi Vendola, che gli zingari chiama fratelli e abbraccia. Una lettura un po’ superficiale dell’articolo incriminato, ma sufficiente per consentirgli di procedere a uno stucchevole sermoncino sulla correttezza politica e giornalistica. Potremmo rispondere: da che pulpito viene la predica, da un quotidiano che inzuppò il pane negli spezzoni domestici, familiari, delle intercettazioni per mettere alla berlina o, nella peggiore delle ipotesi, infangare la reputazione frotte di cittadini più o meno emeriti. Da un quotidiano che denunciò con toni inquisitori il nesso, il famoso nesso, tra Ruby Rubacuori e la politica delle riforme voluta da Berlusconi. Tutte cose che con la correttezza giornalistica – con la deontologia, per voler parlare alato – poco ci azzeccano. Potremmo, poi, sommessamente invitare Battista a leggerli, gli articoli che denuncia, senza che gli faccia velo l’appartenenza ideologica al querimonioso buonismo multiculturale e l’attrazione per Pisapia e Vendola. Il quale festeggiò quella milanese come la vittoria sulla paura degli zingari borseggiatori e ladri. Come la vittoria sul luogo comune degli zingari propensi alla criminalità. Come la vittoria, in sostanza, del sentimento di fratellanza con gli zingari, ch’egli volle addirittura abbracciare.

Il nesso forte, possente, fra la politica, fra le elezioni per il sindaco di Milano e gli zingari e la zingaraggine è dunque farina del sacco del pugliese con l’orecchino. Non nostra. E non è certo per nostra causa o volontà che all’indomani di quella appassionata dichiarazione d’amore, all’indomani della apoteosi del "nesso", gli sbaciucchiati fratelli zingari di Vendola abbiano rubato e ucciso. Ridando corpo alla paura e confermando la triste verità del luogo comune.






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Alfredino, il dolore in diretta

Corriere della sera


A Vermicino, vicino a Frascati, un bambino di sei anni cade in un pozzo e vi resta prigioniero. Si scava con le trivelle e a mani nude per salvarlo.
Le telecamere riprendono tutto. E l’Italia per tre giorni è incollata alla tv



Il piccolo Alfredino Rampi è in fondo a questo pozzo, a 36 metri di profondità. La Rai porta un’elettrosonda con microfono ultrasensibile per sentire le sue parole. Il padre, inginocchiato davanti alla buca: «Stai tranquillo, stiamo venendo a prenderti». La mamma: «Io sono qua, non mi muovo. Ma tu fai il bravo»




Alfredino Rampi è caduto nel pozzo?

Ore 19. Ferdinando Rampi, 41 anni, romano, impiegato dell’azienda comunale elettricità e acque, passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate sta spesso con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone in via di Vermicino, Borgata Finocchio, a qualche chilometro da Frascati. Davanti a lui in canottiera e calzoni corti saltella il figlio maggiore Alfredo, di anni 6, una malformazione al cuore in attesa di intervento a settembre. In casa a preparare la cena ci sono la mamma Francesca Bizzarri, 39 anni, e la nonna Veja. Il fratellino Riccardo, un anno, dorme.

Ore 19.20.
Alfredino vuol tornare indietro, saluta il papà che si attarda con gli amici.

Ore 20.00.
Ferdinando Rampi rientra in casa, ma Alfredino non c’è. Torna ai campi: «Alfredo! Alfredo! Forza, a casa. È ora di cena». Nessuna risposta.

Ore 20.30.
I genitori guardano ovunque ma non riescono a immaginare dove possa essere andato. La nonna Veja: «Oddio non sarà caduto nel pozzo?». Controllano poco distante, dove sta sorgendo una villetta nuova: in un angolo del cortile c’è un budello trivellato alla ricerca di acqua. È coperto da una lamiera tenuta ferma da due pesanti sassi. Alfredino non c’è.

Ore 21.30.
Chiamano la polizia: le volanti sono lì in una decina di minuti. Arrivano anche vigili del fuoco e vigili urbani. Gli abitanti, incuriositi da tanto via vai, si offrono di dare una mano nella ricerca. Per due ore e mezzo perlustrano metro per metro tutta la campagna, da via di Vermicino fino alla borgata Selvotta. Cani annusano e abbaiano, Alfredino non si trova.

Ore 24.
Il brigadiere Giorgio Serranti sente qualcuno parlare di un pozzo artesiano. Gli spiegano che si tratta di un buco nel terreno largo una trentina di centimetri scavato da pochi giorni per cercare acqua: scende fino a 80 metri di profondità. Dicono d’aver già controllato: il foro è coperto. Serranti: «E che significa? Qualcuno potrebbe averlo chiuso dopo, senza sapere se dentro c’è il bambino». Si fa condurre al pozzo, si china, tende l’orecchio. Passa un aeroplano, il rombo copre tutto. Insiste, zittisce tutti, infila la testa nel buco. Sente una voce: «Mamma!».

Un tunnel per salvare Alfredino

Ore 1. Calano una lampada fluorescente legata a una corda per capire dove sta il bambino, ma dentro si vede solo buio: «Alfredo tu ci vedi?». «No». Piange ma per fortuna è a testa in su. Si capisce che si è incastrato. Si dovrebbe trovare a 36 metri di profondità, dove il budello si stringe: sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. La Rai porta un’elettrosonda con microfono ultrasensibile per sentire le sue parole. Il padre, inginocchiato davanti alla buca: «Stai tranquillo, stiamo venendo a prenderti». La mamma: «Io sono qua, non mi muovo. Ma tu fai il bravo». Fanno scendere una tavoletta di legno: «Così ci si siede e poi lo tiriamo fuori». Il pezzo di legno s’incastra a 24 metri e per tirarlo su spezzano la corda: adesso tra l’aria aperta e Alfredo c’è un tappo. Impossibile mandargli cose da mangiare e bere più grandi di una fiala. Gli operatori Rai piazzano una telecamera, i pompieri le lampade.

Ore 5. Si cerca un nano che possa entrare nel foro e scendere fino ad Alfredo. Si trova invece Tullio Bernabei, di anni 22, speleologo del soccorso alpino, che si fa calare a testa in giù. L’hanno scelto perché è magro, ma a 20 metri strattona la fune: vuole risalire. Ci prova un altro: risale anche lui quasi subito. Il pozzo è troppo stretto. I pompieri poggiano sull’orlo del foro bombole da sommozzatore che, tramite un tubo, soffiano ossigeno nel tunnel.

Ore 6. Il comandante dei vigili del fuoco, Elveno Pastorelli, dopo aver telefonato a mezza Roma è riuscito a trovare una trivella. La presta la ditta Tecnopali. Arriva scortata dalla polizia. Il piano: scavare un tunnel parallelo a quello dov’è Alfredino, scendere fino a 38 metri, fare una galleria tra i due pozzi e recuperare il bambino. Grida: «Mamma, tirami fuori mi fa male un braccio e una gamba. Sono stanco». Pastorelli, al megafono: «Sono il comandante dei vigili del fuoco». Alfredo: «Ti conosco, ti ho visto in televisione per il terremoto. Quanti uomini hai?». Pastorelli: «Cento uomini. Ti prometto che ti tiro fuori».

Ore 8.30. La trivella comincia a scavare: tufo morbido, scende di 2 metri in 2 ore. Ottimismo. Finché tocca uno strato di tufo granitico, chiamato “cappellaccio”. Molto duro, si scalfisce a malapena. Qualcuno nota: «Sarebbe meglio aver trovato la roccia, almeno si sarebbe spezzata». La trivella continua, il bambino è spaventato dal rumore, ogni tanto crolla sfinito nel sonno, poi si sveglia. Chiede da bere.

Ore 10.30.
Per non disturbare le comunicazioni di Alfredino, la Rai e le radio private del Lazio sospendono le trasmissioni sulle onde medie.

Ore 12.30.
Arriva una nuova geosonda, enorme e potente. Per montare il braccio meccanico ci vorrebbero 12 ore, ma gli operai sotto il sole ci danno talmente dentro che per fare tutto il lavoro ne bastano 3. Alfredo: «Voglio papà perché mi scappa la pipì e ho paura che mi sgridi. Ho sete». Le reti Rai cominciano a trasmettere un’unica diretta. Tutt’intorno ormai è arrivata talmente tanta gente che qualcuno mette in piedi bancarelle per vendere cibo e bevande.

Ore 15.43. Misurano il tunnel scavato: 20 metri e 50 centimetri. Disappunto, perché si pensava di aver raggiunto almeno i 25. Entra in funzione la geosonda.

Ore 18.22.
Nuova misurazione: 21 metri e 4 centimetri. La sonda ha scavato poco: mezzo metro in 2 ore. Elvezio Fava, primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, controlla le condizioni di salute del bambino: «Per il momento non si riscontrano disturbi di alcun genere».

