giovedì 23 giugno 2011

Steve Jobs fa arrabbiare Israele: tolta l'applicazione che incita all'Intifada

Corriere della sera

Il ministro Edelstein scrive al capo della Apple:
«Certi sistemi hanno un potenziale disastroso»



Dal nostro corrispondente  Francesco Battistini


GERUSALEMME

Tutte le proteste minuto per minuto. E i luoghi di ritrovo. E le marce da organizzare. E i flash mob, le manifestazioni a sorpresa qua e là lungo il Muro o nei Territori. E poi gli articoli contro l'occupazione, le immagini dei «martiri» palestinesi, i video degli addestramenti militari, le canzoni e le immagini del nazionalismo arabo… Uno spettro s'aggira per il web: la Terza Intifada. Tre mesi fa, Facebook ha aperto (e subito chiuso) una pagina che esortava alle rivolte in kefiah, 330 mila contatti. Ora, è toccato al gigante Apple intervenire e sopprimere al più presto un'applicazione in arabo scaricabile gratis nello store iTunes, «The Third Intifada», che ripeteva pari pari gli stessi temi. E che andava subito rimossa, ha protestato ufficialmente il governo israeliano, perché rappresentava «uno strumento d'incitazione alla violenza» e «diffondeva chiaramente contenuti anti-israeliani e anti-sionisti».



Steve Jobs durante una presentazione della Apple

«ATTENTI AI NUOVI MEDIA» - Come già aveva fatto con Mark Zuckenberg, il fondatore di Facebook che la scorsa settimana è stato nominato dal Jerusalem Post «l'ebreo più influente del mondo» 2011, il ministro israeliano per l'Informazione, Yuli-Yoel Edelstein, martedì s'è messo al pc e ha scritto una lettera aperta anche a Steve Jobs: «Credo che lei sia consapevole che applicazioni di questo tipo, che uniscono molti contro uno, hanno un potenziale disastroso». Alla protesta s'è unito il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, in un'intervista alla radio militare: «Apple e Facebook rappresentano un nuovo modello per chi tenta di provocare attacchi violenti a uno Stato, i nuovi media devono prendersi questa responsabilità». Parole simili dal generale Ben Reuven, che mesi fa ha istituito una speciale task-force dell'esercito per monitorare le provocazioni via internet: «Facebook è la piazza per chiamare la gente.

Poi arriva chi consegna le armi vere…» (il riferimento era ai disordini di maggio lungo le frontiere con Libano e Siria: decine di morti fra i palestinesi dei campi profughi, sponsorizzati da Hezbollah e dal regime di Damasco, che avevano accolto il tamtam su internet a marciare verso i confini, distribuendo volantini inneggianti proprio a «The Third Intifada» e costringendo le guardie israeliane a sparare). Nell'anno delle rivolte sui social network, Jobs – nato in una famiglia d'origine siriana - ha capito subito i rischi reali di questi appelli alla Terza Intifada. E s'è mosso di persona, buttando via l'Apple della discordia: un conto, è usare questo strumento in regimi dittatoriali per organizzare legittime proteste democratiche; un altro, è rivolgerlo contro un governo democraticamente eletto, per fare apologie del terrore. «L'applicazione su iTunes – chiude la questione un comunicato della società – viola le nostre linee guida, che s'oppongono all'offesa di grandi gruppi di persone».
LA SOCIETA' DI DUBAI - «The Third Intifada», applicazione scaricabile dal 15 giugno, mercoledì sera è stata completamente disattivata. Tra l'altro, al quartier generale di Apple hanno scoperto che era stata messa a punto da una società di Dubai, la stessa che aveva già creato la pagina su Facebook. Da Gerusalemme, è un coro d'elogi: «Azione rapida», ringrazia Edelstein, «la dimostrazione che si condivide la lotta alla violenza e al terrorismo, un passo importante nel prevenire questi incitamenti attraverso i nuovi media». Ma qualcuno ha consumato anche una piccola vendetta, usando la satira. Per sfottere Jobs, una produzione israeliana ha messo in circolazione su YouTube la videocommedia d'una tranquilla famigliola che decide d'adottare iBoy, un ragazzino con la faccia a forma di iPad. Il nuovo arrivato è orribile, ma riesce talmente a rincretinire i genitori da spingerli a preferire il figliolo «touch screen» a quello vero, in carne e ossa: una metafora del nuovo oppio dei popoli?



