mercoledì 13 luglio 2011

Io, da 20 mesi vittima di mobbing»

Corriere del Mezzogiorno


L'ex direttore dei Musei provinciali trasferita dopo 20 anni: «Subisco una diminutio e non so perché»



Matilde Romeo
Matilde Romeo

SALERNO — «Ho lavorato sempre con tanta gioia e credo profitto. Perchè adesso tutto questo accanimento nei miei confronti?». Sono venti mesi ormai che gli occhi vispi e lucenti di Matilde Romito, archeologa e per oltre venti anni stimato direttore dei Musei provinciali di Salerno, sono venati di grande amarezza. Da quando il 15 dicembre del 2009 le fu comunicato che in base al nuovo riassetto organizzativo della dirigenza dell’amministrazione provinciale lasciava il ruolo per il quale si era spesa tanto e veniva assegnata al settore mostre ed eventi culturali». Un incarico che la dirigente ha vissuto e vive come una diminutio e che ancora oggi le fa chiedere: perché? Dottoressa Romito, il criterio della rotazione è imposto dalla riforma del pubblico impiego.

Perché se l’è presa tanto?
«Sì ma nel mio caso la scelta mi è sembrata diseconomica: hanno diviso il settore in tre e quindi adesso si pagano tre persone invece di una».

Ma dopo venti anni da direttore non se l’aspettava proprio?
«Non ci pensavo affatto che potessero trasferirmi, anche nelle riunioni tra colleghi si diceva sempre: Matilde è intoccabile, chi è più specialista di lei?».

C’entra forse la politica?
«Non sono iscritta a nessun partito».

Però suo nonno fu licenziato perchè si era rifiutato di indossare la camicia nera. Corsi e ricorsi storici?
«Può darsi».

Com’è stato il rapporto con presidente della Provincia, Edmondo Cirielli?
«Appena si è insediato ho avuto modo di parlare con lui, mi faceva molti complimenti, sembrava apprezzare il mio lavoro. Pensi che nel suo programma c’è un esplicito riferimento alla mia iniziativa di recupero del patrimonio artistico della Provincia, Chi l’ha visto?».

E poi cosa è successo?
«Non lo so. So solo che la sera stessa del giorno in cui mi comunicarono il trasferimento, all’inaugurazione di una mostra, in mia presenza, c’era un tipo che presentava a tutti Ruggero Bignardi come il nuovo direttore dei Musei provinciali».

Lei ha intrapreso un’azione legale?
«Ho tre avvocati che mi seguono: Andrea Di Lieto, Gaetano Fruscione e Matilde Delfino. Il Tar di Salerno mi ha dato ragione. Ora aspettiamo il giudizio di merito del Consiglio di Stato».

Com’è stato il primo giorno di lavoro nel nuovo incarico e nella nuova sede?
«Meglio non parlarne. Da cinquanta unità che avevo a disposizione più le 24 di Manutenzione Multiservice me ne vengono assegnate tre. Mi viene tolta la sede storica di via Roma, letteralmente restaurata da me, e mi vengono destinate due stanzucce, neanche comunicanti, occupate in precedenza da personale del settore viabilità. In seguito le due stanze sono diventate una e le tre unità due».

Ma è vero che in questo periodo ha subito anche procedimenti disciplinari?
«Verissimo. Prima mi hanno contestato la culpa in vigilando perchè una custode della Pinacoteca soleva uscire per fare servizi personali. Poi ho subito due sospensioni da servizio e retribuzione».

Addirittura. E perché?
«La prima volta sono stata accusata di aver utilizzato un capitolo di spesa che era di stretta competenza del Castello Arechi. La seconda volta, invece, sono stata accusata di non aver compilato la scheda di debito fuori bilancio per un libro realizzato nel 1990 da Provincia (assessore Bottiglieri) e Soprintendenza e dal quale ero stata tenuta accuratamente fuori. Un mese di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione che termina domani».

Una guerra di nervi.
«Un accanimento molto vicino al mobbing che mi sta creando gravi ripercussioni sulla salute».

Cosa l’aiuta a resistere?
«Le testimonianze d’affetto e di stima, come la lettera aperta sottoscritta da centinaia di personalità del mondo della cultura e dell’arte, e la passione con cui continuo a fare un lavoro che adoro» .

Cosa farà domani che riprende?
«Mi dedico alla chiusura del mio libro con 440 immagini «La pittura di Positano nel Novecento»


11 luglio 2011




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E' risarcibile il danno esistenziale da incidente d'auto

La Stampa


Va risarcito risarcibile il danno esistenziale per le lesioni riportate in seguito ad un incidente che comportano un cambiamento della propria vita. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 14402/11).


Il caso

Un uomo, a causa di un grave incidente, aveva subìto l’amputazione di un braccio e di una gamba. Durante il processo aveva chiesto che gli venisse riconosciuto un risarcimento che includesse anche il danno esistenziale prodotto dalle gravi ferite, ma si era visto respingere l’istanza, sia in primo grado sia in appello.  La Cassazione, invece, ha deciso diversamente e ha definito cosa s’intende quando si parla di danno esistenziale e quali sono gli strumenti per la sua corretta valutazione.

Il danno esistenziale è lo sconvolgimento dell’esistenza accertabile in maniera oggettiva «in ragione dell’alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della vita comune di relazione, sia all’interno sia all’esterno del nucleo familiare». Il risarcimento deve prendere in considerazione tutti gli aspetti negativi derivanti dall’illecito per la definizione dell’indennizzo complessivo. Perciò è necessario ricorrere alle tabelle, in particolare modo a quelle del tribunale di Milano che, secondo la sentenza, rappresentano un «valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa, laddove la fattispecie concreta non presenti circostanze che richiedano la relativa variazione in aumento o in diminuzione, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla circolazione». Le tabelle possono però avere bisogno di alcuni adattamenti al caso concreto. Infine, vanno  considerati gli «aspetti relazionali propri del danno da perdita del rapporto parentale o del cosiddetto danno esistenziale, sicchè è necessario verificare se i parametri recati dalle tabelle tengano conto anche dell’alterazione della personalità del soggetto che gli stravolga l'esistenza (radicali cambiamenti di vita).





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Lavoratrice bergamasca in stato vegetativo licenziata dall'azienda Scatta la polemica

Il Giorno

La donna si trova in stato vegetativo dal 2010, per le conseguenze di un aneurisma cerebrale. La Filctem CGIL e l’Ufficio Vertenze della CGIL che assistono la signora, hanno impugnato il licenziamento


Corsie d'ospedale (foto coppini)

Bergamo, 13 luglio 2011


Licenziata mentre è in stato vegetativo perché, secondo l’azienda, ‘’la discontinuità della sua prestazione lavorativa crea evidenti intralci all’attività produttiva’’. La Filctem CGIL e l’Ufficio Vertenze della CGIL che assistono la signora, hanno impugnato il licenziamento. La donna protagonista di questa paradossale vicenda si trova in stato vegetativo dal 2010, per le conseguenze  di un aneurisma cerebrale. Ha 4 figli, l’ultima dei quali è venuta al mondo 4 mesi dopo l’evento.

Il 4 giugno 2011 la società, per la quale la signora ha lavorato 16 anni, le comunica il licenziamento con una lettera: “Con la presente dobbiamo rilevare che Lei ha effettuato le assenze per malattia di seguito riportate, dal 01.06.2010 al 03.06.2011. Avendo effettuato 368 giorni di malattia nell’arco del periodo, Lei ha superato il periodo di conservazione del posto di lavoro’’. La seconda parte della lettera, spiegano le associazioni sindacali, è quella che ha maggiormente urtato i familiari che l’hanno aperta e letta per la donna:

Prosegue il documento: ‘’Comunque la discontinuità della sua prestazione lavorativa crea evidenti intralci all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al suo regolare funzionamento, incide in modo sensibile sull’equilibrio dei rispettivi obblighi contrattuali. Per tutti i motivi sopra esposti, Le notifichiamo pertanto la risoluzione del rapporto di lavoro tra noi in corso a far data dalla presente. Le Sue spettanze di fine rapporto, comprensive dell’indennità sostitutiva del preavviso, Le saranno liquidate, come di consueto, direttamente sul Suo conto corrente entro l’11 luglio 2011’’.

La lettera di licenziamento è successiva alla richiesta, formalizzata dal marito (perché ovviamente la moglie non poteva farlo) di godimento delle ferie e dei permessi maturati prima dello scadere del periodo di malattia consentito. “Mi sembra scandaloso che un’azienda neghi la fruizione delle ferie utilizzando la motivazione delle esigenze produttive - commenta il marito - ed ancor più ci ha turbato la parola intralcio’’. In altri casi simili "anche grazie alla sostanziale assenza di costi per il datore di lavoro - commentato il segretario provinciale della Filctem CGIL di Bergamo, Fulvio Bolis - le aziende non hanno provveduto al licenziamento ma, al contrario, hanno mantenuto in essere il rapporto di lavoro".





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Il telo «miracoloso» fa sparire la sabbia

Corriere della sera


Il telo miracoloso
Il telo miracoloso
MILANO - Stanchi della sabbia che si attacca al vostro telo mare e che da lì passa sulla vostra pelle o magari sul gelato che state mangiando? Se la risposta è scontata, la soluzione lo diventerà presto, grazie al «Sandless Beach Mat», uno speciale telo da mare (ma non solo) che promette di tenere lontani tanto i fastidiosi granelli di sabbia quanto la sporcizia e l’acqua, lasciando la superficie dell’asciugamano pulita ed immacolata. A compiere il miracolo è un tessuto, composto da due strati di poliuretano brevettato, che in pratica agisce come un filtro a senso unico, «aspirando» il granello di sabbia non appena questi tocca il telo ed impedendo il procedimento inverso (ovvero, che «l’intruso» venga spinto indietro).

