domenica 24 luglio 2011

La casta dei protetti

Il Tempo

Retroscena: Il costo delle scorte è pari a quello di un commissariato. Assorbe mille uomini dalla Questura. Mobilitazione dei sindacati.


Le auto blu tra i privilegi dei politici italiani: oggi sulle nostre strade se ne contano 629.120 Le scorte ai vip sono diventate la numerologia dello scandalo, quasi la versione aritmetica della cattiva gestione delle forze dell'ordine che placa la vanità del potere. Solo a Roma mille poliziotti sono destinati ai servizi di protezione e sottratti al controllo del territorio che langue. Il consigliere comunale di Amore per Roma, Gilberto Casciani, parla di un totale di 3500 persone impegnate con una spesa di 220 milioni di euro. Il sindacato Silp/Cgil lamenta «quattrocento auto che ogni giorno girano a Roma per far da scorta alla cosiddetta "casta" e solo 50 volanti controllano città e provincia». L'estremo disagio, la ciliegina amara, lo tocca la voce forte tra i sindacati di polizia, la Consap, per bocca del segretario generale Giorgio Innocenzi: il ministero dell'Interno ha comandato in Questura «trenta operatori su circa 150 andati via dalla Questura capitolina dal primo gennaio a oggi».

La morale si può riassumere: si fa molto per garantire la sicurezza di corte e palazzi e si spende quasi niente e si risparmia sempre di più per quella dei cittadini. Un divario che ha tolto terreno sotto i piedi al sindaco di Roma Gianni Alemanno, spingendo alle corde anche il mite prefetto della capitale Giuseppe Pecoraro. La loro parola d'ordine è «cambiare»: la gestione di uomini e mezzi, il criterio di assegnazione delle scorte.
 «L'Italia è un caso unico - spiega il segretario Consap Giorgio Innocenzi - Negli altri paesi europei i numeri delle scorte sono decisamente inferiori. Sono la metà in Spagna e Gran Bretagna, lo stesso in Francia, addirittura arrivano a tre quarti in meno in Germania. Il problema è che da noi le scorte rappresentano non solo una esigenza di sicurezza da parte dell'interessato, ma coincidono pure con lo stato sociale. Chi ce l'ha è importante. Chiaramente non tutti sono uguali.

Ma non basta aver ricevuto un biglietto di minacce per essere definiti personalità nel mirino di malintenzionati. I servizi vanno decisi con scrupolo e severità. La richiesta arriva al direttore dell'Ucis, il prefetto Alberto Pazzanese. Vengono raccolte informazioni, valutate e scritte nella scheda che poi finisce al prefetto Pecoraro per la decisione finale». Sono sotto scorta parlamentari indagati, ex ministri di Giustizia, personaggi dello spettacolo. E non si parla di un uomo solo che deve fare da ombra pronta a diventare carne, ossa e piombo in caso di pericolo.
«Ci sono personaggi - continua Innocenzi - che arrivano fino a dodici persone di scorta. Sono operatori che il ministero ha formato per anni, sono degli specialisti, anche tiratori scelti. Le cifre - ragiona - si calcolano in fretta, anche se approsimative. Lo stipendio di un poliziotto è di duemila euro, 500 di straordinario, più servizi e missioni e si arriva a 3.500 euro netti. Un'auto blindata può costare anche 90 mila euro. La manutenzione è particolare, la fanno solo certe ditte. Si moltiplica per il numero delle scorte e altro se si pagherebbe un Commissariato di polizia».

Il segretario romano del Silp Cgil, Gianni Ciotti, è andato oltre: «Per assicurare la sicurezza di un intero municipio di Roma di circa 240 mila abitanti (come il Casilino) si spende meno: circa 350 mila euro per impiegare 110 uomini, pagare gli straordinari e affittare lo stabile. Questa è un'indecenza». Il questore di Roma Francesco Tagliente ce la sta mettendo tutta per mantenere il carro sulla retta via. Ma le polemiche lo strattonano: chi vuole risparmiare tira da un lato, chi chiede fondi dall'altro. E pare che Tagliente al Viminale abbia già arricciato il naso. «Noi apprezziamo i suoi sforzi - conclude Innocenzi - ma il personale è stanco, la situazione è diventata davvero insostenibile».


Fabio Di Chio




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Ritrovato aereo della Raf rimasto sepolto 66 anni

Il resto del carlino

La straordinaria scoperta a Saletta


Recupero aereo (Businesspress)

Ferrara, 24 luglio 2011

SONO OCCORSI sessantasei anni, e la tenacia di un appassionato di ‘archeologia dell’aria’, per svelare il mistero dell’ultima missione del pilota David Kennedy Raikes e di altri tre suoi colleghi che viaggiavano a bordo dell’aereo dell’aviazione britannica ritrovato, dopo una ricerca durata cinque anni, nelle campagne di via Po, al confine con l’abitato di Saletta, nel copparese.

La 'caccia' era iniziata con la testimonianza di Giordano Merchiori, 82 anni agricoltore, che subito dopo la guerra aveva recuperato il motore di quell’aereo e l’aveva portato via con il trattore.
Le tracce, unite al racconto dell’anziano, sembravano quelle di un piccolo Spitfire. Ma sabato, quando una cinquantina di archeologi si sono messi all’opera, è emersa la scoperta strabiliante. Si trattava infatti del bombardiere Boston-Avoc della Raf (nome di combattimento ‘Burma’), abbattuto dalla contraerea. Ritrovati anche un anello, una lametta da barba, un orologio e frammenti di ossa che sono state consegnate alla medicina legale di Ferrara per essere analizzate.


Redazione





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Spazzini tra assenteismi e truffe Scattano denunce e licenziamenti

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo

NAPOLI - Due licenziamenti nell’ultimo mese, cinque nell’ultimo anno. «Il nostro sforzo - spiega il presidente, Raphael Rossi - è quello di fare dell’Asìa un’impresa normale».
L’obiettivo: risanare l’azienda, dopola scoperta del caso degli oltre 100 spazzini "inabili". Un’operazione necessaria visto che la situazione attuale è stata stigmatizzata anche dal Gip Isabela Iaselli nell’ordinanza di arresto dei manager di Enerambiente Corrado Cigliano e Giovanni Faggiano.

D’altra parte i due allontanamenti sono stati, come sottolinea lo stesso Rossi, atti dovuti. Un dipendente aveva totalizzato la bellezza di ottanta giorni di sospensione dal lavoro perché non aveva bollato l’orario di uscita con l’impronta biometrica della mano come previsto dal regolamento aziendale. Probabilmente non era stato, dunque, rispettato l’orario di lavoro. Anche più grave il secondo caso: il lavoratore è stato anche denunciato perché avrebbe organizzato truffe assicurative sostenendo di aver urtato con un camion dell’Asia un’auto privata. Il mezzo in questione apparteneva a un altro dipendente che risultava a quell’ora in servizio. Non solo: negli ultimi mesi il conducente dell’auto aveva denunciato altri otto. E quello dei brogli nel settore assicurativo è un problema anche per Lavajet che ha difficoltà a rinnovare le assicurazioni visto che finora i dipendenti hanno denunciato incidenti per un totale di 200 mila euro di rimborsi.

I mali dell’Asìa, d’altra parte, non nascono tutti da casi di malversazione. Su 2437 dipendenti, infatti, ben 150 hanno, come attesta la documentazione medica, gravi limitazioni allo svolgimento di mansioni e 350 sono ultrasessantenni. 160 sono gli amministrativi di cui 83 restano negli uffici centrali e gli altri sono sparsi nei diversi cantieri altri cantieri. Un solo lavoratore ha meno 30 anni. In strada, quindi, attualmente possono andare solo 1800 dipendenti: troppo pochi se si vuole andare verso la gestione in house del servizio (eliminando progressivamente l’apporto delle ditte private che attualmente servono circa 350 mila abitanti) e centrare il rilancio della differenziata.

Per questo il vicesindaco Tommaso Sodano punta a svecchiare l’azienda. Ma per farlo ha bisogno della collaborazione del governo e delle organizzazioni sindacali. «Una parte di questi dipendenti per età o per malattia è oggettivamente in difficoltà. Perciò, in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori, stiamo cercando soluzioni che permettano il pensionamento anticipato». Già 150 persone possano andare via con gli strumenti attuali e sono state avviate le pratiche all’Inps.

Ma non basta: per svecchiare l’Asia sono necessari interventi più incisivi: «Bisogna permettere a tutti gli altri di godere della pensione - dice Sodano - e trovare nuove risorse. Sono necessari gli esodi incentivati per i quali chiederemo fondi al governo». Per le nuove, eventuali assunzioni non sono previste corsie preferenziali, ma solo bandi pubblici.

Prepensionamenti e gestione in house dei servizi potrebbero servire a rimettere in sesto l’Azienda. La partecipata del Comune di Napoli è nata nel 2000 grazie a due precedenti delibere comunali del 1997 e del 1999. E subito cominciarono i problemi. 

