lunedì 11 luglio 2011

E De Benedetti approvò il lodo: felice per l'accordo Mondadori

di Redazione

In un'intervista ai Studio Aperto del 1991 l'Ingegnere raggiante commentava l'accordo per la spartizione della Mondadori: "Non ci sono né vincitori nè vinti, anzi forse gli unici vincitori sono le aziende che da oggi possono ripartire con serenità". E poi non risparmiava complimenti al Cavaliere: "Tanti cari affettuosi auguri per successo nelle sue tante imprese a Berlusconi, che è una persona che ha fatto bene all’Italia e ha dato un notevole impulso all’immagine dell’imprenditoria italiana all’estero. Berlusconi ha tanti programmi davanti a lui e il mio auguri è che gli riescano tutti".

 

 

video

Milano - Ora il nemico numero uno di De Benedetti è Silvio Berlusconi ma una volta non era così. In un'intervista di Studio Aperto del 1991 l'Ingegnere commentava raggiante l'accordo per la spartizione della Mondadori con queste parole: "Non ci sono né vincitori nè vinti, anzi forse gli unici vincitori sono le aziende che da oggi possono ripartire con serenità".

E poi sul Cavaliere: "Tanti cari affettuosi auguri per successo nelle sue tante imprese a Berlusconi, che è una persona che ha fatto bene all’Italia e ha dato un notevole impulso all’immagine dell’imprenditoria italiana all’estero. Berlusconi ha tanti programmi davanti a lui e il mio auguri è che gli riescano tutti". Nel video, che è stato scovato da Daw-blog, De Benedetti non risparmiava sorrisi e complimenti, non sembra proprio che abbia appena subito il "grandissimo torto" di cui si lamenterà negli anni successivi.

La denuncia della sorella della Fallaci «Firma falsa sul testamento di Oriana»

Corriere della sera

MILANO - Un esposto sul testamento di Oriana Fallaci è stato presentato in procura a Firenze da Paola Fallaci, sorella della giornalista e scrittrice. Nell'esposto si sostiene che la firma di Oriana Fallaci in calce al documento è falsa. La notizia è confermato dal nipote di Oriana Fallaci, e figlio di Paola, Edoardo Perazzi, erede universale della scrittrice. La procura ha avviato accertamenti


(Ansa)

11 luglio 2011 19:30



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Bambino disabile picchiato

Corriere della sera

Arrestate quattro maestre: inchiodate grazie alle videoriprese delle violenze subite dal piccolo

 

MILANO - Quattro insegnanti dell'asilo di Mileto sono state arrestate dai carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia con l'accusa di maltrattamenti aggravati ai danni di un bambino disabile di cinque anni. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il bambino è stato ripetutamente picchiato, anche più volte al giorno, e sottoposto ad altre forme di vessazione. Le indagini si sono basate su videoriprese in cui sono documentati i maltrattamenti subiti dal bambino. Le quattro insegnanti sono state poste agli arresti domiciliari, mentre nei confronti di una quinta, indagata nella stessa vicenda, è stato emesso un provvedimento di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal bambino.

 

 

LE MAESTRE - Le quattro maestre sono state arrestate in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Vibo Valentia su richiesta della Procura della Repubblica. Si tratta di Adriana Mangone, di 50 anni; Elena Magliaro (38); Maria Teresa Spina (57), tutte di Mileto, e di Francesca Cimino De Liguori (46), di Vibo Valentia. La quinta maestra indagata è Rosa Maria Riso, di 37 anni, di Vibo Valentia. Le indagini che hanno portato agli arresti erano state avviate nello scorso mese di aprile sulla base di informazioni confidenziali giunte ai carabinieri di Mileto, ai quali, in forma anonima, è stato anche recapitato un dvd con le immagini registrate di alcune donne che rimproveravano un bambino che piangeva ininterrottamente. I carabinieri hanno scoperto successivamente che i maltrattamenti avvenivano all'interno dell'asilo dopo avere installato nell'istituto alcune telecamere.

IL RACCONTO - «La maestra Adriana, ma anche tutte le altre». È il racconto del piccolo Domenico, cinque anni, delle violenze subite nell'asilo comunale. Il bambino, nella testimonianza fatta al consulente tecnico nominato dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia alla domanda «quanto botte ti danno?», risponde «tante» ed indica la faccia come punto in cui veniva picchiato. Gli schiaffi erano così violenti che il bambino spesso poggiava la faccia sul banco e sul pavimento per alleviare il calore che avvertiva. Elen Magliaro, una delle maestre arrestate per i pestaggi a Domenico, tra l'altro, era la sua insegnante di sostegno. I maltrattamenti subiti dal bambino sono stati documentati nelle riprese effettuate nell'asilo dai carabinieri. Tra l'altro, le maestre, per spaventare il bambino, lo portavano in una stanza buia in cui gli facevano credere si trovasse, secondo il racconto del piccolo, «uno con la maschera tutto brutto e tutto nero che chiamavano Don Rodrigo». I pestaggi cui viene sottoposto il bambino sono continui e ripetuti anche in uno stesso giorno. Gli schiaffi, in alcuni casi, sono anche quattro-cinque in rapida successione, con il bambino che tenta invano di difendersi proteggendosi il viso con le braccia. I maltrattamenti nei confronti del bambino finiscono dopo che cominciano le indagini dei carabinieri e le maestre vengono sentite dai militari. «Il bambino, fino a quel momento vessato ogni giorno dalle maestre - scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare - viene fatto oggetto di particolari premure e accortezze».

 

(Fonte Ansa)

11 luglio 2011 16:03

Libertà di espressione? Se critichi Travaglio ti mandano la polizia

di Redazione

A Carpi i giovani del Pdl, durante lo spettacolo Anestesia totale, distribuiscono dei volantini sul vicedirettore del Fatto. Immediatamente arriva la polizia e li identifica. Due pesi e due misure?




The Untouchable, guai a chi tocca Travaglio. Potrebbe essere un film, invece è tutto vero. Vuoi parlar male del Papa, di Berlusconi, di Minzolini, di Fede, dei ministri e di tutte le donne del governo? Avanti c'è posto, difficilmente qualcuno verrà a dirti qualcosa: al massimo una pacca sulla spalla. Ma se tocchi il vicedirettore del Fatto quotidiano arrivano le forze dell'ordine a sirene spiegate. I fatti: Travaglio e Isabella Ferrari stanno scorrazzando per il paese con uno spettacolo teatrale dal titolo Anestesia totale. Una pièce apocalittica in cui gli attori immaginano l'Italia dopo Berlusconi: un Paese devastato, amorale e privo di memoria. Il solito ottimismo gauchiste.

Ieri sera lo spettacolo va in scena al teatro di Carpi, in provincia di Modena, e i ragazzi della Giovane Italia (il movimento studentesco del Pdl) si mettono a volantinare all'ingresso del teatro. Niente insulti, nessuna baruffa: solo dei manifesti in cui viene ricordata la "carriera travagliata" dell'immacolato moralista, che poi tanto immacolato non è. "Ci sembra doveroso informare gli spettatori sui processi e sulle condanne subite dal giustizialista Travaglio". E poi l'elenco di tutte le condanne in sede civile del giornalista per diffamazione e per altri reati, condanne che gli sono costate risarcimenti per oltre 250.000 euro.

Apriti cielo. Il sindaco della cittadina, Enrico Campedelli, davanti ai pericolosi cospiratori interpella subito le forze dell'ordine. I poliziotti identificano i ragazzi e poi li lasciano continuare in santa pace: il reato di lesa maestà travagliesca per ora non esiste. Morale della cronaca? Travaglio può trasformare tutti in nani, ciccioni, mafiosi, puttane e nessuno lo tocca. Ma se tocchi l'amico delle procure nella migliore delle ipotesi arriva il soccorso rosso, nella peggiore la polizia. Alla faccia della libertà di espressione.  





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Lotta alla pirateria, in America connessione bloccata se il file è "illegale"

Il Tempo


In caso di recidività verranno inviati all'utente una serie di avvertimenti, e se non ubbidirà, la sua connessione diventerà molto più lenta, impedendo lo scaricamento di file pesanti, fino a essere neutralizzata totalmente.


Computer Se scarichi illegalmente musica e film dal web, la tua connessione internet rallenterà, e di molto, e alla fin fine verrà addirittura interrotta completamente. È questo in sintesi l'accordo raggiunto negli Stati Uniti tra i produttori cinematografici e musicali da un lato e i principali provider internet dall'altro, al termine di negoziati durati lunghi anni. Le misure scelte sono progressive ed il sistema si vuole più educativo che repressivo: in caso di pirateria ripetuta, verranno inviati all'utente una serie di avvertimenti, e se non ubbidirà, la sua connessione diventerà a questo punto molto più lenta, impedendo di fatto lo scaricamento di file pesanti, e poi potrebbe essere neutralizzata totalmente.


Secondo il New York Times a provocare la svolta a per raggiungere l'accordo potrebbe essere stata la fusione tra i colossi Comcast (distribuzione via cavo) e l'emittente televisiva Nbc, con produttori e distributori sotto lo stesso tetto e quindi con interessi comuni. In passato la Recording Industry Association of America (Riaa), che raggruppa i discografici, aveva sporto denuncia contro il colosso telefonico Verizon, per tentare di ottenere le identità di un cliente che condivideva musica sul web. Ma i risultati ottenuti erano stati miseri. L'accordo coinvolge da un lato la Riaa e la Mpaa (Motion Picture Association of America, cioè i produttori cinematografici), oltre a gruppi di produttori di indipendenti.


