lunedì 27 giugno 2011

Lezioni e consulenze, tutti gli incarichi Ecco l'attività extra delle toghe pugliesi

Corriere del Mezzogiorno


Dalle collaborazioni con la presidenza del Consiglio alle docenze a Roma


la lista dei magistrati autorizzati


ROMA - C’è il procuratore che «collabora» con la Presidenza del consiglio dei ministri (Cataldo Motta). Quello che insegna nelle università di mezz’Italia, compresa la prestigiosa Luiss Business School (Antonio Laudati). Quello che siede nel comitato etico del Centro oncologico della Basilicata (Vicenzo Russo). E poi ci sono i magistrati che tengono lezioni in facoltà, scuole, corsi di specializzazione. Eccole qui le toghe che, per dirla con il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, «collaborano con la società civile e con le istituzioni». Fanno i docenti, i consulenti, gli analisti. E sono tutti autorizzati dal Csm. Il Corriere del Mezzogiorno ha letto l’ultimo aggiornamento disponibile dell’elenco degli incarichi extragiudiziari autorizzati dal Consiglio superiore della magistratura nel primo semestre del 2011. Ecco chi sono i 67 magistrati pugliesi «impegnati nel sociale». E cosa fanno.


BARI


L’elenco, in ordine alfabetico, inizia con

Luigi Agostinacchio, giudice d’appello che fino all’11 luglio insegnerà procedura civile alla scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università di Bari: l’impegno previsto è di 13 ore, il compenso lordo di 1.300 euro. Presso lo stesso ateneo insegneranno un altro giudice d’appello,

Michele Vincenzo Ancona (lezioni giuridiche fino al 30 giugno, 6 ore, 100 euro lordi l’ora) e il giudice del tribunale

Salvatore Casciaro (corsi di diritto civile fino al 30 dicembre, 16 ore, 100 euro lordi l’ora).

Daniele Colucci, giudice, fino al 30 giugno insegnerà invece diritto del lavoro all’Università del Molise (6 ore, 100 euro lordi l’ora), mentre il suo collega della corte d’appello,

Marcello De Cillis, fino al 15 luglio terrà lezioni di procedura penale all’Università di Bari (13 ore, 100 euro lordi l’ora). Incarichi di docenza presso la stessa Università sono stati autorizzati anche per

il pm Giuseppe Dentamaro (fino al 28 ottobre sarà «tutor» di procedura penale, 40 ore, 1.500 euro),

il giudice Sergio Di Paola (fino al 15 luglio tiene corsi di diritto penale, 14 ore, 100 euro l’ora), e

il giudice d’appello Adriana Doronzo, (lezioni di procedura civile fino al 15 luglio, 13 ore, 100 euro l’ora).

Pietro Errede, giudice del tribunale, fino al 30 giugno 2011 terrà invece corsi sulla gestione dei beni confiscati presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione (96 ore, 150 euro lordi l’ora, per un totale di 14.400 euro). Incarico gratuito invece per

Patrizia Famà, giudice del lavoro che fino al 31 dicembre svolgerà esami di diritto penale del lavoro all’Università di Bari, per un totale di 8 ore.

Giuseppe Gatti, pm, fino al 29 luglio insegnerà invece diritto costituzionale agli studenti del liceo ginnasio «Aristosseno» di Taranto (7 ore, 80 euro lordi l’ora), mentre fino al 31 dicembre terrà lezioni di diritto penale alla Scuola forense di Capitanata (16 ore, 200 euro ogni novanta minuti di lezione): il 31 maggio è terminato l’incarico all’Università di Foggia, dove ha insegnato diritto commerciale (8 ore, 200 euro lordi l’ora).

Il sostituto pg Giuseppe Iacobellis fino al 6 agosto terrà corsi di diritto penale alla «Legione allievi» della Finanza (20 ore, 20.66 euro lordi per ogni lezione).

Francesca La Malfa, presidente di sezione del tribunale, fino al 10 luglio insegnerà invece diritto penale all’Università di Bari (14 ore, 100 euro lordi l’ora). Sono invece terminati i cinque incarichi autorizzati da Palazzo de’ Marescialli per

il procuratore Antonio Laudati: fino al 31 gennaio ha tenuto lezioni alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia (25 ore, 123.95 euro lordi l’ora), fino al 31 marzo ha svolto docenze sul contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata alla Scuola di polizia tributaria della Finanza (10 ore, compenso lordo orario di 120 euro), l’11 aprile ha insegnato diritto tributario alla Luiss Business School (4 ore, compenso lordo di 500 euro), il 15 aprile ha tenuto lezione all’Università romana di Tor Vergata (8 ore, 150 euro lordi l’ora) e fino al 29 aprile ha insegnato diritto penale al Suor Orsola Benincasa di Napoli (4 ore, 70 euro lordi l’ora). Fino al 30 ottobre, invece,

Giuseppe Mastropasqua, magistrato di sorveglianza, terrà corsi di legalità al centro di orientamento «Don Bosco» di Andria (8 ore, docenze gratuite), mentre termineranno il 30 novembre le lezioni di diritto penale all’Università di Bari (14 ore, 100 euro lordi l’ora): il giudice ha anche insegnato diritto penale nello stesso ateneo (12 ore, incarico gratuito), diritto penale nel carcere di Bari (14 ore, 70.95 euro lordi l’ora) e il 16 aprile ha tenuto una lezione all’associazione «Cercasi un fine» (3 ore, compenso gratuito). Docenza all’Università di Bari pure per

i giudici Pietro Mastrorilli (diritto del lavoro, fino al 30 dicembre, 10 ore, compenso lordo di 100 euro l’ora) e Valeria Montaruli (diritto penale, fino al 15 luglio, 14 ore, 100 euro lordi l’ora), e per il pm Renato Nitti, (diritto penale, fino al 30 giugno, 14 ore, 100 euro lordi l’ora): il pm tiene anche lezioni di diritto ambientale (20 ore, 80 euro lordi l’ora), di polizia giudiziaria (5 ore, 200 euro lordi l’ora) e diritto commerciale (4 ore, 200 euro lordi l’ora).