A metà degli anni Novanta, infatti, tra Napoli e Provincia c’erano 16 mila dei 30 mila lavoratori socialmente utili della Campania(120 mila in Italia) l’azienda fu usata, dunque come ammortizzatore sociale: gli assessori Fernando Balzamo (Nettezza Urbana) e Pasquale Losa (personale) stabilirono che gli assunti dovessero essere operai comunali, Lsu e dipendenti delle ditte che gestivano precedentemente il servizio. In un primo momento si parlò di 1600 persone, alla fine si stabilì un tetto di 2940 tra operai e amministrativi.

Non solo: ai comunali si diede la possibilità di scegliere se restare al municipio o passare all’Asia. Quasi tutti restarono nei ranghi dell’amministrazione. Le assunzioni avvennero in gran numero tra gli Lsu tanto che il collegio dei revisori della corte dei conti segnalò: «Preoccupa particolarmente l’opzione prevista in favore del personale da trasferire dal Comune all’Asia di permanenza nei ruoli del Comune.

L’esercizio di questa opzione e nella misura di quanti potrebbero esercitarla rappresenta un costo, non previsto, ma di fatto prevedibile, di cui bisogna tener conto nel presente bilancio. L’entità dello squilibrio potrebbe ammontare a diverse decine di miliardi». L’osservazione cadde nel vuoto. Ma non era finita: nel 2009 Asìa fu costretta per legge ad assorbire altri 326 lavoratori del bacino Na5.

Domenica 24 Luglio 2011 - 17:40    Ultimo aggiornamento: 18:38




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Mentre era in fuga ha speso 250mila euro in "sfizi": oro, guioielli, orologi, regali costosi

Il Mattino

di eandro Del Gaudio

NAPOLI - Un po’ piange, un po’ si costerna, un po’ lancia messaggi, suggestioni su presunti complici non ancora venuti fuori, su personaggi che avrebbero tramato alle sue spalle.
Storia di un crac raccontato dal suo presunto responsabile. Cinque ore dinanzi ai pm, risposte graffiate dal pianto e dalla commozione, fino allo stop di un interrogatorio destinato ad essere aggiornato nelle prossime ore. Venerdì pomeriggio, quinto piano della procura di Napoli, Cacciapuoti faccia a faccia con i pm, che gli mostrano fin da subito di non accettare tesi campate in aria, anche alla luce di una istruttoria condotta senza sosta in questi mesi.


Ci sono accertamenti bancari, interrogatori e testimonianze messi agli atti. Tanto che dopo un momento di sbandamento, Cacciapuoti è costretto a fare delle ammissioni e a confermare alcuni punti accertati finora dagli inquirenti. Si parla di gioielli, di acquisti spensierati, di regali costosi fatti da Cacciapuoti proprio mentre a Napoli oltre ottocentoquaranta persone avevano finanziato con i propri risparmi il comitato promotore della Banca popolare del Meridione.

Un buco nero, diciotto milioni di euro transitati su conti correnti finiti sotto sequestro, circa otto milioni inghiottiti nel nulla. Anzi, non proprio nel nulla a giudicare dalle ammissioni rese due giorni fa dallo stesso Cacciapuoti. Che ammette candidamente gli sfizi dell’acquisto di bracciali, orologi, gioielli. Sfizi per 250mila euro tra il 2009 e il 2010. Sfizi costosi, resi possibili grazie alla parte dei soldi messi da sottoscrittori di una banca mai nata. E non è tutto: c’è spazio anche per le auto costose, altro grande vezzo del promotore arrestato lunedì scorso dalla polizia di Santo Domingo.

Inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli, dal pm Francesco Raffaele, ricostruite anche le spese per una Ferrari, una Rolls Royce, una Audi Q7, spesso comprate e vendute nel vorticoso giro di denaro che ruotava attorno al comitato di via Santa Brigida.

Un progetto di ampio respiro, grande battage pubblicitario, rapporti poco chiari anche con gente dello spettacolo. È il caso del finanziamento reso da Cacciapuoti (ovviamente con i soldi depositati dai sottoscrittori) a un torneo di calcetto organizzato in Sardegna da Lele Mora, il manager di aspiranti vallette sentito in questa inchiesta come testimone.
Ammissioni, poi pause e riflessioni.

Fuma in poche ore decine di sigarette, prima di affrontare un’altra questione, quella delle presunte complicità di Cacciapuoti. Punto centrale di un’inchiesta che ha già investito - a vario titolo - almeno altre otto persone. Accertamenti in corso, vicenda che ora aspetta il resto del racconto dell’aspirante promoter, passato in pochi giorni dalla gestione del ristorante con sei tavoli nell’isola di Santo Domingo a una cella del padiglione Firenze. Pochi giorni ancora per fare mente locale e per capire cosa rispondere alla prima - inevitabile - domanda della procura: chi ti ha aiutato a spendere i soldi della banca mai nata?

Domenica 24 Luglio 2011 - 19:37    Ultimo aggiornamento: 19:39




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FaceGlat, il social «kosher » per gli ebrei ultraortodossi

Corriere della sera


Iscrizioni separate per uomini e donne e nessun contatto tra i sessi. Ma la liberale Tel Aviv insorge: diritti violati




Su FaceGlat reti separate per donne e uomini
Su FaceGlat reti separate per donne e uomini
MILANO Uomini da una parte. Donne dall’altra. In mezzo, il vuoto. Anzi: un muro (virtuale). Benvenuti su FaceGlat, il primo social network israeliano «kosher» dove vige la segregazione sessuale. Questo clone di Facebook si rivolge solo a un particolare tipo di pubblico: gli ebrei ultraortodossi.

«NON SIAMO COME FACEBOOK» - A creare lo spazio virtuale è stato un 25enne religioso, Yaakov Swisa. Il ragazzo vive a Kfar Chabad, una cittadina a sud-est di Tel Aviv, e ha progettato FaceGlat in modo da tenere separate le amicizie maschili e femminili, senza pubblicità e vietando qualsiasi immagine «immodesta» secondo la religione ebraica. Il sistema prevede un filtro iniziale che non consente a un uomo di iscriversi nella sezione femminile e viceversa. Non solo. Ogni volta che si provano a inserire commenti e status non in linea con la religione, il social network li blocca all’istante. «Non siamo come Facebook: il nostro obiettivo non è fare soldi», dice il fondatore Swisa. «Quello che vogliamo è rispondere alle esigenze di una massa di ebrei ultraortodossi che chiedono un loro spazio virtuale sul web». Certo, «se dopo tutto questo, ci fosse pure un guadagno saremmo ancora più contenti», ammette il ragazzo.

TEL AVIV NON CI STA - A Tel Aviv, città storicamente moderna e secolarizzata, non l’hanno presa molto bene. Oltre a denunciare la palese violazione dei diritti umani, sottolineano come nemmeno moglie e marito possano mettersi in contatto via FaceGlat. «È vero – ammette Swisa – due coniugi non possono interagire tra di loro. Ci abbiamo pensato a lungo se introdurre delle finestre speciali ai membri di una stessa famiglia, ma poi abbiamo detto di no: più di qualche iscritto, pur di mettersi in contatto con l’altro sesso, avrebbe potuto creare un profilo con elementi fasulli». E poi, aggiunte il ragazzo, «forse è meglio se moglie e marito si mettono in contatto dal vivo, sulla poltrona di casa loro».
RELIGIONE E TECNOLOGIA - Religione e tecnologia non sono quasi mai andate d’accordo in Israele. I leader ultraortodossi continuano a vietare qualsiasi contatto con pc e smartphone. Qualche apertura, negli ultimi tempi, in realtà c’è stata. Come quella di far usare computer non collegati al web o cellulari utili solo a fare chiamate e a inviare sms. Ma l’alternativa religiosa non ha soddisfatto gli ebrei ultraortodossi adolescenti. A un certo punto qualcuno si era pure inventato la tariffa «kosher»: prezzi normali per le chiamate dalla domenica al venerdì pomeriggio, tariffe stratosferiche al calar del sole, cioè all’inizio dello Shabat, il giorno del riposo.


Leonard Berberi
24 luglio 2011 20:10



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Spider Truman non è un caso isolato: alla Camera come al Senato, lo sfruttamento infame dei collaboratori parlamentari

I segreti della casta


vi prego di far circolare.
Spider Truman


Mio marito, Leonida Maria Tucci, ha cominciato a lavorare presso il gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale, al Senato della Repubblica, nel lontano 1994.
Era un ragazzo, all’epoca, pieno di aspettative e con un’immensa fiducia nel futuro. Sin dall’inizio, il compito affidatogli era quello di addetto stampa all’interno dell’ufficio stampa. Ovviamente all’inizio non sapeva neanche cosa fossero le agenzie di stampa. Ma, ben presto, cominciò ad impratichirsi tanto che in breve tempo molti senatori si rivolgevano a lui (nonostante non avesse nemmeno una sua scrivania), piuttosto che ad altri, perché contenti e soddisfatti del lavoro che svolgeva.

Ovviamente tutto ciò, a lungo andare, aveva scatenato le invidie di alcuni colleghi, che cominciarono a diffamarlo, mandando in giro maldicenze sul suo conto, lo emarginavano, tentavano di metterlo in cattiva luce agli occhi dei senatori e del presidente del gruppo di allora. Ma lui andava avanti perché avvertiva la stima da parte di molti parlamentari che, avendolo conosciuto, lo apprezzavano e gli volevano bene. Leonida lavorava dal lunedì alla domenica 12 ore al giorno. Non si fermava mai.

