domenica 19 giugno 2011

Oregon, fa pipì nel bacino idrico e i gestori fanno svuotare 30 milioni di litri d'acqua

Corriere della sera

 

Le scuse del ragazzo: «Mi dispiace, ero ubriaco»

 

MILANO - La città di Portland, nell'Oregon (Usa), ha deciso di drenare 30 milioni di litri d’acqua dal suo bacino idrico di Mount Tabor Park, la più importante fonte d’acqua potabile della città. Costo dell’operazione: circa 36 mila dollari (25 mila euro). Il motivo? Le telecamere di sicurezza dell’impianto avevano catturato un giovane intento a fare i propri bisogni proprio lì, nel bel mezzo del laghetto artificiale. Una scelta estrema, forse evitabile. Che ha fatto montare la polemica.

 

 

«INCIDENTE» - Capita in piscina d’estate, è capitato in questi giorni (su larga scala) in un lago artificiale in Oregon. Per nulla contenti dell’«incidente» i gestori del servizio idrico della città, il Portland Water Bureau, quando hanno visto le immagini catturate mercoledì notte dalle telecamere di sorveglianza. Nel video, diffuso anche dall’agenzia Ap, si vede il ventunenne Joshua Seater, di Molalla, passeggiare attorno alla struttura e urinare in acqua. «La scorsa notte qualcuno ha fatto qualcosa di veramente stupido», ha detto David Shaff, a capo del servizio idrico di Portland. Il giorno seguente sono stati drenati 30 milioni di litri d’acqua. Un intervento costoso, a carico del contribuente, con inevitabile strascico di polemiche. Shaff ha giustificato la sua scelta spiegando che «i cittadini avrebbero smesso di bere acqua del rubinetto al solo pensiero di qualcuno che avesse urinato nel bacino idrico».

durante un’intervista alla rete locale Katu:«Ero ubriaco ed era troppo buio per rendermi conto che stavo facendo pipì in un bacino idrico. Pensavo fosse un impianto di depurazione». Ciò nonostante, gli abitanti di Portland possono stare tranquilli: l’urina, a livello chimico, è relativamente sterile, ha spiegato Dave Stone, professore di tossicologia all’Università statale della città.«Pensate a quanti animali o a quanti uccelli fanno la stessa cosa», chiede Stone. Tranquillizza pure Gary Oxman dell’ufficio sanitario della contea di Multnomah: «Il rischio per la salute associato a questo evento è davvero molto basso».

 

Elmar Burchia
19 giugno 2011

Vuole obbligare la moglie a fare sesso con il pastore maremmano, denunciato

Due anni fa moriva Neda ma in Iran poco è cambiato

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini




Sono passati due anni da quel maledetto 20 giugno del 2009  quando Neda Agha Soltan, una ragazza iraniana di ventisei anni, fu colpita a morte mentre si stava recando a una manifestazione contro l’esito delle elezioni che avevano visto la rielezione di Ahmadinejad. La ragazza è in macchina con quattro amici, il condizionatore non funziona e lei decide di scendere per guardare il corteo in lontananza. All’improvviso un miliziano Basij preme il grilletto e lei si accascia al suolo.   Il video della sua morte fu rilanciato su YouTube. La sequenza (lei che cade, il volto insanguinato, il tentativo di rianimarla) replicata all’infinito in Rete. Da allora i manifesti con il suo volto hanno invaso le vie di Teheran e di tutto il mondo. E lei è diventata il simbolo della repressione della libertà d’espressione, una martire dei diritti umani.

L’hanno chiamata l’onda verde, quella fiumana di persone che nel 2009 al grido di “dov’è il mio voto” si è ribellata ai risultati elettorali denunciando brogli a danno  del candidato riformista Mir Hossein Mousavi.  Durante le proteste furono almeno 40 i morti, 5000 le persone arrestate. Alcuni giacciono ancora in prigione, altri sono stati torturati e poi rilasciati, altri ancora giustiziati. Lo scorso gennaio, tanto per fare un esempio, Jafar Kazemi e Mohammad Ali Haj Aghaei sono stati impiccati per aver “orchestrato le dimostrazioni”.

A due anni dalle proteste, dunque, la situazione dei diritti umani in Iran non è affatto migliorata.  Come dimostra un comunicato di Amnesty International del 9 giugno: “Le forze di sicurezza – si legge – continuano a reprimere con la violenza le proteste pacifiche e arrestano con grande facilità. I processi non sono equi. Nuove misure sono state approvate per limitare la libertà d’espressione”. Nel solo mese di gennaio sono state 87 le impiccaggioni. Sempre all’inizio dell’anno  l’ avvocata e attivista Nasrin Sotoudeh, legale del premio nobel Shirin Ebadi, è stata condannata a undici anni di carcere e estromessa dalla sua professione “per aver svolto attività contro la sicurezza nazionale”. Il primo giugno un’attivista umanitaria Haleh Sabahi muore durante i funerali del padre, noto oppositore politico. Un infarto è la versione ufficiale, un pestaggio attuato dagli uomini del regime quella di alcuni testimoni. Si calcola che i prigionieri di coscienza siano 600: sindacalisti, giornalisti, studenti, donne emancipate, registi e così via.