Ore 20.
Si tenta con una nuova trivella, più agile delle precedenti. I medici mandano una fiala di acqua e zucchero ad Alfredino, che si lamenta: «Voglio acqua, non whisky». Riprendono le trasmissioni radio nel Lazio.

Ore 22.
La trivella continua a scavare ma guadagna centimetri con molta fatica. «Con duecento uomini, le pale meccaniche, i congegni più sofisticati sopra la testa, Alfredo è ancora lì: troppo lontano». [Cesare De Simone e Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 12/6/1981]

Ore 23.
Un manovale che abita in zona si fa calare nel pozzo artesiano a testa in giù. Scende parecchio, ma deve desistere. Alto poco più di un metro e mezzo, 52 anni e un fisico da bambino, il suo nome è Isidoro Mirabella, ma ormai i giornalisti lo chiamano «uomo ragno». La geosonda continua a picchiare.
Pertini conforta Alfredino

Ore 9.17. Finalmente la trivella rompe lo strato duro di tufo granitico. Gli operai mettono una punta a elica; s’inabissa e scava con facilità, riportando in superficie masse di terriccio bruno: è argilla. Il pompiere Nando Broglio, che non lascia mai l’argine del foro e parla con Alfredo urlando in un megafono, gli comunica la bella notizia: «Mazinga uomo d’acciaio ce l’ha fatta! Le lame rotanti hanno distrutto la roccia che ci impediva di venire giù a prenderti! Ancora un po’ di pazienza che arriviamo». Alfredo: «Fate presto, sono stanco».

Ore 10.10. Buttano una sonda per misurare la profondità dello scavo: 30 metri e 5 centimetri. L’ingegner Faggioli dei vigili del fuoco rifà i conti per calcolare dove sta Alfredo: «Non è a 36 metri, ma a 32 e 50». È una fortuna perché a 32 metri riaffiora il tufo granitico. Breve consulto: perdere chissà quante ore per cercare di sfondarlo, oppure scavare da subito la galleria verso il pozzo artesiano e recuperare dall’alto Alfredo?

Ore 11.
Una nuova scavatrice arancione. Spiegano i tecnici: «L’altra perforava grazie alla forza di gravità e alla rotazione, mentre questa è a pressione. Una bomba!». Contro il tufo si blocca appena l’accendono. Tre vigili del fuoco si preparano a scendere per scavare la galleria di collegamento. Alfredo non risponde più alle parole del pompiere. I medici del San Giovanni, che ascoltano il respiro del bambino tramite delle sonde, dicono che sta peggiorando: 48 respiri al minuto.

Ore 11.40. In un gabbiotto rotondo viene calato da una gru il pompiere Maurizio Bonardo, tramite un serpentone di gomma grigia soffiano ossigeno nel foro. Comincia a creare un cunicolo col martello pneumatico. Alfredo ha una terribile sete.

Ore 13.35.
Risale Bonardo: ha fatto un ingresso largo 80 centimetri per il cunicolo e ha scavato per un metro. Il terreno è duro, ma non troppo. Scendono i pompieri Manlio Buffardi e Mario Gonini. Nando Broglio chiede ad Alfredo di gridare forte il nome di Mario, per dare l’orientamento ai due vigili che scavano.

Ore 15.50.
Buffardi, sdraiato nel cunicolo, il martello pneumatico che lo scuote e la faccia nera di terra: «Credo di esserci vicino. Sento il vuoto». Lui e Gonini risalgono, si calano Luciano Termini e Beppe De Santis.

Ore 16.30.
Il sole è fortissimo. Arriva il presidente della Repubblica Pertini, non se lo aspettava nessuno, la gente intorno gli fa l’applauso. Consola la mamma e il papà, va all’imboccatura del pozzo, prende il microfono e scambia qualche parola con Alfredino. Decide di non muoversi finché il bambino non sarà stato salvato. Piange.

Ore 17.48. Forano la parete del pozzo artesiano che tiene Alfredo prigioniero. De Santis allarga il buco scavando con le mani per non far cadere la terra sul bambino. Infila la testa: «Dove sei, Alfredino? Mi senti?». «Sì, sei sopra di me», per vederlo calano una lampada: niente. Risalgono e scende uno speleologo. Silenzio. Lo speleologo torna su: Alfredo è scivolato nel pozzo per altri 29 metri. Adesso è a 60 metri di profondità.

Ore 22.20.
A testa in giù per cercare di afferrarlo si cala lo speleologo Claudio Aprile, abruzzese. Niente da fare. A mezzanotte si prepara a scendere un altro volontario, di nome Angelo Licheri, 37 anni.
Alfredino Rampi è morto

Ore 0.15. Angelo Licheri appeso a testa in giù arriva fino ad Alfredo, a 63 metri e 20 centimetri. Gli toglie la terra dalla faccia, lo prende per le mani viscide di fango che scivolano. Prova a imbracarlo, ma Alfredo è incastrato da tutte le parti, ha le gambe ripiegate sotto il corpo; lo tira tenendolo sotto le ascelle ma il bimbo scivola, lo lega con una cinghia, ma la corda per tirarlo su si spezza. Tenta di nuovo con la cinghia, annoda alla meglio la corda, si spezza ancora. Lo tira per la canottiera, non si muove. Chiede di risalire, lo devono portare all’ospedale perché ha escoriazioni fino all’osso. Si fanno avanti altri volontari magrissimi: un contorsionista francese, il sardo Angelo Cossu, uno di nome Salvatore Li Causi, perfino due ragazzini di 15 e 16 anni (rimandati a casa dal magistrato).

Ore 6. Si prepara a scendere l’avezzanese Donato Caruso, di anni 25, cineoperatore e speleologo volontario. Si porta delle manette per agganciare Alfredo.

Ore 6.30. Donato Caruso tocca il bambino: ha il braccio sinistro in alto, l’altro nascosto dietro la spalla, è freddo, non parla, la testa è reclinata. Lo lega ai polsi, scivola. Deve risalire per farsi sistemare le legature alle caviglie, scende ancora, gli prende tutte e due le braccia, lo ammanetta sopra al gomito, il bambino si affloscia, scivola ancora, va più giù.

Ore 6.40.
Caruso: «Non respira, adesso è incastrato con la testa reclinata». Si capisce che Alfredino è morto. I soccorritori si allontanano, si spengono i gruppi elettrogeni e le telecamere, resta abbandonata la geosonda. A terra cavi, funi, pali, tavole, lampade, trivelle. Qualcuno tira sassi ai fotografi. Pertini se ne va, se ne va l’ambulanza.

Serata. Arrivano circa quindicimila curiosi per vedere il luogo, servono i rinforzi per allontanarli. I vigili del fuoco mandano nel pozzo una sonda con telecamera: appare il viso di Alfredino coperto di fango. Ha gli occhi chiusi.
La morte di Alfredino: arrestato Pisegna

• È arrestato il proprietario del terreno, Amedeo Pisegna, abruzzese, 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche. L’accusa è di omicidio colposo con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni. Tra l’altro dice di aver chiuso lui il pozzo mentre già erano iniziate le ricerche.
Critiche alla mamma di Alfredino

• Per conservare il corpo di Alfredo nel pozzo si fa una colata di azoto liquido (-30°C). Qualcuno critica il comportamento della mamma nei giorni del dramma: non ha mostrato di essere disperata abbastanza.
Recuperato il corpo di Alfredino Rampi

• Tre squadre composte da 6 minatori maremmani ciascuna recuperano Alfredo. È in un blocco di fango e ghiaccio lungo un metro e mezzo del diametro di 50 centimetri. Ha pezzi di legno accanto alla testa e alle braccia.
I funerali di Alfredino Rampi

Alle ore 11 i funerali nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Bara di acero bianco. Piazzale del Verano è già piena di gente alle ore 9. La sera precedente la folla inferocita aveva preso d’assalto l’istituto di medicina legale: «Fatecelo vedere, altrimenti vuol dire che dentro quella bara non c’è lui, ma un bambolotto». Un cuscino di fiori da Pertini, in candidi mughetti con la scritta «Sandro al piccolo Alfredino».

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I Verdi sponsor del voto con 'incentivo' «Chi va alle urne riceve un premio»

Corriere del Mezzogiorno


Il commissario Borrelli: «Tanti negozianti offriranno pizze e caffè e addirittura dvd ai cittadini votanti»



NAPOLI - Referendum? Il partito dei Verdi si fa sponsor del voto con l'incentivo: chi va alle urne riceve un premio. «Molti commercianti e imprenditori napoletani - ha affermato il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli nel corso di una pubblica assemblea - sono in prima linea per raggiungere il quorum. Chi porterà alle casse il proprio certificato elettorale con il timbro certificante l’aver votato ai referendum avrà regali ed omaggi - dvd, pizze, caffè - in molti negozi napoletani. Insomma votare questa volta conviene due volte».