LECCE

Cataldo Motta
Cataldo Motta

Annafrancesca Capone, giudice del tribunale: l’incarico, che durerà fino al 30 giugno per un totale di 20 ore, è «gratuito».

Alessio Coccioli
, pm, terrà invece corsi di legalità all’istituto «Liside» di Taranto fino al 21 maggio 2012 (10 ore, compenso orario lordo di 80 euro), mentre

il giudice Agnese Di Battista fino al 30 giugno insegnerà diritto penale all’Università del Salento (6 ore, incarico gratuito).

Maria Silvia Dominioni
, magistrato di sorveglianza, fino al 31 maggio 2012 terrà corsi di legalità all’istituto statale di Acquarica del Capo (10 ore, 800 euro lordi).

Francesco Antonio Esposito, giudice d’appello, fino al 30 maggio svolgerà esercitazioni di diritto civile all’Università del Salento (10 ore, incarico gratuito), e sempre presso lo stesso ateneo insegneranno la sua collega

Lucia Esposito
(procedura civile, 50 ore, compenso non indicato), il presidente della sezione lavoro del tribunale

Valentino Mario Fiorella (diritto del lavoro, 25 ore, compenso non definito) e

i giudici Sergio Memmo, (10 ore, incarico gratuito) e Michele Toriello (20 ore, incarico gratuito).

Cataldo Motta
, procuratore della Repubblica, farà invece il «collaboratore» della Presidenza del consiglio dei ministri «in qualità di esperto»: il Csm l’ha autorizzato a partecipare (fino al 21 settembre 2012) a un tavolo tecnico sulla vittime della tratta, anche in questo caso l’incarico è gratuito.

TRANI


Lezioni fino al 22 dicembre in una scuola media, la «Baldassarre», per

il pm Ettore Cardinali (progetto «Le(g)ali al Sud», 10 ore, compenso unico di 800 euro).

Paola Cesaroni, giudice del tribunale, fino al 30 giugno sarà «tutor» di procedura civile all’Università di Bari (40 ore, compenso lordo di 1.500 euro), e fino a quella data insegnerà diritto penale alla Jean Monnet anche

Marco D’Agostino, pm: l’incarico è di 15 ore, il compenso di 100 euro lordi l’ora.

Bruna Carmela Manganelli, pm, fino al 15 settembre farà tutorato di diritto penale all’Università di Bari (40 ore, 1.500 euro lordi).


Domenico Seccia
Domenico Seccia
FOGGIA E LUCERA

Incarico all’Università di Foggia per

il pm Giacomo Enrico Infante, che fino al 30 giugno insegnerà diritto penale (12 ore, compenso lordo di 2.400 euro), dopo aver terminato il 17 marzo il suo incarico all’istituto «Blaise Pascal» di Foggia (lezioni sul bullismo, 5 ore, 80 euro lordi l’ora).

Vincenzo Russo
, procuratore della Repubblica, è stato invece autorizzato fino al 28 febbraio 2013 a far parte del comitato etico del «Centro di riferimento oncologico» della Basilicata: l’impegno richiesto prevede la partecipazione alle riunioni (tre ore, una volta al mese), l’incarico è a titolo gratuito. A Lucera invece

il giudice Michele Nardelli insegnerà diritto commerciale all’Università del Molise fino al 30 settembre (12 ore, compenso orario lordo di 40 euro) e terrà lezioni di procedura civile alla Scuola forense di Foggia fino al 31 dicembre (tre lezioni, 200 euro lordi per ognuna). È cessato il primo marzo, invece, l’incarico autorizzato per

il procuratore Domenico Angelo Raffaele Seccia, che ha insegnato all’Università di Foggia (8 ore, compenso unico lordo di 1.600 euro).

GLI ALTRI INCARICHI

Ada Luzza
Ada Luzza
Ecco i magistrati che nel corso del primo semestre del 2011 hanno invece portato a termine gli incarichi per cui erano stati autorizzati:

Giuseppe Alfredo Allegretta
(giudice a Trani, 36 ore, incarico gratuito),
 
Ciro Angelillis
(pm a Bari, 5 ore di lezione il 23 febbraio, 200 euro lordi l’ora),

Achille Bianchi
(giudice a Bari, 40 ore, 800 euro lordi),

Giuseppe Biondi
(giudice a Lecce, 8 ore, compenso gratuito),

Giorgio Lino Bruno
(pm a Lecce, 28 ore, compenso non specificato),

Genantonio Chiarielli
(giudice a Brindisi, 10 ore, 64 euro lordi l’ora),

Danilo Chieca
(giudice a Foggia, ha avuto due incarichi: uno di 4 ore il 9 marzo, 800 euro lordi, e uno di 3 ore, 200 euro lordi l’ora),

Pasqualina Rita Curci
(giudice a Foggia: un incarico di 3 ore, per 250 euro lordi, e un altro di 4, con compenso orario di 80 euro lordi),

Giuseppe Nicola De Nozza
(pm a Brindisi, 8 ore in due giorni, 60 euro lordi l’ora),

Mirella Delia (giudice a Bari, 10 ore, 1.000 euro lordi),

Grazia Errede
(giudice d’appello a Lecce, 10 ore, compenso gratuito),

Giacomo Marco Ferrucci
(giudice a Lucera, 8 ore, 1.600 euro lordi),

Rossana Giannaccari
(giudice a Lecce, 25 ore, compenso gratuito),
 
Luciano Guaglione (giudice d’appello a Bari, ha avuto tre incarichi: uno di 15 ore con compenso di 2.000 euro lordi, uno di 9 ore con compenso di 2.400 euro lordi, e uno di 16 ore con compenso di 600 euro),