Mi diceva sempre: "Lasciami seminare, lasciami seminare… un giorno raccoglierò i frutti del mio lavoro". Il suo era un investimento per il futuro. Aveva un progetto valoriale da seguire. La sua abnegazione per il lavoro faceva spavento. Io mi arrabbiavo con lui perché mi trascurava per colpa del lavoro. Mi definivo la "vedova bianca". Non c’erano sabati né domeniche. Non c’è stato neanche il viaggio di nozze. Addirittura quando nacque la nostra prima figlia, dopo un’ora dovette scappare per correre a scrivere un comunicato.

Il giorno prima del nostro matrimonio, lui stette al lavoro fino alle 22. Era sempre a disposizione. Anche quando era malato con la febbre a 39. E tutto questo cosa ha portato? Lavorava tanto nella speranza che un giorno venisse premiato. Invece quel giorno non è mai arrivato. Come è stato ripagato???
Leonida è stato spremuto come un limone per 14 lunghi anni, è stato usato fino alla consunzione e poi gettato via e calpestato come una pezza da piedi, stuprato nella sua dignità e nei suoi diritti umani e civili!!!

Gli uomini di AN, grazie al lavoro di Leonida, hanno intessuto relazioni, hanno acquisito considerazione e prestigio, hanno ottenuto incarichi, hanno fatto carriera politica, hanno guadagnato più soldi, hanno preso più voti. Quegli stessi uomini, insieme ai loro complici del Pdl, hanno ringraziato Leonida facendolo ammalare gravemente e buttandolo in mezzo ad una strada...

Ladri di idee, di valori, di ideali. Ladri di vita.

Leonida è stato sfruttato come giornalista, ma veniva sottopagato con contratti Co.co.co.. Contratti che gli furono rinnovati per ben 16 volte consecutive... !!!
In 14 anni, più e più volte gli era stato promesso di essere assunto come giornalista, come d’altronde era successo ad altri suoi colleghi. Andava avanti nella speranza che le promesse fattegli fossero mantenute. E intanto gli anni passavano e la famiglia si formava e cresceva: si sposava, nasceva la prima figlia e dopo qualche anno il secondo. Ma tutto rimaneva immutato.

Fu assunto soltanto il 1 aprile del 2006, ma non come giornalista bensì come impiegato di IV livello (sic!) e sbattuto in segreteria a imbustare lettere e rispondere al telefono... !!! E nonostante tutto, pure questo lavoro lo faceva bene... Durante i trent’anni di esistenza del gruppo MSI-AN, nessun dipendente aveva avuto la visita del medico fiscale. Chi è stato il primo?

Ovviamente Leonida. Perché il tentativo principale era quello di farlo recedere dal suo posto di lavoro, sfiancandolo, vessandolo, perseguitandolo. Già nel 1998 si tentò di farlo fuori: colui che poi, nel 2006, sarebbe diventato il capo del personale, ed altri, andarono dall’allora presidente del gruppo a gettare fango su Leonida.

Tanto che lo stesso capogruppo, senza neanche sentire ragioni, provò a mandarlo via. Solo grazie all’intervento di alcuni senatori, che avevano imparato ad apprezzare Leonida e sapevano come lui lavorava, con quale impegno e con quale passione, si riuscì a sventare questa ingiustizia.

E solo davanti alle proteste di queste persone, il presidente del gruppo si vide costretto a tornare sui propri passi, ma lo spostò in un’altra sede (cioè in un "loculo" malsano presso il palazzo dell’ex Hotel Bologna, sempre di proprietà del Senato della Repubblica), anche se con le medesime mansioni: addetto stampa all’interno dell’ufficio stampa del gruppo.

Il 19 aprile del 2007, dentro la mia famiglia è stata sganciata una bomba che ha lasciato segni indelebili. Mi riferisco all’indegna, ignobile sospensione di 10 giorni dal servizio e dallo stipendio inflitta a Leonida, con l’accusa infamante di andare in giro a maltrattare e picchiare le colleghe. Questo colpo è stato letale.

Questa sanzione disciplinare fu un vero e proprio atto di mobbing teso ad eliminare Leonida, una volta per tutte, dal posto di lavoro. Ovviamente tale sanzione disciplinare è stata impugnata e il 20 ottobre 2008 è stata emessa la sentenza che l’ha annullata, dichiarandola illegittima e ingiusta.

Le conseguenze furono e sono ancora oggi devastanti. Leonida ha avuto un tracollo psicofisico, è caduto in una profonda depressione, anche per aver preso coscienza che il suo lavoro, il suo seminare, la sua costanza, la sua passione, la sua dedizione, il suo sacrificio non lo avevano portato dove aveva sperato.

Leonida si è visto svanire tutto ciò per cui aveva lottato nel corso della sua vita: la dignità, la possibilità di poter provvedere egli stesso alla sua famiglia, ai suoi figli; la soddisfazione di vedersi e sentirsi integrato nella società come persona che è capace di dare un contributo. Ma tutto questo gli è stato tolto, e continuano perpetrando la tortura. Anche contando sulla complicità e sui tempi biblici, anti-umani della (mala)giustizia italiana.

D’altronde, quale era il disegno luciferino dei carnefici di Leonida? Quello di isolarlo, di emarginarlo, di calunniarlo, di umiliarlo, di renderlo ridicolo agli occhi degli altri, di indurlo ad una inattività forzata. Per farlo fuori, per distruggerlo psicologicamente. Miravano ad annientarlo dal "di dentro". E tutto questo, davanti agli occhi di colleghi spesso conniventi o vigliacchi. Il mobbing è un assassinio che non lascia né cadaveri né armi.

Quando si uccide qualcuno, il morto diventa la prova di un reato sul quale gli organi competenti dovranno indagare per scoprirne i responsabili. Quando una persona è mobbizzata, è torturata psicologicamente, la si uccide, la si ammazza, la si trucida senza sporcarsi le mani di sangue.

Leonida è in cura, a tutt’oggi, presso un Dipartimento di Salute Mentale ed è seguito sia da uno psichiatra che da una psicoterapeuta. Hanno dovuto imbottirlo di psicofarmaci.

Non paghi di tutto questo, il capo del personale lo ha pure querelato per diffamazione. Non dimenticherò mai quel giorno che suonarono i Carabinieri a casa per consegnare a Leonida la notifica. Mia figlia si spaventò e cominciò a piangere per paura che fossero venuti a portare via il padre. Una volta mia figlia mi chiese se il padre ci sarebbe stato il giorno della sua Prima Comunione. Io le chiesi perché mi faceva questa domanda. E lei mi rispose: "Ho paura che i "cattivi del lavoro" lo facciano morire"…

Il giorno in cui ci fu l’udienza a piazzale Clodio, il senatore che lo aveva querelato, e che si era opposto alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pm (e poi accolta dal Gip), neanche si presentò. Non si era mai visto un querelato che si presenta in tribunale e sta in prima fila –pur stando a pezzi dentro- e un querelante che non si presenta e se la dà a gambe… !!! Al suo posto venne l’avvocato, anch’egli senatore, che conosceva molto bene Leonida, vista la quantità di comunicati che mio marito gli aveva scritto in 14 anni. Quella mattina non ebbe neanche il coraggio di guardarlo in faccia.

Capii sin dall’inizio che io sarei dovuta essere la "roccia" su cui Leonida si appoggiava, perché sapevo che questa volta non ce l’avrebbe fatta. Sapevo che mi sarei dovuta armare di forza e di pazienza. Che avrei dovuto sorridere, quando lui piangeva. Sostenerlo, quando lui si lasciava andare. Placarlo, quando l’ansia lo pervadeva. Sapevo cioè che avrei dovuto portare avanti io la sua/nostra battaglia. Dovevo farlo anche per i nostri bambini (6 e 9 anni). Per trasmettere loro un insegnamento di vita: non chinare la testa di fronte alla violenza del sopruso e della sopraffazione; non cedere, non arrendersi alla protervia, all'arroganza, alla prepotenza, alla menzogna; combattere affinché la verità e la giustizia vengano ripristinate.

Ed è per questo motivo che ho fondato su Facebook quattro gruppi ("IL MOBBICIDIO DI LEONIDA AL SENATO GRIDA VENDETTA AL COSPETTO DI DIO!!!", "MIO FRATELLO LEONIDA", "MA COME FANNO A DORMIRE I CARNEFICI DI LEONIDA?" e "CHIEDIAMO LE DIMISSIONI DEL SENATORE ORESTE TOFANI") e una pagina fans ("Leonida Maria Tucci (il coraggio di denunciare)"), che, in totale, hanno superato i 20.000 iscritti!!! Ogni giorno riceviamo toccanti manifestazioni di solidarietà e di affetto da parte di tante persone che ci incoraggiano ad andare avanti, a non mollare. Ma i soldi non ci sono e non sappiamo più come campare.

Tutto ciò, come si può ben immaginare, è ricaduto sulla famiglia e soprattutto sui bambini (doppio mobbing) che vedevano e vedono il padre stare male, addirittura piangere.
Lo stato di prostrazione di Leonida è talmente profondo che, spesso, non riesce neanche ad alzarsi dal letto. Sta tutto il giorno lì, sotto le coperte, con le persiane abbassate. Non ride mai. E’ diventato come un vegetale, un "cadavere vivente". E’ stato ucciso nell’anima.

