lunedì 13 giugno 2011

Cgil, a Trento compare striscione anti-Camusso Espulsi diciassette iscritti

di Redazione


Contestata la segretaria nazionale al Festival dell'Economia: "Susanna, non ti abbiamo chiesto di fare sesso, ma di rifare il congresso Filt Trentino"




Trento - "Susanna, non ti abbiamo chiesto di fare sesso, ma di rifare il congresso Filt Trentino". Questa frase, scritta su uno striscione, è costata cara a diciassette iscritti alla Cgil del Trentino, espulsi per aver "leso l’immagine del sindacato". Le contestazioni contro la segretaria nazionale Susanna Camusso e il segretario provinciale Paolo Burli sono avvenute nel corso del Festival dell’Economia. La decisione è stata presa "concordemente" tra segreteria confederale della Cgil nazionale, segreteria della Cgil del Trentino e segreterie nazionali di Filt, Filcams, Fp e Spi, categorie cui appartenevano gli iscritti raggiunti dalle lettere di revoca.

La contestazione Già il 6 maggio scorso, in occasione dello sciopero generale della Cgil in Trentino, alcuni iscritti alla Cgil avevano lanciato delle uova verso il segretario provinciale durante il suo comizio. Quindi il 5 giugno, sempre a Trento, all’arrivo al Festival dell’Economia della segretaria Camusso, alcuni militanti della Filt del Trentino avevano esposto fuori dal Castello del Buonconsiglio lo striscione lungo una decina di metri. "Striscione giudicato indecente dalla Cgil del Trentino e nazionale - dice il segretario Burli - in quanto i richiami di natura sessuale erano palesemente lesivi della dignità non solo della prima segretario donna della Cgil, ma anche di tutte le altre donne che in Italia faticano quotidianamente, in famiglia e nei posti di lavoro, ad affermare il diritto al rispetto del genere femminile". Burli parla anche di "attacchi personali, provocazioni continue (la doppia s runica nel nome Camusso a richiamare le SS naziste), delegittimazioni a mezzo web, che duravano da molto tempo". I dissidenti respingono le accuse e per bocca di uno dei destinatari del provvedimento di espulsione, Fulvio Flammini della Filt, parlano di "un incredibile progrom attuato dalla segretaria provinciale e nazionali di categoria" e di "procedure anomale per le revoche all’iscrizione".



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Ciao Silvio», per il popolo di Facebook Berlusconi si deve dimettere

Corriere della sera

Chiuse l'urne si moltiplicano video, foto e slogan satirici che invitano il Presidente del Consiglio a lasciare


MILANO - «Ciao Silvio», «Legittimo Godimento», e «senti che bel vento». Che la Rete e i social network siano entrati come non mai nella vita politica del nostro paese ne avevamo già avuto prova durante le amministrative. A Milano per esempio, la maggioranza del popolo di facebook si era inequivocabilmente schierata con Pisapia, tra lazzi e sberleffi (ricordate i casi Red Ronnie, Sucate o Gigi D'Alessio?) .


LEGITTIMO GODIMENTO - Analogamente ora che siamo in tempi di referendum: se prima delle 15 di oggi, molti avevano cambiato il proprio profilo mettendovi «sì assortiti» e inviti al voto o nelle ultime ore si erano scagliati contro Maroni per avere annunciato il risultato «in anteprima», adesso il coro è unanime. Su Facebook il de profundis è per Silvio: video che lo invitano a prendere il largo, ironici «vaffanquorum» o appunto «Legittimo godimento». Il popolo della Rete insomma non ha alcun dubbio: questo referendum ha un netto valore politico.

Matteo Cruccu
13 giugno 2011

Urla «preti pedofili» alla processione I carabinieri lo bloccano: denunciato

Corriere del Mezzogiorno


Ischia, un uomo di 48 anni, accusato di «turbamento
di funzioni religiose del culto cattolico»



NAPOLI- Ha urlato «Preti pedofili, vergognatevi», e per questo motivo è stato fermato dai carabinieri e denunciato. Un ischitano di 48 anni si è rivolto contro frati e sacerdoti durante la processione di Sant'Antonio da Padova che si stava svolgendo ieri sera ad Ischia Porto. La sua invettiva sui «preti pedofili» gli è costata una denuncia.

CONTRO FRATI E SACERDOTI - L’uomo si trovava a bordo del suo motociclo e si è fermato attendendo il passaggio della processione. All’improvviso, alla vista di frati e sacerdoti, ha fatto partire gli insulti. Immediatamente è stato fermato dai carabinieri presenti e portato in caserma. Dopo essere stato identificato è stato denunciato dai carabinieri diretti dal capitano Andrea Zapparoli per «turbamento di funzioni religiose del culto cattolico».


13 giugno 2011





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Rai, Gabanelli e Fazio parlano di addio poi il Cda conferma i programmi di Rai3

Il Mattino


Bersani: amministratori infedeli pagheranno di tasca propria Udc: non fare interessi altrui. Idv: esposto alla Corte dei Conti


ROMA - Rai di nuovo nella tempesta dopo le parole di Milena Gabanelli, che ieri ha detto chiudendo Report «non so se ci
vedrete ancora», e la lettera nella quale Fabio Fazio annuncia l'intenzione di fare Vieni via con me altrove, denunciando ostilità e diffidenza da parte dell'azienda. Mentre si riunisce il cda per i prossimi palinsesti, l'opposizione attacca, sulla scia delle polemiche della scorsa settimana su Santoro e Annozero.

Il cda Rai questa mattina ha approvato i palinsesti autunnali, confermando i programmi di Rai3. Hanno votato a favore otto consiglieri, con l'astensione di Antonio Verro. Nei palinsesti figurano così Che tempo che fa, Ballarò, Parla con me e Report. Il dg Lorenza Lei avrebbe assicurato che per i programmi previsti verranno fatti i contratti necessari ad assicurare la messa in onda con la conferma dei cast. I palinsesti autunnali sarebbero sostanzialmente immutati. Sarebbe stato deciso di inserire nella seconda serata di Rai2, il mercoledì e il giovedì, una trasmissione su temi internazionali ed una su temi economici, entrambe affidate al Tg2. Il cda dovrebbe tornare a riunirsi giovedì alle 10.30.



Il dg Lorenza Lei avrebbe espresso disappunto per la lettera di Fabio Fazio, sostenendo che le trattative per il rinnovo del contratto con il conduttore sono a buon punto. Il dg avrebbe garantito tutti gli sforzi necessari per definire gli accordi il più velocemente possibile e avrebbe anche aperto, nel rispetto delle richieste del conduttore, alla conferma del cast della trasmissione della passata stagione.

«Non so se ci vedrete ancora», così Milena Gabanelli aveva salutato i telespettatori di Raitre nell'ultima puntata di stagione di Report, il programma che tra l'altro aveva proposto un esclusivo video dalla Libia sulle violenze delle truppe di Gheddafi agli insorti. «Abbiamo sempre sperato, pensato di essere una risorsa e non un problema», ha concluso la giornalista.

Non si vedrà in Rai una nuova edizione di Vieni via con me, ha scritto Fabio Fazio a Repubblica, spiegando che la decisione è arrivata dopo «l'indifferenza e l'ostilità da parte dell'azienda, evidente fin dal primo momento. Ho deciso di non correre più un simile rischio professionale» e «che non sono più disponibile a ripetere l'esperienza di Vieni via con me in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l'entusiasmo e la condivisione del progetto, il pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme».

Fazio lamenta di avere ricevuto da tempo la riproposta da parte di Ruffini per Che tempo che fa e Vieni via con me, ma «da sei mesi aspetto una decisione. Nel mio caso l'accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia a garanzie minime e indispensabili». Garanzie (come quelle di potersi avvalere della collaborazione di Gramellini e «dell'irrinunciabile» Luciana Littizzetto) che al momento non sono ancora arrivate. Intanto circola ogni tipo di indiscrezione sui giornali e si sentono «definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora offensive e inaccettabili».

Fazio riferisce di aver scritto al direttore generale, Lorenza Lei, per il momento senza avere risposta, chiedendo «che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera? Quale colpa ci viene imputata?. Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito sospiro di sollievo. Non so come andrà a finire ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il pubblico di Rai Tre ci trovi puntuali in onda all'inizio dell'autunno».

Bersani: gli amministratori infedeli pagheranno di tasca propria. «Davanti a vicende come quella che oggi racconta Fabio Fazio c'è da trasecolare. Una vicenda che si aggiunge ad altre già avvenute o annunciate. Credo che davanti a personaggi che non sanno nemmeno che cosa significhi il valore del pluralismo o il rispetto per il pubblico valga ormai un solo argomento. Attenzione. Chi con perfetta cognizione di causa toglierà valore all'azienda pubblica che deve provvedere a promuovere e tutelare, pagherà di tasca propria. Lo prendo come impegno mio e del mio partito per oggi e per domani - dice il segretario del Pd - È tempo infatti di ricordare che l'amministrazione infedele di un patrimonio pubblico consuma il peggiore dei tradimenti. Il modo per garantire assieme pluralismo e risultati aziendali è aggiungere e non togliere; è questa in sostanza la ricetta di Fabio Fazio. Ed io sono d'accordo con lui».

Rao: «Le voci dei maggiori protagonisti dei programmi di approfondimento e di informazione più visti della Rai devono essere ascoltate. Dopo il clamoroso e ancora irrisolto caso Santoro, Gabanelli e Fazio parlano apertamente di abbandonare l'azienda e di clima ostile - dice il capogruppo dell'Udc in commissione di Vigilanza Rai - Oggi il cda si riunisce per approvare i palinsesti e non può permettersi una posizione ambigua per rispetto degli abbonati e una posizione incerta per i contratti pubblicitari che si devono chiudere. Il cda, a partire dalla maggioranza che ha inspiegabilmente disertato l'ultima riunione, e il direttore generale in questo momento cruciale per la vita dell'azienda o si dimostrano all'altezza della situazione o tanto vale che ammettano di lavorare per qualcun'altro».