Dall'altro troviamo i colossi americani delle telecom: AT&T, CAblevision, Comcast, Verizon e Time Warner Cable.
Secondo gli industriali del settore, la pirateria digitale costa fino a 16 miliardi di dollari l'anno, e i tentativi di repressione non hanno finora dato grossi risultati. Anzi tra i giovani c'è la convinzione che scaricare illegalmente musica e film non sia affatto illegale. L'accordo tra produttori e provider non convince però tutti negli Stati Uniti. Sarà efficace contro i sistemi peer-to-peer e contro i BitTorrent, quelli più facili da identificare e da bloccare. Ma anche la pirateria diventa più sofisticata e ci sono altri sistemi meglio protetti, quasi impossibili da neutralizzare, almeno con le conoscenze tecnologiche attuali. Una soluzione ci sarebbe, ma ne siamo ancora lontani e non è detto che piaccia a tutti: una flat rate per i collegamenti internet che comprenda anche i diritti d'autore, come succede per la tv via cavo e via satellite.





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Turi dell' olio», ecco come l'oliatore di saracinesche diventa star del web

Corriere del Mezzogiorno

Impazza la «danza dell'oliatura», la sua pagina Facebook ha 5.458 iscritti. Ma è povero, e ha 4 figli


CATANIA- Non ha nemmeno il cellulare, ma su internet, così come nella vita reale, è diventato una vera celebrità. Salvatore Sudano Urzì, in arte «Turi dell' Olio» , è un oliatore ambulante di saracinesche. Gira per i quartieri della città in lungo e in largo, a cavallo della sua bicicletta rossa e azzurra piena di gadget e attrezzi del mestiere. Quando va bene usa il motorino, un vecchio «Piaggio Sì» che spesso lo lascia a piedi.

L'ARTE DI ARRANGIARSI - «Mi alzo alle cinque di mattina e torno a casa la sera ad abbracciare mia moglie ed i miei quattro figli. Non importa se a volte qualcuno non mi paga, sono una persona umile, ma onesta. Per me ciò che è importane è camminare sempre a testa alta». Si è inventato questa professione da ragazzo. Passano gli anni, non arrivano occasioni più importanti: quello che sembrava quasi un gioco diventa il lavoro di una vita. Salvatore è uno dei personaggi più amati e conosciuti nel capoluogo etneo.


POVERO E SORRIDENTE - Chi lo incontra lo saluta con affetto, proprio per quei suoi modi gentili e per il sorriso sempre pronto sulle labbra. Ad un semplice saluto scatta l' abbraccio fraterno. «La gente mi apprezza, tutti mi trattano con rispetto perché sanno che sono un gran lavoratore. Non chiedo nient'altro che una offerta simbolica, quando ho accumulato 50 euro torno a casa soddisfatto».

STAR DELLA RETE - Su Facebook la sua fan page ha raggiunto 5.458 adesioni. In rete spopolano anche i video, c'è perfino chi lo ha voluto come protagonista per un cortometraggio o chi usa la sua immagine per fare viral marketing e pubblicizzare la propria attività gratuitamente. Decine i filmati amatoriali caricati su Youtube per immortalare la sua inconfondibile «danza dell'oliatura» in cui Salvatore, armato di olio e pennello, fischia come un fringuello improvvisando una coreografia studiata ad arte.

Andrea Di Grazia
08 luglio 2011
(ultima modifica: 11 luglio 2011)

Fuga dal carcere in presa diretta

Corriere della sera
Due detenuti aggrediscono quattro agenti e riescono a scappare

Morta a 107 anni la baronessa Licitra

Corriere del Mezzogiorno


Era fra le più longeve dell'isola, nel 1929 sposò il barone Salvatore Melfi. Viveva a Ragusa con la figlia Giovanna



CATANIA - Era fra le più longeve dell'isola, la baronessa siciliana Maria Licitra, morta alla veneranda età di 107 anni. Originaria di Vittoria, donna Maria il 5 gennaio del 1929 sposò il Barone Salvatore Melfi. Da anni, la nobildonna viveva a Ragusa insieme alla figlia Giovanna, dopo aver abitato per tanti anni a Chiaramonte Gulfi. Sempre discreta e affabile, sino all'anno scorso era in buone condizioni di salute. La salma sarà tumulata a Chiaramonte Gulfi accanto al marito Salvatore Melfi che ha avuto un ruolo di prestigio nella vita politica del paese ibleo.


Redazione online
11 luglio 2011




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Ministeri e ospitalità

Un giro sul Takabisha, le montagne russe più ripide del mondo

Corriere della sera

Al via il 16 luglio: 7 svolte da vuoto nello stomaco su 1000 metri di pista

 

Verga riposa nel degrado. Così Catania abbandona la tomba del celebre scrittore

Corriere del Mezzogiorno


Cimitero monumentale immerso nella sporcizia, fra marmi distrutti e rifiuti speciali nascosti nelle cappelle



La tomba di Verga in condizioni pietose

La tomba di Verga in condizioni pietose


CATANIA – Un mazzo di rose in plastica dentro un vasetto bianco è l’unico elemento di decoro in un quadro di abbandono e degrado. Assoluto, o per meglio dire perpetuo, visto che si tratta di una tomba: quella di Giovanni Verga, lo scrittore verista che da quasi 90 anni è sepolto nel viale degli uomini illustri al Cimitero monumentale di Catania.


MARMI FRANTUMATI - Il marmo bianco della lapide che ricopre la bara è in più parti danneggiato, frantumato e ricoperto di spazzatura. Segno che nessuno si occupa della pulizia. Lo confermano anche alcuni mazzi di fiori secchi deposti certamente da settimane da qualche mano misericordiosa. Abbandono e incuria che fanno a pugni con uno degli scopi principali della Fondazione Verga, nel cui consiglio di amministrazione siede tra gli altri il sindaco Raffaele Stancanelli: «dare più degna e solenne ubicazione alla tomba». Ma tant’è.

Cimitero monumentale lasciato nell'incuria

NON SOLO VERGA
- Ad essere trascurata non è solo la tomba di uno dei catanesi che ha reso famosa la città in tutto il mondo, ma la gran parte del camposanto. Cappelle danneggiate o usate come deposito, lapidi spezzate e illeggibili, fili elettrici scoperti senza protezione e rattoppati con nastro isolante adesivo. Un po’ dappertutto, rifiuti di ogni tipo e detriti tra sterpaglie secche che aggrediscono vialetti e tombe. Non mancano loculi distrutti con spazzatura al loro interno e, peggio ancora, tombe, in apparenza vuote, coperte con transenne. Non manca poi un vasto campionario di vasi rotti. La mancanza di un sistema di videosorveglianza e l’esiguo personale addetto alla vigilanza notturna favoriscono anche profanazioni e furti. L’ultimo caso poche notti fa, quando qualcuno ha rovinato diverse lapidi per rubare un centinaio di vasi portafiori in rame dai loculi di un intero vialetto del cimitero. In passato erano stati rubati fili elettrici e i quadri di controllo dell’energia elettrica per ottenere il sempre più prezioso ‘oro rosso’.

REATI AMBIENTALI - Non solo furti e profanazioni, ma anche reati ambientali si registrano ai «Tre cancelli». Come accertato un paio di giorni fa, quando la guardia di finanza ha scoperto alle spalle di alcune cappelle private i resti di bare che una volta aperte per l’estumulazione devono essere smaltite come rifiuti speciali. Tra le sterpaglie, le Fiamme gialle hanno rinvenuto un cassone verde, con tanto di targhetta del Comune, e tutt’attorno una discarica di circa 1.000 metri quadrati con cumuli di detriti delle ristrutturazioni delle tombe private. A fianco del cassone, tre metri cubi circa di bare ormai sbriciolate, rifiuti di ogni genere, tra cui una scarpa, dei vestiti e persino un crocifisso in metallo e pare anche dei piccoli frammenti di ossa umane. L’estumulazione, ossia le estrazione di un feretro dal loculo nel quale era stato tumulato, è una consuetudine quasi giornaliera al cimitero di Catania e viene effettuata alla presenza di un medico dell’Asp che l’autorizza a 25 anni dalla morte. Dopo l’apertura della bara, i resti umani vengono deposti in una cassetta di zinco e la bara gettata dentro il cassone verde per poi essere distrutta. Secondo la procedura, le bare devono essere contenute nei sacchi di iuta. Che però non vengono utilizzati perché da tempo esauriti.


Fonte Italpress
11 luglio 2011






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E' un Michelangelo? No, è il suo copista...

di Andrea Dusio

Un critico italiano scopre a Oxford una Crocifissione del maestro della Pietà. L’ennesima bufala



Un Michelangelo perduto? Con questo titolo l’edizione di venerdì del quotidiano britannico Independent salutava il ritrovamento di una Crocifissione autografa del Buonarroti. La scoperta si deve a Antonio Forcellino, conservatore specialista del Rinascimento, che avrebbe individuato nelle raccolte dell’Università di Oxford un dipinto sino a oggi riferito al pittore manierista Marcello Venusti. A sostegno della nuova attribuzione, l’Independent riporta un passo, in cui lo storico dell’arte si sofferma sul particolare della figura del Cristo: «La modellazione era più forte, e la pittura e l’espressione del viso possedevano una forza che mi dato l’impressione di un artista di statura molto più grande».

