venerdì 15 luglio 2011

A 65 anni, sfrattato, ora vive in una 500

Corriere della sera

Salvatore Gino Picocco, ex cameriere dell'Accademia navale, una pensione da 1.000 euro il mese



Salvatore Gino Picocco, accanto alla sua 500 (da QuiLivorno)
Salvatore Gino Picocco, accanto alla sua 500 (da QuiLivorno)

LIVORNO – Da un anno la sua casa è una decrepita Fiat Cinquecento del 1996, colore blu scolorito dal sole e dal salmastro che a Livorno non manca mai anche nei quartieri più lontani dal mare. Le molle dei sedili sono arrugginite, ottime per distruggere la schiena di un povero Cristo e a far venire i crampi alle gambe. Nelle notti di afa il caldo è insopportabile, d’inverno la lamiera si trasforma in un frigorifero. Salvatore Gino Picoco, 65 anni, un signore gentile ed educato, ex cameriere dell’Accademia Navale, pensione da mille euro, divorziato e senza figli, sopravvive nella sua utilitaria nel suo vecchio quartiere popolare nel centro della città e ogni tanto in qualche dormitorio pubblico. Dalla casa, affittata da anni, è stato sfrattato con la forza per morosità. E’ accaduto il 22 luglio dell'anno scorso, quando il Comune ha interrotto l’assegno di 1750 euro l’anno come sostegno per l’affitto. «I tagli sa, purtroppo non possiamo più aiutarla», gli ha detto un impiegato quando lui ha cercato di capire perché quell’assegno non arrivava più.

GIORNO PER GIORNO - La storia l’ha raccontata Qui Livorno, sito online di cronaca e attualità, ed è subito rimbalzata in cento blog e forum. Tutti a chiedersi come è possibile, in una delle città più civili e con i servizi sociali più avanzati (almeno a parole), vivere in età di pensione peggio di un nomade e senza alcuna assistenza. Neppure Gino, arrivato a Livorno a sette mesi dal «profondo Sud», si è fatto un’idea. «Quando l’assegno del Comune mi è stato tolto sono stati gli amici ad aiutarmi con una colletta – racconta – ma per far fronte all’affitto un po' mi sono indebitato e continuo anche oggi a pagare più di 400 euro per far fronte ai creditori. Adesso non mi resta che vivere così, giorno per giorno». Il signor Gino ha molti amici. Tra questi due giovani coppie con figli che, senza casa, hanno occupato con tanto di striscione appeso la sede della circoscrizione. Non chiede niente se non un po’ di dignità. Che dopo cinquant’anni di lavoro si sarebbe conquistato. «In attesa di una casa ho il mio Cinquino», sorride scherzando mentre già pensa al parcheggio per stanotte. C’è vento di mare, si respirà un po’. Forse non sarà una notte insonne. Solo di crampi e mal di schiena.


Marco Gasperetti
15 luglio 2011 21:09



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E adesso il Palazzo attende una nuova bufera su Tremonti

La Stampa

Manovre trasversali: un grande incidente aprirebbe la via del governissimo


FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Ormai qui, tra il Transatlantico di Montecitorio e i velluti rossi di Palazzo Madama, lo chiamano semplicemente «l’incidente». Anzi, «l’Incidente» con la maiuscola: perché l’enfasi nel tono di questo o quel parlamentare lascia intendere che la maiuscola stavolta è assolutamente necessaria. E se qualcuno non ha capito di che diavolo si tratta, lo si può spiegare con pochissime parole: «l’Incidente» è una nuova slavina di accuse che però stavolta non si limiti a travolgere qualche amico o qualche collaboratore, ma prenda invece in pieno il superministro Tremonti, facendo smottare assieme a lui un governo che altrimenti non si capisce chi, come e quando possa liquidare.

Può far sorridere - o può mortificare - il fatto che nel «giorno della Responsabilità» (quando il Senato approva in un lampo la manovra e la gira alla Camera, che dirà oggi l’ultimo sì con la velocità del fulmine) sia più o meno questa la «soluzione politica» vagheggiata per chiuderla con un governo dall’encefalogramma piatto e tirar fuori il Paese dal pantano in cui è finito. Ci pensino i giudici, insomma: alla faccia dell’invocata autonomia della politica, delle invasioni di campo della magistratura, delle accuse alle «toghe rosse» e compagnia cantando. E che si confidi ancora negli avvisi di garanzia di fronte a un governo che ha un ministro mandato a processo per mafia (Romano), un altro dimessosi otto mesi fa e mai sostituito (Ronchi), un terzo che sta per dimettersi (Alfano), un quarto a rischio-slavina (Tremonti) e un premier che alle slavine ci ha fatto il callo, dice molto della pesantezza della situazione.

Per cui, ci si metta l’anima in pace: governissimi, esecutivi di salvezza nazionale, governi per riformare la legge elettorale e gabinetti di salute pubblica, sono ipotesi che diventano possibili solo un attimo dopo «l’Incidente». E se l’opposiz ione aspetta i giudici perché non ha i numeri per liquidare il premier, ormai anche nella maggioranza non pochi sperano nelle odiate «toghe rosse» perché non hanno né la forza né il coraggio di sfiduciare Berlusconi.

Non che non si parli, naturalmente, di quel che fare dopo «l’Incidente»: ma è come scrivere sull’acqua. Si tratteggiano scenari futuri, ipotesi incerte, misteriosissimi processi in divenire. Suggestivo quello suggerito dal cattolicissimo Beppe Fioroni, ras democratico, che giustamente - però - s’affida a Dio. Il titolo del film proposto potrebbe essere «Arrivano i nuovi responsabili»: ma stavolta non in soccorso di Berlusconi. «Quel che occorre - dice - è un nuovo gruppo parlamentare che prenda atto della situazione, archivi Berlusconi eaiuti la nascita di un governo senza di lui. Scajola, Pisanu e Roberto Formigoni, ormai del tutto insofferenti, potrebbero provarci: ma è solo Casini che può parlare con loro, sponsorizzare il progetto, valutarne la fattibilità...». Dunque, prima «l’Incidente» e poi i «nuovi responsabili», tra squilli, fanfare e sventolii di bandiere. Possibile?

Potesse, Pier Ferdinando Casini - uno che mastica politica da trent’anni - risponderebbe solo con un mah... Invece, andando su e giù in un ascensore di Montecitorio per poter parlare un po’ in santa pace, il leader Udc qualcosa aggiunge: «Scusi, quanti parlamentari ha con sé l’amico Pisanu?». Si capisce, insomma, che non gli sembra aria. «Se stiamo parlando di un ribaltone - aggiunge - la cosa non mi interessa. Io spero che bastino i fatti a liberarci di Berlusconi. Per altro, è una sciocchezza sostenere che noi l’abbiamo aiutato accelerando la manovra. Prima di tutto abbiamo aiutato il Paese, e poi magari anche lui ad affondare ancora un po’: la manovra è pessima, la rabbia del Paese lo investirà. E ho detto ad Alfano, che è un bravo ragazzo, che sbaglierebbe ad occupare il suo tempo da segretario commissariando il Pdl bolognese o quello siciliano... E’ ben altro ciò di cui ha bisogno il suo partito».

Ma dopo «l’Incidente», beninteso. Prima si può solo provare a sistemare le cose almeno un po’. «Le mie le ho sistemate - annuncia Di Pietro mentre suda al sole del cortile di Montecitorio -. Mozione di sfiducia al ministroinquisito Romano: e se non viene messa in discussione, l’Idv non partecipa più ai lavori della Camera». Altri, invece, lasciano intuire che altrove si lavora alacremente per affrontare il dopo. Dice Piero Testoni, deputato Pdl un tempo vicino a Cossiga e ora a mezza via tra Beppe Pisanu e Claudio Scajola: «Fossi in lei, scruterei le mosse di “ItaliaFutura”... Montezemolo sta cominciando a muoversi, cerca uomini e riferimenti in tutte le regioni, lavora a idee che gruppi trasversali di deputati potrebbero trasformare in proposte di legge...».

Montezemolo? «Montezemolo. Perché no?», annuisce Roberto Rao, braccio destro di Casini, che però lo inquadra in tutt’altro scenario. «Se c’è “l’Incidente” e si apre la crisi, potrebbe esser tentato: lo schema su cui qualcuno ragiona prevede Angelino Alfano a Palazzo Chigi e Luca di Montezemolo alla Farnesina, in giro per il mondo per risollevare l’immagine del Paese». Ma ci vuole «l’Incidente», certo. O qualcosa di peggio che nessuno - però - si può augurare: se nemmeno a manovra varata la speculazione si fermasse, le borse risalissero e l’Italia venisse fuori dal pantano... Ecco, se questo avvenisse, il segnale sarebbe chiaro: il problema del Paese è di credibilità politica, prima ancora che economica e finanziaria. Ma nessuno vuol pensarci. Almeno in questo giovedì afoso, celebrato come il «giorno della Responsabilità».



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Tesi, parte software antiplagio Subito sospesi due studenti

Corriere della sera

La prima verifica sperimentale di Ca' Foscari «pizzica» due ragazzi che avevano copiato il 90 per cento del proprio lavoro. Da ottobre verrà applicato a tutti



Studenti laureati in piazza San Marco (archivio)

Studenti laureati in piazza San Marco (archivio)


VENEZIA - Software anti plagio a Ca’ Foscari a disposizione degli studenti: archiviato il primo test a campione, da ottobre sotto la lente 300 tesi di laurea magistrale. E la prima verifica ha scovato due casi di studenti che avevano copiato la loro tesi da materiale già presente sul web rispettivamente per l’80 e il 90 per cento. Entrambi sono stati sospesi.

E’ iniziata con la sessione estiva 2011 la sperimentazione da parte dell’Università Ca’ Foscari di Venezia di uno specifico software in grado di identificare le parti di elaborati non originali. L’ateneo veneziano ha introdotto stabilmente questo sistema di verifica e sostegno al lavoro degli studenti che potranno così avere uno strumento che li aiuterà a verificare l’originalità dei loro lavori. E a non rischiare sanzioni. In corso di stesura potranno infatti controllare che i loro testi non coincidano con documenti o citazioni già elaborati da altri e presenti sul web. Questa iniziativa di Ca’ Foscari va nella direzione dettata dal Codice etico di ateneo adottato all’interno del nuovo statuto approvato nello scorso mese di marzo.