Antonio Laronga
(pm a Foggia, 8 ore, 200 euro lordi l’ora),

Giuseppe Infantini
(giudice a Trani, 2 ore, 400 euro lordi),

Valentino Lenoci
(giudice a Bari, 20 ore, 2.000 euro lordi),

Gennaro Lezzi
(giudice a Foggia, 2 ore, 500 euro),

Ada Luzza
(presidente del tribunale per i minorenni di Lecce, 15 ore, compenso gratuito),

Caterina Mainolfi (giudice d’appello a Lecce, 20 ore, compenso non indicato),

Antonia Martalò
(giudice a Lecce, 5 ore, 80 euro lordi l’ora),

Valeria Elsa Mignone
(pm a Lecce, 5 ore, 80 euro lordi l’ora),

Simone Orazio
(giudice a Taranto, 10 ore, 80 euro l’ora),

Michele Parisi
(giudice a Bari, 8 ore, compenso orario lordo di 200 euro),

Gabriele Protomastro (giudice d’appello a Bari, 8 ore, 200 euro lordi l’ora),

Paolo Rizzi
(giudice a Foggia, ha avuto due incarichi: uno da 3 ore l’8 aprile, con compenso unico lordo di 250 euro, e un altro di 4 ore, 200 euro lordi l’ora),

Maria Cristina Rizzo (procuratore minorile a Lecce, 15 ore, incarico gratuito),

Carmela Romano (giudice a Bari, 6 ore, 200 euro lordi l’ora),

Pasquale Sansonetti (giudice a Lecce, 20 ore, compenso gratuito),

Vincenzo Pietro Scardia
(giudice d’appello a Lecce, 5 ore in due giorni, 80 euro lordi l’ora) e

Alessandro Silvestrini
(presidente di sezione del tribunale di Lecce, nominato vicepresidente della commissione di concorso per l’esame di notaio).


Gianluca Abate
24 giugno 2011
(ultima modifica: 27 giugno 2011)



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Cardinale Sepe: fuori camorristi da chiese niente funerali né padrini nei sacramenti

Il Messaggero


L'arcivescovo di Napoli: hanno sparso sangue per tutta la vita
Un appello per adottare a distanza i bambini poveri della città








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Nessun taglio alle bollette dell'acqua» Vendola «cancella» referendum su tariffe

Corriere del Mezzogiorno


Il governatore: «Occorre fare i conti con la realtà. Perché non l'ho detto prima? Nessuno me lo ha chiesto»



Nichi Vendola
Nichi Vendola

BARI - «È indispensabile fare i conti con la realtà per non precipitare nei burroni della demagogia: sull’Acquedotto Pugliese abbiamo deciso di intraprendere la strada dell’efficientamento e su quella proseguiremo. Per questo non abbasseremo le tariffe». È un Nichi Vendola con i piedi per terra quello che annuncia, a margine dell’assemblea dell’Acquedotto Pugliese (che ha approvato il bilancio 2010 - chiuso con 37 milioni di utili - e il piano industriale 2011-2014 che prevede investimenti per 674 milioni di euro con un indebitamento che raddoppierà da 219 a 402 milioni) l’impossibilità di adeguarsi a quanto deciso dal recente referendum sull’acqua appoggiato dallo stesso governatore pugliese: nonostante i «sì» abbiano abrogato la norma che consente «al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio», il taglio del 7% delle tariffe non ci sarà mai.

IL TECNICISMO - Il motivo tecnico lo ha spiegato l’assessore alle Opere pubbliche Fabiano Amati con un ossimoro ragioneristico: «In Puglia la remunerazione del capitale investito del 7% è un costo: quello che pagheremo ogni anno fino al 2018 sul bond in sterline pari al 6,92% contratto durante la gestione dell’era Fitto». «In Puglia - aggiunge Vendola - in realtà non siamo di fronte alla scelta di abbassare la tariffa del 7% e di conseguenza gli investimenti perché quella remunerazione non è utilizzata, come dovrebbe, per gli stessi investimenti, ma rappresenta la copertura di un debito e quindi dal punto di vista finanziario un costo». Resta, però, il problema politico: perché queste cose non sono state spiegate agli utenti prima del referendum? Lapidaria la risposta di Vendola: «Nessuno me le ha chieste». Né erano scritte nel quesito.

Michelangelo Borrillo
27 giugno 2011




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Il passaggio segreto degli spacciatori? Nella cappella votiva di Padre Pio

Corriere del Mezzogiorno


Dietro la statua si apre una porta che accede ad una intercapedine usata come rifugio e deposito di droga


NAPOLI - Ormai non si contano più: sono tantissime le statue o edicole votive di Padre Pio sfruttate dagli spacciatori napoletani per nascondere droga e persino armi. L'ultimo nascondiglio «blasfemo» è stato rinvenuto stamattina in via Vannella Grassi. La droga era occultata in una cappella votiva del santo di Pietrelcina. Nel luogo in cui era posizionata la statua, la polizia ha scoperto anche un passaggio segreto. Un blitz nel quale è stato tratto in arresto il 38enne Vincenzo Marasco, in possesso di 250 dosi tra cocaina ed eroina. Singolare il nascondiglio almeno quanto la modalità di consegna delle sostanze stupefacenti. Lo spaccio avveniva in un cortile privato a cui si accedeva attraverso un cancello blindato.

Droga nella cappella di Padre Pio

SELF-SERVICE COL TELECOMANDO - La droga veniva ceduta attraverso una feritoia da cui lo spacciatore di turno consegnava le confezioni senza muoversi dalla sua postazione. Una «comodità» resa possibile dalla tecnoogia. il presunto pusher infatti attraverso due telecomandi apriva e chiudeva due nascondigli azionati da una centralina elettrica. Un primo minideposito era un cassetto metallico occultato da una mattonella apparentemente cementificata nel muro del cortile. Altra droga era nascosta nella una cappella votiva dedicata a Padre Pio: dietro la statua si apre una porta che accede ad una intercapedine utilizzata come rifugio o come passaggio segreto. Corridoio attraverso il quale si accedeva al cortile del palazzo adiacente.