USO MILITARE - Nato in origine per uso militare, visto che serviva per gli elicotteri in fase di decollo e di atterraggio e per tenere lontana la polvere dagli oggetti, ora la versione ad uso civile è stata messa sul mercato dalla Hammacher Schlemmer ed è acquistabile online per 59,95 o 69,95 dollari (42,5 o 49,5 euro), a seconda che si scelga il modello piccolo (90 centimetri) o quello grande (160 centimetri). Disponibile in arancione e blu, il «Sandless Beach Mat» può facilmente trasformarsi in una borsa da viaggio, mentre quattro anelli posti ad ogni angolo del telo ne permettono l’ancoraggio a terra, così da rendere la superficie ancora più piatta. Resistente alle abrasioni degli agenti esterni e alle unghie dei nostri adorati pets, il telo è anche antiscivolo e non assorbe l’umidità, evitando così la formazione di muffe o funghi.


Simona Marchetti
13 luglio 2011 12:41





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La «casta» rivuole 5 milioni di stipendi Sono le decurtazioni operate nel 2006

Corriere del Mezzogiorno


Un gruppo di consiglieri ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura



La sede del Consiglio regionale

La sede del Consiglio regionale


BARI - La fuga di notizie e la chiusura a riccio sono state un tutt’uno. Perché - è comprensibile - di questi tempi parlare degli stipendi dei politici non è facile, mentre si chiedono sacrifici agli italiani. Ebbene: un gruppo di consiglieri regionali ha chiesto la restituzione delle somme decurtate nella scorsa legislatura dalla loro busta paga. Quella diminuzione fu decisa in forza di una legge annullata dalla Corte costituzionale. Dunque, sostengono i richiedenti, è da considerare illegittima e le somme decurtate vanno restituite. La questione potrebbe avere un fondamento giuridico. E, nel caso la tesi fosse accettata, anche una conseguenza considerevole sulle casse del Consiglio: una tegola da 4 o 5 milioni. Il presidente dell’Assemblea Onofrio Introna, interpellato sul punto, ha risposto che «l’ufficio di presidenza opporrà il proprio rifiuto, e se qualcuno non sarà soddisfatto della risposta, si potrà rivolgere al Tar». Una replica che sembra chiudere la vicenda solo sul piano politico (ammesso che la chiuda). Sul piano amministrativo, il tema resta intatto: perché la parola andrebbe ai giudici. A scrivere all’ufficio di presidenza, circa due mesi fa, sono stati un paio di consiglieri non rieletti: Luigi Loperfido e Enrico Santaniello (entrambi di centrodestra).

A loro se ne sono aggiunti altri: di ogni schieramento, alcuni rieletti e altri non riconfermati. Quella di cui si parla è la Finanziaria statale per il 2006. Impose ai Consigli regionali la decurtazione del 10% della «indennità» (ossia la metà della busta paga, cui si aggiunge in Puglia un cospicuo rimborso, per un netto totale che arriva anche a diecimila euro). Quella legge, impugnata dalla Campania e dalla Toscana, è stata annullata dalla Consulta nel 2007, sulla base del fatto che la competenza fosse regionale e non statale. Ma il Consiglio pugliese non tenne conto dell’annullamento e continuò ad applicare la decurtazione (assieme ad un precedente taglio di pari importo deciso un anno prima, autonomamente, dall’ufficio di presidenza).

A distanza di qualche anno alcuni scafati consiglieri di lungo corso ancora in carica si sono attivati e hanno suggerito ai colleghi che fare. E ciò anche per evitare che nel frattempo scorrano i cinque anni di prescrizione entro i quali rivendicare le spettanze. In sintesi: ogni consigliere (più di una decina le istanze finora arrivate) ha chiesto rimborsi per 63mila euro. A cascata arriverà, si intende, la rivalutazione del vitalizio per chi è già in «pensione». Se si moltiplica la cifra per ciascuno dei 70 consiglieri in carica nella scorsa legislatura la tegola sarebbe pari a 4,4 milioni. La norma annullata dalla Corte è stata applicata per tutto il 2010, quindi anche a sette mesi della nuova legislatura, fino a che non è intervenuta un’altra disposizione statale che taglia le indennità (ma questa non è stata impugnata dalle Regioni).

Dunque: se anche gli attuali 70 consiglieri chiedessero la restituzione delle somme per i sette mesi del 2010, si avrebbe un ulteriore esborso non inferiore ai 500mila euro. Alcuni consiglieri si sono già chiamati fuori, come Antonio Decaro (neo eletto) o Guglielo Minervini (rieletto), entrambi Pd: «Non faremo alcuna richiesta, tanto meno rivolgerci al Tar». Ma la questione è aperta. Introna, nella lettera con cui ha risposto alle istanze ha replicato che la vicenda è «delicata» e merita l’approfondimento della giunta. E il leader del Pdl, Rocco Palese, spiega che dopo il decreto legge del governo sulla manovra (che «rafforza» l’obbligo a rispettare le sentenza della Consulta), non resta che una strada: «L’ufficio di presidenza - dice Palese - non può che prendere atto della sentenza. E restituire le somme, poi ognuno deciderà che fare con quei soldi».


Francesco Strippoli
13 luglio 2011




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I vigili scorteranno i crocieristi

Corriere del Mezzogiorno

In alcuni itinerari i turisti saranno «accompagnati». Imminente un piano per blindare Piazza Garibaldi




NAPOLI — I crocieristi che giungeranno al porto di Napoli «saranno accompagnati» — o, meglio, scortati — «dai vigili urbani in alcuni itinerari precisi. E’ ovvio, però, che non li accompagneremo a fare shopping». Luigi de Magistris passa dalle parole ai fatti. E, contando sui caschi bianchi e sul fatto che ora in strada ce ne sono 106 in più provenienti dal «concorsone», annuncia un piano per rendere più sicuri i percorsi turistici cittadini grazie all’ausilio della polizia municipale che dal 20 luglio si occuperà anche del presidio fisso della zona adiacente il Porto di Napoli, spesso teatro — anche tragico — di scippi e rapine. Mentre con una delibera ad hoc «a firma mia, che presto sarà approvata», l’ex pm annuncia «un piano importante» per blindare e rivitalizzare piazza Garibaldi. De Magistris precisa comunque di volere «una città gioiosa e non militarizzata», ma certo «Napoli deve essere una città sicura, più sicura rispetto ad oggi». Di ritorno dal Comitato per l’ordine e la sicurezza — il primo a cui prende parte da quando è sindaco —, l’ex pm annuncia dunque un impegno massiccio dei vigili urbani che lavoreranno di concerto con le altre forze dell’ordine per presidiare le porte della città e i quartieri più a rischio. Grazie anche — e soprattutto — alla videosorveglianza, dove sarà possibile sfruttare anche un finanziamento di un milione e 700 mila euro di fondi regionali. «Soldi con i quali saranno acquistate 30 telecamere da installare ai Decumani», spiega Franco Malvano, consulente per la sicurezza della Regione Campania.

Il prefetto Andrea De Martino, che ha coordinato i lavori del Comitato, ha spiegato come pur «rimanendo invariato il numero dei reati rispetto allo stesso semestre dello scorso anno, sono aumentati furti e rapine». Ecco perché diventa assolutamente necessaria la videosorveglianza, che, comunque, a Napoli non è mai decollata. Nel frattempo il Comune ha appostato in bilancio oltre 3 milioni di euro per potenziarla. Soldi con i quali sarà possibile posizionare altre telecamere che sorveglieranno quattro quartieri-simbolo della città, cioè quelli turistici: ce ne saranno sette a Chiaia, quattro al Vomero, quattro a Mergellina e cinque al centro storico. Dopo l’installazione — quando ci sarà — degli impianti, «sarà indispensabile quindi la manutenzione», ha ricordato il prefetto de Martino, sottolineando un aspetto importante. Per questo il sindaco ha fatto sapere di aver chiesto alla Regione «di darci un sussidio». L’idea è dare vita a ampie zone pedonali in città e ztl, con un provvedimento «che sarà messo a punto a breve». Nel frattempo sarà avviata una verifica degli impianti esistenti per capire meglio quanti e quali sono quelli effettivamente funzionanti. Attenzione massima sarà ovviamente rivolta ai punti di accesso alla città, quindi l’aeroporto, le autostrade e le stazioni ferroviarie. Si tratta dei biglietti da visita di Napoli.

E se le cose all’aeroporto vanno abbastanza bene, «così come all’interno del porto», ha ricordato sempre il prefetto, sicuramente la stessa cosa non si può dire dei punti di ingresso in città delle autostrade, dove il degrado regna sovrano. Oltre a De Martino, a de Magistris e a Malvano, erano presenti al comitato il questore Luigi Merolla, il comandante provinciale del carabinieri, Mario Cinque, il tenente colonnello della Guardia di Finanza, Failla, e l’assessore Giuseppe Narducci, ex pm della Dda, l’uomo a cui de Magistris ha affidato la delega alla sicurezza e che sta lavorando in prima persona alla redazione del piano del Comune. Con lui al tavolo in prefettura anche il colonnello Attilio Auricchio, capo di Gabinetto del sindaco, anche lui esperto di lotta alla criminalità.


Paolo Cuozzo
13 luglio 2011




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Se sei di sinistra, puoi spiare. Se lo fa Murdoch è fascismo.

Libero






Domenica scorsa a Londra è uscito dopo 168 anni l’ultimo numero del News of the World di Rupert Murdoch mentre in una dimora signorile nella prestigiosa contea di Norfolk ha festeggiato i suoi 40 anni Julian Assange di Wikileaks con un party sontuoso. C’è una bella simmetria fra il lutto e la festa. E non solo perché sia Murdoch sia Assange sono australiani di nascita. La cosa da notare, come al solito, è l’ipocrisia totale della sinistra, inglese o italiana non importa. Da Watergate a Assange.

