mercoledì 20 luglio 2011

Papa, la Camera dice sì all'arresto E Palazzo Madama «salva» Tedesco

Corriere della sera

L'Aula si esprime a favore della richiesta avanzata dalla Procura di Napoli. Decisivi i voti della Lega


ROMA - La maggioranza dei deputati ha detto sì all'arresto dell'onorevole del Pdl, Alfonso Papa. Su 612 presenti hanno votato a favore 319 deputati. I voti contrari sono stati invece 293. Non si è dunque realizzato il «salvataggio» che secondo molti sarebbe stato attuato grazie all'adozione del voto a scrutinio segreto, richiesto dal gruppo del Pdl e da quello di Popolo e Territorio (gli ex Responsabili). Determinante la scelta della Lega: dopo il tira-e-molla dei giorni scorsi, con posizioni diversificate e a volte contrastanti annunciate di volta in volta dallo stesso Umberto Bossi, il Carroccio si è espresso formalmente per il sì all'arresto, lasciando comunque libertà di coscienza ai propri parlamentari. Già la giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, nei giorni scorsi, aveva espresso parere favorevole al provvedimento restrittivo chiesto dalla Procura di Napoli nei confronti del parlamentare pidiellino, indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P4. In aula, al momento della votazione, era presente anche Silvio Berlusconi che poco prima, in un vertice a Palazzo Grazioli con il segretario del partito Angelino Alfano e i coordinatori regionali del Pdl aveva parlato della necessità di fermare «il rischio di una escalation di arresti» perché «perchè di questo passo si rischia di minare i numeri della maggioranza e di tornare al clima del '92». E al termine della seduta ha battuto il pugno sul tavolo e ha commentato laconico: «E' una vergogna».

DEPUTATI IN LACRIME - Subito dopo il via libera alla richiesta di arresto, Papa ha lasciato l'emiciclo tra gli abbracci dei colleghi. Alcuni parlamentari del Pdl sono usciti dall'emiciclo di Montecitorio in lacrime, parlando di «schifo» e «vergogna». Il premier Berlusconi, insieme ad alcuni ministri si è riunito nella sala del governo, probabilmente per fare il punto della situazione e decidere quali contromosse adottare. Oltretutto resta il nodo politico del rapporto con la Lega, il principale alleato: in aula era presente il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che ha ostentatamente votato a favore (utilizzando l'indice della mano sinistra, il «segnale» convenuto anche dalle opposizioni per dribblare le accuse di doppio gioco, che rende palese la pressione sul pulsante del sì) e che al termine della seduta si è limitato a dire: «Noi siamo coerenti». Anche il capogruppo Marco Reguzzoni ha fatto outing mostrando ai cronisti una foto scattata con il suo telefonino in cui si vede chiaramente il suo voto a favore dell'arresto. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, decisamente contrariato, ha invece parlato di «voto liberticida».

TEDESCO «SALVATO» - La votazione è stata preceduta da una giornata di lavori parlamentari particolarmente tesa, culminata nel doppio voto pomeridiano sulle autorizzazioni all'arresto. Oltre al caso Papa era infatti in discussione al Senato anche una richiesta analoga per Alberto Tedesco, senatore del Pd, indagato dalla Procura di Bari per la sanità pugliese. Ma in questo caso l'Aula si è espressa per il no, nonostante lo stesso esponente democratico poco prima dell'inizio della seduta avesse chiesto ai colleghi di Palazzo Madama di votare sì al suo arresto. Anche al Senato il voto è avvenuto a scrutinio segreto: i no sono stati 151, a fronte di 127 sì e 11 astenuti.


LE TENSIONI - In mattinata c'erano state diverse scaramucce tra maggioranza e opposizione e il Pd, con Dario Franceschini, aveva in particolare parlato di un possibile scambio tra Pdl e Lega. La maggioranza era infatti arrivata a votare contro la posizione espressa dallo stesso esecutivo su alcune mozioni relative all'emergenza rifiuti, con evidente disappunto del ministro Stefania Prestigiacomo, andando dunque incontro alle posizioni del Carroccio, fortemente critico rispetto ad ulteriori aiuti esterni per la risoluzione dell'emergenza smaltimento a Napoli. Secondo il leader del centrosinistra, il Pdl avrebbe fatto dietrofront sui rifiuti per garantirsi la benevolenza del Carroccio nel voto del pomeriggio. In Aula, però, la Lega ha ribadito la propria posizione: indicazione formale per il sì, ma lasciando libertà di coscienza ai deputati. E il voto finale ha confermato che molti leghisti hanno dato l'ok all'arresto del deputato pidiellino.


«ASPETTIAMO TUTTI» - Dal canto suo il diretto interessato ha affrontato il voto ostentando tranquillità: «Aspettiamo tutti» aveva detto Alfonso Papa uscendo dalla chiesa dei santi Claudio e Andrea in piazza San Silvestro, dove aveva iniziato la sua giornata assistendo ad una messa. La chiesa è la stessa in cui si era raccolto in preghiera l'ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, nelle ore dell'inchiesta che lo avrebbe poi costretto a lasciare la guida dell'Istituto Ma Papa aveva detto di non essere impressionato dalla coincidenza: «Se uno è cristiano non è superstizioso». Parlando poi in Aula prima del voto ha ribadito di essere «totalmente estraneo ad ogni addebito che mi viene contestato» spiegando che «comunque vada continuerò la mia battaglia di verità» e rivolgendo un pensiero alla moglie e ai figli «a cui oggi ho dovuto spiegare perché probabilmente nel fine settimana non potrò tornare a casa con loro».


LA SCRITTA NEI BAGNI - Intanto, mentre in Aula s'infiammava il dibattito sulla richiesta d'arresto, nei bagni della Camera è spuntata una scritta che condannava il deputato senza mezzi termini: «Cosentino camorrista, Papa in galera». I bagni - accessibili non solo ai deputati ma anche a giornalisti, operatori televisivi e dipendenti di Montecitorio - sono al piano dell'Aula, a pochi metri dall'emiciclo. Al pian terreno ci sono quelli maschili e dietro una porta di questi, con la penna nera, qualcuno ha vergato la scritta contro l'ex sottosegretario all'Economia e contro Papa. Non è la prima volta che spuntano invettive contro Cosentino, già etichettato come «camorrista», con una scritta molto simile sempre sulla porta di un bagno.

Alessandro Sala
20 luglio 2011 19:43

Camera: autorizzazioni all'arresto, solo 4 i precedenti prima di quello di Papa

Corriere della sera

Prima di quella del deputato del Pdl l'ultima richiesta di carcerazione concessa fu quella di Abbatangelo nel 1984


MILANO - Il sì della Camera all'arresto del deputato Alfonso Papa è il primo dal 1984, anno in cui ci fu voto favorevole all'arresto di Massimo Abbatangelo (Msi).
I PRECEDENTI - Nella storia dell'Italia Repubblicana sono in tutto 4 le autorizzazioni all'arresto di deputati concesse dalla Camera.

Il primo. Sì all'arresto di un deputato è stato pronunciato nel 1955, durante il governo Scelba: l'autorizzazione a procedere fu votata nei confronti di Moranino, deputato del Pci, accusato di aver ordinato nel 1944, come comandante partigiano, la fucilazione di cinque altri partigiani ritenuti spie e delle mogli di due di loro. Moranino fuggì in Cecoslovacchia, fu poi condannato all'ergastolo, ma la pena venne successivamente commutata in dieci anni di reclusione. Nel 1965 ottenne infine la grazia dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Il secondo. Deputato per il quale la Giunta ha concesso l'arresto è stato Sandro Saccucci del Msi, accusato dell'omicidio a Sezze Romano di Luigi Di Rosa, di cospirazione politica e istigazione all'insurrezione armata per il cosiddetto «golpe Borghese»: il sì di Montecitorio arrivò il 27 luglio 1976, Saccucci fuggì in Sudamerica.

Il terzo. Sette anni dopo, il 21 settembre 1983, la Camera votò invece l'autorizzazione all'arresto di Toni Negri chiesta dalla magistratura per reati connessi al terrorismo. Negri, che era stato eletto due mesi prima con i Radicali mentre era in carcere , era però intanto fuggito a Parigi, rientrò poi in Italia nel 1997 e finì di scontare la sua pena.

Il quarto. L'ultimo caso di richiesta d'arresto concessa dalla Camera risale al 18 gennaio 1984, quando i deputati dissero sì all'arresto di un altro missino, appunto Massimo Abbatangelo, per violazione delle disposizioni sulle armi, in seguito a un attentato del '70 contro la sezione del Pci di Fuorigrotta, a Napoli.

Da allora, ovvero negli ultimi 27 anni, la Camera ha sempre negato l'arresto per reati che non riguardavano gravi fatti di sangue e altri reati contro la persona e l'ordine pubblico. Durante Tangentopoli furono respinte 28 richieste di arrersto.