La prima verifica a campione ha riguardato 25 elaborati e ha permesso di scoprire due casi di plagio. Si tratta di tesi presentate da due studenti, una in ambito umanistico e una in quello economico. Hanno dovuto presentarsi davanti alla commissione disciplinare e sono stati sospesi rispettivamente per 6 e 9 mesi. L’obiettivo del ricorso a questo software è prevenire i casi di plagio, fenomeno dilagante in Italia e nel mondo a seguito delle potenzialità offerte da Internet. In una prima fase il software ha verificato a campione solo le tesi dei laureandi dei corsi di laurea magistrale/specialistica, ma a partire dal prossimo autunno verrà applicato in maniera sistematica a tutti i lavori di tesi magistrali. Una misura in linea con una recente sentenza della Cassazione che ha denunciato i rischi del «copia e incolla» dovuti allo sviluppo della rete che ha favorito indirettamente il fenomeno del plagio. Ca’ Foscari si è dunque attrezzata per prevenire forme e metodi impropri di stesura della tesi, sorvegliando che il risultato sia effettivamente quello di un lavoro personale, basato su un uso corretto delle fonti. Per scongiurare il rischio per gli studenti di veder annullato il loro titolo di studio in caso di testi risultati copiati.

Il software, al controllo del quale gli studenti dovranno sottoporre il proprio lavoro, produrrà un report dei risultati a beneficio del docente relatore che, nel caso accertasse effettive anomalie nell’utilizzo delle fonti, potrà decidere il rinvio della discussione di laurea alla sessione successiva. Saranno infatti sempre le competenze e le conoscenze del docente il filtro ultimo per verificare l’originalità dei lavori. Con il software a fungere da campanello d’allarme per segnalare le situazioni a rischio. Secondo il Rettore di Ca’ Foscari Carlo Carraro si tratta di una misura «che vuole prima di tutto essere di servizio ai nostri studenti – sottolinea – per evitare che inciampino in scorciatoie che anche per la Cassazione, possono mettere in dubbio il conseguimento del titolo di studio. Quello del plagio è un tema sul quale prestiamo massima attenzione in ogni direzione. E il nuovo Statuto ci darà strumenti per contrastare in modo più efficace i comportamenti scorretti». Spiega Agostino Cortesi, prorettore alla valutazione: «Dalla prossima sessione autunnale il controllo sarà integrato in una procedura automatizzata di upload, archiviazione e controllo delle tesi di laurea – afferma il prorettore - Lo studente ha l’obbligo, pena rinvio della discussione alla sessione successiva, di procedere con l’upload secondo le tempistiche previste. Una volta effettuato l’upload il software inizierà automaticamente la verifica del documento e, qualora rilevasse una percentuale significativa di similarità con altre fonti, invierà via mail al relatore il report di analisi. Nel report di analisi il relatore potrà verificare le similitudini riscontrate nella tesi, consultare le informazioni relative alle fonti utilizzate e visionare le parti di testo coinvolte.

Il relatore dovrà valutare con tempestività il risultato del controllo e, qualora confermasse la rilevanza della segnalazione, sarà tenuto a comunicarlo al Rettore». Le operazioni di upload si concluderanno circa 6 giorni prima dell’inizio della sessione. Il procedimento si concluderà con la verifica da parte del relatore e terminerà con l’inizio della sessione di laurea.


15 luglio 2011





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Cyber attacco al Pentagono: rubati 24mila file da incursori stranieri

Marijuana, militari scoprono la più grande piantagione del Messico

Corriere della sera

Centoventi ettari di terra coperta da teli. Nelle tasche dei narcos più di 110 milioni di euro a raccolto

WASHINGTON – Una super piantagione di marijuana coperta da giganteschi teli di protezione. Centoventi ettari di terra in grado di produrre 120 tonnellate di droga. La coltivazione è stata scoperta dai soldati messicani in una zona desertica della Bassa California, a circa 250 chilometri a sud di Tijuana e vicino alla località costiera di San Quintin.

GUARDIE ARMATE - La piantagione era irrigata con un sofisticato sistema che traeva acqua da due pozzi. Secondo i soldati vi lavoravano non meno di 60 persone protette da un gruppo di uomini armati. È possibile che la coltivazione fosse gestita da una banda legata a El Chapo Guzman, il capo del Cartello di Sinaloa. Un ufficiale che ha coordinato l’operazione ha precisato che l’uso dei teli è frequente nelle aree agricole in quanto i contadini cercano di proteggere le piante.


PROFITTI STELLARI - E dunque con una semplice ricognizione aerea non è possibile capire di cosa c’è sotto. Infatti i militari hanno scoperto l’insediamento dei narcos soltanto dopo aver inviato delle pattuglie. Attraverso la Bassa California passa uno dei principali corridoi della droga diretti negli Usa. Gli stupefacenti vengono contrabbandati attraverso tunnel – nella zona di San Diego -, a bordo di auto, affidate a colonne di «spalloni» che camminano per chilometri o con piccoli aerei. Un giro di «roba» e denaro impressionante. È stato calcolato che la piantagione avrebbe portato nelle tasche dei narcos 160 milioni di dollari a raccolto (113 milioni di euro).

Guido Olimpio
15 luglio 2011 16:36

Un altro 11 settembre e l'attacco all'Air Force One: i progetti di Osama

Corriere della sera

Dai documenti recuperati ad Abbottabad risulta
che il leader di Al Qaeda lavorava a diversi attentati




Osama Bin Laden
Osama Bin Laden
WASHINGTON – Molti progetti, tante idee e l’ossessione di colpire l’America. Obama Bin Laden – secondo rivelazioni apparse sui media americani - aveva iniziato la selezione di un team di attentatori per un nuovo 11 settembre. E come era già avvenuto nel primo progetto il capo di Al Qaeda era molto esigente sulla squadra da mettere insieme. Molti candidati, indicati dal responsabile operativo Attiyah Abd Al Rahman, erano stati bocciati dal leader provocando un po’ di irritazione tra i suoi collaboratori. Inoltre Osama non aveva escluso altre azioni molto ambiziose: un attacco per abbattere l’Air Force One del presidente Obama, un agguato con missili all’elicottero del generale David Petraeus e l’uso di un piccoli aerei che dovevano schiantarsi all’interno degli stadi durante eventi sportivi. Il nuovo 11 settembre – hanno precisato fonti investigative al Wall Street Journal – era però appena iniziato e i qaedisti erano ancora nella fase di studio. Così come lo erano gli altri progetti. In altre parole non si era ancora passati alla fase esecutiva. Del resto anche prima dell’assalto all’America del 2001, al vertice di Al Qaeda c’erano state molte discussioni sulla fattibilità e gli uomini da impiegare. Khaled Sheikh Mohammed, accusato di essere la mente degli attacchi, si era visto respingere per due volte il piano. Altre discussioni erano nate sui kamikaze: sembra che Osama avesse imposto personalmente almeno un paio di terroristi.

DOCUMENTI - Le rivelazioni su un nuovo 11 settembre erano emerse dopo l’uccisione di Bin Laden ed erano basate sui documenti che i commandos americani hanno sequestrato nella palazzina di Abbottabad. Ora questi dettagli permettono di comprendere meglio le intenzioni dei militanti. Sempre il Wall Street Journal ha confermato che un altro progetto – ancora allo stato embrionale – riguardava un attentato da compiere negli Usa durante la festa nazionale del 4 luglio. Le carte e i file trovate nel rifugio pachistano si sono rivelate utili per decifrare – in parte - la realtà qaedista.
NUMERI INUTILI - Tuttavia alcuni spunti investigativi che sembravano promettenti si sono poi arenati. Fonti dell’intelligence hanno sostenuto che i due numeri telefonici trovati cuciti all’interno dell’abito di Osama non hanno dato risultati. Uno era di un posto pubblico nell’area tribale pachistana, l’altro non era più attivo. Sull’effettivo ruolo di Bin Laden i giudizi restano peraltro divisi. Una corrente di analisti, sulla base delle informazioni trapelate, sostiene che aveva perso molto del suo peso. Cercava di ristabilire la propria autorità ma poi i gruppi regionali agivano in base alle loro esigenze e opportunità. Altri esperti, sostenuti anche da parte dell’intelligence, ritengono che comunque Bin Laden avesse la possibilità di incidere sulle azioni del movimento. E, a questo proposito, si è sostenuto che fosse a conoscenza degli attentati di Londra dell’estate 2005.




15 luglio 2011 18:24



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I cuccioli venduti a 100 euro tra i turisti sulla spiaggia

Corriere della sera

Portati dall'Est, fermati e multati due rumeni




Uno dei cani sequestrati
Uno dei cani sequestrati
GENOVA - La coppia, un uomo di trentasei anni e una ragazza di ventitrè, gironzolano su un tratto di spiaggia libera di Voltri, nel ponente di Genova, poi avvicinano i bagnanti e offrono la loro «merce».
Con un rapido movimento socchiudono il borsone di plastica per far vedere il campionario: vivo e uggiolante, cuccioletti, di venti, venticinque giorni, con gli occhi semichiusi, debilitati dal caldo e dalla sete. Stretti l'uno all'altro sul fondo della borsa, un volpino bianco, uno spinone con il manto focato, un altro con il musetto bianco e nero di poco più grande degli altri. Se qualcuno manifesta interesse la ragazza stende un cartone per terra e espone un cuccioletto: «Li vendo a cento euro l'uno, scegli tu quale» è la prima richiesta, scesa rapidamente a cinquanta euro, trattabili: «Sono di razza. Nel negozio li paghi più di duecento euro».
È successo giovedì scorso. Alcuni ragazzi hanno chiamato i carabinieri, sono arrivate le guardie zoofile e hanno sequestrato i cuccioli. I piccoli sono ricoverati nel canile comunale, sono stati fortunati, se la caveranno. I rumeni, identificati, si sono allontanati. In base al nuovo regolamento municipale rischiano una multa da 166 euro che non pagheranno mai: «I cuccioli sono nostri - hanno detto - li vendiamo perché non abbiamo lavoro e dobbiamo pur mangiare». Due giorni dopo erano sulla spiaggia di Cogoleto, piccolo comune della riviera di Ponente, fra sdraio e ombrelloni, con altri cagnolini fantasia.