Francesco Battistini
23 giugno 2011




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Multe a chi mette in discussione l'etica sessuale delle donne

Battisti, arance per chiedere l'estradizione Sabato il sit in all'ambasciata brasiliana

Il Messaggero


Il Comitato Orange, organizzatore dell'evento in piazza Navona: portate gli agrumi, è tradizione consegnarli ai carcerati


ROMA

Un sit in di protesta davanti all'ambasciata brasiliana a Roma per chiedere l'estradizione dell'ex leader dei Pac, i proletari armati per il comunismo, Cesare Battisti. A organizzarlo per sabato 25 è il Comitato Orange, che invita chi intende essere presente alla manifestazione di piazza Navona «a portare con sè un sacchetto di arance da lasciare all'ambasciata brasiliana affinché la medesima si impegni a consegnarle direttamente a Battisti vista la nostra impossibilità». Proprio ieri l'ex terrorista rosso, scarcerato due settimane fa a Brasilia, ha ottenuto il visto di soggiorno permanente in Brasile, dopo la sentenza con la quale il Supremo Tribunal Federal aveva respinto la richiesta di estradizione dell'Italia.

«Pensiamo sia doveroso rispettare quella che in Italia è ormai una tradizione: portare arance ai carcerati», sottolinea il comitato che ringrazia «i mercati rionali della città che hanno dimostrato la loro vicinanza alla nostra iniziativa con ricche donazioni di agrumi. La fuga di Battisti prima in Messico, poi in Francia, quindi in Brasile è, dai primi anni '90, un'offesa sempre più grande per la sovranità nazionale dell'Italia che ha già condannato l'ex terrorista a 2 ergastoli, per le vittime di quegli omicidi e per quanti ancora oggi pagano sulla propria pelle le azioni di questo criminale, che può permettersi invece il lusso di girare in libertà per le spiagge brasiliane in compagnia della sua giovane fidanzata, scrivendo libri sulla sua visione della vita. Tutto questo sa veramente di tragicomico, e il popolo brasiliano deve essere consapevole del fatto che le massime istituzioni del loro Paese stanno proteggendo un assassino calpestando i più elementari diritti e principi internazionali».

«Il governo italiano - conclude il movimento - deve continuare a perseguire tutte le vie legali possibili, e non deve avere timore di rallentare, se non addirittura bloccare, i rapporti economico-commerciali con il Brasile».

Intanto il legale di Battisti, il brasiliano Luiz Eduardo Greenhalgh, ha rivelato che l'ex terrorista lavorerà «quale traduttore» presso una casa editrice di San Paolo. «La casa editrice per la quale Battisti lavora gli ha offerto questa possibilità, oltre a quella di scrivere i suoi libri», ha detto l'avvocato alla rete Globo G1. «Potrà aiutare con le traduzioni di alcuni autori indicati dall'editrice, visto che parla italiano, portoghese, francese e spagnolo».

Giovedì 23 Giugno 2011 - 13:09    Ultimo aggiornamento: 14:54




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Gay, Veronesi choc: "Quello omosessuale è l'amore più puro"

di Redazione


"L'amore omosessuale è più puro di quello etero perché non è strumentale alla procreazione". Con queste parole, l'oncologo Umberto Veronesi è intervenuto nella polemica sollevata dal sindaco di Sulmona che aveva definito l'omesessualità un'aberazzione genetica 

 

"L’omosessualità è una scelta consapevole e più evoluta". Parola dell’oncologo Umberto Veronesi, intervenuto nella polemica sollevata dal sindaco di Sulmona, Fabio Federico, che aveva definito l’omosessualità un’aberrazione genetica e una patologia. A margine della presentazione della settima Conferenza mondiale sul futuro della scienza, Veronesi ha sottolineato di pensarla in modo opposto al primo cittadino abruzzese: "L’amore omosessuale è l’amore più puro. L’amore etero è strumentale alla procreazione, cioè io ti amo ma non perché amo te, ma perché in te ho trovato la persona con cui fare un figlio". Cosa che non avviene, secondo Veronesi, nell’amore omosessuale, dove si ama l’altro "perché più vicino", con "un cervello più vicino", con "il pensiero, la sensibilità e i sentimenti più vicini ai miei".

