martedì 12 luglio 2011

Corte europea: eBay responsabile per prodotti contraffatti

La Stampa


Il portale potrebbe essere obbligato ad adottare misure che consentano l'identificazione dei venditori: un precedente per tutte le aziende di commercio elettronico
Il sito di e-commerce online eBay può essere ritenuto responsabile, qualora non abbia impedito la vendita di prodotti contraffatti ed essere costretto a prendere misure per prevenire ulteriori violazioni. La sentenza della Corte Ue di giustizia del Lussemburgo sottolinea così la responsabilità delle aziende di ecommerce per le violazioni del diritto dei marchi commesse dai suoi utenti.
  
Pur rilevando che una valutazione spetta ai giudici nazionali, la Corte considera che il gestore di un mercato onaline «svolge un ruolo attivo atto a conferirgli conoscenza o controllo circa i dati relativi alle offerte». In virtù di questo ruolo, spiega la Corte Ue, il gestore «non può giovarsi dell’esonero dalla responsabilità che il diritto dell’Unione concede, in determinate condizioni, ai fornitori di servizi online quali i gestori di mercati su internet».

Inoltre, «anche laddove non abbia svolto tale ruolo attivo, il gestore non può essere esonerato dalla propria responsabilità se sia stato al corrente di fatti o circostanze in base ai quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità delle offerte in vendita online e, nell’ipotesi in cui ne sia stato al corrente, non abbia prontamente agito per
rimuovere i dati dal suo sito o rendere impossibile l’accesso a questi dati».

Il caso davanti alla Corte era stato sollevato da L’Oreal che aveva contestato a eBay di essere coinvolta nelle violazioni del diritto dei marchi commesse dagli utenti del suo sito.




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La precedenza non salva sempre chi è alla guida

La Stampa


Il diritto alla precedenza non è un salvacondotto per chi è alla guida. In caso di incidenti, se si accerta che la guida non è stata prudente, rivendicare la precedenza non serve. La Cassazione (sentenza 26657/11)  invita i giudici penali a non applicare alla lettera il codice della strada, perchè al dii là delle precedenze, si deve «accertare in concreto il comportamento tenuto dagli automobilisti per verificare se in esso siano ravvisabili profili di colpa».

Il caso

La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un motociclista assolto in primo grado e condannato in appello per lesioni personali colpose che aveva procurato lesioni gravissime ad una signora alla guida di una Panda che aveva impegnato l’incrocio senza rispettare il segnale di precedenza ed era stata travolta dalla moto.

Il giudice di pace aveva assolto il motociclista ritenendo che la colpa fosse da attribuire all’automobilista. Verdetto ribaltato dal Tribunale di Palermo nel maggio 2

Il ricorso del "centauro" in Cassazione per far valere il «diritto di precedenza» sulla signora investita è stato inutile. Secondo la Suprema Corte, «il giudice penale, nell’accertamento della responsabilità delle persone coinvolte in un incidente stradale, non è vincolato a rigidi schemi interpretativi che seguano le norme del codice della strada, ma deve accertare in concreto il comportamento tenuto dagli automobilisti per verificare se in esso siano ravvisabili profili di colpa». Colpa che, nel caso in esame, il giudice ha «con congrua motivazione ravvisato nella condotta del motocicilista per la velocità dallo stesso tenuta che gli ha impedito di porre in essere quella manovra di rallentamento che avrebbe facilmente consentito di evitare l’impatto». A prescindere dal «fatto di essere favorito dalla precedenza».





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10 casi di inquinamento da Internet e relativa punizione

La Stampa

VALERIO MARIANI

La ricerca presentata da Ademe, agenzia per l’ambiente e per la gestione dell’energia francese, vanifica in un solo colpo la classica firma tanto cool: “pensa all’ambiente, non stampare questa mail se non è strettamente necessario”. Inutile non stampare il messaggio, tanto inquina lo stesso.

I dati esemplificativi della ricerca sono particolarmente curiosi e, per la verità, non sorprendono. Una mail da un megabyte, che è molto di più del peso medio di un messaggio di testo, emette circa 19 grammi di CO2, tenendo conto del consumo energetico del Pc di chi scrive, di quello che riceve e del server, o dei server, di transito.

Lo scenario si incupisce improvvisamente se, seguendo le conclusioni della ricerca, si immagina un’azienda di 100 dipendenti che invia mediamente 33 messaggi al giorno per 220 giorni all’anno. In termini energetici siamo al livello di ben 13 viaggi andata e ritorno in aereo da Parigi a New York.

Ademe ne ha per tutti. Anche se non si mandano le mail si è comunque responsabili dell’effetto serra almeno quanto una mucca con l’indigestione. Se si presume, infatti, una media di un migliaio di ricerche all’anno per ogni utente, i server di Google dissiperebbero circa 10 kg di CO2 all’anno a persona.

Niente di personale eh, non è mica colpa di Google se i suoi server sono i più sfruttati per le ricerche. E, peraltro, c’è stato anche il momento di Facebook, quando Greenpeace lo accusava di distruzioni di intere foreste amazzoniche in nome dell’amicizia.

Insomma, Ademe pubblica dati oggettivi, ed esempi un po’ estremi, per rendere noto al grande pubblico un fatto facilmente deducibile: Internet inquina. Magari non quanto una fabbrica o una mandria di mucche svizzere, ma inquina.


E allora, cosa fare? Beh, forse affidarsi al buon senso stando a quanto consiglia la stessa agenzia. E allora, con un pizzico di ironia, illustriamo i dieci casi più comuni e relativa punizione, dell’internauta tipo:

1. Se il vostro vicino di scrivania vi manda una mail con oggetto (…) e testo: andiamo al bar, dovreste svuotargli il cestino in testa e preparare un filtro “elimina” per i suoi futuri messaggi.

2. Se il vostro direttore invia a voi e a 50 destinatari in cc una mail con in allegato una presentazione in powerpoint di 10 Mb siete autorizzati a stamparne 51 copie e dargli fuoco nel suo ufficio.

3. Se non eseguite il backup dei messaggi di posta elettronica da 5 anni meritereste di fare una ricerca e di non trovare la mail in cui il vostro capo, 5 anni fa appunto, vi aveva preventivato gli scatti di carriera.

4. Se, dopo uno scambio di 10 sms non avete ancora capito che forse dovreste usare la voce per comunicare, meritereste quanto meno un tunnel carpale.

