domenica 12 giugno 2011

Mucche in strada Caduta a catena tra i ciclisti

La Stampa

 

Singolare incidente al giro del Delfinato, in Francia. Durante la penultima tappa due mucche hanno "invaso" la strada che stavano percorrendo i ciclisti, provocando una caduta a catena. Mikel Landa è stato il più sfortunato: nell'incidente si è fratturato la clavicola.

 

Referendom e imbrogli: ecco perchè è meglio non votare

Libero






Ho votato sì al referendum sulla responsabilità civile dei giudici il 9 e il 10 giugno 1985. Vinse il sì, all’80,2%. Ma è stato come avesse vinto il no. Sono passati 26 anni da allora e non un solo magistrato italiano è stato ritenuto civilmente responsabile dei suoi errori, come accade invece ogni giorno a medici, ingegneri, architetti e perfino a noi giornalisti. Ho votato sì il 18 e il 19 aprile 1993 all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Vinse il sì al 90,3%.

Il finanziamento l’hanno chiamato rimborso e ai partiti sono arrivati fondi pubblici sei volte superiori a quelli che prendevano all’epoca. Quello stesso anno ho votato sì alla abolizione del ministero dell’agricoltura. Si ottenne il quorum e vinse il sì al 70,2%. Ma è stato come avessimo votato no: hanno cambiato nome al ministero (Risorse agricole) ed è lì in piedi come se il nostro voto fosse stato carta straccia. I referendum italiani mi hanno sempre truffato, e con me (che conto nulla), hanno beffato milioni di italiani.

Non mi fregano più: dal 1995 non voto più nessun quesito che mi viene proposto. E non andrò a votare nemmeno questa volta, esercitando un mio diritto civico che ha la stessa dignità della scelta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano di recarsi alle urne. È un diritto costituzionale, legislativo, civico e politico profondo quello di astenersi al referendum. Tanto è che vengono previsti con pari dignità comitati per il sì, comitati per il no e comitati per l’astensione che hanno diritto ad essere rappresentati nelle tribune referendarie.

Astenersi è una scelta istituzionale di altissimo profilo. Una istituzione- il Quirinale- ha deciso di votare. Un’altra istituzione di non minore peso e dignità come la Chiesa italiana decise nel 2005 di astenersi e invitare gli italiani all’astensione nel referendum sulla procreazione assistita. Mi asterrò questa volta con le stesse altissime ragioni che rivendicò allora la Chiesa italiana: mi rifiuto di rispondere a domande malposte e truffaldine. E’ un mio diritto e lo considero anche mio dovere dopo tante amarezze che ho ricevuto da un istituto- quello referendario- che troppe volte si è rivelato beffardo. Io votavo in un modo, vincevo le elezioni e i perdenti decidevano al contrario, come pareva a loro.

Accadeva così non perché fossero tutti diabolici i governanti. Forse qualcuno era particolarmente furbetto, ma la verità è che il difetto stava nel manico: nel referendum stesso. Essendo possibile solo quello abrogativo, il testo della domanda a cui rispondere sì o no è quasi sempre un geroglifico. Si capisce poco o nulla e così lascia aperte tutte le possibilità di fuga. All’elettore la propaganda spiega che dirà un sì o un no a un tema, e non è mai vero. Solo il no è sicuro, perché lascia in piedi la legge che c’è non cambiando nulla. Tanto è che i due referendum che vengono sventolati per dimostrare la validità dell’istituto sono quelli sul divorzio e sull’aborto dove vinse il No, lasciando in piedi la legge esistente che era stata approvata dal parlamento. E’ quando si chiede un sì che si cela sempre l’inganno. Questa volta più che mai.

Già l’impostazione di base di ciascuno è grottesca. Si chiede di votare sì per dire no al nucleare. Solo da questo dovrebbe essere chiaro come la domanda sia malposta. Poi ti leggi le norme che dovresti eliminare dicendo sì per dire no. E non capisci più nulla. Per dire no al nucleare dovresti dire sì all’abrogazione di un comma di legge che dice che il nucleare per il momento non si farà. Se abolisci quello, allora significa che il nucleare si può fare domani. E lo faranno come sempre è accaduto quando votavi sì per dire no e i governi poi trasformavano il tuo no in sì. Siccome non mi racapezzo, l’unica posizione dignitosa è rifiutare quella domanda. Non andrò a votare.