Stesso copione, stesse richieste, stessa borsa semiaperta, ancora una volta le guardie zoofile si sono precipitate: «Questa volta non siamo arrivati in tempo» dice Gian Lorenzo Termanini. I rumeni si erano dileguati con la loro mercanzia chiusa nella borsa. «Chi compra i cagnolini - spiega Termanini - lo fa più per pietà verso gli animali, pensando di salvarli, che per l'idea di concludere un affare. Sono animali senza documenti, tolti troppo presto alle madri, spesso muoiono dopo pochi giorni. Vederli così, schiacciati in uno zaino, in una borsa di plastica dove respirano a stento, desta compassione ma comprarli è un errore. Si incoraggia questo commercio». Così cinquanta euro passano di mano e il cuccioletto cambia padrone. Gli animali vengono dall'Est, dalla Romania, viaggiano nascosti nel solito borsone, hanno tre, quattro settimane di vita, quelli che sopravvivono al viaggio finiscono nel «campionario» mostrato in spiaggia, se stanno troppo male, non sono più abbastanza «carini» diventando invendibili e il loro destino si conclude in un cassonetto della spazzatura.
Tanto saranno presto rimpiazzati, non soltanto dai nuovi arrivi dalla Romania ma anche dalle cucciolate «clandestine»: «Abbiamo trovato già diverse fattrici - spiega la guardia zoofila - in alcuni appartamenti del centro storico o nelle baracche dei campi abusivi, sono povere bestie che sfornano una cucciolata dietro l'altra finché sono sfinite e non servono più per la riproduzione, così vengono abbandonate».
Stazioni ferroviarie, piazzali e parcheggi davanti ai supermercati e ai grandi centri commerciali sono i luoghi preferiti per questo commercio, con l'estate i venditori si sono spostati sulle spiagge, preferibilmente quelle libere dove ci sono meno controlli. E dove si può convincere qualche bagnante a comprare un cagnolino magari con l'ultima minaccia: «Io non lo posso tenere, se non lo compra nessuno lo butto via».


Erika Dellacasa
15 luglio 2011 10:20



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Aids: vietato abbassare la guardia

Corriere della sera

Secondo Medici senza Frontiere, la comunità internazionale non tiene fede agli impegni sottoscritti


MILANO - Mancano pochi giorni pochi giorni alla VI conferenza della International Aids Society in programma a Roma dal 17 al 20 luglio. Medici senza frontiere, la onlus che fornisce assistenza medica di emergenza a milioni di persone che vivono situazioni di crisi in oltre 60 Paesi del mondo presenta il suo dossier sulla situazione di quanti ancora vivono con l’Hiv: secondo le stime sono circa 34 milioni, di cui 22 in Africa.


IL “DISIMPEGNO” INTERNAZIONALE - I Paesi donatori stringono la cinghia e riducono drasticamente il loro sostegno alla causa della lotta all’Aids, denunciano i Medici senza frontiere. «Sarà la crisi economica, sarà che ci sentiamo confortati dalla falsa impressione che le cose stiano andando meglio, sta di fatto che i finanziamenti promessi al Fondo Globale per la lotta all’Aids, tubercolosi e malaria, son ben lontani dall’essere sufficienti: sui 20 milioni di dollari stimati essere necessari nei prossimi 3 anni, ne sono stati promessi meno di 12».

E molti dei paesi che del Fondo Globale sono stati promotori e sostenitori,  primo tra tutti l’Italia, non hanno ancora tenuto fede agli impegni presi già due anni fa. «Dal 2009 in poi, infatti, abbiamo assistito a una progressiva riduzione dei contributi di molti governi e addirittura, come il caso dell’Italia, ad una vera e propria interruzione dei pagamenti: il nostro Paese deve ancora al Fondo Globale le quote del 2009 e del 2010 – per un totale di 260 milioni di euro – e non è stato in grado di assumere alcun impegno economico per il triennio a venire», dichiara Kostas Moschochoritis, direttore generale di  Medici senza frontiere Italia.

«Questo comporta che i passi in avanti che sarebbero necessari non possono avere luogo: non si possono iniziare alla terapia nuovi pazienti, se i soldi disponibili bastano a malapena a garantire la prosecuzione delle terapie a chi il trattamento lo ha già cominciato; le migliorie necessarie ai protocolli nazionali, il perfezionamento e l’espansione della prevenzione materno-infantile vengono messe in standby». Contemporaneamente, i paesi ricchi portano avanti una politica che certo non agevola quanto sarebbe possibile l'accesso l’accesso ai farmaci generici.

"Oggi sappiamo che vincere l’Aids è possibile: nel decennio trascorso si è moltiplicato il numero di farmaci antiretrovirali disponibili, molti dei quali hanno una versione generica che ha consentito l’abbattimento dei prezzi delle terapie e di conseguenza la rapida espansione dei programmi di cura. Recenti studi scientifici confermano inoltre l’estrema efficacia della terapia nel ridurre drasticamente la possibilità di trasmissione del virus ad un partner non infetto", dichiara Stella Egidi, medico di Msf esperto in Hiv. 

Grazie a questi progressi, il numero dei contagi e dei decessi legati all’Hiv comincia a mostrare una parabola discendente. «L’accesso universale alle cure è dunque un obbiettivo raggiungibile ­– ­aggiunge Egidi  - a patto che la comunità internazionale non dimentichi l’impegno assunto verso milioni di persone».

DISPARITA' NELLE CURE -L’analisi di Msf tocca poi la questione farmaci.  «Nei Paesi in via di sviluppo, chi ha la fortuna di avere accesso alle terapie, è ancora costretto a prendere farmaci altamente tossici, da assumere più volte al giorno, meno efficaci dei farmaci di ultima generazione che ormai da anni in Europa hanno sostituito i vecchi».

Ma non solo. Anche la scelta dei tempi rischia di essere fortemente penalizzante. «Chi viene messo in terapia in Africa ha meno chances di farcela ­– spiegano gli specialisti di Msf -, perché i criteri che si applicano nei Paesi poveri per decidere quando cominciare la terapia prevedono ancora di aspettare una fase più avanzata della malattia, quando purtroppo l’efficacia dei farmaci sulla dinamica del virus è meno importante e il rischio di sviluppare malattie opportunistiche alto.

Mentre è risaputo e dimostrato, che prima si comincia la terapia antiretrovirale – una volta che si sa di essere infetti – e meglio è per tutti. Per se stessi, prima di tutto, ma anche per la comunità, in quanto si ha meno possibilità di trasmettere il virus a qualcun altro (la carica virale si riduce e di conseguenza la contagiosità), migliora l’aspettativa di vita dei propri figli e di conseguenza l’impatto positivo si estende su tutta la società».

LA TESTIMONIANZA- L’esperienza decennale di MSF nel campo dell’Hiv-Aids ha consentito di elaborare una serie di strategie che si sono rivelate efficaci per espandere l’accesso alle cure, portandole anche là dove non si credeva possibile, come nei villaggi, dove non c’è personale sanitario altamente qualificato né ospedali, rendendole semplici e gestibili da tutti e affidando alla comunità un ruolo chiave nel sostegno alle persone  in trattamento.

La storia della keniota Siama Abraham Musine , come si vede nel video distribuito da Medici Senza Frontiere , 36 anni, dimostra quanto sia importante l’attività svolta a livello di base in Africa. Siamo è la quinta di sette tra fratelli e sorelle. Vive con la madre, perché il padre è morto nel 2001. Ha un figlio di vent’anni che ha cresciuto da sola. Siama è  andata a scuola fino all’età di 18 anni, diplomandosi. A 21 anni ha frequentato all’università un corso di estetica e acconciature di due anni.

«Ho scoperto di essere sieropositiva 16 anni fa – racconta - e da allora ho iniziato a frequentare corsi sull’Hiv/Aids, che mi hanno dato il coraggio di iniziare a parlare della malattia, condividere la mia esperienza con gli altri e insegnare a mia volta come convivere positivamente con l’Hiv». Attualmente lavora per Medici senza frontiere nel dipartimento di promozione della salute e sensibilizzazione, all’interno del Centro sanitario meridionale di Kibera e si occupa di coordinare piccoli gruppi di donne che vivono con l’Hiv.

«Nei gruppi discutiamo soprattutto di come prevenire la trasmissione materno-infantile del virus e condividiamo le sfide quotidiane del vivere con l’Hiv: una pratica che aiuta sempre più madri ad avere vita più positiva. Organizzo anche delle campagne di sensibilizzazione tematiche all’interno delle cliniche con l’obiettivo di promuovere un cambiamento positivo nell’intera comunità, ponendo l’accento in particolare sulla prevenzione di nuove infezioni e la promozione dell’accesso universale alle cure». 

IL MONITORAGGIO DELLE TERAPIE - A detta di Msf, gli strumenti di monitoraggio della terapia, in buona sostanza esami del sangue specifici che nel mondo occidentale sono ormai alla portata di tutti, rimangono nei paesi a basso reddito estremamente rudimentali e scarsamente disponibili. «Ci si affida sostanzialmente al dato clinico, che spesso però è troppo tardivo per consentire di riconoscere prontamente un fallimento terapeutico quando esso avviene, e di intervenire prontamente, modificando la terapia».

Non basta: «Chi sviluppa resistenze ai farmaci di prima linea (ossia quando il virus non risponde più ai farmaci in uso ed è quindi necessario assumerne altri, differenti) e deve passare alla seconda (il che succede a circa il 14% dei pazienti dopo 5 anni di trattamento) nei Paesi in via di sviluppo non ha accesso al trattamento in quanto troppo costoso.

Se, infatti, negli anni 2000 una serie di misure permise di proteggere i farmaci generici dai brevetti e di produrre così farmaci di prima linea a costo estremamente basso, rendendoli accessibili anche ai paesi poveri, lo stesso non è stato per i farmaci di seconda linea, la cui produzione e vendita sono ancora monopolizzate dalla grosse società farmaceutiche occidentali. Il costo di una terapia di seconda linea per un anno oggi è stimato essere almeno sette volte superiore al costo di un trattamento di prima linea».

LA SITUAZIONE IN ITALIA ­- L'incidenza dell'Aids in  Italia è maggiore nel centro-nord rispetto al Sud e alle isole. Aumentano comunque i casi attribuibili a trasmissione sessuale, etero  o omosessuale, visto che nel 2009 costituivano l'80% di tutte le  segnalazioni. Sono solo alcuni dei dati diffusi all'Istituto  superiore di sanità (Iss) a Roma, dove si è radunato il Forum della  società civile. 