Orlando: «Prima hanno mandato via Santoro, recordman di ascolti, ora ci provano con Fazio, Gabanelli e Dandini. La Rai, sotto dettato di palazzo Chigi, sta mandando via i migliori professionisti che fanno prodotti di qualità, con grave danno economico per l'azienda in termini di introiti pubblicitari e per i cittadini che saranno sempre meno informati - dice il portavoce dell'Italia dei Valori - Sono gli ultimi colpi di coda di un premier che non tollera la libertà d'informazione e i giornalisti con la schiena dritta. L'Italia dei Valori ha già presentato un esposto alla Corte dei Conti affinchè le ingenti perdite economiche dell'azienda, dovute ad una gestione insensata e succube dei diktat di Berlusconi, siano pagate dai dirigenti. Rivendichiamo con orgoglio che il nostro è l'unico partito che non ha mai partecipato ad una logica lottizzatoria delle poltrone Rai e chiediamo che tutti facciano un passo indietro in modo che l'azienda torni ad essere dei cittadini che pagano il canone. Per questo motivo appoggiamo una riforma nella quale sia prioritaria la difesa dell'articolo 21 della Costituzione, che impedisca ai dipendenti del servizio pubblico di essere costretti a vendersi per un piatto di lenticchie o a fuggire, dato che siamo stati i primi a proporla».

Lunedì 13 Giugno 2011 - 12:29    Ultimo aggiornamento: 14:17




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L'ultima di Battisti: ho paura che mi uccidano

di Redazione


Prima intervista del terrorista dei Pac a un giornale brasiliano: "Speriamo di poter voltare la pagina degli anni '60 e che tutto possa essere risolto in altro modo, senza vendette tardive". Il Correrio Operaio: pericolo per Battisti ora che non è più controllato dalla polizia




Brasilia - "Speriamo di poter voltare la pagina degli anni '60 e che tutto possa essere risolto in altro modo, senza vendette tardive". Lo ha detto Correrio Operaio la notte tra mercoledì e giovedì scorso, quando è uscito dal carcere, rispondendo alla domanda del giornalista che gli chiedeva il significato della sua liberazione.

L’esperienza della libertà "è ancora confusa, anche se spero che sia la fine degli anni di fuga", ha aggiunto Battisti. Subito dopo essere uscito di cella - precisa Correio Operario - Battisti "ha evitato di parlare con la stampa borghese che in questi quattro anni ha mentito sulla sua vita e militanza", accolto invece "dalle persone che hanno difeso la sua causa e liberazione". "Per la prima volta fuori dal carcere dal 2007", Battisti si è d’altra parte trovato "tra l’euforia e la confusione, senza vigilanza permanente della polizia", ha aggiunto il Correio, che ricorda inoltre i rischi di un "regolamento di conti" da parte dei nemici "del movimento rivoluzionario degli anni ’60 e ’70". 





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Seggi in spiaggia e schede ai morti: ecco il grande caos del voto all’estero

di Stefano Zurlo


Dai Caraibi al Belgio, più di 3 milioni i connazionali coinvolti, frequenti le irregolarità. E a decidere saranno i giudici



Milano

È la solita storia. Le schede adagiata sulla sabbia soffice di qualche spiaggia esotica. I quesiti referendari che inseguono i morti e dimenticano i vivi. Foto e testimonianze raccolte nei cinque continenti documentano una situazione da Terzo mondo. O quasi. Il voto degli italiani all’estero diventa anche in questa tornata un rebus di difficile soluzione. Sulla carta i nostri connazionali chiamati alle urne sono 3 milioni e 299.305. Ma la realtà è un’altra cosa: pacchi di schede che non arrivano a destinazione, liste stravecchie, manco fossero cognac, in cui compaiono persone defunte da anni e anni. E poi un atteggiamento, chiamiamolo così di disinvoltura globale, dal Belgio a Santo Domingo.

Il punto è che si vota, anzi si è già votato (fino al 2 giugno), per corrispondenza. Non esistono i seggi, non esistono le urne, non esiste niente di niente. Solo la buona volontà. E allora può succedere di tutto, come documenta la foto scattata a fine maggio a Santo Domingo, meta ambita dall’industria delle vacanze. Come si vede, il signore in questione, in costume, ha piazzato le schede su un tavolino, vicino a un mazzo di carte e a qualche boccale di birra. Siamo in un chiringhuito, uno di quei chioschi in cui si può mangiare e bere in allegria. Ma il chiringhuito è stato eletto anche a seggio volante. Il voto è, senza ironia, trasparente: basta dare una sbirciatina per conoscere gli orientamenti del vicino, in bermuda e infradito. Altro che privacy. Altro che cabine sicure, in cui non può entrare nemmeno un telefonino.

«È caos mondiale - spiega il direttore del portale Italia chiama Italia Ricky Filosa - dalle Americhe all’Australia si parla di forti irregolarità ed errori grossolani: plichi mai arrivati o arrivati a persone morte e sepolte. Schede che arrivano a indirizzi dove ormai non abita più nessuno; e schede, che al contrario, non arrivano a chi avrebbe diritto ad esprimere le proprie preferenze». Esagerazioni?
I racconti confermano puntualmente questa analisi disastrosa. La signora Paola Buscemi ci porta nei dintorni di Bruxelles: «A fine maggio sono andata in Belgio, nell’abitazione dei miei genitori. Papà è morto nove anni fa e mamma da sei anni.

Bene, quando ho aperto la cassetta della posta ho trovato le buste con le schede a loro indirizzate. Questa vicenda mi offende: non si ha rispetto per chi non c’è più. Io quando papà è morto mi sono preoccupata di avvisare tutte le autorità, compreso il suo comune di nascita, in Sicilia. E la stessa cosa ho fatto quando è mancata mamma. Non solo: avrei potuto votare al posto loro, rimettere le schede nelle buste e spedirle indietro». Purtroppo la denuncia della signora Buscemi non è isolata. Le opinioni dei nostri connazionali rischiano di essere falsate da brogli, condizionamenti, sviste e ritardi della macchina burocratica. Di chi è la responsabilità? «La colpa maggiore - aggiunge Filosa - è dei comuni italiani: infatti, pur essendo l’elettore registrato all’anagrafe consolare, non è registrato all’Aire del proprio comune di residenza italiano».

Così può succedere di tutto, come in una commedia degli equivoci alla Plauto. E questa volta, pasticcio nel pasticcio, gli italiani in terra straniera hanno dato il loro parere su una legge, quella sul nucleare, che non c’è più. Un paradosso che arriverà fino in Cassazione. Il 16 giugno l’ufficio centrale della Suprema corte si riunirà e valuterà i molti ricorsi presentati con un unico obiettivo: non conteggiare ai fini del quorum quei 3 milioni e passa di voti potenziali ma ballerini. Così, a decidere le sorti dei referendum potrebbero essere i giudici. Come spesso succede nel nostro Paese.




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Bolzano, volantini del Suedtiroler Freiheit "Terroristi eroi, carabinieri torturatori", querele

Quotidiano.net




Bolzano, 13 giugno 2011

“Terroristi eroi, carabinieri torturatori”. Verte su questo tema la nuova provocatoria campagna contro l’italianita’ in provincia di Bolzano da parte di Suedtiroler Freiheit, il movimento popolare secessionista che chiede insistentemente l’autodeterminazione per l’Alto Adige e l’eventuale annessione al Tirolo austriaco.

Questa volta, oltre alla Procura della Repubblica del capoluogo altoatesino che ha avviato un’indagine per vilipendio alle Forze Armate, ad interessarsi direttamente sara’ il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri. Oggi nel corso di un vertice a Roma verra’ deciso come procedere e se sporgere querela per diffamazione.

Il partito separatista, che ormai costantemente attacca l’Italia e la sua popolazione presente in Alto Adige, capeggiato dalla ‘pasionaria’ Eva Klotz, figlia dell’ex terrorista Georg, ha pubblicato un manifesto con lo slogan: “1961-2011 Feuernacht Folternachte” (“”notte dei fuochi, notti di torture” - questa la traduzione in lingua tedesca”).

Sui manifesti, fatti stampare in gran quantita’ in occasione dei 50 anni del primo attentato terroristico anti-italiano, figura una fotografia in bianco e nero dell’epoca della conca di Bolzano, in primo piano un traliccio dell’alta tensione abbattuto e l’immagine di Sepp Kerschbaumer, terrorista dell’epoca condannato ad oltre 15 anni di reclusione. Al centro la scritta, a fianco un berretto da carabiniere con accanto una macchia di sangue. Nel blog del sito web di Suedtiroler Freiheit figurano diversi commenti positivi della campagna promossa.

Eva Klotz, il suo “delfino” Sven Knoll (entrambi consiglieri provinciali) ed il responsabile del sito internet del movimento, Werner Thaler, finiti sul registro degli indagati della Procura, sostengono che i fatti di tortura sono documentati.

L’Arma sin da allora respinse le accuse di tortura e maltrattamenti sostenendo che i terroristi si procurarono da soli le lesioni. Su questa nuova vicenda etnica e’ intervento anche il presidente della giunta provinciale Luis Durnwalder che ha parlato di “accuse ingiuste ed infamanti ai carabinieri”.





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Vi dico perchè non andrò a votare

Quotidiano.net



Pubblicato da Giovanni Morandi Dom, 12/06/2011 - 06:00


NON ANDRÒ a votare e non lo dico per indicarlo come un esempio da seguire. Non è un esempio per nessuno, sia chiaro, è solo una mia scelta e lo dico per spiegare che non ci andrò per rabbia, per protesta, non ci andrò perché non mi piace essere strumentalizzato da chi usa i referendum non per le questioni di cui si occupano ma come grimaldello politico. E non mi si dica che la rabbia e la protesta non sono una scelta, lo sono eccome. E questo è il mio modo di esprimerle.

Non andrò a votare perché non vedo perché devo dire no al nucleare se il nucleare in Italia non c’è. Non capisco perché non ci sia, perché non averlo è una scelta suicida, perché è una scelta che pagheremo cara, che pagheranno i nostri figli, che pagheremo in termini di progresso e di benessere, di ricerca scientifica, perché non mi piace la compagnia di quelli che hanno paura della scienza, di quelli che impongono i tabù, di quelli che vogliono le frontiere al sapere, di quelli che se li avessimo ascoltati saremmo ancora all’età della pietra.