Propongono di votare sì per votare no alla privatizzazione dei servizi pubblici, compresi quelli idrici. Per farlo dovrei abrogare un articolo della legge Ronchi del 2008. Ma i servizi pubblici venivano privatizzati anche prima del 2008. Quindi lo saranno ancora come prima. Domanda truffa, la risposta ancora una volta è destinata ad essere una fregatura. A questo voterei no, ma il mio no è inutile perché tanto anche se vincesse il sì non cambierà nulla. Non voto, non mi faccio prendere in giro così.

Altro referendum, la tariffa idrica disposta da un decreto legislativo del 2006. Mi dicono di votare sì per non pagare più l’acqua che è un bene comune. Naturalmente è una bugia. Perché abrogando quella norma ci sarà un vuoto legislativo. Bisognerà fare una nuova legge per stabilire quale sarà il corrispettivo da pagare per l’acqua che userò. Intanto una cosa è sicura: pagherò l’acqua. Dicono che se voto sì però non farà fare speculazione ai grandi gruppi privati che chiedono un 7% di remunerazione del capitale investito negli acquedotti.

Bene, ammettiamo che i servizi idrici siano gestiti tutti dai comuni, pubblicissimi. Se quelli devono riparare gli acquedotti, dove prendono i soldi? O direttamente da me con le tasse, o dalle banche con un prestito. E quale banca regala soldi ai comuni? Glieli presteranno a meno del 7% di interesse? Praticamente mai. E chi paga quel 7% di interesse ai comuni? Io. Con la bolletta o con le tasse comunali. Anche questo referendum è una fregatura assoluta. Dovrei votare sì per dire no alla bolletta che mi manderanno tale e quale a casa. Mi rifiuto di votare. La domanda è una truffa.

Resta il quarto referendum, quello sul legittimo impedimento. Questo è un po’ più chiaro. Se voti sì, è come votare no al fatto che Silvio Berlusconi possa usare quella legge. Piccolo particolare: la legge scade l’8 ottobre, non più rinnovabile. E i tribunali fanno più di un mese di ferie d’estate. Se vince il sì forse freghi Berlusconi in un’udienza. Valeva la pena di spendere cento milioni di euro per fare questo referendum che vale un giorno solo se passasse il sì? Non voto, perché è una presa in giro. Gli lascio la scheda, che magari la possono riciclare e lo Stato risparmia qualcosina di questo spreco. Ah, venerdì mattina ero in una trasmissione tv insieme a Davide Sassoli, del Pd.

Quando ho fatto questa obiezione, ha replicato: “però questo referendum ha valore politico. Gli italiani sono chiamati a dire sul legittimo impedimento se vogliono che la legge sia uguale per tutti o preferiscono privilegiare qualcuno”. Ho guardato Sassoli in faccia. Fa l’europarlamentare. E’ protetto da immunità sia per tutto quello che dice sia di fronte a ogni reato: nessun giudice può mandarlo a processo se l’Europarlamento non lo autorizza, e l’Europarlamento non autorizza mai. Berlusconi di fronte a lui è un  poveraccio. Ho riguardato Sassoli e in quel momento ho capito Beppe Grillo: “A Sassò, ma vaffa…”.

12/06/2011







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Il cacciatore di tesori che vuol ritrovare Bin Laden

Corriere della sera


Bill Warren ha scoperto più di 200 relitti. Ora lancia una spedizione per cercare il corpo dello sceicco del terrore



Bill Warren
Bill Warren
WASHINGTON – Bill Warren, nella sua vita di cacciatore di tesori, ha scoperto più di 200 relitti in fondo al mare. E ora si è messo in testa di trovare qualcosa di più complicato: la salma di Osama Bin Laden. Tra qualche settimana, Warren lancerà una spedizione nel Mar Arabico e userà l’India come base di partenza.