IL REDENTORE ABUSIVO - Spacciatori di droga e immagini sacre. Nel 2008, per citarne una delle tante, fece scalpore la scoperta a Scampia di un'enorme fontana con le statue del Cristo redentore, papa Giovanni Paolo II e padre Pio (guarda) in cui i clan nascondevano armi e droga. Si trattava di un coossale manufatto abusivo che i vigili provvidero non senza difficoltà ad abbattere tra le proteste dei residenti.

Al. Ch.
27 giugno 2011




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Vedovo da 8 anni, scopre la pensione «perduta» della moglie: centomila euro

Corriere della sera


L'uomo aveva sempre pensato che la consorte, morta giovane, non avesse lavorato abbastanza a lungo



MILANO - Era rimasto vedovo a 42 anni e aveva sempre pensato che sua moglie, morta giovane, non avesse lavorato abbastanza per percepire la pensione. Ora invece l'uomo, un milanese di 50 anni, ha scoperto di avere diritto a quasi centomila euro lordi (75mila al netto delle tasse), più mille euro al mese per tutta la vita. Si tratta degli assegni Inps, mai riscossi, della pensione di reversibilità della moglie, deceduta nel 2003. La scoperta è avvenuta grazie all'Epaca Coldiretti, il patronato per i servizi alla persona, la scorsa settimana a Milano.

20 ANNI DI CONTRIBUTI - «Il marito si era rivolto a noi per altri motivi - spiegano i funzionari Epaca - ma grazie ai controlli che effettuiamo su ogni situazione abbiamo trovato questo tesoretto». E per l'uomo è stata una vera sorpresa. «Era convinto - spiegano dall'Epaca - che la moglie non avesse lavorato abbastanza per ricevere la pensione». Invece la donna per quasi 20 anni aveva versato i contributi come dipendente di un'azienda, e questi soldi ora andranno al marito e ai due figli, ancora minorenni. Non è il primo caso di «pensioni dimenticate» ritrovate dall'Epaca Coldiretti: in maggio a una 76enne della provincia di Mantova sono stati restituiti 55mila euro di arretrati, frutto dei contributi versati quando lavorava come bracciante agricola, più un assegno di 460 euro al mese.


Redazione online
27 giugno 2011



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Ustica, 31 anni dopo parla un testimone: "Vidi un duello aereo sulla Sila"

Il Tempo


Un uomo racconta di aver visto aerei militari che si sparavano nei cieli della Calabria la sera del 27 giugno 1980, quando precipitò il Dc-9 Itavia con 81 persone a bordo. Napolitano: "Rimuovere ogni ambiguità".


Il relitto del Dc-9 Itavia abbattuto a Ustica ricostruito nell'hangar di Pratica di Mare, Roma Trentuno anni di mistero attorno all'incidente del Dc-9 Itavia precipitato a Ustica il 27 giugno 1980. Un nuovo testimone racconta per la prima volta di aver visto un duello aereo nei cieli della Calabria, a Sellia Marina, proprio la sera in cui l'aereo partito da Bologna e diretto a Palermo precipitò nel mar Tirreno con 81 persone a bordo. L'uomo, che ha preferito mantenere segreta la sua identità ma si è detto pronto a riferire davanti ai magistrati, ha raccontato di aver visto due caccia, probabilmente F-16, di colore verde militare e senza insegne, inseguirsi nei cieli in provincia di Catanzaro.

"Guardavamo in direzione di Sersale e in lontananza, proprio verso la Sila, si vedevano come dei fuochi d'artificio. Raffiche velocissime - ha aggiunto l'uomo - e solamente orizzontali. Ho guardato meglio e ho visto che c'erano degli aerei in salita verso Crotone: ho avuto la sensazione che uno rincorresse l'altro sparandogli. Dopo alcuni minuti, forse cinque, ma anche meno, ne ho visti altri due, li ho sentiti arrivare alle mie spalle, potrebbero aver sorvolato Catanzaro, venivano da Sud-Sud-Ovest. Volavano a bassissima quota, a pelo d'acqua e paralleli in direzione di Capo Rizzuto". La testimonianza dell'uomo è molto precisa: "Quelli sul mare erano dei caccia militari, colore verde mimetico e sotto le ali non avevano coccarde. Negli anni successivi mi sono documentato, ho guardato decine di foto, per me erano due F-16. Poi mi hanno detto che di quel colore li avevano solo gli israeliani".

NAPOLITANO: "CONTINUARE LE INDAGINI" Il Presidente della Repubblica ha inviato un messaggio alla presidente dell'Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, rinnovando ai familiari delle vittime di quella terribile notte la sua affettuosa e solidale vicinanza: "L'iter tormentoso di lunghe inchieste e l'amara constatazione che le investigazioni svolte e i processi celebrati non hanno consentito la esauriente ricostruzione della dinamica dell'evento e la individuazione dei responsabili non debbono far venir meno - ha affermato Napolitano - l'impegno convinto di tutte le istituzioni nel sostenere le indagini tuttora in corso. Ogni sforzo deve essere compiuto, anche sul piano internazionale, per giungere finalmente a conclusioni che rimuovano le ambiguità, i dubbi e le ombre che ancora oggi circondano quel tragico fatto".