Se poi la chimica, o qualcos’altro, abbia un ruolo sulla sessualità dell’individuo "questo è difficile dirlo", spiega l’oncologo. "Avere qualcosa di chimico dentro, vorrebbe dire che una persona è predisposta, che geneticamente nasce già così. Questo non lo penso". Per Veronesi, infatti, l’omosessualità "si diffonde in rapporto agli stili di vita, alla cultura del momento: in molti ambienti è molto frequente e si scopre che è una forma di amore che può essere interessante esplorare". Infine, per quanto riguarda i casi di omosessualità che si ritrovano anche tra diverse altre specie animali, Veronesi ha precisato che "lì vediamo solo un’espressione sessuale, non vediamo il loro pensiero; non credo però che la loro sia lo stesso tipo di omosessualità: quello è un bisogno di ottenere un rapporto sessuale, come l’onanismo".

Giovanardi: "Delirio d'estate" "Vasco Rossi e Umberto Veronesi sono in corsa per il premio "delirio d’estate", è la nomination che Carlo Giovanardi propone per il Blasco "per aver definito vergognose le leggi che impediscono di guidare ubriachi" e per l’oncologo "per aver definito il rapporto omosessuale "più puro di quello eterosessuale perché quest’ultimo è finalizzato alla procreazione". "Per fortuna questi vaneggiamenti non riusciranno a vanificare l’opera di milioni di famiglie e di educatori - aggiunge il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - che sanno bene che il futuro dei giovani e la sopravvivenza della nostra società dipendono dal saper mettere assieme il rispetto della libertà di tutti ma anche dal non esaltare comportamenti che, da un lato, mettono a rischio la vita di terze persone e, dall’altro, non possono essere certamente definiti più evoluti e superiori all’amore che lega un uomo ad una donna".

Lauro: "L'amore è un valore assoluto" "Le parole di un grande scienziato, come Umberto Veronesi, dovrebbero essere definitive sul rispetto che si deve sempre alle persone e alla loro capacità di amarsi, indipendentemente dall’identità di genere. L’amore tra due persone è un valore assoluto e merita di essere tutelato. I nostri padri costituenti, con gli articoli 2 e 3 della Costituzione, hanno sancito, dal 1948, i principi di partecipazione sociale e di uguaglianza, senza i quali la nostra Repubblica non sarebbe veramente democratica", ha dichiarato il senatore Raffaele Lauro (Pdl), membro della commissione Affari costituzionali, che ha aggiunto. "Ma i principi vanno concretizzati in norme di legge, che salvaguardino i diritti delle persone, come ho proposto, da mesi, con il disegno di legge sul contratto di mutuo sostegno, che consente l’applicazione, alle coppie di fatto, degli articoli 2 e 3 della costituzione, senza ledere minimamente il fondamentale istituto della famiglia, costituzionalmente garantito".



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Di Pietro parla col premier, insorge il web La replica: «Che dovevo fare menargli?»

Corriere della sera

 

Il duetto con Berlusconi alla Camera e l'attacco a Bersani
I fan si scatenano su Facebook: «Tonino Non ci tradire»

 

MILANO - Di Pietro blandisce Berlusconi e stuzzica Bersani. Alla Camera, quando tutti si aspettavano le consuete parole di fuoco contro il governo, il leader dell'Idv cambia rotta. Il premier apprezza e gli dedica un tête-à-tête sui banchi dell'opposizione. Nessuno sa cosa si sono detti. Ma basta la foto scattata da un deputato col telefonino a scatenare sulla rete una pioggia di commenti indignati, di allusioni, persino di insinuazioni. Il più irriducibile degli antiberlusconiani ha abbassato la guardia?