Non mi piace la compagnia di quelli che dicono: ho paura, non bisogna mai aver paura e soprattutto non bisogna aver paura della scienza. Non mi piace la compagnia degli scienziati che prima erano a favore del nucleare e poi per opportunismo politico, vedi Margherita Hack, sono diventati contrari al nucleare, vi sembra serio? Mi riconosco nelle opinioni di uomini come Veronesi che guarda con preoccupazione ad un paese che ha guidato la luce del sapere e che oggi in modo grottesco è ridotto a dire no a quello che ha già perduto.

Degli altri quesiti nemmeno parlo perché sono strumentali, vedi il legittimo impedimento, e anche l’acqua. Su questo punto avrei potuto votare sì contro le quote da destinare ai privati ma dicono che ci vogliono 120 miliardi di euro per sistemare la rete idrica nazionale e senza denaro si fanno solo chiacchiere.

In un primo tempo avevo pensato che avrei potuto votare almeno per i cinque referendum di Milano (dove oggi si voterà su 9 schede). Poi sono andato a leggere i quesiti. Ridicoli. Tipo, vuoi lo smog o l’aria pulita? Vuoi il verde o le colate di cemento? Vuoi che via Fatebenefratelli torni ad avere il Naviglio come era nell’Ottocento? Certo che lo vorrei ma ormai il guaio è fatto. E comunque se è possibile riportare alla luce i bei navigli, c’è bisogno di chiedere il parere ai milanesi? Si facciano a basta. Insomma magari ci sarebbe anche qualche questione su cui avrebbe senso esprimere un parere ma tutta questa giostra non mi piace e me ne sto a casa e non dico che dovete fare come me. È solo un affar mio e basta. Punto.




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E io invece perché andrò a votare

Quotidiano.net



IO INVECE andrò a votare perché ci sono sempre andata da quando avevo diciott’anni e non vedo perché dovrei, adesso che ne ho 54, smettere per far piacere a chi mi dice come devo vivere o che la mia presenza al seggio potrebbe dare una spallata al governo. Non scherziamo. Cresciuta a pane ed educazione civica come tutti quelli della mia generazione, ricordo ancora nitidamente con quale stupore ascoltai nel ’91 Bettino Craxi invitarci ad andare al mare invece che a votare per la preferenza

Naturalmente mi recai al seggio e votai no, scelta di cui sono convinta ancora adesso. E anche questo significa che chi vuole troppo interpretare le volontà dell’elettore (o chi gioca sulle sue paure) commette un grave errore, vedi i risultati delle ultime amministrative. Nel merito dei quesiti non voglio neanche entrare, tanto più che sono convinta che non vivrò abbastanza per vedere una centrale nucleare nel mio Paese. 

Lo faccio però per mio figlio, per i miei nipoti e per tutti quelli che verranno, perché di loro e di scelte importanti per l’ambiente, come quella della gestione dell’acqua, mi sento responsabile. Così come per i referendum sul divorzio e sull’aborto tante mamme, compresa la mia, che non avrebbero mai pensato di lasciare il marito o di interrompere una maternità (sono infatti la prima di quattro figli) votarono per darci questi importanti diritti civili. «Lo facciamo per voi, perché domani possiate essere liberi di scegliere», era il ritornello di donne che oggi hanno una certa età, ma che sicuramente domani mattina saranno di buon’ora al seggio, con i documenti giusti nella borsetta. Mi sento di condividerle. Del resto non ho scelta: mio padre l’ultima volta prima di morire andò a votare con l’ambulanza: non riusciva più a muoversi ma non intendeva rinunciare a quello che, come ci ha sempre inculcato, considerava un diritto-dovere, figuriamoci quindi se io posso mancare a questo appuntamento.

Quanto al pericolo di spallata al governo, non è un mio problema. Non è certo colpa mia se in questo Paese, da un po’ di anni a questa parte si respira sempre un clima di emergenza o se l’elezione di un sindaco diventa un test politico fondamentale. Per cui oggi andrò serenamente al seggio come ho sempre fatto, non per far dispetto a qualcuno, ma per esercitare un mio diritto. E spero che tanti facciano come me.







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La tragedia di Castelvolturno, la mamma: «Quella donna non ha protetto Mary» La rabbia degli immigrati

Il Mattino


di Claudio Coluzzi - Inviato

CASTELVOLTURNO - Il dolore per la perdita della figlia è comprensibilmente lacerante. Bose Atta, la mamma naturale di Mary, la piccola trucidata nel cortile della casa dove viveva col papà e la sua seconda moglie, il giorno dopo l’efferato delitto non riesce ad accettare quanto accaduto. Accusa la convivente del suo ex marito di non aver vigilato sulla bambina e al tragico omicidio fa da sfondo una controversia familiare al cui centro c’era, da anni, la povera Mary.

«Mi dovete aiutare a trovare la verità – chiede urlando mama Bose, seduta nel cortile della casa di una sua connazionale in via dei Diavoli dove è ospitata da alcuni mesi – voi italiani, mi dovete aiutare, perché io non credo che mia figlia sia stata uccisa come è stato descritto da tutti i giornali questa mattina».



In che senso non è stata uccisa come descritto, la dinamica dell’omicidio appare piuttosto chiara, la polizia ha arrestato Osuf con in mano ancora il bastone sporco di sangue...
«Tutti hanno visto Osuf trasportare il corpicino della mia bimba sulle spalle e scaraventarlo nel canale dei Regi Lagni. Nessuno, però, lo ha visto picchiare Maria. Lui è fuori di testa, ma da quando vive qui sulla Domiziana non è mai stato violento. E secondo me non lo è stato neanche con la mia bambina. Lui si trovava nel viale nel momento in cui qualcun altro l’ha picchiata. La stessa persona, poi, che vedendo Osuf nel viale gli ha chiesto di far sparire il corpicino della mia bimba».



In casa con Mary nel momento dell’omicidio c’era solo la moglie del suo ex marito, chi avrebbe potuto agire senza essere visto?
«Io voglio solo la verità. So che Osuf non è mai stato violento e che la moglie del mio ex marito non è la mamma di Mary. Una mamma avrebbe vigilato, non avrebbe permesso che un uomo estraneo entrasse in casa e facesse una cosa tanto orribile. Se fossi stato io con Mary, tutto questo non sarebbe successo».

Ma i dubbi della mamma di Mary cozzano contro la ricostruzione effettuata fino a questo momento dagli agenti del commissariato di Castelvolturno e della Squadra Mobile. È stato proprio il dirigente del commissariato a catturare, poco dopo il delitto, Osuf con in mano il bastone ancora sporco di sangue. Ed era agitato, incontrollabile, tanto che ha ferito pure il funzionario e altri agenti prima di essere bloccato ed arrestato.

Ad ogni modo il bastone con cui Mary è stata colpita verrà analizzato e si stabilirà se è compatibile con le lesioni inferte alla poveretta. A quel punto sarebbe più complicato pensare che un’altra persona abbia potuto commettere il delitto e poi affidare al ghanese psicolabile il compito di far sparire la bimba e lo stesso bastone.

Una cosa comunque è certa. Sembra che davvero nessuno abbia visto Osuf entrare nel cortile e colpire la piccola. Nè la convivente del padre nè altri testimoni. Lo hanno visto un attimo dopo, quando fuggiva con il corpo esanime della bimba sulle spalle.


(Ha collaborato Vincenzo Ammaliato)




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Roma, villini d'oro ai senzatetto sul Campidoglio scoppia la bufera

Il Messaggero


Raffica di esposti e interrogazioni alla Corte dei conti. Pd: con otto milioni in tre anni si poteva assistere il triplo delle famiglie




di Claudio Marincola

ROMA

Sulle case affittate a peso d’oro è bufera. In un colpo solo al sindaco e alla giunta comunale sono state recapitate 3 interrogazioni più un esposto alla Corte dei Conti. E non è detto che la Procura resti a guardare. Il caso che ha acceso la miccia è quello del Borgo del Poggio, un lussuoso «residence a 4 stelle» in via di Fioranello 186 con annessi campi da tennis e circolo ippico. Per ospitare nelle villette le famiglie in assistenza alloggiativa il Campidoglio spende di canone 2 milioni e 600 mila euro l’anno, circa 2250 euro a famiglia, gas, acqua e luce a parte. Cifra che potrebbe essere anche superiore se risultasse esatta la verifica dell’Agenzia del territorio per la quale gli alloggi accatastati sono 79 e non 96. Il Comune avrebbe pagato, dunque, in questo caso, per due anni il canone per 17 abitazioni inesistenti.

Con gli anni e in nome dell’emergenza il welfare per le famiglie bisognose si è trasformato in un business per i proprietari dei residence. Così che nel 2010 il Comune ha speso ben 33 milioni e 370 mila euro l’anno per dare un tetto a 1301 famiglie. Con un costo a persona è 842 euro al mese.

Che dire dinanzi a queste cifre? Il Campidoglio ricorda che si tratta di «un’emergenza ereditata dalla passata amministrazione». E che negli anni passati il costo era addirittura superiore. Un dato che contrasta con l’inchiesta condotta nel 2008 da due esponenti del Pdl, l’attuale deputato Marsilio e il consigliere comunale Santori, entrambi allora all’opposizione. Attaccarono la passata giunta sostenendo che ogni anno venivano sperperati 24 milioni di euro per l’emergenza-casa, pari a circa 1660 euro per famiglia. Chi ha ragione?

L’assessore alla Casa, Alfredo Antoniozzi ha dato mandato ai suoi uffici di verificare i dati catastali. «Non ha dubbi sull’operato» del direttore di allora, poi dimissionario, Raffaele Marra, «persona al di sopra di ogni sospetto». Ma vuole capire se in questi due anni è stato pagato l’affitto a vuoto per quei 17 alloggi. Spiega: «Il ricorso ai residence in mancanza di una politica abitativa a basso costo è stata purtroppo una drammatica necessità Il piano regolatore che ha cancellato le case Ater non ci ha lasciato altra scelta». «Con il piano casa realizzeremo 27 mila abitazioni - continua Antoniozzi - e con le aree extrastandard 1000 abitazioni popolari e altre 1500 a riscatto in housing. Inoltre stiamo per acquisire l’immobile dell’ex ente Cellulosa e carta, 25 mila metri quadri da destinare all’accoglienza temporanea».