Quando fa certe cose un giornale di destra viene massacrato in nome della privacy, ma quando un giornale di sinistra fa la stessa cosa va premiato in nome del diritto di cronaca. Così, il tabloid domenicale “di destra”, che vendeva 2,6 milioni di copie ogni settimana e incassava tanti soldi, è stato chiuso perché intercettava migliaia di chiamate telefoniche di Vip, politici e cittadini dopo una campagna di odio orchestrata dei salottieri di color rosso. Ma lo stesso giorno il protagonista del furto e pubblicazione di milioni di email riservate fra diplomatici e politici viene osannato dagli stessi salottieri di color rosso. Nel mezzo, of course, c’è il giornale dei “champagne socialists” inglesi The Guardian, la Bibbia dell’armata rossa del pensiero debole, del relativismo morale e del disordine del multiculturalismo. La Repubblica inglese insomma.

News of the World è stato chiuso solo grazie a una lunga campagna nei suoi confronti da parte del Guardian, lo stesso Guardian che ha comprato e pubblicato le email riservate rubate da Assange&C. Cari lettori, vi chiedo: che differenza c’è, se ci pensiamo un attimo, fra un giornale, News of the World, che intercetta le chiamate di un cittadino e poi usa le informazioni acquisite come base per pubblicare uno scoop (senza però fabbricare tali intercettazioni) e un giornale come, il Guardian, che compra email intercettate di un cittadino e le pubblica intere? Anzi, non è peggio il giornale che pubblica verbatim le intercettazioni?

E chiedo non per la prima volta: ma dove siamo? Cioè, secondo il Guardian, e sicuramente anche La Repubblica, non va bene usare (ma non pubblicare) le intercettazioni telefoniche. O no, no e no. Ma va benissimo usare (e pubblicare) le intercettazioni internet. Da ricovero immediato ve lo dico io. Lo so, qui in Italia, Murdoch, essendo un concorrente importante del Cavaliere, è visto dalla destra italiana come un nemico. Ma in Inghilterra, e anche in America, è odiato dalla sinistra. Lo vedono come un Berlusconi anglosassone.

Mentre combatte la richiesta giudiziale di estradarlo in Svezia dov’è accusato di tentato stupro di due donne Assange abita in una splendida antica villa, ospite del proprietario miliardario di sinistra Vaughan Smith. Lì, alla festa dei suoi 40 anni domenica fra gli ospiti c’erano Jemima Khan, la straricca ecologista e amica della defunta Principessa Diana, il giornalista John Pilger (un Santoro inglese), la stilista Vivienne Westwood, e tanti esponenti del radicalchic londinese. Hanno mangiato un maiale intero arrostito alla brace e poi hanno addirittura fatto un’asta per vendere due delle intercettazioni internet rubate firmate da Assange.

Quello che combina la stampa di sinistra nel campo di intercettazioni e attività criminale non finisce con Assange&C. ovviamente. Ci ha fatto ricordare questo proprio Carl Bernstein, uno dei due protagonisti che ha svelato lo scandalo Watergate, in un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Newsweek. «Quando io e Bob Woodward affrontavamo delle questioni etiche delicate, ad esempio, ricercare delle informazioni da membri della Grand Jury (che abbiamo fatto e che non abbiamo dovuto fare), prima abbiamo sempre chiesto il parere del direttore Ben Bradlee, e lui ha sempre chiesto il parere degli avvocati del giornale... L’editore era tenuto informato. Nello stesso modo, Bradlee sapeva quando io ho ottenuto i dettagli di chiamate telefoniche e carte di credito private di uno dei personaggi di Watergate». Grande Carl, grande. Ecco la morale: se lo fai tu, uno di sinistra, va bene, se lo fa uno di destra invece va in galera.


di Nicholas Farrell

13/07/2011






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E colpa nostra, dobbiamo pagare"

La Stampa

Nel rapporto investigativo finale redatto dalle forze armate Usa un mese dopo l’incidente, di cui La Stampa è entrata in possesso, emerge l'ammissione di responsabilità per il disastro della funivia in cui morirono 20 persone


MAURIZIO MOLINARI, PAOLO MASTROLILLI


NEW YORK

La causa di questa tragedia è che l’equipaggio dei Marines ha volato molto più basso di quanto non fosse autorizzato, mettendo a rischio se stesso e gli altri. Raccomando che vengano presi i provvedimenti disciplinari e amministrativi appropriati nei confronti dell’equipaggio, e dei comandanti, che non hanno identificato e disseminato le informazioni pertinenti riguardo ai voli di addestramento. Gli Stati Uniti dovranno pagare tutte le richieste giustificate di risarcimento per la morte e il danno materiale provocato da questo incidente». Pare di vederlo il generale Peter Pace, comandante dei Marines, futuro capo degli stati maggiori riuniti, italiano di origine, mentre firma scuro in volto il rapporto investigativo finale sulla tragedia del Cermis.

Un volo di addestramento
Il documento, di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali, porta la data del 10 marzo 1998. Poco più di un mese prima, il 3 febbraio, un aereo EA-6B in forza alla 31st Fighter Wing dei Marines, di base ad Aviano per partecipare alle missioni in corso sulla Bosnia, aveva tagliato i cavi della funivia di Cavalese, uccidendo venti persone che si trovavano a bordo della cabina precipitata. Pace aveva ordinato un’inchiesta guidata dal generale Michael DeLong, a cui per l’Italia avevano partecipato i colonnelli Orfeo Durigon e Fermo Missarino. Il 24 febbraio - si legge nell’executive summary - «il governo italiano aveva formalmente richiesto che gli Stati Uniti rinunciassero alla giurisdizione personale sui quattro membri dell’equipaggio».

Nessuna decisione in merito, però, era stata presa, e quindi l’inchiesta era rimasta nelle mani di Pace. Il documento che alla fine arriva sul suo tavolo è dettagliato, preciso al minuto, e soprattutto senza vie d’uscita. Il Marine Tactical Electronic Warfare Squadron 2 era arrivato ad Aviano il 27 agosto 1997 per partecipare all’operazione Deliberate Guard sulla Bosnia. La data è importante perché proprio in quel mese il governo italiano aveva imposto nuove regole sui voli a bassa quota in Trentino Alto Adige, vietando di scendere sotto i 2000 piedi, ossia circa 700 metri. Quella direttiva era stata consegnata ai piloti e fu trovata nella cabina dell’EA-6B dopo l’incidente, così come le carte che segnalavano la presenza della funivia. Ma nessuno le aveva aperte.

Le carte sbagliate e i superiori
Il rapporto comincia con il background dell’equipaggio: il pilota e capitano Richard Ashby, il navigatore Joseph Schweitzer, il capitano William Raney e il capitano Chandler Seagraves, aggiunto solo all’ultimo momento al gruppo. «Non ci sono prove che alcuno di loro prendesse medicine o sostanze illecite, o avesse dimostrato stress psicologico». L’equipaggio non era noto per episodi di «flat hatting», cioè volo spericolato, ma il 24 gennaio Ashby era stato formalmente richiamato, perché durante il decollo per una missione si era tenuto troppo basso, per evitare la scia degli altri jet. Il 2 febbraio Schweitzer comincia a studiare la rotta per il volo addestrativo a bassa quota, ma lo fa sulle carte e i documenti sbagliati.

Il comandante dello Squadrone, tenente colonnello Muegge, e i suoi assistenti Roys, Recce, Watton e Caramanian, non hanno informato direttamente i piloti delle nuove limitazioni. Non dovrebbe fare differenza, perché comunque Schweitzer prevede di non scendere mai sotto i 1000 piedi, una quota nettamente superiore a quella della funivia. Quando lo saprà, però, il generale Pace chiederà lo stesso di punire i comandanti con sanzioni amministrative.

Il 3 mattina l’aereo coinvolto nell’incidente decolla per una missione in Bosnia, pilotato dal capitano Thayer. Ritorna alle 12,20 e Thayer segnala un malfunzionamento del «G meter», indicatore delle forze di gravità applicate dal pilota all’aereo: lo strumento viene sostituito. Invece il radar altimetro, quello che con un suono nelle cuffie segnala a tutto l’equipaggio che sta scendendo sotto la quota prestabilita, «funziona normalmente», anche se poi Ashby e gli altri diranno di non averlo sentito.

Ashby è qualificato per il volo radente, ma non ne pilota uno dal 3 luglio dell’anno prima e non ne ha mai fatti in Italia. L’EA-6B, denominato Easy 01 per questa missione, decolla alle 14,35 del 3 febbraio. L’equipaggio non lo sa, ma il volo è seguito in lontananza anche da un aereo radar Awacs, che aggiungerà tasselli preziosi all’inchiesta. Alle 14,50 un testimone segnala la presenza di un jet militare che sorvola a bassa quota e alta velocità Dimaro: i dati di bordo confermano che era Easy 01. Pochi minuti dopo stessa segnalazione, stavolta vicino a Pellizzano. Alle 15,08 un altro avvistamento, sopra Ciago: Easy 01 adesso è a soli 100 metri di altezza. Schweitzer dice che il sole è alle loro spalle e lui vede bene davanti a sé la Marmolada, punto di arrivo della missione.

«Il naso in giù» del pilota
Gli ultimi 45 secondi sono drammatici. Altri testimoni vedono Easy 01 che passa bassissimo sopra Molina di Fiemme. «Il pilota dice che non sapeva della funivia. Quando la vede sulla rotta, la sua reazione immediata è spingere il naso in giù, nel tentativo di sopravvivere ed evitare la cabina». Schweitzer rimane «scioccato nel vedere un cavo, mentre Ashby fa picchiare l’aereo. Poi sente un rumore sordo, ma pensa che sono passati sotto». Raney «sente l’impatto, ma non vede cosa è stato colpito». In questo momento il radar altimetro è regolato sugli 800 piedi. Da tempo ha lanciato il suo avvertimento all’equipaggio, perché il rapporto conclude: «Alle 15,13 i cavi della funivia del Cermis vengono colpiti da Easy 01, ad un’altitudine non superiore ai 113 metri, o 370 piedi».