DON MANGANIELLO - Un «incentivo» forse discutibile, a cui si è aggiunto anche l'«anatema» di don Aniello Manganiello, presente all'assemblea dei Verdi. Il sacerdote ha ammonito: «Chi non va a votare in difesa dell’ambiente e del creato non è un buon cristiano». Il prete anticamorra ed ex parroco al rione Don Guanella ha aggiunto: «Anche il Papa l’ha detto ed io sono in prima linea per sostenere le ragioni del sì».


Redazione online
10 giugno 2011




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Poste: zero interessi sul conto corrente I consumatori: "Così è come con le banche"

Quotidiano.net


L'azienda lo spiega in una lettera alla clientela di Bancoposta. La modifica avverrà dal 1° settembre. Protestano le associazioni dei consumatori: "Una modifica unilaterale imposta a 5,6 milioni di persone"



Roma, 10 giugno 2011

E' finita, anche per le Poste, l’era dei conti correnti con interessi remunerativi. Negli ultimi anni, su questo fronte, avevano fatto concorrenza alle banche con tassi sensibilmente più alti. Ora il cambio di rotta, già intrapreso da qualche mese, subisce una accelerazione che li porta a zero. Nelle lettere inviate alle clientela Bancoposta si comunica la modifica unilaterale dei contratti, con il tasso di interesse annuo creditore lordo che, dal 1 settembre, passa da 0,15% a 0%.

"Alla luce dell’andamento dell’indice Istat, dell’andamento dei mercati finanziari e della progresiva riduzione dei tassi di interesse, le comunichiamo la seguente proposta di modifica unilaterale del contratto relativa al suo conto corrente BancoPosta con decorrenza dal 1 settembre 2011", si legge nella premessa che introduce la decisione sul tasso. Tra l’altro, con decorrenza 10 maggio 2010, era già intervenuto un taglio dallo 0,25 allo 0,15%.

La scelta, secondo quanto spiega oggi Repubblica, sarebbe dettata dalla voglia di spingere i correntisti a passare a un nuovo prodotto molto più simile a quelli delle banche tradizionali. Il Bancoposta attuale - scrive il quotidiano - deve il suo successo al fatto che "gli unici costi sono i 30,99 euro annuni della tenuta conto, cui si sommano i 10 euro sempre all'anno per il bancomat".

Il giornale anticipa quale sarà anche la nuova offerta: "i costi di tenuta vengono azzerati a patto di accreditare lo stipendio o la pensione, chiedere la domiciliazione delle bollette e una carta di credito". Inoltre il tasso di credito diventerà dell'1% a patto che si opti per l'accredito stipendio e si richieda una carta di credito.

Le associazioni dei consumatori, dal canto loro, ritengono "estremamente grave" l’operazione avviata da Poste Italiane. In una nota, spiegano che "da un giorno all’altro, infatti, 5,6 milioni di clienti si sono visti arrivare la comunicazione dell’azzeramento degli interessi. Una modifica unilaterale, che i titolari del conto dovranno accettare oppure scegliere di depositare i propri risparmi altrove".

"Il facile utilizzo e i costi contenuti erano il pregio di tale conto, e lo differenziavano dai classici conti correnti bancari che, come emerge anche dalle nostre recenti ricerche, hanno costi elevatissimi, oltre il doppio rispetto alla media europea" spiegano aggiungendo che "con questa operazione, invece, si riduce il divario tra le Poste e le banche, e aumenta così il disagio soprattutto dei titolari di conto che non hanno entrate fisse, ad esempio i giovani".





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Apocalypse Now , il kolossal E dopo il cinema non fu più lo stesso

Corriere della sera

 

Escono le due versioni del film in Blu-Ray con nove ore di extra mai visti

 

MILANO - Alcune scene hanno superato i confini della storia del cinema per entrare in quella dell’immaginario collettivo: la foresta incendiata dal napalm che brucia al «ritmo» di This Is The End dei Doors; la testa pelata di Marlon Brando che esce dall’acqua mentre nell’oscurità brillano solo i suoi due occhi; l’attacco sugli elicotteri comandati dal tenente-colonnello Kilgore (un grandissimo Robert Duvall) accompagnato dagli altoparlanti che trasmettono a tutto volume l’ouverture della Cavalcata delle Valchirie di Wagner… Ma è tutto il film che ha segnato una specie di spartiacque: c’è un «prima» Apocalypse Now e c’è un «dopo», perché dopo quel film il cinema ha perso definitivamente la sua innocenza, la sua pretesa di essere solo un «racconto» e un «divertimento» per diventare insieme cinema e riflessione sul cinema, spettacolo popolare e film d’autore, denuncia e divertimento, e costringendo il cinema ad accettare fino in fondo la sua capacità di essere davvero una «psicoanalisi di massa».

 

 

DUE APOCALISSI IN BLU-RAY - Il film ebbe numerose traversie produttive e, quando uscì, nel 1979, poteva dare l’impressione che il finale non fosse esattamente quello che Coppola aveva pensato (quando lo presentò, in anteprima mondiale al Festival di Cannes, il regista dichiarò esplicitamente che si trattava di un work in progress) tanto che undici anni dopo, nel 2001, Coppola presentò un «nuovo» film: Apocalypse Redux (in latino redux vuol dire colui che ritorna). Non un director’s cut ma qualche cosa di più complesso: un vero e proprio nuovo film, completamente rimontato da Walter Murch, con molte scene non utilizzate nella prima versione (la notte di Willard e dei suoi uomini con le conigliette di Playboy; la cena nella casa dei coloni francesi che non vogliono lasciare il Vietnam) e tanti piccoli interventi in numerose scene. Di fronte ai 150 minuti della versione del 1979, adesso il film cresceva a 197’. Finora distribuiti separatamente, i due film vengono ora messi in vendita insieme da Universal Home Video in una inedita edizione in blu-ray , che permetterà di apprezzare in tutte le sue sfumature la straordinaria fotografia di Vittorio Storaro (che per questo film ottenne uno dei suoi Oscar).

 

 

EXTRA - Ad accrescere l’interesse per questa edizione ci sono nove ore di extra, con alcune interessantissime novità, come le due chiacchierate del regista con il protagonista Martin Sheen (quasi 60 minuti) e con lo sceneggiatore John Milius (poco più breve), oltre a uno special su Fred Roos e il casting del film. Altri extra erano già stati visti in edizioni anteriori del film, ma non per questo sono meno interessanti, come alcune scene tagliate, vari interventi sugli effetti speciali sonori e sulla musica del film, oltre alla registrazione della versione radiofonica di Cuore di tenebra (il romanzo di Conrad a cui il film si ispira) così come l’aveva pensata Orson Welles col suo Mercury Theatre nel 1938. E nella collector’s edition a tre dischi è possibile vedere anche il documentario Viaggio all’inferno di Fax Bahr e George Hickenlooper che ricostruisce la tormentata lavorazione del film.

 

Paolo Mergehetti
10 giugno 2011

Se la politica specula sulle tragedie

Corriere della sera

 

I giornali e la morte del milanese ucciso in un incidente con quattro ladri nomadi

di Pierluigi Battista

Battisti, Italia richiama l'ambasciatore

La Stampa



Frattini lo riporta a Roma "per consultazioni". L'ex terrorista chiede il visto al ministero del Lavoro come scrittore.



ROMA


Il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha deciso il richiamo temporaneo a Roma («per consultazioni») dell’Ambasciatore a Brasilia Gherardo La Francesca, dopo la decisione del Tribunale Supremo Federale brasiliano che ha negato l’estradizione in Italia di Cesare Battisti, consentendone la scarcerazione. Lo rende noto la Farnesina.

La durissima mossa italiana è spiegata in una nota. La decisione è nata «per approfondire, insieme alle altre istanze competenti, gli aspetti tecnico-giuridici relativi all’applicazione degli accordi bilaterali esistenti, in vista delle iniziative e dei ricorsi da esperire in merito nelle sedi giurisdizionali internazionali».

Cesare Battisti ha intanto richiesto alle autorità brasiliane un visto di soggiorno permanente in Brasile, e il suo caso sarà esaminato dai consiglieri del Consiglio nazionale dell'immigrazione il prossimo 22 giugno. Lo riporta il sito web del quotidiano Folha di San Paolo.

Sul visto ha presentato una richiesta al ministero del Lavoro. Il sito del settimanale Vejà informa che il ministero del Lavoro ha già ricevuto da parte dei legali di Battisti una richiesta di visto per la sua permanenza nel Paese. Vuole lavorare come scrittore. ’Veja sottolinea inoltre che la richiesta sarà esaminata dal Consiglio nazionale per l’emigrazione, organismo che concede i visti agli stranieri che si trovano in «situazione speciali», e che la sua prima riunione è prevista per il 22 giugno prossimo.

Fonti vicine alla difesa di Battisti hanno fatto sapere che è probabile che l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo si stabilisca a San Paolo, dove si trova anche la sede della casa editrice che pubblica i suoi libri, la Martin Fontes.