 

«Ecco cosa ho detto a Berlusconi»

LA RISPOSTA DI DI PIETRO - Di Pietro è stato subissato di domande, critiche e sospetti. Al punto che si è visto costretto a rispondere fin dal giovedì mattina sul suo sito: «Molte persone mi hanno chiesto che cosa mi sono detto con il presidente del consiglio», esordisce lo statista di Montenero di Bisaccia. «Innanzitutto preciso che è stato il Presidente del consiglio ad avvicinarsi a me. Io gli ho detto direttamente quello che cerco di dirgli indirettamente da mesi: che se ne deve andare (...). Tutto qui. E che altro dovevo fare, menargli?» Quindi qualche parola anche per chi sparge velenose ricostruzioni: «Sospetti e si sono moltiplicate dopo quel colloquio. Io mi batto contro Berlusconi e contro il berlusconismo da 16 anni. Molti di quelli che si sono scandalizzati mi hanno criticato per anni dicendo che facevo un’opposizione troppo intransigente. Se vogliamo non solo vincere ma anche governare e fare qualcosa di buono per questo Paese dobbiamo capire prima cosa vogliamo fare, con chi e perché»

 

L'IDILLIO ALLA CAMERA TRA DI PIETRO E IL SUO ARCIRIVALE BERLUSCONI - Ma come è scoccato il flirt tra Di Pietro e il Cav? Raccontano le cronache parlamentari che a un certo punto del discorso del suo abituale fustigatore, Berlusconi abbia alzato lo sguardo. Il leader dell'Idv, nel giorno dell'ennesima fiducia chiesta e ottenuta dal governo, non parla delle magagne del premier, il suo cavallo di battaglia, ma dell'inconsistente alternativa offerta dalla minoranza: «Signor presidente, innanzitutto la ringrazio per ascoltare questa volta la voce dell'opposizione». Meno di un anno fa lo aveva accostato a Hitler, definendolo «stupratore della democrazia». Ora invece quasi sussurra: «Ho seguito con attenzione il suo intervento, lei ha tracciato alcune fotografie che sono un dato di fatto». E poi la stoccata a Bersani: «Mi hanno chiesto: qual è la vostra alternativa. Non ho saputo rispondere. Non ho ancora avuto un colloquio col capo dell'opposizione. Caro Bersani, l'alternativa spetta a te». Concetto poi ribadito in un'intervista al Manifesto di giovedì, laddove sembra rincarare la dose: «Se non c'è l'alternativa non possiamo permetterci di criticare Berlusconi».

 

 

IL PREMIER APPREZZA - Le inaspettate carinerie riservate da Di Pietro al governo sarebbero piaciute così tanto al premier che a quanto raccontano i notisti politici, il Cav. gli avrebbe inviato un «pizzino» (circostanza però smentita). E subito dopo è andato a sedersi al suo fianco, nei banchi dell'opposizione. «È venuto a dirmi: voglio parlare con un leader dell'opposizione per dirgli che sto facendo il bene del paese». Ha raccontato a una divertita Bianca Berlinguer nell'edizione di mercoledì sera del Tg3. «Il leader dell'oppozione (cioè lui stesso ndr) gli ha risposto: farebbe bene al Paese se ne andasse». Ma la chiacchierata sembra essere durata un po' più di due battute. E se si sommano le dichiarazioni di questi giorni a quelle rese all'indomani delle straordinarie vittorie delle amministrative e del referendum («Non è il momento di parlare di dimissioni del governo, parliamo di cosa vogliamo offrire noi») si capisce che qualcosa nella semantica guerrigliera di Di Pietro è definitivamente mutato.

 

MA LA RETE NON GRADISCE - Il web ha tempi di reazione immediati, e il processo distensivo tra di Di Pietro e Berlusconi diventa la prova istantanea di una «corruzione» o, peggio, del «tradimento della causa». Il profilo Facebook del leader dell'Italia dei Valori è inondato di commenti critici e sospettosi, e solo qui e lì affiorano le parole dei supporter fiduciosi. Di Pietro allora ha postato la sua nota di replica, che tempo un'ora aveva già accumulato oltre 200 commenti. Qualcuno è perentorio: «Dovevi alzarti e andartene». Qualcun altro gli suggerisce: «Dovevi dargli un bacio al cianuro!». Per Franca doveva «strappargli la parrucca». Piero lo accosta a Scilipoti. Per Betim Di Pietro «si è piegato all'imperatore». Altri ricordano che anche Renzi è caduto nella trappola e si è bruciato». Ma comunque parecchi mostrano di aver capitano e si fidano di lui. «Solo, ti prego - scrive Stefano - non tradirci».