Non basta per placare l’opposizione. Stefano Pedica, senatore dell’Italia dei Valori chiede la testa di Alemanno. Si dice «disposto a manifestare con i movimenti di lotta sotto il Campidoglio e attacca: «Il sindaco si dimetta, ha passato il limite, a Roma ci sono 30 mila domande per alloggi popolari. Pagando 2256 euro al mese a famiglia Alemanno con una mano prende a schiaffi in faccia chi il dramma dell’emergenza abitativa lo vive da anni e con l’altra concede villini extralusso ai suoi amici di Casapound».

Athos De Luca, consigliere Pd osserva che «con 8 milioni di euro in 3 anni si poteva assistere almeno il triplo delle famiglie» e si dice pronto a presentare una denuncia alla Corte dei Conti. Il segretario romano del Pd Marco Miccoli chiede «chiarimenti» e definisce quella di Borgo del Poggio «un’oscura vicenda». «Roma - accusa Miccoli - è stanca degli scandali e dei soldi buttati da parte del Campidoglio di Alemanno». Il capogruppo Marroni parla di «palese fallimento del sindaco e dell’assessore part time», riferendosi al doppio incarico di Antoniozzi, parlamentare europeo. Nanni e Masini, entrambi consiglieri comunali Pd annunciano un’interrogazione urgente «per conoscere nel dettaglio i motivi che hanno indotto a procedere a trattativa privata nella stipula della convenzione e gli eventuali vantaggi che sarebbero derivati per l’amministrazione dalle offerte delle società». I due esponenti del Pd vogliono anche sapere «se l’ospitalità alle 96 famiglie ha comportato abusi di carattere edilizio».

Un’interrogazione al sindaco è stata presentata anche dal capogruppo dell’Udc Alessandro Onorato, per il quale «le politiche sulla casa non possono limitarsi a interventi emergenziali come affittare residence a prezzi esorbitanti». Critico anche il giudizio di Fabrizio Santori, delegato alla Sicurezza, che conosce bene il problema per essersene occupato ai tempi in cui era all’opposizione. «Sulle emergenze di questo tipo non si deve speculare - ammonisce il consigliere del Pdl - con questi soldi si potevano realizzare appartamenti che ora sarebbero di proprietà del Comune». E ancora: «Basta con questi sperperi, se è necessario di rescindano i contratti».

La replica non si è fatta attendere. Roberto Cantiani (Pdl) risponde per le rime: «La sinistra farebbe bene a tacere». E per Domenico Naccari (Pdl) «l’opposizione ha una faccia tosta incredibile». Chiude il capogruppo Gramazio, «per il Pd è diventata una colpa risparmiare».


Lunedì 13 Giugno 2011 - 09:39




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Aiuto, mi si è rimpicciolito il genere umano

La Stampa


L’uomo di oggi più fragile degli antenati del Paleolitico

L’uomo di oggi più fragile degli antenati del Paleolitico. Lo studio: "Colpa dell’agricoltura e della vita comoda"



L'Homo Sapiens era più robusto e aveva un cervello del 10% più grande

Andrea Malaguti
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Involuzione. La specie umana ha camminato all’indietro trasformando il corpo in un involucro più piccolo e minuto. L’uomo di Cro-Magnon, 35 mila anni fa, era più possente di qualunque decatleta moderno. E così più in generale l’Homo Sapiens. Poi ci siamo ristretti. È successo tutto negli ultimi 10 mila anni. Anche il cervello si è ridotto del 10%. La stessa percentuale dello scheletro e dei muscoli. Fine di un mito popolare. Non è vero che di secolo in secolo siamo migliorati. Eravamo più forti e resistenti nel paleolitico.

La professoressa Marta Lahr, condirettore del Cambridge University’s Leverhulme Centre for Human Evolutionary Studies, si rigira tra le mani i resti di un teschio. Ha una voce metallica, che sembra arrivare da un’altra persona.
Biologa e antropologa, si tocca inconsciamente i capelli mentre spiega con la stessa distanza di un orologiaio svedese il senso della ricerca presentata alla Royal Society. «Gli esseri umani erano più alti e muscolosi. Lo studio dei fossili non è omogeneo, ma dimostra qual è stato il nostro cammino nel corso di oltre 190 mila anni. Il cambiamento è stato notevole. Non siamo cresciuti, ci siamo rimpiccioliti».

Le indagini sistematiche compiute sui resti umani ritrovati in Africa, Europa e Asia rivelano il percorso di restringimento, come se a un certo punto la natura avesse deciso che per sopravvivere era necessaria una struttura più agile e leggera. «I nostri antenati hanno crani con caratteristiche precise». I fossili africani coincidono con quelli israeliani o asiatici. La struttura di fondo è analoga, anche se alcune caratteristiche possono cambiare. «Ci sono etiopi con la bocca molto grande, per esempio, e popolazioni con la fronte decisamente larga e increspature dovute forse a un atteggiamento facciale perennemente accigliato - continua la studiosa -. Ma tutti erano più grandi noi, lo testimoniano anche le armi, gli strumenti musicali, gli oggetti di uso comune. Il cambiamento sostanziale è avvenuto negli ultimi 10 mila anni. La domanda banale da porsi è: perché? C’è anche una risposta abbastanza semplice, ma forse non definitiva: l’arrivo dell’agricoltura».

Basta caccia. L’uomo cambia strada. Scopre i campi e nuove forme di produzione. Una vera rivoluzione culturale. Che però non risolve completamente il quesito. Perché, avendo organizzato un sistema che consente di trovare il cibo con maggiore facilità, la specie si riduce fisicamente e psichicamente? Non è il cibo a renderci più forti e più grossi?

Amanda Mummert, antropologa della Emory University di Atlanta, ha appena pubblicato uno studio, riportato dal «Sunday Times», in cui sottolinea come le ricerche condotte su 21 organizzazioni sociali che hanno abbandonato la caccia per l’agricoltura dimostrano che l’altezza media è diminuita col cambiamento di stile di vita. Mentre sono aumentate le patologie. «L’impatto dell’agricoltura, accompagnato da un aumento della densità della popolazione, ha prodotto una maggiore diffusione delle malattie infettive e una diminuzione della statura - spiega l’antropologa -. Dal Medioriente all’Asia, dall’Africa all’Europa». Secondo la Mummert il fenomeno è legato a una mancanza di micronutrienti presenti nella cacciagione e assenti in agricoltura. «Anche se le calorie sono state abbondanti, vitamine e minerali decisivi per la crescita sono diventati insufficienti».

Problema risolto? In verità no. Chris Stringer, professore del Natural History Museum di Londra, ritiene che la risposta non sia completa. «Molte popolazioni hanno dovuto sviluppare una maggiore muscolatura laterale proprio per esigenze legate alla caccia. L’agricoltura non spiega tutto. Magari la vita sedentaria».
Resta poi la questione del cervello. La professoressa Lahr si lega i capelli neri dietro la nuca. «Abbiamo perso una porzione di materia cerebrale pari a una pallina da tennis. Forse dipende dal fatto che il cervello assorbe circa un quarto dell’energia prodotta dal corpo. Calando le dimensioni fisiche calano anche quelle cerebrali». Forse. Il collega Robert Foyer le appoggia una mano sulla spalla. «Siamo pezzi di pongo. La nostra forma e la nostra dimensione cambiano continuamente. Non è meraviglioso?».




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Lodovico Terzi: «Entrai nel Pci grazie a una domestica ladra di mia zia»

Corriere della sera

 

Scrittore, classe 1925. La Seconda guerra mondiale nell'esercito di Salò: «I partigiani hanno scelto, io no, appartenevo e basta»

 

C'è una magnifica sorpresa nella letteratura italiana recente. Ha 86 anni e si chiama Lodovico Terzi, autore di Due anni senza gloria (Einaudi). Un gioiello, lo definisce Goffredo Fofi nella postfazione. Per Carlo Fruttero, un capolavoro. Gli anni sono il triennio 1943-1945 e Terzi racconta la sua (non) partecipazione alla guerra. Tutto cominciò proprio da Fruttero, autore di un racconto realistico, ma fantasioso, sul suo amico Lodovico. Al punto che Terzi si è trovato «costretto» a ricostruire come sono andate davvero le cose. «Volevo - dice Terzi - che i fatti parlassero da soli, ho fatto questo esercizio di stile per vedere cosa poteva venire fuori da un argomento che di solito è materia di apologia o di autocritica». È la storia di un giovane di una famiglia della borghesia parmigiana, una famiglia vicina al regime pur essendo di tradizione liberale: dopo l'8 settembre, il ragazzo entra all'Accademia militare di Modena, per diventare sottotenente dell'esercito di Salò. Vorrebbe disertare per unirsi alla Resistenza ma rinuncia, assiste alla violenza delle milizie fasciste e alle vendette dei partigiani. In realtà, pur essendo intimamente antifascista, non si schiererà, restando sempre in quella che per Primo Levi fu la «zona grigia».


Un'autobiografia priva di retorica e di ipocrisie, che Lodovico Terzi, nella sua casa di Vigevano, ripercorre con voce pacata, seduto sul divano accanto a sua moglie Angela: «I partigiani hanno scelto, io no, appartenevo e basta, ho subìto una situazione e racconto i limiti entro cui sono stato disposto a subirla, fino al punto di andare a combattere gli angloamericani, non la guerra civile».
Non facile, però. Durante la perquisizione a una casa di contadini sospettati di nascondere delle armi, Terzi entrò in una camera da letto e si limitò a fumare una sigaretta senza mettere a soqquadro nulla. «Nel mantenere fermi i miei princìpi, sono stato aiutato dal fatto di appartenere all'esercito, che è molto protettivo e ti tiene al riparo dalle passioni». Ne muoiono tanti, in casa Terzi. Muore per un'emorragia cerebrale il papà, il 23 luglio 1943, due giorni prima della caduta del Duce: era segretario nazionale degli ingegneri, un'alta carica del regime. Moriranno sua madre e sua sorella sotto le bombe alleate. Morirà anche, vittima di un assalto partigiano, lo zio Osvaldo Sebastiani, che era stato segretario particolare del Duce. Il giorno stesso in cui sarebbe morta, sua madre scrisse una lettera al figlio: «Sii sereno e agisci sempre come vorrebbe il Papà».