«NON CREDO A OBAMA» - Il cercatore ha dichiarato ai media di “non credere al presidente Obama” e alla versione raccontata dalle fonti ufficiali: “Sono un patriota. Faccio questo per il mio paese e per il mondo. Voglio conoscere la verità su quanto è avvenuto”. In base alla ricostruzione del Pentagono i commandos della Marina hanno trasferito il corpo del capo terrorista su una portaerei e dopo una cerimonia funebre hanno lanciato la salma in mare. Warren sostiene che spenderà 400 mila dollari per le prime due settimane di ricerche. A questa somma si aggiungono il noleggio di un battello in India per 10 mila dollari al giorno e quello di un minisottomarino (mille dollari). Il cacciatore di tesori ha spiegato che la storia fornita dalla Casa Bianca non è convincente. I suoi dubbi sono stati rafforzati da quanto le ha raccontato la sua ragazza russa. “Nel mondo dell’intelligence moscovita – ha precisato – ritengono che Osama sia ancora in vita”. Un’osservazione che ha suscitato qualche ironia sulle tv che però hanno dato notizia dell’iniziativa di Warren. Per il cercatore la Casa Bianca avrebbe dovuto diffondere le foto del cadavere di Bin Laden come è stato fatto in passato “con i banditi Billy the Kid e John Dillinger oppure con Saddam Hussein”.


12 giugno 2011



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Le ragazze Bira & calippo un anno dopo: «Ormai si sono dimenticati di noi»

Corriere della sera

 

Fama breve: «Adesso pensiamo a studiare». Debora: non sto più nemmeno su Facebook; avevo 5 mila amici, troppo stress. Romina: in spiaggia solo dopo gli esami

 

ROMA - La serie completa di Harry Potter. E poi «Io non ho paura» di Ammaniti, «Il piccolo principe» di Saint Exupery e anche «I segreti della break dance», consigli pratici per non sfigurare sulla pista da ballo. Ecco le ragazze «bira&calippo» che non t'aspetti. Un anno dopo il successo del video con la loro intervista diventata un cult su Youtube, si presentano senza un filo di trucco e con qualche libro letto in più. Sempre in bilico tra sfrontatezza e aria naif, ma più accorte nel parlare.

 

 

Meno trash romano, maggiore attenzione a come si coniugano i verbi. Magari è solo l'effetto dei mesi trascorsi sui banchi di scuola. Per la sedicenne Romina c'è stata la conclusione del primo anno all'istituto tecnico per il turismo. Debora, di 15, invece tra qualche giorno avrà l'appuntamento con l'esame di terza media. Studia da privatista, a casa, «due o tre ore al giorno» da qualche mese. Pare sinceramente preoccupata: «Un pò de paura ce l'ho, però ce la metto tutta». Non sembra dica bugie: «Certo, se avrei più tempo...», sbotta a un tratto. Ma si ferma subito, ruota gli occhi e si corregge ridendo: «No, volevo dire se avessi più tempo...».

Dal giorno del videocult su Sky, con quei circa 60 secondi di intervista balneare sulla spiaggia del Faber beach di Ostia che hanno fatto il giro del mondo, è passato un anno. Slang capitolino che ha furoreggiato su Youtube, anche nella versione remix ballata nelle discoteche di mezza Italia: «Sì me so pijata er calippo...», «vado a fa la doccetta là perché dopo pizzica tutto......», «poi ar mare uno se deve divertì, se deve...», «sto a fa 'a colla».

Adesso incombono le interrogazioni in geografia, storia e italiano. Di sicuro Debora non farà il ripasso utilizzando il vocabolario della Treccani. Con la casa editrice che rappresenta uno dei templi della cultura nazionale, le due ragazze di Ostia hanno in corso una causa. D'accordo con i genitori, l'hanno avviata dopo aver saputo di essere state citate indirettamente nel divertente spot che reclamizzava il dizionario universale, usato come cuscino per prendere più comodamente il sole.
Ma ad interpretare lo sketch in spiaggia - tutto giocato sulla difficoltà di risolvere un cruciverba con «birra» come parola chiave - sono state due attrici che hanno ripreso modi e gergo delle «calippo's girls». «Era meglio se avessero chiamato direttamente noi, l'originali. Nun se fa...», scrolla la testa ancora offesa Romina mentre sorseggia una bibita in un baretto di via Cavour.

 

 

Sono le 16, l'appuntamento è proprio qui, a due passi dall'uscita della linea B. Romina e Debora sono arrivate assieme prendendo bus e metro, una da Tivoli e l'altra da Ciampino. Nell'Urbe affollata dai turisti, nessuno fa caso a queste due adolescenti vestite come tante, minigonna, maglietta e infradito. Passano inosservate, nonostante le numerose ospitate in tv di questi mesi, da «Chiambretti night» a «L'arena», dove sono state chiamate da Massimo Giletti. Tutto il contrario della scorsa estate, quando dalla biglietteria della stazione Termini alla fermata dello 062 che da Lido Centro porta in spiaggia era un susseguirsi di gente che le fermavano per un autografo, una foto assieme, un complimento.