Il ministro degli Esteri brasiliano, Antonio Patriota, prima della mossa di Frattini aveva escluso che la mancata estradizione di Cesare Battisti potesse portare a una crisi nei rapporti con l’Italia. «Esiste una chiara intesa» tra le autorità dei due Paesi che la decisione non avrà ripercussioni sui rapporti bilaterali, ha affermato il capo della diplomazia brasiliana in una dichiarazione rilanciata dalla Agencia Brasil. No comment di Patriota sull’eventualità di un ricorso italiano davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.

Marco Aurelio Garcia, consigliere di politica estera del presidente Dilma Rousseff, ha affermato che per il suo Paese la questione è superata «con la decisione sovrana del Tribunale supremo federale», anche se «l’Italia ha tutto il diritto di fare ricorso». Intanto l’ex presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, che nel dicembre 2010 aveva concesso lo status di rifugiato politico a Battisti, non ha voluto dir nulla sul definitivo no all’estradizione in Italia. «Non commento le decisioni del Tribunale supremo federale», ha dichiarato da Curitiba.

L'ex terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo) è ritornato in libertà dopo che l'altro ieri il Supremo tribunale federale del Brasile ha confermato la decisione presa dall'ex presidente Lula nell'ultimo giorno del suo mandato di non concedere l'estradizione. In Italia è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi commessi negli anni Settanta.

Il Supremo tribunale federale ha respinto la richiesta di estradizione presentata dal governo italiano per sei voti a tre, ma il ministro del Tribunale superiore di giustizia brasiliano, Luiz Fux, ha detto che l'Italia avrebbe dovuto appellarsi direttamente a una corte internazionale e non al Supremo tribunale federale. «La Repubblica italiana ha un contenzioso con la Repubblica federale del Brasile. Questo non è di competenza del Supremo tribunale federale ma della Corte internazionale dell'Aia».





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Borghezio: «Io malmenato a St. Moritz»

Corriere della sera


Il leghista voleva partecipare al summit del Club Bildelberg. «Sangue dal naso»



Mario Borghezio
Mario Borghezio
MILANO - Ha cercato di assistere ai lavori del Gruppo Bildelberg, un incontro annuale per inviti e non ufficiale, ma è stato bloccato e «malmenato». Protagonista della brutta avventura l'europarlamentare della Lega Mario Borghezio. Il politico piemontese avrebbe voluto assistere ai lavori del club esclusivo e invece al bureau d'ingresso dell'Hotel Suretta di St. Moritz, nonostante si fosse presentato e avesse mostrato il tesserino dell'Europarlamento è stato fermato dagli uomini del servizio di sicurezza dell'organismo. «Ci hanno letteralmente presi a spintoni», racconta Borghezio che era accompagnato dal suo assistente parlamentare. «Mi hanno dato anche un colpo sul naso che ora è sanguinante: è stata un'aggressione violentissima, mi hanno portato fuori di peso e per un miracolo non sono caduto». FERMATO - Dopo l'incidente, il parlamentare è stato fermato dalla polizia svizzera. «Nulla da eccepire sul loro comportamento, sono stati gentilissimi, ma non riesco a capire perché se la siano presa con noi: ci hanno portato via come malviventi, perquisendo anche la nostra macchina , dove ovviamente no è stato trovato nulla». Borghezio è convinto che l'accaduto smascheri «la reale natura di questa consorteria: il club di Bildelber è una società segreta e non un gruppo di persone che si riuniscono in modo riservato. Chiediamo che chi decide sui destini del mondo lo faccia in modo trasparente», attacca l'europarlamentare, dicendosi pronto a presentare denuncia. «E voglio aggiungere che non mi sarebbe dispiaciuto che, in una tale situazione, avessi ricevuto una telefonata delle autorità italiane».

IL CLUB - Il Club Bilderberg, detto anche Conferenza Bilderberg o Gruppo Bilderberg, è un incontro annuale per inviti, non ufficiale, di circa 130 partecipanti, la maggior parte dei quali sono personalità influenti in campo economico, politico e bancario. I partecipanti trattano una grande varietà di temi globali, economici, militari e politici.


Redazione online
10 giugno 2011



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Vendola abbraccerebbe anche quei nomadi che hanno ucciso il 28enne?

di Paolo Granzotto


Dopo aver svaligiato un negozio, quattro nomadi si danno alla fuga su un’auto rubata e travolgono un ragazzo. "Vogliamo abbracciarli tutti", diceva Nichi. Lo faccia adesso



«È finito il tempo del dolore». «Vo­gliamo abbracciare i fratelli rom, alla faccia loro» (cioè nostra, di noi libera­li). «Ci siamo liberati dalla politica della paura e dei luoghi comuni». «Noi intendiamo la politica come gentilezza, come rapporto con la vi­ta ». «Incomincia il futuro, costruia­mocelo ». Così Nichi Vendola, in piaz­za del Duomo, all’indomani del suc­cesso del suo personale candidato, il «mite», «elegante» Giuliano Pisapia. Le parole sono pietre, e pesano: fra gli zingari che Vendola ha virtual­mente sbaciucchiato ci sono quei quattro che hanno ammazzato il ventisettenne milanese, centrandolo in pieno con un’auto rubata. Non credo proprio che quello fosse il futuro che cercava. E per la sua povera famiglia, non credo sia finito il tempo del dolore.

Così come non credo che perché Vendola ha abbracciato i rom Milano si consideri, oggi, liberata dalla paura. Perché questo è: appena sciolti dall’abbraccio, ecco che i rom tornano a rubare, a rapinare e anche a uccidere. Dando la tragica conferma che no, quello degli zingari che rubano, rapinano e anche uccidono non è un luogo comune. Non è una leggenda metropolitana fatta circolare dalle forze oscure della reazione.

Cosa ci racconteranno i Vendola, ora? Della bellezza, della poesia della cultura rom? Che la colpa di tutto, saccheggio della tabaccheria, furto dell’auto e tragica conclusione della trasferta dei quattro minorenni, è della Moratti che non ha voluto procedere all’universale abbraccio, in nome di quella po-litica della gentilezza che nel testone di Vendola è l’unico modo per convertire al bene, alla armoniosa convivenza civile, al lavoro, all’igiene, alla educazione dei figli, al rispetto delle leggi gli occupanti di un campo nomadi come quello di via Negrotto?

Non è il caso di trarre conclusioni azzardate, ma il raid dei quattro zingari minorenni e il suo drammatico esito sembra proprio dar ragione a quanti paventavano, con la vittoria di Nichi Vendola via Giuliano Pisapia, una zingaropoli. O che comunque gli zingari, sentendosi coperti e anzi: sostenuti, favoreggiati - dalla «politica della gentilezza » (e degli abbracci) fossero incoraggiati a sciogliere le righe, a prendersi delle libere uscite. Dal furtarello negli appartamenti, dal borseggio e dalla questua al saccheggio degli esercizi commerciali. Il salto di qualità. Con il dovuto apparato, auto di grossa cilindrata, corsa pazza per far perdere le tracce, per farla in barba alla polizia, sempre a tavoletta, come nei film americani. E se a rimetterci è un milanese che per accidente si trovava sulla loro strada, pazienza: sono le regole - le loro regole - del gioco.

Come procede, in questi casi, la «politica della gentilezza» (e dell’abbraccio)? Uno scappellotto e via? Una raccomandazione ai genitori dei quattro teppisti di meglio tener d’occhio i loro ragazzi? Un forum di dialogo&confronto sulla cultura dei fratelli rom? Alla faccia nostra? Il problema non è solo del sindaco mite ed elegante, ma dei milanesi - la maggioranza, come è evidente - che si sono fatti incantare dal populismo buonista, che hanno abboccato all’amo della ventosa demagogia del pugliese con l'orecchino. A parole, tutto a posto. Ma nei fatti?






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Quel terrorista mai pentito tanto amato dai radical chic

di Fausto Biloslavo


In Italia, Francia e Brasile non sono pochi a poter brindare alla scarcerazione di Cesare Battisti. L’ex terrorista ha un conto aperto con la giustizia italiana dal 1979, quando venne arrestato per banda armata. Il vero braccio di ferro, però, è scattato negli ultimi dieci anni, prima con la Francia, dove ottenne ospitalità e cittadinanza, e poi con il Brasile, la sua nuova «patria» di adozione.

Da Roma, a Parigi, fino a Rio, Battisti ha sempre contato su una lobby trasversale di reduci della lotta armata, politici e intellettuali in molti casi accomunati dal marchio della sinistra radical chic. Evaso dal carcere di Frosinone nel 1981 il militante dei Proletari armati per il comunismo trova rifugio definitivo in Francia. Nel 1991 viene arrestato, ma rilasciato dopo 4 mesi, perché non estradabile. Sono gli anni della famosa dottrina Mitterrand, il presidente socialista francese, che concede asilo a tanti terroristi nostrani, a patto che abbandonino la lotta armata.