Lo scorso 21 dicembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che esprimeva preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Iran ed esortava il governo ad intervenire per porre fine alle violazioni. Ancora oggi Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, entrambi candidati in opposizione al presidente Ahmadinejad nel 2009, subiscono gravi restrizioni della loro libertà di movimento.

Domani nel giorno della morte di Neda nascerà a Roma Iran Human Rights Italia, una costola dell’organizzazione nata a Oslo nel 2007: ”Negli ultimi due anni - spiega la neo-presidente Cristina Annunziata – migliaia di cittadine e cittadini iraniani sono stati imprigionati, torturati e assassinati per aver chiesto, come oggi accade in numerosi Paesi, dal Maghreb al Medio Oriente, democrazia, riforme e diritti umani. Iran Human Rights vuole amplificare la voce di chi lotta per i diritti umani in Iran e lanciare campagne efficaci per porre fine alle violazioni dei diritti umani nel Paese”.

L’attenzione è puntata sui detenuti politici perché come disse il giornalista Maziar Bahari il giorno del suo rilascio nell’ottobre del 2010: “L’incubo peggiore del prigioniero è quello di essere dimenticato”.





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Ci lassssieranno..." Quando Bersani sembra la caricatura di Crozza

di Paola Setti


A furia di imitare Crozza, Pier Luigi parla solo per metafore: "Non siamo qui a Genova ad asciugare gli scogli"



 
Ovazioni e ilarità che pareva di stare a teatro. Oppure davanti alla tv. Comunque a vedere Maurizio Crozza. Dovrà aggiornare il repertorio, il comico genovese. Ma non sarà un lavoro facile e ci sarà da rimpiangere Walter Veltroni, lui almeno oltre il «ma anche» non è andato. Sarà stata l’aria di Genova, ma Pier Luigi Bersani ieri ha superato se stesso. Anzi, ha sssuperato ssse ssstesssso, con tante esse quante gliene consente la lingua fra i denti. 

In dialetto genovese si chiama «pessetta», quel modo di strascicar la esse mangiandosela. E la «pessetta» di Bersani, ieri alla prima conferenza del Pd sul Lavoro ha fatto mirabilmente da contorno a un crescendo di automotivazione sfociato in autentica galvanizzazione fra l’incredulità attonita dei presenti. Si aspettavano una roba grigia e un po’ noiosa, e invece altro che Crozza, qui. 
«Allooooraaaa, non siamo mica qui ad allargare i colli di bottiglia» fa lui nell’imitazione dell’altro. Molto meglio l’altro, nell’imitazione di sé: 

«Non siamo qui a pettinar le bambole», ha detto ieri, e fin qui. Solo che è andato subito oltre, aggiungendo un capitolo da cult, da pietra miliare dei comizi: «Anzi, visto che siamo a Genova: non è che siamo stati qui ad asciugar gli scogli». Boato, risate, gente in piedi, applausi. Avanti così, dev’essersi detto lui, se son riuscito a scaldare persino quei tiepidi dei genovesi è fatta, se non sarà il vento del Nord sarà lo scirocco, purché sia. 
 
E allora chissenefrega se prima del voto gli era toccato elemosinare un’intervista alla Padania per fare appello ai vertici lumbard, armateci dei vostri voti e partiamo contro Berlusconi. E chissenefrega se poi non è che dalle amministrative il Pd sia uscito proprio bene, visto che i voti li hanno presi Vendola e Di Pietro, lasciando i democratici al palo. 

Bersani s’è scordato tutto. Dice: «Ormai siamo il primo partito in questo Paese». Anzi, di più: «Siamo l’unico partito nazionale di questo Paese». Apperò. Ma non basta: «Siamo l’unico partito radicato in ogni luogo, presente in tutte le generazioni, in ogni piazza, nelle feste e nella Rete». Ed è l’ora di finirla anche con questa storia che quelli radicati sono solo i leghisti: 

«Ci fanno un baffo gli altri, queste mitologie della Lega radicata, dell’altro che è sulla Rete più di noi. Nessuno sta sulle piazze e nella Rete più di noi». Oh. Di nuovo: «Nessuno è sulla Rete come noi, nessuno fa i gazebo e le piazze come noi e nessuno è in grado di organizzare una conferenza sul lavoro come questa». E non importa che poi tutto sia interpretabile al contrario, là dove giusto un Crozza chioserebbe con un: «E per fortuna siete gli unici a far le cose come voi». 

Bersani ormai è lanciato. Si lamenta: «Dovè il progetto? è l’altra domanda che fanno solo a noi». Il dubbio che la facciano solo a loro perché sono gli unici a non averlo non lo sfiora. È un crescendo di appelli alla combattività e inviti all’orgoglio, e il tono stentoreo si fa urlo mentre avverte: «Non siamo il partito dei retroscena». Sguardi perplessi in sala, di che parla? Boh, che ti importa non vedi che è come in trans? «...Non siamo il partito del retroscena, siamo il partito della prima fila della scena». Il tutto, fra ssscena e retrossscena, con più esse di quelle che la sala possa contenere. Il che è un problema, a ben pensarci. Perché quando fa l’ultimo «pronossstico», Bersani dice che «loro lasceranno l’Italia col cappio al collo», e dice una cosa grave. Epperò quel lasssieranno fa ridere tutti.