La velocità «eccedeva il limite di 450 nodi». Dopo l’impatto Ashby e Schweitzer contattano il centro di controllo aereo di Padova e dichiarano l’emergenza. Ad Aviano liberano la pista di atterraggio numero 23. Il maggiore Gross, responsabile della sicurezza nella torre di controllo, «guarda l’aero con il binocolo. Gli sembra che abbia colpito un cavo». L’atterraggio avviene alle 15,35: «Una videocamera è stata ritrovata nella cabina di pilotaggio, nessuna informazione era registrata». Ma solo perché Schweitzer aveva cancellato tutto, dopo l’incidente. Letto il rapporto, al generale Pace non restano dubbi: «La causa dell’incidente è stata un errore dell’equipaggio.

Ha manovrato aggressivamente l’aereo, superando la velocità massima di 100 miglia all’ora e scendendo molto più in basso dei 1000 piedi di altezza. L’impatto non è stato un caso fortuito, perché l’equipaggio ha volato più basso e più veloce di quanto fosse autorizzato, ovunque il terreno lo consentiva». Però hanno colpa anche i superiori che non avevano dato bene gli ordini, con l’aggiunta di un piccolo giallo. Il 5 marzo il generale Peppe, comandante della 31st Fighter Wing, si è presentato agli investigatori per fare una rivelazione: «Il 4 febbraio, il giorno dopo l’incidente, il tenente colonnello Muegge gli aveva confidato che tutti, a parte Ashby, sapevano del limite di 2000 piedi per i voli a bassa quota». Conclusione secca di Pace: «Tutte le richieste appropriate di risarcimento per le morti e i danni dovranno essere pagate».

Ecco il rapporto dei Marines




Il dolore dell'unico sopravvissuto


Il dolore della Val di Fiemme dove vive l'unico sopravvissuto

FABIO POLETTI
INVIATO A CAVALESE (TRENTO)

La croce di acciaio in cima al prato dove è caduta la funivia, dal sentiero si fa fatica a vederla. La stele di legno con l’inchiostro rosso sangue è ancora più piccola. «Se uccidi “un’uomo” è un omicidio. Se ne uccidi venti è un errore». L’apostrofo al posto sbagliato forse è la firma di uno straniero, un parente di Sonja che aveva 25 anni e veniva da Vienna per sciare, di Rose-Marie che aveva un anno in meno e dal Belgio era partita per salire sul Cermis dove non sarebbe mai arrivata. Venti morti e venti famiglie cristallizzate in un ricordo insopportabile. Venti morti e un unico sopravvissuto - «Sono scampato all’Inferno, ma dopo non è stato il Paradiso» - che se anche volesse, non riuscirebbe a dimenticare.

Marino Costa lavorava come manovratore sull’altra funivia, quella vuota di turisti, quella che scendeva dai 1298 metri del Cermis, risparmiata dal caccia del capitano Richard Ashby che, con un colpo di coda e la follia di un gioco, tranciò una fune di acciaio e venti vite. «Il rumore del cavo che si spezza me lo sogno tutte le notti. L’aereo no, neanche allora riuscii a sentirlo». Marino Costa adesso fa l’autotrasportatore, non è mai più salito su una funivia in vita sua e gli aerei li prende solo «perché la vita deve andare avanti, giusto?».
Seduto sul divano della sua casa di legno, nello sguardo dietro le lenti spesse, si intuisce che pure un pezzo della sua vita si è fermato alle 15 e 13 del 3 febbraio di tredici anni fa: «Sono stato in ospedale, dagli psichiatri, mi bombardavo di farmaci per dormire... Adesso va meglio. Tranne il 3 febbraio quando c’è sempre qualcuno, un giornalista o un politico che mi telefona...». Quarantacinque minuti rimase a dondolare sulla funivia prima che i vigili del fuoco lo riportassero a terra, in quell’inferno da cui era scampato per un miracolo o per il fato.
Molto peggio è stato il dondolio degli anni venuti dopo, i marines che scappano ben protetti negli Stati Uniti, il processo finito in un quasi niente con qualche mese di carcere ridotto pure per buona condotta e i risarcimenti che risarciscono le ferite ma non la memoria. «Al processo in America non sono andato. Sarebbe servito a niente. Quello che è successo e per colpa di chi, tanto, lo sanno benissimo tutti quanti».

Stefano Sandri allora era il capo dei vigili del fuoco. Forse è stato il primo a sapere: «Quando ci hanno chiamati sul posto, immaginavamo di trovare i rottami di un piper, di un aereo da turismo caduto magari toccando un pilone. Invece abbiamo trovato la funivia nella neve e un pezzo di aereo con le scritte in inglese». Anni di processi, di bugie, di mezze verità sepolte nelle carte che adesso ritornano finalmente a galla, non cambiano la storia di quel giorno.

Il sindaco di allora Mauro Gilmozzi ne è convinto: «Gli americani dall’inizio hanno protetto i loro apparati militari. Della giustizia penale non si sono quasi preoccupati. Come se il risarcimento bastasse a cancellare quello che è successo. Il processo fatto là ha potuto poco. Ma le colpe non sono mai state messe in discussione da nessuno. Tutto il resto è solo dolore».

Un privatissimo dolore che la gente di Cavalese tiene dentro e custodisce come un segreto prezioso. Elena, la vedova di Marcello Vanzo, il manovratore dell’altra cabina, vive ancora nella casetta bianca a cento metri dalla nuova stazione intermedia della funivia. «Non ho mai parlato. Continuerò a non farlo. La storia la sanno tutti, il dolore è solo mio», dice gentile ma inflessibile. In tredici anni è cambiato niente per lei e niente potrà più cambiare. Solo la funivia non è più la stessa. Una volta la cabina volava su per la valle fino in cima all’alpe del Cermis.
Adesso la accarezza rasoterra, sfiorando le cime degli alberi, facendo una sosta ai Doss dei Laresi prima dell’ultima rincorsa. Nelle tre stazioni non c’è neanche una lapide. Solo nel pratone quella croce. Lo ha deciso la gente di qui per tenere lontani i turisti dell’orrore. Elena che lavora alla prima stazione a Cavalese, anche quel giorno era in ufficio: «Ogni santo giorno che entro qui, guardo verso la montagna e ricordo. Fa ancora male. Ma fa più male per tutto quello che è successo dopo, per i processi incredibili, per quella giustizia che non c’è mai stata».



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Minnesota Stato fallito

Il Tempo

Uffici, zoo e strade chiuse. Impiegati a casa Obama: il 3 agosto a rischio la previdenza. Difficile un accordo tra Casa Bianca e repubblicani.



Obama Obama tratta senza sosta per evitare il default agli Stati Uniti, ma nel frattempo una delle 52 «stelle» è caduta. Il Minnesota è fallito. «Shut down», insolvenza, fallimento, compare su i cartelli affissi in tutti gli uffici pubblici dello Stato. A casa i 24mila dipendenti statali che da giorni bivaccano davanti alla sede del governo federale. Chiusi i parchi pubblici, bloccati i lavori di strade e altre infrastrutture. In cassa non ci sono soldi e il governatore, il democratico Mark Dayton, non ha potuto far altro che issare bandiera bianca.

Il Minnesota si sta rivelando il laboratorio, drammaticamente reale, del rischio che stanno correndo gli Stati Uniti. La gestione dei repubblicani, che guidano lo Stato da un ventennio, fatta di tagli alle tasse per i ricchi e tagli al welfare, è stata troppo dispendiosa, e quindi ha asciugato fino all'osso le finanze statali. Anche l'elezione del democratico Dayton, lo scorso anno, non è servita: la maggioranza che aveva nel parlamentino di Minneapolis non era sufficiente a far passare le leggi senza la collaborazione dell'opposizione.

I repubblicani hanno preferito fare ostruzionismo e boicottare ogni legge di risanamento. Così come sta avvenendo a Washington in questi giorni. Un tiro alla fune senza vincitori. Non c'è stata via d'uscita se non dichiarare fallimento. E oggi è l'ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, che vuole sfidare Obama il prossimo anno, è lui ad attaccare il presidente sulla sua politica economica. Obama, però, mette in guardia sulle conseguenze: «Non posso garantire che gli assegni della previdenza sociale vengano emessi il 3 agosto se non saremo riusciti a risolvere la questione dei negoziati sul debito.

Questo perché potrebbero non esserci abbastanza soldi nelle casse federali». Con queste parole, durante un'intervista alla Cbs, il presidente Usa Barack Obama ha fatto una parziale marcia indietro sulle sue assicurazioni che il tetto del debito verrà alzato, evitando così il primo default degli Usa. Ieri sera ennesimo round alla Casa Bianca tra l'Amministrazione e i repubblicani. «Quello dell'aumento del tetto del debito è un suo problema». Così lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner ha detto riferendosi a Barack Obama.

«Penso che sia arrivato il momento che metta il suo piano sul tavolo - ha detto Boehner - e che sia qualcosa che il Congresso possa passare». Di fatto i repubblicani hanno respinto l'ipotesi di Obama di ridurre deficit e debito Usa di 4 mila miliardi e di aumentare le tasse agli americani più ricchi. Per convincere i repubblicani Obama ha lasciato intendere di essere pronto a fare concessioni sull'età pensionabile, ma i repubblicani non sembrano disponibili ad aperture. I senatori del Gop si sono incontrati ieri in Campidoglio e il leader repubblicano in Senato, Mitch McConnell, ha proposto di dare al presidente Barack Obama poteri straordinari per un incremento automatico del limite del debito. Questo consentirebbe al presidente di richiedere fino a 2,4 trilioni di dollari per un recupero fondi a fronte di obbligazioni nazionali.


Maurizio Piccirilli

13/07/2011





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Cannata: la signora dei bot che ha salvato l'Italia

Il Tempo


Al Tesoro organizza le aste dei titoli dello Stato. Ieri non ha sbagliato. Gestisce un debito che veleggia verso i 1900 miliardi di euro. Nessuna notorietà. Nel 2011 ha parlato una sola volta.


Maria Cannata, direttore del debito pubblico al ministero del Tesoro Una donna invisibile ha salvato l'Italia. È la signora delle aste dei Buoni dello Stato italiani, Maria Cannata, direttore del debito pubblico al ministero del Tesoro, che non ha mai sbagliato un colpo. Men che meno ieri quando la piccola emissione di Bot da 6,5 miliardi di euro, integralmente sottoscritta e con domande superiori all'offerta, ha rappresentato lo spartiacque di una giornata che poteva essere ricordata come quella del funerale del sistema finanziario italiano e, a catena, dell'intera impalcatura dell'euro.