Le cose però sono un po’ più complicate di quanto il quotidiano britannico cerchi di dimostrare. Venusti infatti non era semplicemente un contemporaneo di Michelangelo. Valtellinese di nascita, si era affermato a Roma proprio come copista del Buonarroti. Nel classico La pittura in Italia dal 1500 al 1600, Sidney Freedberg inquadra così la sua personalità: «Una parte importante dell’attività di Venusti consistette in piccoli dipinti da studio che parafrasavano modelli presi da Michelangelo-nella pittura, nella scultura o nei disegni, in genere di data recente. Di preferenza, i temi che Venusti sceglieva di trasporre erano quelli religiosi e i suoi quadri erano evidentemente destinati a servire allo scopo di moltiplicare le immagini di pietà che Michelangelo aveva concepito in modo che potessero essere degli oggetti di devozione privata di larga diffusione».

A questo punto dovremmo chiedere a Forcellino come mai è così sicuro che si tratta di un autografo del Buonarroti e non di una riproduzione, di mano del suo copista per così dire «ufficiale»? Andando a sfogliare il fascicolo dedicato a Venusti dell’archivio fotografico di Federico Zeri ci s’imbatte infatti in una serie di dipinti, tutti chiaramente derivanti da modello simile a quello di Oxford. Conosciamo per esempio una versione passata in asta a Sotheby’s nel 1971 che nella parte superiore (il Cristo e gli angeli) è perfettamente sovrapponibile a quella «rivalutata» come autentica. Dove sarebbero le differenze di modellato? Le dimensioni (50x36,5 cm) fanno dire pensare proprio a una copia di devozione.

Quali sono invece le misure, che l’Independent omette, dell’opera di Oxford?
Unitamente alla versione ora ritenuta autografa, Forcellino ne ha analizzate altre due apparentemente identiche, con una tecnica diagnostica, la riflettografia a infrarossi, che consente di studiare quel che vi è sotto lo strato pittorico superficiale. Una è conservata presso il museo Casa Buonarroti di Firenze e l’altra appartiene alla Galleria Doria Pamphili di Roma. Alla fine si è convinto che la versione di Oxford è autografa e le altre no. Lo scoop dell’Independent però di queste complicate comparazioni che trascendono l’occhio umano non dice nulla: è molto più convincente raccontare la fiaba del ritrovamento rocambolesco di un Michelangelo nei corridoi polverosi di un ostello per studenti che attenersi alla verità.

E cioè che Venusti ha fatto un numero imprecisato di varianti, più o meno ricche di particolari, della Crocifissione. Ma che sia partito da un prototipo di Michelangelo, e che questo corrisponda al dipinto di Oxford, resta una supposizione.

Forcellino però è convinto che si possano: «immediatamente vedere le differenze tra questo lavoro e quelli di Venusti». Intanto, un altro dipinto che ha recentemente assegnato a Michelangelo, una Sacra Famiglia che giaceva dietro a un sofà, nel salotto di un sottoufficiale dell’aereonautica di Buffalo, viene ora stimato 300 milioni di dollari: saper vedere quello che gli altri non vedono evidentemente non ha prezzo.




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E' morto il figlio di Palmiro Togliatti

Il Resto del Carlino


Il decesso è avvenuto sabato scorso a Modena, dove Aldo Togliatti era ricoverato da tempo


Palmiro Togliatti

Modena 11 luglio 2011.


E' morto il figlio di Palmiro Togliatti, Aldo.  Il decesso è avvenuto sabato scorso a Villa Igea a Modena, dove era ricoverato da tempo. La famiglia ha diffuso la notizia soltanto oggi a funerali avvenuti. L'uomo avrebbe compiuto 86 anni il 29 luglio.

Nato il 29 luglio 1925 a Roma Aldo Togliatti ha trascorso gran parte della sua infanzia e adolescenza in Unione Sovietica in un collegio del partito comunista e proprio lì si è diplomato in ingegneria per poi far ritorno in Italia. 

Ben presto i segni della sua malattia, legata a un disagio di natura psichiatrica, hanno iniziato a farsi sentire e hanno condizionato la sua esistenza. Nel dopoguerra ha raggiunto la madre, Rita Montagnana a Torino e per alcuni anni ha lavorato come dipendente alla Sip. Si è iscritto al Politecnico per proseguire negli studi, un progetto che però non ha portato a termine.

Con la morte della mamma, negli anni Ottanta, Aldo Togliatti si è trasferito a Modena dove, con l’aiuto dei compagni di partito, è stato ricoverato a Villa Igea, costantemente accudito da un’assistente e dai cugini di Torino, uno dei quali, Manfredo Montagnana ne è stato il tutore fino all’ultimo giorno.

I funerali si sono svolti stamattina in forma strettamente privata. Questa la volontà che Aldo Togliatti aveva espresso negli ultimi tempi, nei momenti di lucidità che ancora riusciva ad avere e che è stata fatta propria dalla famiglia.





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Frodi informatiche, tutti i consigli degli esperti per non cadere nella trappola.

Il Mattino


di Marco Piscitelli
Carte di credito clonate, bancomat manomessi, skimmer, phishing e truffe. In poche mosse i cyber-criminali possono prosciugare il nostro conto corrente, facendo perdere le proprie tracce in un attimo. Dietro alcuni gesti quotidiani possono nasconderesi amare sorprese: dall'apertura di una e-mail al pagamento di un prodotto online con la nostra carta di credito è quasi impossibile non incontrare piccoli e grandi rischi legati all'uso delle tecnologie.


Nello speciale sulla sicurezza informatica del Mattino gli internauti possono trovare semplici e immediati consigli di due esperti informatici delle forze dell'ordine (il colonnello della Guardia di Finanza Gabriele Failla e Roberto Borraccia, dirigente della polizia postale e delle comunicazioni di Napoli). Regole da seguire per non cascare nella rete dei malfattori. Gli indizi che ci consentono di scoprire gli ultimi "trucchi" escogitati dai cyber-criminali per farci cascare in alcune delle truffe più diffuse e ancora il comportamento da adottare al ristorante o allo sportello bancomat quando preleviamo denaro in contante.

Gli ultimi casi di cronaca (ecco alcuni articoli pubblicati dal Mattino.it: 1 - 2 - 3 - 4 - 5) ci insegnano che nessuno può dirsi davvero al sicuro. La regola da seguire, sempre, è quella di avere gli occhi sempre ben aperti e di fare un massiccio uso del buonsenso quando comunichiamo le i nostri dati (nome, cognome, indirizzo, numero di carta di credito, password, etc.) ad altri soggetti.

SICUREZZA INFORMATICA - GLOSSARIO


ANTIVIRUS - È un software in grado di rilevare ed eliminare (è fondamentale aggiornarlo) virus informatici o altri programmi dannosi per il pc come i malware (worm, spyware, trojan e dialer). Senza protezione adeguata il nostro computer è esposto a notevoli rischi

ATM (Bancomat) - È il sistema per il prelievo automatico di denaro dal proprio conto corrente. Gli sportelli sono diffusi in tutto il mondo e negli ultimi anni sono stati presi di mira dalle bande criminali per sottrarre soldi illecitamente a chi li utilizza grazie all'uso di skimmer e microcamere che consentono di clonare le carte elettroniche.

CARTE PREPAGATE - Anche dette carte di credito ricaricabili o carte ricaricabili sono diverse dalle carte di debito (carta Bancomat) e carte di credito perché non sono collegate direttamente ad un conto corrente. In caso di clonazione, quindi, i criminali potranno sottrarre solo la quantità di denaro collegata alla carta. Sono consigliate per gli acquisti elettronici

CRACKER - È un termine che indica quei soggetti che commettono illeciti sulla rete internet entrando abusivamente nei sistemi informatici altrui al solo scopo di danneggiarli o di trarne un vantaggio economico. Gli haker, invece spesso non commettono illeciti.

FIREWALL - È un software in grado di creare un filtro di sicurezza sulle connessioni internet che entrano ed escono da un pc: il firewall innalza il livello di sicurezza della rete impedendo l'accesso ai computer non autorizzati

G.A.T. - È il Nucleo speciale frodi telematiche della Guardia di Finanza che contrasta esclusivamente gli illeciti economico-finanziari commessi attraverso la rete internet

HOME BANKING - È la "banca a domicilio" che ci consente di accedere a tutti i servizi bancari comodamente dal pc di casa sfruttando un comune collegamento telematico

MALWARE - Ogni software maligno che viene creato con un solo scopo: causare danni al computer su cui viene eseguito o consentire ai cracker di trarre un vantaggio economico

PASSWORD - È la chiave di accesso composta da caratteri alfanumerici utilizzata per accedere in modo esclusivo al conto corrente, al nostro compurer, alla casella email etc. È preferibile utilizzare una password complessa composta da lettere e numeri

PHARMING - Tramite software maligni (malware) i cracker trasformano il nostro pc in uno "zombie" per ottenere l'accesso ad informazioni personali e riservate come numero di conto corrente, nome utente, password, numero di carta di credito etc.

PHISHING - Tradotto in italiano è lo "spillaggio di dati sensibili", vale a dire ottenere grazie le comunicazioni elettroniche (e-mail) l'accesso a informazioni personali o riservate con la finalità del furto d'identità per poi trarne un illecito guadagno.