L'INCIDENTE DEL 27 GIUGNO 1980 Il Dc-9 I-Tigi dell'Itavia scomparve misteriosamente dai radar la sera del 27 giugno 1980 alle 20.59. In quel momento stava sorvolando l'isola di Ustica ed era diretto all'aeroporto di Punta Raisi, a Palermo. Per tutta la sera non fu chiarita la natura dell'incidente ma il giorno dopo il mare, in quel punto profondo anche tremila metri, cominciò a restituire i corpi delle vittime e i rottami dell'aereo. Da allora è cominciata una vicenda giudiziaria andata avanti per più di tre decenni, tre gradi di giudizio, decine di accuse, smentite e insabbiamenti.

L'IPOTESI DEL MISSILE Abbandonate in breve tempo le piste dell'errore umano, del cedimento strutturale e della bomba a bordo, gli inquirenti si interrogarono su un'altra inquietante possibilità: quella del missile. E' accertato, infatti, che in quelle stesse ore in cui il Dc-9 I-TIGI dell'Itavia si inabissava, era in corso una missione militare di addestramento, con velivoli che avrebbero potuto vedere, registrandolo sui loro radar, quanto stava accadendo. Dati che non si sarebbero mai conosciuti mai. O i tracciati registrati dalle apparecchiature di terra, a Marsala e Licola, le cui tabelle sono andate perse inspiegabilmente. Cosa raccontassero quelle griglie resta un enigma irrisolto; così come lo sono le tante morti sospette che in 31 anni hanno riguardato molti protagonisti di questa storia, e che avrebbero potuto contribuire a far luce su un mistero che ancora oggi appare quantomai lontano dal trovare una soluzione.


27/06/2011





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La crudeltà di Hamas che usa la vita di Shalit per spaventare Israele

di Fiamma Nirenstein


I terroristi hanno diffuso un video orribile e fasullo del giovane. E non hanno permesso che fosse visitato dalla Croce rossa



Gerusalemme - Gilad Shalit ieri non era solo un tragico episodio, quello del piccolo soldato israeliano molto timido rapito sul confine di Gaza da Hamas da cinque anni. Ieri, nell’anniversario del suo rapimento, avvenuto quando aveva 19 anni, la sua immagine si è librata oscura e triste nell’intero cielo di Israele come una nuvola di tempesta, volatile e inafferrabile, una minaccia onirica contro la quale invano si lotta nel sonno senza riuscire ad allontanarla. Ogni ragazzo israeliano che serve nell’esercito per tre anni fra pericoli che la società occidentale conosce soltanto in quest’area del mondo ha un incubo, e lo condivide con la sua famiglia: essere rapito, sotterrato vivo, diventare moneta di scambio con chi di fatto vuole la tua morte e quella di tutta la tua parte. Per questo ogni soldato, e con lui la sua mamma e suo padre, portano dentro di sé, quando il giovane e la giovane va nell’esercito, la promessa che non sarà mai abbandonato, che sempre verrà salvato, in ogni pericolo, ad ogni costo.

Ma qui, ieri il padre di Gilad, Noam, che insieme a tutta la famiglia si è incatenato davanti all’ufficio del primo ministro, lo ha detto molto più forte di sempre: «Il costo non è stato pagato. Netanyahu non hai il diritto di condannare a morte mio figlio!». Il nonno Zvi ha anche suggerito che sia il primo ministro in persona a opporsi allo scambio e che invece Ehud Barak, ministro della difesa, abbia un parere diverso. Le accuse bruciano, tanto che il ministro Gideon Saar è sceso in campo difendendo il premier con parole dure: «Forse dobbiamo ricordare a qualcuno che Gilad è prigioniero nelle mani di Hamas, e non nell’ufficio del primo ministro».

Bibi ha dato segno di soffrire il colpo del veemente cambio di tattica della famiglia rispondendo direttamente, ieri, durante la riunione di gabinetto: «Noi siamo disposti a compiere una strada assai lunga per liberare Gilad. Più lunga di qualsiasi altro Paese. Infatti avevamo già accettato la proposta del mediatore tedesco, una proposta terribilmente costosa cui però abbiamo detto di sì. E da allora, tuttavia, non abbiamo sentito più niente da Hamas». La proposta consterebbe nella consegna di 500 prigionieri prima dello scambio e di altri 550 subito dopo. Uno scambio pesantissimo che però ha precedenti in svariati altri, compiuti da primi ministri con gli Hezbollah e con i palestinesi. Questo, molto gravoso, comprende anche la consegna di Marwan Barghouti, capo dei Tanzim, condannato a cinque ergastoli per i suoi attacchi terroristici.

Ma Hamas, che nega che lo scambio sia stato davvero accettato, si è fatto invece vivo con un video spaventoso col quale si cerca di riempire cinicamente di orrore il pubblico israeliano: si vedono scene fittizie in cui un attore che interpreta Gilad, incatenato e distrutto, soffre rinchiuso e trascinato, qualsiasi tormento.
Un video così ci ricorda appieno che cosa è Hamas: l’organizzazione con cui Fatah è intenzionata a formare un governo di coalizione palestinese, la stessa che domina Gaza cui la flotilla in partenza dalle coste greche pretende di voler portare aiuto umanitario rischiando un grande incidente internazionale.

Netanyahu due giorni fa ha sospeso i privilegi che le carceri israeliane concedono ai condannati per terrorismo, come compiere studi accademici o ricevere le famiglie o le organizzazioni internazionali, e insomma godere dei diritti dei prigionieri di guerra che certamente Gilad non ha. Ciascuno compie le sue disperate inutili mosse di fronte alla crudeltà istituzionalizzata di un gruppo con cui stati e organizzazioni internazionali vogliono dialogare in quanto «eletto democraticamente».

Ieri l’organizzazione che si batte per la liberazione di Gilad Shalit ha organizzato uno «zinok» come si dice in ebraico, ovvero un carcere, un buco oscuro, sporco e con un cesso scassato in un angolo, la copia possibile del luogo in cui Shalit è detenuto da anni: cantanti, attori militari, politici vi hanno passato un’ora ciascuno in solitudine, pensando a Gilad. E la famiglia ha chiesto ai connazionali di votare se sono favorevoli o no allo scambio per la sua liberazione, con un messaggio al «5252».