 

Antonio Castaldo
23 giugno 2011

Addio a Filoso, giornalista-filosofo dedicò trent’anni al «suo» Mattino

Il vento è cambiato», ma non per l'uso dell'immagine della donna

Corriere della sera


Proteste per il manifesto utilizzato per pubblicizzare la Festa dell'Unità di Roma





MILANO - Il comitato nazionale «Se non ora quando», ha espresso sconcerto di fronte alla campagna pubblicitaria lanciata dal Partito democratico romano per lanciare la Festa dell'Unità di Roma. «L'abbinamento fra lo slogan "Cambia il vento" e l'ennesima immagine strumentale del corpo femminile», si legge in una nota, «ci lascia stupite e attonite. Il comitato protesta ancora una volta di fronte all'uso del corpo delle donne come veicolo di messaggi che nulla hanno a che fare con esso e invita il Partito democratico romano a ritirare la campagna, anche per rispetto verso milioni di donne italiane il cui voto è stato fondamentale nelle amministrative e nei referendum nazionali del 12 e 13 giugno».

DONNE PD - «Il Pd di Roma ha sempre prestato grande cura all'immagine della donna nella sua attività di comunicazione ed è sempre stato attivo nelle mobilitazioni a loro sostegno. Sorprende quindi le donne del partito rappresentate nella Conferenza regionale e romana, lo scivolone realizzato con il manifesto della Festa remocratica romana di quest'anno, da cui si dissociano fermamente, ribadendo che l'uso strumentale del corpo delle donne è bandito dalla nostra cultura ed azione politica». Lo scrive in un comunicato la Conferenza regionale e romana delle donne democratiche.

Redazione online
23 giugno 2011



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La Gabanelli attacca: "La Rai dica chiaramente se vuole disfarsi di Report"

Quotidiano.net


La conduttrice del programma d’inchiesta attacca il direttore generale: "Siamo fermi perchè a queste condizioni non si comincia a lavorare. Il metodo Lai è non dire mai si, non dire mai no. Far stancare"




Roma, 23 giugno 20


Non usa mezzi termini Milena Gabanelli, che dalle pagine de ‘Il Messagero’ si è rivolta al direttore generale della Rai, Lorenza Lai, per chiedere chiarezza sul futuro della trasmissione da lei condotta.

“Il direttore generale dica se vuole disfarsi di Report, me lo dica ora, senza trovare pretesti” ha spiegato la Gabanelli la cui trasmissione è stata si confermata nel palinsesto della prossima stagione, ma con una clausola che alla giornalista proprio non piace: la mancanza di tutela legale da parte dell’azienda .

“Siamo fermi perchè a queste condizioni non si comincia a lavorare, un programma d’inchiesta non può reggersi solo sulle nostre spalle” ha spiegato, negando però ogni trattativa con altre emittenti, a cominciare da La 7.

Sembra invece prendere la strada dell’emittente Telecom Roberto Saviano che, secondo indiscrezioni de ‘La Repubblica, sarebbe prossimo a condurre un programma di taglio culturale in cui parlare dell’Italia di ieri e di oggi. Potrebbe presto approdare su La 7 anche la trasmissione ‘Vieni via con Me”, condotta da Fabio Fazio e lo stesso Saviano e che la Rai non vorrebbe replicare.

“Il metodo Lai è il metodo della temporeggiatrice: non dire mai si, non dire mai no. Far stancare. L’unico modo per reagire è andarsene” avrebbe detto Saviano, secondo quanto riportato dal quotidiano ‘La Repubblica”.