 

 

Per non sconvolgerla, Lodovico abbandona l'idea di darsi alla Resistenza e decide di arrivare alla fine della guerra dalla parte sbagliata. «Mamma era una donna dalle grandi passioni. Soprattutto era fedele alla memoria di mio padre, fu un grande amore». Il sospetto è però che la fedeltà di mamma Terzi, che trattenne il giovane Lodovico, andò persino al di là degli ideali di suo marito: «Sono cose molto sottili: intanto, io per carattere non pretendo di aver sempre ragione. Ho la morale del soldato, che giusta o sbagliata sta dalla parte dell'esercito. Cedere a mia madre significava anche non avere un'alta considerazione di sé. Dire: se un nulla sta da una parte o dall'altra, è irrilevante, l'importante è che prevalga quella giusta».

 

Dopo sei mesi in un campo di concentramento, l'orfano ventenne Lodovico è prima a Massa, con il nonno, poi alla Normale di Pisa, dove incontra un ex compagno di collegio, Giulio Bollati, futuro direttore dell'Einaudi: «Giulio mi avviò al pensiero rivoluzionario ottocentesco e al marxismo, ma anche ai testi liberali di sinistra. Rimasi travolto dalla personalità straordinaria di Marx e dal grande affresco michelangiolesco della sua sociologia». Nel clima esistenzialista di quegli anni, Terzi decide di interrompere l'università e di andare a lavorare come spaccalegna in Lunigiana: «Ma non mi presero, perché avevo le mani da signorino. Dunque andai come istitutore a Parma, nel mio vecchio collegio». L'iscrizione al Partito comunista verrà con il soggiorno a Milano: «Mi avvicinai alla cellula di Porta Vittoria grazie alla domestica di mia zia, un'analfabeta che aveva anche il vizio di rubare. In casa del giovane avvocato Alberto Malagugini incontrai, tra gli altri, Lelio Basso e Giangiacomo Feltrinelli, un ragazzone esuberante e un po' esibizionista». Nel '49 Terzi, con l'arrivo di Bollati all'Einaudi, si trasferisce a Torino. Si arrangia con lavori di redazione e di editing esterni: «Entrai nel giro. Da giovane ero vivace e spiritoso, e mi invitavano volentieri a pranzi e feste». Di lì a poco Giulio Einaudi lo assume al commerciale. «Quando poi con la crisi mi trovai a dover tagliare delle teste di amici, chiesi che mi dessero una zona per vendere ai librai, ma non era il mio mestiere». Giulio Einaudi? «Si portava dietro la leggenda del tipo capriccioso che metteva gli uni contro gli altri. Ha avuto molta pazienza con me, ma io ero troppo diffidente».

 

Il grande amico Bollati? «Con Einaudi bisognava essere grandi cortigiani e lui lo era: il grande cortigiano è un maestro di cinismo e se lo sei il potente ti viene dietro». Italo Calvino fece il risvolto del suo primo romanzo, L'imperatore timido, 1963: «Sì, ma modificai un paragrafo che non mi piaceva». Fruttero racconta che Terzi subì un processo all'Einaudi quando seppero che aveva aderito alla Repubblica di Salò: «Carlo ha fatto confusione: in realtà non subii nessun processo. Nel '52 fui proposto nel direttivo di sezione come candidato, ma il giorno prima del congresso un compagno mi disse che si opponevano all'idea di eleggere un "ex repubblichino"... Tolsero il mio nome dalla lista dei candidati, ma al congresso salii sul palco e raccontai un pezzo della mia vita».
Lo scoglio fu superato nella commozione generale. La vera autocritica, Terzi la fa pensando a un altro episodio della sua lunga vita. Un giorno a Torino arriva una lettera del suo amico Alvaro, commilitone dei tempi di Modena: Alvaro se n'era andato tra i partigiani, mentre Terzi restò nell'esercito: «Mi lasciò il suo indirizzo perché voleva rivedermi, ma non risposi. Oggi non sarei in grado di spiegare perché. Era l'atmosfera della guerra fredda e temevo di trovarmi in tensione. Mi dissi: il passato è passato...». Ancora comunista? «Non sono più militante dal '56. Sul piano strettamente politico, oggi non ha senso definirsi comunista. Sul piano etico-politico sì, mi definirei comunista-liberale, cioè erede di due grandi culture e dei sentimenti che le hanno ispirate».

 

Patriota? «La mia patria è la lingua, comprensiva dei dialetti». Poi venne l'epoca delle traduzioni, di cui Terzi è un maestro: Stevenson, Swift, Defoe, Dickens. «Nel dopoguerra andai al mare ai Ronchi ed ebbi un flirt con una ragazza inglese, Elisabeth. Quando partì, le promisi di raggiungerla a Wimbledon e nel frattempo per migliorare il mio inglese zoppicante, decisi di tradurre L'isola del tesoro, ma persi la traduzione e molti anni dopo, quando l'Adelphi me la richiese, dovetti rifarla». Negli anni 80 arriva anche l'idea di fondare una casa editrice, la Gazza e Ceppo, un'insegna rubata al Circolo Pickwick: pagine scelte di grandi classici. Ora a Vigevano, Terzi legge e scrive. Vigevano è la città della sua seconda moglie, Angela: «La prima moglie mi ha lasciato in eredità un esercito di nipoti e io sono il patriarca della famiglia Sturani: per i miei ottant'anni ho invitato in un castello 50 nipoti, ne sono venuti 36».

 

Un giorno, Terzi ha fatto anche l'arbitro. Non su un campo da calcio, ma su un testo. Era un manoscritto di Fruttero e Lucentini: «Si parlava dell'inizio di un loro romanzo e mi dissero che scrivendo insieme non si schiodavano dalle loro posizioni: il primo preferiva una versione, il secondo un'altra. Decisero di farmi fare da arbitro. Lessi i due brani senza sapere chi fosse l'autore. Dissi la mia e la presero per buona». Ma più che fare l'arbitro, a Terzi piace nuotare, e si racconta che un giorno salvò Fruttero dall'annegamento: «Non solo lui, anche Lucentini, che era rimasto intrappolato in una corrente vicino a riva. Io il mare della Versilia lo conosco come le mie tasche e certi pericoli li vedo al volo».

 

PAOLO DI STEFANO
13 giugno 2011

Internet in valigia per i dissidenti: Gli Usa la «rete ombra» contro le dittature

Corriere della sera


Reti di telefonia fantasma, kit on-line portatile per collegamenti wireless. La Clinton sostiene il piano clandestino per sostenere le rivolte contro i regimi


MILANO - Lo hanno chiamato «Operazione Internet Invisibile», oppure «la Rete ombra». È un piano clandestino che non ha eguali dal tempo della Guerra Fredda, con l'unica differenza che i beneficiari saranno oggi e domani pacifisti e dissidenti disarmati. Si tratta di collegamenti internet e di telefonia mobile «fantasma», in modo da in giro nel mondo che, non a caso, appena possono colpiscono il dissenso bloccando la rete e le telecomunicazioni.

RETE ANTITALEBANI - Il Dipartimento di stato e il Pentagono hanno già speso almeno 50 milioni di dollari per creare una rete indipendente di telefonia mobile in Afghanistan, usando i ripetitori delle basi militari nel Paese. L'operazione è mirata a contrastare l'abilità dei talebani a spegnere le telecomunicazioni afghane ufficiali. Il governo americano, inoltre, sta finanziando la creazione di reti wireless nascoste per permettere agli attivisti di comunicare oltre la portata dei governi in paesi come Iran, Siria e Libia.

PORTATILE - Un altro progetto, forte di uno stanziamento di 2 milioni di dollari, riguarda lo sviluppo di «internet in valigia», una sorta di kit on-line, portatile, in grado di essere contrabbandata oltre confine e attivata per permettere comunicazioni wireless collegate alla rete Internet mondiale. I piani hanno ricevuto un'accelerazione dopo che il regime egiziano di Mubarak «spense» la rete durante le proteste all'inizio di quest'anno. Strategie usate, anche in queste settimane, dal governo siriano che ha cercato di arginare la diffusione della protesta e la mobilitazione dei dissidenti sospendendo Internet.

GLI AIUTI SECONDO LA CLINTON - A guidare questo nuovo corso della diplomazia americana, è il capo del Dipartimento di Stato, Hillary Clinton: «In giro nel mondo - ha spiegato - vediamo ogni giorno sempre più persone usare Internet, la telefonia mobile e le altre tecnologie, per dare più forza alla loro voce e alle loro proteste contro l'ingiustizia, e per realizzare le proprie speranze di libertà e democrazia. Siamo di fronte a un'opportunità storica per gli Stati Uniti di cambiare il suo concetto di aiuto. L'America è concentrata ad aiutare questa forma di dialogo delle persone tra di loro, delle loro comunità e dei loro governi con il resto del mondo»


Redazione online
13 giugno 2011






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Fazio e Saviano e l'addio alla Rai

Corriere della sera


In una lettera: «Problemi anche per la Littizzetto»



MILANO - «Da sei mesi aspetto una risposta alla mia volontà di continuare a fare la mia trasmissione in Rai: se non sarà possibile andrò a farla da un'altra parte». In una lettera inviata a Repubblica, Fabio Fazio descrive la situazione di stallo ed esprime preoccupazione per le «resistenze politiche» che impedirebbero al popolare presentatore di andare in onda la prossima stagione. «Da oltre sei mesi - dice Fazio - aspetto una decisione della Rai. Che cosa ha impedito o impedisce al precedente e all'attuale Direttore generale di rinnovare i contratti in scadenza di alcuni fra i protagonisti della tv pubblica? Nel mio caso, lo dico per sgombrare il campo da eventuali dubbi, l'accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia alle garanzie minime e indispensabili per continuare a svolgere il mio mestiere nello stesso identico modo in cui si è svolto sino ad oggi».