5. Se avete il brutto vizio di non spegnere il computer alla fine della giornata di lavoro, mai, ma proprio mai, neanche nel weekend, che poi ci mette troppo ad avviarsi, meritereste, semplicemente, che il Pc non si riavvii, diciamo il giorno della vostra presentazione al capoarea.

6. Siete perennemente online su Facebook: la scheda del browser aperta sulla pagina per tutto il giorno e a intervalli regolari una capatina sulla chat per evitare la mezza luna (l’offline). Meritate che non vi tagghi nessuno, per una settimana.

7. Non è solo lo status, ma il set di 50 foto dell’ultimo viaggio di piacere. Non è solo un link ma è una serie di dieci link di siti che pubblicano le schede degli ultimi coleotteri allontanati dal loro habitat a causa di un maestrale forza 10 e in cerca di un papà che gli voglia bene. Vi meritate una colonia di bug lì, proprio sull’applicativo usato per il controllo del budget.

8. Piuttosto che digitare nel campo dell’indirizzo del vostro browser www.facebook.com eseguite i seguenti passaggi: andate su Google, digitate nel campo di ricerca la parola Facebook e poi cliccate sul primo risultato. E, i dati di Google lo confermano, succede, eccome. Dovreste essere interdetti dall’utilizzo di Internet per almeno un mese.

9. Come si chiama quel sito che visitate regolarmente ogni giorno ma che, ogni santo giorno, cercate su Google? Come si chiama????? Noi non lo sappiamo, ma conosciamo una funzionalità molto comoda, si chiama “aggiungi ai preferiti”.

10. Dite la verità: trovate altamente cool inviarvi da un indirizzo di posta a un altro documenti, foto, video e qualsiasi cosa che pesa almeno 5 Mb soltanto perché così lo avrete su un altro computer. Vi meritate la cloud di Fantozzi.





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Strage di Duisburg, ergastolo a Strangio

Corriere della sera

Ritenuto l'organizzatore e l'esecutore del massacro di sei persone davanti alla pizzeria «Da Bruno» in Germania


MILANO - I giudici della Corte d'Assise di Locri hanno condannato all'ergastolo Giovanni Strangio, uno degli organizzatori ed esecutori della strage di Duisburg, nella quale nell'agosto 2007 vennero uccisi sei giovani ritenuti vicini alla cosca rivale dei Pelle-Vottari.

FAIDA - Nell'ambito del processo sulla faida che contrappone, da vent'anni, le cosche di San Luca (i Pelle-Vottari e i Nirta Strangio) è stato condannato all'ergastolo anche Gianluca Nistra, marito di Maria Strangio. I giudici della Corte d'Assise di Locri hanno in totale deciso per 8 ergastoli su 9 richiesti (Giovanni Strangio, Gianluca Nirta, Giuseppe e Francesco Nirta, Sebastiano Romeo, Francesco Pelle, Francesco e Sebastiano Vottari), tre condanne minori (9 anni a Sonia e Antonio Carabetta e 12 a Antonio Pelle) e tre assoluzioni (Sebastiano Strangio, Luca Liotino e Antonio Rechichi). Il culmine della guerra di 'Ndrangheta tra le famiglie del paese della locride fu raggiunto proprio nel ferragosto del 2007 con la strage di Duisburg, in Germanial'eccidio che vide la morte di sei persone davanti alla pizzeria «Da Bruno».





RICHIESTE - I giudici erano entrati in camera di consiglio lo scorso 2 luglio al termine dell'ultima udienza, quando il Procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, aveva chiesto nove ergastoli e 70 anni di reclusione per tredici imputati e l'assoluzione per uno soltanto, Antonio Rechichi, a carico del quale sono cadute le prove per il reato di associazione mafiosa assunte in Germania.


«FEROCIA» - «Dal risultato dall'istruttoria dibattimentale è emersa tutta la ferocia, la violenza e la personalitá degli imputati», ha dichiarato il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, subito dopo la sentenza di condanna per gli imputati nel processo «Fehida». Il magistrato ha riconosciuto che «è stato fatto un lavoro importante dalla Procura di Reggio e dai carabinieri di Locri in particolare, con una grande collaborazione della polizia di Duisburg e del Bka, senza la quale oggi non avremmo avuto questo risultato». Sulle tre assoluzioni, Gratteri ha detto che attenderà di legge le motivazioni. «Forse - ha commentato - c'è stato qualcosa che ha riguardato l'acquisizione degli interrogatori in Germania». Il magistrato, infine, ha sostenuto che «è importante che la Corte d'Assise di Locri abbia riconosciuto la responsabilità degli imputati per fatti così gravi che ci hanno additato come mafiosi, come fossimo in uno stato messicano e sudamericano. Questo ha nuociuto molto non solo alla Calabria ma all'immagine dell'Italia».


PIGNATONE - «Esprimo profonda soddisfazione per la sentenza della Corte d'assise di Locri, che ha condannato i responsabili di gravi delitti tra cui la strage di Duisburg, accogliendo in pieno la ricostruzione e le richieste della Procura, frutto di un eccezionale lavoro d'indagine della polizia di stato e dell'arma dei carabinieri». Lo afferma, in una dichiarazione, il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. «È stata altresì decisiva - aggiunge - la collaborazione con le autorità tedesche e con quelle olandesi anche per la cattura, proprio in Olanda, di Giovanni Strangio». «Penso che sia molto importante - conclude il Procuratore di Reggio Calabria - avere fatto luce su uno dei delitti più efferati degli ultimi anni che aveva peraltro dimostrato la gravità della presenza delle cosche di 'ndrangheta fuori dai confini italiani».


TAORMINA - «È una sentenza poco comprensibile, aspettiamo le motivazioni», ha commentato l'avvocato Carlo Taormina, difensore di Giovanni Strangio. «Si fa fatica a capire il perché e ci si meraviglia che si possa essere giunti a una sentenza di questo tipo - prosegue il legale - Ancora una volta hanno pesato i cognomi, l'ambiente e la pressione dei media, oltre al condizionamento di un'azione voluta a tutti i costi dalla procura di Reggio Calabria, che ha insistito per fare il processo in Italia nonostante in Germania non ci fossero prove contro Giovanni Strangio». E accusa: «Questa è una sentenza già scritta».