All’inizio Battisti si guadagna da vivere come portiere d’albergo e traduttore di libri, ma ben presto entra nelle grazie dei salotti della rive gauche. Nel 1999 la blasonata casa editrice Gallimard gli pubblica il primo romanzo noir: Travestito da uomo.

Nel 2002, quando l’Italia torna alla carica per estradarlo, la sinistra radical chic si mobilita. La lobby francese pro Battisti conta su intellettuali del calibro di Bernard Henry Levy che lo definisce «uno scrittore imprigionato», Daniel Pennac e Philippe Sollers. Quest’ultimo parla di Battisti come di «un eroe rivoluzionario», per poi rettificare in «ex rivoluzionario». La vera pasionaria francese della lotta per Battisti libero è la scrittrice di gialli Fred Vargas. Lo sostiene anche finanziariamente in carcere con soldi suoi e organizzando collette per il «perseguitato dei due mondi».

Nel 2004 il terrorista mai pentito, che si proclama innocente, finisce di nuovo in manette e la sinistra al caviale si scatena pure in Italia. Una petizione di solidarietà su internet, organizzata dalla rivista letteraria Carmilla, raccoglie 1.500 firme. Compresa quella di Roberto Saviano, non ancora autore di Gomorra, che poi sosterrà di non saperne nulla e la ritirerà nel 2009 in rispetto delle vittime del terrorismo. La «lista della vergogna», come la definisce il giornalista Giuseppe Cruciani nel suo recente libro su Battisti, raggruppa Valerio Evangelisti, come primo firmatario, Massimo Carlotto, Vauro e tanti altri. Fra i politici l’eterno latitante ha goduto della solidarietà di Paolo Cento, ex dei Verdi, dell’ex senatore dello stesso partito, Mauro Bulgarelli e del rifondarolo d’annata Giovanni Russo Spena.

Alla fine il presidente francese Jacques Chirac affossa la dottrina Mitterrand e Parigi dice sì all’estradizione del ricercato italiano. Peccato che Battisti, già a piede libero, faccia perdere le sue tracce. Solo il 18 marzo del 2007 viene riacciuffato in Brasile su segnalazione dei carabinieri del Ros. Sembra tutto risolto e inevitabile l’estradizione, ma Battisti fa breccia anche a Rio. Nella fuga in Brasile si è appoggiato a Fernando Gabeira fondatore dei verdi locali. Durante la lotta armata degli anni ’60 e ’70 faceva parte del Movimento rivoluzionario 8 ottobre e partecipò al rapimento di un ambasciatore americano.

A favorire il nuovo braccio di ferro con l'Italia ci pensano i soliti amici di Parigi, con l’appoggio, sempre smentito, di Carla Bruni, la fiamma del presidente Nicolas Sarkozy. Nel 2008 il Brasile respinge la richiesta di asilo politico dell’ex terrorista, ma Tarso Genro, il ministro della Giustizia, si oppone. E parla del «fondato timore di persecuzione di Battisti per le sue idee politiche» se venisse estradato. Genro, durante la dittatura, era stato attratto dalla lotta armata aderendo all’Ala Vermelha, un gruppo guerrigliero noto come Sezione rossa. Poi fuggì in Uruguay per entrare nel Partito comunista rivoluzionario e clandestino. Nel 2009 dichiara che «l’Italia è bloccata dagli anni di piombo. In Brasile siamo più avanzati: i nostri ex guerriglieri siedono in parlamento».

Il «perseguitato» Battisti rimane in carcere, ma la lobby alle sue spalle non molla. Uno dei sostenitori chiave è il senatore del partito governativo, Eduardo Matarazzo Suplicy, con un bisnonno di origini italiane oltre al giurista Dalmo Dallari. I due, assieme ad altri politici brasiliani, si fanno fotografare in carcere con Battisti, durante una specie di «giuramento della libertà». La lobby brasiliana riesce a influenzare il presidente Luis Inacio da Silva, detto Lula, che fino a pochi anni fa inneggiava a Fidel Castro.

La magistratura ribalta di nuovo lo status di rifugiato politico di Battisti, ma lascia al capo dello stato la decisione se rimandarlo in Italia. Lula il 31 dicembre dello scorso anno, mentre sta per concludere il suo mandato, dice no all’estradizione. Il presidente è stato consigliato dal suo vero braccio destro, l’allora ministro che coordinava l’azione di governo Dilma Rousseff. Dilma in gioventù insegnava marxismo e aderì a gruppi guerriglieri, come Vanguarda Armada. Da gennaio l’ex pasionaria è presidente del Brasile e Battisti torna in libertà.

www.faustobiloslavo.eu



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Ma è l’Italia la prima a essere indulgente con i "cattivi maestri"

di Mario Cervi


Il Brasile ci ha offeso, però non abbiamo la coscienza pulita Da noi i sovversivi circolano tranquilli e danno pure lezioni



Con la liberazione di Cesare Battisti il Brasile ha senza dubbio offeso l’Italia e, peggio ancora, ha offeso le vittime del terrorismo. Giustificate le proteste, sacrosanto il proposito di non lasciare nulla di intentato perché una decisione oltraggiosa sia revocata (ho scarsissima fiducia tuttavia che questo accada). Il gesto venuto da lontano appartiene a una malsana concezione secondo cui anche l’assassinio più abbietto merita particolare indulgenza se viene rivestito di motivazioni ideali, sociali, rivoluzionarie. Prima della condiscendenza brasiliana c’era stata quella francese, s’era preteso che quello di Battisti fosse un caso politico e magari letterario prima che un caso criminale.

Siamo indignati, per mille e una ragione, e forse ciò che sto per scrivere sembrerà a molti inopportuno e importuno. La mia domanda è molto semplice. Siamo proprio sicuri di poter buttare la croce addosso al Brasile senza riconoscere, con un serio esame di coscienza, che alla commedia ipocrita dei benintenzionati cultori della P38, dei compagni che sbagliano, anche noi italiani abbiamo partecipato con slancio?

A ricordarcelo ha provveduto ieri Sergio Segio, condannato all’ergastolo per l’uccisione di due magistrati e di un agente di custodia. Naturalmente è libero, e ha trovato occupazione nella Cgil, dietro una scrivania (mai che questi apostoli del proletariato scelgano un lavoro manuale). Segio ha presentato alla stampa il rapporto Cgil sui Diritti globali 2011. E commentando, con l’aria di uno che di diritti se ne intende, il contenuto del documento, ha sentenziato che il governo italiano sta facendo «macelleria sociale». Si è arrabbiato, per questo marchio sprezzante, il sottosegretario Carlo Giovanardi, la cui irruenza emiliana non mi trova sempre d’accordo. Ma stavolta sono con lui. Soprattutto dopo che il Segio ha ribadito la sua affermazione, aggiungendo che «il pudore è un sentimento nobile e necessario che penso mi appartenga». Non gli appartiene proprio. Se ne avesse anche un briciolo cercherebbe di farsi dimenticare - lui e con lui il sangue versato - e non si riaffaccerebbe arrogante sulla scena pubblica.

Può dare lezioni al Brasile, in tema di terrorismo e di valutazione del terrorismo, l’Italia dove circolano tranquillamente, avendo scontato una pena a volte vergognosamente inadeguata, gli specialisti d’una macelleria non sociale ma reale, nel significato più letterale e brutale del termine. Passeggiano non solo indisturbati ma spocchiosi i boia che hanno messo a morte degli innocenti per affermare le loro stralunate e agghiaccianti utopie. E vogliono farci la lezione? Si atteggiano a Maestri e anche la Cgil, a giudicare da questi fatti, li ritiene tali. La signora Camusso mi sembra una persona per bene, forse si è distratta. Non vorrei creare equivoci. Sono del parere che la pena possa essere, come si dice in gergo giuridico, rieducativa e non afflittiva, ma il criterio vale a patto che tra la pena scontata e il reato commesso vi sia una qualche proporzione.

Sì, non possiamo prendercela più che tanto con il Brasile noi che spasimammo per sottrarre Petra Krause, di cui si diceva che fosse gravissimamente malata, alle terribili galere svizzere. Siamo riusciti a portarcela in casa, poi se ben ricordo le sue condizioni di salute sono molto migliorate. Con non minore zelo abbiamo chiesto che venisse in Italia dagli Stati Uniti Silvia Baraldini, anche lei stremata per le sofferenze in quelle carceri. Ci era stato chiesto l’impegno a farle scontare la condanna in Italia, ma mi sembra che la finzione sia durata poco. Pur di strappare quelle signore non ai lager hitleriani o al gulag sovietico ma alla giustizia di grandi nazione democratiche ce l’abbiamo messa tutta. L’abbiamo fatto per spirito umanitario, ma non senza ammiccamenti alla durezza reazionaria di certe condanne. Governi e autorità stranieri si sono impermaliti per l’insistenza con cui peroravamo quelle cause, sottintendendo eccessi altrui nel giudicare e nel punire.