Adesso per Debora e Romina c'è il futuro, chissà quanto uguale a quello delle loro coetanee. Stando a quel che accade in classe si direbbe di si. «Mi trattano tutti come una qualunque: non mi dicono niente, forse perché sono più piccoli», spiega Romina, appena un filo di trucco. Debora invece ha fatto un corso professionale per acconciatrici, «è durato un paio di mesi. Dopo l'esame di terza media deciderò se continuare. Ancora non lo so». Dice di essere preparata per la prova che l'attende a scuola. «La mia insegnante di italiano mi ha fatto scrivere anche un tema sulla mia esperienza, una specie d'esercitazione».
In quelle tre paginette Debora ha infilato tutto, pure la lite con Giada, la sua ex migliore amica che aveva «corcato de botte» alla stazione dell'Anagnina dopo un malinteso dovuto alla popolarità esplosa d'improvviso. «Ah, te ora sei diventata quella der calippo e te scordi de me...». Mesi dopo il manesco confronto c'è stata però la riappacificazione: «Se semo chiarite e adesso andiamo d'accordo».

Debora non sta più su Facebook, dove aveva oltrepassato «quota 5 mila amici», il limite oltre il quale si diventa «vip». «Troppo stress: m'ero stancata, mi scriveva un sacco di gente e non ci capivo niente. Così mi sono tolta. Inoltre mi si è rotto il computer e non mi va di aggiustarlo. Si vede che era destino...». Romina invece è spesso online. «Mi diverto, ma chatto solo con quelli che conosco davvero. Che alla fine sono pochi». E la spiaggia di Ostia? Le «Calippòs girl» ci torneranno assieme, ma solo dopo l'esame di Debora. Ed ecco quel che le suggerisce Romina: «Amò, nun te fa boccià. Così poi annamo ar mare. In fondo uno se deve pure divertì, se deve».

Alessandro Fulloni


12 giugno 2011

Oscenità che offendono Roma

Il Tempo


Ha ragione Alemanno. La Capitale è tollerante. Anche per questo avrebbe meritato il rispetto delle decine di migliaia di gay giunti in città per l'Europride.


Ha ragione Alemanno, Roma è tollerante. Anche per questo avrebbe meritato il rispetto delle decine di migliaia di gay. Non ci va nemmeno di sottovalutare le contestazioni alla Polverini. Forse si tratta di piccoli gruppi che non hanno capito l’importanza di quella adesione. Ma che rappresentano una spia pericolosa di un sentimento diffuso in quella piazza. Di quanti non hanno tanto interesse alla caduta, come sarebbe giusto, delle discriminazioni per le proprie scelte sessuali. Preferiscono il ghetto e la provocazione, scandalizzare, stupire e insultare. Per il piacere di essere diversi.

Non cercano solidarietà, non pretendono leggi giuste. Così quel corteo ha fatto il possibile per scavare un solco con la città. Felice solo di specchiarsi in se stesso. Non cercando consensi, alleanze o almeno tolleranza. No, il piacere e quello di dire le cose più offensive contro il Vaticano. Di mostrarsi nel modo più volgare possibile. Non sono graditi quelli che lanciano un ponte, chi vuole impegnarsi per abbattere le barriere. La manifestazione di ieri voleva essere di parte.

Omosessuali contro gli altri. Ma tutto questo a chi giova? I diritti dei gay da oggi saranno più garantiti? Poteva essere una grande occasione, è stata vanificata perché a casa sono rimasti la dignità, il rispetto degli altri, la sobrietà e l’educazione. Così diventa incomprensibile anche il senso di questo tipo di manifestazioni. Immaginate se dovesse essere indetto un corteo di eterosessuali, magari il 14 febbraio nel giorno di San Valentino con tanti cuoricini e innamorati mano nella mano. Ma a chi verrebbe mai in mente una cosa del genere? Sarebbe solo ridicola. Invece ora dovremmo applaudire a questa mostra di oscenità? E tanto per essere chiari, non perché a sfilare erano omosessuali, transessuali ecc...

