mercoledì 15 giugno 2011

Tempio di Apollo, pericolo crollo»

Corriere del mezzogiorno

L'allarme di Legambiente: presenta evidenti segni di deterioramento, va messo subito in sicurezza


NAPOLI – Conosciuto erroneamente come “ Tempio di Apollo” , i resti delle antiche terme romane sulla sponda del lago d’Averno, necessitano di un urgente intervento di messa in sicurezza. La maestosa struttura d’epoca romana, perennemente invasa dalla boscaglia, mostra diversi segni di deterioramento, crepe e cumuli di detriti. La denuncia di Legambiente Campi Flegrei: «Se non si interviene con determinazione, potrebbe crollare».

LA “FEBBRE” DI APOLLO - Il “termometro” sullo stato di salute dei beni archeologici flegrei torna, dunque, a livelli preoccupanti. Da un sopralluogo effettuato dai volontari di Legambiente circa i resti del cosiddetto “Tempio di Apollo”, opera realizzata nel II sec. d.C. per consentire l’utilizzo della sorgente termale del lago, sarebbero a rischio cedimento.


CATTIVI PRESAGI - A lanciare l’allarme è Gervasio Illiano, rappresentante di Legambiente Campi Flegrei, già archeologo della Federico II: «Le antiche strutture termali versano in stato di completo abbandono; l’interno è completamente invaso dagli alberi, ed alcuni piccoli ma indicativi crolli di materiale tufaceo dalle pareti, non fanno presagire nulla di buono».

INDICATORI - «I danni strutturali apportati dal tempo e dall’incuria, impediscono che questa struttura resti in piedi per molto» spiega il nostro interlocutore, «le varie crepe strutturali e lacune, numerose alla base del complesso, rappresentano chiari elementi di pericolo; indicatori di un possibile crollo delle strutture superiori». Pertanto se non verrà effettuato un intervento di consolidamento necessario, chiosa Legambiente, «non si escludono nuovi crolli».

Antonio Cangiano
13 giugno 2011
(ultima modifica: 14 giugno 2011)

Battisti, Frattini: "Faremo ricorso all'Aja" E Lula annulla visita in Italia: teme contestazioni

Quotidiano.net

 
Il ministro degli Esteri: "Entro il 25 giugno la domanda di accesso per il Comitato di conciliazione: primo passo per il ricorso al Tribunale internazionale dell’Aja. Il solo errore è stato fatto dall'ex capo di Stato brasiliano"



Roma, 15 giugno 2011


“Entro il 25 giugno sara’ presentata la domanda di accesso per il Comitato di conciliazione”, un passo che rappresenta “la precondizione per il ricorso al Tribunale internazionale dell’Aja”.


Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, rispondendo a una domanda sulle prossime mosse del governo dopo la decisione del Supremo tribunale federale brasiliano di liberare Cesare Battisti, confermando la scelta dell’ex presidente Lula di non estradarlo in Italia. “Ho parlato con l’ambasciatore La Francesca (l’ambasciatore italiano a Brasilia, ndr) e tra qualche giorno prepariamo la domanda perche’ sia nominato il Comitato di conciliazione”, ha proseguito il titolare della Farnesina, sottolineando che, per l’avvio della procedura, l’Italia non intende aspettare le motivazioni del tribunale brasiliano sulla sentenza di scarcerazione.

Il Comitato di conciliazione, istituito in base al Trattato di conciliazione e regolamento giudiziario firmato da Italia e Brasile nel 1954, ha quattro mesi di tempo per esprimersi sul caso. Nel caso in cui le conclusioni del Comitato vengano respinte, si apre la strada al ricorso davanti al Tribunale internazionale dell’Aja.

Sulla mancata estradizione dell’ex terrorista rosso Cesare Battisti “chi ha sbagliato e’ solo ed esclusivamente (l’ex) presidente del Brasile” Lula. Questa la posizione espressa dal ministro degli Esteri Franco Frattini intervenendo al programma ‘Le storie - diario italiano’ su Rai tre di Corrado Augias. Per il titolare della Farnesina Lula “ha fatto un gravissimo errore” aggiungendo che al Tribunale Internazionale dell’Aja bisognera’ “portare argomenti giuridici chiari” a partire dalla palese violazione del trattato bilaterale.

Alla domanda se la scelta del Brasile sia dovuta allo scarso peso politico dell’Italia nella comunita’ internazionale e ad una mancata pressione nei confronti del governo brasiliano, Frattini ha spiegato che “questo caso non si doveva risolvere con una pressione politica, ma nel rispetto del diritto internazionale. Abbiamo fatto bene a non esercitarla.

Il solo errore e’ stato quello del presidente Lula. Forse altri paesi sono abituati ad esercitare di frequente pressione politica, noi no”.

E LULA EVITA L'ITALIA - L’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha cancellato il suo viaggio a Roma a fine giugno, nel timore di dover affrontare contestazioni per la sua decisione di negare l’estradizione a Cesare Battisti. E’ quanto si legge sul quotidiano brasiliano ‘Folha de Sao Paulo’ che spiega come Lula dovesse partecipare a un seminario sull’agricoltura, ma anche spingere sulla candidatura del suo ex ministro per la Sicurezza alimentare, Jose’ Graziano, alla direzione generale della Fao.