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L'Italia dei no, tra la meglio gioventù della Fiom si sono formate le ultime leve del terrorismo

di Redazione



All’ombra del sindacato che ha festeggiato i 110 anni in piazza col partito di Annozero si sono formate le leve del terrorismo che nel 2007 avevano messo nel mirino i riformisti


 
Roma

Pezzi di «Italia miglio­re» sono saliti sul palco bolo­gnese di Michele Santoro ve­nerdì scorso per celebrare il centodecimo anniversario della Fiom,l’ala metalmecca­nica ed estremista della Cgil che da qualche tempo ha in Maurizio Landini il nuovo ca­pataz . Precari, operai, Dandi­ni, Benigni e la solita compa­gnia di giro dei Crozza e dei Guzzanti accomunati più che dalla volontà di festeggiare dalla possibilità di insultare in diretta video e web il presi­dente del Consiglio Berlusco­ni e il suo governo.

Le lezioni bolognesi di etica pubblica hanno steso un velo di oblio su quello che la Fiom, la Cgil e tutta quella sinistra che attor­no a loro gravita ha rappresen­tato negli ultimi decenni.
E non si tratta solo del cieco conservatorismo che spinge il sindacato di sinistra a smar­carsi da tutte le proposte di ri­forma andando in tribunale contro i nuovi accordi Fiat. Il vero volto è quello che resta spesso nascosto. Quello delle aggressioni di iscritti alla Fiom alle piccole sedi locali ci­sline. Quello della violenza verbale. E non.

Un silenzio imposto dall’al­to che censura ogni riflessio­ne come quella sul fiancheg­giamento al terrorismo. Nel 2007 l’inchiestedella Procura di Milano sulle nuove Br por­tò in carcere otto iscritti al sin­dacato «rosso». Un mese di parole al vento e poi, come al solito, il silenzio...

Parlano invece le condan­ne. Come i 14 anni e 7 mesi a Davide Bortolato, il «compa­gno Roberto», delegato Fiom della Final di Padova. Attenta­ti ai bancomat, organizzatore di poligoni improvvisati dove portare le armi e animatore del centro sociale «Grami­gna » di Padova. A differenza del bravo brigatista lui il sin­dacato non l’ha utilizzato so­lo per reclutare facinorosi pronti alla lotta armata e alla clandestinità, ma ha fatto an­che gli scioperi. Parlano i 13 anni e 5 mesi di Vincenzo Sisi, delegato Fil­cem- Cgil della Ergom di Tori­no ed ex Fiom quando lavora­va in Fiat.

Il compagno con il mitra nell’orto per la Procura era «promotore, costitutore, capo ed organizzatore dell’as­sociazione eversiva finalizza­ta alla banda armata con com­piti dirigenziali relativamen­te alla cellula operativa a Tori­no ». L’obiettivo delle Nuove Br sgominate con quell’ope­razione era uccidere il giuslavorista Pietro Ichino, attual­mente senatore Pd. Perché l’obiettivo dei brigatisti è sta­to sempre quello di eliminare fisicamente coloro che - a de­stra come a sinistra - si batte­vano per le riforme. Non a ca­so le ultime vittime sono state personalità impegnate per cambiare il diritto del lavoro come Ezio Tarantelli, Rober­to Ruffilli, Massimo D’Anto­na e Marco Biagi.

Questa «Italia migliore» è quella che ha avuto tra le sue fila Massimiliano Toschi (10 anni e 8 mesi) e Andrea Scan­tamburlo ( 3 anni e 8 mesi), de­legati Fiom padovani. Alla Filt-Cgil era iscritta pure la studentessa padovana Ama­rilli Caprio (3 anni e 6 mesi), operatrice di call center che si era trasferita a Milano per re­clutare nuovi adepti al Partito comunista politico-combat­tente. Questo è il «Tutti in pie­di, entra il lavoro!» di Massi­miliano Gaeta, delegato Fiom della Alstom di Sesto San Giovanni. Per lui al «tutti in piedi, entra la Corte!» otto anni e gli orridi slogan del pubblico in aula: «Rivoluzio­ne proletaria- Viva il comuni­smo ».

La Fiom è il sindacato di Massimiliano Murgo, opera­io foggiano amico di Gaeta, appassionato di tarantella, delegato alla Marcegaglia Bui­lding di Milano. Indagato e poi prosciolto, «processato» dalla Cgil nel 2008 ed espulso per aver partecipato a una ma­nifestazione dei Cobas. Ai tempi delle indagini rilascia­va dichiarazioni concilianti del tipo: «Sono convinto che gli unici terroristi in Italia sia­no i soldati americani che gi­rano a piede libero nella Bas­sa padana» o «Chiedo alla compagna Ilda Boccassini di convocarmi per spiegarmi le accuse e le prove».