Ma per il modo con cui si sono presentati. Una festa privata, fatta solo per loro che, nostro malgrado, ci ha coinvolti e ha visto offesi i nostri sentimenti più profondi, compresa la nostra fede religiosa nella città dove ha sede il Vaticano. Sappiamo bene che ci sono persone che trovano mille difficoltà per affermare una propria scelta sessuale. E che va rispettata. È giusto punire tutti i casi di omofobia. Ma qui parliamo di cose serie che possono offendere e ferire degli uomini o delle donne.

Quante volte un uomo, solo perché particolarmente gentile ed educato viene definito volgarmente «frocio»? E anche l’onorevole Concia ha dovuto sopportare una aggressione con la sua compagna. Problemi reali che testimoniano la necessità di avere norme penali specifiche e una vera cultura della tolleranza. Ma aiuta tutto questo il festival della provocazione a cui abbiamo assistito ieri? E le ingiurie, violente e volgari alla Chiesa cattolica e al Papa che scopo hanno? A innalzare nuovi muri. Ci sono scelte controverse come i matrimoni gay o la possibilità di adottare dei bambini. È giusto discuterne, ma è giusto rispettare anche chi considera la famiglia composta da padre e madre.

Definire satana chi la pensa in modo diverso aiuta forse il confronto? E soprattutto può convincere chi la pensa in altro modo? Sarebbe fin troppo facile dire: ma a quegli uomini vestiti da donna in modo scollacciato affidereste dei bambini? E li affidereste a quelle lesbiche che non si capisce perché debbano per forza vestirsi da prostitute per pretendere rispetto? Forse prima di sfilare avrebbero dovuto sentire lady Gaga, doveva essere lei la provocazione, rispetto agli altri è stata moderata e si è presa perfino dei fischi quando ha ringraziato Alemanno. I cortei hanno sempre un aspetto folkloristico, ma anche stavolta, come in passato si è superato il segno? Così quando tutti saranno tornati a casa ubriacati da volgarità e oscenità si può porre una domanda: ma che impressione avete lasciato nell’opinione pubblica?
 


Giuseppe Sanzotta

12/06/2011





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Contro Battisti il lutto al braccio della Nazionale

Il Tempo


Italiani indignati per la mancata estradizione del terrorista da parte del Brasile.


Cesare Battisti Caro Direttore, come la maggior parte degli italiani sono sinceramente toccato dall’esito della vicenda relativa a Cesare Battisti. Il fatto che il plurimo omicida possa restare impunito e libero a godersi le spiagge di Rio, perpetuando e moltiplicando il dolore di tante vittime innocenti,  costituisce una ferita per la parte più sensibile dell’individuo e della società, quella relativa ad un innato senso di giustizia.

Leggo, tra le varie ipotesi di reazioni, peraltro comprensibili, alcune assolutamente fantasiose e non attuabili concretamente, quali la rinuncia a partecipare ad eventi sportivi internazionali - tra questi il boicottaggio di mondiali di calcio - e atti relativi alle relazioni finanziarie e commerciali. Queste sono iniziative evidentemente più dannose per noi che per altri. Inoltre la nostra risposta, oltre naturalmente a coltivare in tutte le sedi legali e giudiziarie ogni tipo di istanza legale ulteriore, dovrebbe avere come obiettivo non il danneggiare ma il far capire e rendere consapevole il popolo brasiliano del misfatto di cui le loro istituzioni si sono macchiate.

A questo proposito, mi permetto in questa lettera di avanzare una proposta, certamente provocatoria, che potrebbe avere un forte significato simbolico. Propongo al nostro Ministro degli Esteri ed alla Federazione Italiana Gioco Calcio di compiere, fin da ora, i passi formali necessari per chiedere, (ed ottenere attraverso un procedimento che potrebbe non essere semplice), alle istituzioni sportive competenti, (la Fifa), l’autorizzazione a fare esibire il cosidetto "lutto al braccio", alla nostra Nazionale di calcio, qualora si qualificasse ai Mondiali brasiliani.

Questo gesto andrebbe motivato su un duplice presupposto: far capire al popolo brasiliano che è stato generato un lutto perché, in effetti, la decisione delle sue istituzioni "uccide la giustizia" e, di conseguenza, uccide di nuovo nel cuore del nostro popolo e dei familiari, le vittime degli atti di violenza compiuti da Cesare Battisti. Niente vieta che tale iniziativa possa essere estesa alle nostre squadre nazionali di altri sport tutte le volte che dovessero incontrare rappresentative del Brasile, sempre con l’obiettivo di far capire ad un popolo l’errore drammatico di chi li governa e non come gesto di ostilità verso una comunità meravigliosa ed amica.