PIN - Sono delle password composta esclusivamente da numeri. Il codice pin è utilizzato, ad esempio, per le carte elettroniche e per lo sblocco dei telefoni cellulari

POS - È il punto di vendita (Point Of Sale) che ci cosente di pagare negli esercizi commerciali tramite la "strisciata" di carte di credito, di debito e prepagate con l'aggiunta del codice di sicurezza (Pin)

SKIMMER - È un dispositivo elettronico in grado di leggere e spesso memorizzare i dati della banda magnetica delle carte elettroniche, come bancomat o carta di credito

SPYWARE - È un programma maligno (malware) che raccoglie illegalmente tutte le informazioni riservate sulla nostra navigazione in rete (siti web visitati, acquisti, home banking ) trasmettendole poi ad organizzazioni che ne trarranno illecito profitto

TROJAN - In italiano cavallo di troia, è software maligno (malware) spesso allegato ad un messaggio di posta elettronica: una volta installato sul nostro computer consente al cracker di svolgere operazioni illecite o di spiare le nostre attività in rete

TRUFFE NIGERIANE - È un tipo di raggiro informatico messo in atto in modi diversi che viaggia principalmente via e-mail. Il messaggio, in molti casi, è scritto in inglese e informa il destinatario di aver ereditato una ingente somma di denaro: a chi cade nella trappola vengono chiesti soldi per la parcella del notaio e in alcuni casi le vittime sono invitate a recarsi in Nigeria per recuperare il denaro che, ovviamente, non ci sarà.

WORM - Sono software maligni che infettano il pc e ne modificano il sistema operativo in modo da funzionare automaticamente e diffondendosi a macchia d'olio in tutta la rete internet


Si ringraziano per la collaborazione laPolizia Postale e delle Comunicazioni di Napoli e il Comando della Regione Campania della Guardia di Finanza


Giovedì 07 Luglio 2011 - 14:12    Ultimo aggiornamento: Domenica 10 Luglio - 22:57



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Usa, politico attacca il governatore sui tagli e viene "fulminato

Corriere della sera

In un dibattito tv Stephen Sweeney interrotto dalla scarica elettrica

 

No Tav e black bloc? Serve una legge per metterli fuori legge

di Magdi Cristiano Allam

La proposta / Per i "nuovi terroristi" serve un’imputazione esemplare: quella di criminalità organizzata. Non aspettiamo il morto per intervenire




Lancio un appello all’unità nazionale per mettere fuorilegge i nuovi terroristi che alla stregua della criminalità organizzata attaccano per uccidere le forze dell’ordine, distruggono il patrimonio pubblico, mirano a sovvertire l’ordinamento dello Stato disconoscendo la legittimità delle scelte del Parlamento e del governo eletti democraticamente. Che si chiamino «Militanti No-Tav», «Black bloc», «Centri sociali» o «Antinationalist Front No-Tav», dal momento che le loro azioni sono violente ed eversive, non possiamo continuare a considerarli come dei singoli esagitati che eccedono nella loro manifestazione ostile alle decisioni assunte dai legittimi rappresentanti dello Stato, che è anch’essa legittima fintantoché resta di natura pacifica e rispettosa delle leggi.
Se dopo l’attacco violento di circa 1500 militanti No-Tav lo scorso 3 luglio, culminato nel ferimento di 200 poliziotti, il capo dello Stato Napolitano ha dichiarato senza mezzi termini che si è trattato di «violenza eversiva», perpetrata da «gruppi addestrati a pratiche di violenza eversiva», da «squadre militarizzate per condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge», qualificati come «professionisti della violenza», sarebbe stato doveroso un pronunciamento da parte della magistratura dal momento che Napolitano presiede il Consiglio superiore della Magistratura. Limitarsi ad arrestare quattro persone significa che la nostra magistratura continua a negare la connotazione di organicità di questa nuova forma di criminalità organizzata denunciata da Napolitano.
Ancor più esplicito è stato il ministro dell’Interno Maroni, principale responsabile dell’ordine e della sicurezza pubblica, che ha qualificato l’evento come «violenza eversiva di stampo terroristico». A suo avviso è lecito ipotizzare «il reato di tentato omicidio e non reati minori perché lanciare bottiglie incendiarie di ammoniaca significa attentare alla vita dei poliziotti. Questo non può esser considerato un pacifico dimostrante ma è un terrorista. È una forma organizzata di violenza».
Dal momento che governo e opposizione hanno fermamente condannato questa violenza organizzata, che cosa attendono a dar seguito alle dichiarazioni ufficiali affinché si traducano in una legge che esplicitamente indichi che l’attività di questi gruppi violenti ed eversivi è messa al bando? So bene che le leggi attuali, promulgate negli anni dell’eversione delle Brigate Rosse e anche recentemente per fronteggiare il terrorismo islamico globalizzato, potrebbero essere considerate sufficienti per contrastare anche questo nuovo terrorismo.
Ma ciò che ancora manca è la consapevolezza e la formalizzazione che si tratta appunto di un nuovo terrorismo perpetrato da gruppi armati dediti alla criminalità organizzata finalizzata al sovvertimento delle nostre istituzioni democraticamente elette. Sarò ancor più esplicito: c’è a sinistra un orientamento a considerare questo fenomeno come espressione di un gruppo di esagitati, che reagiscono in modo eccessivo per denunciare una causa di per sé giusta. È insomma lo stesso atteggiamento che si ebbe negli anni Settanta quando inizialmente all’interno del Partito comunista si definirono i brigatisti rossi come «compagni che sbagliano». Solo dopo che i brigatisti cominciarono a uccidere i militanti comunisti, il Pci fu costretto a uscire dal suo torpore ideologico.
Il nostro codice penale ha già le leggi che potrebbero assunte per fronteggiare questo nuovo terrorismo....




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Tour: auto della Tv travolge due corridori in fuga Il direttore Prudhomme: scandaloso

Quotidiano.net


Si tratta di Juan Antonio Flecha e Johnny Hoogerland, che sono rovinati a terra e hanno raggiunto, doloranti, il traguardo. La tappa è stata vinta da Luis Leon Sanchez, il francese Thomas Voeckler è la nuova maglia gialla

Roma, 10 luglio 2011 

Pazzesco al Tour de France. Nel corso della nona tappa (Issoire - Saint-Flour), una macchina della Tv francese (France Television), mentre cercava di superare i cinque fuggitivi di giornata, ha scartato improvvisamente sulla destra. Così facendo, ha urtato il corridore del Team Sky Juan Antonio Flecha che, rovinando a terra, ha colpito anche il compagno di fuga Johnny Hoogerland (Vacansoleil) che è rimbalzato in aria finendo su un filo spinato che si torvava a lato della strada. I due, ripresi dal gruppo, hanno raggiunto doloranti il traguardo.

In precedenza, erano stati costretti al ritiro a causa di una caduta a un centinaio di chilometri dall’arrivo, anche Alexandre Vinokourov eJurgen Van den Broeck. Ad avere la peggio è stato Vinokourov, che ha riportato una frattura del femore. Il grave incidente potrebbe significare per il 37enne kazako la conclusione anticipata della carriera. Il Tour, nel quale sognava di tornare a indossare la maglia gialla, era il suo ultimo grande giro, avendo annunciato il ritiro a fine stagione.

Van den Broeck soffre invece di una frattura alla scapola. Nello stesso incidente altri due altri corridori hanno riportato fratture - il belga Frederik Willems alla clavicola, lo statunitense David Zabriskie al polso - e si sono ritirati.

L’automobile della tv francese, che oggi ha investito l’olandese Johnny Hoogerland e lo spagnolo Juan-Antonio Flecha, è stata esclusa dal Tour de France. Lo ha annunciato la direzione della corsa. Si tratta di un veicolo ‘’Euro Media’’ incaricato di fornire l’assistenza tecnica per la diffusione televisiva.




PRUDHOMME: SCANDALOSO - Il direttore del Tour de France, Christian Prudhomme, ha definito uno "scandalo" l’incidente provocato nella tappa di oggi da un’automobile della tv francese che ha investito lo spagnolo Juan-Antonio Flecha e l’olandese Johnny Hoogerland, mentre si trovavano in testa alla corsa.

‘’Presentiamo le nostre scuse ai corridori e alle loro squadre’’, ha detto Prudhomme raggiunto dalla radio RTL, subito dopo la tappa. Il direttore del Tour ha anche ricordato che, alcuni giorni fa, la moto di un fotografo aveva travolto il danese Nicki Sorensen, gregario di Alberto Contador alla SaxoBank. La moto era stata poi definitivamente esclusa dalla corsa. ‘’Sono gli incidenti di troppo, e’ uno scandalo’’, ha aggiunto il direttore del Tour. Quest’ultimo ha poi ricostruito le circostanze dell’incidente di oggi: ‘’la strada era stretta.

"Thomas Voeckler, che era in fuga, ha chiesto un bilancio. Su Radio Tour, che tutti hanno il dovere di ascoltare, ho annunciato a tutte le automobili di fare spazio ai veicoli dei direttori sportivi. L’auto in questione non lo ha fatto. Non solo non si e’ scostata - ha detto Prudhomme - ma ha anche urtato due dei cinque corridori e avrebbe potuto urtarli tutti e cinque’’.  Hoogerland e Flecha, entrambi sanguinanti, sono riusciti comunque a tagliare il traguardo di Saint-Flour con piu’ di 16 minuti di ritardo. Il primo era stato catapultato dall’automobile nel filo spinato e aveva le ginocchia in sangue. il secondo, lanciato letteralmente per aria, e’ stato colpito soprattutto ad un gomito. Entrambi hanno potuto vestire la maglia a pois al termine di una tappa nervosa e catastrofica, vinta dallo spagnolo Luis Leon Sanchez.

Da parte sua, il leader del giorno ha giudicato ‘’spiacevole’’ il terribile e folle incidente: ‘’a quel punto avevamo fatto il piu’ del lavoro. Eravamo su strade strette, sentivamo che l’incidente sarebbe arrivato. Molte auto dell’organizzazione, con degli ospiti a bordo, ci hanno sorpassato velocemente, sfiorandoci’’, ha detto Sanchez, lanciando un appello all’organizzazione del Tour perche’ i corridori vengano rispettati di piu’. ‘’Che un fatto del genere si produca sulla piu’ bella corsa del mondo, e’ un vero peccato’’, ha concluso.