La cosa, poi, è andata addirittura peggiorando quando è stato licenziato per ben due volte nel giro di circa 6 mesi, senza neanche regolare lettera di licenziamento: la sua unica colpa era quella di aver vinto la causa e di non aver ceduto allo scandaloso ricatto in base al quale avrebbe dovuto rinunciare ai 14 anni di pregresso (cioè ai suoi diritti), in cambio di un posto di lavoro che già aveva… Quindi alla depressione, dovuta alle infamie subite, si è aggiunta la preoccupazione economica, giacché questo doppio licenziamento illegale, illegittimo, ingiusto, discriminatorio e ritorsivo ha gettato sul lastrico la mia famiglia, che non ce la fa più ad andare avanti.

Ci hanno affamati, addirittura impedendoci inizialmente di poter fruire del sussidio di disoccupazione. Siamo dovuti andare al Monte della Pietà ad impegnarci la fedina di fidanzamento, le crocette che avevano regalato ai bimbi per il battesimo. E le abbiamo perse. Perché non abbiamo avuto i soldi per riscattarle. Spesso non so come mettere insieme il pranzo con la cena.
E tutto questo per cosa? Perché Leonida era un dipendente "scomodo", un dipendente che lavorava, bene e tanto, mettendo così in luce –giocoforza- la mediocrità e il fancazzismo di altri; un dipendente che non ha mai leccato il culo a nessuno; un dipendente che ha sempre rivendicato il rispetto dei suoi diritti e della sua dignità umana e professionale. Una colpa gravissima, evidentemente, agli occhi dei (pre)potenti del Palazzo.

Tutto ciò è successo in un gruppo parlamentare, al Senato della Repubblica, tempio in cui si fanno le leggi, si inneggia alla legalità, alla solidarietà e alla meritocrazia... La cosa poi intollerabile è che Leonida ha lavorato per gente appartenente ad un partito che si diceva, e si dice tuttora, vicino alle famiglie, che difende la famiglia, che addirittura partecipa al "Family day" o organizza Conferenze nazionali sulla famiglia e convegni con titoli come "La persona prima di tutto". Ma la famiglia di Leonida e la persona Leonida sono state disintegrate.

A loro non importa niente se a casa c’è una famiglia che sta morendo di fame. Loro usano le loro poltrone non per fare il bene comune, ma per annientare, massacrare, distruggere un lavoratore con la sua famiglia. Gente colpita dal delirio di onnipotenza che pensa di essere al di sopra della legge e di ogni forma di etica e di rispetto umano, convinta com'è di poter fare quello che le pare solo perché seduta su quegli scranni. E poi questi personaggi vanno in televisione a farsi belli e a riempirsi la bocca di parole suadenti sulla famiglia e sui "valori".

E tutto questo solo per estorcere dei voti!!!
E vogliamo parlare, infine, di quelle tre arpie che hanno infamato, calunniato Leonida e che, nonostante abbiano perso la causa, non sono state in alcun modo punite? Anzi, hanno avuto tutte e tre scatti di livello, sono state premiate, hanno fatto carriera, guadagnano più soldi. Se ne vanno in giro contente e felici per il Senato, fregandosene del fatto che, anche per colpa delle loro menzogne, un padre di famiglia muore ogni giorno di più.

Che le loro bugie sono ricadute sui nostri figli, costretti a vivere quotidianamente un’atmosfera di mestizia, di tensione, di inquietudine, di preoccupazione, di dolore, di rabbia, di rovello, di parole ripetute ossessivamente. E Leonida? Lui, nonostante abbia vinto una causa civile e una penale, sta a casa, disoccupato e malato e distrutto psicologicamente. Ed è questo che mi spinge a combattere: fino a quando non ci sarà giustizia non mi darò pace. Combatterò al suo fianco per fare in modo che la verità venga ristabilita e che sia restituita a Leonida la dignità che gli hanno strappato.

Chi è costretto a combattere questa battaglia ardua, improba e proibitiva si ritrova da solo, abbandonato a se stesso, senza amici e, spesso, anche senza famiglia.

VERITA’, GIUSTIZIA E DIGNITA’ PER L’UOMO LEONIDA E PER IL LAVORATORE LEONIDA!!!

Giulia Ruggeri
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Regione Veneto, impiegati 103 assenteisti 101

Il Giorno





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Australia: carrello elevatore distrugge 462 casse di vino pregiato

Corriere della sera

In frantumi 5.544 bottiglie, un danno di un milione di dollari australiani (756 mila euro)




MILANO - «Sembrava la scena di un crimine», ha raccontato Sparky Marquis, viticoltore australiano, dinnanzi alle oltre 5.500 bottiglie vino rosso andate completamente distrutte. «Era rosso dappertutto, ma il profumo era fenomenale», ha poi sdrammatizzato il produttore di vini che ha perso un terzo della produzione annuale del suo migliore e costosissimo Shiraz.
L’INCIDENTE - Cos'è accaduto? Per colpa di un carrello elevatore poco stabile nel porto di Adelaide, in Australia, sono andate distrutte giovedì in colpo solo 462 casse di pregiatissimo vino australiano. Un totale di 5.544 bottiglie di Velvet Glove Shiraz del 2010 della cantina Mollydooker si sono frantumate al suolo cadendo accidentalmente da un carrello elevatore a 6 metri d'altezza. Il container con il carico da 12 tonnellate stava per essere imbarcato su una nave diretta negli Stati Uniti, dove per settembre era atteso il lancio del vino. Nell’incidente, riferisce Adelaide Now, si sarebbe salvata una sola cassa. «Sotto choc» e «completamente stordito» il viticoltore. Benché coperto da assicurazione il danno è stimato in oltre 1 milione di dollari australiani, l’equivalente di circa 756 mila euro. Una bottiglia di Velvet Glove Shiraz costa infatti 185 dollari australiani (140 euro). «Il triste episodio avrà un impatto sulla disponibilità del vino in tutta l'Australia», ha spiegato uno sconsolato Marquis, sottolineando che si tratta di una «perdita enorme».


Elmar Burchia
24 luglio 2011 14:53



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Israele, imbarazzo per Netanyahu Croniste senza reggiseni per l'intervista

Corriere della sera

Sara Hussein di France Press parla «di una delle esperienze più umilianti della mia vita»




Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

MILANO - I media lo hanno già ribattezzato il «bra-gate», l’«affare reggiseni», l’incidente che imbarazza non poco il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. A inizio settimana gli uomini della sicurezza di «Bibi» hanno preteso da tre giornaliste straniere che si togliessero il reggiseno prima di entrare nell’ufficio del premier. L’associazione della stampa estera parla di pretesa «inutile, umiliante e controproducente». Immediate sono arrivate le scuse. Ma non è il primo episodio.

LE SCUSE - In un comunicato diffuso nelle ultime ore l'Ufficio stampa del governo israeliano chiede ufficialmente scusa per l’«umiliazione» di cui hanno sofferto tre giornaliste della stampa estera. Prima di entrare nell’ufficio del premier a Gerusalemme, le reporter straniere sono state infatti costrette dagli addetti alla sicurezza a togliersi i reggiseni. È un «incidente vergognoso che ha danneggiato la reputazione di Israele», ha detto il capo dell'Ufficio stampa, Oren Helman. Che ha sottolineato: «Il governo farà di tutto perchè ciò non si ripeta più».

L’INCIDENTE - Prima di recarsi ad un appuntamento con la stampa nell’ufficio di Netanyahu, le donne si erano sottoposte ai controlli di sicurezza all’ingresso e dopo una perquisizione corporale era stato chiesto loro di spogliarsi e togliersi il reggipetto dietro un separè, in modo che l’indumento potesse essere passato ai raggi di uno scanner elettronico. Tuttavia, sotto gli occhi del personale di sicurezza. La denuncia arriva dalla Foreign Press Association (FPA). «È stata una delle esperienze più umilianti della mia vita», ha raccontato Sara Hussein, reporter dell’Agence France-Presse (AFP). Che sul suo profilo di Twitter aggiunge: «Nella mia carriera ho seguito gli incontri dei presidenti alla Casa Bianca, sono entrata diverse volte a Guantanamo e mai sono stata sottoposta a qualcosa di simile». Le altre due giornaliste non hanno voluto rivelare la loro identitá.

IL PRECEDENTE - L’Associazione della stampa estera israeliana a Tel Aviv ha denunciato l’episodio come «una vera e propria umiliazione». La Foreign Press Association critica inoltre «la persecuzione costante verso i giornalisti presenti agli eventi mediatici presso l'ufficio del premier». Purtroppo non è il primo incidente: di «bra-gate» si era già parlato a inizio anno. A gennaio la sicurezza di Benjamin Netanyahu aveva infatti negato a Najwan Simri Diab, una giornalista araba-israeliana incinta della rete televisiva Al Jazeera, di seguire un ricevimento con il primo ministro nella sede della Stampa estera a Gerusalemme perché si era rifiutata di togliersi il reggiseno.