La "compagna Ilda" con lui è stata tenera e lo è stato an­che Michele Santoro che lo ha ospitato ad Annozero il 2 aprile 2009 per togliergli la museruola dinanzi a Casini e a Della Valle. Sì, per molti que­sta è proprio l’Italia migliore. Di giorno in tuta blu e di notte con Capitale e kalashnikov in mano.




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Il nuovo di Vendola: ora via la legge Biagi

di Laura Cesaretti


Il leader di Sel annuncia il suo programma di governo. E vuole riportare il Paese indietro di vent’anni



 
Roma «Si vince a sinistra», dice Nichi Vendola. E spiega a nuora Sel, perché suocera Bersani intenda, quale deve essere l’agenda del nuovo «centrosinistra da rifondare»: abolizione della legge Biagi («Non può essere un tabù: lo dico a Pd e Idv, dobbiamo tradurre politicamente la critica al modello di precarizzazione»); aumento della tassazione sulle rendite e aumento della tassazione sui redditi alti perché ora «si preleva tutto dai ceti medio bassi e nulla dai ricchi»; reddito di cittadinanza («Ormai solo la Grecia non lo applica, in Europa, e non mi pare l’esempio da seguire», sottolinea Franco Giordano).

Vendola parla a Roma, all’assemblea nazionale del suo partito, e battibecca con Pierluigi Bersani che si trova in quel di Genova a chiudere l’assemblea nazionale del suo partito sul tema del lavoro. I due sembrano «già in campagna elettorale per le primarie», come sottolineano da Sel, dove si fa il tifo per una consultazione sulla leadership che avvenga prima possibile: il prossimo autunno, è la speranza di Nichi, che punta a capitalizzare il più possibile il movimentismo referendario e internettiano proponendosi come suo referente in politica, e a condizionare da sinistra la preparazione del programma di governo della futura coalizione.

Un po’ come Bertinotti nella stagione di Romano Prodi, quando era Rifondazione a dettare la linea al Professore usando il proprio potere di veto sul governo. In casa Pd i riformisti tremano: «Ci ricordiamo bene cosa succedeva a quel tempo, quando Prodi giurava che avrebbe tenuto duro e poi finiva sempre per cedere e mettersi d’accordo con Rifondazione». Certo, Vendola partiva da un progetto molto più ambizioso: quello di lanciare un’Opa sull’intero Pd aggiudicandosi la guida del centrosinistra nelle primarie (un po’ come Pisapia a Milano) contro un leader debole e strattonato dalle correnti del suo partito come Bersani. Ora però la convinzione di poter vincere a man bassa si è molto indebolita, mentre la leadership di Bersani si è assai rafforzata dopo la vittoria nelle amministrative e nei referendum. E Sinistra e libertà può anche rivendicare che a vincere nei luoghi simbolo, Milano prima di tutto ma anche Cagliari o Napoli, non sono certo stati gli uomini scelti dal Pd; e che i referendum il Pd li ha boicottati per mesi prima di saltare al volo sul carro per motivi squisitamente politici. Quel che conta in politica è il risultato finale, non come ci si è arrivati: e Bersani è abilmente riuscito a uscire da entrambe le consultazioni con l’immagine del vincitore, che ha messo il principale partito del centrosinistra a disposizione del «vento che cambia», assecondandolo.

Tra Roma e Genova, Vendola e Bersani si punzecchiano a vicenda. «Non capisco queste aperture alla Lega, non c’è spazio per interlocuzioni con chi fa campagne esplicitamente razziste», tuona il capo di Sel. Bersani replica aspro: «Ma quale apertura, si vede che non capisce: noi la Lega la sfidiamo». Il segretario del Pd a sua volta sfotte Nichi accusandolo - senza nominarlo - di insistere sulle primarie subito per costruirsi una tribuna mediatica, per «personalismo», e «leaderismo» e «populismo». Con l’obiettivo neanche tanto recondito di indebolirne l’immagine facendolo passare per un «Berlusconi di sinistra, che si sente anche lui unto dal signore», come dicono i suoi. Vendola ribatte irritato: «Non si può fare una gara tra leader a chi è più antileaderistico, siamo tutti impegnati a combattere il leaderismo».

Intanto, confortando l’ala riformista del Pd, Bersani ha detto un secco «no grazie» a Maurizio Landini, che lo aveva invitato alla grande kermesse celebrativa dei 110 anni della Fiom (star l’altra sera il trio Santoro-Ingroia-Travaglio). Il segretario del Pd non è andato e ha spedito in sua vece la solita Rosy Bindi, e dentro Sel la cosa è stata presa male: «Si è voluto sottrarre al confronto con Nichi», dicono insinuando che Bersani abbia temuto di essere meno applaudito del capo di Sel. E comunque attaccano il Pd sul fronte dei rapporti sindacali: «Bersani non vuole legarsi alla Fiom, perché in quel partito deve tenere insieme la destra cislina, la sinistra Cgil e pure gli Ichino: quindi non riesce a prendere nessuna posizione».