 


Enrico Vitali

12/06/2011





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L'alta velocità ferma Grillo: indagato coi no Tav

di Mariateresa Conti


Per i Pm ha violato i sigilli dei giudici durante una manifestazione Nel mirino per danneggiamenti anche il leader anti Torino-Lione. I grillini contro i magistrati torinesi: "Se la prendono coi politici più in vista"



Le parole sono pietre. E mai come in questo caso van­no a braccetto. Sì, perché a braccetto, in Tribunale, an­dranno Beppe Grillo, comico­leader politico maestro di pa­role usate come arma contun­dente, e Alberto Perino, il ban­cario in pensione eroe dei no Tav della Val Susa,con specia­lizzazio­ne supplementare nel­l’organizzazione di sassaiole e azioni di disturbo per blocca­re il cantiere dell’alta velocità Torino-Lione. Il motivo? I pm della Procura di Torino hanno chiuso o stanno per chiudere alcuni filoni di indagine legati alle proteste contro la Tav. E così Grillo finisce nei guai per aver infranto la legge violando i sigilli, a dicembre del 2010, della casetta costruita dal mo­vimento alla Maddalena di Chiomonte come presidio contro il cantiere.

Il Bovè della Val Susa invece, l’eroe dei No Tav leader delle principali pro­teste contro il super-treno, per i carotaggi dell’autoporto di Susa bloccati nel gennaio del 2010, e per una simpatica iniziativa anti alta velocità re­cente, la sassaiola contro for­ze dell’ordine e operai, la not­te tra il 23 e il 24 maggio scorsi, per impedire l’avvio dei lavori a La Maddalena di Chiomon­te. Totale di pietre lanciate, a mano e con le fionde: 700, ol­tre 120 quintali. Et voila , giù la maschera. Nul­la come questa vicenda ripro­duce, plasticamente, quanto violenza verbale e violenza materiale a volte siano intrin­secamente collegate. «Non si tratta di incitare alla violenza, ma in certi casi la capisco più dell’ingiustizia», teorizzava Grillo nel 2004, quando era an­cora solo un comico genovese che attaccava tutto e tutti. Dal­la teoria dello showman, alla pratica del politico, con la fa­twa del gennaio 2010 contro l’Alta velocità («è un crimine contro l’umanità») e quindi con l’ingresso davanti a foto­grafi e telecamere nella caset­ta­presidio anti-Tav a dicem­bre del 2010. L’oggetto dell’in­dagine. Grillo era stato avverti­to dai carabinieri del fatto che la costruzione era stata posta sotto sequestro dalla magistra­tura in quanto abusiva.

Ma ri­sp­ettando il verbo degli uomi­ni di spettacolo, the show must go on , lo spettacolo deve conti­nuare, era entrato ugualmen­te, con tanto di baci e abbracci con l’eroe dei no Tav Perino. Altro che violenza, tuonano ora i suoi. Secondo i grillini to­rinesi Vittorio Bertola, Chiara Appendino e Davide Bono è stato solo un «atto politico di disobbedienza civile e pacifi­ca. Per ora- aggiungono- i ma­gi­strati hanno indagato solo al­cune delle migliaia di persone che hanno partecipato a que­ste manifestazioni, sceglien­dole tra quelle più politica­mente in vista, e questo viola il principio di uguaglianza da­vanti alla legge». Auto-assoluzione. Come quel­la che pronunciano per sé an­che i No Tav.

«Verrebbe da di­re – chiosano in un post sul lo­ro sito a commento delle ulti­me notizie – che il periodo in cui giungono questi avvisi di garanzia sembra pilotato (..) e che la magistratura usi questi fatti per giustificare, soprattut­to nello scenario, l’intervento di sgombero del presidio». Al Bovè Perino, portavoce e lea­der carismatico del movimen­to, e agli altri indagati con lui per i fatti dell’autoporto di Su­sa – tra loro esponenti di centri sociali e dell’area anarco-in­surrezionalista – vengono con­­testati a vario titolo invasione e danneggiamento di proprie­tà e terreni altrui. Invece l’ulti­ma iscrizione nel registro de­gli indagati di Perino & Co, quella relativa ai disordini di maggio che hanno bloccato per l’ennesima volta l’avvio dei lavori, sarebbe per danneg­giamento aggravato, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. Nel mirino, non tan­to il pur ingente lancio di sassi, ma il paradosso degli ambien­t­alisti duri e puri che dicono no all’alta velocità in Val di Su­sa e però non esitano a sradica­re gli alberi, e magari qualche pezzo di guard rail dell’auto­strada, per realizzare il blocco del cantiere.