Il recente sistema di sorveglianza dell'infezione da Hiv nel nostro Paese indica che nel 2009 sono stati diagnosticati 4,5 nuovi casi di Hiv ogni 100 mila residenti italiani e 22,2 nuovi casi ogni  100 mila residenti stranieri, con una media di 39 anni per gli uomini e 35 per le donne. In tutto, nel nostro Paese, sono presenti tra le  143 mila e le 165 mila persone sieropositive, di cui più di 22mila con Aids.

Uno su quattro, inoltre, non sa di aver contratto il virus. Il Forum della società civile italiana ha sottoscritto una  dichiarazione che ricalca i punti più interessanti della propria  posizione.  «Oltre alle politiche di prevenzione - osserva Rosaria Iardino,  presidente Nps (Network persone sieropositive) - bisogna combattere lo stigma e le discriminazioni, specialmente quelle verso i sieropositivi che si avvicinano al mondo del lavoro».

Gli organizzatori, a tal  proposito, lamentano l'assenza del ministero del Lavoro ai dibattiti  sull'argomento. «Ma serve - prosegue Iardino - anche la garanzia della privacy e la completa disponibilità di farmaci e della diagnostica,  ora ci sono condizioni inaccettabili di diseguaglianza tra cittadini  residenti in regioni diverse. Anche le politiche di diagnosi alla  patologia - conclude - devono essere uniformi e gratuite sul  territorio».


Ruggiero Corcella
14 luglio 2011(ultima modifica: 15 luglio 2011 15:39)

Riforma sanitaria in Burundi, paga l’Italia

di Gian Maria De Francesco

L'INCHIESTA / FOLLIE DI STATO


Alle Ong 34 milioni di fondi pubblici. Soldi perfino al Polo Sud: 132mila euro per gli studi nei ghiacci. 852mila euro per sostenere la riforma sanitaria del Burundi. Risorse anche per tutelare il piatto principe della dieta mediterranea: gli spaghetti


Il sostegno della riforma sanitaria nel Burundi? Nel 2010, rivela la Corte dei Conti, è costato 852mila euro. Lo Stato italiano si occupa anche di questo, anzi per la precisione è il ministero degli Esteri a ottimizzare le politiche per la cooperazione sulla base di quanto previsto dalla legge approvata nel 1987.

Nello stato di previsione 2011 della Farnesina le risorse finalizzate a questo tipo di intervento si attestano a 165 milioni di euro. Cifra che scende a 158 milioni se si scomputano i costi degli uffici esteri (4,75 milioni) e quelle per esperti e consulenze (2,25 milioni). Contenzioso (un milione) e formazione (4,8 milioni) ed emergenze idrico-sanitarie (11,3 milioni) portano a 140 milioni le risorse per i tre fondi principali. Quello di minore importo (33,8 milioni) è per le organizzazioni non governative «idonee», ossia riconosciute dalla Farnesina.

L’elenco è lunghissimo e comprende oltre 200 beneficiari: dalla Comunità di Sant’Egidio a Emergency (che nel 2009 però non ne ha usufruito), Cesvi (4,1 milioni nel 2010) e Wwf per giungere fino all’associazione Differenza Donna e alla Federazione italiana maricoltori che tutela il mondo della pesca ma si occupa anche di aiuti. Lo status di onlus inoltre consente a molte di loro di accedere pure alla ripartizione del 5 per mille. Oltre al fatto che quelle più attive a livello internazionale (Emergency e Cesvi sono tra queste) ricevono contributi dall’Onu e da altre organizzazioni internazionali. Queste ultime, a loro volta, sono finanziate anche dall’Italia. Il capitolo vale 45,6 milioni ai quali bisogna aggiungere anche i 10 milioni di stanziamenti del Tesoro per questi organismi. In primis, Banca Mondiale, Fao e Programma alimentare mondiale.

L’impegno maggiore, circa 62 milioni, è destinato al fondo che finanzia direttamente la ricerca scientifica e la costruzione di infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo. Queste risorse però sono anche impiegate per iniziative finanziarie delle imprese italiane che assumono partecipazioni di rischio per avviare business in queste terre. Il che significa che se un imprenditore vuole assumersi rischi in Paesi-obiettivo e relativamente «tranquilli» come Mozambico e Angola può usufruire della finanza del ministero degli Esteri e anche degli incentivi del ministero dello Sviluppo. Basta rischiare e lo Stato ti dà una mano. L’ironia è superflua, la trasparenza no. Sebbene l’Ocse abbia elaborato un modello di valutazione degli aiuti e nonostante il ministero degli Esteri invii al Parlamento ogni anno una relazione dettagliatissima sulla distribuzione degli aiuti (dei quali la cooperazione rappresenta solo una parte), «toccare» materialmente l’efficacia degli interventi non è semplicissimo.

Paradossalmente è più facile leggere questi dati sul multiforme budget del Tesoro che su quello degli Esteri. Nel 2011 Via XX Settembre ha già versato 25,5 milioni di euro all’Iffim, un’organizzazione dell’Onu che si occupa di vaccinazioni nel Terzo Mondo. Alla cancellazione del debito, inoltre, vanno 50 milioni. Nel bilancio della Farnesina i 625 di contributi a organismi vari sono stanziati un po’ frammentariamente. Per esempio, 8 milioni sono destinati all’Istituto agronomico per l’Oltremare di Firenze e all’Istituto agronomico mediterraneo di Bari che si occupano di cooperazione in agricoltura (pure del miglioramento della qualità dell’olio di oliva palestinese), mentre 31,2 milioni se ne vanno tra Onu, Ifad e Fao, e 5,1 milioni all’Organizzazione Onu per lo Sviluppo industriale.

Altri 26 milioni sono distribuiti, tra l’altro, per il Wto, l’Ocse, la Convenzione sull’ozono e per gli organismi di studio su refrigerazione, gomma e legni tropicali. Chiarissimo, però, il milione destinato al Fondo per lo sminamento umanitario. Ma su 2 milioni per la solidarietà internazionale: 310mila euro sono stanziati per consulenze, 833mila per organismi vari e 322mila per la fornitura diretta di beni e servizi.

Non è un’inutile pignoleria. Basta considerare che su 447 milioni di altri contributi obbligatori figura ancora la Convenzione dell’Aja del 1899 e poi una sequela di ottemperanze legate ai trattati sul disarmo, sulla non proliferazione delle armi batteriologiche, sulla limitazione di alcune armi convenzionali e, infine, sulla protezione delle vittime dei conflitti armati. Altri 42 milioni sono destinati all’Unesco e ai trattati collaterali come quello per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (come la pastasciutta, parte integrante della dieta mediterranea). E 131.697 euro sono stanziati per la protezione e gli studi nell’Antartide. Pinguini compresi. Ovviamente.





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Se il mulino bianco è una catapecchia

Corriere del Mezzogiorno

Gli storici macinatoi di Gragnano, terra della pasta, cadono a pezzi. L'allarme del Cento di cultura

 

NAPOLI - Invasi dai rovi, con gli interni che cadono a pezzi: è l’attuale condizione degli storici mulini di Gragnano. A lanciare l’allarme il Centro di Cultura e Storia di Gragnano e Monti Lattari. «Intervengano i privati, gli antichi mulini rappresentano le nostre radici».

 

 

MULINI IN PERICOLO - «I ponti che collegano i vecchi mulini alla mulattiera sono quasi tutti crollati, e proprio di recente una volta a botte in stile amalfitano, è venuta giù a causa di un cedimento» commenta amareggiato Giuseppe Di Massa, attuale presidente del Centro di Cultura e Storia di Gragnano e Monti Lattari. Nella valle si contano circa venticinque antichi mulini, malridotti e necessitanti di un urgente intervento di restauro.

«INTERVENGA UN PRIVATO ILLUMINATO» - «Queste strutture - prosegue Massa - sono parte integrante della nostra storia: per generazioni la valle ha prodotto ricchezza, fino all’avvento dell’industria della pasta». E proprio agli industriali del settore, Di Massa, rivolge il suo appello: «Abbiamo bisogno di un intervento deciso di recupero delle strutture rimaste, anche da parte dei privati. Gli antichi mulini rappresentano le radici della nostra storia economica».

ECONOMIA FIORENTE – L’attività dei mulini per circa seicento anni era stata una preziosa fonte di ricchezza per le regioni meridionali, rallentata solo dall’invenzione dei mulini a vapore. Nel 1869, all’indomani dell’ unità d’Italia, avvenne il tracollo, allorquando fu imposta la tassa sul macinato. Quest’ultima danneggiando i piccoli mulini come quelli di Gragnano favorì i grandi mulini del Centro-Nord.

 

Antonio Cangiano
15 luglio 2011

Aggredita per rapina famiglia olandese «Non torneremo più a Napoli»

Modelli in costume in vetrina, la Cgil attacca il gruppo Coin

Corriere della sera

Sotto accusa l'allestimento con i ragazzi in costume da bagno: «Mercificazione del corpo»




I modelli in vetrina
I modelli in vetrina
MILANO - La Cgil è sul piede di guerra con il gruppo Coin, che in questi giorni di saldi ha messo in vetrina, nel punto vendita di piazza Cinque Giornate a Milano, due ragazzi in costume da bagno. «Non siamo contro i saldi, né contro l'economia di mercato - spiega in una nota la Filcams Cgil di Milano - ma vorremmo difendere il decoro dei lavoratori e l'intelligenza dei clienti». Secondo il sindacato, la vetrina attrezzata come una spiaggia con tanto di ragazzo e ragazza in costume per pubblicizzare prodotti come il telo mare con amplificatore di i-pod è «all'insegna del corpo in vetrina e della mercificazione di tutto». «È questa l'immagine che Milano vuole darsi?», è la domanda retorica di Filcams e Camera del Lavoro, convinte che «non è certamente con queste scelte pubblicitarie che si costruisce una città che vuole essere modello di modernità e futuro».