SCENE DI PANICO IN AULA - Panico e lacrime tra i familiari degli imputati nel processo di Locri per la faida di San Luca e per la strage di Duisburg. Al momento della lettura della sentenza, quando il presidente della Corte d'assise di Locri, Bruno Muscono, ha condannato il primo imputato all'ergastolo, sono iniziati i primi trambusti e le scene di panico. La moglie di Giuseppe Nirta e madre di altri due imputati, tutti condannati all'ergastolo, ha iniziato a gridare frasi incomprensibili ed a dimenarsi sbattendo i pugni su un tavolo. «L'ergastolo, l'ergastolo....a loro no l'ergastolo», ha continuato a gridare. La donna è stata poi allontanata dall'aula dai carabinieri ed accompagnata in una stanza vicina, dove però la donna non si è calmata e ha continuato ad urlare frasi in dialetto ed a piangere. Poi, improvvisamente, ha smesso di dimenarsi ed ha iniziato a recitare una cantilena con una serie di preghiere e litanie. Anche gli altri familiari degli imputati hanno avuto momenti di commozione e rabbia ma in modo composto e senza creare problemi di ordine pubblico.

FAMIGLIARI VITTIME - Nell'aula della Corte d'assise di Locri erano inoltre presenti i famigliari delle vittime. «Giustizia è fatta», è stata la prima dichiarazione di Maria Carlino, madre dei fratelli Francesco e Mario Pergola, uccisi il giorno di ferragosto del 2007 la nella strage di Duisburg, subito dopo la lettura della sentenza: «Uccidendo i miei due figli - ha aggiunto - mi hanno tolto tutto. Per me e mio marito i nostri figli erano tutto. Ci hanno distrutto la vita privandoci degli affetti più cari che avevamo. Ancora una volta voglio ribadire che i miei figli erano in Germania per lavorare e sono stati uccisi perchè si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Li hanno ammazzati per non lasciare testimoni». «Quanto è successo in Germania - ha concluso Carlino - non doveva accadere. Le autorità tedesche sapevano bene di avere nella pancia la 'ndrangheta e non dovevano certo aspettare la morte di sei persone per intervenire». In tribunale era presente anche una troupe delle televisione tedesca.


STRAGE DI FERRAGOSTO - La strage di Duisburg, compiuta nel giorno di ferragosto del 2007, ha rappresentato il momento culminante della faida di San Luca che per anni ha visto contrapposta la cosca dei Pelle-Vottari con quella dei Nirta-Strangio. Le sei vittime della strage di Ferragosto, portata a termine davanti il ristorante «da Bruno», furono Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del locale; i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, che lavoravano nel ristorante; Marco Marmo, di 25; Tommaso Venturi, di 18, e Francesco Giorgi, di 17 anni. Le vittime della strage, escluso i fratelli Pergola, erano ritenuti dagli investigatori appartenenti o vicini alla cosca Pelle-Vottari.


Redazione online
12 luglio 2011 15:21

Salvata dalle Fiamme Gialle la statua-colosso di Caligola

Corriere della sera

L'opera in marmo greco, unica nel suo genere, stava per essere spedita all'estero dai tombaroli

Il Caligola ritrovato
di Paolo Conti e Mario Proto

ROMA - Un'opera unica nel panorama dell'arte statuaria romana. Un manufatto di cui neppure si conosceva l'esistenza fino a pochi mesi fa. E che, nell'oblio totale, stava per prendere il volo per il mercato clandestino dei reperti archeologici trafugati: a bordo di un Tir. E' la colossale scultura in marmo raffigurante l'imperatore Caligola in trono come Zeus: l'ha recuperata ad Ostia antica - come aveva anticipato sul Corriere della Sera Sergio Rizzo, nel gennaio 2011 - la Guardia di Finanza, che martedì 12 luglio l'ha presentata alla stampa, insieme al sottosegretario Francesco Giro, nella sede del ministero dei Beni Culturali. Corriere.it la mostra al pubblico in anteprima, con foto e video. Al termine del restauro, l'opera verrà restituita al pubblico e diverrà il pezzo più importante del museo delle Navi Romane di Nemi.

 

 

FATTA A PEZZI PER ESPORTARLA - L'affascinante scoperta-salvataggio dell'opera da parte del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma è stato possibile nell'ambito di una «complessa azione investigativa» portata avanti dal Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico e coordinata dalle Procure della Repubblica di Roma e Velletri. La statua di Caligola, divisa in sezioni per agevolarne il trasporto, era stata nascosta per essere «stivata in un container» con il quale sarebbe stata quindi trafugata all'estero, «unitamente ad altri manufatti della stessa provenienza».
Il riconoscimento è stato possibile grazie la tipica «caliga» al piede sinistro: la calzatura dei legionari che l'imperatore Gaio Cesare Germanico (37-41 d.C.) aveva utilizzato fin dall'infanzia, tanto da valergli il soprannome di Caligola con il quale è poi passato alla storia.

 

SCAVO CLANDESTINO - Il colosso era stato infatti scoperto vicino al Lago di Nemi, nei dintorni della capitale, durante uno scavo clandestino nell'agro romano, in un'area adibita alla «silvicoltura, mai censita tra i siti locali che pur testimoniano la presenza dell'imperatore», spiegano le Fiamme Gialle. I due responsabili dello scavo clandestino erano stati denunciati dalla Finanza già all'inizio di gennaio, per «violazione agli articoli 175 (violazione in materia di ricerche archeologiche) e 176 (impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato) della legge Urbani (la 42/2004)». Bloccati i «tombaroli», il ministero dei Beni culturali aveva disposto - lo scorso 11 aprile, dopo aver ottenuto un decreto di sequestro dell'area da parte della Procura di Velletri - l'esecuzione di uno scavo scientifico d'urgenza per recuperare le parti mancanti della statua e per portare alla luce nuove testimonianze del passato.

 

COMPLESSO TERMALE E VILLA - Durante gli scavi i finanzieri hanno scoperto un complesso termale, probabile pertinenza del ninfeo di una villa in territorio nemorense, già conosciuto in età imperiale quale luogo di villeggiatura della gens Iulio-Claudia. Nel corso dei successivi controlli le Fiamme gialle hanno trovato Oltre ai resti di superfetazioni e all'impluvium di un articolato apparato residenziale, sono state rinvenute numerose sezioni della statua sequestrata, tra cui la testa ritratto dell'imperatore Caligola, rotolata in un angolo della vasca. Complessivamente sono stati recuperati 250 manufatti di interesse storico archeologico. Ora l'opera tornerà - appena «rimontata» - nel museo delle Navi romane di Nemi, a un passo dalla leggendaria residenza che l'imperatore volle farsi costruire sulle rive del lago, con l'orizzonte aperto sulla natia Anzio.