Ma la questione di fondo resta che sulle primarie il Pd nicchia e fa orecchie da mercante: altro che in autunno, non si faranno certo prima di un anno abbondante - dicono dalle parti di Bersani - a meno che il governo non cada prima. Nel qual caso bisognerà puntare dritti al voto, cercando di schivare la trappola di quel «governo tecnico» per gestire l’emergenza economica che temono di intravvedere dietro gli appelli all’unità e alla responsabilità del Quirinale. Un governo chiamato a distribuire «lacrime e sangue», e dal quale la sinistra di Vendola (e forse di Di Pietro) resterebbe certamente fuori, mentre il Pd si ritroverebbe poi a pagarne le conseguenze nelle urne. «Molto meglio che sia l’attuale governo a fare la manovra, altrimenti ci ritroveremo di nuovo bersagliati come “la sinistra delle tasse”», ragiona Sergio D’Antoni. Meglio che sia la destra, in limine mortis, a fare il lavoro sporco.





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Buon anniversario email Da 40 anni c'è posta per noi

La Stampa


Fu inventata nel 1971, ed è attualissima: ci raggiunge anche sul telefono
ANNA MASERA

Era stata decretata morta e soppiantata dai social network, ma ha compiuto 40 anni e la posta elettronica («email») è ancora tra noi, viva e vegeta. Non riusciamo a fare a meno di consultarla, soprattutto da quando ce l’abbiamo anche sui telefonini, nonostante ci sommerga con la sua spazzatura («spam»). Facebook e Twitter? Si aggiungono ai messaggi email, ma finora non li hanno ridotti, semmai li hanno moltiplicati.

Nel 1971 non sapevamo ancora nulla di comunicazione digitale, quando fu spedito il primo messaggio. Ma quando, vent’anni dopo, Internet è diventata uno strumento di comunicazione di massa, l’email è stata fin dagli esordi la sua applicazione più diffusa e la più intuitiva da utilizzare. Solo poco più di 10 anni fa ha cominciato a spopolare il sistema della «Webmail», cioè la posta elettronica direttamente sul web, prima versione di «cloud computing»: i messaggi restano sulla nuvola del fornitore (per esempio Gmail di Google), con spazio quasi illimitato, per consultare e gestire la posta da qualsiasi computer.

L’email ha rivoluzionato il modo di comunicare. Tutti hanno capito subito che la chiocciola (@) è ingannevole: in realtà è velocissima e consente di inviare messaggi immediati ed essenziali, con tutto comodo e a costo bassissimo, anche se l’interlocutore è dall’altra parte del globo. È nato un nuovo modo di scrivere, corredato di icone («emoticon») per riassumere uno stato d’animo, come le faccine allegre :-) o tristi :-( e le strizzatine d‘occhi ;-). Scorciatoie per esprimersi, diventate linguaggio a se stante, adottato poi dagli «sms» telefonici.

Si è subito capito che un programma di email contiene una casella per i messaggi ricevuti («inbox»), una per i messaggi inviati («sent mail»), una per i messaggi in attesa di spedizione («outbox») e un cestino della spazzatura («trash»). Ormai tutti sanno che poter mandare i messaggi in copia carbone («cc») per conoscenza, o in copia di nascosto («bcc») è una comodità ma anche un’arma a doppio taglio che può sortire effetti indesiderati.

Ma sono ancora in tanti a non curarsi abbastanza dei rischi per la propria privacy: un messaggio non è cancellato finché anche il cestino non viene svuotato, e comunque nel computer restano sempre tracce di tutti i messaggi. Per cui la regola d’oro è non scrivere mai niente che non si voglia vedere pubblicato, un giorno. E poi c’è il grande inconveniente della posta spazzatura, quei messaggi pubblicitari indesiderati o addirittura le truffe che intasano le caselle (superano il 40 per cento di tutte le email, che si stima siano ben 32 miliardi all’anno) e fanno perdere tempo: sono stati inventati filtri specifici, ma non bastano mai e rischiano di rendere l’email uno strumento impraticabile.

Il segreto è considerare l’indirizzo email alla stregua del numero di cellulare, concedendolo quindi con molta attenzione per evitare intrusioni indesiderate. Altrimenti, nell’era del Web 2.0 c’è chi preferisce scambiare messaggi direttamente sui social network come Twitter, Facebook, o LindedIn. Lì, la spazzatura per ora pare restare al suo posto.




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Stampa rossa Lady Concita cacciata dall’Unità: ora è ufficiale

di Redazione


Adesso è ufficiale. Concita de Gregorio lascia, in un mare di debiti e con un’emorragia di lettori, la direzione dell’«Unità». Lo aveva anticipato l’Adnkronos, lo aveva confermato Dagospia e lo aveva scritto «Il Giornale». Eppure proprio ieri, poche ore prima del comunicato ufficiale dell’editore Renato Soru, la de Gregorio sul suo (ex) giornale aveva vomitato un po’ di veleno contro il curatore del sito, Roberto D’Agostino, definendolo «orfano del faccendiere piduista di stanza a Palazzo Chigi» e il suo sito «moderna versione di antiche veline dei Servizi», per via del rapporto di D’Agostino con Luigi Bisignani, coinvolto nella presunta loggia P4. Quelle dimissioni, per la Concita, erano «quattro menzogne miste a un dettaglio reale». Invece no. «Dal primo luglio Concita De Gregorio lascia la direzione dell’Unità - recita il comunicato uscito in serata - a seguito di una decisione condivisa, assunta in autonomia e nel pieno rispetto reciproco riconoscendo l’importante lavoro svolto e i risultati raggiunti». Sarà...