Anche la nuova maglia Thomas Voeckler e’ tornato sull’incidente durante la conferenza stampa di fine tappa: ‘’le cadute in discesa fanno parte della corsa, ma questo no - ha commentato il francese -. Quell’auto che ha colpito Flecha e Hoogerland avrebbe potuto urtare me, e’ solo fortuna. Ho molto male alla caviglia perche’ Flecha mi e’ finito addosso. Non voglio fare polemiche - ha concluso - ma e’ davvero un fatto increscioso, ci sono gia’ abbastanza rischi in una corsa ciclistica’’.

LA CORSA - Lo spagnolo Luis Leon Sanchez si è imposto nella nona tappa del 98esimo Tour de France, la Issoire-Saint Flour di 208 chilometri con arrivo in leggera salita. Il corridore della Rabobank ha preceduto i suoi due compagni di fuga, i francesi Thomas Voeckler (Europcar), che è la nuova maglia gialla della classifica generale, e Sandy Casar (Fdj).


Domani la prima giornata di riposo, si riparte martedì con la decima frazione, la Aurillac-Carmaux di 158 chilometri adatta ai velocisti.
L’ordine d’arrivo della nona tappa del Tour de France, la Issoire - Saint-Flour di 208 km:


1. Luis-Leon Sanchez (Spa) - Rabobank 5h27’09’’
2. Thomas Voeckler (Fra) - Europcar + 5’’
3. Sandy Casar (Fra) - FdJeux + 13’’
4. Philippe Gilbert (Bel) - Omega-Lotto + 3’59’’
5. Peter Velits (Svk) - HTC-Highroad, stesso tempo
6. Cadel Evans (Aus) - BMC, s.t.
7. Andy Schleck (Lux) - Leopard-Trek, s.t.
8. Tony Martin (Ger) - HTC-Highroad, s.t.
9. Frank Schleck (Lux) - Leopard-Trek, s.t.
10. Damiano Cunego (Ita) - Lampre-ISD, s.t.



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Ecco uno dei paradossi della giustizia svizzera Insegue un narcos, multato perché va veloce

di Redazione

Un poliziotto di Napoli cattura un trafficante in Svizzera. Mentre gli dà la caccia supera il limite. L'agente condannato: 1050 euro e cinque giorni di lavori socialmente utili. La magistratura elvetica ha chiesto una rogatoria all'Italia per processarlo


Gian Marco Chiocci - Simone Di Meo

In qualsiasi altro posto del mondo, l'arresto di un pericoloso narcotrafficante sarebbe considerato un «lavoro socialmente utile». Questo non accade alle nostre latitudini, dove può capitare che un agente della Squadra mobile di Napoli (quella guidata, fino a pochi giorni fa, da Vittorio Pisani, il superpoliziotto infangato dalle dichiarazioni di un ex tagliagole di camorra e coinvolto in un'inchiesta sui ristoranti dei clan) finisca sotto processo e per di più condannato in Italia per aver pigiato troppo l'acceleratore in Svizzera all'inseguimento di un criminale ricercatissimo nel globo.

Tutto inizia quando Michele Pellegrino, in servizio alla sezione Narcotici partenopea, viene inviato in missione in un Paese del nord Europa per partecipare alla cattura di un imprenditore del commercio di cocaina; uno di quelli considerati davvero pericolosi perché inondano di neve i rioni ghetto di Scampia e Secondigliano, guadagnando cifre da capogiro e facendo la bella vita tra Bogotà, Montecarlo e Nizza.

La soffiata che arriva in Questura è precisa e dettagliata. Occorre attivarsi subito. Preparare le carte, avvisare i ministeri competenti, chiedere autorizzazioni e quant'altro. Ma è sera, ormai, e non è più possibile attendere. Il narcos potrebbe uscire dai radar delle «confidenze» della Squadra Mobile. Così lo sbirro Michele Pellegrino, senza pensarci troppo, noleggia con i suoi documenti e con la sua carta di credito un Suv Volvo con il quale comincia la caccia al camorrista. L'operazione sotto copertura - autorizzata dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea e supportata dalla Direzione centrale antidroga di Roma - si conclude con l'arresto del criminale e con il sequestro di 100 chili di droga destinati al mercato italiano.

Anziché una medaglia al valore o una promozione per meriti straordinari, ecco l'imprevisto: all'altezza del Cantone dei Grigioni, in Svizzera, il cacciatore di camorristi viene fotografato dagli autovelox perché ha superato di 39 chilometri il limite di velocità (119 km/h invece di 80). Passano due mesi, e a casa dell'agente si presentano i carabinieri con un avviso di garanzia e la convocazione in caserma: la magistratura svizzera ha chiesto, tramite rogatoria internazionale, che il conducente dell'auto che ha turbato la tranquillità del Paese del cioccolato venga identificato e processato (perché nella patria del segreto bancario e dei riciclatori di professione non c'è multa o vigile che tenga, se hai il piede pesante si finisce alla sbarra).

Pellegrino cerca di spiegare come può le sue ragioni, ma la legge elvetica sul punto è inflessibile: non c'è differenza tra chi tira l'auto al massimo perché è ubriaco e chi, invece, ha appena partecipato a un blitz antidroga. Bisogna punirlo, punto e basta. D'altronde, gli uffici giudiziari di Como e Milano sanno bene quanto i dirimpettai ci tengano all'osservanza del loro codice della strada: ogni anno sono decine e decine le rogatorie internazionali che atterrano sulle scrivanie dei magistrati lombardi, con tutte le incombenze e i costi del caso a carico dei contribuenti italiani.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere non può far altro che mettere a disposizione dell'inflessibile Cantone dei Grigioni un pm e tutto l'occorrente - polizia giudiziaria compresa - per interrogare e definire la posizione giudiziaria del poliziotto. Ovviamente, le istituzioni italiane di riferimento non muovono un muscolo per tutelarlo, così dallo stipendio che non è certamente da conto in Svizzera se ne vanno via i primi soldi per ingaggiare l'avvocato e per le carte bollate.

Qualche giorno fa, preciso come un orologio svizzero, arriva il decreto di condanna firmato dal giudice d'Oltralpe Claudio Riedi: Michele Pellegrino è condannato a 1.050 euro di multa e a 5 giorni di «lavori socialmente utili» in Svizzera.




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Il primo anniversario di Srebrenica con Mladic in carcere

Corriere della sera


di Monica Ricci Sargentini


Sono passati 16 anni dal massacro di Srebrenica. Sedici lunghi anni che non sono bastati a ritrovare ed identificare tutti i corpi degli 8mila civili musulmani uccisi dalle truppe bosniache. Oggi i resti di 613 vittime, rinvenuti nell’ultimo anno, saranno sepolti con un’unica cerimonia funebre nel cimitero monumentale di Potocari, nei pressi dell’enclave protetta dall’Onu, accanto  alle 4.524 tombe esistenti.  Ma quest’anno qualcosa è cambiato per i familiari delle vittime perché l’ex generale Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, quello che brindava con i suoi adepti mentre iniziava la decimazione dei maschi musulmani, dal primo giugno è in prigione all’Aja e finalmente pagherà per le sue colpe.
Emir Suljagic, che aveva 17 anni nel 1995 e fu risparmiato, ha raccontato la sua terribile esperienza in un libro Cartoline dalla fossa: «Ero sopravvissuto perché quel giorno Mladic si sentiva Dio: aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte. In seguito, per mesi lo sognai ogni notte: rivivevo da capo quell’ incontro, cercando di dimenticare i dettagli che mi perseguitavano. Mi svegliavo davanti ai suoi occhi iniettati di sangue, mi veniva da vomitare per il fetore che gli alitava dalla bocca, nelle mie narici era rimasta la puzza dell’ alcol che aleggiava attorno a lui. Temevo che sarei impazzito cercando di spiegarmi perché mi avesse risparmiato visto che ero altrettanto insignificante ai suoi occhi quanto tutti i miei amici che aveva ordinato di fucilare. Non riuscivo a trovare una risposta».
Nel 1993 le Nazioni Unite dichiararono Srebrenica «zona protetta», a tutela della popolazione civile bosniaca in maggioranza musulmana, ma quando le  truppe di Mladic iniziano l’ attacco all’ enclave il contingente Onu, formato dalle tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III (600 uomini comandati dal colonnello Thom Karremans) non intervenne.  Qualche giorno fa, il cinque luglio, una sentenza del tribunale penale dell’Aja  ha riconosciuto per la prima volta la responsabilità dei Paesi Bassi per la morte di tre vittime del genocidio che “non avrebbero dovuto essere consegnate” ai militari serbo bosniaci dai caschi blu olandesi. I familiari dei civili uccisi, comunque, hanno presentato denunce anche contro le Nazioni unite. Perchè non venga dimenticata la tragedia che, secondo l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, «peserà sempre sulla nostra storia».
Ma nessuna sententa o risarcimento potrà consolare  le madri, le mogli e le sorelle degli 8.372 civili trucidati che ora temono di non vivere abbastanza per ritrovare i resti di tutti i loro cari e che vivono con l’incubo che l’eccidio sia dimenticato. “Mi fa più paura l’oblio che tutto quello che ho vissuto, ha detto l’altroieri all’Ansa Munira Subasic che ancora cerca i resti del figlio più piccolo per dargli degna sepoltura. Ieri a Potocari sono arrivati anche gli oltre sei mila partecipanti alla marcia della morte (qui a sinistra) sulle orme, in senso inverso, dei 15.000 disperati che, dopo la caduta di Srebrenica, cercarono la salvezza a Tuzla, sotto il controllo delle forze governative. Alcuni, mentre scappavano attraverso i boschi, furono decimati dai cecchini o nei bombardamenti dell’artiglieria serba, altri sopravvissero cibandosi di bacche e bevendo acqua. Chi ce l’ha fatta nei giorni scorsi ha marciato verso Srebrenica con un groppo alla gola e le lacrime agli occhi.
Per non dimenticare Amnesty International ha invitato gli italiani a donare un fiore da portare davanti all’Ambasciata di Bosnia Erzegovina a Roma. Per aderire all’iniziativa c’è tempo fino alle 11 di oggi.