I modelli in vetrina

GLI ORARI DI LAVORO - «Non siamo contro i saldi - sottolinea la Filcams - né contro l'economia di mercato, né contro i consumi, ma vorremmo difendere il decoro dei lavoratori e l'intelligenza dei clienti». La critica non riguarda solo la vetrina di piazza Cinque Giornate ma anche l'orario di lavoro in tutto il gruppo. «Il gruppo Coin/Ovs/Upim - secondo il sindacato - dimostra di non aver nessun rispetto per le persone in quanto da tempo ha introdotto unilateralmente un orario di lavoro con pausa pranzo di tre ore e mezza che costringe i lavoratori e le lavoratrici a rimanere fuori casa per circa 13 ore al giorno». (fonte: Ansa)

15 luglio 2011 13:26



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Assicurazione, 60 giorni di tempo per pagare il danneggiato

La Stampa

Il termine di adempimento di 60 giorni che la legge accorda all’assicurazione in caso di sinistro derivante dalla circolazione di veicoli per adempiere la propria obbligazione risarcitoria nei confronti del terzo danneggiato vale anche nei rapporti tra assicuratore ed assicurato. La violazione del termine determina in capo all’assicuratore una responsabilità nei confronti dell’assicurato, se a causa del ritardo il risarcimento, capiente all’epoca del sinistro, sia divenuto incapiente. E se anzi ciò accade, l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato per l’intero risarcimento cui questi sia tenuto verso il danneggiato.

Il caso

Un trentacinquenne muore a seguito delle lesioni riportate nello scontro tra il motociclo sul quale viaggia ed un autocarro che, nell’immettersi nella strada, invade la corsia opposta. Il tribunale, con pronuncia confermata in appello, condanna il conducente dell’autocarro e, ritenutolo esclusivamente responsabile dell’incidente, gli intima anche, insieme con il proprietario del mezzo, il risarcimento dei danni a favore della moglie del defunto e dei figli. La somma viene versata dalla società assicuratrice del mezzo. Le Ferrovie dello Stato, di cui il motociclista era dipendente, costituiscono a favore dei congiunti una rendita vitalizia richiedendo alla società assicuratrice il pagamento in via surrogatoria di ulteriori somme. A fronte dell’inerzia dell’assicuratore, i congiunti agiscono giudizialmente innanzi al tribunale per l’insufficienza delle somme già percepite a titolo di risarcimento del danno e richiedendone la differenza. Il procedimento prosegue fino alla Cassazione.

La Corte Suprema, con la sentenza n. 1083/11, bacchetta l’assicuratore e ricostruisce il coordinamento, attraverso lo schema della surrogazione legale, tra il rapporto assicurativo tra danneggiato e assicuratore della responsabilità civile ed il rapporto previdenziale tra danneggiato ed ente di assicurazione sociale si coordinano. Nel rapporto assicurativo, l’assicuratore deve chiedere al danneggiato se ha diritto a prestazioni in quello previdenziale. Se il danneggiato risponde affermativamente, l’assicuratore accantona la somma prevedibilmente corrispondente alla prestazione spettante al danneggiato-assistito nel rapporto previdenziale e chiede all’ente se vuole valersi del diritto di surrogarsi al danneggiato. L’ente deve rendere dichiarazione positiva nei successivi 45 giorni.

Nel rapporto previdenziale, l’ente corrisponde la prestazione ed ha diritto di surrogarsi nei limiti della prestazione corrisposta: con il pagamento nel rapporto previdenziale, l’ente è surrogato in quello assicurativo al danneggiato; l’assicuratore della responsabilità civile può e deve solo pagare all’ente la somma che questo dichiara d’aver prestato nel rapporto previdenziale.

Al complesso di questi rapporti la disciplina normativa ricollega l’effetto di estinguere, nel rapporto assicurativo, il diritto del danneggiato verso l’assicuratore, nei limiti della somma che lo stesso danneggiato ha già percepito dall’ente nel rapporto previdenziale. Tuttavia la parte eccedente delle pretese resta a carico dell’assicuratore.

La Corte Suprema aggiunge poi che, se il massimale era capiente all’epoca del sinistro ma è divenuto insufficiente a coprire l’intero danno per effetto della svalutazione intanto intervenuta durante la mora dell’assicuratore, questi deve tenere indenne l’assicurato in misura pari all’intero danno subito dal danneggiato, quale che ne sia l’ammontare, configurandosi il colpevole ritardo col quale l’assicuratore abbia soddisfatto il credito del danneggiato come mala gestio in senso proprio, nei confronti dell’assicurato.
La Cassazione argomenta poi anche sui termini del ritardo colpevole dell’assicuratore. Scatta 60 giorni dopo la richiesta risarcitoria il momento nel quale la mora sussiste nei confronti del danneggiato; ma lo stesso termine, secondo l’ultimo orientamento di legittimità, vale anche per il ritardo dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato nell’ambito del rapporto assicurativo. Pertanto, al di fuori dei casi di responsabilità dell’assicurato che abbia omesso di fornire all’assicuratore tutte le informazioni di cui disponga ed utili all’apprezzamento del fatto, va posto a carico dell’assicuratore il rischio della sopravvenuta incapienza del massimale per omesso risarcimento del danno entro 60 giorni dalla richiesta del danneggiato.

In tale caso l’assicuratore è quindi tenuto a tenere indenne l’assicurato, nell’ambito del rapporto assicurativo, di tutto quanto questi debba direttamente corrispondere al danneggiato in eccedenza rispetto al massimale tardivamente versato.



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Identità di genere, è scontro tra il Vaticano e l’Onu

La Stampa



Manifestazione pro omosessuali
Una manifestazione per i diritti degli omosessuali

La Santa Sede ribadisce il no a discriminazioni e violenze verso omosessuali, ma condanna il tentativo di imporre l’idea secondo cui ogni tipo di rapporto sarebbe equivalente dal punto di vista della natura e della morale

giacomo galeazzi
città del vaticano Il Vaticano protesta per la «road map» Onu sui diritti dei gay in quanto non permetterebbe alcuna distinzione morale, politica o giuridica in relazione al matrimonio, all’adozione o all’inseminazione artificiale.

La recente risoluzione delle Nazioni Unite sull’orientamento sessuale e l’identità di genere è entrata a far parte di un documento-manifesto che potrebbe limitare la libertà della Chiesa. In pratica, non sarebbe considerato più ammissibile avere un’opinione morale o religiosa sull’omosessualità. Il Vaticano, quindi, mette in guardia dal pensiero unico, imposto in nome dello sradicamento dell’omofobia e della transfobia. Le categorie di orientamento sessuale e identità di genere non sono né riconosciute, né univocamente definite nel diritto internazionale e, pertanto, sono suscettibili di essere interpretate e definite secondo le intenzioni di chi a esse si riferisce. Secondo il rappresentante della Santa Sede al Consiglio dei diritti umani di Ginevra, l’agenda delle Nazioni Unite mette in pericolo la libertà religiosa della Chiesa.

 «L’obiettivo è includere i diritti dei gay nell’agenda globale dei diritti umani», mette in guardia l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'ufficio dell’Onu a Ginevra.  Secondo la Santa Sede, uno dei possibili travisamenti è che, se uno Stato o una comunità religiosa rifiutassero di celebrare il matrimonio per le coppie dello stesso sesso o di riconoscerne le adozioni infantili, sarebbero suscettibili di violare i diritti dei gay inseriti in agenda dalle Nazioni Unite. E, in casi estremi, i ministri religiosi potrebbero addirittura ricevere un’ingiunzione a celebrare i matrimoni gay. Il contributo della Chiesa alla riflessione sui diritti umani non è mai disgiunto dalla prospettiva della fede nel Dio creatore.

Per la Chiesa cattolica, trattandosi di diritti che hanno a che vedere con la vita e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli, il discernimento prevede che ci si chieda ogni volta se le problematiche che si vogliono riconoscere come nuovi diritti promuovano un vero bene per tutti e in quale rapporto stiano con gli altri diritti e con le responsabilità di ognuno. Ad essere minacciata dalla «road map» sui diritti dei gay, perciò, è la libertà religiosa. Da una parte la Santa Sede si contrappone a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura, dall’altra accoglie le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione. Il braccio di ferro tra Vaticano e Onu si inserisce nella discussione sui diritti dei «LGBT» (lesbiche,gay,bisessuali e transessuali), tra i quali sono contemplati anche il matrimonio, l’adozione e l’inseminazione artificiale.

La Santa Sede condivide il legittimo fine di evitare discriminazioni ingiustificate e di tutelare da violenze le persone «LGBT», ma stigmatizza il tentativo di forzare l’opinione e le coscienze, imponendo un’idea secondo cui ogni tipo di rapporto (eterosessuale, omosessuale, bisessuale o transessuale) sarebbe equivalente dal punto di vista della natura e della morale. Ciò, secondo la Santa Sede, viola diversi diritti fondamentali in quanto indebolisce le libertà di opinione, di espressione e di religione. A rischio, dunque, è la libertà della Chiesa e dei credenti. Inoltre, la famiglia e i bambini non sarebbero più riconosciuti come realtà naturali in se stesse, ma come oggetto di desiderio soggettivo a causa dell’esistenza di un loro diritto dei gay a sposarsi, ad adottare e a fondare una «famiglia», come se le realtà naturali non esistessero.

La Santa Sede è preoccupata per la negazione della differenziazione tra le realtà di coppie eterosessuali e di rapporti tra persone LGBT, oltreché per la neutralizzazione morale della sessualità. La polemica tra Roma e Ginevra si fonda sull’opposta valutazione di un presupposto: ossia se la sessualità sia esterna o meno alla sfera dell’azione morale. Per la morale cattolica la sessualità umana, come ogni attività volontaria, possiede una dimensione morale: si tratta di un’attività posta in essere da una volontà individuale, per una finalità; non è una «identità». Insomma, dipende dall’agire e non dall’essere, nonostante quanto le tendenze omosessuali possano essere radicate nella personalità. Negare la dimensione morale della sessualità equivale a negare la libertà della persona in questo ambito e porta, in ultima analisi, verso una violazione della sua dignità ontologica. La Santa Sede teme che il riconoscimento di una piena parità giuridica per le persone portatrici di orientamento omosessuale possa prestarsi alla rivendicazione del matrimonio tra due uomini o due donne.