Ce l'ha fatta. Ha dovuto pagare un interesse più alto agli investitori scossi dalla pioggia di vendite che hanno colpito il comparto. Ma il costo supplementare ha portato un vantaggio incomparabile: la quantità di richieste di sottoscrizione superiore una volta e mezza all'offerta. L'ansia e il panico sono rientrati. I fondi e le banche le hanno dato ancora una volta fiducia. A lei, al ministro Tremonti e ovviamente all'Italia. Una piccola vittoria contro i giganti che hanno martoriato la stabilità finanziaria del Paese con bordate da miliardi di euro.

Il primo round di una battaglia, che non sembra finita, se lo è aggiudicato lei. Una donna che ogni mattina si sveglia e si trova di fronte un compito comparabile a una delle fatiche di Ercole: gestire un debito pubblico che veleggia verso i 1890 miliardi di euro. Compito improbo svolto con competenza e condito da una rara dote: poca pubblicità e molti fatti. Una mosca bianca in un mondo dominato dalla ricerca della notorietà a tutti i costi.

Riservata ma sempre gentile, con cortesia e sorriso sulle labbra schiva con eleganza, nelle rare apparizioni pubbliche, le domande dei giornalisti che la conoscono. Che la inseguono sperando di avere qualche illuminazione. Niente da fare. La ricerca nelle banche dati è il miglior indicatore. Nel 2011 ha parlato una sola volta. Era il 23 maggio scorso, l'agenzia di rating aveva messo sotto osservazione l'affidabilità finanziaria dello Stato italiano. Poche e concise le sue parole: «Le aste dei nostri titoli le facciamo con tranquillità».

Alla faccia di chi rincorre i microfoni per lasciare ai posteri vacue dichiarazioni. Stile rigoroso e sobrio, sabaudo insomma. E non a caso la Cannata è nata proprio in quel di Torino nel 1954. Anche se a dodici anni approda con la famiglia nella Capitale dove il padre, funzionario di prefettura, viene trasferito. Formazione liceale scientifica e poi facoltà di Matematica alla Sapienza. Già, i numeri. Gli italiani li amano poco e poco li studiano. I laureati nella materia sono un numero infinitesimale rispetto ai giuristi e ai letterati.

Eppure l'economia ha lasciato da tempo le aule del pensiero filosofico e si è accampata tra i banchi di chi studia le tendenze e le evoluzioni con il linguaggio delle equazioni differenziali e degli integrali. Chi porta a termine gli studi nel ramo ha una marcia in più. Così nel 1977, con la laurea in tasca, approda nel mondo del lavoro. Parte con l'insegnamento: matematica, logico. In cattedra ci resta tre anni. I primi due in una scuola media, l'ultimo in un istituto magistrale. Interessante, ma non le basta.

Mentre spiega geometria e algebra elementare trova il tempo per partecipare anche ai concorsi pubblici e, nel 1979, ne vince uno da capostazione nelle Ferrovie dello Stato. Non ci resta nemmeno un anno perché di concorsi nel frattempo ne ha vinti addirittura due. E non sono posti da semplice «colletto bianco». L'Istat le offre un posto nella carriera direttiva come consigliere. Lei sceglie Roma. Al ministero del Tesoro è vincitrice di un posto di funzionario statistico. Parte da lì la sua scalata nelle stanze del dicastero di via XX settembre.

Una corsa che la porta, nel 1999, a diventare dirigente generale del debito pubblico. La signora dei Bot, il manager del debito di tutti gli italiani. Stanze, le sue, dalle quali cerca di saziare la fame di cartamoneta di uno Stato moloch della spesa. L'obiettivo che ha è recuperare contanti, cartamoneta. Non poco. Cifre enormi da fronteggiare che lei provvede a pagare emettendo carta, ovvero buoni ordinari del Tesoro, buoni poliennali, certificati di credito, in euro, a volte anche in dollari, per placare la fame di denaro della macchina dello Stato e in modo che sia appetibile per investitori e risparmiatori.

Una missione non semplice quando i mercati sono attraversati da stabilità e fiducia ma che diventa quasi impossibile nella tempesta di questi giorni. Soppesare, limare e trovare l'esatta media matematica del tasso di interesse da proporre per evitare costi eccessivi per il debito e per soddisfare e incentivare chi li sottoscrive. In questi giorni la sua principale missione è stata la ricerca di questo numero. Non esiste un teorema unico. La formula è stata integrata tenendo d'occhio le variabili emotive in gioco. Un punto base in più o in meno poteva determinare la débacle o il successo.

È arrivato il secondo. Non ha rilasciato dichiarazioni. Ovvio. Continua a essere un tecnico, le dichiarazioni sul merito spettano ai politici. Ma non si esagera se si afferma che per un giorno la Cannata è stata la salvatrice della Patria. Non ha sbagliato insomma. Nel clima di incertezza che domina il sistema finanziario e il risparmio di milioni di italiani sapere che alla direzione del Tesoro che si occupa del debito siede la Cannata è un elemento di sicurezza. Nessuna celebrazione o esercizio di piaggeria. Non serve. La Cannata continuerà a non rilasciare dichiarazioni.

Resta il sottile piacere intellettuale di sapere che, in un mondo di persone sbagliate nei posti importanti qualcuno, per merito, siede al posto giusto. Non solo. Considerando la bassa valutazione assegnata comunemente al settore pubblico e ai suoi dirigenti gente come la Cannata riporta un po' d'ordine nella percezione della categoria. Il Tempo è in grado di dire anche quanto ci costa una dirigente come lei. Secondo gli ultimi dati disponibili si tratta di circa 182 mila euro lordi comprensivi di premi e variabile. Per quello che fa e per come lo fa, soldi spesi bene.


Filippo Caleri

13/07/2011





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Scolapasta in testa sulla foto della patente L'Austria dà il permesso al pastafariano

Corriere della sera

Il documento dell'adoratore dello «Spaghetto volante»




La patente  di Niko Alm
La patente di Niko Alm

MILANO - La sua richiesta era sensata: che al pastafarianesimo fosse data la stessa importanza delle altre religioni. Lo «Spaghetto Volante», Dio dei pastafariani, la religione parodistica nata in Kansas sette anni fa e che si pone come un'alternativa alla teoria dell'evoluzione di Darwin, è diventato un simbolo di culto per gli ironici e miscredenti navigatori del web. In questi giorni l’ufficio dei trasporti di Vienna ha dato luce verde allo scolapasta come copricapo religioso su una foto della patente di guida. Un caso che fa sorridere, ma anche discutere.

LO SCOLAPASTA - Il protagonista della vicenda è un imprenditore e ateista convinto, Niko Alm. Tre anni fa il giovane austriaco aveva presentato la relativa istanza, che ora ha avuto l’ok (inaspettato) dai funzionari dell’ufficio trasporti della Bundespolizeidirektion di Vienna. Se viene accettato il copricapo tenuto per motivi religiosi sulle fototessere di documenti d’identità, di guida e passaporti - la motivazione di Alm - allora perchè non può valere lo stesso principio per i pastafariani, gli «adepti» del pastafarianesimo. La foto con lo scolapasta in testa (GUARDA) è stata scattata dallo stesso Alm che a suo tempo l’aveva consegnata personalmente ad un funzionario dell’ufficio competente. «Anche in quel momento avevo lo scolapasta in testa, il funzionario non ha reagito, non ha detto nulla», ha spiegato il pastafariano austriaco al giornale Der Standard.

PASTAFARIANI - La via crucis per vedersi riconosciuta quella foto sul permesso di guida è iniziata nel 2008 con una richiesta all’ufficio di motorizzazione, racconta Alm sul suo blog. In un primo momento i funzionari gli avevano spiegato per telefono che quella immagine sulla patente di guida non era possibile. Alm ha dunque richiesto un parere scritto, che non è mai arrivato. E' stato invece invitato a recarsi dall’ufficiale sanitario. Questo ha dovuto appurare che l’uomo era «psicologicamente idoneo» a guidare una macchina. Dopo tre anni finalmente è arrivata la tanto attesa notifica: la patente poteva essere ritirata negli uffici. Ora Alm non vuole più fermarsi. Ha già annunciato di voler richiedere il riconoscimento del pastafarianesimo in Austria. Il pastafarianesimo, o «Flying Spaghetti Monster», è stato fondato nel 2005 dall’allora venticinquenne americano e laureato in fisica Bobby Henderson. Digitando «Flying Spaghetti Monster» sui motori di ricerca, appaiono circa 6 milioni risultati.



Elmar Burchia
13 luglio 2011 11:32



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Nei take away di kebab volantini sulla Jihad

Corriere della sera

L'iniziativa del «Muslim center» bengalese: quattro pagine per spiegare principi e credo dell'islam



Se fosse un film, il titolo sarebbe già pronto: «Kebab e Jihad». Stavolta, però, non siamo di fronte a una nuova pellicola indipendente, ma a una campagna informativa lanciata dalla comunità islamica bengalese di Bologna. Un opuscolo in italiano, distribuito anche da kebabbari e minimarket del centro, intitolato «Conoscere l’Islam e i musulmani». Quattro pagine per spiegare principi e credo dell’Islam, Jihad inclusa: «"Uno sforzo" verso un obiettivo — spiega il volantino — sia spirituale quanto bellico».

Basta andare in via Petroni ed entrare per uno spuntino nel negozio di kebab giusto per trovare vicino alla cassa il depliant divulgativo sull’Islam. In copertina, la foto del Corano circondato da lampade, una mezzaluna e l’ombra di un minareto. Dentro, un piccolo prontuario di domande e risposte per spiegare le parole chiave della fede predicata da Maometto. A partire dall’Islam, che «in arabo significa semplicemente sottomissione, ma deriva da una parola che significa pace».