Redazione online
20 luglio 2011 18:56



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Sprechi, ecco la provocazione di Formigoni "Riduciamo anche il numero delle Regioni"

di Redazione

Il governatore della Lombardia rivela la sua ricetta per abbassare i costi della politica. Oltre alle Regioni, secondo Formigoni, si potrebbero accorpare anche i Comuni sotto i 5000 abitanti e ridurre le Province a una cinquantina rispetto alle 107 attuali.



Per ridurre gli sprechi, non basta eliminare le Province, ma serve anche ridurre il numero delle Regioni. La provocazione arriva dal governatore della Lombardia, Roberto Formigoni che precisa: "Non si tratta ancora di una proposta concreta, ma sto ragionando su questo tema", ha detto durante un incontro a Palazzo Lombardia. Per Formigoni "dalle 20 Regioni più le due province a statuto speciale si potrebbe scendere a una dozzina in totale". "Alcune delle attuali - ha detto - sono spesso troppo piccole e poco popolate e non hanno il giusto peso per essere competitive. Regioni più grandi, più popolate, più’ forti economicamente sarebbero più’ adeguate a reggere la concorrenza con le altre grandi Regioni del mondo".
La proposta della Fondazione Agnelli Mire espansionistiche? No, assicura Formigoni: "Anche la Lombardia è pronta a mettersi in discussione". La proposta fu fatta già in passato dalla Fondazione Agnelli: "Si potrebbero riprendere quelli studi", ha detto il governatore, secondo il quale per quanto riguarda i Comuni quelli sotto i 5000 abitanti - che in Italia sono 5.787 - "potrebbero essere accorpati, mettendo assieme le funzioni principali che in questo modo verrebbero a costare di meno".
La riduzione delle Province "Analoga e drastica riduzione anche nel numero delle province - ha poi aggiunto Formigoni - passando dalle 107 attuali a 40-50 al massimo". Per il momento solo un’idea che il governatore è però intenzionato a sviluppare e concretizzare. "Butto il sasso nello stagno - ha affermato - ed è un sasso bello grande che farà discutere, ne parlerò con i miei colleghi delle Regioni, con l’Anci e con l’Upi, se saranno d’accordo si potrebbe concretizzare con una proposta di legge al Parlamento da parte dei Consigli Regionali, altrimenti è comunque mia intenzione andare avanti da solo". 




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Nel parco sterpi, balordi e vasca da bagno Così Napoli ricorda Falcone e Borsellino

Corriere del Mezzogiorno


Pianura, lo spazio verde dedicato ai giudici uccisi dalla mafia è impraticabile. La protesta dei residenti



NAPOLI – Panchine invase dai rovi, erbacce, grate sfondate, rifiuti ovunque. E’ l’amara istantanea del Parco pubblico di Corso Duca D’Aosta a Pianura, dedicato alla memoria dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte. «Ridateci l’area verde» lamentano i residenti del quartiere. Uno spazio verde messo male. Si poteva pensare di intervenire per ridurre il danno almeno nei giorni dell'anniversario della strage di via D'Amelio. Invece niente.

PARCO O SELVA? - «C’è persino un’intera vasca da bagno lasciata da ignoti laddove un tempo vi era un magnifico prato ricoperto di fiori» commenta un residente della IX Municipalità, poco distante un portico divenuto una vera e propria selva impraticabile e panchine ormai irriconoscibili giacciono ricoperte dai rovi.

Degrado al parco Falcone e Borsellino

«Il parco giace in queste condizioni drammatiche da diversi anni – continua il nostro interlocutore – anziani e bambini sono privati di questo bene pubblico, costretti a giocare o intrattenersi, fuori dalle cancellate».

BALORDI E TOSSICOMANI - Realizzato all’inizio degli anni ’90 il polmone verde di via Duca d’Aosta nel popoloso quartiere di Pianura versa in condizioni drammatiche. Da circa due anni due lucchetti arrugginiti sbarrano l’ingresso principale del parco “Falcone e Borsellino”. Tuttavia, assicurano alcuni residenti, l’ingresso secondario è vulnerabile, qui la cancellata è stata divelta; facile rifugio per balordi e tossicomani.


Antonio Cangiano
20 luglio 2011




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Opportunity ne ha fatte 20

Corriere della sera

Doveva durare tre mesi, è attivo da sette anni e ha coperto venti miglia: oltre 32 km sul suolo marziano




Il rover Opportunity
Il rover Opportunity
MILANO - Doveva durare non più tre mesi, invece continua a funzionare a sette anni di distanza. Opportunity, uno dei due rover della Nasa giunti su Marte nel 2004, il 17 luglio coprendo l'ultimo tratto di 124 metri ha raggiunto il traguardo delle 20 miglia (32,21 km) percorse dal luogo di atterraggio in 2.658 giorni marziani. Una distanza di oltre 50 volte maggiore di quella prevista dai suoi progettisti. Un successo straordinario, che è stato festeggiato al centro di controllo di Pasadena.

TRAGUARDO - Ora Opportunity si trova a 1.300 metri dal suo obiettivo, il bordo occidentale del cretere Endeavour, una depressione di 22 km di diametro e che presenta le rocce più antiche di quelle finora esaminate dal rover. «I numeri non sono così importanti quanto le nuove possibilità di studio che ci sono state concesse», ha commentato Alfonso Herrera, manager della missione al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena.
A MARCIA INDIETRO - «Opportunity ha un po' di "artrite" nel giunto del suo braccio robotico ed è un po' zoppo nella prima ruota di destra», confessa Bill Nelson, capo degli ingegneri della missione. «Per il resto funziona bene considerando che sette anni su Marte sono pari a 70 anni-macchina». Per ovviare ai problemi della ruota, spesso Opportunity viaggia a «marcia indietro» e in questo modo ha tagliato il traguardo delle 20 miglia percorse. Spirit, in rover gemello, invece è ormai fuori servizio: l'ultima comunicazione è giunta nel marzo dello scorso anno.


Redazione online
20 luglio 2011 15:14



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Prima domenica per le nozze omosex: chi si sposa sarà deciso tramite lotteria

Corriere della sera


Lunga la lista d'attesa (2600 richieste), solo le coppie vincitrici avranno il diritto di celebrare il matrimonio



MILANO - Una lotteria per scegliere chi saranno i primi gay a sposarsi nella Grande Mela. Il mese scorso lo Stato di New York ha legalizzato i matrimoni omosessuali e domenica prossima sarà il primo giorno in cui si potranno celebrare le unioni gay. Per evitare confusioni e ritardi e per far fronte alle numerosissime richieste di matrimonio arrivate in Comune, Michael Bloomberg, sindaco della città che non dorme mai, ha trovato un singolare ed efficace espediente: chi vuole salire all'altare il prossimo 24 luglio dovrà partecipare a un sorteggio e solo le coppie vincitrici avranno il diritto di sposarsi nei cinque distretti di New York.

NESSUNA DISCRIMINAZIONE - La scelta di porre un tetto ai matrimoni è apparsa necessaria. Per domenica prossima sono state presentate oltre 2600 richieste di nozze (ben 1728 sono state redatte da coppie gay) e probabilmente se si fossero celebrate tutte le unioni si sarebbero create lunghe attese e insopportabili ritardi. I funzionari comunali giurano che non vi saranno discriminazioni. Al sorteggio parteciperanno sia le coppie etero sia quelle omosessuali e tutti i futuri sposi potranno iscriversi alla lotteria su Internet entro giovedì. Alla fine saranno 764 le coppie vincitrici che saranno avvertite per telefono due giorni prima delle nozze. Le coppie sfortunate potranno ritentare la sorte la settimana successiva quando gli uffici dei funzionari comunali rimarranno aperti in via straordinaria per due ore ogni giorno in modo da poter celebrare nuovi matrimoni.
SCONTENTI - «L'ultima cosa che vogliamo è che ci siano coppie che aspettino ore e ore - ha dichiarato il sindaco Bloomberg al New York Times - Non vogliamo rovinare il giorno più bello della loro vita». Secondo i calcoli dei funzionari comunali domenica prossima almeno 400 coppie si sposeranno nel distretto di Manhattan, 112 in quelli di Brooklyn e del Queens, 98 nel Bronx e 42 a Staten Island. L'idea della lotteria ha diviso i newyorkesi. C'è chi è d'accordo con il sindaco Bloomberg e definisce il sorteggio «il modo più giusto per evitare confusione e attese», tuttavia non mancano gli scontenti. Tra questi la quarantanovenne Maria Romagnuolo che domenica dovrebbe unirsi in matrimonio con Wendy Bloom-Romagnuolo, sua partner da ben 21 anni. Maria dichiara al Nyt che «la lotteria è una sciocchezza» e che per evitare disagi basterebbe far lavorare i funzionari pubblici tutta la giornata: «Lo devi fare - dichiara con fermezza la quarantanovenne - Abbiamo già aspettato abbastanza. Adesso tocca a noi essere felici».