Adesso tocca a noi: e legittimamente addebitiamo al Brasile mancanza di rispetto verso la nostra libera magistratura. Vedremo come finirà. Voglio solo rilevare la ridicolaggine della tesi sostenuta da alcuni dell’opposizione secondo cui alla liberazione di Battisti si è arrivati per la scarsa credibilità del governo italiano. L’attuale o quelli che si battevano per Petra Krause e per Silvia Baraldini, quest’ultima accolta all’aeroporto, quando atterrò a Roma, dal ministro della Giustizia Diliberto?




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Battisti, perché tutti difendono un criminale? Ma l'Italia è la prima a essere sempre indulgente

di Mario Giordano


Dalla Francia al Brasile, è un mistero la rete di protezioni di cui gode questo killer spietato camuffato da pseudointellettuale. Eppure per lui hanno infranto le regole della diplomazia. Ma da noi i "cattivi maestri" circolano liberamente e danno pure lezioni



Cesare Battisti dorme in hotel, si alza, fa colazione, lascia la mancia e si dilegua. Forse a bordo di un jet executive privato, forse su un’auto di lusso. Sicuramente in carrozza. Mai nessun terrorista al mondo aveva goduto di tante attenzioni, di tanti privilegi, di tante protezioni. E davvero riesce difficile capire il perché.

D’ora in avanti Battisti cercherà di scomparire: la differenza è che per lui scomparire significa vivere. Per il gioielliere Torregiani, invece, scomparire significò morire. E lo stesso per il macellaio Sabadini o per la guardia Santoro o per l’agente Campagna. Li uccise lui, che adesso ride beffardo con la sua compagna carioca, Joice Lima, che ha pure pagato il suo conto dell’hotel. Il suo conto con la giustizia, invece, quello nessuno lo pagherà mai.

Che rabbia, ancora una volta. Guardi Torregiani sulla sedia a rotelle che non si stanca di lottare. Guardi il fratello di Campagna che depone i fiori accanto alla lapide, il viso che trasuda rabbia del figlio di Sabadini, guardi le foto in bianco&nero di un passato che non smette di lacerare il presente. E pensi che se ci fosse un po’ di giustizia chi ha causato tanto dolore sarebbe dietro le sbarre, mica a spassarsela con Joice Lima, magari brindando a whisky e champagne.

E quindi l’indignazione. E quindi il sentimento di offesa. E quindi la protesta. Boicottare o non boicottare, coinvolgere il calcio mondiale, smettere di comprare le banane brasiliane? Tutti sentimenti comprensibili quando si confrontano il dolore infinito e quel ghigno che trotterella spudorato verso la libertà. Sconforto e amarezza, si capisce, si ripetono di nuovo, non è la prima volta a proposito di Battisti, ex ladruncolo sanguinario, assassino senza pietà, terrorista senza ideali e con un cognome francamente assai stonato. Ma stavolta c’è di più. Stavolta dietro la scarcerazione e la mancata estradizione si fa largo lo sgomento. Tanto sgomento. E una semplice domanda: perché?

Perché il Brasile fra un criminale e l’Italia ha scelto il criminale? Che cos’ha di speciale? È un criminale con allure intellettuale? Ha scritto qualche romanzetto noir? Ha il passepartout della sinistra colta? Piace alla gauche che piace? Ha avuto la benedizione dalla Francia, che in fatto di scemenze radical chic fa sempre tendenza? Per l’amor del cielo, tutte motivazioni che hanno sempre avuto un certo peso. Ma fino al punto da giustificare una scelta così sprezzante? Fino al punto di infrangere le regole del bon ton bilaterale e della diplomazia internazionale?

Sia Lula (prima) sia Dilma Rousseff (ora) sono imbevuti di ideologia e bandiere rosse, si capisce. Ma basta l’adelante companeros a giustificare una decisione che mette a rischio anni di buone relazioni, accordi economici, scambi commerciali e amicizie intercontinentali? La protezione di un criminale vale perfin più della protezione dei propri interessi? Abbiamo visto in passato svariati momenti di tensione, il braccio di ferro fra Paesi, abbiamo visto estradizioni concesse (da Silvia Baraldini e Paolo Persichetti) e estradizioni negate. Ma mai avevamo visto finora una tale ostinazione masochista nel coccolare un assassino.

Battisti, per altro, come ben sappiamo, non è mai stato un idealista arrivato alla rivoltella per inseguire il sogno di una rivoluzione. Al contrario: è un delinquente abituale arrivato al sogno della rivoluzione per giustificare la rivoltella, che ha sempre usato con una certa leggera crudeltà. Battisti è un assassino che usa la politica per nascondere i segni della sua ferocia, è un mostro spietato sotto mentite spoglie di pseudointellettuale, un grilletto facile dalla scrittura mediocre, un piccolo romanziere e un grande macellaio. Perché, allora, prima la Francia e ora il Brasile sono disposti a tutti per lui? Quale fascino perverso emana? O quale mistero cela dietro quella faccia da schiaffi?

Difficile dirlo. Sicuramente, però, stanotte Alberto Torregiani dormirà nel suo solito letto di dolore, suo padre dormirà sotto un metro di terra, il macellaio Sabadini pure, come la guardia Santoro e l’agente Compagna. Battisti, invece, dormirà con Joice Lima e l’affetto del governo brasiliano. È volato via su un jet o su una carrozza, ed è svanito. Allegramente scomparso. Nessuno sa dove si nasconde. E, soprattutto, nessuno sa che cosa davvero nasconde.




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Rai, ecco l'arma segreta di Santoro Fare il produttore per non sloggiare

di Laura Rio


Da anchorman a produttore: la società Zerostudio’s, fondata con la moglie, il grimaldello per continuare a collaborare con la tv di Stato. Non scontato quindi il suo passaggio a La7, almeno non come dipedente. Michele sogna, e ripete da anni, di diventare un "battitore libero" 




Santoro ora riapre la partita con la Rai, sfidandola a riportare in onda Annozero, nonostante si sia licenziato, anche al costo di un so­lo euro. Il «martire» non se ne pote­va andare così, semplicemente, era chiaro.

Però, qualunque cosa ora succe­da, il giornalista ha sempre in ser­bo il suo piano B. La valvola di sfo­go. Si chiama «Zerostudio’s». E già il nome dice tutto. È la società che Michele insieme alla moglie ha aperto lo scorso anno, proprio nel periodo delle prime furibonde trat­tative con l’allora dg Mauro Masi per uscire dalla Rai, e che poi si so­no arenate. «Zerostudio’s»potreb­be essere il mezzo per continuare a lavorare con la Tv di Stato, da ester­no: il nome ovviamente riprende Annozero e si abbina a «studio», cioè al desiderio del giornalista di diventare un produttore di trasmis­sioni televisive o anche, come si legge nell’oggetto della società, di opere multimediali e addirittura musicali.

Insomma, vi ricordate le famose docufiction, quelle che il giornalista avrebbe dovuto produr­re se fosse riuscito a concludere l’accordo del maggio scorso con Masi? La Rai avrebbe sborsato cir­ca sette milioni di euro per la realiz­zazione di una serie di reportage per la prima e la seconda serata. Poi non se ne fece nulla e ora Santo­ro è uscito dall’azienda con un in­centivo all’esodo di 2,3 milioni di euro. Diretto verso La7... Almeno così si continuava a ripetere. Ma, visto quanto ha detto ieri sera nel­l’anteprima di Annozero, la tv del­la Telecom non è il suo primo obiet­tivo o perlomeno non è l’unico.

L’idea che frulla nella mente del­l’anchorman - lo ha detto più volte lui stesso in passato- è quella di es­sere libero, non legato con l’esclu­siva a nessuna azienda, di produr­re in proprio. Quindi anche per la Rai, rifacendo pure Annozero . Ma a viale Mazzini nei giorni scorsi as­sicuravano che le regole aziendali stabiliscono che il dipendente che si licenzia con l’esodo incentivato non può collaborare da esterno. Dunque? Qualcuno dovrà dare del­le spiegazioni. Il comunicato uffi­ciale del giorno dell’addio recitava che «le parti hanno convenuto di risolvere il rapporto di lavoro riser­vandosi di valutare in futuro altre e diverse forme di collaborazione». La chiave sta nella parola «futuro»: quanto tempo dura questo futuro? Già da settembre, come vuole Mi­chele o qualche anno, come proba­bilmente intendeva la dirigenza della Rai?