Secondo il quotidiano, dopo le polemiche sorte in Italia per il caso Battisti la presenza di Lula “potrebbe diventare un ostacolo alla vittoria di Graziano nella successione al senegalese Jacques Diouf”, in una sfida in cui l’ex ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, e’ visto come l’avversario piu’ forte del brasiliano.






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Niente benzina, processi a rischio

Corriere della sera


I detenuti non vengono portati in aula: i distributori non prendono i buoni carburante della polizia penitenziaria



Auto della Polizia Penitenziaria a un posto di blocco

ROMA - E ora saltano anche i processi con i detenuti perché manca la benzina per tradurre gli imputati dal carcere al tribunale. Succede a Vibo Valentia e la stessa scena sta per ripetersi a Santa Maria Capua Vetere. Ma l’intero circuito delle traduzioni affidato alla polizia penitenziaria è ad alto rischio perché i tagli lineari imposti al ministero della Giustizia hanno raggiunto pure i serbatoi dei blindati blu. I distributori che di solito accettano le «tessere carburanti» del ministero, infatti, iniziano a chiedere i contanti visto che i ritardi nei pagamenti (già posticipati a 60-90 giorni) sono iniziati già a gennaio.

ORGANICI SCARSI -L’ultima segnalazione arriva dalla Calabria, dal procuratore della Repubblica di Vibo Valentia, Mario Spagnuolo, che la scorsa settimana ha ricevuto una telefonata molto allarmata da parte del direttore della casa circondariale: «Caro dottore, le comunico che non ci forniscono più la benzina a credito per i nostri mezzi, i fondi sono finiti da tempo...». Per cui le udienze con i detenuti rischiano di saltare ogni giorno perché l’imputato viene emesso in condizione di non partecipare al processo. Il procuratore Spagnuolo conferma che i serbatoti della penitenziaria sono a secco ma non vuole aggiungere altro. Si limita a ricordare quanto sia difficile condurre le indagini con una pianta organica di sei pm (presenti tre uditori giunti da poco a Vibo più due veterani) in un territorio dove le intimidazioni e gli attentati della ndrangheta sono all’ordine del giorno: «Basta ricordare che di recente sono stati presi di mira i sindaci di Tropea e di Ricadi e che qui un imprenditore del movimento terra è stato colpito da 120 tra attentati e intimidazioni». Spiega ancora il procuratore: «Per i mezzi della procura, tra cui un’auto blindata destinata a un magistrato sottoposto a misure di protezione, abbiamo ricevuto per i 2011 20 buoni benzina da cinque litri ciascuno».

PENURIA DI MEZZI - Anche il presidente del Tribunale di Vibo Valentia, Roberto Lucisano, si associa a questa analisi impietosa della bancarotta della giustizia in Calabria che riguarda anche le forniture di carta, i toner, i computer e il turn over del personale amministrativo: «Qui in Calabria qualsiasi cosa diventa difficile da realizzare», accusa Lucisano ricordando che di recente è stata scoperta la preparazione in fase avanzata di un attentato della criminalità organizzata contro il pm Vincenzo Luberto della Dda di Catanzaro. Mentre in corte d’Assise a Reggio, un imputato al 41 bis (carcere duro) dava dell’assassino al pm Roberto De Palma. Eppure, conclude Lucisano, Ancora oggi si riscontra una impressionante penuria di mezzi negli uffici giudiziari dei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro a fronte delle esplicite promesse del ministro della Giustizia fatte a gennaio del 2010 in occasione dell’incontro con i capi degli uffici giudiziari calabresi».

TRASFERTE NON PAGATE - Donato Capece, segretario nazionale del sindacato di polizia Sappe, conferma che l’emergenza calabrese non è un caso isolato: «Abbiamo organizzato una manifestazione davanti alla sede del Dipartimento amministrazione penitenziaria perché ormai i nostri agenti sono costretti ad anticipare le spese delle trasferte. Si pagano da soli albergo e pasti e non vengono rimborsati. Ma adesso abbiamo mobilitato i nostri legali: l’unica strada, infatti, è quella dei decreti ingiuntivi per far pagare al personale quanto dovuto dall’amministrazione». E ora il Dap cerca di correre ai ripari: «Il problema è sì di risorse, ma soprattutto di modelli operativi nello spostamento dei detenuti in Calabria», ha replicato il capo dell’amminsitrazione penitenziaria Franco Ionta che comunque ha già inviato un suo collaboratore in Calabria per parlare con i responsabili dei provveditorati di Catanzaro e di Reggio Calabria.