Francesco Tortora
20 luglio 2011 15:34




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Lo sceicco scrive il suo nome sulla sabbia: tanto in grande che si vede dallo spazio

Corriere della sera

Hamad Bin Hamdan Al Nahyan lo ha fatto incidere in un'isola di sua proprietà: nelle prime due lettere si naviga




Il nome scavato nella sabbia
Il nome scavato nella sabbia
MILANO - Disponete di 16 miliardi di euro di patrimonio personale e non sapete proprio come spenderli? Fate come lo sceicco arabo Hamad Bin Hamdan Al Nahyan e scolpite il vostro nome nel deserto. A lettere gigantesche e che si veda bene anche dallo spazio. Non è uno scherzo è proprio quello che ha fatto, o meglio che ha fatto fare ai suoi operai, l’eccentrico sovrano sulla sabbia di una piccola isola chiamata Al Futaisi, ovviamente di sua proprietà.
DALLO SPAZIO - Lo sceicco arabo non è affatto nuovo in quanto a eccentricità: lo scorso anno ha fatto realizzare una replica fedele di una Jeep Willys, il fuoristrada che negli anni '40 spopolava tra le truppe dell'esercito americano, tuttavia, dalle dimensioni mastodontiche e grande quasi quanto una casa. Ora l’ennesima bizzarria. Come riferisce il britannico Sun il sovrano ha fatto incidere il proprio nome sulla spiaggia dell’isolotto Al Futaisi, negli Emirati Arabi, in modo che fosse visibile anche dallo spazio. Non il nomitativo completo, solo «HAMAD», però in maiuscolo. È visibile persino spulciando le mappe satellitari di Google Earth. Ogni lettera è grande almeno 1000 metri e l’intero nome si estende per circa 3 chilometri sull’isola patronato dello sceicco, oggi meta di facoltosi turisti. Ma non è finita qui: le prime due lettere, ovvero «HA», sono state inondate dall’acqua dell’oceano, probabilmente affinchè il ricchissimo 63enne membro della famiglia reale di Abu Dhabi possa navigarci a bordo della sua barca privata. Detto anche lo «sceicco arcobaleno» vanta una fortuna seconda solo al re saudita. È proprietario di 200 vetture di grossa cilindrata, tra queste una serie di sette Mercedes 500 SEL verniciate coi diversi colori dell’arcobaleno e custodite in un'immensa piramide-museo.


Redazione online
20 luglio 2011 17:40



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Smartphone precipita per 4 km Ma funziona ancora (solo col bluetooth)

Corriere della sera

È uscito dalla tasca di un paracadutista negli Usa


MILANO - È un crash test che fa discutere la Rete: il paracadutista Jarrod McKinney ha perso il suo iPhone 4 durante un lancio da 4000 metri di quota. Una volta atterrato l’americano ha localizzato il suo dispositivo con un’applicazione Gps e quando ha provato ad effettuare la chiamata, con sua grande sorpresa, funzionava. La vicenda è raccontata dalla Cnn e il suo protagonista è diventato nottetempo, e forse senza volerlo, il più grande sponsor del prodotto della mela morsicata. Anche se alcuni internauti dubitano della «sensazione».

Dal sito della Cnn
Dal sito della Cnn
LA CADUTA - Paracadudista sbadato o geniale trovata pubblicitaria? Jarrod McKinney ha raccontato alla Cnn di essersi lasciato scivolare un iPhone 4 dalla tasca dei pantaloni mentre era in volo ad un’altezza di circa 13.500 piedi (4,1km). Una volta a terra ha poi rintracciato il proprio smartphone grazie all’applicazione Find My iPhone e con l’aiuto dei compagni di lancio. Il telefono sarebbe atterrato rovinosamente sul tetto di una casa a due piani nel Minnesota - a circa un chilometro dal punto di arrivo di McKinney. I due pannelli in vetro speciale, che ricoprono lo schermo, e anche la parte posteriore, sono andati quasi completamente distrutti. Tuttavia, il melafonino era ancora in grado di fare e ricevere telefonate, la vibrazione funzionava regolarmente, ha raccontato il 37enne.
LA CHIAMATA - Bisogna sottolineare che gran parte del merito va attribuito alla speciale custodia che proteggeva l’iPhone, anch’essa andata in frantumi assieme al display, ma ancora attaccata al momento del ritrovamento. McKinney, che di professione fa il camionista, ora vuole far riparare lo schermo, visto che l’uso è diventato assai problematico: può infatti solo effettuare chiamate via bluetooth. Perplessi, tuttavia, alcuni fan dell’iPhone, appunto perché lo smartphone di Jobs ha la fama di essere relativamente fragile. Si tratta dunque solo uno scherzo? Per Mike Gikas di Consumer Reports, decisamente no. Per giornalista del portale che nel 2010 ha scovato il cosiddetto Antennagate (i presunti problemi di ricezione dello smartphone Apple), è verosimile che un iPhone possa sopravvivere una caduta da quell’altezza. Aggiunge l’esperto: «L’acqua è decisamente un problema maggiore per l’apparecchio».

Elmar Burchia
19 luglio 2011 17:46



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Catturato Goran Hadzic L'ultimo criminale serbo ancora latitante

Corriere della sera

Preso il leader dei serbi di Croazia. Era ricercato per le atrocità commesse nel periodo tra il 1991 e il 1995


MILANO - È finita la latitanza di Goran Hadzic, l'ultimo criminale di guerra serbo ancora latitante è stato infatti arrestato. Lo ha riferito la tv B92 nelle prime ore della mattina e lo ha confermato poi il presidente della Repubblica serbo, Boris Tadic. Hadzic è stato catturato nei pressi del villaggio di Krusedol, nella regione montagnosa di Fruska Gora (60 km a nord di Belgrado), dove si trovano un noto monastero ortodosso e un edificio delle Forze armate serbe. Le forze di sicurezza, è stato precisato, lo hanno bloccato su una strada della zona. Subito dopo l'arresto, Hadzic è stato trasferito in un carcere di Belgrado, in attesa della prevista estradizione al tribunale penale internazionale dell'Aja. Dal 2004 deve rispondere di otto capi di accusa per crimini contro l'umanità e di sei capi d'accusa per crimini di guerra, perpetrati dal 1991 al 1995, con la secessione della Krajina dopo la proclamazione di indipendenza della Croazia. L'uomo viene indicato come il responsabile del massacro di Vukovar, quando 264 persone non serbe vennero prelevate dall'ospedale della città e uccisi.


L'UE - I leader delle istituzioni Ue hanno salutato con soddisfazione l'arresto, sottolineando che si tratta «un ulteriore importante passo per la Serbia per realizzare le sue prospettive europee e un passo altrettanto cruciale cruciale per la giustizia internazionale».
LE VOCI E LE SMENTITE - Dopo l'arresto di Ratko Mladic il 26 maggio scorso, Hadzic rimaneva l'ultimo latitante che la Serbia era tenuta a consegnare al Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia (Tpi). Nei giorni scorsi era circolata la notizia del suo arresto, immediatamente smentita dalle autorità serbe, che avevano però garantito il massimo impegno nel cercare di catturare il criminale.

«NON SAPEVAMO DOVE SI NASCONDEVA» - «Come con Mladic, sul cui arresto i media hanno intessuto speculazioni gratuite, anche con Hadzic voglio dire ora, prima che escano nuove speculazioni, che noi non sapevamo dove si nascondeva, non abbiamo preparato nulla in anticipo, e il suo arresto è solo il frutto del lavoro del team incaricato di rintracciare e catturare i criminali di guerra», ha detto il presidente Tadic ai giornalisti. «Avevo promesso che avremmo portato a termine questo lavoro, e lo abbiamo fatto», ha aggiunto il presidente, per il quale «la Serbia chiude con ciò il capitolo più difficile nella collaborazione con il Tribunale dell'Aja».
Redazione online
20 luglio 2011 17:03

Preso Cacciapuoti, era fuggito a Santo Domingo

Corriere del Mezzogiorno
Indagato per un crac da otto milioni di euro si era trasferito con la famiglia e aveva avviato un'attività in proprio

Spot chewing gum sconvolge i bimbi, andrebbe ritirato subito»

Il Mattino

Il Moige: «Abbiamo centinaia di segnalazioni di genitori che protestano per le immagini scioccanti trasmesse»


ROMA - «Lo spot sconvolge i bambini» e quindi andrebbe subito ritirato. È questa la richiesta del Moige (associazione dei genitori) nei riguardi del nuovo spot della Vivident. Nell’ultima puntata di KlausCondicio, condotto da Klaus Davi, la responsabile dell’Osservatorio Media del Moige, Elisabetta Scala, ha dichiarato : «Abbiamo centinaia di segnalazioni di genitori che protestano contro questo spot, per le sue immagini scioccanti. Possiamo documentare come molti genitori denunciano come siano rimasti sconvolti i propri figli da questa pubblicità passata in fascia protetta. A dare fastidio è un messaggio ambiguo e di cattivo gusto. Troviamo di pessimo gusto che venga messo in discussione il ruolo del padre in un momento in cui media e pubblicità stanno evidenziando questa figura in maniera negativa».