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Solo necrofilia la ricerca delle ossa della Gioconda»

di Daniele Abbiati


Fra un paio di mesi, il 21 agosto, sarà trascorso un secolo dal furto della Gioconda. Il «caso», come molti ricorderanno, si chiuse nel 1913 quando Vincenzo Peruggia, il ladro «gentiluomo» che voleva restituire il quadro all’Italia, venne arrestato mentre cercava di venderlo a un mercante d’arte fiorentino. Dopo un tour agli Uffizi e a Roma, l’opera di Leonardo tornò al Louvre, mentre Peruggia scontava il suo anno di galera.

Per ricordare quel «giallo» con happy end, ieri, proprio a Firenze nell’Hotel... pensate un po’... «La Gioconda» si è tenuto l’incontro pubblico dal titolo «Una Gioconda riscoperta nel centenario della Gioconda rapita». Chi si attendeva un concerto di violini e un panegirico incentrato sull’aggettivo «riscoperta», pensando alla recente campagna di scavi nell’ex convento di Sant’Orsola e dintorni alla ricerca delle spoglie di Lisa Gherardini (1479-1542), la presunta modella del sublime maestro, non è rimasto semplicemente deluso: ha preso una legnata sul naso.

A impugnare parole contundenti è stato il presidente del «Museo Ideale Leonardo da Vinci», Alessandro Vezzosi. Quelle ricerche, ha detto a margine dell’evento, «sono un’operazione di delirante necrofilia» dalla quale «i veri studiosi di Leonardo si tengono ben alla larga. Mi pare che l’obiettivo di questa indagine possa essere solo ottenere risonanza mediatica. In nessuna inchiesta scientifica seria si inizia a scavare senza sapere esattamente cosa si sta cercando, e il clamore di stampa ricercato dai suoi promotori non garantisce il clima adatto a un’indagine seria».

Vezzosi è un purista, un autentico seguace del culto leonardiano, e non vede di buon occhio le «violenze» alla memoria della nobildonna e, di riflesso, a Leonardo medesimo. Ma certo anche i comuni osservatori neutrali del grande circo partito il 27 aprile scorso e non ancora terminato sono rimasti un tantino spiazzati dalla valanga di cosiddette notizie infarcite di «sarebbe», «potrebbe», «dovrebbe», affastellate intorno a un’operazione in stile Indiana Jones.

Si è parlato, in ordine cronologico, di georadar infilzati nel terreno, di mobilitazione delle tv di tutto il mondo (compresa Al Jazeera), della principessa Natalia Strozzi Guicciardini che prima ha gridato allo scandalo («lasciate riposare in pace la mia antenata») e poi ha seguito («con grande commozione») gli scavi. A seguire: si è incappati nella solita necropoli romana, quindi in uno strato di cemento armato risalente all’epoca della trasformazione del convento in caserma, quindi in una misteriosa cripta, quindi in ossa varie ed eventuali, compreso l’osso di un alluce femminile, quindi in un cranio, quindi in un altro cranio incistato nel cemento...

Per il momento, l’unica Gioconda «nuova», non in... polvere e ossa, ma su tela, è quella presentata ieri a Firenze: un’imitazione di Bernardino Luino. Pare, sembra, si dice.



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I Pm politicizzati? Da Ingroia a Papa sono tutti uguali

di Alessandro Sallusti


Tre casi analoghi dimostrano che in Italia ci sono magistrati di parte. Papa, deputato Pdl, è coinvolto nel caso P4. Narducci ha indagato il centrodestra a Napoli e fa l’assessore per De Magistris. E Ingroia fa comizi con Santoro