12 luglio 2011 16:39

Mandava sms d'amore al boss in carcere attraverso la trasmissione tv "Quelli del calcio"

Quotidiano.net

Era il modo di Rossella Addotto per contattare il compagno Gianni Nicchi, in carcere, aggirando i controlli delle forze dell’ordine. E’ quanto hanno scoperto i carabinieri nell'operazione che ha portato all'arresto di 37 persone per mafia ed estorsione




Simona Ventura, 45 anni, presenta 'Quelli che il calcio' (Ansa)



Palermo, 12 luglio 2011



‘’Ciao Gianni amore mio anche se ti trovi all’Aquila per me sei sempre cui con me ti amo baci Rossana’’. Sono le 14.42 del 21 marzo 2010, quando Rossella Addotto, compagna dell’aspirante boss mafioso Gianni Nicchi, detenuto al carcere duro all’Aquila, invia al suo uomo un sms attraverso la trasmissione ‘Quelli che il calcio’, condotta da Simona Ventura.

Un modo per contattarlo aggirando i controlli delle forze dell’ordine. E’ quanto hanno scoperto i Carabinieri del Reparto operativo di Palermo, che all’alba di oggi hanno arrestato 37 persone per mafia ed estorsione. Da un colloquio intercettato il 16 marzo 2010 presso il carcere dell’Aquila, dopo l’arresto del latitante Gianni Nicchi, gli investigatori ascoltano l’astro nascente di Cosa nostra mentre parla con la compagna Rossella Addotto. L’uomo sollecita la compagna ad inviargli dei messaggi sfruttando la trasmissione televisiva ‘Quelli che il calcio’.

‘’Ed infatti, nel corso del programma televisivo, in sovrimpressione venivano pubblicati gli sms inviati al numero 48402’’, scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo. Nicchi chiede alla donna ‘’se la domenica segue la trasmissione ‘’quella del pallone’’.

Poi precisa ‘’io me lo guardo che sotto arrivano i cosi (ndr con la mano mima lo scorrere del testo degli sms che il pubblico puo’ inviare durante la diretta televisiva). Rossana dice ‘’davvero?’’, e Nicchi ribatte ‘’Buonanotte!’’ (ndr come a volerla invitare a svegliarsi un poco ed inviare anche lei i messaggi con lo stesso sistema).

Rivolgendosi al compagno Rossana esclama ‘’Ora che lo so’’’ e questi risponde dicendo ‘’Siamo a mare’’..

‘’Attraverso questo semplice strumento i detenuti, ed in special modo quelli ritenuti piu’ pericolosi - scrivono i magistrati - possono continuare ad interloquire con l’esterno sottraendosi ad ogni tipo di censura. E’ peraltro evidente che al di la’ delle classiche espressioni di saluto, attraverso simili mezzi, puo’ attuarsi un pericolosissimo veicolo comunicativo mediante il quale continuare a tener stretto un legame tra i detenuti ritenuti di grande e potenziale pericolosita’, con le compagini criminali operanti sul territorio ed a loro stessi riferibili in tal modo aggirando il rigore del regime carcerario previsto dall’ art 41 bis che ha come scopo principale quello di impedire la continuita’ della catena di comando tra i capi detenuti e le compagini criminali ancora operanti sul territorio’’.

Per i pm della Dda di Palermo, ‘’in questo caso, inoltre, il complesso delle attivita’ di intercettazione ha consentito di riscontrare, almeno in parte, l’effettiva attuazione di quanto indicato proprio da Nicchi’’.

Cosi’, il 21 marzo 2010, alle 14.42 dall’utenza telefonica del padre, Gaetano Addotto, la compagna di Nicchi si registra l’invio di un sms indirizzato al numero 48402, cioe’ il Centro servizi ricezione sms trasmissione televisiva Quelli che il calcio. Alle ore 14.43, veniva registrato un sms di ricevuta dal centro servizi 48402 in risposta all’invio dell’sms precedente: ‘Quelli che - Grazie per il tuo Sms. Andra’ in TV se interessante.Ti ricordiamo che dal 30/4 il servizio sara’ disponibile al 4770771’. Ecco perche’ gli investigatori non sanno se alla fine l’sms e’ stato letto da Nicchi in carcere.

Il 21 marzo 2010, al progressivo 5511 delle ore 14.47, e’ stato registrato un ulteriore sms inviato dalla donna utilizzando ancora l’utenza cellulare del padre Gaetano: ‘Ciao papa’ gianni ti mandiamo un bacione grande tuo figlio luigi e fernanda sei tutti noi’. Alle ore 14.47, dopo pochi secondi, veniva ricevuto al progressivo 5512 un sms di risposta proveniente dal centro servizi della trasmissione televisiva. Inoltre, dalle attivita’ investigative, sono emersi altri casi registrati riguardanti invii di sms al programma televisivo Quelli che il calcio. In particolare, gli sms venivano inviati dall’utenza telefonica in uso a Luigi Giardina, fidanzato della sorella di Nicchi. Infatti, il 20 gennaio 2008, alle ore 15.23, mentre Nicchi era latitante, si registra l’invio di un sms al solito centro servizi 48402: ‘Amore ti amo il tuo luigi x sempre. Parrino tvtb forza Palermo’.

Il successivo 10 febbraio 2008, alle ore 15.11 si e’ registrato l’ennesimo sms inviato da Giardina all’indirizzo del numero 48402: ‘Amore ti amo x sempre il tuo luigi ciao parrino tvtb forza palermo’.

Nei due casi, per i pm, ‘’e’ assolutamente ragionevole pensare che gli sms fossero in realta’ inviati all’allora latitante Nicchi dallo stesso Giardina. Gia’ l’anno scorso, il magistrato della Dna Enzo Macri’ sentito dalla Commissione nazionale antimafia, aveva lanciato l’allarme per la messaggistica inviata a ‘Quello che il calcio’ per fare avere ad alcuni boss in carcere dei messaggi. Adesso la conferma con gli sms inviata dalla donna dell’aspirante boss Gianni Nicchi.