L'APPUNTAMENTO CON LITTIZZETTO - «Per questo - aggiunge Fazio - ho scritto l'altra sera d'impeto e di getto una lettera al direttore generale della Rai, Lorenza Lei, dalla quale non ho purtroppo ricevuto risposta. Il senso era quello di capire il perché, quale era e quale è il problema». «Ho chiesto di poter continuare ad andare in onda con "Che tempo che fa" sulla stessa rete, nello stesso orario e per la stessa durata, di poter continuare a gestire gli ospiti con l'autonomia che si deve riconoscere a un qualunque gruppo di professionisti della televisione, di poter continuare ad avvalermi della presenza di Gramellini, dell'appuntamento irrinunciabile con Luciana Littizzetto e naturalmente di Roberto Saviano. Queste garanzie non sono mai arrivate nonostante le mille rassicurazioni ricevute che promettevano il contrario.... "Domani; fra due ore; fra due giorni; a fine settimana; all'inizio della prossima..." e via dicendo. In queste ultime settimane invece mi sono arrivati solo inquietanti frammenti di intenzione che di certo non hanno contribuito a rasserenare il clima. Per non parlare delle notizie su di me, sul programma e su quelli che ne fanno parte, uscite sui giornali e mai smentite. «... Pare che il programma debba cambiare rete o essere ridotto nell'orario; pare che Luciana sia considerata eccessiva; sembra più opportuno rimandare l'ipotesi di una nuova edizione di Vieni via con me e cose del genere...».

LE SCELTE - «Nella lettera che ho indirizzato al direttore generale, - spiega il conduttore - riconoscevo senza alcuna difficoltà all'editore il diritto e il dovere di fare liberamente le proprie scelte ma chiedevo e torno a chiedere un atteggiamento leale. In tutti questi anni ho imparato che non si può fare tv contro la volontà del proprio Editore e se mai ce ne fosse stato bisogno l'esperienza di "Vieni via con me" ha provveduto a ricordarmelo. L'indifferenza e l'ostilità da parte dell'azienda è stata evidente sin dal primo momento e solo la professionalità di un collaudato gruppo di lavoro e la tenacia di Rai Tre ci ha consentito di andare in onda e con quel risultato. Per questo - aggiunge - ho deciso di non correre più un simile rischio professionale e per questo ho deciso che non sono più disponibile a ripetere l'esperienza di "Vieni via con me" in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l'entusiasmo e la condivisione del progetto, il pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme».

Redazione online
13 giugno 2011



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L'abbaglio del Sole24ore E la bufala "domenicale" del dipinto di Caravaggio

di Vittorio Sgarbi


L’inserto culturale del Sole 24 Ore spara uno scoop in copertina: ritrovato in Spagna un dipinto del Merisi. Ma l’attribuzione è più che azzardata: un’opera troppo moscia e priva di energia per esser di mano del maestro




Ho sempre letto con soddisfazione e com­piacimento l’inserto domenicale del Sole 24 Ore , riconoscendo l’interesse e la buona «cucina» delle pagine culturali del quotidia­no politico, economi­co, finanziario soprat­tutto nei lunghi anni in cui il Corriere ebbe la pagina dell’arte se­questrata da un sedi­cente poeta come Se­bastiano Grasso che ne aveva fatto una ri­serva di favori e dispet­ti tanto da mortificarla in una dimensione provinciale e senza al­cun respiro culturale. E forse proprio la mise­ria dell’inserto­del Cor­riere contribuiva ad ac­crescere il prestigio del domenicale del So­le 24 Ore .

Devo dire che non ha giovato a queste belle e ric­che pagine la riduzione di forma­to e mi compiaccio di aver sapu­to dall’amico Alfonso Dell’Era­rio e rivedere oggi confermato da Armando Massarenti che la veste tornerà al suo primitivo for­mato. E possiamo sperare che il ritor­no­agli antichi fasti faccia dimen­ticare alcune improvvide spinte in avanti che sembrano piutto­sto co­nvenire a un bollettino del­la pro loco che a un giornale auto­revole.

Avevo già letto con stupo­re le uterine insensatezze di Pia Cappelli sul padiglione Italia del­la Biennale di Venezia, rintuzza­te ieri in un sereno e lusinghiero articolo del grande Gillo Dorfles sul Corriere che ha il pregio di re­stituire parola a un critico saggio ed esperto, mortificando i pappa­taci alla Grasso. Ma sono sobbal­zato quando, sulla prima pagina del Sole 24Ore in un richiamo in alto, con l’ulteriore sottolineatu­ra della rivelazione nell’edicola notturna del Tg5, ho letto di un nuovo Caravaggio, scoperto in Spagna. Mi sono compiaciuto della bella notizia finché non ho visto l’immagine pubblicata a tutta pagina sulla copertina del­­l’inserto, fortunatamente, in que­sto caso, dimidiato; ma abba­stanza leggibile per capire che, nonostante il generoso entusia­smo di Silvia Danesi Squarzina, si trattava di una «bufala».

Dispiace per l’interesse e la suggestione dei riferimenti ester­ni, che sembrano confortare una tanto importante e audace attri­buzione ma, come sa bene Silvia Danesi Squarzina, il primo docu­mento sono le opere, e la storia dei dipinti è piena di sorprese che non corrispondono ai riscon­tri pur seducenti. E il più convin­to sostenitore del primato delle opere sui documenti è proprio il massimo studioso di Caravag­gio: Roberto Longhi, che avreb­be sorriso osservando l’impieto­sa immagine del «nuovo Cara­vaggio ». Dall’ambientazione in una biblioteca al cappello cardi­nalizio, al volto pateticamente inespressivo, tutto nel dipinto parla di un pittore molto diverso da Caravaggio e operoso alcuni decenni dopo.

Anche l’aspetto più notevole, cioè quello del li­bro di piatto sullo scrittoio, richia­ma piuttosto il gusto di Bartolo­meo Cavarozzi o di Pietro Paoli­ni, titolari di una anche leziosa maniera caravaggesca. Ma è difficile pensare che un’opera così moscia e priva di energia possa essere riferita a Ca­ravaggio soltant­o perché si stabi­lisce un riscontro fra la descrizio­ne degli inventari di Vincenzo Giustiniani del 1638: «Un qua­dro di una mezza figura di S. Ago­stino dipinto in tela alta palmi 5 e mezzo e largo 4 e mezzo incirca, di mano di Michelangelo da Ca­ravaggio con sua cornice negra », con una scritta dietro il quadro in cui il nuovo proprietario ricor­da la «procedencia (provenien­za) del Marqués Recanelli en la calle del Gobierno», l’attuale via della Dogana vecchia dove è Pa­lazzo Giustiniani.

Si tratta, ap­punto, di suggestive coinciden­ze e il riferimento di un S. Agosti­no a Caravaggio non esclude che nella collezione Giustiniani vi fosse un S. Agostino di altro auto­re. Inutile osservare che anche le dimensioni non corrispondono alla descrizione del 1638: è suffi­ciente accostare il volto inespres­sivo del santo in lettura con altre analoghe teste certamente di Ca­ravaggio come quella di S. Mat­t­eo che impara a leggere coll’assi­stenza dell’angelo nel dipinto perduto a Berlino, che era la pri­ma versione della pala d’altare della cappella Contarelli in S. Lui­gi dei Francesi, opera che, ad as­secondare gli argomenti della Danesi, è dello stesso momento del sant’Agostino; o la nobile ed espressiva testa del S. Giuseppe nella Fuga in Egitto della galleria Doria Pamphilj, per non scende­re agli intensi S. Gerolamo della galleria Borghese o di Montser­rat.

Dramma e tormento anche nella meditazione, nella concen­trazione, nella ispirazione devo­ta, rispetto alla generica espres­sione del S. Agostino che compi­ta la sua lettura con dita legnose da manichino, senza tensione, senza vita, come protesi. Ora, è perfettamente legittimo che una studiosa esponga i pro­pri argomenti e li proponga alla comunità degli studiosi come si è sempre fatto, ottenendo con­sensi, dissensi, pareri concordi e pareri discordi. Una volta rag­giunta una condizione condivi­sa l’opera, anche senza docu­menti che la sostengano, può en­t­rare nel corpus di un grande pit­tore, talvolta ne può uscire, co­m’è accaduto al Narciso della Galleria nazionale di Roma. Ma il presente S. Agostino non è de­stinato a entrarvi.

E se mai lo fos­se non potrebbe essere con la spinta in avanti di un quotidiano pur autorevole. Così, per la se­conda volta dopo l’incredibile sortita della copertina del­l’ Espresso che, ignorando la mor­te di Bin Laden, volle mostrare al mondo un nuovo Raffaello di mi­­steriosa collezione privata per scalzare quello di Palazzo Pitti (la Visione di Ezechiele che resta l’originale) un giornale assume la responsabilità di comunicare, senza riserve, una scoperta tra­dendo i principi della corretta in­formazione in nome di un facile sensazionalismo.

E non dico che non debba esse­re di quotidiani e settimanali l’opera di divulgazione;ma,pro­prio per questo, sia nel caso del­l’ Espresso sia nel caso del Sole 24Ore , nulla è più facile che la prova del riscontro con esperti e conoscitori di due pittori come Raffaello e Caravaggio, che avrebbero potuto essere interpel­lati per esprimere un parere e consentire di valutare l’interes­sante proposta con il giusto mar­gine di dubbio ma non come un’assoluta certezza. È su que­sto che dovrebbe, in attesa del grande formato, interrogarsi Ar­mando Massarenti e con lui il di­rettore Roberto Napoletano, non per assecondare i capricci della critica e le diverse nostre va­nità, ma per non esporsi a magre figure. Io non ho alcuna ragione per non partecipare all’entusia­smo di una nuova scoperta, ma sono assolutamente convinto della estraneità del nuovo dipin­to dalla mano di Caravaggio.

E così sul Giornale si apre il dibatti­to e, senza che l’amica Sqarzina si offenda, potranno essere chia­mati a esprimere la loro opinio­ne studiosi autorevoli come Mi­na Gregori, Maurizio Calvesi, Maurizio Marini, John Spike, Fer­dinando Bologna, Nicola Spino­sa, Rossella Vodrett, e i non po­chi altri che in questi decenni si sono esercitati su Caravaggio. Credo che gli amici del Sole avranno qualche sorpresa. E quella che era loro apparsa una rivelazione si rivelerà una inte­ressante suggestione da appro­fondire, come si dice di tante pi­ste che non portano alla meta ma si arrestano in un vicolo cie­co.