Elmar Burchia
24 luglio 2011 15:38



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Due nuovissimi carrozzoni per sfamare la Casta

Libero





Era quello che ci voleva nel pieno delle polemiche sui costi della politica. All’unanimità destra e sinistra hanno regalato a luglio all’Italia due authority in più, come non fossero bastate le decine già inventate negli ultimi anni. Con solo 3,2 milioni di euro da dividere per qualche poltroncina di prima fila nasceranno il Garante per l’infanzia e la Commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani. Il primo è un organo monocratico,che costerà 1,5 milioni di euro all’anno (circa 200 mila euro lordi lo stipendio del Garante).

La seconda autorità costerà  1.735.150 euro. Anche qui il primo diritto umano da difendere sarà quello di ricevere lo  stipendio per i tre componenti: il presidente della commissione riceverà 237 mila euro, i due consiglieri si dovranno accontentare di 158 mila euro. Per missioni e consulenze avranno in dotazione 270 mila euro all’anno e per le spese delle riunioni del consiglio resteranno 75 mila euro. Le cifre le ha snocciolate nell’aula di palazzo Madama prima del voto finale sul disegno di legge il senatore Salvatore Valditara (Fli), facendo un appello ai colleghi per non buttare via i soldi in poltrone in un momento così.

È restato inascoltato. Lui non ha partecipato alla votazione, ma i suoi colleghi erano entusiasti. Alla fine la nuova autorità è passata con 238 voti favorevoli e nessun contrario. Un plebiscito. Assai simile a quello che ha accompagnato alla Camera il voto finale sul Garante per l’infanzia: 467 favorevoli e 0 contrari. Non accade spesso, ma quando c’è da spendere e creare nuove poltrone inutili, il Parlamento italiano ritrova quel clima bipartisan che servirebbe a migliori occasioni. Si capisce anche perché: ogni nuova autorità o commissione di garanzia creata dalla loro fantasia ben presto si trasforma in una pensione integrativa per deputati e senatori: buona parte degli ex non ricandidati o semplicemente bocciati alle elezioni, finisce ad occupare una di quelle poltrone, quasi sempre ben remunerate. Autorità, commissioni, uffici dei garanti così come i consigli di amministrazione delle società pubbliche pullulano di ex parlamentari a cui si è data così una serena vecchiaia.

 Naturalmente sia il Garante per l’infanzia che la commissione nazionale per la promozione e la protezione dei diritti umani sono necessarissimi e benedetti secondo destra e sinistra che ne hanno votato insieme l’istituzione proprio nelle stesse ore in cui Giulio Tremonti provava invano a sforbiciare un po’ di poltrone e stipendi pubblici. Per difendere con dignità questo dopolavoro parlamentare travestito, si citano pomposamente trattati internazionali.

Per il Garante dell’infanzia il riferimento è quello della Convenzione sui diritti del fanciullo sottoscritta a New York nel lontano 1989, negli stessi giorni della caduta del muro di Berlino. Per la commissione sui diritti umani nella discussione in Senato c’è chi ha citato la Dichiarazione universale per i diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese (26 agosto 1789), e comunque il riferimento normativo obbligato è quello della risoluzione Onu sui diritti umani del 20 dicembre 1993. Due atorità dunque necessarissime oggi, quando bisognerebbe ridurre quel che già c’è, e di cui si è fatto tranquillamente a meno per una ventina di anni e anche più.

I nuovi costi si sommano a 135,9 milioni inseriti nella tabella del ministero dell’Economia per finanziare le varie autorità di garanzia. Per fortuna alcune autorità ormai sono autosufficienti o quasi (quella energetica è interamente a carico dei propri vigilati e non prende un centesimo dallo Stato), ma il costo è rilevante. Serviva il nuovo poltronificio? Ai beneficiari naturalmente sì. All’infanzia e a chi vede violati i diritti umani probabilmente no.

Sia Garante che commissione sono infatti doppioni, e in qualche caso triploni di organismi pubblici già esistenti. Per l’infanzia si è arrivati a una sorta di federalismo e sussidiarietà al contrario. Ci sono già organismi di garanzia europei, e molte regioni si sono create ad hoc un Garante per l’infanzia a carico del bilancio pubblico. Quello nazionale che sarà in vigore dal prossimo 3 agosto non fa che doppiarne i compiti. In più esistono già numerose organizzazioni private che svolgono lo stesso compito e con cui lo Stato in qualche caso ha pure convenzioni (ad esempio Telefono Azzurro).

Nel pubblico c’è già una commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, un Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza presso la presidenza del Consiglio dei ministri, un Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile (alle Pari Opportunità), un comitato per i minori stranieri (a palazzo Chigi), un Centro nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, una commissione per le adozioni internazionali, un Osservatorio nazionale sulla famiglia e un Comitato per l’applicazione del codice media e minori. Non bastavano. Così come per la difesa dei diritti umani sono già sette gli organismi pubblici attivi e decine le Onlus che se ne occupano. Ma quando la casta vuole buttare via i soldi dei cittadini dalla finestra, non bada mai a spese.


di Franco Bechis

24/07/2011





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Calderoli: «Ministeri anche al Sud Ma quello del Lavoro non a Napoli perché non sanno di cosa si parla»

Il Mattino


BRESCIA - «Se anche gli altri ministri ci ascolteranno a Roma, ci saranno ministeri distribuiti su tutto il territorio, anche nel Mezzogiorno. Penso che anche il Mezzogiorno debba darsi una bella svegliata. Poi sono felice che qualcosa sia partito oggi».
Così il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, ieri sera a Brescia, alla festa cittadina della Lega Nord. Calderoli ha aggiunto: «Io credo che ci siano delle teste pensanti del nord, ma credo che ci siano anche delle belle teste pensanti del sud che vanno utilizzate per il bene del paese. E quando noi chiediamo i vari ministeri, francamente, noi chiediamo che ci sia una testa pensante che non sia Roma».

Ha quindi portato alcuni esempi: «Senza andare tanto lontano, credo che un ministero debba stare vicino al territorio, adatto per quelle competenze. Ha senso che il ministero dell'Agricoltura stia a Roma, nel centro di Roma? Io credo proprio di no, mettiamolo in un territorio agricolo. Ha senso che il ministero dello Sviluppo economico stia a Roma? Per me avrebbe più senso che stesse a Brescia, perché sarebbe come mettere il ministero del Lavoro a Napoli, dove non sanno di cosa si parla».


Domenica 24 Luglio 2011 - 09:46    Ultimo aggiornamento: 09:48




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Milano, gli negarono di rifare il bagno di casa Disabile dopo tredici anni ottiene il permesso

di Enrico Lagattolla

Assurda vicenda nel Milanese. Nel 1998 un disabile chiese l’autorizzazione per i lavori, ma il Comune si oppose. I giudici: alcuni vincoli tecnici non valgono per i portatori di handicap. Solo oggi il Tar gli dà ragione e impone un risarcimento.


Milano C’è da chiedersi come abbia fatto, nel frattempo. Perché nel Paese della burocrazia, perfino andare in bagno diventa un’Odissea. E allora chissà come avrà fatto, il signor Stefano C., che tredici anni fa (13!) ha chiesto ai tecnici di un comune nell’hinterland milanese l’autorizzazione a ristrutturare il bagno, così da farlo a misura di handicap.
Correva l’anno 1998, c’era ancora la lira, e Stefano presentava una domanda di «ristrutturazione dei servizi igienici per l’adeguamento alla normativa di rimozione delle barriere architettoniche» all’amministrazione. Picche, gli dicono dal Comune. Manca il piano attuativo. E a Stefano è toccato rivolgersi ai giudici. Gli hanno risposto due giorni fa. Il 22 luglio del 2011, si paga con l’euro, e un tribunale stabilisce finalmente che sì, Stefano ha diritto al suo bagno.
Surreale al limite dell’impossibile, ma tant’è. Sentenza numero 1977/2011 del Tar della Lombardia. Che accoglie un ricorso che sembrava ormai dimenticato. L’epopea, infatti inizia il 15 dicembre del 1998. Quando Stefano C. chiede all’amministrazione di lasciargli ristrutturare il bagno. Macché. In termini tecnici, arriva il «diniego». Secondo il Comune, infatti, nella zona in cui abita Stefano «sono ammissibili solo opere interne, non essendo possibile intervenire diversamente, anche se con riferimento alla dotazione dei servizi igienici, in mancanza di un piano attuativo».
Insomma, niente bagno fuori dalla casa, anche se è la soluzione migliore individuata da Stefano per venire incontro ai problemi di disabilità. Così, tocca rivolgersi ai giudici. E avere pazienza. Tanta pazienza.
Che poi, quel «piano attuativo» - qualunque cosa voglia dire, per uno che deve solo rifarsi il bagno - c’era già stato, tanto che pure il Tar riconosce come «sarebbe del tutto sproporzionato prevederne uno nuovo soltanto per la messa a norma e ristrutturazione dei servizi igienici». «La normativa - scrivono ancora i giudici - consente di derogare agli standard, limiti o vincoli previsti dagli strumenti urbanistici vigenti nel caso in cui si provveda alla rimozione o abbattimento delle barriere architettoniche». Tra l’altro, «assume un particolare rilievo nella vicenda» anche «il parere favorevole della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici di Milano».
Quindi, «in presenza di tale favorevole atto di assenso, incombeva sull’amministrazione comunale un più puntuale e approfondito onere motivazionale al fine di negare l’intervento richiesto». Insomma, sostengono i giudici, non solo c’è una legge che assegna una corsia preferenziale alle opere destinate ai portatori di handicap, ma c’era pure il nulla osta della Soprintendenza. Ora, bisognava tirarla tanto per le lunghe, e aspettare tredici anni per il via libera a un intervento che il buon senso avrebbe dato per scontato?
Sic est, anche questa è l’Italia. Tredici anni per sapere che un bagno per disabili è cosa buona e giusta se necessaria, e un risarcimento di mille e 500 euro per le spese di giustizia. Briciole, di fronte all’assurdità della vicenda. Probabilmente, il signor Stefano nemmeno ci pagherà i costi dei lavori. Ma ora avrà il suo bagno. E guardandolo, forse, penserà che è lì che deve andare a finire il Paese della carte bollate. Per poi tirare la catenella.