Negli ultimi giorni ci sono tre magistrati che sono al cen­tro di casi molto ambigui. Il primo è l'ex pm in aspettati­va Alfonso Papa, ora deputato Pdl coinvolto nell'inchiesta cosiddet­ta P4. Il secondo è Giuseppe Nar­ducci, ex pm di Napoli che dopo aver indagato e inquisito i vertici del Pdl napoletano ha mollato la to­ga ed è saltato come assessore sul carro politico di quel De Magistris che le elezioni le ha vinte proprio contro il Pdl. Il terzo è Pietro In­groia, attuale leader dei Pm paler­mitani impegnato in indagini an­che sui rapporti tra mafia e politi­ca, che l'altra sera ha tenuto un co­miz­io in diretta tv sul palco antiber­lusconiano allestito da Santoro e compagni in occasione dei 110 an­ni del sindacato comunista della Fiom.
Casi diversi, è vero, ma che hanno un filo in comune. E cioè di­mostrano nei fatti co­me una parte della ma­gistratura sia politiciz­zata, non più arbitro ma giocatore a tempo pieno. Il Csm, organo di autogoverno delle toghe, e la stampa tut­ta si stanno occupan­do solo del primo ca­so, quello di Papa, per­ché è l'unico ad avere presunte e possibili implicazioni giudiziarie ma soprattutto perché parliamo di un giro di centrode­stra. Io credo però che il Csm do­vrebbe occuparsi con identico vi­gore anche degli altri due casi che mettono a rischio l'indipendenza, l'autonomia e il prestigio della ma­gistratura non meno del primo.
È possibile, in un Paese normale, che un Pm indaghi i politici di una città e dopo averli di fatto gambiz­zati si sostituisca a loro? È possibile che il Pm di punta dell'antimafia partecipi da protagonista a una fe­sta di partito fortemente caratteriz­zata contro il governo senza pren­dere neppure una piccola distanza dalle parole pronunciate da chi l'ha preceduto? No, non dovrebbe essere possibile. Un Csm serio im­pedirebbe a Narducci di rientrare in magistratura, le sue inchieste an­drebbero an­nullate perché eviden­temente inquinate da un pregiudi­zio politico che si è svelato solo a cose fatte. Così come Ingroia an­drebbe sospeso perché ha perso i requisiti di equilibrio e serenità indi­spensabili per maneggiare le vite degli altri. Altro che suoi maestri: Borsellino e Falcone ieri sera si sono ri­voltati nella tomba a sentire il loro nome speso invano, a vedere come un procurato­re della repubblica di Paler­mo può trasformarsi in un pupazzo nelle mani di Santo­ro come un Ciancimino o una D'Addario qualsiasi.
Già, perché quella andata in onda venerdì sera da Bolo­gna a reti minori unificate, non è stata la festa della Fiom ma una puntata specia­le di Annozero di quell'ego­centrico ormai un po' trom­bonesco di Santoro. Davan­ti al popolo del sindacato rosso, minoritario tra gli ope­rai italiani, sconfitto pesan­temente in tutti i referen­dum della Fiat (e correspon­sabile della crisi della nostra industria), la solita compa­gnia di miliardari più o me­no sfaccendati ha preso per i fondelli per tre ore dei pove­ri cristi che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Beni­gni ( 400mila euro ad appari­zione in Rai), Santoro (700mila euro a stagione) e una Dandini (700mila euro a stagione) con il seno striz­zato in una inedita e ridicola maglietta con la scritta Rai Pride hanno spiegato a pre­cari che si alzano alle sei del mattino e stanno in fabbrica fino a sera quanto è bello e dignitoso il lavoro. E ovvia­mente, quanto è cattivo Ber­lusconi, quanto sono stupi­di e servi i giornalisti di cen­trodestra, quanto bravi so­no i magistrati.

E poi non poteva mancare il Travaglio nazionale, quel­lo che tenendo le gambe ac­cavallate come una signori­na buonasera racconta cose terribili. Nelle ultime ore il nostro ha fatto due scoop de­gni di un vero erede di Mon­tanelli. Nel primo ha scoper­to, ovviamente leggendo car­te secretate dei suoi amici Pm, che il cronista di punta del Giornale , Gian Marco Chiocci, ha telefonato al suo direttore (il sottoscritto) per aggiornarlo sugli sviluppi dell'inchiesta napoletana P4, comprese le voci su im­minenti arresti. E che la tele­fonata è partita da un call center. Confermo. E aggiun­go. Tutti i giorni, come suc­cede in ogni giornale, i croni­sti chiamano i loro direttori. I miei a volte lo fanno da tele­foni di amici o parenti per­ché sanno di essere spiati, a differenza di giornalisti di al­tri quotidiani, da Pm mascal­zoni.
Non abbiamo nulla da nascondere, proviamo solo a fare le nostre considerazio­ni senza condividerle forza­tamente con altri come do­vrebbe essere garantito dal­la Costituzione. Il secondo scoop riguarda la fonte della notizia sulle interferenze che Ilda Boccassini fece sul­la questura di Ischia dopo che suo figlio fu arrestato. Se­condo la signorina buonase­ra Travaglio ci fu spifferata dopo un incontro tra la depu­tata Biancofiore e Berlusco­ni. Questa volta gli spioni hanno toppato. Vittorio Sgarbi ieri mi ha autorizzato a svelare che la fonte fu lui, nel senso che in una delle sue tante impertinenti tele­fonate notturne mi ricordò quell'episodio noto solo a pochi perché all'epoca pub­blicato (chissà perché) solo dai giornali locali.

Travaglio si metta il cuore in pace. Noi pubblichiamo notizie, non giochi di parole come lui. E siamo orgogliosi del lavoro di Gian Marco Chiocci e di tutti i cronisti, da qualsiasi telefono chiami­no, qualsiasi cosa dicano, sa­pendo o non sapendo di es­sere ascoltati da spioni.