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Adesso l'Italia vieta i pesticidi sulle pannocchie Ed è costretta a comprarle dai Paesi che li usano

di Enza Cusmai


Secondo uno studio Nomisma, eravamo i maggiori produttori di mais d’Europa ma il divieto di usare alcuni pesticidi ci costringe a comprarlo dai Paesi che li impiegano. Si ripete lo schema dell’elettricità "atomica" acquistata dalla Francia




Vietiamo il nucleare e importiamo energia dalla Francia nuclearizzata. Vietiamo gli Ogm e importiamo soia transgenica a tutto spiano. E sentite un po’ l’ultima. Vietiamo i pesticidi che ammazzano la bestia nera del mais ma apriamo le porte a quello coltivato con ogni genere di insetticida. Proprio così, quella del mais è l’ultima contraddizione del nostro Paese. Rivelata da uno studio Nomisma che lancia un allarme: l’Italia, grande produttore di mais, ha perso il primato mondiale. Nella classifica è scesa dal primo al quarto posto dopo Spagna, Usa e Francia.

Negli ultimi cinque anni il calo della produzione è stato del 19% e la domanda è rimasta invariata. La perdita economica oscilla dai 150 ai 200 milioni di euro all’anno, cioè circa un miliardo di euro in totale. Le cause di questo tracollo sono diverse, ma ci ha messo lo zampino pure l’abolizione, per decreto, dell’utilizzo di un pesticida (neonicotinoide) che ammazza una bestiaccia cattiva (diabrotica) ma danneggia irreparabilmente le api. E così dobbiamo importare il 21% del mais dall’estero. I paesi più appetibili in fatto di prezzi sono l’Ungheria e la Romania. Che utilizzano anche gli insetticidi neurotossici, killer delle api.

Questa è coerenza, verrebbe da chiedersi? No, ovviamente. Se lo fossimo, dovremmo escludere questi paesi dalla nostra lista di importatori preferenziali. Ma il mercato è mercato, signori. E così una scelta va fatta. Meglio sarebbe salvare capra e cavoli, cioè il mais e le api. Si può fare? Qualcuno giura di sì. Come l’agronomo Amedeo Reyneri, docente all’Università di Torino, che ha contribuito assieme ai ricercatori del centro studi Nomisma alla ricerca sul mais e le prospettive di crescita del settore commissionata da alcune aziende di Agrofarma (Federchimica). «Con l’uso dei neonicotinoidi si recupererebbe tra il 4 e il 6% della produzione nazionale. E questo è stato provato da un esperimento effettuato su 120 campi».

E come la mettiamo con la moria delle api? «Bisogna utilizzare adesivanti migliori al seme e modificare le macchine agricole in modo da non disperdere le polveri nell’aria. In Francia molto è stato fatto e le api non muoiono più». Allora è tutto semplice, verrebbe da dire. Non proprio, perché questo decreto viene giudicato una vera «tagliola» che non permette di fare sperimentazioni a largo spettro. «Nessuno vuole ammazzare le api - precisa l’agronomo – ma serve un approccio pragmatico e in Italia non si può fare ricerca su almeno mille ettari per effettuare verifiche di campo».
Insomma, salvare capra e cavoli si potrebbe, anche se non tutti sono d’accordo.

Gli esperti di api per esempio. «In Francia la cosa funziona perché non hanno alberi in fiore ma solo coltura intensiva di mais – spiega Vincenzo Girolamo, ordinario di entomologia dell’Università di Padova - la monocultura non attira le api». Ma l’esperto non boccia gli insetticidi, anzi. «I neonicotinoidi sono stupendi ma devono essere usati razionalmente, dove servono. E per il mais in passato se n’è fatto un uso esagerato. Cioè le api muoiono ma nonostante questi insetticidi il mais non produce di più. In ogni caso, sono d’accordo sulla sperimentazione.

Va fatta e sono sicuro che in futuro si riuscirà a trovare un sistema per abbattere le polveri». Lorenzo Furlan, dirigente di Venetoagricoltura, è più categorico. «Questi concianti sono giudicati indispensabili contro la diabrotica - spiega - ma in realtà, secondo un monitoraggio, i danni provocati da questo parassita americano sono insignificanti. Insomma, c’è una lotta sproporzionata in atto soprattutto perché molti gestiscono i campi come delle fabbriche».

Per Furlan, dunque, si può fare a meno del pesticida. La pensano allo stesso modo gli apicoltori che dopo lo stop all’insetticida incriminato hanno visto rifiorire gli alveari. «Il risultato è stato al di sopra delle aspettative: nel 2008 ci sono stati 185 casi di moria, dopo la sospensione solo tre – precisa Francesco Panella della Unaapi -. Il 2010 invece è stata un’annata meravigliosa per le nostre amiche api».



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Il pasticcio degli italiani «stranieri» Dalla sfida di Tremaglia al caso Pallaro

Corriere della sera


Nel 2006 Tutti pensavano a un vantaggio per il centrodestra, che non ebbe la maggioranza. Il governo Prodi si consegnò agli instabili umori di Pallaro


Doveva essere la festa della riconciliazione con i nostri connazionali all'estero. Il voto come cemento emotivo con la Patria amata e lontana. Un legame indistruttibile con la Nazione. Pochi anni, e quel cemento sembra non reggere già più. Poco, pochissimo amore. E molti, moltissimi guai.




Giovedì prossimo, per dire, il voto dei nostri connazionali potrebbe essere addirittura la causa scatenante di un'invalidazione del referendum. Non per colpa loro, ma per colpa dei pasticci commessi da tutti gli altri. Gli italiani di Buenos Aires e di Sidney hanno una scheda diversa da quella distribuita nei seggi della madrepatria. Il governo, per evitare il referendum sul nucleare, ha cambiato frettolosamente la legge per l'abrogazione della quale avevano firmato i cittadini. La Cassazione e la Corte costituzionale, mentre i nostri connazionali già stavano esprimendosi sul vecchio quesito, hanno detto al governo che invece il referendum sul nucleare nella sostanza doveva essere salvaguardato. L'opposizione, resa euforica dal miraggio della spallata, ha accolto la decisione con giubilo anti-berlusconiano. Risultato: un triplice pasticcio. E la richiesta troppo tardiva di non calcolare il voto all'estero per il quorum. E il rischio che tutto vada per aria se un ricorso sulla regolarità di quel voto venisse accolto. Altro che riconciliazione, altro che indistruttibile amore tra la Patria e i milioni di connazionali che abitano lontano ma non dimenticano il loro cuore tricolore. Neanche degni di un quorum, vengono considerati.


E' l'ennesimo pasticcio cui si assiste da quando gli italiani all'estero possono esercitare il loro sacrosanto diritto di voto. Per dire, nel 2006 tutti pensavano che a beneficiare del suffragio degli italiani nel mondo sarebbe stato il partito di Mirko Tremaglia, che per il voto ai nostri connazionali si è battuto come un leone nel corso di una vita generosamente spesa prima nel Msi e poi in An. E invece? Invece il centrodestra non riuscì ad avere la maggioranza al Senato perché tra gli italiani all'estero si presentò diviso, anzi frantumato, favorendo il centrosinistra, minoritario ma unito. Risultato: se non avessero combinato l'indecoroso pasticcio, quelli del centrodestra avrebbero avuto un seggio in più al Senato, facendo pari e patta con il centrosinistra in vantaggio di 24 mila voti e rotti alla Camera. Tremaglia, l'eroe del voto degli italiani all'estero, divenne bersaglio di accuse, insulti, sarcasmi, veleni. E da quel momento il governo Prodi si consegnò nelle mani del senatore Pallaro, uomo di confine, incline al salto della quaglia, di instabile collocazione. E l'Italia cominciò a chiedersi ogni giorno: cosa farà Pallaro? Come voterà Pallaro? Si presenterà Pallaro? Quando farà cadere il governo Pallaro?


Il tormentone Pallaro non fu esattamente un contributo alla buona reputazione del voto degli italiani. E la reputazione certo non crebbe quando attorno al voto degli italiani all'estero affiorarono i maneggi e le foto assieme ad esponenti della 'ndrangheta del senatore Di Girolamo: una pessima immagine oltre, naturalmente, ai reati di cui il senatore è stato accusato e per cui verrà giudicato. Così come non favorisce la causa e il buon nome, e l'immagine rassicurante, dei nostri connazionali all'estero la squadra capitanata dal senatore De Gregorio e che marcia indossando abiti da film su Little Italy in festa a favore degli «italiani nel mondo».

Pasticci dopo pasticci. Di cui, incolpevoli, pagano le conseguenze proprio gli «italiani nel mondo» e che noi consideriamo così come se non ci fosse differenza alcuna tra il vivere e votare a Tokyo e il vivere e votare a Nairobi. Se i sostenitori del sì vedessero sfumare il quorum per via dei «non» voti all'estero o se, raggiunto il quorum, giovedì prossimo si dovesse invalidare l'intero referendum per un codicillo burocratico sulle schede dell'estero, la riconciliazione avrebbe fatto un traumatico passo indietro. E i ricordi, oramai sbiaditi, delle gesta zigzaganti del senatore Pallaro, si ravviverebbero in modo molto dannoso per lo stesso istituto del voto dei nostri connazionali fuori Italia. Capri espiatori dei pasticci commessi nell'amata madrepatria.


Pier Luigi Battista
12 giugno 2011




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Il diritto di astenersi e gli errori del Cavaliere

di Magdi Cristiano Allam


Il presidente della Repubblica già una settimana fa aveva detto: "Farò il mio dovere di elettore". Ma per la Costituzione c'è differenza tra elezioni e referendum




Caro Presidente Giorgio Napolita­no, Le scrivo per la se­conda volta, a distanza di quattro giorni, per denun­ciare che nei fatti lei ha travisato la Costituzione e ha indotto in errore gli italiani sul tema specifico dei referendum ancora in votazione, assumendo un comportamento che rischia di condizionare arbitrariamente la libera scelta degli elettori. Le avevo rivolto un ap­pello pubblicato da Il Giornale il 9 giugno a chia­rire che, conformemente all'articolo 75 della Costi­tuzione e della Legge 25 maggio 1970 n. 352, che contemplano il «diritto» ma non il «dovere» del vo­to al referendum, gli ita­liani hanno l’assoluta fa­coltà di non andare a vota­re per i quattro referen­dum abrogativi di leggi approvate dal Parlamen­to e da lei stesso promul­gate.