Comunque la società (a respon­sabilità limitata) è registrata, an­che se per ora inattiva: Michele l’ha costituito a maggio dell’anno scorso insieme alla seconda mo­glie Sanja Podgayski, che di lavoro fa la psicologa, ma ha accettato di diventarne amministratore dele­gato unico. La società ha sede in corso Francia 221 a Roma: capitale sociale di 60mila euro, di cui 42mi­la in quota a Santoro e 18mila alla consorte. Insomma, può anche darsi che il giornalista decida di da­re dei contenuti a questa azienda nominale e dunque, sotto qualche forma, tornare a lavorare con la Rai. Se poi l’azienda di Stato non raccoglierà di nuovo la sua sfida e non rimetterà in onda Annozero (e qui la manfrina andrà avanti per settimane), allora potrà decidere di lavorare, sempre da esterno, senza esclusiva, con La7 o con qualsiasi altra azienda.

Tra l’altro Santoro ha grandi mi­re: infatti nell’oggetto della società non c’è soltanto la «realizzazione, distribuzione importazione ed esportazione» di prodotti radiote­levisivi, ma anche «cinematografi­ci »e anche nell’ambito di«applica­zioni internet, opere multimedia­­li, audiovisivi, cd». E la società ha interesse anche in «attività edito­riale in genere, finalizzata alla rea­lizzazione di ogni tipo di pubblica­zione, sia a carattere unico sia a ca­­rattere periodico». Insomma non si preclude nulla, come normale quando si costituisce una società. Che vuole navigare in molte ac­que.



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In albergo con la fidanzata di 26 anni

Corriere della sera


Battisti libero: dipendente dagli antidepressivi, ora aspetta le figlie dalla Francia


BRASILIA - Recluso in un albergo della capitale assediato dalle telecamere, senza documenti anche solo per poter salire su un aereo, mentre lavora tuttora a pieno ritmo l'efficiente équipe di avvocati e lobbisti brasiliani che è riuscito a evitargli l'ergastolo in Italia. Il primo giorno di Cesare Battisti libero e impunito è in realtà l'ultimo della sua lunga fuga dalla giustizia italiana, iniziata nel 1981 con un'evasione dal carcere di Frosinone. Esattamente trent'anni fa. Serve un permesso di soggiorno per non commettere altri reati in Brasile, «la mia nuova patria», come l'ha definita la scorsa notte, appena ha respirato l'aria fresca e secca dell'altopiano di Brasilia. «Problemi? Non credo proprio - si è vantato il suo legale Luis Roberto Barroso -. Battisti ha avuto la parola del presidente di questo Paese, il resto è piccola burocrazia».

Dal penitenziario di Papuda l'ex terrorista è uscito a mezzanotte e pochi minuti, tre ore dopo la sentenza del Tribunale supremo che ha respinto le richieste italiane. Camicia bianca appena stirata, il solito sguardo di sfida, spettinato ma senza un solo capello bianco a 56 anni, look curato in quattro anni e rotti di prigione. Battisti infine salvato dalla lobby giuridico-politica che è di casa nelle stanze dei bottoni di Brasilia. In carcere, non a caso, è andato a prenderlo l'altro suo avvocato di peso, Luiz Eduardo Greenhalgh, amico personale di Lula dagli anni del sindacato militante. Sua la strategia, lunga ma efficace, di trasformare l'ex banditello di provincia, poi pluriassassino «politico», in un perseguitato; convincere il governo brasiliano di aver davanti un romantico perdente del sogno rivoluzionario, inseguito oggi da una giustizia vendicatrice, per usare le parole delle sue arringhe.

Greenhalgh lo ha prima portato in un appartamento della periferia di Brasilia, poi all'alba nell'hotel Manhattan Plaza. Attende i documenti nuovi e l'arrivo dalla Francia delle due figlie Valentina e Charlene, e della scrittrice Fred Vargas, amica e animatrice delle campagne a suo favore. Nel giro di un paio di settimane dovrebbe giungere dal ministero della Giustizia un visto di permanenza definitiva per ragioni di lavoro, come spiega la richiesta consegnata ieri. Battisti non ha rilasciato dichiarazioni, ma potrebbe farlo nei prossimi giorni per ringraziare il Brasile. Difficilmente parlerà all'Italia e ai familiari delle sue vittime: non lo ha mai fatto, e mai ha ammesso responsabilità nei quattro omicidi per i quali è stato condannato.

Battisti libero, la notizia sui siti stranieri

Da Brasilia, Battisti potrebbe muoversi in qualunque momento a San Paolo, forse a casa dello stesso Greenhalgh, per sfuggire all'attenzione dei media. Infine rimarrà solo, o con la ragazza di 26 anni che in questi anni di carcere è stata considerata la sua namorada, la fidanzata. Battisti ha conosciuto Joice Lima nelle notti perdute di Copacabana, poco prima di essere catturato. In piena paranoia da fuga, senza soldi e sotto l'effetto di droghe, fino alla telefonata imprudente diretta in Francia che verrà intercettata nel marzo 2007 e porterà alla sua cattura. Joice coinvolta in una storia probabilmente immaginaria, raccontata a un giornale brasiliano un anno dopo: «La polizia francese mi seguiva da quando sono arrivato in Brasile, ogni volta che cambiavo casa si piazzavano in un appartamento vicino. Alla fine hanno persino pagato Joice per spiarmi», raccontava alla rivista Piauì.

Poi, in carcere, Battisti deve avere cambiato idea, perché la ragazza ha cominciato ad andare a trovarlo a Brasilia, quasi tutti i mercoledì, a partecipare alle manifestazioni in suo appoggio, ed è diventata namorada ufficiale. Con la quale vorrebbe andare a vivere definitivamente a Rio e riprendere a scrivere, liberandosi dalla dipendenza degli antidepressivi che ha preso abbondanti negli anni in cella. I suoi gialli sono stati tradotti in portoghese e gli amici non mancano. In questi anni hanno scritto a suo favore giuristi di sinistra e reduci dalla lotta contro la dittatura militare. Il leit motiv sempre lo stesso, la presunta equivalenza tra il terrorismo in Italia e la militanza contro il regime che governava il Brasile negli stessi anni. Battisti giura che non si occuperà mai più di politica. Per l'ex latitante, la terra che lo accoglierà diventerà comunque una grande prigione, perché non potrà mettere piedi fuori dal Paese pena il rischio di essere catturato dall'Interpol. Almeno fino a quando i suoi reati non verranno prescritti definitivamente anche in Italia, e non mancano molti anni.

La liberazione di Battisti ha avuto ampia eco in Brasile, con commenti in gran parte negativi sulla stampa. Poche parole, ed evasive, dal governo di Dilma Rousseff, che ha ereditato suo malgrado la patata bollente dal predecessore Lula. La Rousseff, in campagna elettorale, aveva detto di non essere d'accordo con la protezione a Battisti, ma oggi non può fare nulla contro la decisione del Tribunale supremo. «Le decisioni della Corte si rispettano e non si discutono», si è limitata a dichiarare ieri la presidente. Diplomazia assoluta anche al ministero degli Esteri, dove le dure reazioni italiane sono minimizzate. «Non esiste alcuna crisi tra i due Paesi. Questa è solo la percezione italiana», si è limitato a riferire un portavoce.


Rocco Cotroneo
10 giugno 2011



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La vedova di Monicelli contro la Binetti

Corriere della sera



Ricorso contro la senatrice. In Parlamento disse che il regista si suicidò per «l'abbandono da parte di tutti»


ROMA - Non ne ha mai parlato, eppure a Bangkok, lontana da tutte le polemiche, la vedova di Mario Monicelli, Chiara Rapaccini, si confida: «Adesso facciamo ricorso contro la senatrice Paola Binetti, che ha detto cose non dignitose sulla morte di Mario. Ne parlo solo ora, perchè l'atmosfera è quella giusta». La Rapaccini, per oltre trent'anni compagna di vita del maestro, scomparso lo scorso autunno, è nella capitale thailandese per la retrospettiva dedicata a Monicelli dal MovieMov Italian Film Festival ideato e diretto da Goffredo Bettini.


SCOLA INDIGNATO - La Binetti, dopo il suicidio di Mario Monicelli aveva giustificato il gesto come «una scelta di fronte ad un abbandono da parte di tutti», intervenendo in Parlamento. Una dichiarazione che aveva scatenato forti polemiche, a cominciare dal regista Ettore Scola, grande amico di Monicelli, che ha subito pensato ad una querela. «Ettore mi ha telefonato e mi ha convinto a reagire a parole così offensive e non vere. Io all'inizio ero titubante, ma poi ho pensato che fosse necessario». Così la querela contro la Binetti è partita «firmata anche da Francesco Rosi e mezzo cinema italiano - dice la Rapaccini -. Un gesto per ribadire che lei in Parlamento non poteva permettersi di dire queste menzogne. Mario non è stato mai abbandonato, è stato l'uomo meno abbandonato di tutto il mondo. Gli siamo stati vicini noi familiari, gli amici e i colleghi e soprattutto il rione Monti».