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Pensioni, tre mesi in più al lavoro

Corriere della sera


Per le donne l'ipotesi della soglia dei 65 anni
Salgono i contributi dei precari



ROMA

Ci sono anche le pensioni nel menù delle possibili misure per il risanamento dei conti del prossimo triennio allo studio dei tecnici del governo. La prima ipotesi sul tavolo è quella di aumentare gradualmente l'età pensionabile delle donne nel settore privato, equiparandola a quella degli uomini (65 anni), la seconda è quella di anticipare al 2013, quindi di due anni, l'agganciamento automatico dei requisiti anagrafici per le pensioni alle aspettative di vita.

Si ragiona anche sull'aumento dei contributi per i lavoratori parasubordinati e su un possibile tetto alle pensioni d'oro, che non verrebbero adeguate al costo della vita. Ma su tutte queste misure non c'è ancora alcun orientamento politico dell'esecutivo. I tecnici le stanno comunque considerando, e non solo sotto l'aspetto del gettito, non altissimo e non immediato.

L'innalzamento dell'età di pensione delle donne sarebbe graduale e i risultati concreti si avrebbero alla fine di un quinquennio. L'agganciamento automatico anticipato alle speranze di vita potrebbe portare a un allungamento al massimo di tre mesi dell'età di pensione nel 2013, con un risparmio di circa un miliardo. Ma un nuovo giro di vite sul sistema previdenziale darebbe tuttavia un segnale molto forte di credibilità e di impegno dell'esecutivo nel risanamento dei conti.

Nel pacchetto di misure "possibili" che i tecnici stanno soppesando e che tra un paio di giorni finirà sul tavolo del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per una prima sintesi, ci sono anche nuovi interventi sul pubblico impiego, i Comuni e gli enti locali, la sanità, i tagli ai ministeri e ai costi della politica.

Per i dipendenti pubblici si valuta la possibilità di estendere di un anno o due il blocco dei contratti (oltre alla conferma dello stop alle nuove assunzioni), mentre per Regioni e Comuni si considerano altri tagli. Per i Comuni, secondo indiscrezioni, c'è l'ipotesi di un nuovo taglio da 3 miliardi sul 2013-2014, ma anche sui fondi destinati alle Regioni, secondo il ministro Raffaele Fitto, una sforbiciata sarà «inevitabile». Quasi certo anche l'intervento sulla sanità, favorito dall'introduzione dei costi standard.

L'avvio del federalismo fiscale potrebbe rivelarsi una buona leva anche per la riduzione dei costi della politica. La ragioneria dello Stato sarà incaricata di fare un'analisi approfondita della spesa storica dei singoli ministeri e stabilire dei «livelli ottimali di spesa» per funzioni. Un riferimento che servirebbe sia per parametrare la spesa (e tagliare quella eccessiva), che per evidenziare la capacità (o incapacità) dei singoli ministeri, applicando anche a loro il meccanismo del «fallimento politico» che il governo ha messo a punto per gli amministratori locali.

La manovra dovrebbe valere 3 miliardi per il 2011, 5 per il 2012, 20 sul 2013 e altri 15 sul 2014. In tutto, 43 miliardi. Arriverà insieme alla delega per la riforma delle tasse destinata a ridurre le aliquote, anche con la riduzione delle deduzioni e detrazioni fiscali dalla quale, sempre secondo i tecnici, potrebbero scaturire circa 16 miliardi di euro.


Mario Sensini
23 giugno 2011



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A Raitre c’è una mafia" Parola della Annunziata

di Maurizio Caverzan

L’ex presidente Rai ed ex direttore del Tg3 attacca la rete: "Ci sono rapporti non chiari e privilegi". Lo sfogo dopo l’esclusione del suo programma "In 1/2 ora" dalla brochure sui palinsesti. Nel mirino ci sono i "pupilli" del gran capo Ruffini: Fazio, Floris e Dandini