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Hitchcock, le sorprese di un genio

Corriere della sera

«Il peccato di Lady Considine»: un capolavoro dimenticato, non solo una dimostrazione di bravura

 

La locandina del film

 

MILANO - A volte sembra di sapere già tutto sui grandi del cinema. Che non ci sia più niente da scoprire su Ford o Fellini, Welles o Kurosawa, Godard o Fritz Lang. Poi ti capita tra le mani un dvd di Hitchcock e ti rendi conto di quanti siano i luoghi comuni che hanno accompagnato la sua carriera, di quanti «capolavori dimenticati» esistano ancora. Basta essere capaci di guardarli con occhi sgombri. A me è successo recentissimamente con Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn, 1949), un film che è ricordato nei libri di cinema soprattutto per la presenza di Ingrid Bergman e per una serie di virtuosistici piani sequenza: «un melodramma piuttosto convenzionale» ho scritto anch’io sul dizionario che porta il mio nome.

 

 

 

 

AUTODAFÈ - Naturalmente mi sbagliavo. In una bella edizione della Sinister Film che restituisce al Technicolor di Jack Cardiff tutto il suo splendore, il lavoro di Hitchcock si arricchisce di infinite sfumature e quello che fino a oggi era genericamente considerato (ma non da Jean Domarchi che lo recensì entusiasticamente sui Cahiers) «solo» una dimostrazione di bravura diventa una magistrale dimostrazione della sua genialità. Perché i sinuosi e avvolgenti movimenti di camera che sembrano imprigionare i protagonisti, a cominciare da Lady Considine, servono a trasmettere allo spettatore quel «soffocamento» e quel senso di «claustrofobia» che i protagonisti si sentono gravare addosso (per colpa degli obblighi sociali ma anche per il passato peccaminoso di alcuni di loro). Mentre lo spunto melodrammatico si trasforma in una lezione sulle ambiguità delle persone, sulla parte oscura che ognuno si porta dentro e sui rapporti di classe con cui una lady «decaduta» (la Bergman), uno stalliere «arricchito» (Joseph Cotten) e un lord «squattrinato» (Michael Wilding) si trovano a fare i conti.

 

ARIA NUOVA - E tutto questo nonostante sul set non si respirasse una gran bell’aria. Cotten non era stato la prima scelta dal regista (che per quel ruolo avrebbe voluto Burt Lancaster) e soprattutto la Bergman sembrava sempre più insofferente delle regole che Hollywood le aveva imposto: il suo matrimonio stava andando in frantumi e l’attrice svedese cercava disperatamente aria nuova. Che trovò proprio nel regista italiano Roberto Rossellini, cui aveva mandato una celebre lettera dopo aver visto Roma città aperta («se le interessa un’attrice che parla bene lo svedese, si difende con l’inglese e in italiano sa dire solo: ti amo…») e che incontrò proprio durante le riprese del film, a Londra. Perché anche se Il peccato di Lady Considine è ambientato nell’Australia del 1835, tutto il film fu girato in Inghilterra.

 

Paolo Mereghetti
12 luglio 2011 10:02

Sul palco citato il Tricolore. E Bossi rifà il dito medio

Corriere della sera
Il gesto del Senatùr alla festa della Lega a Besozzo. L'Idv: lo denunceremo

Bossi, dito medio a Besozzo


E la Sicilia assume pure un esperto di rane

di Stefano Zurlo


Tempi di crisi, tempi di consulenze. La festa, anzi il banchetto degli incarichi a pioggia non vuol finire in una Sicilia che non si fa mancare niente. Ma proprio niente, perché un lavoro ad hoc non si nega a nessuno e tutti gli argomenti, tutti i temi, tutti i sogni sono oggetto dell’attenzione di una legione di esperti, sovvenzionati dalle inesauribili casse della Regione.

Ce n’è per tutti i gusti e tutte le sensibilità: dalla scuola di chitarra di Barcellona Pozzo di Gotto al «monitoraggio delle popolazioni siciliane di Rana verde». Rana nel senso dell’anfibio. A leggere l’inchiesta pubblicata dal settimanale del Centro Pio La Torre ASud’Europa si resta basiti: è da anni che si parla di razionalizzazione della spesa pubblica, di sforbiciate alle troppe voci di costo degli enti, che spesso traballano come carrozzoni, di eliminazione dei troppi sprechi, poi l’indagine di un giornale senza peli sulla lingua rivela che siamo alle solite. Sia chiaro, di per sé ogni incarico può avere una motivazione nobile ma l’insieme è piuttosto deprimente: sembra di entrare in un suk in cui si piazza di tutto. Con criteri che spesso sfuggono.

Così un tizio, nel cui curriculum brilla l’esperienza maturata come pianista di pianobar e organista per matrimoni, gestirà per un anno l’informazione alla cittadinanza delle zone alluvionate di Giampilieri, in provincia di Messina e, già che c’è, seguirà pure la ripresa economica e sociale del territorio. Il tutto per 22 mila euro lordi.

Più modesti i compensi previsti per il docente di chitarra in una scuola di Barcellona Pozzo di Gotto, con un budget di 4800 euro da spalmare su sei mesi, e l’indagine sulla rana verde, confinata nel recinto striminzito di un microfinanziamento del valore di 3mila euro. In totale la macchina regionale ha sfornato, solo nel primo semestre 2011, 103 incarichi per un totale di 1 milione e duecentomila euro. Le geremiadi della Corte dei conti e i moniti del ninistro Renato Brunetta sono serviti a poco. Anzi, a niente. Tutti vogliono i loro consulenti, i loro tecnici, i loro esperti. Tutti vogliono mostrare la propria grandeur, anche se in formato provinciale e artigianale.

In testa c’è naturalmente la presidenza della regione con 34 incarichi. A seguire l’assessorato all’Economia che si avvale anche di due professionisti nati all’estero. Tutti utilizzano medici, professori, avvocati e chi più ne ha più ne metta.

I calcoli sono presto fatti: la spesa lorda media per ogni consulenza è di circa 13mila euro, cifra che sale sopra quota 20mila per i lavori commissionati dalla presidenza. In tanta abbondanza spicca la parsimonia dell’assessorato all’Ambiente che ha chiamato un solo tecnico.