Di Gilad le ultime notizie si sono avute due anni fa con un video in cui il ragazzo mostra un giornale con la data del giorno, chiede di essere aiutato, mostra il suo pallido viso di ventiduenne all’inferno con una smorfia di timidezza simile a un sorriso. La sua famiglia, che vive in un villaggio fiorito del nord ha già perso il fratello di Noam nella guerra del ’73, e ha un’educazione così elevata da impedirgli finora di mostrare in pubblico il dolore. Ma ormai il suo grido è incontenibile di fronte a un nemico selvaggio che non ha permesso neppure che il figlio fosse visitato dalla Croce Rossa.

Netanyahu ripete, e a ragione, che la responsabilità del governo è anche evidentemente quella di evitare che lo scambio porti a stragi di cittadini per mano dei terroristi liberati. Nulla è chiaro, fuorché il dolore. Roma che ha messo il ritratto di Shalit nella piazza del Campidoglio ha dato un bell’esempio di come il mondo dovrebbe comportarsi di fronte all’orrore. Israele non dovrebbe essere lasciato solo, né la famiglia di Gilad e neppure Netanyahu, con una responsabilità che è del mondo intero: restare forti e attivi di fronte alla ferocia del terrorismo islamista.



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Travaglio sbeffeggiava i detrattori del Senatur sulle pagine della Padania

di Paolo Bracalini


La firma del vicedirettore del Fatto già nel 1996 su il Nord. Poi per alcuni mesi tenne due rubriche sul quotidiano leghista con lo speudonimo di Calandrino


Paolo Bracalini - Paola Setti
Correva l’anno 1997 e Marco Travaglio scriveva sulla Padania. Lui, quello che ora sulla Lega e dintorni di riti padani spara bordate dalla prima pagina del Fatto quotidiano, all’epoca troneggiava sulla prima pagina dell’organo di partito leghista. Dal primo numero. Pardon. Dal numero zero. Lo avevano chiamato Il Nord, lo distribuirono il 15 settembre 1996 sul Po, edizione speciale per un’occasione storica: la nascita della Padania. Un progetto affidato a Daniele Vimercati, grande giornalista che tra i primi comprese la portata del fenomeno Lega. «Daniele studiò quel progetto per un quotidiano d’area - racconta Gianluca Marchi, primo direttore della Padania -. Raccolse finanziamenti da 4 imprenditori, con mezzo miliardo l’uno, ma servivano più soldi. Il Nord non si fece più, nacque il giornale di partito, che Daniele rifiutò perché non voleva incarichi di partito».

Ecco, dopo 15 anni ripeschiamo quel numero zero, sfogliando tra l’enorme archivio personale di Leonardo Facco, editore libertario (ex militante leghista), autore di una biografia di Bossi per Aliberti («Umberto Magno»). Titolo della prima pagina de Il Nord a lettere cubitali: «Nasce Padania». Sottotitolo: «Sul Po la più grande manifestazione indipendentista del secolo. Bossi: Italia addio, indietro non si torna». Nelle pagine 2 e 3, la cronaca della giornata affidata a Matteo Mauri, Bossi che dice «il dado è tratto», e poi gran rullar di tamburi perché «l’Italia è finita», mentre «entra nella storia la Repubblica federale padana finalmente legittimata». E poi a pagina 6 Gilberto Oneto che racconta la Padania terra di democrazia, e a pagina 7 la dichiarazione di indipendenza: «La Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. A sostegno di ciò noi offriamo gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore».

Ecco. Marco Travaglio può dire senz’altro: io c’ero. Per la precisione alle pagine 4 e 5. Chissà se ha giurato, lui pure. A giudicare dall’entusiasmo di quella doppia paginata, forse sì. Titolone della parte superiore: «L’Umberto è un mitomane», con dentro tutte le dichiarazioni dei detrattori della neonata patria padana. Nella parte sotto, l’altra metà del titolo: «Ma una volta era un mito», con carrellata di tutti coloro che, negli anni precedenti, avevano lodato il Senatùr. Uno spaccato divertente, rivisto col senno di poi. Giorgio Bocca per esempio diceva: «Odiare la Lega è da cretini, la fobia per la Lega è cretina», e poi ribadiva: «La Lega non ha creato il cambiamento, la Lega è il cambiamento». Massimo D’Alema, ormai si sa: «Dobbiamo allearci con Bossi nel nome di Prodi, la Lega è una nostra costola». Prodi concordava: «Possiamo fare un accordo forte e trasparente». E poi in ordine sparso: Santoro che dice a Demattè che «senza Lega lei non sarebbe qui e nemmeno noi», Franco Zeffirelli per il quale «i leghisti sono le sole persone pulite che esistono oggi», Gianni Agnelli secondo cui «chi ha votato Lega è persona ragionevole e attenta al nuovo».

Li aveva pizzicati per bene, Travaglio. Rimproverando agli altri così, solo per averne messe in fila le dichiarazioni, il peccato dell’incoerenza. Ed era appena incominciata. Dopo quel tributo sul numero zero, l’attuale vicedirettore del Fatto aveva preso a collaborare con il neonato quotidiano La Padania. Il primo numero è datato 8 gennaio 1997. «Era uno dei nostri collaboratori, gratis, col nome di Calandrino» ricorda Marchi. Travaglio compare già il 12-13 gennaio, edizione unica per la domenica e il lunedì, e va avanti per almeno un paio di mesi, con un articolo ogni due-tre giorni. Non una firma qualsiasi, la sua. «Calandrino» si era meritato una rubrica, anzi due: «il punto» e «il personaggio».