Le avevo inoltre chie­sto di ricevere al Quirina­le una delegazione del «Comitato per il non voto al referendum del 12 e 13 giugno», che ha subito raccolto l’adesione di centinaia di italiani tra cui parlamentari italiani ed europei, giornalisti, imprenditori, liberi pro­fessionisti, studenti, casa­linghe e pensionati, per evidenziare in modo ine­qui­vocabile che siamo cit­tadini di pari dignità e che operiamo nel pieno rispetto della nostra Co­stituzione e delle nostre leggi. La mia richiesta di chia­rimento urgente si giusti­ficava con il fatto che lei, lo scorso 6 giugno, alla do­manda­se si sarebbe o me­no recato alle urne per vo­tare i 4 referendum, ave­va risposto affermativa­mente in questi termini: «Sono un elettore che fa sempre il suo dovere».

Ed effettivamente lei ieri mattinata è stato tra i pri­mi a votare per i referen­d­um accreditando la per­cezione che, a suo avviso, gli elettori farebbero il lo­ro dovere recandosi alle urne e che solo attraverso la partecipazione al voto gli italiani si qualifiche­r­ebbero come buoni citta­dini. Ebbene lei sa meglio di me che non è affatto così perché il referendum, che è abrogante in modo totale o parziale delle leg­gi varate dal Parlamento e promulgate dal Presi­dente della Repubblica, è un istituto costituzionale e giuridico che corrispon­de a un «diritto» ma non a un «dovere», in quanto so­stanzialmente diverso dalle elezioni legislative o amministrative a cui gli italiani sono chiamati ad ot­temperare a un «dovere civico» per scegliere i loro rappresentanti nelle istituzioni che incarnano la sovranità popolare e senza cui non sarebbe possibile dar vita a un si­stema democratico nell’ammini­strazione dello Stato sia a livello centrale sia a livello periferico. È per tale ragione che mentre l’ar­ticolo 48 della Costituzione, con­cernente le elezioni, afferma che «il voto è personale ed eguale, libe­ro e segreto.

Il suo esercizio è dove­re civico», l’articolo 75 della Costi­tuzione concernente il referen­dum si limita ad affermare che «hanno diritto di partecipare al re­ferendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputa­ti », ponendo il vincolo del quorum secondo cui «la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la mag­gioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi». Il vincolo del quorum molto alto, 50 per cen­to più un voto valido degli aventi diritto, si spiega con lo scrupolo della nostra Costituzione di salva­guardare le leggi che sono state ap­provate dal Parlamento che espri­me la sovranità popolare e che so­no state promulgate dal capo dello Stato che incarna l’unità degli ita­liani. Le ricordo che nell'ottobre del 2009 allo sfogo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la bocciatura da parte della Consul­ta del Lodo Alfano («Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta: abbiamo giudici della Corte costi­tuzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra che fanno della Consulta non un organo di garan­zia ma un organo politico»), lei re­plicò con fermezza: «Tutti sanno da che parte sta il Presidente della Repubblica.

Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collabora­zione istituzionale». Ebbene, caro Presidente Napoli­tano, mi spiace constatare che nel caso specifico dei quattro referen­dum ancora in votazione, lei non sta dalla parte della Costituzione, lei ha travisato la Costituzione e ha tratto in errore gli italiani. Perché ha pubblicamente dato una errata interpretazione dell’articolo 75 della Costituzione e perché si è ri­fiutato di rettificare, a fronte di una richiesta pubblica, per evitare che gli italiani possano essere trat­ti in inganno. Lei ha pubblicamen­te tratto in errore gli italiani per­ché ha voluto far credere che anda­re a votare per il referendum è un «dovere» quando è solo un «dirit­to »; così come ha sbagliato facen­do credere agli italiani che per il referendum abrogativo sussiste­rebbe lo stesso «dovere civile» di andare alle urne che è invece pre­scritto soltanto per le ordinarie ele­zioni. Concludo esprimendole il mio profondo rammarico per il discre­dito crescente in cui versano le isti­tuzioni e la mia seria preoccupazio­ne per il disorientamento totale in cui sono sprofondati gli italiani che hanno sempre meno certezze circa l’autorità morale dello Stato.



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La blogger gay era un 40enne americano E noi sappiamo chi ci sta davanti online?

Corriere della sera






La blogger Amina Araf, la “ragazza gay di Damascodiventata un simbolo della rivolta in Siria è in realtà un uomo, un americano di 40 anni della Georgia. Mentre attivisti e giornalisti di tutto il mondo avevano creduto che Amina fosse stata arrestata (in seguito ad un allarme lanciato sul blog), l’uomo che per 4 mesi ha finto di essere una coraggiosa dissidente era andato in vacanza con la moglie in Turchia. Lo ha confessato lui stesso con un post intitolato “Scuse ai lettori”. Firmato: Tom MacMaster, Istanbul, Turchia, 12 giugno 2011.

“Non mi aspettavo un livello di attenzione del genere – scrive -. Mentre il personaggio era di fantasia, i fatti raccontati su questo blog sono veri e non fuorvianti rispetto alla situazione sul campo. Io credo di non aver danneggiato nessuno. Gli eventi vengono plasmati dalle persone che li vivono su base quotidiana. Ho solo cercato di gettare luce su di essi per un pubblico occidentale. Questa esperienza ha tristemente confermato i mio modo di sentire riguardo alla copertura spesso superficiale del Medio Oriente e la presenza pervasiva di forme di Orientalismo liberale. In ogni caso sono rimasto profondamente toccato dalle reazioni dei lettori”.

Ecco come è emersa l’identità dell’uomo.

LA “CACCIA” - Il cerchio intorno a MacMaster si stava chiudendo. I fan di Amina, che per mesi avevano seguito i racconti della ragazza sulla vita quotidiana nella Siria in rivolta, avevano creato martedì un gruppo Facebook per il suo rilascio (arrivato a 15mila sostenitori). Il giorno dopo hanno scoperto che le foto da lei diffuse erano false (appartenenti ad un’altra donna). Persone di tutto il mondo si sono ritrovate su Twitter accomunate dalle domande: Chi è? Dov’è? Perché ha mentito? Il Washington Post e il sito Electronic Intifada hanno seguito alcune tracce che portavano fino a MacMaster e alla moglie Britta Froelicher. Dapprima i due hanno negato tutto. Poi, domenica sera, poco prima della pubblicazione del post, Froelicher ha confessato: “Siamo in vacanza in Turchia e vogliamo solo stare tranquilli e non avere a che fare con la follia del momento”. MacMaster ha inviato un email al sito Electronic Intifada, in cui afferma: “Faremo una prima intervista con un giornalista di nostra scelta tra 12-24 ore. Dopodichè prenderemo in considerazione gli altri media”.

LE TRACCE – 1) E’ emerso che un forum su Yahoo, chiamato “thecrescentland”, era stato creato da qualcuno che usava il nickname ”Amina” e che aveva fornito l’indirizzo di una abitazione a Stone Mountain, in Georgia. Il proprietario da anni è proprio Thomas MacMaster, che risultava residente lì con la compagna fino al settembre 2010 (aveva invitato via Facebook gli amici per un barbecue). Poi MacMaster ha annunciato su Facebook (e illustrato con foto) il suo trasferimento all’Università di Edinburgo (per un master). La moglie era partita con lui per seguire corsi sullo “sviluppo economico siriano”. 2) nell’album fotografico online di Froelicher c’erano foto di un viaggio dei due in Siria (oscurate ieri notte) e almeno una delle immagini era stata utilizzata anche da “Amina” nel blog. 3) il sito Lez Get Real (che ospita il blog di “Amina”) ha rivelato che aveva notato che l’indirizzo IP dal quale i post erano stati scritti rimandava all’Università di Edinburgo, ma non vi  aveva dato peso perché Amina (cioé MacMaster) aveva detto (via email) di usare un proxy anonimo per mascherare la sorgente reale (come fanno molti blogger dissidenti).
LE CONCLUSIONI? Parliamone. 

Nel 1993, Peter Steiner sul New Yorker disegnò la famosa vignetta che ritrae un cane davanti al computer. La didascalia dice: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. Una frase diventata simbolo dell’anonimità della Rete.

Ma oggi è vero il contrario, “Su Internet tutti sanno che sei un cane -sostiene la studiosa di sociologia e tecnologia Zeynep Tufekci – perché attraverso i social media e non solo (pensiamo alle tracce reperibili online di “Amina”), la nostra vera identità è esposta. Però, per mesi, la montatura ha funzionato…

Dopo la rivelazione, online ci sono tante riflessioni, sul giornalimo, sull’Orientalismo, sulle conseguenze gravi per gli attivisti e i dissidenti veri. Si parla anche di amicizia e di fiducia, di quel rapporto intimo che si era creato online tra Amina e alcuni suoi lettori (una di loro, lesbica, si era definita la sua fidanzata). Per chi aveva quel rapporto, è una grande delusione, “come quando la persona che ami ti abbandona”, ha scritto qualcuno su Twitter.

Vi è capitato mai di sentirvi legati da amicizia a qualcuno che non avete mai incontrato di persona (al massimo avete visto qualche foto su Facebook) ma con cui parlate di tutto online? E quando qualcosa di bello o di brutto succede a quella persona, reagite come se vi conosceste davvero… Vi siete mai domandati chi ci sia davvero dall’altra parte? 

Non è una questione limitata ad alcuni Paesi lontani. Una giornalista del New Yorker  qualche mese fa scriveva che, alle consuete categorie degli amici e dei conoscenti, oggi, ai tempi dei social media, si è aggiunto l’insieme delle persone che hai incontrato online in qualche modo - su Facebook oppure Twitter, MySpace, chat… – e con cui adesso interagisci spesso, magari più volte al giorno. Non vi siete mai visti di persona, eppure è come se vi conosceste davvero. E, in effetti, li definiresti “amici”.

Però uno studio del 2007 ammoniva che non è possibile creare rapporti di vera amicizia e fiducia online. Lo psicologo Will Reader spiegava: “ Per sviluppare una vera amicizia dobbiamo sapere che l’altra persona è degna di fiducia, dobbiamo essere assolutamente certi che sia pronta ad investire nel rapporto con noi, che sia davvero lì quando ne abbiamo bisogno… E’ molto facile ingannare gli altri su Internet”. 

Qual è la vostra esperienza?





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