Ma è l’eccezione che conferma la regola: i tagli di bilancio sono sempre per gli altri, e in Sicilia nessuno si sforza di ridurre il mercato dei «gettoni». Come del resto in tante altre zone d’Italia. Dove si studia di tutto. Ma si dimentica spesso l’essenziale. Le consulenze sono come i coriandoli. Ce n’è per tutti. E di tutti i colori. Tranquilli, la mano della pubblica amministrazione è sempre generosa.



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Quel tram pagato 2 volte Ci costa un miliardo di euro all'anno...

di Gian Maria De Francesco


Macché trasporto "locale". Le aziende di mobilità pubblica oltre ai proventi della vendita dei biglietti possono contare su 902 milioni versati dallo Stato.


«Tpl» è l’acronimo di trasporto pubblico locale. L’aggettivo stesso implicherebbe che i costi di questo servizio ricadessero sugli enti e sulle comunità. Invece non è così. Il Tpl lo paghiamo due volte: come cittadini dei Comuni e come contribuenti dello Stato.
Il bilancio di previsione 2011 del ministero delle Infrastrutture destina 100 milioni alle Regioni per il ripiano al disavanzo delle aziende del settore ai quali si aggiungono altri 82 milioni di contributi. Altri 157 milioni sono stanziati come contributo per l’acquisto di autobus (1,5 milioni per quelli Euro 4 ed Euro 5), altri 47,5 milioni vanno al fondo sicurezza e 37,6 milioni al fondo di sostegno. Senza contare che il Tesoro prevede di finanziare con 15 milioni i mutui contratti dagli enti locali per questo tipo di investimenti. Non è finita ci sono oltre 250 milioni per i dipendenti del comparto ripartiti in 248,2 milioni per i rinnovi contrattuali e 5,1 milioni di rimborso all’Inps delle minori aliquote contributive praticate.
La lista prosegue. Mancano all’appello 775mila euro per il Tpl sui laghi d’Iseo e Trasimeno e 203 milioni per il trasporto rapido di massa oltre a 11,5 milioni di sovvenzioni per i servizi non di competenza delle Regioni (inclusi funivie e ascensori) e 7,2 milioni per metropolitane e parcheggi. Senza questi 902 milioni il trasporto pubblico locale si bloccherebbe. Il federalismo fiscale dovrebbe consentire di vedere quanto pesino gli investimenti e quanto finisca in spesa corrente o inutile. L’unica speranza è che sia restituita un po’ di libertà di scelta tanto ai cittadini quanto alle imprese. L’equazione è molto semplice. Se, come ha più volte ribadito Tremonti, la riforma fiscale dovrà essere a costo zero, bisogna stabilire se sia più conveniente abbassare le imposte o continuare con i regimi di incentivazione che impediscono di valutare se un servizio sia efficiente o necessario. È il caso del comparto della navigazione e di quello armatoriale. È giusto concedere 270 milioni di contributi agli armatori?
È giusto pagare 8,5 milioni per il potenziamento del trasporto marittimo sullo Stretto? È giusto assegnare 12,3 milioni per la rottamazione delle navi cisterna? Se la risposta è affermativa, allora è inutile interrogarsi sui 141 milioni per la cantieristica navale (ai quali bisognerebbe aggiungere i 18 milioni che ogni anno il Tesoro garantisce per la ricapitalizzazione di Fincantieri). Inutile porsi domande sui 22 milioni stanziati per i servizi di navigazione dei laghi. In realtà, a voler considerare proprio indispensabile il ruolo dello Stato, si potrebbe riflettere sull’opportunità di aumentare i finanziamenti per le infrastrutture nei porti (515 milioni circa) o per la navigabilità del Po (43,2 milioni per l’Idrovia padano-veneta). Insomma, occorre pensare, vista la crisi, se sia opportuno - nell’ambito di 50 milioni di stanziamenti per il settore autotrasporto - concederne 15 per quelle imprese che utilizzano le «autostrade del mare». Ecco, la sostanza è tutta qui.
Realizzare infrastrutture è il migliore antidoto contro la recessione , ma bisogna stabilire se, accanto a queste operazioni, lo Stato possa continuare ad assumere su di sé i costi delle trasformazioni sociali ed economiche. Come spiegare altrimenti i 9,6 milioni destinati all’Autorità portuale di Genova per la valorizzazione delle aree siderurgiche dismesse? Così come è lecito avere qualche dubbio sui 4 milioni che vengono destinati ancora alle infrastrutturazione delle Fiere di Padova, Verona, Foggia e Bari in un’epoca in cui le campionarie vivono un momento di difficoltà (in questi casi un’eccezione si può fare per il Vinitaly e la Fiera del Levante). Il rigore di bilancio non è un’invenzione.

Il ministero delle Infrastrutture ne è la testimonianza più evidente.
Il budget si attesta attorno ai 7 miliardi di euro, ma dallo scrutinio dei vari impegni di spesa si ottiene una cifra che si avvicina molto agli 8 miliardi. Il miliardo di differenza si trova nella lettera «R» che viene posta tra parentesi accanto ad alcuni capitoli. Significa «rimodulabile», cioè nel corso dell’anno lo stanziamento può essere ridotto se l’evoluzione della spesa pubblica rende urgenti nuove revisioni al ribasso.
Considerato che gli stipendi sono intoccabili, possono verificarsi situazioni spiacevoli come le vedette della Guardia costiera senza benzina o come i pagamenti di alcune opere rinviati per esigenze di bilancio. La politica deve fare una scelta e, tenendo aperti tanti micro-capitoli, creati per il quieto vivere o per ragioni elettoralistiche, rinvia di anno in anno l’assunzione di queste responsabilità.




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Beffa del truffatore romeno: in cella a fare truffe

di Enrico Lagattolla


Arrestato per aver clonato carte di credito il carcere di San Vittore di Milano lo fa lavorare al call center delle donazioni Telethon. E lui ne approfitta... Un agente della polizia penitenziaria si è insospettito per la solerzia con cui il romeno trascriveva i dati che gli arrivavano al telefono



Milano - Cosa accade, se metti il topo davanti al formaggio? Con ogni probabilità non se lo sono chiesti, tra le mura del carcere milanese di San Vittore. Perché ce ne vuole, per dare a un detenuto che sconta una condanna per clonazione di carte di credito un posto al call center che riceve le donazioni - attraverso carte di credito, ma guarda un po’ - per «Telethon», la maratona di beneficenza che ogni anno raccoglie fondi per la ricerca scientifica.