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L’ex della Magliana: "Sì, siamo stati noi a rapire la Orlandi"

La Stampa

Antonio Mancini, componente della Banda, rivela "Fu presa per ricattare il Vaticano"


GIACOMO GALEAZZI


Roma

Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un’ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior». A 28 anni dalla scomparsa a Roma della cittadina vaticana figlia di Ercole Orlandi (messo della Prefettura della Casa Pontificia), Antonio Mancini, uno dei componenti del primo nucleo della banda, soprannominato Nino l’Accattone («Ricotta» nella versione letteraria e cinematografica di «Romanzo Criminale») getta una nuova luce su un mistero italiano che, tra piste straniere, servizi segreti e collegamenti all’attentato a Wojtyla, è diventato un intrigo internazionale. Mancini, dopo molti anni di reclusione, ha deciso di collaborare con la giustizia e oggi lavora come autista di un bus per disabili.

Il giudice Rosario Priore sostiene che la Orlandi sia stata rapita dalla Banda della Magliana per un ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di 20 miliardi di lire consegnati allo Ior. È così?
«Ciò che afferma il giudice Priore a proposito del rapimento della Orlandi è l’assoluta verità, quello che mi lascia perplesso è la cifra di 20 miliardi. Conoscendo la massa di denaro che entrava all’interno della Banda e in modo particolare nel gruppo dei testaccini, ritengo che 20 miliardi sia una somma sottostimata».

Quale fine ha fatto la Orlandi?
«A lei sembra possibile che dopo 28 anni senza dare nessuna notizia di sé sia ancora viva?»

Il boss dei «testaccini» della Banda, Enrico De Pedis è sepolto nella basilica romana di Sant’Appollinare. Perché?
«Il motivo per cui De Pedis è sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare è che fu lui a far cessare gli attacchi da parte della banda (e non solo) nei confronti del Vaticano. Queste pressioni della Banda erano dovute al mancato rientro dei soldi prestati, attraverso il Banco Ambrosiano di Calvi, al Vaticano. Dopo il fatto della Orlandi, nonostante i soldi non fossero rientrati tutti, De Pedis, che stava costruendo per sé un futuro nell’alta borghesia, si impegnò, attraverso i prelati di riferimento, a far cessare le azioni violente. Tra le cose che chiese in cambio di questa mediazione, c’era anche la garanzia di poter essere seppellito lì a Sant’Apollinare».

Tra voi chi era quello che aveva maggiori contatti con gli ambienti politici ed ecclesiastici?
«Nella Banda ognuno rivestiva un proprio ruolo, noi del gruppo della Magliana vero e proprio ad esempio avevamo il compito di conquistare il terreno. Quelli che dovevano inserirsi nei gangli del potere erano i testaccini perché avevano i modi e la sfacciataggine di amalgamare la banda di sangue (Magliana) alla banda di perbenismo (imprenditori, politici, manipolatori di denaro, magistrati, vescovoni e tutto ciò che formava l’apparato Buona Società)».

Il pentito Maurizio Abbatino sostiene che voi della Magliana conoscevate il segretario di Stato, cardinale Casaroli. Le risulta?

«Io personalmente ho conosciuto Agostino Casaroli da ragazzino nel periodo del riformatorio in quanto il Segretario di Stato si prendeva cura della devianza minorile. So però che uomini della banda in seguito hanno avuto rapporti con lui, quindi mi sento di avvalorare le dichiarazioni di Abbatino».

De Pedis aveva effettivamente contatti e frequentazioni con ambienti influenti del Vaticano?
«De Pedis, Carboni e Nicoletti erano quelli che avevano contatti maggiori con alte gerarchie del Vaticano».

I costruttori che ruotavano attorno alla Banda avevano rapporti d’affari con lo Ior di Marcinkus e altre istituzioni finanziarie vaticane?
«Sì e in modo cospicuo. Oggi la Banda esiste ancora, ha solo cambiato modo di operare. All’inizio per farci strada, dovevamo lasciare i morti per strada. Adesso la Banda ha vinto e come la mafia ogni tanto ammazza qualcuno per far capire che c’è ancora. Basta vedere i recenti nomi di omicidi e vicende giudiziarie. Un anno fa Gennaro Mokbel, con il senatore Nicola Di Girolamo, è finito nello scandalo Fastweb. Mokbel era mio guardaspalle armato e ben pagato. Garantiva la mia incolumità con Antonio D’Inzillo, lo stesso che guidava la moto quando fu ucciso De Pedis».

Perché non ha parlato prima del caso Orlandi?
«Non faccio il giudice. Nessun magistrato mi ha mai chiesto niente sulla scomparsa malgrado il vigile Sambuco abbia visto vicino al Senato la ragazza con un uomo il cui identikit somiglia moltissimo a De Pedis. Alti funzionari di polizia hanno detto di essersi indirizzati subito sulla pista-Magliana ma di aver trovato bastoni tra le ruote».



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Bindi: non voglio vedere il Pd morire come la Dc

La Stampa

La presidente del partito su Tedesco: turbati da un ex socialista misogino


FRANCESCA SCHIANCHI


Le tensioni nella maggioranza, l’ipotesi di un governo di responsabilità, le alleanze future. Ma la presidente del Pd Rosy Bindi parla anche di questione morale, e su Tedesco commenta: «Ho visto morire la Dc perché c’erano i corrotti, non voglio vedere il mio nuovo partito turbato da un ex socialista».

Partiamo da qui: c’è una questione morale nel Pd?
«Penso che una questione morale sia nella politica e forse anche nel Paese. Come sfiducia nel Parlamento, distanza tra eletti ed elettori... Se però intendiamo corruzione dilagante, questo riguarda altri partiti. Per pesantezza delle accuse e numero di indagini, a partire dal premier, è nella maggioranza che pesa un conflitto di interessi deviante per un uso corretto della funzione politica. Nel Pd i singoli casi sono affrontati con rigore: chi non dimostra la propria estraneità viene invitato a un passo indietro, e normalmente lo fanno tutti».

Non il senatore Tedesco: si è scagliato contro di lei che lo ha chiesto, l’ha definita «da scomunica».

«Tedesco ormai non fa più parte del mio partito, ma non mi va neanche che il Pd paghi per il tempo che c’è stato. Tra l’altro ha dimostrato un altro aspetto odioso dell’uomo di potere, la misoginia, prendendosela solo con me e la Serracchiani... Sono contro la carcerazione preventiva, ma se le celle sono piene di poveri cristi, la classe politica non può farsi scudo delle sue funzioni per assicurarsi l’impunità. Comunque il problema è che non si può combattere il conflitto d’interessi di Berlusconi e poi nominare assessore alla sanità una persona che ha in famiglia qualcuno che vende apparecchiature mediche».

Quindi ci sono responsabilità di chi l’ha nominato e di chi l’ha indicato?

«Non so di chi sia la responsabilità. Ma, a parte i singoli casi, è arrivato il momento di affrontare un sistema, la concezione che abbiamo della politica. Dobbiamo capirci su come concepiamo l’esercizio del potere e il rapporto tra politica ed economia. Forse è il momento di prevedere pure le sanzioni nel codice etico».

Anche Penati dovrebbe dimettersi?

«Del caso Penati sottolineo che il Pd ha dimostrato la sua estraneità al finanziamento illecito: se c’è stato, è stato in un altro partito, non nel Pd. Se Penati non riuscisse a dimostrare la sua estraneità, progressivamente dovrebbe distinguere la sua posizione da quella del partito e delle istituzioni».

Sono casi giudiziari a mettere alla prova la maggioranza: dopo il voto su Papa ci sarà quello su Milanese, cosa farà la Lega?
«Penso che la Lega abbia già mandato un avviso di non disponibilità su questi argomenti. E che le norme ad personam non siano più molto praticabili in questo momento».

Intanto anche oggi ci sono state tensioni tra Pdl e Lega sui ministeri al nord...
«Una vicenda ridicola e penosa. Questa maggioranza non c’è più. Dopo i risultati delle amministrative, la Lega ha deciso di riprendersi un po’ di autonomia ma, al di là del voto che metà dei leghisti hanno dato su Papa, il resto è folklore. Non si può tenere il Paese ostaggio di un governo che non c’è più: per questo chiediamo le sue dimissioni».