Il volantino (in italiano)
Il volantino (in italiano)
«L’Islam non è una religione nuova, ma la stessa verità rivelata da Dio a tutti i suoi profeti dalla creazione del mondo — si legge ancora nel testo — i musulmani professano una religione di pace, misericordia e perdono, che nulla ha a che vedere con le gravi vicende erroneamente associate all’Islam». Gli altri paragrafi spiegano in che cosa credono i musulmani, ma anche che cosa è e di cosa tratta il Corano: «L’ultimo verbo rivelato da Dio». Un testo religioso che fornisce anche «le linee guida per una società giusta — scrivono gli autori del volantino — per un corretto comportamento degli uomini e per un equo sistema economico». Più avanti si legge che i musulmani «rispettano e onorano Gesù», mentre sul rapporto con le donne il depliant sottolinea che l’Islam «vede la donna, sia essa nubile o sposata, come un individuo con propri diritti, con la facoltà di disporre di beni e denari propri».

Infine il paragrafo dedicato alla Jihad. «Il Corano concede il diritto alla difesa in casi di aggressione e invasione, come anche l’art. 51 del Diritto Internazionale afferma», sostengono gli autori del testo, spiegando anche che la Jihad «dal punto di vista bellico è un diritto all’esistenza e alla libertà quando l’oppressione si presenta». In quattro pagine, però, non c’è nessuna firma che rimandi agli autori del volantino. Solo un indirizzo di posta elettronica, piuttosto vago, per chi desidera avere maggiori informazioni. Ma chi ha deciso di promuovere e distribuire tra kebabbari e minimarket un depliant del genere? Dal Centro di cultura islamica di via Pallavicini spiegano che si tratta della comunità musulmana bengalese del Bologna Muslim Center, la sala di preghiera di via Zago appena sotto il ponte di Stalingrado. Una comunità molto attiva, che ha anche una pagina Facebook con una cinquantina di membri.

La campagna lanciata dal Bologna Muslim Center, però, lascia un po’ interdetto il vicepresidente del Centro islamico di via Pallavicini, Daniele Parracino. «È una loro iniziativa autonoma, io non ho mai visto il loro volantino — spiega — in genere noi non andiamo a fare proselitismo, ma aspettiamo che chi vuole avvicinarsi all’Islam, magari in occasione di un matrimonio, venga da noi a informarsi». Nonostante il testo sia scritto soltanto in italiano, secondo il vicepresidente di via Pallavicini non si tratta comunque di «un’iniziativa per fare proselitismo, ma di un modo per fare informazione all’interno della stessa comunità bengalese. Noi musulmani dobbiamo testimoniare l’Islam — conclude Parracino —, ma spetta al Creatore diffonderlo».



Francesco Rosano
13 luglio 2011



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Compra una pagina per l'addio al gatto

Corriere della sera

L'inserzione di una scultrice che ha noleggiato un elicottero per seppellire l'amato Sky ad Olbia



La pagiina dedicata al gatto Sky
La pagiina dedicata al gatto Sky
MILANO - Alcuni alla morte del proprio animale domestico fanno affiggere manifesti funerari. Altri hanno, addirittura, firmato un necrologio a nome del cane quando è scomparso il «padrone».
La necessità di condividere il dolore per la rottura di questo legame particolare assume forme sempre più diverse. Potrebbe sembrare un gesto eccentrico ma è l'ultima dichiarazione d'amore per il compagno di un pezzo della propria vita. Senza magari badare a spese come ha fatto l'artista Luciana Matalon. Veneta di nascita, milanese di adozione, ha acquistato oggi una pagina intera del Corriere della Sera (nella foto in alto) per urlare tutta l'angoscia per la scomparsa del suo amato gatto Sky.
«Da quando non c'è più mi sento più fragile e la sua assenza è incolmabile - spiega con un filo di voce la pittrice e scultrice - perché è stato più di un compagno fedele e mi ha donato emozioni per 15 anni. Eravamo inseparabili».
Per questo motivo, per anni ha litigato con inflessibili hostess che non volevano accettare Sky nei viaggi per raggiungere le mostre allestite in Europa, America e Giappone. In Italia, alla sua produzione artistica si sono interessati critici come Vittorio Sgarbi. «Tutto ciò che ho creato negli ultimi tre lustri è stato ispirato e poi dedicato a Sky», prosegue la scultrice, «perché lui mi regalava emozioni da trasfondere nelle opere». Del resto anche l'etologo Giorgio Celli, scomparso lo scorso mese, aveva sostenuto che «guardare un gatto è come guardare il fuoco, si rimane sempre incantati. Sono stati i miei maestri di etologia. Maestri senza parole ma con gesti trasparenti; ed io, a poco a poco, sono diventato un loro ammiratore e loro complice». Proprio la stessa complicità che esisteva fra Sky e la sua «padrona». «Più che complicità direi simbiosi - argomenta, Nello Taietti, direttore della Fondazione Matalon - al punto da spingere l'artista ad affittare subito un elicottero per seppellire Sky nel giardino della sua villa a San Pantaleo, vicino Olbia, accanto a una scultura che gli aveva dedicato». La cerimonia degli addii con la pagina di oggi può dirsi completa.

Alessio Ribaudo
aribaudo@corriere.it
13 luglio 2011 11:08



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Congo, quei 36mila bambini-soldato tornati a casa

Corriere della sera



 La buona notizia è che 36mila bambini-soldato sono stati liberati nella Repubblica Democratica del Congo negli ultimi dieci anni, quella cattiva è che almeno 6 mila continuano a combattere nelle milizie irregolari. I passi avanti sono stati fatti grazie al «Programma di disarmo, demobilizzazione e reintegrazione» coordinato dall’Unicef in collaborazione con Amnesty international e con diverse Ong internazionali. Secondo fonti mediche della Cooperazione italiana di Kinshasa che dal ’99 è impegnata nel piano internazionale di liberazione dei minori, «la situazione è molto migliorata ma resta critica». «I reclutamenti forzati continuano, soprattutto nei villaggi della provincia del nord Kivu, e i bambini che tentano di fuggire vengono torturati o uccisi, a volte davanti ad altri bimbi, a titolo dimostrativo», spiega all’Agi Paolo Urbano, responsabile del settore sanitario. In questo video sul sito dell’Unicef si può vedere il lavoro degli attivisti per ridare una vita “normale” a questi piccoli sfortunati.


Secondo Amnesty la metà dei bambini soldato liberati viene purtroppo di nuovo arruolata dai gruppi armati.  “Proprio la loro precedente esperienza rende questi bambini reclute di gran valore e li espone a maggiori rischi” ha dichiarato Andrew Philip, esperto di Repubblica Democratica del Congo di Amnesty International, che da anni raccoglie testimonianze oculari nella regione. “Più sanno combattere, più sono a rischio di essere reclutati di nuovo”. In questo video prodotto da Amnesty le testimonianze dei piccoli combattenti. 
A tre anni di distanza dalla Conferenza di Goma sulla pace, la sicurezza e lo sviluppo nelle Province del Nord e del Sud Kivu, i gruppi armati operativi nelle due province hanno violato l’impegno di interrompere i reclutamenti forzati. L’Italia è impegnata in Congo con un finanziamento di 350 mila euro nel 2011. L’Opera Don Bosco di Goma è in prima linea nelle operazioni di assistenza ai piccoli soldati liberati. «Il nostro lavoro – spiega ancora Urbano all’Agi  consiste nel reinserimento sociale e civile dei bambini perchè il reclutamento militare sconvolge la loro esistenza. Cerchiamo di dare loro affetto, punti di riferimento, assistenza medica, istruzione e lavoro».

Secondo le stime dell’ Unicef nel mondo sono almeno 250mila i bambini soldato obbligati a uccidere, torturare e farsi a loro volta uccidere. Hanno un’ età compresa fra gli 8 e i 16 anni. Le varie associazioni umanitarie hanno unito gli sforzi creando una Coalizione internazionale per fermare lo scandalo dei bimbi soldato e far rispettare la Convenzione di Ginevra che considera il coinvolgimento dei minorenni un crimine di guerra. La Coalizione presenta ogni 3 o 4 anni un rapporto nel quale fa il punto della situazione. Nell’ultimo, uscito nel 2008, erano ben 63 i Paesi dove è consentito l’ arruolamento di volontari minori nelle forze armate. Ma in genere i bambini non sono volontari. Spesso sono ragazzi di strada convinti con la promessa di un tozzo di pane o piccoli rapiti e costretti ad imbracciare un fucile.



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Pirata alcolista impunito Già condannato due volte investe un bimbo e fugge

di Redazione

Il piccolo, otto anni, è in gravissime condizioni L’uomo per l’ennesima volta guidava ubriaco