Mercoledì 20 Luglio 2011 - 14:49    Ultimo aggiornamento: 15:11



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Papponi di stato, puntata 2. Tesserine dei miracoli

Libero



Era il 2008, sembra oggi. Riproponiamo a puntate l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti Papponi di Stato. Un viaggio tra privilegi, guadagni e pigrizie dei signori del Palazzo pubblicato da Libero nel 2008. Triste a dirsi, ma tra la Casta di allora e quella di questi giorni non è cambiato nulla.


La seconda putata: Le tesserine dei miracoli

Guardo e riguardo il tesserino e mi sento un re. L’ho appena ritirato: copertina rigida, bordeaux, con stampigliata la scritta “Camera dei deputati”, somiglia un po’ a quello dei giornalisti, l’altra casta cui appartengo. Certo, il fotografo ufficiale di Montecitorio non è che abbia fatto un capolavoro, ma in effetti sono io che non vengo granché bene, e poi non mi riconosco, mi sembra quasi d’essere mascherato. Vabbè, chissenefrega,mi consolo con la medaglietta d’oroda deputato, c’è su scritto il mio nome, midicono che la cita anche Pirandello, controllo ed è vero, “Brancolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell’orologio...”. Io la tengo nel portafogli. Passeggio per il Transatlantico ostentando nonchalance, anche se ancora non mi sono abituato. Vedo un drappello di cronisti parlamentari che taccuini alla mano accerchiano non so chi, passo oltre. Poi noto tre colleghi deputati chesembra stiano giocando a figurine, uno lo conosco, mi avvicino.

«E questa ce l’hai?».
«Sì, certo».
«E quest’altra?».
«Ma no, non vale più, l’hanno abolita».
«Eh, ma io la uso ancora...».


Guardo meglio, e non sono figurine, ma tessere. Tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o quell’esenzione.Ascolto, cerco di capire, mi faccio spiegare. C’è poco da fare il moralista: questa è la dotazione dell’onorevole, “alla fine sono strumenti di lavoro”. Mi vengono in mente le mie trasmissioni contro i privilegi dei politici, ma affronto la miacoscienza con decisione, “oh, è un mio diritto, io sono qui per fare l’interesse della gente, è giusto che possa disporre di queste cose, e poi in questo modo non siamo ricattabili, giusto?”. E insomma, passa neanche un minuto e la coscienza è già diventata complice. Sentirmi in colpa? Giusto un filo, ma mi hanno detto che poi passa.

Comunque, comincio il giro. Prima tessera da ritirare è quella con cui si vota in Aula. Fondamentale, dunque. Ma mica solo per questo. Serve anche per mangiare e bere al ristorante di Montecitorio o al più informale self-service oppure alla buvette, il mitico bistrot extra-lusso dai prezzi che nemmeno in una trattoria di ultima. Il conto te lo scalano dallo stipendio, ma non si rischia certo di andare in rovina: grazie allo speciale trattamento riservato a noi deputati, con 10 euro si mangia eccome, anche se il costo reale per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo.

Che vuoi che sia, d’altronde sono un Verde: l’alimentazione prima di tutto, i soldi vengono dopo. Ma attenzione a non dimenticare la card da qualche parte, che poi qualcuno dei colleghi te la usa per mangiare e bere a sbafo, salvo poi scusarsi - “ah, ma allora questa è tua?” - quando lo scopri. Esagerazione? Sarà, ma a me è capitato. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis. Basta esibirla in qualunque biglietteria d’aeroporto per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti vai direttamente all’agenzia di viaggi interna al Parlamento, che è anche più comodo.

A proposito di aeroporti, la Sea, società che gestisce quelli milanesi di Linate e Malpensa, provvede direttamente a inviarmi la tessera che permette di parcheggiare l’auto negli spazi riservati, “parcheggio vip Adi Linate e parcheggio Vip dei terminal 1 e 2 di Malpensa”. Naturalmente anche il treno è gratis a vita, ma lì basta il documento da parlamentare. Meglio, così non spreco un altro spazio nel portafogli. E comunque, sulle onorevoli trasferte ci torneremo.E l’autostrada?

Per quella devo farmi dare un altro documento, il tesserino Aiscat: arrivi al casello, lo sventoli in faccia all’addetto – o lo inserisci nella fessura apposita tipo bancomat,che è anche meno imbarazzante - e d’incanto la sbarra si alza. Volendo, puoi richiedere anche un Telepass, quel piccolo marchingegno che permette di oltrepassare le barriere autostradali senza nemmeno fermarsi: il bello è che puoi installarlo sull’automobile che vuoi, anche quella della nonna.

In realtà, è un servizio a pagamento ma poi te lo rimborsano. A me non serve. Per quanto riguarda la circolazione in città - e insomma, questo traffico è diventato insopportabile, non vorrete mica che il nostro lavoro di parlamentari sia intralciato da file interminabili, no? -, per circolare in città, dicevo, possiamo naturalmente utilizzare le corsie preferenziali, a Roma e a Milano. Nella Capitale c’è anche stata un po’ di polemica, perché i permessi per entrare in centro, nella Zona a Traffico Limitato (la ZTL), sono stati ridotti. E c’è chi si è arrabbiato.

L’onorevole Riccardo Pedrizzi, per esempio, che ha inviato a tutti i parlamentari una lettera su carta intestata “Camera dei deputati - Commissione finanze”, in cui s’invitava a sottoscrivere una protesta poiché «le nuove disposizioni penalizzano oltremisura tutti i parlamentari che vedono condizionati i loro movimenti». E perché? Perché un tempo ciascun deputato o senatore poteva estendere il proprio permesso ad altre due targhe, cosa adesso non più possibile. «È evidente che non vogliamo sottrarci all’obbligo di introdurre nel centro storico non più di una singola auto per volta, ma solo avere la possibilità di utilizzare a seconda delle esigenze l’auto di cui si dispone».

Ben detto. «E la tessera Coni?». La tessera Coni? E a che cosa mi serve? «Per andare gratis alla partita». A parte che il calcio non m’interessa, ma non era stato cancellato, quel meccanismo? «Ma no, che con quella allo stadio ci entri sempre. E anche alle altre manifestazioni sportive». E allora va bene: faccio richiesta della tessera Coni, che subito mi arriva. C’è da dire che san Montecitorio si premura di accompagnarci dentro la vita parlamentare, nel cuore dello Stato, evitandoci qualunque preoccupazione. Privilegi? Ma no, è per poterci concentrare solo sul miglioramento della vita dei cittadini. Quella rottura di scatole che è la dichiarazione dei redditi, per esempio: niente commercialista né conseguente parcella.

“Caro collega – mi scrivono i deputati questori – abbiamo il piacere di informarti che anche quest’anno è stato organizzato un servizio di assistenza fiscale”. In teoria trattasi di “consulenza”, in pratica il modulo me lo compilano loro. E devo anche sbrigarmi, perché fra pochi giorni scade il termine. Metti poi che non ti senti bene, e scusate se è poco onorevole, ma qui mi tocco. In ogni caso, nessun problema: c’è la Card Medital, che garantisce un servizio medico d’urgenza “24 ore su 24, 365 giorni l’anno, ovunque si trovi nel territorio in cui è operativa la struttura Medital”, basta chiamare il numero verde 800.65.25.85. Struttura privata, che fa parte della Europ Assistance Italia spa. Dunque paga lo Stato, cioè i cittadini, e ne usufruiamo noi deputati (speriamo il meno possibile).

Ma un parlamentare moderno, un politico al passo coi tempi, dove va se non è capace di usare il computer? Pronti: ecco il corso d’informatica, gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali. Con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Manco a dirlo, paga lo Stato. Si può scegliere l’idioma che si preferisce: inglese, francese, tedesco, ma anche russo e giapponese. Sì, giapponese. È quello che ho scelto io, già sapevo che ci sarei andato in missione parlamentare. E poi, l’Oriente è sempre stato la mia passione. Dunque, contatto la bravissima Asako Ishihara, che m’insegna i rudimenti per comprendere che cosa si dice a Tokyo e dintorni.