E dopo?
«Il Paese ha bisogno di un cambiamento profondo, che in parte interpella perfino noi: anche al Pd si chiede di fare un salto di qualità. L’unico ulteriore gesto di responsabilità che ci può essere chiesto è quello di sostenere un governo del presidente della Repubblica, guidato da una personalità di prestigio internazionale».

No quindi alla proposta di Fini di fare indicare al Pdl un premier alternativo a Berlusconi...
«Non facciamo la stampella di questa maggioranza. Non basta che se ne vada Berlusconi: tutto il governo deve fare un passo indietro. Poi ci deve essere una fase di qualche mese per approvare la legge elettorale, diminuire il numero dei parlamentari e fare alcuni chirurgici cambiamenti costituzionali. Non le buffonate della bozza Calderoli».

Non le piace la riforma costituzionale di Calderoli?
«È un’altra arma di distrazione di massa. L’unica cosa vera che potremmo fare è una proposta parlamentare, depositata da tutti i gruppi, per diminuire il numero di deputati e senatori. Se invece attaccano altro a questa proposta, allora vuol dire che non vogliono farlo veramente».

Qualche mese e poi alle urne, quindi: con chi?
«Sono affezionata alla proposta lanciata la scorsa estate da Bersani, l’idea di un nuovo Ulivo. Il Pd dovrebbe adoperarsi per costruire una nuova alleanza coi suoi alleati storici, Vendola e Di Pietro, perché lì c’è una contiguità dell’elettorato, un radicamento sociale che le ultime consultazioni hanno dimostrato. Poi vorremmo che il Pd con la sua leadership fosse garante di una coalizione che si allarga ai moderati».

Quindi al Terzo Polo.
«Certo. Mi pare che i nostri elettori si siano già mischiati: ricordo che nella giunta Pisapia c’è un assessore che si chiama Tabacci. Con questa legge elettorale vinceremmo noi anche andando da soli, ma le riforme e la ricostruzione della vita democratica che sono da fare richiedono un’ampia alleanza alla guida del Paese».

Un’allenza da Vendola a Fini?
«Evito di fare nomi. Ma noto che chi oggi sta all’opposizione ha finito in questi anni per ritrovarsi su certi valori: la Bossi-Fini l’ha fatta Fini, eppure oggi sugli immigrati la pensa come me. Bisognerà fare fatica ad affinare i programmi, ma la prova va fatta. Esclusioni reciproche, in questo momento, sarebbero da irresponsabili».



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Assessori, bella vita In missione con l’auto blu e c’è anche il rimborso

Il Giorno

Un compenso di 12mila euro al mese, tarato su quello dei parlamentari: il presidente guadagna come un deputato. A fine carriera vitalizio e altro indennizzo.





Formigoni davanti al Tribunale di Milano

Milano, 24 luglio 2011

Dopo i consiglieri regionali,
ecco le voci che compongono la busta paga della Giunta lombarda. Partiamo dal presidente e dai 12 assessori. L’articolo 2 della legge regionale 17 del 23 luglio 1996 stabilisce che al presidente della Giunta spetti un’indennità di funzione pari a quella dei membri del parlamento nazionale, mentre agli assessori spetta l’85% della stessa indennità.

Tradotto in numeri:
l’indennità di funzione del presidente, vale a dire, lo stipendio base ammonta a 5.332,89 euro, mentre quella degli assessori ammonta a 4.532,95 euro. Al netto della ritenuta previdenziale e fiscale. Le indennità sono così calcolate: la base sono i 3.466,38 euro netti mensili previsti per i consiglieri regionali. A quella retribuzione si aggiunge un’indennità di carica di 4.096 euro lordi per il presidente della Giunta e di 2.340,73 euro lordi per gli assessori. Al netto, si arriva, come detto, a 5.332,89 euro mensili per il governatore e a 4.532,95 mensili gli assessori.

L’articolo «7 ter»
della stessa legge stabilisce che «a decorrere dalla legislatura 2000-2005» si applichino «anche ai componenti della Giunta» le disposizioni previste nei precedenti articoli, «nonché le disposizioni in materia di assegno vitalizio e di indennità di fine mandato della legge regionale 12 del marzo 1995». Bene, gli articoli precedenti il «7 ter» elencano le indennità riconosciute ai consiglieri regionali, indennità che, quindi, devono essere corrisposte anche alla Giunta. Vediamole.

I membri della Giunta
possono contare su una diaria di 2.602,08 euro al mese a titolo di rimborso spese per la presenza in Consiglio regionale. Le sedute dell’aula che rientrano nel conteggio della diaria sono 18. Per ogni assenza agli assessori, come ai consiglieri, vengono trattenuti 144,56 euro. Quindi, ecco il rimborso per le spese di trasporto dal luogo di residenza a Milano: un rimborso forfettario, calcolato in base ai chilometri che separano la residenza da Milano, e che oscilla da 238,14 a un massimo di 1.905,12 euro netti.

Non è finita,
l’articolo 6 della legge regionale 17 prevede un rimborso spese per «le missioni nel territorio regionale», forfettario e mensile, pari a 3.525,12 euro. Ricapitolando: la busta paga di un assessore regionale prevede 4.532,95 euro di indennità di carica, 2.602,08 euro di diaria, fino a 1.905,12 euro di rimborso per il tragitto casa-lavoro e 3.525,12 euro per le missioni in territorio regionale. Totale: 12.565 euro. Da notare che il rimborso spese per le missioni sul territorio regionale è inserito a priori tra i compensi: che le missioni si facciano o no, nulla cambia. L’unico rimborso che scatta dietro presentazione di documenti è quello per le missioni in Italia o in Europa, che non può superare l’ammontare di 11 viaggi andata e ritorno Milano-Roma alle tariffe della compagnia di bandiera (2.332 euro).

Presidente e assessori
possono poi contare sull’auto blu e sul cellulare di servizio. Chi ha l’auto blu perde il rimborso per le spese di trasporto casa-Regione ma non quello per le missioni. Anche gli assessori hanno poi diritto ad un’indennità di fine mandato pari alla somma dell’ultima indennità annuale percepita per ogni legislatura. E, al compimento del 60esimo anno di età, a un vitalizio che oscilla dal 20 al 50% dello stipendio mensile.


di Giambattista Anastasio




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Riesplode fragorosa la questione morale, soffia forte aria da 1992

Il Giorno

Indignazione per i privilegi, crisi e inchieste. Tutti d’accordo: il clima peggiora come ai tempi di Mani pulite



mario chiesa

Milano, 24 luglio 2011

Tangentopoli, 2011. Mani pulite non è mai finita. Ogni volta che un’inchiesta sulla corruzione conquista titoli a caratteri scatola, ogni volta che dalla pancia del Paese si solleva il mugugno contro i costi della politica, la mente, come per un vecchio riflesso, corre alla Milano delle manette e della corruzione. Il trauma del 1992, mai superato, iniziò con uno scricchiolio, perso nel rumore di fondo.

L’arresto di Mario Chiesa, il 17 febbraio del ’92, passa quasi inosservato. Nessuno pensa che la fortezza dei partiti di governo che domina la repubblica dal 1945 può crollare di schianto. «Gli dica che l’acqua minerale è finita», annunciò il pm Antonio Di Pietro all’avvocato di Chiesa, dopo aver scoperto i due conti svizzeri curiosamente chiamati «Levissima» e «Fiuggi».

L’indagato parla, fa nomi e cognomi. E la fortezza cede di schianto. Milano, la città edonista degli anni ’80, si scopre austera, giacobina. Un albero della libertà spunta virtualmente ai piedi del Duomo, il disgusto per la politica sfocia in odio. Si balla ai piedi della ghigliottina, sperando nella rivoluzione, nella rinascita. Oggi, 19 anni dopo, la politica torna a negare i propri privilegi, e la crisi economica rende difficile accettari.

Ma il clima è quello del 1992? Siamo alla vigilia di un nuovo ciclone o è solo un temporale estivo? Per Giuliano Spazzali, avvocato, difensore di Sergio Cusani nel processo Enimont, la risposta non è univoca. «Il denaro insegue il potere per moltiplicarsi e il potere insegue i soldi per rafforzarsi — afferma —. Il dato comune, allora come oggi, è che il potere si può comprare. È questo l’aspetto più disgustoso». Differenze? «Sì, oggi il denaro affluisce verso gli uomini, non verso i partiti. Forse, l’unica eccezione è il caso di Sesto. Una disillusione. E la gente continua a pensare che, se uno stato etico è sbagliato, di certo le persone devono essere etiche», avverte. «E non lo sono».

Ma per Spazzali, probabilmente non si arriverà alla stessa indignazione, la stessa temperie rivoluzionaria. «La seconda volta è più una farsa che una tragedia. I greci direbbero una ilarotragedia». Un dramma che fa anche ridere. Amaramente. «Del resto — conclude Spazzali —, come dicevano gli impresari di rivista: “Bambole, non c’è una lira”. Oggi, però, le lire ci sarebbero anche. Sono le bambole a essere troppe. Prevede invece un clima di crescente insofferenza il politologo Giorgio Galli: «È vero che nel ’92 il fenomeno riguardava più i partiti che le persone, ma è una differenza quantitativa, non qualitativa — afferma —.