E allora, cosa accade? Fin troppo facile. Che il detenuto si prende i dati di chi telefona, e li passa a qualche amico ancora in libertà che si mette a fare acquisti a spese di un ignaro pollo da spennare. Leggero nello spirito, quest’ultimo, perché convinto di aver fatto una buona azione. In realtà, più leggero soprattutto nel conto in banca.
Marius Eliodor B. ha 37 anni e viene dalla Romania. Quattro anni fa finisce a San Vittore con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla clonazione di carte di credito. Verso la fine del 2007, Marius riceve una buona notizia. Potrà lavorare all’interno della casa circondariale. Solo che a San Vittore decidono che il posto giusto per lui è il call center. E a dicembre, sotto Natale, inizia «Telethon». Marius indossa gli auricolari, e inizia a rispondere al telefono. Scoprendo così che è persino più facile fare da dietro le sbarre quello che faceva quand’era libero.

Secondo il pm Silvia Perrucci, che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio del romeno, avrebbe colto l’occasione per trascrivere i numeri identificativi e i codici operativi delle carte di credito dei donatori.
Niente bande magnetiche duplicate, nessun congegno elettronico sofisticato. Più banalmente, carta e penna. E alla fine, è stato proprio questo a fregarlo.

Un «pizzino» fatale. Perché un agente della polizia penitenziaria si è accorto della solerzia con cui il romeno trascriveva i dati che gli arrivavano al telefono. E un rapido controllo è bastato per appurare che Marius stava trascrivendo i numeri su un blocknotes. La sua personale agenda dei codici segreti, in cui erano custoditi più di un centinaio di numeri.
Il detenuto è stato immediatamente sospeso dal lavoro al call center. Troppo tardi, però. Perché nel frattempo, a un’ignara benefattrice di Telethon erano già stati «soffiati» quasi mille e 300 euro. La sua carte di credito - il 14 gennaio del 2008 - fa un po’ il giro del mondo, con acquisti a Dublino, Londra, Rousset (Francia) e Benevento. Fine corsa, però, per Marius. Perché mentre il giudice di Milano lo manda a processo per violazione della legge sulle carte di credito - il dibattimento inizierà il 6 novembre -, un’altra condanna per lo stesso reato diventa definitiva. Il romeno, ora, è detenuto nel carcere di Udine. Niente call center, in Friuli. Se proprio dovessero metterlo a lavorare, meglio le cucine.




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Medico tentò di prelevare il Dna di Osama Arrestato dai servizi pachistani

Corriere della sera


Shakil Afridi, ingaggiato dalla Cia, cercò di entrare
nel rifugio attraverso una finta campagna di vaccinazioni




Il compund dove viveva Bin Laden ad Abbottabad
Il compund dove viveva Bin Laden ad Abbottabad
WASHINGTON – I servizi pachistani hanno arrestato un medico che per conto della Cia aveva cercato di prelevare un campione di Dna di Osama Bin Laden nel rifugio di Abbottabad. Il dottore – secondo quanto rivelato dal Guardian – aveva mascherato la sua missione dietro una campagna di vaccinazioni contro l’epatite B e la polio. Per non dare sospetti Shakil Afridi - questo il suo nome - si è offerto di sponsorizzare l’assistenza medica per conto di una società di Islamabad e ha iniziato in un villaggio poco distante da Abbottabad. In seguito ha raggiunto la cittadina compiendo almeno due visite. Una in marzo e l’altra in aprile. Durante queste missioni Afridi ha pagato dei funzionari locali perchè autorizzassero il suo personale a passare di casa in casa per somministrare i vaccini.

In realtà il vero obiettivo era la palazzina dove la Cia sospettava potesse nascondersi Bin Laden. Un’infermiera, secondo il piano, avrebbe dovuto vaccinare i bimbi (tra loro anche i nipoti del terrorista) che vivevano nella casa-rifugio e prelevare in qualche modo campioni di Dna. Reperti che sarebbero stati poi confrontati con quelli dei parenti di Osama conservati in un laboratorio Usa. Secondo la ricostruzione una delle infermiere è riuscita a entrare nell’abitazione del capo qaedista ma non è chiaro quale sia stato l’esito. E' probabile che l'operazione sia fallita, dato che il Pentagono ha sempre sostenuto di aver identificato il «bersaglio» solo dopo il blitz. Un altro risvolto misterioso riguarda una borsa consegnata da Afridi alla donna affinché la portasse all’interno della palazzina. E’ possibile che contenesse delle microspie.
Il medico è stato arrestato dopo l’uccisione di Osama nell’ambito di un’indagine condotta dall’Isi, i servizi segreti pachistani. Un’inchiesta che ha portato al fermo di numerose persone sospettate di aver aiutato la Cia nell’Operazione Geronimo. Le rivelazioni sull’arresto sono ulteriore conferma dei pessimi rapporti tra Washington e Islamabad. Gli Usa hanno congelato una parte consistente di aiuti militari mentre il Pakistan ha posto dei limiti all’attività degli 007 statunitensi. Infine, sempre a riguardo del dossier Osama, la Cia ha rivelato di aver spostato e posto sotto protezione l’analista che per anni ha gestito le informazioni sulla caccia a Bin Laden. Una risposta alla pubblicazione della sua foto su un sito. Gli 007 avrebbero raccolto segnalazioni su una possibile rappresaglia da parte di Al Qaeda.

Guido Olimpio
12 luglio 2011 08:24



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Ecco la Mani Pulite che nessuno racconta: gli indagati di Di Pietro intercettati da tre anni

di Stefano Zurlo


Renato Farina racconta in un libro: "Antonio Di Pietro ha ammesso di aver incastrato Chiesa con le intercettazioni. E su diversi blog hanno usato questa sua autodenuncia per sostenerne l’utilità. Ma non furono mai esibite in nessun processo, e se ci furono erano illegali"



La prosa è sempre vivacissima, come nello stile che i lettori del Giornale conoscono bene. Renato Farina, per lunghi anni vicedirettore del quotidiano di via Negri e poi di Libero, torna indietro nel tempo, fino agli anni cruciali di Mani pulite e del Pool. E ci consegna aneddoti, giudizi, ritratti, episodi inediti sul confine scivoloso fra la politica e la giustizia. Ce n’è per tutti, anche perché Farina sfrutta una guida d’eccezione: lo scomparso presidente Francesco Cossiga. «Cossiga mi ha detto»: questo è il titolo del libro in uscita da Marsilio. Un testo è che è un rotolare di sorprese.