In realtà un anno e mezzo dopo la mia elezione, viste le inchieste giornalistiche e l’incazzatura montante dell’opinione pubblica, viene recapitata una circolare dall’ufficio di presidenza. In sostanza, si dice che “occorre dare un segno, d’ora in poi almeno i corsi di lingua ce li dobbiamo pagare”. Quanto? Otto euro all’ora, quando ai comuni mortali una lezione individuale costa almeno il quadruplo. Comunque, per incanto, i parlamentari aspiranti multilingue quasi scompaiono. Perché poliglotti va bene, ma soltanto se è gratis. Un’altra cosa che subito mi dà la misura del nuovo mondo in cui sono entrato è quel sottobosco di negozi e aziende, romane ma non solo, che s’incuneano nella posta elettronica per offrire

sconti e facilitazioni e promozioni. Ho appena attivato la mia nuova e-mail da deputato che cominciano ad arrivare avvisi a decine. C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40 per cento, l’ottico che su occhiali da vista e lenti a contatto ha pensato per il “gent.mo onorevole” a una riduzione di prezzo del 30 per cento, l’Associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie presieduta dal sempre impegnatissimo Franco Grillini che “appronta una convenzione con l’azienda leader nella produzione di palmari e cellulari” e garantisce uno sconto del 10 per cento, la casa automobilistica straniera che “comunica di poter praticare particolari condizioni per l’acquisto di autoveicoli nuovi presso la rete dei concessionari”. Per i libri, 20 per cento in meno su ogni titolo, fino al 30 per cento sui tomi universitari, che così l’onorevole spende meno anche per far studiare il figliolo.

Potrei continuare per pagine e pagine, ma ci siamo capiti. Telefono a un amico, gli racconto i miei primi giorni da deputato. «Eh, Roberto - mi prende in giro -, vedrai che a forza di star seduto alla Camera e con tutti ’sti benefit, ti verrà una pancia grande così». Ma va, rispondo, io ci tengo, alla forma fisica. A parte che, per ritemprarsi nelle pause di quello che al di là di tutto prevedo essere un lavoro comunque duro e frenetico, c’è anche una sauna, proprio sotto l’Aula, neanche tanto grande ma ben attrezzata. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, poco lontano dal Foro Italico. «È un po’ il nostro dopolavoro - spiego al mio amico - ma non immaginarti un circolo da ferrovieri. È un club elegante, roba di lusso».

C’è il campo da calcetto, quello da golf, palestra, piscina, basket, tennis. Poi ristorante e club-house. Certo, l’ambiente può apparire un po’ retrò: oltre ai deputati in carica, per cui l’iscrizione è gratis, è frequentatissimo dagli ex, che pagano una quota di ben 24 euro al mese. A volte qualcuno esagera, come quel compleanno di non so chi, con gli amici - «esterni all’amministrazione di Montecitorio», si scusa per lettera il festeggiato - che gli fanno trovare una lap-dancer, una di quelle ballerine che in genere si esibiscono dimenandosi intorno a un palo, e questa allieta i cento invitati con uno strip da mozzare il fiato. Ma queste sono goliardate. Il Circolo, in realtà, è necessario al benessere psicofisico di noi deputati, e anche dei senatori.

E le iniziative più interessanti ci vengono comunicate con circolari indirizzate proprio agli “Ill.mi Senatori e Deputati”. Come il corso di Pilates, sistema di allenamento che migliora la fluidità dei movimenti e anche il “coordinamento fisico e mentale”, che quando c’è da votare altroché se è importante. E questa cos’è? Ah sì, questa è interessante. «Caro collega - mi scrive l’onorevole Pierluigi Mantini - anche in vista dei Campionati Europei Parlamentari di Tennis, che si terranno in Romania, è opportuno riprendere un programma di incontri e di allenamenti, per i quali sono disponibili i maestri presso il Circolo Montecitorio. Sembra anche utile programmare un torneo che consenta di valutare i nuovi parlamentari (ehi, sta parlando di me!...) al fine di allestire al meglio le squadre. Per discutere su questi temi, si terrà una riunione presso gli impianti sportivi del Circolo, a cui abbiamo il piacere di invitarTi. Seguirà buffet». Naturalmente.
20/07/2011




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L'assurdo caso di Aaron Swartz, accusato di "furto di dati" accademici

La Stampa

Anna Masera


Nonostante l'università Mit non abbia fatto causa, i federali vogliono portarlo a processo: rischia 35 anni di prigione e 1 milione di dollari di multa. Molti dei documenti divulgati in Rete sono già nel pubblico dominio. Petizione online per difenderlo
Aaron Swartz, un programmatore di computer di 24 anni (nella foto a destra), piuttosto noto nell'ambiente informatico americano (collaborava a Wired) anche perchè è un attivista online che sostiene il movimento per l'accesso libero alla conoscenza, è stato accusato oggi di aver "rubato" milioni di documenti dal M.I.T. e da JSTOR, un archivio di giornali scientifici e di tesi accademiche peraltro per lo più già nel pubblico dominio, perchè è convinto che dovrebbero essere liberamente disponibili.

In suo soccorso è già arrivata una petizione.

A quanto pare avrebbe scaricato troppi lavori accademici dal Web. E' come voler mettere in galera qualcuno che ha preso in prestito troppi libri da una biblioteca, è stato il commento di un suo difensore. L'illecito contestabile è la violazione dei termini di utilizzo di un sito privato (JSTOR), ma gli stessi gestori del sito non hanno chiesto di incriminare nessuno:  i Federali Usa hanno comunque deciso di trattare il caso come quello di violazione di sistema informatico evidentemente per dare una lezione esemplare a Swartz. "Sempre che il giudice non dica loro di andarsi a nascondere" commenta Juan Carlos De Martin del Centro Nexa.
E' libero su cauzione, ma il 9 settembre ci sarà l'udienza in tribunale e se sarà ritenuto colpevole, rischia 35 anni di carcere e un milione di dollari di multa. Vi sembra una reazione proporzionata?


http://www.wired.com/threatlevel/2011/07/swartz-arrest/

http://act.demandprogress.org/sign/support_aaron/

http://blog.demandprogress.org/

http://about.jstor.org/news-events/news/jstor-statement-misuse-incident-and-criminal-case




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Lega e Pdl danno il via libera all'ordinanza anti kebab in città

Il Giorno

Non sarà più possibile aprire negozi etnici in città alta in virtù dei nuovi vincoli, posti a ‘’salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale’’



Un negozio di Kebab (foto Rossi/Radaelli)

Bergamo, 20 luglio 2011



Il Consiglio Comunale della città orobica ha approvato a maggioranza la cosiddetta legge "anti-kebab". Il provvedimento è passato con i voti favorevoli di Pdl e Lega. Il centrosinistra ha votato contro, astenuto il consigliere comunale dell’Udc. Si tratta della norma introdotta dalla Regione attraverso la quale i Comuni hanno la possibilità porre dei vincoli all’apertura degli esercizi commerciali nella zona dei centri storici. Calandosi nel concreto nella città di Bergamo si tratta si tratta di una variante urbanistica che interesserà specialmente la zona di città alta.
Infatti proprio nel borgo storico qualche anno fa un kebab era già stato aperto nonostante le proteste Carroccio. Il  proprietario fu però costretto a chiudere poco dopo per via della crisi. Da adesso in poi non sarà più possibile aprire negozi etnici in città alta in virtù dei nuovi vincoli, posti a ‘’salvaguardia del decoro, della sicurezza urbana, della cultura e dell'identità locale’’.





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Intercettazioni, Lepore: «Chiudere giornali e tv che violano segreto»

"Sono Spider Truman, nessuno mi ferma" Ma il vero vendicatore: quello non sono io

Corriere della sera

Video messaggio di un finto «castigatore»: sono uno, nessuno, centomila, non mi comprate. E su Facebook l'ex precario della Camera: bravi, chiunque voi siate

 

ROMA - Una maschera bianca sul viso. Maglietta nera con le maniche corte. E voce camuffata. «Questo è il primo videomessaggio di Spider Truman». Così debutta su YouTube il castigatore della Casta, l'ex precario della Camera dei Deputati che pochi giorni fa ha aperto una pagina su Facebook minacciando di svelare tutti i segreti della classe politica. Sembra lui, potrebbe essere lui.

 

 

«NON SONO IO» - Pochi minuti e sulla pagina del social network (quella ufficiale) del «castigatore» di Montecitorio compare la scritta: «Io non ho fatto alcun videomessaggio, ma ho visto che su Corriere.it qualcuno ha girato un video spacciandosi per me». E comunque applaude: «Bravi, chiunque voi siate!».

«SONO OVUNQUE» - Nel filmato su YouTube, il falso Spider Truman dice: «Spider Truman è uno, nessuno, centomila, è ovunque, nessuno lo potrà comprare e stavolta nessuno lo potrà fermare». È seduto ad un tavolo sul quale è steso un Tricolore. A destra, un foglio con la carta intestata della Camera dei Deputati. E lui mostra dei fascicoli, sopra ognuno un nome di un politico: «Qui dentro ci sono i segreti della Casta: Bersani, Di Pietro, Alfano, Casini, vota il nome del politico di chi vuoi sapere i segreti e domani ti dirò tutto».