Se lo dice Lucia Annunziata... Con il suo pedigree... Già presidente di garanzia della Rai, ex direttore del Tg3, ex firma di punta del Manifesto, poi corrispondente da New York di Repubblica. Intervistata dal Messaggero, è andata giù piatta: «Su Raitre ci sono cose che proprio non vanno. Piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi attribuiti non secondo il merito». Una denuncia in piena regola. Giunta all’indomani della sfuriata alla cena di gala per la presentazione dei palinsesti Rai, dopo aver constatato che del suo In 1/2 ora non c’era traccia nella brochure della Terza rete. La classica goccia che ha fatto tracimare il malumore, fino a quel momento celato in un formale quieto vivere. Una dimenticanza? Un segnale? Una semplice svista? Chissà.
Ieri il direttore di Raitre ha provato a ricucire lo strappo: «Lucia sa benissimo che il suo programma è in palinsesto. Al suo programma voglio bene perché ha dato prestigio alla rete» ha flautato Ruffini. Che, quanto a pedigree aristocratico non scherza nemmeno lui: figlio com’è di un ex politico dc (Attilio Ruffini) e nipote del cardinal Ernesto oltre che di Enrico La Loggia. Basterà questo tentativo di sdrammatizzare a riportare nei ranghi, e in palinsesto, la Annunziata? La quale, toccata sul vivo, ha aperto il file del «corpo estraneo», come si deve sentire nella rete left oriented di Mamma Rai.

A leggere l’intervista, quella della conduttrice non sembra una sindrome campata per aria, un film che si fa da sola. Un giornalista fa presto a capire se un editore punta o no sul suo prodotto. Se è figlio o figliastro. In 1/2 ora «da sette anni è sistemato lì senza attenzioni. Come una riserva indiana», ha spiegato la Annunziata. Non appagata nemmeno dal fatto che quest’anno ha firmato anche Potere, «un programma bellissimo e invece gestito come un fondo di magazzino. Orari variabili, nessuna promozione. Potevano metterlo dopo Fazio o la Gabanelli, no?». Ce n’è abbastanza per sentirsi trascurati. E cantarle chiare.
«Piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi...». Ma no, «se ha parlato di piccole mafie ha detto una stupidata», ha minimizzato Ruffini. E d’istinto si sarebbe portati a pensare così. Che cioè a Raitre tutti vadano d’amore e d’accordo e che tutto fili in perfetta armonia. Con i big della rete difesi a spada tratta dal direttore. Chi più chi meno, direbbe la Annunziata. Perché questo è il fatto. A Raitre ci sono i cocchi di Ruffini e gli altri. Giovanni Floris, prima di tutti: palermitano e amante degli stessi mercati del direttore che l’ha voluto nella sua rete dopo lo svezzamento a Radio Rai (come pure è accaduto ad Andrea Vianello, titolare di Agorà). E che ieri, in chiusura di stagione - col botto: 22 per cento di share - è stato coperto di elogi anche dal presidente Paolo Garimberti (chissà come sarà contento Santoro...): «Ballarò è vero servizio pubblico».
Ma nella manica di Ruffini ci sono anche gli altri. Il clan di Fandango e dell’Ambra Jovinelli, per esempio. Che si coagulano attorno a Parla con me di Serena Dandini, perfetta padrona di casa per le ospitate di Scalfari e Zagrebelsky. Oppure i famigerati «ceti medi riflessivi» (copyright Edmondo Berselli) che si rispecchiano nello studio di Che tempo che fa di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, nel quale il solito Scalfari presenta volentieri i suoi libri. Perché, su un divano rosso o una poltroncina di pelle, Repubblica è sempre di casa a Raitre, dalla striscia quotidiana di Corrado Augias (Le Storie), alla conquistata centralità di Roberto Saviano.
Ruffini ci ha lavorato con pazienza certosina, e alla fine è riuscito a costruire il palinsesto secondo il Cencelli della sinistra benpensante: uno spicchio al veltronismo, un altro a Liberta e Giustizia, un terzo alla comicità romana radical chic. Una macchina perfetta - ma con qualche corpo estraneo. Una macchina difficile da abbandonare. Ma anche da rinnovare. Messa a punto dal più longevo dei direttori Rai, nove anni, reintegrato dal giudice del lavoro dopo la causa seguita alla nomina di Antonio Di Bella. Però ora gettonato come possibile nuovo timoniere di La7, la Raitre degli anni Dieci.



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