Dino Martirano
14 giugno 2011(ultima modifica: 15 giugno 2011)



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Mogol: "Ecco il brano inedito con Lucio Battisti Parlava già di immigrati, ma restò nel cassetto"

di Paolo Giordano


Il testo era destinato all’album Una giornata uggiosa ma rimase nel cassetto. L'autore: "È una canzone sui valori della famiglia. La tenemmo per il disco successivo, che mai ci fu". La vedova Battisti non ha mai voluto pubblicare la musica. Mogol depositerà il testo: leggi



nostro inviato ad Aosta

Si ferma un po’, ci pensa su: «Questo è di sicuro l’inedito più importante tra quelli che ho scritto con Lucio Battisti». Una rivelazione. Mogol si illumina. Dopo trent’anni ha deciso di consegnarlo ufficialmente alla storia della nostra canzone d’autore: «Voglio depositarne il testo alla Siae», annuncia (lo pubblichiamo qui a fianco). L’inedito si intitola Il paradiso non è qui, sembra scritto l’altro giorno e un emozionato Ron l’ha interpretato qui ieri sera durante il Premio Mogol.

Un brano sugli italiani quand’erano emigranti, con un paio di versi che sono un urlo disperato e lontano: «Cosa ho fatto Mari, ho paura di averti perso, scrivi per carità». Quando la cantò nell’unico provino rimasto (c’è anche in rete), Battisti aveva la voce incrinata. Ma da allora su questa canzone c’è solo nebbia, molte supposizioni (avrebbe potuto cantarlo anche Bruno Lauzi) e nessuna certezza. Il paradiso non è qui non è mai stato inciso, anche se è stato lì lì per finire nell’ultimo album che il più importante autore della musica popolare italiana ha scritto con Battisti, Una giornata uggiosa. Invece niente, tutto sfumò all’ultimo e peccato: avrebbe potuto essere un grande successo ed è diventato soltanto un grande mistero.




Caro Mogol, che cosa accadde esattamente?
«Dopo aver ascoltato la musica di Lucio, avevo scritto questo testo. Facevo sempre così: prima la sua musica e poi le mie parole. E a lui era piaciuto molto ciò che avevo scritto. Pensava di inserirlo nell’album Una giornata uggiosa».

Poi però non lo incise.
«Mi disse che c’erano già troppe canzoni in scaletta e che l’avremmo tenuto per l’album successivo. Ma quello fu il nostro ultimo disco insieme».

Non ne avete più parlato?
«Mai più. E la moglie di Battisti, che è l’erede, non ha mai pubblicato la musica».

Mogol vuole fare un appello?
«Assolutamente no, sarebbe del tutto inutile. Oltretutto non la vedo da quasi vent’anni».

Quindi?
«Credo che depositerò il testo, che è mio e quindi posso farlo. Chiederò consiglio alla Siae».

Battisti cosa ne penserebbe?
«Penso che sarebbe d’accordo. Ma è una mia libera interpretazione».

Lei potrebbe però dare il testo a qualche altro interprete.

«Non lo farei mai, sarebbe una speculazione. Ho scritto quelle parole per quella musica, non per altre. Oltretutto è una musica bellissima, con radici etniche. Ma se l’erede di chi l’ha composta non la deposita… È una sua scelta».

Il paradiso non è qui è la storia di un emigrante in un paese di lingua inglese dove il vino costa caro e le donne sono senza memoria. Ha perso la sua terra. E ha paura di perdere anche il suo amore.

«Sente più vicino le tradizioni, la famiglia e capisce che la migrazione è stata un sacrificio troppo grande».

Oggi l’emigrazione è di clamorosa attualità.
«Ma la situazione è totalmente opposta rispetto a quando ho scritto quel testo. Il “mio” emigrante sta male dov’è e vuole ritornare nella sua patria. Gli emigranti di oggi sognano di non farlo e non mi pare che, in linea di massima, si trovino così male qui in Occidente».

Occhio, è un tema delicato.
«Dovremmo aprire le nostre porte solo quando siamo in grado di offrire lavoro, sicurezza e sanità. È ovvio che se l’immigrato non trova un impiego, rischia di andare fuori legge. Forse dovremmo favorire gli investimenti, e quindi l’occupazione, nei loro paesi d’origine».

Corsi e ricorsi. Quarant’anni fa le Mogol Battisti erano spesso stroncate. La critica esaltava altri brani, spesso politicizzati, che però ormai il pubblico ha quasi dimenticato. Invece oggi anche i bambini canticchiano le vostre canzoni.
«Abbiamo subito pressioni fortissime. Diciamo che allora andava di moda fare canzoni politiche».

Chi non le faceva, non faceva cultura.
«Ma il mondo è sempre stato pieno di imbecilli colti».

Ma perché non avete seguito la moda?

«Semplicemente perché non volevamo fare canzoni speculative».

Sono quelle che non resistono al tempo che passa.
«Allora se eri neutrale venivi considerato un qualunquista».

Peggio, vi consideravano di destra, persino fascisti.
«Spesso la gente comprava i nostri dischi e chiedeva un sacchetto doppio per non far capire per strada che erano di Battisti».

Roba da matti. Però tanto vi ascoltavano tutti, anche gli estremisti.
«Nel covo delle Brigate Rosse di via Gradoli hanno trovato la collezione completa delle nostre canzoni. Solo le nostre, mica quelle di altri».



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