L'ALTRO VIDEO - Sulla pagina Facebook (che ha superato i 300mila «mi piace») del vero Spider invece compare un altro video, un pezzo del film V per Vendetta con la scritta «Ecco quello che prima o poi vorrei vedere a piazza Montecitorio»: sono le scene finali del film con un esercito di persone mascherate, marcia sul palazzo del potere che poco dopo salta in aria. «Questo Paese ha bisogno di qualcosa di più di un palazzo, ha bisogno di speranza», scrive l'ex precario.

 

Redazione online
20 luglio 2011 13:24

Papponi di stato, prima puntara. 1 porchetta di troppo.

Libero




Era il 2008, sembra oggi. Riproponiamo a puntate l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti
Papponi di Stato. Un viaggio tra privilegi, guadagni e pigrizie dei signori del Palazzo pubblicato da Libero nel 2008. Triste a dirsi, ma tra la Casta di allora e quella di questi giorni non è cambiato nulla. 

La prima puntata: La campagna elettorale della porchetta

Prendete un conduttore televisivo, trentacinque anni, già una lunga esperienza in giornali e tivù locali. Diventato famoso per le sue trasmissioni orgogliosamente nazional-popolari, seguitissime dalle tanto corteggiate “sciure Maria” di Lombardia e non solo. Uno di quelli che, per dirla in politichese, può eventualmente contare su un discreto “bacino di voti”, la sua faccia è nota, le persone si fidano. Poi prendete delle imminenti elezioni, con i partiti alla disperata ricerca del “volto nuovo”, magari proveniente dalla “società civile”, in modo da poter sbandierare una riverniciata che sembri appena appena credibile. Uniteci una buona dose di ambizione del conduttore-giornalista, che visti i trascorsi conosce i politici per filo e per segno, in studio li ha incontrati decine di volte.

E c’è chi tra una chiacchiera e l’altra gliel’ha anche buttata lì, «ma perché non ci provi anche tu?». Ci provi a far cosa? «A fare politica. Saresti perfetto». E allora lui ci crede, comincia a fantasticare, «mi darei da fare per cambiare questo e quello». Nelle sue trasmissioni ha spesso messo alla berlina vizi e stravizi del Palazzo, e l’idea di entrarci da “corsaro” lo alletta non poco. E insomma, alla fine sì, si butta. Entra a far parte della Casta. Giusto così, per vedere l’effetto che fa. E dunque, eccomi qui: sono Roberto Poletti, parlamentare pentito.

Ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile “discesa in campo” (perché tutti i candidati, all’inizio, si sentono un po’ Berlusconi, o un po’ D’Alema, se si preferisce). Era l’inizio del 2006: la legislatura del Cavaliere era alla fine, l’ascesa di Prodi pareva inarrestabile, e in pochi davano ascolto ai sondaggi di Silvio, «guardate che il centrodestra ha recuperato, li abbiamo ripresi, siamo in testa!». In effetti, la mia passata esperienza alla Padania mi aveva appiccicato addosso l’etichetta di leghista. Non che la cosa mi offendesse, ma i rapporti col Carroccio si erano raffreddati nel tempo. E poi c’era questo feeling con i Verdi, conoscevo bene alcuni di loro, stima reciproca con il capogruppo in Regione Lombardia, si può dire che il segretario nazionale Pecoraro Scanio fosse un amico.

«I Verdi? E perché no?». Certo, mai mi ero occupato dei problemi della foresta amazzonica, né mi sentivo particolarmente competente su effetto-serra e dintorni. Tutt’altro. Ma nelle mie trasmissioni avevo sempre spinto sulla necessità di fare un po’ di pulizia in Parlamento. Ecco: “l’ecologia della politica” mi sembrava uno slogan attuale, vincente. Senza contare che, molto meno idealmente e facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi garantiva la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere in Regione. E dunque, la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. Ma sì, vada per i  Verdi. E poi, una volta dentro, potrei fare il cane sciolto. Gli faccio vedere io, gli faccio.

I colloqui con i vertici del partito scivolano via senza troppi problemi. D’altronde, porto con me un bagaglio mica male, visti gli ascolti -record, per delle televisioni locali - dei miei programmi. Sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avviene al Jolly Hotel di Milano, gennaio 2006. «Visto che sei giornalista, ti potresti occupare dell’informazione» mi dice. «E poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste». Diamo un’occhiata alle liste: io sarei stato il numero 6 dei collegi Lombardia 1 e Lombardia 2. I primi tre in lista, Pecoraro compreso, si sarebbero presentati in tutta Italia, e dopo il voto avrebbero scelto altre località di elezione. Degli altri due che avevo davanti, già si sapeva che uno, Monguzzi, avrebbe rinunciato per restare alla Regione Lombardia.

E valutando i sondaggi, era pressoché sicuro che io e l’altro rimasto saremmo stati eletti, uno nel collegio Lombardia 1, l’altro nel Lombardia 2. Dunque, affare fatto, si parte. Obiettivo: la Camera dei Deputati. In effetti, quello della campagna elettorale è un periodo faticoso. Controlla i manifesti, prepara gli spot, vai al dibattito televisivo. Anche Sgarbi mi appoggia, allora io e la scrittrice africana Aminata Fofana, anche lei candidata, gli chiediamo un appello elettorale. Lui dice che sì, si può fare. Vado a casa sua a Roma con un operatore, lui si è svegliato tardi, è ancora in vestaglia semiaperta, e comunque registriamo lo spot, ma mandarlo in onda non si può: si vede “tutto”. Intanto il noto manager Lele Mora offre i “suoi” personaggi al partito, ma decidiamo di utilizzare solo il famoso Costantino, lo accompagno a Roma e facciamo un appello contro gli Ogm. Alto livello.

Operazioni d’immagine a parte, imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione, uno dei miei slogan è “Aria pulita in Parlamento”. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide. Qualcuno mi rinfaccia di essermi venduto ai comunisti, «da te non me l’aspettavo», altri mi sostengono, «sei una brava persona e ti voto». In ogni caso, è forse l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori: li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, sogni un futuro da Martin Luther King, ti immagini di arringare l’Aula gremita, «...ho fatto un sogno...».

a la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito. Nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. In sostanza, i vertici dei Verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura – due legislature da senatore, si era già fatto, e un discreto numero di anni in Regione Lombardia - per offrirla a me. Sul suo blog telematico cominciano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza sul mio passato in Padania e, soprattutto, sui miei programmi televisivi, evidentemente non abbastanza chic. Lo stesso Cortiana, parlando di me al Corriere della Sera e a Repubblica, se ne esce con frasi tipo «un conto è fare tivù popolare, un altro è darsi al populismo, io vengo da un’altra cultura politica, sono l’unico verde pubblicato su Le Monde, giro tra la Biennale di Venezia e i summit nel Kerala», e ancora «lui va in onda con la sciura Maria e fuori dalla Lombardia non lo conosce nessuno».

A parte che proprio in Lombardia ero candidato, e dunque non mi sembrava così squalificante essere conosciuto sul territorio, mi infastidiva il riferimento alla “sciura Maria”, quasi fosse un demerito poter contare sull’affetto della gente semplice. Quindi rispondo, ribadendo l’orgoglio per le mie trasmissioni “tutte vecchiette e porchetta”. Chiusa lì? Macché. Mi chiama Pecoraro Scanio, arrabbiatissimo: «Ma sei matto?» Io: «Matto? E perché?» «Ma dài, quel riferimento alla porchetta...». «La porchetta?». «Sì, hai detto che sei orgoglioso della tua tv alla porchetta». «E allora?». «Come e allora? Qui ci giochiamo i voti dei vegetariani, ti rendi conto? Non dire più una cosa del genere!». Da allora, niente più porchetta. E comunque, dopo la vittoria del centrosinistra del 10 aprile, ci saremmo trovati nella sede della Federazione dei Verdi, a Roma, per una chat post elettorale di ringraziamento. E avremmo festeggiato la vittoria di Prodi e del centrosinistra, e dunque anche nostra, a forza di cubetti di mortadella. Ma lì i vegetariani non vedevano. E poi, chissà, forse quella mortadella era un segno premonitore. Comunque, tenere bene a mente: porchetta no, mortadella sì.

In realtà, io risultavo essere il primo dei non eletti. Ma i propositi di rinuncia di Monguzzi non erano in discussione, lui è uomo di parola. Quindi mi organizzo e prendo casa a Roma, in piazza Navona, me l’affitta un collega giornalista. Monguzzi vuole partecipare da deputato all’elezione del Presidente della Repubblica, poi si sarebbe fatto da parte. E così succede: Napolitano diventa Capo dello Stato, io divento deputato. Il mio esordio in Parlamento non è che me lo ricordi perfettamente. È il 6 giugno 2006, un martedì: mi sveglio emozionato, resto tutto il giorno in uno stato semi-onirico. Mi ero comprato un vestito per l’occasione, duemila euro spesi da Canali, volevo fare bella figura. Arrivo in piazza Montecitorio, varco il portone. Ed entro in quello che mi sembra un altro mondo.