LA RIVOLTA DI MONTI - Le dichiarazioni della Binetti, infatti, avevano suscitato l'indignazione degli abitanti del quartiere Monti. «Quelle parole avevano colpito tutti, si sentirono offesi in tanti, soprattutto la grande famiglia di Mario: l'intero rione dove abbiamo vissuto da sempre, in via dei Serpenti». C'era un grande affetto nei confronti di «sor Mario«, il rione lo salutò commosso con la banda e le campane: «Il vinaio Giacomo, sotto casa, mi chiamava al telefono quando invece del solito bicchiere di vino ne prendeva solo mezzo. In trattoria gli facevano la minestrina quando lo vedevano un po' pallido. Ed è stato subito soccorso quando una volta svenne per strada. Il quartiere era molto protettivo nei suoi confronti e io ero tranquilla anche quando era da solo». Chiaro quindi che le parole della Binetti siano state sentite come accuse: «Volevano tutti partecipare alla querela - ricorda la Rapaccini - ma era impossibile portare 900 persone in uno studio legale». 

QUERELA RESPINTA - La querela però è rimasta sulla carta. «La commissione parlamentare l'ha respinta - continua amareggiata la Rapaccini - in virtù dell'impunità parlamentare goduta dalla Binetti, che aveva fatto quelle dichiarazioni non dignitose in aula. Ma gli amici di Mario e io non ci siamo arresi. E abbiamo già pronto il ricorso». A bruciare è proprio il fatto che le affermazioni della Binetti siano state rilasciate proprio in un luogo istituzionale: «Dopo il no del Parlamento, Scola s'è attivato di nuovo - annuncia la Rapaccini -. Mi ha chiamato e mi ha detto: dobbiamo fare assolutamente ricorso, questa cosa non può finire così. Non ci si può permettere di dire certe cose. Sappiamo che sarà difficile arrivare al nostro obiettivo, ma è una battaglia che deve essere combattuta in nome di Mario, che non sopportava le ingiustizie».



Carlotta De Leo
09 giugno 2011



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I 48 giorni del giovane colonello ubriaco

Corriere della sera

Così Hemingway presentò "Di là dal fiume e tra gli alberi": «L'idea mi venne in una nebbia alcolica»

di  MARZIO BREDA

MILANO - La voce è calda e robusta, profonda. Scandisce frasi brevi, in un inglese pulito. E’ stata riascoltata qualche settimana fa nel luogo dov’era echeggiata tante volte: l’Harry’s Bar di Venezia. Per chi ascoltava, l’effetto era straniante. Come se, per i nove minuti di durata della registrazione, nella sala fosse calato il buio e una piccola luce avesse illuminato unicamente il leggio di un attore e, insomma, come se l’io narrante si esprimesse per interposta persona. Solo che quella non era una recita e chi parlava — con timbro non falsificabile, alla stregua di una firma — era Ernest Hemingway, che in una serata degli anni Cinquanta aveva intrattenuto un gruppo di amici con la storia del suo «prossimo romanzo». Una tall tale, cioè un racconto paradossale, deformante e assurdo tipico di una certa tradizione dell’Ovest americano, che rovesciava le vicende di Di là dal fiume e tra gli alberi.


Protagonisti sono un colonnello di 18 anni che proprio all’Harry’s incrocia una contessa di 86, destinata però a uscire subito di scena, nascosta per lunghi giorni nei recessi della basilica di San Marco. E c’è una ragazza della quale l’ufficiale s’innamora e che sposa, Afdera, destinata a essere presto stroncata da un congenito vizio cardiaco, mentre il disperato coniuge si butta in laguna e nuota verso Chioggia fino a sparire. Trama concepita come scherzo letterario, perché allude ai veri personaggi presenti in Di là dal fiume..., invertendone ruoli e profili. Il gioco di identificazioni, gelosie e rivalità, che deve tener conto della geografia lagunare e delle conoscenze dello scrittore (ci sono Cipriani e il suo bar, un «prete nero» assiduo alla Finca Vigia di Cuba, Torcello), è trasparente. Il giovane colonnello è il soldato Cantwell del libro, vecchio e pieno di cicatrici, lui sì malato cardiaco tanto da morirne. E l’amata ragazza non c’entra con Afdera (vero nome della baronessa Franchetti, poi moglie di Henry Fonda, che in un’intervista all’Europeo si era vantata d’aver ispirato il romanzo), ma Adriana Ivancich.


E’ lei la «Renata» del libro — «la pelle pallida e quasi olivastra, un profilo che avrebbe colpito al cuore chiunque, i capelli bruni di fibra vivace, le gambe veneziane» —, la ragazza aristocratica sulla quale Hemingway, innamorato dell’amore, aveva fatto lievitare «un’atmosfera da nascita di Venere». La parodia a chiave sembra dunque una sorta di vendetta contro Afdera, sorella del grande cacciatore Nanuk, e di tutela verso Adriana, una «daughter» che al corteggiamento di «Mister Papa» concesse solo brividi platonici. Un risarcimento perché la Venezia di allora, bigotta e provinciale nonostante l’aria cosmopolita, le aveva fatto pagare con insopportabili pettegolezzi il sospetto che «l’amore in gondola» accennato in un capitolo celebre fosse veridico. Ma a leggere la trascrizione del monologo (recuperato da Gianni Moriani, docente alla Venice International University e ideatore di una recente mostra su Hemingway e il Veneto, e studiato da Rosella Mamoli Zorzi, americanista di Ca’ Foscari), altri indizi affiorano, di quello che fu definito un «romanzo dei presentimenti». Ad esempio, una vaga ansia di autodistruzione dietro i continui «let’s get drunk» dello scrittore, suicidatosi con una fucilata il 2 luglio 1961 a Ketchum, nell’Idaho. Qualche anno prima aveva scritto ad Adriana: «Se io morissi puoi far sapere a tutti quanto tenga a te e hai in mano lettere chiare per provarlo». Lei, forse per sgombrare anche l’ultima memoria, le aveva vendute per 7000 sterline da Christie’s. E il 24 marzo 1983 seguì la sorte di «Papa», togliendosi la vita a Orbetello.

09 giugno 2011(ultima modifica: 10 giugno 2011)

Il monologo-provocazione di Santoro: «Pronto a tornare per un euro a puntata»

Corriere della sera

 

Messaggio al presidente Garimberti: «Non ho firmato con altri, già da domani se volete se ne può parlare»

 

MILANO - «Se il Cda della Rai lo volesse, la prossima stagione io potrei continuare a fare questa trasmissione per un solo euro a puntata». Michele Santoro lancia la sua provocazione in un messaggio al presidente della Tv di Stato, Paolo Garimberti, aprendo l'ultima puntata di Annozero. L'ultima di quest'anno e forse anche del prossimo, perché il giornalista ha deciso di lasciare viale Mazzini. Ma, ha spiegato, «non ho ancora firmato con alcun editore». E visto che l'accordo di risoluzione del contratto prevede che lo stesso Santoro possa ancora continuare a collaborare con l'emittente pubblica, «se volete se ne può parlare già da domani».

 

L'ORGOGLIO RAI - Il monologo iniziale di Santoro è stato interamente incentrato sull'orgoglio dell'appartenenza alla Rai. L'orgoglio degli operatori di ieri e di oggi, degli autisti, degli impiegati. E di personaggi come Adriano Celentano, che pure da anni non riesce a condurre un programma sulla tv di Stato. Di qui la domanda: «Ma il Cda della Rai si sente della Rai?».

 

 

«IL SOGNO DI MIO PADRE» - Santoro ha ricordato di essere «figlio di un macchinista delle ferrovie che con il suo stipendio ha mandato 5 figli all'università». E l'ha fatto per precisare che «la dignità del lavoro viene prima di tutto perché è la condizione della libertà. Quando si attaccano quelli come me che sono arrivati dove sono arrivati essendo figli di un impiegato delle ferrovie non si fa altro che togliere il sogno a quelli come mio padre».

 

LE VICENDE LEGALI - Il giornalista ha poi ripercorso la vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto, l'allontanamento dopo il cosiddetto «editto bulgaro» e il reintegro da parte dei giudici, con i conseguenti ricorsi della Rai. «Mentre Annozero incassava milioni di euro di pubblicità - ha spiegato Santoro -, la Rai usava una parte di questi soldi per trascinarmi in tribunale».

 

«LA RESISTENZA E' FINITA» - Infine ha citato il procuratore Borrelli, evidenziando che «non si può continuare a resistere resistere resistere». Non lo si può fare, ha detto, «quando il tempo della resistenza finito. Ed è finito a Milano e Napoli perché la gente ha deciso di partecipare in prima persona. E' questo l'anno zero...». E ancora: «Io non voglio più essere in onda perché lo decidono i giudici. Se la mia andata via dalla Rai serve per evitare il bombardamento di tutto quello che fa grande il servizio pubblico - e Santoro cita tra gli altri i programmi di Dandini, Iacona, Gabanelli - , io preferisco andare via».

 

Al. S.
09 giugno 2011