Scriveva in modo meno sferzante di oggi e ancora non si dilettava a storpiare nomi e inventare soprannomi approfittando dei difetti fisici delle persone. Ma il giustizialismo era già nelle sue corde, se il primo articolo lo ha dedicato a «L’idea di Flick: salvare i ricchi dal rischio cella». L’antiberlusconismo era già una fissa, «Lo statista di Milanello» lo demoliva il 18 gennaio. E la dissacrazione era già il suo sport preferito, da Francesco Storace definito «simpatico refuso di An noto per l’eloquio forbito e il ragionamento sottile» a Ripa di Meana, «uomo per tutte le poltrone» che «privo di cadreghino addirittura da un mese, ha trovato pace: è il nuovo segretario di Italia nostra». Fino a Buttiglione e Casini «piccioncini della Sacra Famiglia Unita», l’uno «di qua con la colf Formigoni», l’altro «di là con la portinaia Mastella». E poi i ritratti, da Franco Carraro «il nuovo che è avanzato» a donna Letizia (Moratti) «detta Lottizia dopo memorabili imprese Rai».

Di qua Calandrino, pseudonimo fra tanti, da Parsifal a Karl Marx, da Porthos e Vercingetorige passando per il Sciur Curat, di là gli editoriali dei big leghisti, da Bossi a Maroni, da Speroni a Pagliarini, e titoli di apertura tipo «La Padania è già forza per conquistare l’Europa», o appelli come: «Immigrati, no al voto». Indimenticabile, salvo sforzi di rimozione, resterà la prima pagina del 23 e 24 febbraio 1997. A destra il ritratto di Carraro, presidente della Lega Calcio. A sinistra l’editoriale di Bossi. S’intitolava così: «Soccorso rosso dei magistrati».





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Giustizia lampo? Solo contro il centrodestra Ecco l'equità del Csm

di Lodovico Festa



Quando la legge non è uguale per tutti: ignorati i pasticci di Ingroia e Boccassini, alla gogna Brigandì e Papa


I vertici del Csm hanno annunciato che presto saranno esaminati i comportamenti del magistrato-parlamentare Alfonso Papa. Uno dei rari procedimenti per la violazione di un «segreto» preso sempre dal Csm ha riguardato qualche mese fa un suo membro Matteo Brigandì, inquisito, processato ed espulso in pochi giorni. Intanto si legge sui giornali che Ilda Boccassini avrebbe irregolarmente ascoltato (e poi erroneamente incluso negli atti) telefonate del presidente del Consiglio. Si sono letti dei pasticci combinati da Antonio Ingroia nei rapporti con Massimo Ciancimino. Si leggono di intercettazioni a parlamentari compiute dalla procura di Napoli e si sono viste le foto di parlamentari ripresi davanti a Montecitorio sempre nel corso delle indagini dei pm partenopei. Siamo invasi da «segreti» che straripano da decine di procure.

Eppure mentre sui casi del primo tipo si marcia a tutta velocità, su quelli di secondo tipo - dopo magari qualche piccola mossa burocratica - nessun grande dibattito è stato aperto dal famoso organo di vigilanza. Nessuna anticipazione è stata data alle stampe su provvedimenti in arrivo. È forte la sensazione di vivere in un Paese in cui le scelte dell’organo di autogoverno della magistratura esprimono una tendenza squilibrata. In particolare per quel che riguarda la violazione del segreto d’ufficio, questo reato pare essere perseguibile solo quando viene commesso da soggetti ostili alle procure militanti.
D’altra parte un atteggiamento di questo tipo pare prevalere anche in altri organismi come l’Ordine dei giornalisti secondo il quale un direttore che fa scrivere gratuitamente un «radiato», va sospeso per due mesi. Mentre in un altro quotidiano si può interpolare l’editoriale di un collaboratore, che per questo si dimette, senza che voli una mosca.

L’Italia non è un regime, persino un direttore fazioso come Ezio Mauro, in un recente libro scritto con Gustavo Zagrebelski, deve spiegare al suo interlocutore fanatico come le libertà fondamentali non siano, almeno al momento, in discussione. La vecchia scuola comunista insegna - e su questo pazientemente deve educare l’estremismo azionista - che la propaganda per reggere deve basarsi sulla realtà. L’Italia non è un regime ma non manca di tendenze illiberali che crescono dentro il suo Stato e la sua storia. Noi poggiamo su un establishment chiuso, troppo spesso strumento di controllo oligarchico, incapace di fornire un’alta garanzia alla pubblica discussione. Abbiamo una tradizione che viene da lontano, dalla stessa matrice savoiarda, di «corpi» che divengono separati e s’impongono sullo Stato.

Le nostre èlite a lungo poco legate al popolo e tendenzialmente giacobine, dopo il ’68 si sono politicizzate integralmente diluendo drammaticamente la propria professionalità. L’Italia non è un regime e pure i pm militanti non potranno fare come i carabineros di Augusto Pinochet anche perché le loro stesse divisioni feudali lo impediscono. Ma la destabilizzazione dello Stato procede: dalla presidenza del Consiglio ai servizi di sicurezza, ai Ros, a Gianni De Gennaro, alla Finanza, alla Protezione civile. Funzioni fondamentali per la nostra vita collettiva sono poste sotto scacco senza che emergano soluzioni alla crisi. Imprese pubbliche, dall’Eni a Finmeccanica, tra le poche grandi realtà nazionali sono da mesi bombardate, magari da giornalisti fedeli a questo o quel banchiere (preferibilmente influente nella proprietà della testata per cui si scrive). Per fortuna c’è l’Europa che risparmia esiti catastrofici, ma l’orizzonte di un declassamento della nostra libertà è di fronte a noi.