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La Polizia sull'orlo della bancarotta

La Stampa

Dai commissariati sotto sfratto alla mancanza di auto e di benzina

NICCOLÒ ZANCAN


TORINO

Ci sono persone abituate a risolvere i problemi in silenzio, continuando a lavorare a testa bassa. Ma è stato comunque imbarazzante vedere l’ufficiale giudiziario bussare alla porta del commissariato di Cefalù con in mano un’ingiunzione di pagamento. Una piccola, perfetta, storia italiana. Perché il commissariato sotto sfratto, moroso, era quello diretto da Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. Quando lo Stato dimentica se stesso.

Oggi il commissario Borsellino, fedele al suo stile sobrio, dice soltanto: «Il problema è risolto. E’ stato firmato un accordo fra il Ministero dell’Interno, la prefettura e il proprietario dell’immobile. Non abbiamo più visto l’ufficiale giudiziario. E questo credo sia uno dei commissariati più moderni della Sicilia: non abbiamo nulla di cui lamentarci». Beati loro, verrebbe da dire.

La polizia è sull’orlo della bancarotta. Non ha più soldi per le spese ordinarie, non riesce a pagare i suoi dipendenti, deve ristrutturare il 50% degli uffici, non rispetta la legge 626 sulla sicurezza. In certi commissariati mancano le divise, gli anfibi, i fogli per le denunce e la carta igienica. E così, in questi anni di tagli orizzontali nel pubblico impiego - con gli agenti di polizia equiparati ai dipendenti del catasto - si sono viste scene surreali. Come quella volta che i carabinieri si sono presentati al commissariato di Cerignola con l’ordine di eseguire lo sfratto: agenti contro.

Poi, in extremis, lo Stato corre ai ripari. Mette una pezza. Paga l’affitto e si scopre che, fino a quel momento, il contratto era sulla parola. Cose che se succedessero alla povera gente, quasi sempre, finirebbero in tribunale. Ma a ben guardare, anche questo è un povero Stato.

Lo è sicuramente visto dalle finestre del commissariato di Barriera di Milano, il quartiere più problematico, trascurato e insicuro di Torino, una piccola città di 50 mila abitanti. Qui la polizia può contare in tutto su 4 auto. La Grande Punto del dirigente, un’Alfa 159 in servizio come volante, una vecchia Stilo per la pratiche amministrative e una Punto gialla per i pattugliamenti in borghese. L’organico: 48 agenti, ma fra ferie, malattie e aggregati ad altri servizi, la media è di 30 effettivi al giorno. Gli uffici sono nuovi ma il timbro è quello di due anni fa, l’intestazione quindi ha l’indirizzo sbagliato e ogni documento deve essere corretto a mano. Il sapone lo comprano i poliziotti a rotazione.

La metà dei computer in ufficio è personale. Le pulizie sono affidate a un appalto che garantisce ormai solo tre ore di lavoro alla settimana. Un problema comune a tutti i commissariati e alle caserme dei carabinieri, come da circolare ministeriale: «La direzione centrale è stata costretta a fornire istruzioni alle prefetture per affidare i servizi in questione, per il periodo 1˚ aprile-30 settembre 2011, con una riduzione dei precedenti valori contrattuali del 30% e, ovviamente, con una proporzionale riduzione delle prestazioni pattuite. Peraltro, con recentissima manovra, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso indisponibili, mediante accantonamenti, ulteriori risorse. Il che renderà problematico anche il finanziamento delle spese di cui trattasi...».

Stanno finendo i soldi. Tagli anche sulla formazione professionale degli agenti: «Attesa la limitata disponibilità di risorse economiche si prega di voler individuare le attività corsuali da richiedere sulla base di indirizzi strategici ben definiti e di voler indicare con particolare attenzione il costo presunto del corso, al fine di evitare la formazione di debiti pregressi». Si tratta di fissare delle priorità: scegliere, scremare, rinunciare, impoverirsi. La sicurezza, cavallo di battaglia prima di ogni elezione, dopo diventa un bene secondario. Come dimostra la vicenda delle scassatissime auto delle forze di polizia, che finalmente ha contorni precisi. I veicoli in dotazione sono in tutto 19 mila: un terzo è fermo in attesa di riparazione. Dal 2008 a oggi gli investimenti per l’acquisto e la manutenzione dei mezzi sono stati tagliati di oltre la metà: da 90 a 40 milioni di euro. Ecco perché il segretario generale del Coisp Franco Maccari, un poliziotto veneto a capo di un sindacato ultraindipendente, è furibondo: «Anche il rifornimento di carburante è contingentato. Solo di benzina il debito della Polizia è di circa 26 milioni di euro. Il Governo Berlusconi ha pugnalato alle spalle le forze dell’ordine. Ci hanno tolto le risorse necessarie per fare questo lavoro».

I commenti sui blog tracimano delusione. L'ultima finanziaria ha mantenuto il blocco delle carriere. «Il contrario della meritocrazia - dice Maccari - oggi assistiamo a un paradosso: chi lavora tanto guadagna esattamente come chi lavora poco. Molti agenti hanno voglia di mollare. Sono delusi, si sentono traditi. Come chi prende uno schiaffo da un amico».

Oggi l’età media di un poliziotto è di 47 anni. Alla fine del 2011 andranno in pensione 4.000 agenti; saranno rimpiazzati da 980 assunzioni. Lo stipendio di un sovrintendente con 15 anni di anzianità è di 1.350 euro, con una pensione prevista fra 20 anni di circa 800 euro. Un’ora di lavoro straordinario vale 10 euro lorde (13 in orario notturno), ma devono ancora essere pagati gli straordinari del 2010. E persino gli straordinari cosiddetti «speciali», a corsia preferenziale, come quelli per i servizi a Lampedusa o per la Tav, sono stati promessi ma non ancora liquidati.

Un giro d’Italia degli uffici di polizia sarebbe un documentario sensazionale. Ad Assisi le telecamere di sicurezza non funzionano perché coperte da alberi che nessuno può permettersi di potare. Sotto sfratto il commissariato Vescovio (Roma) e di Patti (Messina). Dalla questura di Milano nel 2000 uscivano in pattuglia 22 volanti con tre agenti per turno, oggi è difficile arrivare a 14 con due agenti ciascuna. Ovunque bisogna centellinare i buoni benzina anche a costo di andare piano, certi pattugliamenti sono stati fatti a piedi. A Palermo 29 ponti radio su 39 sono rotti, mancano i soldi per ripararli, i poliziotti devono usare il telefoni personali per parlare con le centrale.

Eppure sono anche anni di grandi risultati: 424 latitanti arrestati. Grandi successi nella lotta alla mafia. «Il ministro Maroni dovrebbe sciacquarsi la bocca prima di parlare - dice Maccari - sono risultati dovuti allo spirito di sacrificio degli agenti, frutto di anni di lavoro e di moltissime intercettazioni telefoniche, quelle che il Governo vorrebbe limitare». Non era mai caduta così in basso la stima fra gli agenti e i loro referenti politici. «E’ il periodo peggiore della storia d’Italia», dice il segretario del Siulp di Milano Mauro Guaetta. «E’ semplice - spiega il segretario del Sap di Palermo Francesco Quattrocchi meno soldi, meno straordinari, meno mezzi, uguale meno sicurezza».



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Pagare o lottare, il dilemma Fininvest

La Stampa

Poche speranze in Cassazione, se si versa subito c'è lo sconto

FRANCESCO MANACORDA


MILANO
LA SENTENZA (.pdf)

Fininvest al bivio su due fronti: da una parte deve decidere tra il pagamento di 560 milioni di euro alla Cir e l’ultimo tentativo di bloccare il risarcimento con una richiesta da presentare in contemporanea con il ricorso in Cassazione; dall’altra deve scegliere proprio tra il ricorso in Cassazione e un tentativo per ora negato da tutti gli interessati - di transazione con la controparte.

All’indomani della sentenza che condanna la holding della famiglia Berlusconi a pagare la somma record al gruppo di Carlo De Benedetti per il giudizio truccato che scippò all’Ingegnere la Mondadori, avvocati e consulenti Fininvest sono già al lavoro per cercare di minimizzare i danni. E la scelta di fondo, da fare nel giro di una settimana, al massimo dieci giorni, è appunto quella di cercare di opporsi all’incasso da parte di Cir o viceversa di procedere spediti verso il pagamento della somma stabilita dalla Corte d’Appello di Milano.

La prima ipotesi è ovviamente allo studio dei legali, che sabato mattina hanno preso copie della sentenza per studiarla nel fine settimana. Il tema è quello del rischio di un «grave e irreparabile danno» che Fininvest potrebbe subire se pagasse. Un danno che potrebbe essere in teoria causato da due diverse situazioni: o i conti della holding di Berlusconi non sono in grado di reggere all’impatto dell’esborso, e questo in base alle informazioni oggi note è difficilmente dimostrabile, visto che Fininvest ha liquidità per oltre 500 milioni a fine 2010, 87 milioni di utile 2010 accantonato, 950 milioni di affidamenti bancari non ancora utilizzati e 2,5 miliardi circa di patrimonio; oppure ci sono fondati dubbi sulla capacità della Cir di restituire il risarcimento se la Cassazione dovesse annullare il giudizio di secondo grado.