I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, ogni poltrona che t’immagini essere un pezzo di storia. Lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello così famoso, dove tutti s’incontrano nelle pause delle sedute: i commessi e gli impiegati che camminano velocemente, i parlamentari che passeggiano, ecco Bertinotti, ti giri e vedi D’Alema. Faccio capannello con gli altri neo eletti, scherzo con un altro novello, Maurizio Bernardo, lui è di Forza Italia, ci chiamiamo “onorevole” per sentire come suona, «Allora, onorevole Bernardo…», «Eh, caro onorevole Poletti…», poi scoppiamo a ridere. Percorriamo il “corridoio dei Presidenti”, una galleria in cui sono affissi i ritratti di tutti i presidenti della Camera, e ci scopriamo un po’ intimoriti, sono persone che hanno fatto l’Italia. Poi vediamo il quadro con la Pivetti e ci tranquillizziamo.

Finalmente entro in aula, cerco il mio posto, eccolo, mi siedo. Sì, sono commosso, altro che storie. C’è un’ “informativa urgente del governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente militare italiano a Nassiriya”. E io sono qui. A un certo punto Bertinotti, che della Camera è presidente, declama che «il deputato Carlo Monguzzi, eletto consigliere regionale, ha comunicato, con lettera inviata alla Presidenza, di voler rassegnare le dimissioni dalla carica di deputato». Ecco, tocca a me. E infatti si passa alla proclamazione dei deputati subentranti. Al posto di Bertinotti c’è ora il vicepresidente Leoni, ma va bene lo stesso. È lui che pronuncia il mio nome: «...e proclama quindi deputati Mauro Betta, Giovanni Cuperlo, Stefano Pedica, Roberto Poletti...». Adesso è vero, sono ufficialmente onorevole, l’Onorevole Roberto Poletti: vi rendete conto? Trema Parlamento, che adesso ti
aggiusto io!

Ma la giornata non è finita. Conclusa la seduta in Aula, un altro onorevole mi prende per un braccio e mi accompagna al piano di sopra. Lì si trova la sala in cui si riunisce la “Commissione cultura, scienza e istruzione” e io, aderente al gruppo parlamentare dei Verdi, ne faccio parte, senza che nessuno mi abbia chiesto se mi sta bene o meno, ma questo è un dettaglio. Commissione cultura, scienza e istruzione: e dici poco? Come inizio non è mica male. Siamo in 46, c’è da eleggere il presidente. «Ricordati: Folena...».
Come? «Folena, si vota Folena, quello di Rifondazione». In effetti, mi avevano già consegnato un  foglio con i nomi di tutti quelli che andavano votati, presidenti e vicepresidenti e segretari di Commissione, il mio primo compito è dunque quello di copiare l’indicazione ricevuta. Vabbè, sono appena entrato, mica posso pretendere di fare subito di testa mia. E dunque, che Folena sia.
Come avevo detto? Che il Parlamento adesso lo aggiusto io? Sì, magari da domani.
19/07/2011




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La mezza satira della Mezzaluna L’islam che non sa sorridere di sé

di Tommy Cappellini

La vita difficile della comicità nei Paesi arabi. Un saggio tenta di svelare il lato autoironico del mondo musulmano. Ma l’umorismo è accettato solo se "fatto in casa". Se ci prova l’Occidente... Le provocazioni più ardite viaggiano in Rete, soprattutto in Egitto



Ridere, ridono da sempre, arabi e persiani. Barzellette e storielle comiche, persino scurrili, vengono intercettate con facilità dal viaggiatore che frequenti il Medio Oriente. Piuttosto è la satira ad avere vita difficile. Tuttavia qualcosa si muove. Lo si capisce leggendo Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli (Carocci, pagg. 196, euro 18). Innanzitutto questa raccolta di saggi è un’ottima fonte di barzellette, alcune illustrate. Per chi, poi, ha un’idea dell’Islam imbevuta di shari’a, fustigazioni di adultere, impiccagioni di eretici, barbe talebane, sederi al vento e teste prone verso la Mecca, clima spirituale di tipo sovietico e stupidi immensi deserti punteggiati da centri commerciali con aria condizionata gelida, leggere e ridere di queste storielle può essere una rivelazione: vi si ritrova, infatti, un Islam cosmopolita, quotidiano, interiormente fragile e molto vicino all’Occidente nelle ossessioni sessuali, coniugali, economiche messe alla berlina in barzellette che soltanto alcuni dettagli «di costume» differenziano dalle nostre.
Come si diceva, le cose stanno però in diverso modo quando dalla comicità tout court ci si sposta sulla satira. Sappiamo che arabi e musulmani la sopportano malvolentieri: quando nel 2005 il giornale danese Jylland Posten pubblicò una dozzina di vignette con Maometto «terrorista», poi riprese anche da altre testate straniere, ci furono svariati attacchi a consolati e ambasciate danesi del mondo islamico. Fuor dalla satira, invece, l’anno prima era stato ucciso il regista olandese Theo van Gogh per il suo film denuncia della condizione della donna islamica, Submission. In entrambi questi casi si trattò di satira o di critica scaturita - geograficamente e politicamente - dall’Occidente.
La satira scritta o disegnata da arabi, invece, sebbene si tratti spesso di fuoriusciti laici residenti nel mondo anglosassone, pare essere in una certa misura tollerata. Di sicuro gode di grande successo mediatico e siamo certi che nella prossima edizione de Il sorriso della mezzaluna ci saranno parecchi nuovi capitoli su di essa. La pachistana Shazia Mirza, a esempio, non le manda a dire all’Islam e si prende gioco della sessualità dei musulmani quanto della «passione nucleare» degli iraniani: è ormai famosa in tutto l’Occidente. Su Youtube possiamo poi trovare i cartoni animati della serie Kharabeesh, dove nessun leader arabo viene risparmiato: si vedono Mubarak e Ben Ali vocalizzare sulle note di Britney Spears o Gheddafi ballare il «zenga-zenga» in un night.
All’interno di Tash ma Tash (Saudi Channel 1, durante il ramadan trasmesso solo dopo il tramonto) è invece andata in onda una puntata di Irhab Academy, l’Accademia del Terrore, specie di programma-competizione per sapere se si possiede l’X-Factor per diventare un terrorista di successo (primo premio, una cintura esplosiva). Era troppo: gli imam, questa volta, hanno scagliato la fatwa contro l’autore.
Ma la satira del mondo arabo da parte di autori arabi pare inarrestabile soprattutto sul web. Il sito egiziano Al Koshary Today riporta notizie false ma spassosissime, dalla valenza politica: che dire dell’agenzia che segnala Yoda, il maestro di Guerre Stellari, come appena reclutato nel ruolo di advisor al Consiglio Supremo delle Forze Armate? O di quella su un’associazione di consumatori egiziani che garantisce un risarcimento economico nel caso si scopra che la propria moglie non era vergine al momento delle nozze? O ancora della notizia che finalmente l’Arabia Saudita permetterà alle donne di guidare (le biciclette)? È anche vero che la satira egiziana ha una storia ragguardevole, fin dall’epoca di Yaqùb Sanùa, che nel 1877 fondò la rivista Abu Naddàra Zarqa («Quello con gli occhiali azzurri»), e di Abdallah Nadìm che, nel 1881 creò Tankìt wa tabkìt («Ironia e biasimo»).

Il primo fu espulso dall’Egitto nel 1878 per aver messo alla berlina il corrotto kedivè Ismail, il secondo partecipò alla sanguinosa rivolta del 1882 contro gli inglesi.
Ma pure nel resto del mondo arabo (e in quello persiano), negli ultimi anni la satira si è fatta spumeggiante, per diventare, paradossalmente negli Stati Uniti, un vero brand di comicità televisiva. Basti pensare all’attrice Maysoon Zahid, nata nel New Jersey nel ’74, ormai una delle più celebri entertainer del piccolo schermo. Previsto il tutto esaurito anche per l’ottava edizione - a settembre - del New York Arab-American Comedy Festival. Nato a ridosso dell’attacco alle Torri Gemelle per rimediare all’immagine sbagliata che i media occidentali fornivano degli arabi, proietta lungometraggi e permette a comici arabo-americani di recitare i propri sketch, nella miglior tradizione del cabaret yankee.