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Vogliamo sapere tutto" (anche sulla sinistra...)

di Mario Giordano


Repubblica lancia la campagna "No al bavaglio". Ma se non bastano queste intercettazioni, è ora di conoscere anche i segreti della sinistra: se qualche deputato dà del "poco intelligente" a Bersani o se fa apprezzamenti volgari sulle donne



Ma sì, questa volta siamo d’accordo con Repubblica: vogliamo sapere tutto. Proprio tutto però e che sia tutto davvero: vogliamo sapere qual è la senatrice che al telefono dice che «Bersani è poco intelligente», vogliamo sapere quale dirigente del Pd viene definita «mignotta come poche», vogliamo sapere se c’è qualcuno che alla Camera, magari in un momento di rabbia, possa aver definito il capogruppo «un imbecille». E poi vogliamo sapere se Dario Franceschini ha un’amante, se qualcuno vuole sposare D’Alema, magari con una cerimonia nuziale in barca a vela; quanti hanno riso degli strafalcioni di Di Pietro («Quello è ancora convinto che la protesta di allarga a macchia d’occhio e nel panettone c’è l’uva passera»). Quanti hanno sparato a zero su Vendola («Nichi, ma che stai a dì?»), quanti vorrebbero strappargli l’orecchino a morsi o fargli ingoiare le sue poesie («Riesce a digerirle solo lui»). E se qualcuno, per caso, commentando l’ultima polemica romana, si sia lasciato scappare un apprezzamento persino su Rosy Bindi: «E certo che non possiamo mica mettere le sue gambe sui manifesti del Pd...».

Vogliamo sapere. Ha ragione Repubblica: basta con i bavagli. Più intercettazioni per tutti. Ma in regime di par condicio, però. C’è un malato di cancro simpatizzante Pd che si confida al telefono con un amico onorevole? Vogliamo sapere. C’è un multimiliardario che dal suo yacht dà giudizi pesanti sulla politica? Vogliamo sapere. Prendete De Benedetti: quando va in crociera sul suo sloop 32 metri firmato Gae Aulenti, non si prenderà forse la briga di spettegolare un po’ su direttori di giornali e sulle loro relazioni politico-amorose? Ecco, noi vogliamo sapere tutto. Ezio Mauro, secondo l’Ingegnere, è «spietato» come la Santanchè secondo Briatore? Di meno? Di più? E se il sottosegretario «non te lo levi di torno», il direttore di Repubblica invece si può levare di torno facilmente? E va bene: lui non sarà mai andato al Twiga. Ma a Fregene? A Capalbio a giocare a racchettoni con Umberto Eco? O a Varigotti come Michelle Hunziker e Marco Travaglio? E che cosa dirà ai suoi amici politici mentre parla al telefonino sotto l’ombrellone?

Vogliamo sapere tutto, ha ragione Repubblica. Vogliamo sapere quali sono i nomignoli usati dai parlamentari Pd quando parlano fra di loro. Chi sarà Cicciolina? Chi sarà il ciccione? Goffredo Bettini o Giuseppe Fioroni? E chi sarà l’inglesino? Il cugino di Tony Blair? E pisellino? Di Pietro junior? Il nome in codice di Marrazzo? Possibile che nessuno, fra le centinaia di migliaia di telefonate che si scambiano ogni giorno a sinistra, si lasci scappare un’osservazione tipicamente machista del genere «quella ha certe tette...»? Vogliamo credere davvero che l’unica «Cicciolina» dell’intero sottobosco telefonico romano sia Monica Setta? Non ci crediamo, via il bavaglio, vogliamo sapere. E se venisse fuori che qualcuno del Pd commenta così le performance di Ilaria D’Amico, noi ne resteremmo sorpresi e sconvolti, naturalmente. Ma guai a censurare.

Via il bavaglio, vogliamo sapere tutto. Anche le telefonate dei capistruttura di Raitre alla fine di un qualche Ballarò particolarmente antiberlusconiano: li vogliamo sentire mentre esultano con quello stile che in viale Mazzini non è certo un’esclusiva Masi. «Gli stamo a spacca' il culo, so arrapato come una bestia». Avanti, mettiamoci comodi e ascoltiamo tutti gli arrapati: quanto ci vorrà? Un paio di lustri? Non importa. Vogliamo andare fino in fondo. C’è chi parla delle puttanate della Gabanelli? Trovate chi parla delle puttanate di Ferrara. C’è chi parla delle ambizioni di Feltri? Trovate chi parla delle ambizioni di Saviano. E se qualche compagno di coalizione sostiene che De Magistris ci ha messo due giorni per fallire come sindaco, ebbene, a malincuore noi lo vogliamo sapere.

La trasparenza ha le sue regole. Deve valere per tutti. «Mi hai visto da Santoro? Come sono andato?». «Una figura di merda». Ecco: vogliamo che sia pubblicato tutto, a costo di moltiplicare le figure di merda. D’altra parte che sia Masi che perde la faccia o D’Alema che perde la trebisonda, che importa? Vogliamo sapere. Vogliamo sapere le riflessioni di Eugenio Scalfari quando esce dallo studio della Dandini, anche se dovesse riflettere semplicemente sul fatto che «quella ha certe tette» (del resto, si sa, l’eros scuote l’anima sua).

E vogliamo sapere se qualcuno, per caso, è rimasto colpito dall'«ottava misura» di qualche altra giornalista, magari che so? Lucia Annunziata. Di che vi scandalizzate? Avanti, via il bavaglio: vogliamo sapere chi frequenta la Picierno, se Fassino telefona alla Carmen Llera, quali sono gli studi serali con cui Marianna Madia rafforza la sua formazione politica. Vogliamo trovare chi dubita dell’intelligenza di Veltroni, chi dubita della lealtà di Letta (Enrico) e chi dubita delle virtù morali della Finocchiaro. E guai a chi s’indigna, guai a chi protesta. Se qualcuno, chiacchierando a tarda sera, usa epiteti volgari rivolti a qualche gran dama della sinistra, noi lo vogliamo sapere. Di certo ne soffriremo. Ma che volete fare? Per la libertà di stampa questo e altro ancora.




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