Ma anche questo argomento appare difficile da far passare davanti ai giudici - che sono sempre quelli dell’Appello - anche perché Cir ha già ufficiosamente preannunciato che non intende toccare quei soldi fino alla sentenza della Suprema Corte.

C’è spazio maggiore, dunque, per la seconda strada. Quella del pagamento - doloroso, ma ormai difficilmente evitabile - dei 560 milioni. Qui la Cir, nel giro appunto di una settimana o poco più, potrà rivolgersi a Intesa Sanpaolo, capofila di un pool di banche che comprende anche Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e Popolare di Sondrio, garanti della fideiussione da 806 milioni chiesta all’epoca da Fininvest, per pretendere quanto dovuto.

In questo caso, però, la holding guidata da Marina Berlusconi potrebbe giocare d’anticipo: l’ipotesi, riportata ieri da il Giornale, è che Fininvest decida di pagare in prima persona e anticipando la richiesta di Cir alle banche; eviterebbe così di sborsare parte delle commissioni che altrimenti dovrebbe agli istituti. Se la medicina è amara potrebbe essere il ragionamento nella sede di via Paleocapa - tanto vale trangugiarla subito.

Il tema del risarcimento non interferisce evidentemente su un altro percorso che Fininvest ha già annunciato di voler intraprendere, ossia il ricorso in Cassazione. Qui però le strade dei Berlusconi si biforcano di nuovo: l’alternativa, in verità percorribile anche dopo aver depositato il ricorso, è quella di una transazione che riduca un po’ il costo dei 560 milioni per i Berlusconi e offra alla Cir la certezza di incassare la somma. Ma è un’ipotesi praticabile? A sentire i quartier generali dei due contendenti assolutamente no, e i toni di comunicati e dichiarazioni sembrerebbero confermare l’impossibilità di trovare un terreno d’intesa. Eppure verso l’autunno scorso in casa Fininvest sarebbero giunti flebili segnali di una volontà di trattare da parte della Cir. Segnali avvolti dall’incertezza - innanzitutto sul fatto che chi li portava agisse come ambasciatore o si muovesse invece in modo autonomo - e comunque respinti di fronte a pretese economiche che vennero subito considerate come troppo elevate.

Ora che il quadro è cambiato - Cir più forte, Fininvest più debole - qualche cosa si potrebbe muovere. Oggi, intanto, sarà piazza Affari a dare il suo giudizio sulle nuove posizioni in partita. Al netto delle tensioni sulla Borsa l’attesa è per un rialzo del titolo Cir (Deutsche Bank calcola ad esempio che ogni 100 milioni di risarcimento ci sia un impatto positivo e al netto delle tasse di 0,09 euro per azione) e un ribasso che potrebbe invece colpire le controllate Fininvest, in prima linea Mediaset e Mondadori, per le attese di una minore capacità di investire della holding nell’immediato futuro.



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In volo nei cieli della Libia a caccia di Gheddafi

La Stampa

Dieci ore di pattuglia a bordo di un Awacs: «Non ci sono civili in giro, colpite pure l’obiettivo»

LEO PETRILLI


La guerra in Libia non è finita. E il suo Grande fratello ci vola sopra. Benvenuti a bordo del segretissimo Awacs, l’Airborne Warning and Control System che la Nato apre al pubblico, eccezionalmente, per una volta.

Tramonto su Trapani. C'è un gruppo di uomini speciali che assiste allo spettacolo offerto da Madre natura. Nessuno può vedere loro, di contro. Né conoscerne le identità. Ecco perché se ne stanno nella restricted area che ospita la Forward Operating Base dell’Alleanza, comandata dal tenente colonnello dell’Aeronautica Mauro Montagnino. Troppo delicato quello che si accingono a fare questi diciotto militari: un volo in warzone lungo una notte, al termine della quale saranno depositari di una quantità abnorme di dati classificati. Ci sono l’americano di New York e quello di Dallas; il danese di Copenhagen, l’olandese di Enschede. E c’è anche un ufficiale di Cava de’ Tirreni. L’altro italiano è un maresciallo, pure lui dell’Arma azzurra. Partiti da Trapani Birgi, sede del 37esimo Stormo comandato dal colonnello Mauro Gabetta, ci si trova sui cieli prospicienti la Libia in un’ora. L’Awacs sostituisce un suo simile e comincia a parlare con gli altri due cuori pulsanti di Unified Protector: i centri Nato di Poggio Renatico e Napoli. Il suo gigantesco radar, il Rotodome, comincia a raccogliere dati. Mentre si muove, alle volte, emette un suono che - scherza un ufficiale - «ricorda il canto delle balene».

Nel briefing prima dell’imbarco aveva parlato il generale della US Air Force Stephen Schmidt, dal quale dipendono tutti gli Awacs della Nato. Ringraziati i militari italiani - anche per quello che fanno a Trapani -, l’alto ufficiale americano aveva detto: «l’Awacs non è una piattaforma di spionaggio». È molto di più, a guardar bene. «È un centro di comando e controllo aereo».

Dopo un’ora di volo, con i volti più tesi, gli operatori di bordo permettono di sedersi accanto a loro. Sul monitor si vedono bene la Sicilia, ormai lontana e la costa nordafricana. «Eccoci qui», fa l’ufficiale della Nato indicando un puntino colorato sulla mappa interattiva. Siamo sopra Tripoli. E non siamo soli. Altri segnali percepiti dal radar si trasformano sullo schermo in segni, lettere e numeri. Il cielo della Libia pullula di gente, stanotte. Compare una grande freccia e la scritta in cubitale: «Who is this?». Lo vedono tutti gli operatori e dopo pochi secondi uno di loro fa sapere di avere capito di chi si tratta. Il controllo è assoluto.

Lavoro chirurgico
Il generale Schmidt l’aveva detto: «La Nato sta ancora sistematicamente distruggendo le possibilità del regime di colpire la sua stessa gente». È quello che si farà, che si sta per fare anche stanotte. Per un paio d’ore l’Awacs si limita a funzioni di controllo. A raccogliere dati e a smistarli a piloti e basi di competenza. Pare ci sia un qualche negoziato diplomatico in corso a Tripoli a tarda sera. E quindi non si spara. Poi arriva l’ora X. L’osservazione diventa coordinamento di missioni d'attacco. Ci sono trenta velivoli in azione. Otto sono italiani.

Nessuno si preoccupa dei tanti puntini lontani, che però dimostrano la potenza dei mezzi a disposizione. «Un tizio accende una macchina nella Libia profonda e si mette in viaggio? Lo sappiamo in un niente», dice un militare.

A destare sospetto, invece, sono quei segnali che si accendono e spengono. Capita ancora che qualche fedelissimo di Muammar Gheddafi testi un radar. Ma è sempre più raro. La Nato si dedica perciò a un lavoro chirurgico. Si cercano gli sgherri del raiss caserma per caserma. Con i raggi infrarossi degli aerei, con i radar, con gli analisti che «leggono» i dati 24 ore su 24.

In azione trenta aerei
«Dynamic targeting», lo chiamano. Attorno all’una un pilota vede qualcosa nei sobborghi sudorientali di Tripoli e condivide le sue preoccupazioni. Sul monitor si vede tutto: l’aereo-spia Predator che gira intorno al possibile target. Scatta foto, manda video. Poi ci tornano sopra due F16. Mettono quella che sembra una base nel mirino per vedere se c’è qualche reazione. Niente. Sono lunghissimi minuti di attesa perché l’Awacs investe della cosa i comandi. Non si vuole correre il rischio di compiere dei danni collaterali. Tutti i dati vengono incrociati, anche quelli dei satelliti e degli uomini dell’Intelligence sul campo. Passa un’ora. Quindi arriva l’ok: «Abbiamo un target di rilievo e non ci sono preoccupazioni» di fare vittime civili.

I due F16 ricevono il via libera. Chiedono e ottengono di usare una specifica bomba a guida laser. Lo spazio aereo viene evacuato. Rimane solo il drone senza pilota: «illumina» quella che - è stato accertato - è una piccola base con armi dentro. I jet vanno in mare come per prendere la rincorsa. Si allontanano per 30 miglia, poi scendono sull’obiettivo e colpiscono. Prime notizie dopo una manciata di secondi: centrato. I caccia, però vogliono la certezza di avere distrutto l’installazione militare. Il Predator torna a verificare: missione compiuta. Nel frattempo molto altro succede: un elicottero compie una missione di verifica «search and destroy» in cui pare non attacchi.

Bombe al laser con il Gps
A Tripoli, intanto, è ancora caccia all’uomo. Forse a Gheddafi. Di certo ai suoi. Si vede benissimo verso le due e mezzo. Vicino alla prima base attaccata ce n’è un’altra. Da radar e immagini si vedono almeno 4 edifici e, in un piazzale, quella che sembra una rampa missilistica. Altri due jet della Nato che avevano atteso la fine dell’altro raid chiedono di verificare ed eventualmente intervenire. Dopo qualche minuto si apprende che sono stati avvistati 8 veicoli entrare e uscire dal compound. Si chiede ad un pilota se può fare una verifica. Quello, chiamato Striker01, dice: «Li vedo, ma sono troppo su, non sono in grado di identificare di che tipo sono». Si manda un altro Predator poco dopo. Striker01 riceve l’ordine di attaccare. Si consulta con i comandi per capire quale ordigno è più opportuno sganciare. La scelta ricade su una sofisticatissima bomba con controllo Gps e guida Laser. Pesa 230 chili.