Lodi - Falcia un bimbo di otto anni sulle strisce di una ciclabile e fugge. Ora il piccolo è ricoverato da tre giorni in gravissime condizioni all’ospedale Niguarda di Milano mentre si scopre che l'investitore aveva già due condanne sulla schiena e sempre per lo stesso reato: guida in stato di ebbrezza. In più tre contravvenzioni, sempre perché sorpreso alticcio al volante.
Non solo Fabio. B., operaio 38enne con il vizio dell’alcol, già ben conosciuto dalle forze dell'ordine, sapeva benissimo di essere ubriaco quando è uscito dalla sua casa di Codogno, per andare a comprarsi le sigarette. L'ha confessato candidamente lui stesso nell'udienza di convalida dell'arresto che si è tenuta nelle scorse ore.
Davanti al giudice Manuela Scudieri, seduto sul banco degli imputati nel tribunale di Lodi, ha dichiarato: «Sì sì, avevo bevuto diversi bicchieri. Poi avevo voglia di fumare, ho visto che mi mancavano le sigarette e sono salito in auto per andare a comprarle».
Ma ecco la dinamica dei fatti. Sono da poco passate le 19 di domenica. Fa ancora molto caldo. È così che i genitori del piccolo Claudio, che risiedono da anni a Castiglione D'Adda, dicono sì alla richiesta del figlio: un amichetto lo attende sotto il cancello di casa per andare con lui e suo padre nella vicina Bertonico a prendere un gelato, in bicicletta. Del resto, da Castiglione a Bertonico è stata realizzata una pista ciclabile con sembra più che sicura. I tre, quindi, raggiungono la gelateria.
La tragedia nel viaggio del ritorno. La comitiva è quasi giunta a casa. Per arrivarci il bambino deve solo attraversare le strisce lungo la provinciale Castiglione-Lodi. Ed e qui che avviene l'impatto. Violentissimo. La Peugeot 307 di Fabio prende in pieno la biciclettina di Claudio che finisce sul parabrezza. Una scena terribile. Il piccolo resta inerme sul cofano ma il conducente si fermerà, come raccontano diversi testimoni, soltanto trecento metri dopo. Scende, adagia il corpo sull’asfalto e riparte.
Quando, un quarto d'ora dopo, arrivano sul posto i sanitari del 118 di Lodi, Claudio è ancora cosciente. Perderà conoscenza venti minuti dopo, per il gravissimo trauma cranico riportato. Intanto il capannello di gente che si è formato sul posto allerta le forze dell'ordine.
Chiara la testimonianza dei carabinieri, in tribunale, che spiegano come abbiano rintracciato il pirata. I militari lo incrociano casualmente, sulla provinciale, e notano il parabrezza spaccato. Pochi minuti e, dove si può, fanno inversione di marcia per raggiungerlo. E proprio mentre gli sono quasi a ruota che arriva l'allarme dal comando che indica di bloccare proprio lui, l’uomo al volante. La pattuglia lo segue fin sotto casa. Poi lo arresta.
Sono le 19.42 quando scatta anche la prova dell'etilometro. Il giovane ha 1,90 grammi per litro di alcol nel sangue al primo test, 1,86 al secondo: più di tre volte il consentito dalal legge.
È da tempo che beve e poi si mette al volante, Fabio. Lo dicono le condanne: i 5 giorni di carcere e 300 euro di multa per guida in stato di ebbrezza nel maggio del 2006 nel Piacentino e i 10 giorni e 300 euro di contravvenzione, stesso motivo, nel marzo 2007, nel Lodigiano. I medici spiegano che si potrà sapere solo tra stasera e domani se il piccolo potrà dirsi fuori pericolo.

Il pirata, invece, ha già ottenuto gli arresti domiciliari.






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Le carrozze del quirinale

di Redazione

Una breve panoramica delle bellezze che oggi sono conservate al Quirinale. Una collezione che il mondo sicuramente ci invidierà sempre, composta da oltre centinaia di magnifiche carrozze e accessori a loro corredo



Quello che qui non scriveremo dovrà essere assaporato di persona a Roma e, credeteci, ne vale proprio la pena. Ci soffermeremo un po’ più dettagliatamente su quattro carrozze che sono in bella mostra nella sala rotonda e la storia ha dato ad ognuna una specifica denominazione: Il Telemaco, L’Egiziana, la Carrozza degli Sposi ed il Berlingotto reale. Tutte le carrozze hanno la caratteristica di essere “piemontesi” ovvero veicoli che provengono dalla famiglia sabauda.

Per ambientarci un po’ nell’epoca del XIX secolo ed inquadrare l’uso di queste favolose carrozze dobbiamo da subito precisare che carrozze e cavalli, da sempre, sono uno strumento di presentazione, di sfida, di gelosia, del bell’apparire e del mostrare potenza e ricchezza. Sicché si allevano od acquistano cavalli di portamento e stazza da tutte le parti del mondo: Oldenburg, Lipizzani, Gelder e Gelderland, Hannover, Olstein, Frisoni, Percheron. Per fare un esempio la casa regnante italiana poteva all’epoca disporre di 5000 – 6000 cavalli con l’attenzione che gli esemplari tedeschi erano un po’ più costosi degli altri.
La spettacolarità del tutto, a seconda poi dell’evento, si otteneva nei più disparati modi; pennacchi colorati, feluche dei palafrenieri e inservienti e, importantissimo come sempre, l’apparato dei finimenti sempre a collana con la maggior dovizia possibile di pendenti e ciondoli a monogramma della casa (reale o comunque nobile) di metallo nobile e di ottima fattura.
Un componente importante è sicuramente il sellino su cui il bronziere produttore applica gancio e chiavi passaredini che riprendano per colore e foggia le parti metalliche della carrozza (maniglie ed imperiale). Dello stile inglese sono bilancia e bilancino, sicuramente per le due carrozze berlina, mentre di tradizione piemontese l’uso dello stricco. E’ ovvio che per creare il lusso di questa quasi teatralità ed ottenere l’amalgama di uno strumento funzionante per il trasporto è necessario ricorrere a molteplici figure professionali, che al tempo professano in vere e proprie categorie di specializzazione lavorativa oggi perdute; sellai, fabbri, maniscalchi, decoratori, bronzieri, palafrenieri, capi scuderia, addestratori, decoratori, falegnami, sarti, cucirine e cosi via.
BERLINGOTTO REALE Per proporvi questo antichissimo legno dobbiamo immaginare un corteo pre-nuziale che arriva a Novara (a quel tempo confine di stato) per ricevere l’arciduchessa d’Austria Maria Teresa d'Asburgo Este che S.A.R. Vittorio Emanuele Duca d’Aosta, intende sposare. Una serie di carrozze di aristocratici, uno stuolo di lacchè, palafrenieri ed inservienti ed altre carrozze per il trasporto del necessaire per il primo viaggio di questa carrozza che diverrà storico.
Dobbiamo anche immaginare l’organizzazione di un viaggio di quei tempi: ai lacchè il compito di portarsi alla testa dei cavalli ad ogni fermata, di correre davanti alla carrozza per fare strada ai reali, ai palafrenieri la sicurezza dei trasportati con il controllo costante dei cavalli, agli inservienti predisporre qualche spuntino e qualche bevanda rinfrescante durante il cambio dei cavalli.
Da Novara si dovrà raggiungere dapprima Torino poi le residenze di caccia della Venaria e di Stupinigi per mostrare alla futura sposa la bellezza d’Italia la grandeur della casa reale. Questa la presentazione al mondo di questo berlingotto, verniciato a oro e con pitture, opera unica e bella da qualsiasi parte la si osservi. Per questo raffinato ed unico coupé ricche sculture sui tutti i montanti per raffigurare le virtù.Inutile dire che sia opportuno, non tanto per il peso o per i chilometri, almeno un tiro a quattro o a sei cavalli.


EGIZIANA Il duca Carlo Felice di Savoia volle regalare una carrozza a sua moglie Maria Cristina di Borbone. L’occasione è il carnevale di Torino. Nel 1819 i progettisti ricorrendo al mondo delle divinità antiche ed alla mitologia, progettano e realizzano un insieme che ha per tema il tempio della dea Iside.
Falegnami, intagliatori e decoratori provvedono ad imitare il tempio con aurea magnificenza costruendovi le colonne, i capitelli, l’architrave a sorreggere un pesante e ricco tetto. V’è documentazione che fu utilizzata come vettura da parata per il ritorno a Torino della famiglia reale.
Il tempo passa e la carrozza cambia di destinazione d’uso, viene modificata in una carrozza per gli avvenimenti funebri dei reali sabaudi, che è quella che possiamo ammirare oggi. Due sono le documentazioni storiche del suo utilizzo, nel 1849 per il trasporto del feretro di Carlo Alberto e nel 1900 per il funerale di Re Umberto I di Savoia; sempre documentato è il dono da parte di Vittorio Emanuele I alla consorte Maria Teresa d’Asburgo Este.
BERLINA detta “DEGLI SPOSI” o “DI MARIA TERESA” Al periodo della Restaurazione appartiene anche la carrozza detta “di Maria Teresa” od anche “degli Sposi”, realizzata nel 1817 per le nozze di Carlo Alberto principe di Carignano con Maria Teresa d’Asburgo Lorena. Sulla cassa il Vacca ha finemente dipinto coppie di putti intorno allo stemma sabaudo attorniato da festoni e ghirlande di fiori riproponendo alcuni motivi che possono riscontrarsi nelle pitture degli interni dei palazzi reali torinesi.
Come si conviene per questa sontuosità l’interno è riccamente abbellito di sete, rasi, cordoni, stole e di velluto cremisi. La berlina “degli Sposi” sarà usata più tardi sia per le nozze di Vittorio Emanuele II che per quelle di Umberto I.
TELEMACO Berlina a quattro posti e otto finestrini con cristalli in telai in velluto cremisi, riquadrati con fasce dorate su fondo blu riportanti figure femminili con contorni di ghirlande di fiori; decorazioni in bronzo dorato.
Dapprima Vittorio Emanuele I regala questa berlina a sua moglie Maria Teresa d’Asburgo Este per il ritorno dei Savoia a Torino, successivamente è utilizzata nel 1842 nel corteo per le nozze di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d’Austria e nel 1868, per l’ingresso solenne del corteo nuziale di Umberto e Margherita di Savoia a Firenze.
Ciò che però rende questa berlina unica e straordinaria è la preziosa pittura del Vacca a raffigurare il viaggio di Telemaco e del suo fedele amico Mentore, alla ricerca del padre Ulisse.




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Ci costano anche i vecchi sommergibili russi

di Redazione

Per lo smantellamento della flotta nucleare di Mosca il ministero per lo Sviluppo spende 62 milioni di euro. Per avvicinare il Mezzogiorno ai Balcani spendiamo 350mila euro. Stanziati ancora due milioni per i danni dell’alluvione del 1987



Proteggere la qualità delle ceramiche artistiche come quelle di Sesto Fiorentino e come quelle di Capodimonte e stilare un disciplinare di produzione. Nel lontano 1990 il governo guidato da Giulio Andreotti sponsorizzò questa lodevole iniziativa di legge. Che a tutt’oggi è in vigore e che nello stato di previsione del ministero dello Sviluppo economico vale 200.600 euro.