Lo scontro Nazioni Unite-Santa Sede ha in Italia un significativo precedente nella disputa di sei anni fa tra la Regione Toscana e il cardinale Ennio Antonelli, all’epoca arcivescovo di Firenze e attuale ministro vaticano della Famiglia. Anche in quel caso la materia del contendere fu una legge a favore di una cultura che stravolge la naturale distinzione sessuale tra uomo e donna a favore di transessuali e di transgender. In una legge regionale, infatti, si affermava che la persona umana nasce neutra, non esiste cioè una condizione di natura che definisca il sesso, così che la scelta di genere avviene secondo percorsi culturali. Da qui l’invito della legge alle province ed ai comuni, a promuovere, mediante iniziative culturali, le nuove figure sessuali come transessuali, omosessuali, lesbiche e transgender. «Una cosa sono i diritti individuali delle persone, altro è il riconoscimento giuridico della coppia omosessuale equiparandola alla famiglia- criticò il cardinale Antonelli-. Credo che questa sia una strada che non contribuisca al bene della società».
Nell’ottobre 2009 al Sinodo dei vescovi dedicato in Vaticano all’Africa, lo stesso cardinale Antonelli, in veste di presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia ha lamentato davanti al Sinodo l'estensione della teoria di genere in Africa per mediazione di istituzioni cristiane in linea con le istituzioni internazionali, le loro agenzie (ONU, OMS, UNICEF, UNESCO) e le ONG.



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Il Vaticano rimpiange la Dc, ai cattolici in politica: creare partito cristiano

La Stampa

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - Dal Vaticano arriva ai cattolici impegnati in politica un esplicito incoraggiamento: lavorare alacremente per favorire una nuova stagione unitaria. «La nascita di un partito di ispirazione cristiana non è una ipotesi da escludere, almeno secondo uno studio attento dei documenti conciliari, ed anche di quella che è l’attuale situazione politica».



A rompere il silenzio, dopo tanto lavoro fatto dietro le quinte, è il salesiano monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace che prima ai microfoni della Radio Vaticana e successivamente a un convegno, lancia il sasso. Due i messaggi: il primo è che servono dei politici credibili, dato che «non tutti gli attuali politici, nonostante l’impegno e i meriti personali, sembrano essersi mostrati di alto profilo morale, quale richiesto dalla posta in gioco dell’attuale situazione»; il secondo, invece, si riferisce al bisogno di un compattamento per difendere valori sacrosanti, come per esempio la famiglia che risulta «penalizzata» anche da quest’ultima manovra economica.

Ormai è chiaro che nel frastagliato arcipelago cattolico qualcosa si sta effettivamente muovendo. A cominciare dal fatto che in questi mesi si è assistito ad un fiorire di iniziative culturali e politiche aventi tutte il medesimo obiettivo, riflettere e far riflettere sulla possibilità di piattaforme comuni senza escludere l’esito di sviluppi futuri virtuosi, benchè nessuno si sia finora azzardato ad ipotizzare il ritorno della Dc, la nascita della Cosa Bianca o cose simili. Martedì prossimo all’Hotel Saint Regis Grand verrà presentato il progetto.

Dice monsignor Toso (a due settimane dall’incontro con un gruppo di parlamentari cattolici per parlare di un terzo polo di ispirazione cristiana): «Anche se è stata superata l’unità dei cattolici in un unico partito, per i credenti deve essere senz’altro alla base di tutto e, in modo particolare, serve unità sui contenuti». Infatti, ha aggiunto, «in regime democratico, dove i beni e i valori possono affermarsi sulla base di maggioranze, c’è bisogno anche di un’unità anche sul piano della partecipazione e della rappresentanza». Più chiaro di così. Motivando le iniziative che vanno prendendo corpo in risposta agli appelli del Papa perchè nasca una nuova generazione di politici, il prelato molto vicino al cardinale Bertone insiste che «come in ogni settore della vita, pensiamo all’economia, dove soprattutto per motivi demografici mancano le nuove generazioni di imprenditori, anche in politica serve un naturale ricambio o avvicendamento nelle varie leve».

Peccato che in questo la strada per i giovani la strada sia tutta in salita. «Occorre una particolare sensibilità per il bene comune mentre - fino ad oggi - è prevalsa di più la sensibilità per impostazioni di tipo ideologico, che danno prevalenza al materialismo, danno prevalenza alla mentalità manageriale, rispetto al bene comune e ai beni comuni». Aggiungendo: «i giovani hanno un particolare intuito morale e lo ha dimostrato la rivoluzione dei regimi del Nord Africa». Giorgio La Pira lo ripeteva sempre che i giovani sono come le rondini: annunciano la primavera».

Giovedì 14 Luglio 2011 - 20:01    Ultimo aggiornamento: Venerdì 15 Luglio - 11:43




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Riciclaggio, l'ex senatore Di Girolamo patteggia 5 anni Condannato anche a restituire quattro milioni di euro

Quotidiano.net

L'accusa: associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale e al riciclaggio transnazionale e di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso




L'ex senatore del Pdl, Nicola Di Girolamo (Ansa)

Roma, 15 luglio 2011 



Un patteggiamento a cinque anni di reclusione, con restituzione di oltre 4 milioni di euro, tra beni mobili e immobili, quote di società. E’ questa la condanna per l’ex senatore del Pdl, Nicola Paolo Di Girolamo, accusato di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale e al riciclaggio transnazionale e di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso in relazione alla sua candidatura nella circoscrizione Europa alle politiche del 2008 nell’ambito della maxinchiesta per riciclaggio di due miliardi di euro che ha coinvolto ex dirigenti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.

La sentenza è stata emessa dal gup del tribunale di Roma, Massimo Battistini. Medesima pena, a 5 anni, è stata inflitta al manager Fabio Arigoni, che dovrà restituire quasi cinque milioni di euro, compreso un milione e 300mila dollari. Il manager, già amministratore unico della Telefox srl e della Telefox International srl, era stato latitante a Panama per oltre sette mesi ed era finito sotto inchiesta per aver trasferito o movimentato ingenti somme di denaro di provenienza illecita. Sia Di Girolamo che Arigoni sono da tempo agli arresti domiciliari.

Franco Pugliese ha avuto 4 anni e 8 mesi. Il giudice lo ha scagionato dall’accusa di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso mentre lo ha ritenuto responsabile dei reati di intestazione fittizia di beni (nel caso specifico si trattava di uno yacht) e di quello di minaccia per impedire l’esercizio del diritto di voto, sempre con l’aggravante del metodo mafioso. Secondo la Procura Pugliese in pratica gestiva i beni della famiglia Arena e si sarebbe attivato presso gli immigrati calabresi in Germania, e in particolare, nel distretto di Stoccarda e Francoforte, per aiutare la candidatura di Di Girolamo.

L’avvocato Stefano Giorgio, difensore di Pugliese, ha espresso viva insoddisfazione “per l’esito del processo” e sottolineato: “Saranno i successivi gradi di giudizio a consentire di escludere che Pugliese abbia commesso alcun reato supportando la candidatura di Di Girolamo e intestando ad una società il leasing di un natante come fanno tutti. Il fatto più grave è costituito dalla vera e propria intimidazione che nel corso delle repliche il difensore ha subito dalla Procura, la quale ha chiesto di procedere nei suoi confronti per aver espresso dure critiche, tutte motivate e meritate, ai loro metodi che dimostrano scarsissimo rispetto dei principi di legalità, del rispetto della prova ed insofferenza per chi si pone dialetticamente in contrasto con il pm, che ritengono di essere i depositari della verità assoluta”.




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E adesso la Casta si aumenta la paga...

di Mario Giordano


Altro che tagli, ci sono politici di destra e di sinistra che vogliono più soldi. E poi chiedono sacrifici ai cittadini.... In Puglia petizione bipartisan per riottenere il 10% di indennità decurtato. Eppure prendono, in media, 10.433 euro al mese. Tutt'altro che uno stipendio da fame


Di fronte al momento diffi­cile gli italiani si chiedo­no: ce la faremo? E i consi­glieri regionali aggiungono: (ce la faremo) ad avere un aumento? La differenza è tutta qui: da una parte si cercano di affrontare i sacrifici, dall'altra si cercano nuovi benefi­ci. Se la casta della politica mettes­se tanto impegno nell'ammini­s­trare quanto ne mette nel mante­nere i privilegi, in effetti, sarem­mo il Paese meglio governato del­la Terra. Gli onorevolini della Pu­glia, per dire, proprio in questi giorni in cui tutta l'Italia sta ballan­do sul Titanic, per usare l'ultima metafora di Tremonti, hanno pre­sentato, con encomiabile tenacia e sprezzo del ridicolo, una doman­da per avere più soldi.
Sì, avete ca­pito bene: vogliono più soldi. Ge­niale, no? Del resto, si sa: nei mo­menti difficili ognuno deve fare la propria parte. E loro ci tengono molto a far la parte di quelli che in­cassano. È una rigorosa divisione dei compiti: loro incassano, gli italia­ni s'incassano. Con la z, però. La manovra non cambia niente: ai contribuenti viene la faccia triste, alla casta la faccia di bronzo. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, con l'iceberg che incombe a formulare ufficiale richiesta per aumentare i compensi dei consiglieri regionali. Eppure trenta deputatelli pugliesi l'hanno fatto: hanno preso carta e penna e hanno chiesto di riavere una parte della loro indennità (il 10 per cento) che era stata decurtata nel 2006. La notizia, come voi capirete, è duplice. Prima notizia: cinque anni fa qualcuno riuscì a decurtare l'indennità dei consiglieri regionali. Seconda notizia: loro la rivogliono indietro proprio adesso. Tempismo perfetto, no?
Come delicatezza, è come se uno arrivasse in pieno Sahara durante la siccità e pretendesse di usare le scorte d'acqua per lavare la Bmw. I bambini magari muoiono di sete, però vuoi mettere come brilla il blu di Prussia fumé? «Vanno a fondo anche quelli in prima classe», ha detto Tremonti. Ma loro sembrano non accorgersene. Destra? Sinistra? Centro? Macché: la difesa del privilegio, anche in Puglia come dappertutto, è perfettamente bipartisan. Magari litigano fino a un minuto prima, poi corrono a firmare insieme la richiesta di soldi.
Vedeste come vanno d'amore e d'accordo, quando pensano al loro portafoglio... Tagli alle indennità? Tagli ai vitalizi? Costi della politica nel mirino? Perdete ogni speranza, o voi che votate. Nei prossimi mesi gli italiani dovranno tirare la cinghia. La casta, invece, ci tirerà il solito pacco. Quali sono le vostre aspettative per i prossimi mesi? Ticket, accise sulla benzina, superbolli sui depositi Bot. Ecco, appunto: se vi può consolare i consiglieri regionali della Puglia si aspettano, invece, un incremento dell'indennità. Ne hanno bisogno, in effetti: in media, poveretti, prendono appena 10.433 euro al mese. Praticamente uno stipendio da fame.
E poi dopo 5 anni di «lavoro» (si fa per dire) hanno diritto per il resto dei loro giorni a un vitalizio che va dai 2844 agli oltre 10mila euro. Per altro anche le pensioni dei consiglieri regionali sono state aumentate (1200 euro al mese, tre volte una minima) nel luglio dello scorso anno, proprio mentre si discuteva la passata manovra finanziaria del governo. Dev'essere una specie di reazione automatica pugliese, un riflesso incondizionato al sapor di orecchiette e rosso di Canosa: appena sentono parlare qualcuno di lacrime e sangue, loro pensano subito a come sostituire lacrime e sangue con latte e miele.