Striker01 domanda se il drone senza pilota può dare informazioni sull’esito dell’attacco. «Sembra buono, ma fateci ricontrollare fra 20 minuti, c’è troppa polvere», risponde l’ufficiale addetto. Poco dopo comunica a Striker01 che occorre un altro raid: «Aggiusta il tiro. Mi serve che tu spari qualche metro più a nord». Il caccia esegue di lì a poco.

E centra l’obiettivo. Per questa notte può bastare. Si rientra a Trapani. Gli Awacs hanno compiuto quasi 250 missioni sulla Libia da quando è cominciata la campagna militare, volando per oltre 2100 ore. Non c’è stato minuto in cui Gheddafi abbia potuto alzare lo sguardo al cielo senza correre il rischio di essere «detected», individuato, da lassù.



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Così si sprecano 8 milioni di euro in fotocopie Il Consiglio di Stato vieta la mail: "Troppo lenta"

di Andrea Indini

A ottobre 25mila candidati faranno il concorso per diventari professori universitari: invieranno al Miur 35 milioni di pagine di documenti per una spesa complessiva di 8 milioni. La Gelmini prova a sostituire la carta con le mail. Ma il Consiglio di Stato dice no: "Trasmissione lenta"



Roma - Pile di carta. Montagne di pagine da archiviare cheingialliscono e si perdono nel tempo. Con l'inchiostro che rimane senza più essere letto e si perde nel dimenticatoio. Un baratro della conoscenza, un abisso nero che costa all'erario pubblico oltre 8 milioni di euro. Una cifra da capogiro quella che il ministero dell'Istruzione dovrà sborsare per fotocopiare i documenti che 25mila candidati al concorso per la cattadra da professori universitari, che si terrà a ottobre, invieranno agli uffici del Miur. 
"Il governo procede nell'innovazione della scuola con un occhio attento agli sprechi e alla spesa improduttiva", aveva assicurato il ministro Mariastella Gelmini specificando che grazie alle innovazioni e alla riduzione degli appalti esterni per le pulizie si è riusciti a risparmiare 418 milioni di euro che saranno "reinvestiti nella scuola".  Anche a fronte di questa impostazione la Gelmini aveva proposto, in occasione del concorso per le cariche universitarie, di darci un taglio con le fotocopie. Pratica obsoleta da archiviare e invito - fortemente caldeggiato - di utilizzare - la mail.
A ottobre, infatti, ben venticinquemila candidati saranno esaminati da novecento commissari suddivisi in centottanta commissioni. Per partecipare al concorso pubblico, i candidati sono chiamati in questi mesi a presentare tutti quei documenti richiesti dal Miur: dodici pubblicazioni ciascuno. Pile di carta, appunto. Montagne di fascicoli. E' stato calcolato un totale di circa, pagina più pagina meno, 35 milioni di fogli (tanto per farci un'idea: la Biblioteca Vaticana archivia 40 milioni di pagine). Viene un coccolone alla sola idea di doversele leggere, figuriamoci a fare lo sforzo ad archiviarle.
Proprio per evitare questo scempio di risorse e di carta, la Gelmini ha lanciato la proposta - di una ovvietà disarmante - di sostituire il materiale cartaceo con quello telematico: mail certificata e pdf in allegato. Una soluzione che chiunque troverebbe assai più veloce (impossibile che i documenti vadano persi) e, soprattutto, più economica (giusto i pochi centesimi della bolletta telefonica). Insomma, a nostro avviso, un'ottima proposta.
In un Paese normale, chiunque avrebbe applaudito al ministro e si sarebbe battuto sulla capoccia chiedendosi per quale motivo non fosse stata adottata prima una soluzione del genere. Se si calcola che internet si è diffuso nelle case degli italiani alla fine del Novecento, verrebbe da dispiacersi per ben dieci anni di mancati risparmi. Lasciamo perdere. Per fortuna, la soluzione è stata trovata: meglio tardi che mai. Eppure al ministero dell'Istruzione non è dato di decidere come fare i concorsi pubblici: è necessario - e vincolante - il parere del Consiglio di Stato che, manco a dirlo, si è espresso contrariamente.
Il Consiglio di Stato, insomma, ha detto "no" a 8 milioni di euro di risparmi. Perché? La domanca è più che lecita: "La trasmissione informatica - spiega il Consiglio di Stato - può diventare troppo onerosa e richiedere tempi di confezionamento più lunghi". Leggi: con i documenti cartacei (scrivi, stampa, imbusta, affranca il francobollo, spedisci e via dicendo) si farebbe prima. Per quanto stupita dalla decisione, la Gelmini ha portato avanti la propria battaglia scrivendo direttamente al Consiglio di Stato per far presente che, secondo a uno studio del ministero, fotocopie, carta, raccomandate e corriere costerebbero alle casse dello Stato circa 8 milioni di euro....





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Gli sperperi di Stato: stiamo ancora pagando i danni arrecati dalla seconda Guerra mondiale

di Gian Maria De Francesco

Ogni anno il ministero delle Infrastrutture versa più di 2,4 milioni di euro per ricostruire edifici distrutti oltre 60 anni fa: gli indennizzi post bellici varanti nel '53, poi prorogati nell'82 e nel '93. E non è la sola spesa assurda...



Se lo Stato continua a finanziare capitoli di spesa per i riconoscimenti ai combattenti della Grande Guerra, è ovvio che nel bilancio dei ministeri qualcosa dev’essere pur rimasto del conflitto 1940-45. Lo troviamo nel budget del ministero delle Infrastrutture e riguarda i provvedimenti per la ricostruzione. Sono contributi trentennali per opere in concessione (739mila euro), per la ricostruzione dell’isola di Pantelleria (812mila euro) e per la ricostruzione o riparazione dei fabbricati distrutti (922mila euro) per un totale di oltre 2,4 milioni ai cui si devono aggiungere i 400mila del Tesoro per il Fondo indennizzi.

Il 2011 dovrebbe essere l’ultimo anno nel quale saranno erogati ma in Italia una proroga è sempre possibile. E anche se qualcuno continuasse a usufruirne non sarebbero soldi mal spesi giacché metterebbero un po’ in moto il settore edile. Ciò che stupisce, però, è come gli effetti della legge 968 del 1953 per gli indennizzi dei danni di guerra si siano protratti per quasi sessant’anni sia per effetto della legge 526 del 1982 (un «regalone» agostano del governo Spadolini con spese a destra e a manca) che per effetto della legge 317/93 (governo Ciampi) che a quarant’anni di distanza dalla prima regolava il completamento della ricostruzione post-bellica.

Non bisogna scandalizzarsi più di tanto. Il ministero delle Infrastrutture ha una dotazione finanziaria di tutto rispetto, ma a differenza di altri dicasteri (Tesoro escluso) ha più soldi da destinare agli investimenti che agli stipendi del personali. Su 7 miliardi circa di budget solo uno se ne va in spesa corrente. Il costo del personale delle capitanerie di porto, cioè la Guardia costiera, rappresenta poco più del 30% di questo ammontare. La valutazione della spesa, quindi, è positiva perché sono soldi che muovono l’economia. Certo, si può e si deve obiettare sui tempi di realizzazione che per troppi motivi si allungano allargando i costi.

La vera critica, però, non può che essere di natura politica. Il perché è presto detto. Se consideriamo la sola costruzione di strade, su 500 milioni in preventivo solo 280 circa sono articolati in due capitoli specifici: 147 milioni per le infrastrutture strategiche dell’Anas (che riceve altri 368 milioni dall’Economia) e 129,3 milioni per il sistema autostradale. Il resto è ripartito su più capitoli sia sotto forma di contributi diretti che come ammortamento mutui. Ritroviamo la pedemontana di Formia (5 milioni), la Statale 238 della Valtellina (2 milioni) e oltre 49 milioni per la Variante di Valico e il completamento della Bologna-Firenze. C’è pure un «ricordino» di Prodi: circa un milione per la progettazione e l’avvio del Passante grande di Bologna.

D’altronde, la proprietà della rete stradale e autostradale è pubblica e quindi allo Stato competono molti oneri. Tra i quali i 10mila euro per il ponte sul torrente Settimana nelle Dolomiti che collega le province di Belluno e Pordenone.

Non cambia la sostanza anche per quanto riguarda i circa 400 milioni dedicati al capitolo «ferrovie». Le Infrastrutture si fanno carico soprattutto degli investimenti a livello locale (342 milioni). Per i grandi interventi ci pensano le Ferrovie che dal Tesoro ricevono oltre 5 miliardi a vario titolo. Sorprende tuttavia che alla tratta reggina Rosarno-Melito sia destinato il doppio per i passanti ferroviari di Milano e Torino (8 milioni contro 4).

Osservando i sistemi infrastrutturali ci si trova dinanzi allo stesso andamento. Da una parte 1,7 miliardi di stanziamento per le grandi opere della Legge Obiettivo, dall’altra parte 300 milioni per spese di «nicchia»: 80 milioni per progetti urbani integrati che comprendano anche il trasporto ferroviario a fronte dei 69 per l’Expo di Milano, 40 milioni per garantire la continuità della Malpensa e 25 milioni per il Pon Trasporti 2000-2006, il programma di infrastrutturazione realizzato in parte con contributi Ue e in parte grazie al Fondo rotativo statale che fa capo al Tesoro.
Il problema, come detto, non è lo spreco di risorse, ma ritrovare una coerenza interna, un fil rouge in questa serie di investimenti.



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