Quattrocento milioni circa di vecchie lire non sono pochi. Magari si lamenteranno i componenti del Consiglio nazionale ceramico, istituzione di tutela di una delle più belle creazioni made in Italy, a cui vengono corrisposti 600 euro di gettoni e forse si lamenteranno anche i ceramisti che si dibattono sempre tra mille difficoltà. Anche perché a ben vedere il punto di contatto Ocse, una struttura che illustra alle aziende le linee guida dell’organizzazione parigina destinate alle imprese multinazionali, costa 600mila euro. E a voler scrutare il budget ancora più a fondo si scopre che per e la «cooperazione interorganica» tra ministero dello Sviluppo e ministero del Lavoro sono stanziati 157mila euro.

In realtà, il vero core business del ministero è la gestione dei fondi per sostenere le industrie e anche il Mezzogiorno. Due competenze che molto spesso si intersecano. Da una parte ci sono i fondi per la finanza di impresa (90 milioni) e per gli interventi agevolativi (255 milioni). A questi si aggiungono quelli per i distretti produttivi (25 milioni) e anche 2 milioni per le infrastrutture delle fiere. Dall'altra parte i «famigerati» (perché oggetto di contestazioni e critiche da parte dei governatori meridionali) Fondi Fas da 4,6 miliardi e il Fondo per la competitività e lo sviluppo che assomma i vecchi incentivi della 488 per 360 milioni. Con il prossimo via libera della Commissione Ue torneranno sotto l'egida del ministero anche i crediti di imposta per le nuove assunzioni nel Mezzogiorno, che saranno prevalentemente finanziati da risorse comunitarie. Sempre che a Bruxelles non venga in mente di dire che sono «aiuti di Stato».

In questo caso non si tratta di sprechi o cattiva gestione perché i circa 5,5 miliardi dei vari fondi sono utilizzati per progetti di infrastrutturazione varia (anche energetica) e per la promozione della cultura e del turismo. E, accoppiati alle risorse comunitarie, generano una vera e propria potenza di fuoco. Casomai, si tratta di «pizzicare» le varie Regioni quando li usano per sponsorizzare sagre o avviare progetti inutili. L’autonomia dei governatori è stata limitata solo di recente con un decreto legislativo: lo Stato potrà sostituirsi alle autonomie se queste non saranno in grado di impiegarli a dovere e vigilerà più da vicino che siano impegnate su grandi progetti infrastrutturali.

Ci sono voluti oltre 15 anni ma alla fine a Roma hanno capito che l’andazzo non poteva continuare. Certo, resteranno da spiegare alcuni capitoli come i 2 milioni per l’ammodernamento della pubblica amministrazione al Sud, i 350mila euro per avvicinare Mezzogiorno e Balcani e i 2 milioni per la ricostruzione valtellinese in seguito all’alluvione del 1987. Un’altra storia tragica la cui fine è stata messa tra parentesi poiché frazioni come Sant’Antonio Morignone, stanziamenti o no, non esistono più.

Il ministero dello Sviluppo non è solo industria, commercio e comunicazioni. Si occupa anche di gestire i fondi destinati per i programmi di difesa. Ben 510 milioni per le unità navali Fremm e 1,5 miliardi di agevolazioni per l’industria aeronautica.

Questi ultimi non saranno spesi tutti giacché le imprese del settore usufruiscono degli aiuti solo nella fase esecutiva dei progetti.
E al settore internazionale fanno riferimento anche due voci di spesa piuttosto consistenti: 62 milioni per lo smantellamento dei sommergibili nucleari russi e 57 milioni per i sistemi di controllo elettronico da affidare alla Libia. Ovviamente, si tratta dell’esecuzione di trattati dell’Italia con i due Paesi. E certamente la prima a beneficiarne è l’Italia stessa perché i due partner (anche se la Libia è in stand-by causa guerra) sono fondamentali per l’approvvigionamento energetico.

In secondo luogo perché sono imprese italiane a occuparsene (Fincantieri ha pure ottenuto una commessa russa per costruire una nave portascorie). Il problema è un altro: sono 120 milioni che lo Stato dà a imprese a partecipazione pubblica per assolvere a obblighi con l'estero.

A proposito del capitolo energia. C’è una chicca: i 350mila euro per l’efficientamento del parco generatori di elettricità prodotta nei rifugi di montagna. Che sono molto di più dei 759 euro per l'espletamento dei compiti ministeriali nel settore nucleare. Segno che purtroppo non ci si credeva fino in fondo, referendum a parte. Molta fiducia è invece riposta nelle tv locali che sono destinatarie di 54 milioni di contributi. Ben più dei 20 milioni stanziati per lo sviluppo delle reti di comunicazione.

A parte vanno considerati i 9,9 milioni a Radio Radicale per la trasmissione delle sedute parlamentari. L'emittente pannelliana le segue tutte, ma proprio tutte e in virtù di questo sussidio non può mandare in onda spot perché svolge un servizio pubblico. Benissimo, ma considerato che esiste anche la Rai, forse sarebbe meglio detrarre questo importo dagli 1,6 miliardi di canone che il Tesoro assegna a Viale Mazzini.

L’insana passione italica per la burocrazia è confermata anche al ministero dello Sviluppo. Non c'è solo il comitato per la ceramica, esiste anche uno stanziamento di 490mila euro per le attività promozionali del Consiglio nazionale consumatori e utenti, l’organismo che funge da interfaccia tra ministero e associazioni dei consumatori e che collabora nell’elaborazione di politiche di tutela dei cittadini sul mercato. Altri 938mila euro vanno alla lotta alla contraffazione. La tutela della proprietà intellettuale è necessaria a tutti i livelli. Ci si impegnano le forze dell'ordine quotidianamente, il Parlamento con le sue proposte di legge a getto continuo e anche il comitato. Risultato: i venditori abusivi di falsi sono ancora sulle strade.




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Germania, rubati i piani per la costruzione del nuovo quartier generale dei servizi

Corriere della sera


Il governo-Merkel parla di «fatto grave» preannunciando l'apertura di una commissione d'inchiesta




Il progetto della nuova sede dei servizi segreti tedeschi
Il progetto della nuova sede dei servizi segreti tedeschi
MILANO - Si presume che i servizi segreti siano abbastanza abili da mantenere un segreto, per lo meno i loro. Certo, a volte capita che qualcosa vada storto: una spia smascherata, i piani che falliscono, azioni di spionaggio che vengono interrotte. Ciò non sorprende. Difficilmente ci si può invece immaginare che i servizi segreti quali il Kgb o la Cia si facciano sottrarre i piani segreti per la costruzione del loro nuovo quartier generale. Persino per un film di 007 sarebbe una trama troppo azzardata. Questo smacco senza precedenti è capitato ora all'intelligence tedesca, il Bnd. E l’imbarazzo è grande.

CARTE TOP SECRET - L'intelligence tedesca Bnd, acronimo per Bundesnachrichtendienst, si è fatta soffiare sotto il naso i piani di costruzione della nuova, gigantesca e ultramoderna sede in realizzazione ai margini del quartiere Mitte di Berlino. Secondo quanto ha rivelato la rivista Focus le carte sarebbero uscite di nascosto più di un anno fa dal sorvegliatissimo cantiere e con ogni probabilità finite in mani criminali. Nei documenti sottratti era disegnato «il cuore» del nuovo edificio, l'area più segreta e riservata della struttura: il centro tecnico e logistico, con informazioni sensibili come uscite d’emergenza, passaggi segreti, posizionamenti dei sistemi di allarme, impianti anti-terrorismo, coperture e canalizzazioni per le reti telematiche, la disposizioni dei server, lo spessore delle pareti, la funzione delle diverse stanze e persino l'ubicazione dei servizi igenici. Le carte dettagliate, classificate come «top secret», dunque per il solo uso interno, erano state realizzate da uno studio di architetti e smistati all'agenzia federale per l'edilizia e poi da questa trasmessi all'impresa che si è aggiudicata l’appalto.

Il futuro quartier generale del Bnd
Il futuro quartier generale del Bnd
SMACCO - Il danno è enorme, soprattutto quello all’immagine del Bnd, ha sottolineato a Focus un ex capo dell'intelligence tedesca. Il giornale non lesina con confronti alle classiche pellicole di spionaggio. La vicenda potrebbe anche influenzare i rapporti e la collaborazione con i servizi segreti alleati, temono alcuni alti funzionari. A questo punto parti del nuovo quartier generale degli spioni tedeschi potrebbero subire importanti modifiche fino a dover essere addirittura costruite da capo. Ciò comporterebbe un ulteriore aggravio dei costi. Il governo di Angela Merkel parla di «fatto grave», mentre il suo portavoce, Steffen Seibert, ha già annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta interna al Bnd.

CHIAVETTA USB - Per il momento, assicurano da Berlino, non è ancora possibile quantificare l’entità del danno. Intanto dai partiti d’opposizione arriva la richiesta alla Bundesregierung e Bnd di fare al più presto piena luce. Scrive Focus: «Si deve essere trattato di una falla nella catena di comunicazione dal momento che, nonostante telecamere e sofisticati controlli, il tradimento sembra essere stato di una semplicità sconcertante». La rete Ard riferisce che i piani potrebbero essere stati rubati da una chiavetta Usb.

Il governo Merkel parla di fatto grave
Il governo Merkel parla di fatto grave
«LA CENTRALE PIÙ MODERNA D’EUROPA» - Fino ad oggi i servizi segreti tedeschi hanno operato da Pullach, a Monaco di Baviera, e da altri uffici sparsi sul territorio. Un miliardo e mezzo di euro sono stati stanziati in seguito per costruire (e trasferire) quello che il Bnd ha definito «il quartier generale dell'intelligence più moderno d'Europa». Nella nuova sede nella capitale, in una zona della ex Berlino est, a solo un chilometro dal distretto governativo, lavoreranno 4000 dipendenti in uno spazio di 260.000 metri quadrati. I lavori, cominciati nel 2006, dovrebbero concludersi nel 2014. Elmar Burchia








12 luglio 2011 17:50



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