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Belpietro scrive a Napolitano e conferma le accuse Il Colle: "E' un'ingiuria, ecco tutti i tagli applicati"

Quotidiano.net

Botta e risposta sul quotidiano riguardo alla polemica sui costi della politica. Il direttore di Libero ribadisce la sua posizione, mentre il segretario della presidenza della Repubblica illustra la politica del rigore

La prima pagina del quotidiano Libero contro la casta (Ansa)

Roma, 20 luglio 2011

Botta e risposta oggi su Libero in merito alla polemica riguardo ai costi della politica e alla vignetta satirica che attaccava il Colle e i 'papponi di Stato'. Come promesso, il direttore Belpietro scrive una lettera aperta al Capo dello Stato, nella quale sostanzialmente ribadisce le accuse. Il quotidiano però ospita anche la risposta  del segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra.

LA LETTERA DI BELPIETRO - “Caro Presidente Napolitano, immagino che lei sia molto arrabbiato per la vignetta e il servizio di Libero di ieri che descriveva i costi del Quirinale paragonandoli a quelli dell’Eliseo”. Si apre così l’editoriale di Maurizio Belpietro sulla prima pagina di Libero, con un messaggio rivolto al Capo dello Stato dopo che ieri il direttore è stato indagato per vilipendio per la vignetta dal titolo ‘Assedio ai papponi di Stato’.

“L’irritazione deve essere salita così in alto da arrivare fino alla procura di Milano, la quale ha prontamente aperto un fascicolo”, scrive ancora Belpietro, “non ci conosciamo di persona ma da quanto mi riferiscono lei è molto suscettibile, in particolare a ciò che scrivono i giornali. La qual cosa nonostante l’immagine da nonno della patria che le hanno cucito addosso, ai miei occhi la rende una persona molto normale. Non c’è politico che ami le critiche, neanche quelle lievi e amichevoli e lei non fa eccezione”.

E però Belpietro ribadisce, illustrando dati sui costi del Quirinale che “la residenza del Capo dello Stato italiano costa più di quella dei suoi omologhi europei. Non voglio darle dispiaceri - scrive ancora il direttore - nè farle andare di traverso il cappuccino, tanto meno mancarle di rispetto, se le è parso che così fosse, anzi, me ne scuso. Il problema è che il nostro paese è vissuto per troppo tempo al di sopra delle proprie possibilità”.

Secondo Belpietro nessun governo è riuscito finora ad intervenire sui costi della politica perchè chi ci ha provato ha “rischiato di lasciarci le penne....è proprio per questo che mi rivolgo a lei. Un Capo dello Stato non ha nulla da temere. Non rischia la poltrona in quanto non è eletto...non deve badare ai sondaggi e agli umori degli elettori..nè deve far felice il suo partito o chi l’ha nominata” e perciò “la decisione che le chiedo è quella di tagliare i costi del Quirinale. Non l’uno per cento fra due o tre anni ma il dieci subito. Rinunci a qualche auto, ai collaboratori, agli aumenti, riduca le spese generali. Lei può farlo basta che lo voglia...Dia l’esempio signor Presidente, vedrà che altri seguiranno. E il paese gliene renderà merito - conclude Belpietro -: sarà considerato il primo politico che ha avuto il coraggio di stringere la cinghia. E, sia detto con il dovuto rispetto, in un paese di onorevoli papponi non è cosa da poco”.

LA RISPOSTA DEL QUIRINALE - Donato Marra replica a Franco Bechis che ieri aveva scritto un articolo dal titolo ‘il Presidente della casta si gode l’aumento’ nel quale raccontava degli aumenti degli emolumenti spettanti al Capo dello Stato. Marra precisa che “dai dati risulta con tutta evidenza che la politica del rigore è stata praticata dal segretario generale della presidenza della Repubblica in modo particolarmente incisivo fin dall’inizio dell’attuale settennato su impulso del Presidente Napolitano, basti rilevare che rispetto al 31 dicembre 2006 il personale si è ridotto di 374 unità e quello di ruolo di 144 unità...e che la dotazione di 228 milioni di euro, pari a quella del 2008, grazie alla riduzione di 3 milioni 217 mila euro operata nel 2010, è stata mantenuta ferma per l’intero quadrienno 2010-2013”.

Marra ritiene inoltre “ingiuriosa” la qualifica “con cui quel titolo pretende di assimilare la figura del Presidente della Repubblica a fenomeni deteriori che fanno parlare di una ‘casta’ politica contrasta in modo radicale con il larghissimo riconoscimento da parte dell’opinione pubblica della assoluta correttezza istituzionale e morale con cui il Presidente Napolitano svolge il suo difficile e impegnativo mandato”.





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La 'casta', parcheggi blu e giardini d'oro Ecco le spese folli di Montecitorio

Quotidiano.net


Tra posti auto garantiti e chauffeur paghiamo oltre 2 milioni. Ma, spulciando il bilancio della Camera, si scopre anche che spendiamo oltre 8 milioni di euro all’anno per garantire una ristorazione a cinque stelle ai nostri onorevoli

Una veduta della Camera dei deputati (Ap / Lapresse)

Roma, 20 luglio 2011

Hanno persino i parcheggi blu. Perché possono mica lasciare l’auto per strada come i comuni mortali. Rischiare un furto. O prender multe, magari: con lo stipendiuccio che si ritrovano sarebbe un bel problema. E di certo non posson prender l’autobus. Così plebeo...

E così ci pensa la Camera — mamma premurosa — che nel bilancio 2010 stanzia la bellezza di 1 milione 154mila 431 euro per posti auto e moto, graziosamente concessi sotto l’(ardita) voce ‘sicurezza’. Per quante auto scatta il parcheggio blu? Mistero doloroso, come ogni cosa che riguardi il bilancio della Camera e che solo grazie alla preziosa opera dei Radicali, e in primis di Rita Bernardini, si disvela in tutta la sua raggelante (perché a pagare siamo noi) munificità. Certo è — dati Formez — che la Camera ha ‘solo’ 21 auto blu (di cui 2 ‘blu blu’). E quindi, viste le cifre in gioco, i parcheggi toccano a deputati e alti (si spera) dirigenti. Ma il bilancio li coccola davvero i suoi prediletti, perché ci sono anche 418mila euro per ulteriore «custodia di vetture e lavaggio veicoli di servizio e attività connesse». Connesse in che senso? Di certo così superiamo il milione e mezzo di euro.

Direte, basta così con le auto. E invece no. Perché si pagano altri 357mila euro per noleggi a lungo termine con tre operatori e la bellezza di ulteriori 200mila euro («da gara», si precisa) per il noleggio di auto (con autista, si presume) da 4 cooperative romane. E così siamo a 2 milioni di euro. Buttati. Perché se è vero che serve un taxi, i deputati possono pagarselo, i funzionari possono farselo rimborsare (se davvero necessario) e le auto blu davvero necessarie per l’istituzione sarebbero grossomodo quelle che si contano sulle dita di una mano (e invece ce ne sono 21). E quanto al parcheggio, potrebbero provare a cercarselo da soli.

Ma naturalmente non ci sono solo le auto. Più spulci il bilancio più trovi voci incredibili. Come quella che stanzia la bellezza di 99.300 (novatanovemilatrecento! All’anno!) per la «manutenzione di verde, terrazzi e giardini». Terriccio d’oro, si presume.

Ma oltre a parcheggiare bene e a godersi le terrazze fiorite alla Camera si mangia anche (tanto paghiamo noi..). E con gusto, vista la spesa di 8 milioni e 362mila euro e spiccioli. Di questi 1 milione e 550 vanno all’elegante ristorante per i deputati, altrettanto per il self service, 942.755 per «noleggio e manutenzione di apparecchi per la ristorazione» (comprarli no, eh?), 635mila euro per acquisto di «generi alimentari per la ristorazione», 757mila per i «servizi di supporto alla ristorazione». Poi ci sono 1 milione e 220mila euro per la ristorazione nel Palazzo Marini e 1,100 per Palazzo del Seminario e spiccioli vari (tra i quali 70 mila euro «per macchine da caffè e materiali di consumo»). Si dirà, chi più spende meno spende. Ma vatti a fidare.

E se la mozzarella fosse guasta, se la cotoletta fosse cotta in troppo olio? A quei prezzi, chi garantisce che le cose siano fatte come si deve? Occorre controllare. E così essendo la Camera dei Deputati si è scelto il meglio, vivaddio: l’Istituto Superiore di Sanità, che alla modica cifra di 126mila euro (è un ente pubblico, eppure si fa pagare...) fornisce il «monitoraggio della qualità dei servizi». E così si digerisce alla grande. E se non fosse, non c’è problema. Grazie ad un conticino di 960mila euro l’Asl Roma A offre personale medico e infermieristico. E con 435mila euro il Policlinico Gemelli mette pergiunta a disposizione «assistenza medica d’urgenza». Si dirà, ma come raggiungere l’ottimo ospedale, che non è dietro l’angolo di piazza del Parlamento? Ma in ambulanza, che diamine. Non quella del 118, che si sa mai quando (e se) arriva ma quella opportunamente a disposizione della Camera, per soli 31mila euro («da gara» si precisa). Questa è vita. Blu.


di Alessandro Farruggia





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