«È giustizia a oro­logeria – ha commentato Peri­no dalle colonne della Stam­pa – i fatti sono accaduti oltre un anno fa ma casualmente la denuncia salta fuori proprio adesso, a pochi giorni dell’av­vio del cantiere di Venaus, quasi a voler insinuare l’esi­stenza di una saldatura tra li­ste civiche e antagonismo». Colpa dei giudici, dunque. Lo dice anche Perino. Lo dicono i grillini. E poi sarebbe il Cav quello fissato con le toghe...



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Dentro la casa-rifugio di Battisti

La Stampa



A San Paolo con Greenhalgh, l'avvocato dell'ex terrorista: «Cesare è nel mio appartamento, sta finendo il suo ultimo libro.
Ma scordatevi di parlare con lui»



PAOLO MANZO
SAN PAOLO

Avenida Higienópolis 148, appartamento 51. Se volete scoprire dove si trovi Cesare Battisti, ex terrorista per l’Italia ed ex attivista ora scrittore dovete andare in questa alberata e trafficata via del tradizionale quartiere della comunità ebraica di San Paolo, la metropoli che con i suoi 20 milioni di abitanti è la più popolosa del Sud America. “L’ultima trincea di Battisti” – scriveva così due giorni fa Fausto Macedo del quotidiano Estado de Sao Paulo – altro non è che la casa del suo avvocato Luiz Eduardo Greenhalgh, fondatore del PT di Lula e da sempre attivo nella difesa delle vittime della dittatura verde-oro. Al 148 di Avenida Higienopolis ci arrivo in taxi sabato pomeriggio, il sole sta per tramontare in questo freddo inverno paulistano.

Non ho la certezza che questa sia la casa-rifugio di Battisti che in attesa della regolarizzazione è ancora “clandestino” per lo stato brasiliano. Nella guida telefonica, infatti, il cognome Greenhalgh nel quartiere Higienópolis ricorre due volte. Provo a suonare e chiedo conferma se l’avvocato di Battisti abiti qui al gentilissimo portiere che con la testa fa cenno chiaro di sì. L’indirizzo è esatto. E subito chiedo ovviamente se può avvisare del mio arrivo. Nell’attesa comincio a scattare alcune foto quando mi accorgo che dall’appartamento 51, al quinto piano, un uomo mi osserva da dietro ad una tenda. Ci rimarrà fino a quando non ho finito.

Sembra davvero Cesare Battisti, ma è troppo lontano per averne la certezza assoluta. Poi il portiere ritorna “Aspetti qui nel salone di ingresso”. Quando all’improvviso l’ascensore si apre e davanti a me, in versione sportiva da weekend si presenta proprio lui, Luiz Eduardo Greenhalgh, per gli amici “O Leg”, l’avvocato di Battisti. Mi osserva incuriosito, ha gli occhi lievemente arrossati, probabilmente stava schiacciando un pisolino e l’ho tirato giù dal divano. Il sabato a San Paolo è sacro passarlo in famiglia, soprattutto nel fine settimana del 12 giugno che qui è il Giorno degli Innamorati. Mi scuso per l’“irruzione” e gli spiego anche che da due giorni so che sta ospitando Battisti. Greenhalgh mi scruta tra il curioso e l’enigmatico. Si vede dagli occhi che anche per lui la pressione dei media non deve essere poca cosa in queste ore. Alla fine si arrende, allarga le braccia e col sorriso mi dice «Si Battisti è qui sopra ma si scordi di parlare con lui. Al momento è sotto la mia protezione e l’indicazione è ferrea: nessuna intervista».