E un susseguirsi di dettagli che lasciano a bocca aperta. Anche se non sempre Farina svela le sue fonti: «Qui rivelo un episodio inedito». E il giornalista, oggi deputato del Pdl, allunga il passo: «Durante un interrogatorio, per far vedere con chi aveva a che fare, Primo Greganti, il mitico Compagno G, picchiò Di Pietro». Possibile? Farina incalza: «Gli balzò addosso. Proprio come facevano alcuni impavidi partigiani con gli ufficiali della Gestapo. Quelli - è la chiusa ironica - però venivano fucilati. Greganti è, per sua fortuna, tornato fra noi».

Non c’è il tempo per controllare la notizia: Farina è già oltre. E sparge dubbi sull’incipit della Rivoluzione giudiziaria. Domanda: chi diede a Di Pietro il combustibile per far girare la macchina degli arresti? «In realtà - è la risposta - quando presero con i soldi nel cesso il Mario Chiesa alla Baggina di Milano, febbraio ’92, erano già tre anni che lavoravano con le intercettazioni». Addirittura? Tre anni? «Antonio Di Pietro - prosegue Farina - ha ammesso di aver incastrato Chiesa con le intercettazioni. E su diversi blog hanno usato questa sua autodenuncia per sostenerne l’utilità. Ma non furono mai esibite in nessun processo, e se ci furono erano illegali. Mi domando: grazie a chi furono effettuate? C’entrano i servizi segreti deviati? O magari gli americani? I quali vedevano male sia Craxi sia Andreotti per le loro posizioni filoarabe e avevano anche dei riflessi di vendetta per Sigonella».

Certi argomenti sono tabù. E restano, come dire, nel backstage delle grandi inchieste: Farina ha una scrittura partigiana e non ha paura di esporsi, di offrire il fianco alle critiche, di prendere posizioni eretiche, da iconoclasta. Del resto in un’altra vita, parallela a quella in redazione, Renato è stato l’agente Betulla e questa sua consuetudine con i Servizi segreti gli è costata cara. Molto cara. Un patteggiamento nell’inchiesta sul sequestro di Abu Omar e la radiazione dall’Ordine dei giornalisti, annullata solo pochi giorni fa dalla Cassazione.

Lui spariglia, cita e dissacra appoggiandosi alle intuizioni e alle narrazioni di quel monumento nazionale chiamato Cossiga. Che il 7 gennaio 2004 gli scrive una letterina pepata a proposito di Francesco Saverio Borrelli: «Anni fa, l’allora procuratore Borrelli mi chiamò al mattino presto nella mia abitazione: più che chiedere mi intimò per telefono di smentire che egli - come in un’intervista avevo riferito - fosse socialista, dicendo anzi che era di famiglia monarchica... Avendo egli insistito, io allora gli dissi -come effettivamente feci - che avrei eseguito, ma non mi chiedesse di smentire in futuro quel che io sapevo con certezza e cognizione dei fatti e cioè che la sua nomina a Procuratore era avvenuta con l’opposizione della Dc e su pressione del Partito socialista, guidato da Bettino Craxi».



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Londra, appello Assange contro estradizione I pirati di Anonymous promettono battaglia

Il Mattino


LONDRA - Julian Assange torna in tribunale e gli hacker di Anonymous tornano sul sentiero di guerra. Domani, infatti, proprio mentre il “boss” di WikiLeaks varcherà gli augusti cancelli della Royal Court of Justice per il processo d'appello contro l'estradizione in Svezia - dove è accusato di stupro - i cyber-guerrieri di Anonymous potrebbero scatenare l'inferno attaccando la rete informatica di Scotland Yard e del sistema giudiziario britannico.



«Sarà il giorno più importante nella storia di Anonymous», hanno fatto sapere alcuni attivisti che contano. Il gruppo, stando a quanto è riuscito a ricostruire il Guardian, è intenzionato a far sentire la propria rabbia sia per lo scandalo News International - intercettazioni illegali ma anche il tentativo di acquisizione del 100% di BSkyB - che per il trattamento riservato al boss di WikiLeaks, che ormai da 216 giorni è prigioniero nella magione del Norfolk. «Tenetevi pronti: sarà roba esplosiva», ha messo in guardia Sabu, principe degli hacker di Anonymous - ha violato siti della Cia e della Serious Organised Crime Agency britannica - attraverso un account Twitter a lui riconducibile. Si vedrà. Di certo c'è che Julian Assange domani sarà assistito da un nuovo team legale: Gareth Peirce, di Birnberg Peirce & Partners, e Ben Emmerson di Matrix Chambers. Ovvero due avvocati agguerriti, celebri ed esperti. La Peirce, ad esempio, è una vera e propria star nel settore dei diritti civili.

Tra i casi eccellenti da lei trattati, infatti, si conta quello di Jean Charles de Menezes, il giovane brasiliano ucciso per errore da Scotland Yard in seguito agli attentati alla metropolitana di Londra del luglio 2005. Il suo nome, però, è senza dubbio legato alla vicenda dei 'Guildford Four', il processo che scagionò, nel 1989, quattro militanti dell'Ira coinvolti in un attentato. La storia fece scalpore e fu d'ispirazione per il film 'Nel Nome del Padre' (a interpretare i panni della Peirce fu Emma Thompson). Emmerson, invece, è uno specialista nel campo dei diritti umani in Europa oltre che nelle contese sui casi di estradizione e di crimini a sfondo politico.

La squadra è insomma meglio assortita rispetto al processo di primo grado: il team legale precedente, infatti, era specializzato nei contenziosi su media e giornalismo. Il processo di appello alla Royal Court of Justice durerà due giorni, il 12 e il 13 luglio, e a giudicare saranno i giudici Lord Justice Thomas e Mr Justice Ouseley. Se il verdetto dovesse essere sfavorevole nei confronti del capo di WikiLeaks, i suoi avvocati potrebbero decidere di fare istanza alla Corte Suprema. L'azione è considerata probabile, ma non è detto che l'appello venga in quel caso automaticamente concesso. È infatti il giudice, a sua discrezione, che deve stabilire l'opportunità o meno di un ulteriore procedimento legale: dovesse perdere la partita, Assange verrà trasferito in Svezia entro 10 giorni dalla sentenza definitiva.



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