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Dubbi anche sul martire della rivolta in Tunisia

La Stampa







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Quante lobby alla luce del sole ben rappresentate in Parlamento

di Gabriele Villa


All’inizio, nella notte dei tempi, quando la lobby non si chiamava nemmeno lobby, c’era soltanto lei: la Fiat. Cui bastava bussare o far bussare a qualche porta e subito, oltre alla porta, si spalancavano anche le casse dello Stato con i relativi sussidi. Poi, poco a poco, piccole lobbies, anche se col nome non ancora americanizzato, cominciarono a crescere. Fulgido esempio di antesignana: la Coldiretti. La quale, contando già nel 1988, giusto per dare una data di riferimento, su oltre diecimila sezioni periferiche, 746 uffici di zona, 95 federazioni provinciali e 18 federazioni regionali era di fatto rappresentata da diciotto deputati, otto senatori, sette parlamentari europei, trenta consiglieri regionali, quarantotto provinciali ed oltre settemila consiglieri comunali: tutti democristiani.

Roba da poter strillare ad ogni provvedimento non gradito. Come è accaduto, puntualmente, in questi anni, patetico nelle zone rosse farsi passare per duri e duri, per carità, anche nel settore cooperativo dove, altre lobbies, come la Lega coop, la Confcooperative e l’Unione delle Coop, appena qualcuno ha provato a parlare, per esempio, di tassabilità degli utili destinati a riserva indivisibile, hanno suonato, e fatto a suonare dai loro parlamentari di riferimento la grancassa della protesta.

Già, perché in Italia inutile nasconderci dietro il paravento del pudore (negli States sono addirittura riconosciute dal governo federale) fanno lobby le grandi imprese private, quelle pubbliche, come l’Eni o l’ Enel; i sindacati e la Confindustria, i consumatori e gli ambientalisti, i notai e i tassisti, i costruttori e i commercianti, le banche e le assicurazioni. La fa pure, in modo nemmeno tanto mascherato, persino la Chiesa, con i suoi frequenti interventi a gamba tesa quando lo Stato tenta laicamente di fare il suo mestiere di Stato.

E visto che l’Italia resta il Paese del mugugno facile, ecco che, per rappresentare, lobbisticamente parlando, milioni di piccole e medie imprese, si è buttata nella sfida, in tempi recenti, Rete Imprese Italia, una sorta di joint venture tra Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e Casartigiani che messe insieme hanno 2,6 milioni di iscritti. L’obiettivo che si è prefissata: avere un portavoce unico ai tavoli con il governo e allargare l’alleanza anche a Cna e Coldiretti. Ma che cosa, realmente, è una lobby?

Se è vero che il termine anglosassone, il cui significato letterale (vestibolo, atrio) rimanda al luogo dove puoi trovare facilmente un lobbista: nell’atrio, o vestibolo dell’ufficio di qualche politico, è anche vero che nell’immaginario collettivo, sono associazioni più o meno segrete o non dichiarate, difficili da individuare, di uomini d’affari che tramite il loro grande potere economico influenzano le decisioni dei politici piegandoli ai loro interessi. Effettivamente le lobbies sono dei gruppi di pressione o di interesse, solo che contrariamente a quanto si possa pensare, non sono illegali o segrete tanto che, senza varcare l’Oceano, al Parlamento europeo l’attività lobbistica è regolata e le aziende italiane sono presenti per far valere i propri interessi.

Forse è per questo motivo che i lobbisti in Italia hanno deciso, non solo di far tutto alla luce del sole, ma persino di riunirsi in un’associazione che si chiama «Il Chiostro». Perché, come si può leggere nel loro sito internet: «Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica» Per Giuseppe Mazzei, che del «Chiostro» è il direttore, «formalmente l’attività di un lobbista, consiste nel portare avanti gli interessi di un’azienda o di un ente istituzionale influenzando decisioni politiche e processi di formazione delle leggi. Il lobbista dovrebbe mettere in luce le caratteristiche di una certa tematica, quindi la sua figura dovrebbe essere vista come una componente positiva nel processo decisionale».

Chiaro no? Resta discretamente buffo ascoltare certi predicozzi da una sinistra dai mille scheletri negli armadi (vedi il discorso sulle cooperative e sull’influenza delle cooperative rosse in Parlamento e in molte regioni) secondo cui tutti gli affaristi e malaffaristi-lobbisti arrivano dalla stessa area di centrodestra. Una sinistra che, per esempio, grazie alle sue lobby ambientaliste eccetera ha puntualmente lanciato prima dei referendum controaccuse alle lobbies avversarie, quelle sull’energia, interessate a fare pressioni sul governo affinché si realizzino impianti come gli inceneritori o le centrali nucleari e quelle invece più interessate a fare pressioni per la privatizzazione dell’acqua. Come la mettiamo allora con la birra? Sì, non stupitevi, la birra. Basta frequentare i forum del settore per scoprire che sono molti a invitare l’ Unionbirrai a fare lobby per difendere gli interessi di categoria. E che pressione ci potrà mai essere più di una birra a pressione?



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