E un po' di monete. È più forte di loro. Gli italiani soffrono? E loro offrono. Un aumento. A loro stessi, però. Orecchiette, cime di rapa e teste di. Che ci volete fare? In questo Paese finisce sempre così: al massimo cascano le braccia, non certo i privilegi. Abbiamo parlato per settimane di tagli ai costi della politica, ma poi l'unica cosa certa sono i tagli alle agevolazioni fiscali per le famiglie. Abbiamo sperato di colpire i vitalizi dei parlamentari, e invece come al solito sono stati colpiti i vitalizi dei pensionati normali. Avanti di questo passo, tra un po' chiederanno un contributo extra agli invalidi civili pur di consentire al consigliere molisano di conservare il suo stipendio superiore a quello del governatore di New York. Vi pare? Sembra che le consorterie siano intoccabili: non si toccano i consiglieri regionali, non si toccano i parlamentari, non si toccano i giudici costituzionali, per l'amor del cielo, non si toccano nemmeno le province, né i grand commis né i commessi del Palazzo con la loro bella livrea che fa tanto istituzione.
E non si toccano nemmeno gli avvocati né i notai, guai a liberalizzare, non si toccano i privilegi degli ordini, né la casta del tesserino o i bramini professionali. Così la morale della favola, alla fine, è sempre la stessa, persino sul Titanic che vacilla: la nave si riempie d'acqua, la casta si riempie di soldi. L'unica speranza, a questo punto, è che quelli con il portafoglio pieno di privilegi, almeno, vadano a fondo prima.




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L'editore di Telelombardia pensa a TeleSantoro "La voglio faziosa come lui. E il tg a Travaglio"

di Paolo Bracalini

Sandro Parenzo si confessa: "Con Michele stiamo pensando ad un canale sul digitale. Lo prenderei anche senza sapere in anticipo le scalette". E spiega la sua idea ultraschierata: "Un canale tematico si rivolge ad un pubblico specifico. E funziona. Io faccio l’editore"



Roma - «Mi chiede se, da editore televisivo, prenderei Santoro, anche senza sapere in anticipo le scalette? E io le rispondo sì, certo che sì». Un pensiero ce lo sta facendo, ma non da oggi e nemmeno da ieri. «Michele lo conosco dall’88, ci sentiamo spesso. Credo che in questi giorni ci faremo una chiacchieratina...» racconta Sandro Parenzo, patron di Telelombardia e Antenna3, uno degli inventori della tv privata in Italia, e da ultimo anche produttore dell’evento-tv di Santoro.
Insomma Parenzo, farete un canale insieme.
«Ci stiamo pensando, il digitale ha aperto molti spazi. Sono 17 anni che io e lui ci diciamo sempre la stessa cosa: “Ah quanto sarebbe bello fare una televisione nuova”».
É la volta buona, con TeleZero.
«In effetti, lo Zero è un marchio di fabbrica».
Come se la immagina questa tv?
«Un canale di informazione, che oggi tira più di tutto. E un Tg prodotto dal Fatto quotidiano».
Rete ultraschierata.
«Un canale tematico si rivolge ad un pubblico specifico, non è generalista. E poi è un modello che funziona, e io faccio l’editore».
Current tv di Al Gore ci ha tentato...
«Ma è solo una suggestione... Producono 2 ore alla settimana di materiale nuovo, capisce...».
Wikipedia però scrive che lei nel’89, da produttore a Tmc, «censurò gli schetch di Daniele Luttazzi».
«È una balla. Facevamo Banane, un programma comico. Semplicemente quelle gag non facevano ridere e non le abbiamo montate. Va molto di moda fare i censurati...».
Lo dica a Santoro.
«Lui ha elaborato un linguaggio televisivo unico in Europa. Un mix di teatro, fiction e talk show, straordinario».
Ma un po’ fazioso.
«Perché Vespa no? Io credo che non esistano giornalisti non di parte. Altrimenti si fa l’Ansa».
E Fabio Fazio?
«Lo portai io a Raitre, quando lavoravo con Guglielmi. Imitatore superbo, parlava con qualcuno e dopo due minuti lo rifaceva alla perfezione. Ma ha sempre voluto superare quel personaggio».
Si capisce che le piaceva più di adesso.
«Ora lo trovo molto lezioso...».
Quindi niente Fazio nella vostra rediviva Telesogno.
«Lasciamo perdere Telesogno con tutti quei nomi che portano una jella...»
Diciamo CanaleZero, TeleSantoro, IlFattotv. Se non ci riuscite?
«Penso che Michele si metterà a produrre i propri contenuti, che poi potrà vendere a chi la vuole».
Alle sue reti per esempio.
«Certo, se potessi avere Annozero al giovedì lo farei subito».
Non vale, è suo amico.
«Ma sono amico anche di Berlusconi, ci sentiamo spesso anche con lui».
E cosa le dice?
«Magari capita che mi dica “hai fatto una cosa troppo di sinistra, guarda che così perdi metà del pubblico”».
Ma lei è di sinistra?
«Io prendo insulti da destra a sinistra, mi danno del leghista o del comunista.

“Se ti attaccano tutti vuol dire che stai facendo una buona tv” mi dice sempre il professor Berlusconi».
Professor.
«Certo, professore di televisione. Ho cominciato con lui. Ero arrivato a Roma nel ’72 per fare lo sceneggiatore. Avevo scritto Malizia, altri film per Tognazzi. Mi presentano un signore di Milano che faceva il costruttore ma voleva fare film».
Berlusconi.
«Lo incontro, lo sconsiglio: troppo costoso. Lui sparisce e dopo qualche tempo mi chiama: “Io non farò il cinema, ma lei la farebbe la televisione?”. Stava mettendo in piedi la sua tv privata, aveva già preso Mike Bongiorno. Accetto e mi appassiono talmente che gli propongo di aprire una sede a Roma, proprio davanti alla Rai. Dall’80 all’84, quattro anni straordinari».
Lei, lui e chi?
«Confalonieri, Galliani, Dell’Utri, Bernasconi. Lavoravamo 14 ore al giorno. Con Berlusconi che la sera indicava gli uffici della Rai e diceva: vedete, loro vanno a casa alle 17, se noi lavoriamo il doppio vinciamo. Dopo qualche tempo, nell’83, superammo RaiDue. Una delle giornate più belle della mia vita».





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Ho vissuto un incubo solo per aver svelato l’acquisto della cucina"

di Redazione

Intervista a Davide Russo, l’ex impiegato del mobilificio Castellucci di Roma, dove venne acquistata la famosa cucina "Scenery", marca Scavolini, installata nella casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani


Davide Russo è l’ex impiegato del mobilificio Castellucci di Roma, dove venne acquistata la famosa cucina «Scenery», marca Scavolini, installata nella casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani. Russo confermò al Giornale d’aver visto Fini e signora negli uffici sull’Aurelia. Venne smentito dall’entourage del presidente della Camera e attaccato da alcuni media. Solo quando il 28 e 29 settembre scorso pubblicammo le foto della casa monegasca con la cucina e i mobili da lui precedentemente descritti, cessarono gli attacchi e i commenti velenosi su internet. Un anno dopo Russo non parla volentieri di quella storia che l’ha ferito, a suo dire, profondamente.


Russo?
«Sì, sono io».
È «il Giornale»...
«Ah ancora voi, buongiorno. Sto lavorando, nessun disturbo. Che succede stavolta?».
Niente, è passato un anno dall’inizio dell’inchiesta sulla casa di Montecarlo. Stiamo facendo il punto della situazione con i protagonisti di quella storia...
«Protagonista io? Bah, ho solo detto la verità».
Pentito di quel che ha fatto?
«Tornassi indietro... non so se lo rifarei, o forse sì. Comunque non ne voglio più parlare. È passato un anno e non è accaduto assolutamente nulla».
Qualcosa è successo. È stato dimostrato, fotograficamente, che non mentivi.
«Appunto. Adesso non voglio risvegliare momenti che ho archiviato perché sono stati estremamente dolorosi per me e per chi mi è stato vicino in quei giorni».

GMC




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Casa di Montecarlo, dopo un anno di bugie il cognato di Fini ora è costretto a venderla

di Gian Marco Chiocci


Stretta del Principato sulle società off-shore: dovranno dichiarare i nomi dei titolari. Così il trucco di Giancarlo Tulliani non regge più. Verso la vendita del quartierino. Nel palazzo un immobile uguale ceduto a più di tre volte la cifra incassata da An. Ma il cognato non rinuncia al lusso: rinnovata la polizza della Ferrari