Neanche a Fantastico, il programma cult di approfondimento della Rete Globo. «Hanno insistito, assicurandomi di farmi vedere prima ciò che andava in onda. Ho detto di no. Sino a quando non si regolarizza la posizione di Cesare in Brasile si metta il cuore in pace. Ieri un giornalista della Folha di San Paolo, David, ha persino chiamato a casa, ha risposto mia moglie. “Vorrei parlare con Cesare” le ha detto in italiano facendosi passare per un suo amico. No, Battisti per ora non parla». È poi l’avvocato a farmi domande. Mi chiede come abbiano reagito in Italia. Io gli racconto che alcuni politici hanno addirittura proposto di boicottare i Mondiali di calcio. «Credo ci farebbero un grosso favore», sorride, «l’Italia è l’avversario più duro per il Brasile e la peggior vendetta sarebbe invece che voi vinciate il titolo a casa nostra».

E Battisti come trascorre il tempo a casa sua? «Gli ho consigliato di approfittare di questo tempo di clausura in attesa del visto per terminare il suo ultimo libro - risponde - gli mancano ancora 5 o 6 capitoli e questa potrebbe essere l’occasione migliore per concludere il suo lavoro». «Anche perché - aggiunge - nei prossimi giorni abbiamo un appuntamento con la casa editrice Martins Fontes che ha già pubblicato due suoi libri in Brasile, “Ser bambu” e “Minha fuga” per calcolare le royalty che gli spettano e firmare il contratto per il terzo libro. C’è già un’altra grande casa editrice di qui che si è fatta avanti per Cesare, è vero, ma non credo ci saranno problemi». Il problema però è che dopo 4 anni e due mesi di carcere, ed è comprensibile, Battisti adesso ha una voglia matta di uscire e mischiarsi tra la gente.

Come ha fatto venerdì quando, racconta piuttosto divertito Greenhalgh, «è voluto uscire da solo e, dopo essere recato in Praça da Sé, il cuore storico della città, ha imboccato Avenida São João e si è praticamente perso, all’Estação da Luz, l’antica stazione dei treni. Alla fine è stato costretto a chiamarmi e ho dovuto mandare il mio autista a prenderlo». Come se tornare in libertà non fosse una cosa che avviene in un giorno ma piuttosto un lento processo per tappe, non privo di disorientamenti. «Comunque non l’ha riconosciuto nessuno» precisa l’avvocato. Una giornata, dunque, intensa quella dell’ex terrorista dei Pac. «È perfino riuscito a parlare al telefono sia con le figlie e i parenti in Italia che con gli amici in Francia». Prima di congedarmi, intanto è già passata un’ora, riformulo la fatidica domanda: «Posso vederlo?». «Per il momento si deve accontentare di me o di vederlo dalla finestra», risponde quasi dispiaciuto Greenhalgh. Lo saluto con una stretta di mano e con la promessa di un’ arrivederci presto. Con Cesare Battisti.




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Manifestazione di Fli contro il Brasile ma il consolato è chiuso da due anni

Corriere della sera


Mestre. Una trentina di simpatizzanti hanno cantato a squarciagola l'inno nazionale e protestato davanti a un palazzo vuoto. Un anziano si è affacciato lamentandosi per le urla



La manifestazione di Fli a Mestre
La manifestazione di Fli a Mestre

MESTRE – Ore 10.15. Arrivano quasi puntuali con le bandiere di Futuro e Libertà, cantano a squarciagola l'inno nazionale con una mano sul cuore e l'altra lungo il fianco e alla fine recitano lo slogan: «Brasile, Brasile, la tua condotta è vile». La manifestazione di protesta dei futuristi e del sindacato di polizia contro la scelta del tribunale brasiliano di liberare Cesare Battisti nonostante la condanna a due ergastoli sembra riuscita. Sembra. Perché a un certo punto a qualcuno viene il dubbio e il panico serpeggia tra le fila dei futuristi.

Il consolato del Brasile sotto il quale la trentina di simpatizzanti di Fini ha deciso di protestare non c'è. Al civico 35 di via Piave, vicino alla stazione di Mestre, non c'è una targa, non c'è una bandiera brasiliana, non c'è un campanello e non c'è il console. Peggio: non c'è proprio niente già da due anni. Nel 2009 infatti il console brasiliano - persona gentilissima, dicono giù al bar - è sceso con le valige in mano e ha salutato tutti: baristi e negozianti. E dunque la vibrata protesta è stata fatta sotto la casa di un privato che, per sicurezza, dopo essersi sporto dal balcone, ha abbassato le persiane scuotendo la testa.



Al.A.
11 giugno 2011



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