nostro inviato a Montecarlo

Si festeggia la «presa» della Bastiglia il giorno in cui, lungo i tornanti del Principato di Monaco, torna a circo­lare il fantasma della vedova Colleo­ni causa il ricordo di quella «presa» impropria della casa della nobildon­na­fascista da parte di Gianfranco Fi­ni, pardon del suo celeberrimo co­gnato Giancarlo Tulliani. Montecar­lo, un anno dopo l’inchiesta del Gior­nale , purtroppo per lo scomparso (dalla scena politica) presidente del­la Camera, riserva ancora parecchie e clamorose sorprese. Perché le cose continuano a non tornare nell’ affai­re immobiliare nonostante la magi­stratura romana si sia impegnata per «tutelare» la terza carica dello Stato evitando fughe di notizie, non interrogandola mai insieme al parente, iscrivendola sul regi­stro degli indagati solo il giorno della richiesta d’archiviazione, spogliandosi dell’inchiesta per truffa aggravata - aperta per ac­certare se il prezzo di vendita era congruo - non appena le autorità monegasche accertarono che la cifra non era congrua manco per niente. Un anno dopo, con il solo procedimento civile in corso, sia­mo daccapo.
WALFENZAO SCOMPARE E LA FERRARI RINNOVA Perché Tulliani, infischiando­sene dell’invito a reti unificate del fidanzato della sorella, l’ap­partamento donato ad An per la «buona battaglia» non l’ha mica mollato. Formalmente figura sempre allo stesso indirizzo, al 14 di Boulevard Princesse Charlot­te, anche se non domicilia più la sua corrispondenza nell’ufficio di James Walfenzao al 24 di Ave­nue Princess Grace, il rappresen­tante delle società off shore Prin­t­emps e Timara che si rimpallaro­no l’acquisto dello stabile, socie­tà entrambe riconducibili allo stesso Tulliani, stando al mini­stro della Giustizia di Saint Lucia. Il governo di Monaco, senza trop­po entusiasmo, a febbraio gli ha rinnovato automaticamente il permesso di soggiorno. E in forza di ciò il Nostro ha potuto stipula­re un nuovo contratto assicurati­vo da 3.500 euro l’anno per la «ca­sco » della sua Ferrari F458 con targa monegasca MCJ7(...) che personalmente pulisce negli ele­ganti autolavaggi del Principato.
RISTORANTI E CONTI CORRENTI SOTTO LE FESTE COMANDATE Nel «Palazzo Fini», ribattezza­to così dagli spietati italiani di qua, il rampollo di casa Tulliani non s’è più visto né sentito. E ciò va in contraddizione con le ferree regole di questo Paese extralusso che impone al residente la pre­senza minima, in casa, di sei mesi e un giorno (gli hanno disdetto il contratto per la tv). A Montecar­lo, invece, il Nostro ogni tanto passa ma sembra dormire in ho­tel (secondo alcuni testimoni al prestigioso Hermitage). Di solito si concede un tour sotto le feste comandate. È stato paparazzato ad aprile al Bay Hotel mentre tra dicembre e gennaio ha cenato nell’esclusivo Beef Bar e un gior­no, intorno alle 14,s’è intrattenu­to a lungo negli uffici della filiale della Compagnie Monegasque de Banque in Avenue de la Costa, di fronte al Casinò, dove ha il suo conto corrente numero 715709 (...) mai richiesto di esplorare dal­l­a Procura di Roma nella sua blan­da rogatoria internazionale.
APPARTAMENTO«GEMELLO» IN VENDITA OLTRE IL MILIONE Come detto, e come poi accer­tato dalle titubanti autorità mo­negasche, l’appartamento eredi­tato da An e finito in uso al fratello di Elisabetta Tulliani (non dimen­ticatevi che sul contratto d’affitto locatario e locatore hanno la stes­sa firma) s’è rivelato un affare per chi ha acquistato non certo per chi ha venduto.

La Chambre Im­mobilier di Monaco, con una di­chiarazione al ribasso che ha la­sciato increduli gli addetti ai lavo­ri, ha comunicato ai pm romani che l’appartamento di quasi 70 metri quadrati con terrazzino (s) venduto nel 2008 a solo 300mila euro era di quasi tre volte inferio­re ai prezzi di mercato dell’epo­ca. Questo senza dimenticare le proposte di offerte ben più consi­­stenti, formali e non, avanzate ne­gli anni al partito dagli inquilini di «Palazzo Fini» e da gente comu­ne nonché, nel lontanissimo 2002, dal consulente di fiducia dello stesso Fini, Filippo Apollo­ni Ghetti, che stimò il valore del­l’immobile ben oltre il milione.

La riprova ulteriore che quei 300mila euro erano una follia arri­va oggi con la messa in vendita dell’appartamento al piano ter­ra, confinante, speculare a quel­lo di Tulliani, «gemello» nella di­sposizione e nella metratura: ol­tre un milione di euro, da ristrut­turare. Lo conferma al Giornale il proprietario, Fabrizio Torta. «È vero. Il prezzo pattuito è sul milio­ne o poco più, la vendita è pratica­mente fatta. Ovviamente se l’ap­partamento che il signor Tulliani visitò perché durante i lavori di ri­strutturazione i suoi operai ave­vano procurato danni alle pareti, fosse stato ristrutturato, avrei po­tuto chiedere molto di più. An­che perché la mia casa dà sulla strada, la sua, più tranquilla, guar­da in una corte interna. A Monte­carlo, con la crisi, siamo oltre i 20mila euro al metro quadrato». Ergo, la casa in uso a Tulliani alie­n­ata quasi tre anni fa a solo 300mi­la euro se rivenduta oggi produr­rebbe, per il proprietario del be­ne, un ricavo di almeno un milio­ne e mezzo di euro, se non di più. 

VOCI DI VENDITA IN SEGRETO E LA NUOVA LEGGE DA BRIVIDO Sull’appartamento in uso al co­gnato di Fini è girata pure voce di una vendita segreta, coperta, per canali, diciamo così, non usuali. «Ne ho sentito parlare anch’io con insistenza, ma sono solo vo­ci, non c’è niente di documenta­to » spiega al Giornale Luciano Garzelli, il re dei costruttori del Principato, massimo esperto im­mobiliare, che per aver rivelato di esser stato sollecitato dall’am­ba­sciatore italiano Mistretta a da­re una mano a Giancarlo Tulliani e a sua sorella Elisabetta (di cui giura di possedere tre mail ) nella ristrutturazione della casa con materiali e cucina arrivati dall’Ita­lia, s’è beccato una diffida dai le­gali dei Tulliani ( «mi faccia la cor­tesia di quella storia assurda del­la casa non mi chieda niente per­ché non ne voglio più parlare. Mi hanno denunciato. Ne parlerò in tribunale quando, e chissà quan­do, ci sarà la causa)». 

Piuttosto, continua Garzelli, a causa di una nuova legge entrata in vigore a Montecarlo il primo lu­glio, presto potrebbe conoscersi il nome del vero proprietario del­la società titolare dell’apparta­m­ento donato dalla contessa Col­leoni ad An. La legge è passata an­che se un’ordinanza più detta­gliata su alcuni punti delicati ver­rà resa nota tra un po’. Sentite qua: «Da una settimana - dice - è in vigore una legge che riguarda la vendita dei beni immobiliari in quanto a Montecarlo esistono al­­l’incirca 3mila off shore che alie­nano i beni trasferendo le azioni al portatore senza che il Princip­a­to di Monaco incameri alcunché. 

Recentemente, per dire, c’è stata una vendita di un immobile da ol­tre 100 milioni di euro: un russo ha comprato un bene attraverso una società off shore e Monaco non ha avuto niente. Questa leg­ge, pensata per far guadagnare il governo, obbligherà tutti i pro­prie­tari di società off shore ad ave­re un rappresentante legale a Mo­naco, il quale deve certificare chiaramente il beneficiario eco­nomico della società.
Ciò vuol di­re che il proprietario di un bene non potrà più essere nascosto, non sarà più sconosciuto. Il prov­vedimento riguarda tutte le off shore». 

UNA TASSA SULLE TRANSAZIONI E IL PROPRIETARIO HA UN VOLTO Sintetizzando: al fisco monega­sco, nel caso di specie, sempre che l’ordinanza in arrivo non cambierà le premesse, si dovrà di­chiarare chi è il beneficiario eco­nomico delle società Printemps Ltd e Timara Ltd (anche se per i governanti dell’isola caraibica dove hanno sede legale le società della compravendita, il benefi­cial owner ha già un nome e un co­gnome: Giancarlo Tulliani). An­cora Garzelli: 

«Qualora dovesse­ro passare le azioni le società off shore dovranno pagare una tassa del 7,5 per cento se sono opache, e 4,5 se sono, diciamo così, puli­te. Tutto ciò per evitare che a Mo­naco sfuggano incassi per il tra­sferimento dei beni immobiliari e per far emergere chi, fino a oggi, si è nascosto dietro a queste socie­tà. Il beneficiario occulto non sa­rà più tale». Sistemi per sfuggire al controllo? Pochi, a detta di Gar­zelli. 
«Si dovrebbe dichiarare e scrivere il falso. O lo si è fatto pri­ma oppure non lo si può più fare. Walfenzao, se è ancora lui il rap­presentante della casa abitata da Tulliani, dovrà dire chi è il benefi­ciario. A proposito di quell’appar­tamento, venduto a un terzo, un quarto del valore reale, poi ma­scherato con le società off shore , ecco... quello che mi fa specie è perché le autorità monegasche non abbiano fatto una prelation . 

Già, perché, per legge, quando c’è un prezzo basso dichiarato le autorità locali hanno sei mesi di tempo per dire: a questo prezzo, più il 10 per cento, l’immobile lo compro io. Mi meraviglio che ciò non è avvenuto visto che il gover­no è alla ricerca di appartamenti a basso costo per i monegaschi. Evidentemente il vero proprieta­rio dell’immobile aveva appoggi qui a Montecarlo». 
QUELLE AZIONI AL PORTATORE E IL CAMBIO IN CORSA Evidentemente. Ma la verità per l’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte potrebbe non vedere la luce poiché a set­tembre dello scorso anno, in stra­ordinaria coincidenza con il bal­bettante discorso di Fini (quello in cui per la prima volta gettò om­bre sul cognato annunciando che si sarebbe dimesso qualora fosse stato dimostrato quel che aveva già dimostrato il governo di Saint Lucia) venne fuori una cu­riosa notizia: un avvocato di Vi­cenza, Renato Ellero, ex senatore della Lega, annunciò che la casa di Montecarlo era di un suo clien­te «e non di Giancarlo Tulliani». Chi fosse il misterioso cliente, il legale non l’ha mai detto. 
Però ai microfoni di SkyTg24 disse un qualcosa che a molti fece pensa­re a un possibile cambio in corsa delle azioni dal titolare della Ti­mara Ltd al cliente senza nome per nascondere il vero acquiren­te della casa monegasca. Che «per quanto mi risulta, è di que­sta società di questo mio cliente almeno fino a ieri sera. 

Tenete presente che le società passano con titolo al portatore, in un mi­nuto passano da una parte all’al­tra. Ma il nome del mio cliente non posso dirlo, farei un patroci­nio infedele, che è un reato. Non so da quanto tempo sia proprieta­rio di questa società, ma quando ho parlato con lui non mi pareva che fosse da pochi giorni, non so­no però in grado di dirvi se l’ha presa un anno fa, due anni fa, otto mesi fa», o il giorno prima. Un det­taglio non da poco. Il caso Monte­carlo, atto secondo. Si ricomin­cia.

(ha collaborato Melina Molinari)





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