Il forte tasso di corruzione della politica resta. Oggi, però, dalla rassegnazione si torna a una fase di indignazione», spiega il professore. «A dimostrarlo non ci sono solo le elezioni, i referendum, internet». Perché? Semplice. «La crisi economica fa da carburante all’indignazione. Il costo della politica non si riduce mai, mentre i cittadini fanno sacrifici». Crisi alle porte, dunque. «Anche perché il sistema politico è fragile, come nel 1992 — afferma il politologo —. Destra e sinistra, pur in misura diversa, sono state toccate dalle inchieste. In autunno ci sarà un’altra parte di manovra, altri sacrifici, altro malcontento...»

 E quello di Gerardo D’Ambrosio, ex procuratore di Milano, ex magistarato del Pool di Mani pulite, sembra un monito. «La corruzione giova a chi corrompe e a chi viene corrotto. È un fenomeno difficile da scoprire — afferma —. Nel 1992 ci fu l’affermazione non fortunata di Craxi che e chiamò Chiesa “mariuolo” che scatenò la sua confessione, ma ci furono anche gli imprenditori che capirono come fosse più conveniente collaborare». Uomo avvisato...

Non vede sereno neppure l’ex sindaco socialista Paolo Pillitteri, che quegli anni li ha vissuti in prima persona. Secondo lui, le analogie ci sono. Ma la situazione è, politicamente, se possibile ancora peggiore. «Questi fenomeni sono in aumento costante. Di diverso, c’è una radicata indifferenza, una violenta antipolitica che si è diffusa e che, a differenza del 1992, riguarda tutto e tutti — spiega, con voce preoccupata —. Questo sentimento è nato in quegli anni, ma si è sviluppato in modo inatteso. Anche nel 1993 — ricorda —, quando Berlusconi scese in campo, lo fece in nome dell’antipolitica, ma la sua era politica». All’epoca di Mani pulite, insomma, «il risentimento era contro i partiti di governo». Oggi, invece, «la Seconda repubblica, nata per vendicare i torti della prima, si trova travolta dagli stessi errori, con la differenza che non esiste una via d’uscita», chiude lapidario Pillitteri». Aprite l’ombrello, il ciclone può cominciare.


di Guido Bandera




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Avvenire a Sky: «Lascia stare i santi»

Corriere della sera

Nuovi spot «religiosi», la rete: non volevamo offendere


ROMA - Federica Pellegrini riempie d'acqua una piscina con la sola imposizione delle mani. Gerard Piqué trasforma una vecchietta in una palleggiatrice che neanche Maradona. La statua di Francesco Totti viene portata in processione come fosse un santo e, quando gli cola una goccia di sudore vero, tutti si commuovono. Versione pop di Gloria , il successo di Umberto Tozzi, e poi la scritta «Solo su Sky lo sport fa miracoli». Alla presentazione degli spot, inizio luglio, il vice presidente marketing del gruppo, Nicola Brandolese, si era detto sicuro che non ci sarebbero stati problemi perché «cercavamo un taglio creativo e divertente ma con garbo». Forse lo pensava davvero, forse era solo pretattica in attesa di una qualche polemica che facesse da cassa di risonanza. Fatto sta che il garbo non è bastato. E ieri Sky si è beccata il rimprovero di Avvenire , il quotidiano dei vescovi italiani.


Il direttore Marco Tarquinio, persona sempre pacata, ha pubblicato due lettere di persone che da quegli spot si sono sentite offese.
E, sotto il titolo «Scherza con i fanti e lascia stare i santi», ha sottoscritto il loro ragionamento solo con qualche limatura: «Non c'è acredine ed emerge, caso mai, una certa voglia di far vibrare corde sensibili nell'animo degli italiani. Ma l'esercizio è spericolato, e finisce per ferire tanti e disturbare tantissimi». E non finisce qui. Perché dallo spot con la statua di Totti, il direttore di Avvenire arriva fino al caso delle intercettazioni illegali che ha coinvolto i giornali di Murdoch, stesso editore della tv che adesso promette di fare miracoli. «Se è vero che l'Italia non è la Gran Bretagna di News of the world - scrive ancora Tarquinio - è pur sempre vero che Sky , gruppo Murdoch, in questo momento avrebbe bisogno di tutto tranne che di creare ulteriore sconcerto».


Da Sky preferiscono evitare una risposta diretta, forse perché stavolta a protestare non è un parlamentarino in cerca di telecamere ma il giornale dei vescovi. Assicurano, però, che la programmazione degli spot (pensati ben prima che esplodesse lo scandalo inglese) andrà avanti regolarmente. E soprattutto che non c'era alcuna intenzione di offendere, ma solo di «fare riferimenti al patrimonio religioso che, insieme al calcio, si divide le domeniche degli italiani», anche se ormai una partita in tv la trovi sette giorni su sette. «La pubblicità funziona come le barzellette» scriveva il semiologo Omar Calabrese. Nel senso che, per colpire, deve puntare proprio ai campi che uno non si aspetterebbe. E cosa c'è di più inaspettato della religione?

Guardando al passato, però, poteva andare peggio. Dal «non avrai altro jeans al di fuori di me» fino al prete e la suora che si baciano, gli spot hanno spesso usato la fede in modo più diretto. Come per gli spot del caffè in paradiso con Paolo Bonolis e George Clooney. Anche quelli hanno fatto discutere ma solo perché Lavazza accusava Nespresso di aver rubato l'idea. Una guerra arrivata fino al Giurì di autodisciplina che ha però respinto il ricorso. Almeno nella pubblicità il paradiso è per tutti.

Lorenzo Salvia
24 luglio 2011 10:14

Sanità, un salasso da 105 miliardi di euro

di Gian Maria De Francesco


Spendiamo il 7,3% del Pil ma il rosso èdi oltre due miliardi: la metà al Sud. Lo scandalo delle trasfusioni infette negli anni ’80 ci costa 332 milioni l’anno. Per pagare le spese si usano l’Irap, le accise sul gasolio, i ticket e l’Iva delle Regioni



Roma
Ci sono pagine della storia italiana che si vorrebbero rimuovere. Ma poi arrivano i numeri a ricordarli impietosamente e chiudere gli occhi non si può. È il caso dei 332,7 milioni che il ministero della Salute ha destinato nel 2011 alle vittime del «sangue infetto».
La storia si riassume in due parole: a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 in Italia sono stati importati emoderivati provenienti dall’America e dall’Africa ottenuti da sangue prelevato da individui malati di Aids, epatite e altre patologie. I trasfusi hanno ovviamente contratto queste malattie e molti sono morti. Le stime parlano di circa 4mila morti e 80mila infettati. Prescrizione permettendo, eredi e superstiti hanno due strade: intraprendere una causa e sperare di vincerla (a questo scopo sono stanziati 180 milioni per le transazioni) oppure dimostrare la propria invalidità e ottenere un indennizzo equiparabile a un vitalizio (il capitolo vale 152,7 milioni). Eredità della gestione Poggiolini del servizio farmaceutico. Che bisogna continuare a pagare.
La sanità italiana non è solo questo. Per fortuna e purtroppo. Ci sono 1,7 milioni per l’assistenza ai celiaci, compresi 100mila euro per la formazione di albergatori e ristoratori in materia. Nel settore federalista per eccellenza stupiscono i 4,3 milioni per le Nuove Molinette di Torino, una voce che resiste in bilancio dal 2004 ma senza che la struttura sia stata ancora realizzata. A parte questi capitoli bisogna ricordare che il ministero guidato da Ferruccio Fazio ha a disposizione solo 1,8 miliardi di euro.
Il buco nero è altrove. E non si trova direttamente nel bilancio dello Stato. Si chiama «Fondo sanitario nazionale» e nel 2011 vale 104,8 miliardi di euro. Serve per finanziare il Servizio sanitario nazionale (Ssn), cioè i medici di base, gli ospedali, la spesa farmaceutica e via discorrendo.
Non si trova nel bilancio dello Stato perché il Fondo si compone di un mix di entrate: tutta l’Irap (33,5 miliardi), le compensazioni del Tesoro sull’Irap (5,2 miliardi), il contributo statale (6 miliardi), le addizionali regionali all'Irpef (8 miliardi) e la compartecipazione alle accise sul gasolio (1,7 miliardi). Il resto proviene dai ricavi del Ssn (ticket inclusi) e, parzialmente, dal gettito Iva che lo Stato restituisce alle Regioni (54 miliardi in totale).
Insomma, la spesa sanitaria rappresenta il 7,3% del pil e oltre il 15% delle uscite delle pubbliche amministrazioni. Ma che cosa fornisce veramente il servizio pubblico? Basta dare un’occhiata alle cronache di tutti i giorni. All'obitorio di Messina le salme sono abbandonate a formiche e insetti.
A Cosenza nello stesso ospedale e nello stesso giorno due donne sono morte di parto. Si nota di più al Sud, ma perché su 276 decessi per presunti errori sanitari accaduti negli ultimi due anni ed esaminati dalla Commissione d'inchiesta della Camera 126 sono riferiti a Sicilia e Calabria. Ma si muore anche al Nord come testimoniano alcuni episodi sospetti causati da eccessi di disinvoltura negli interventi all’ospedale di Rho.
Il risultato deprimente prodotto da questo sistema è il fatto che la sanità italiana genera perdite. I costi sono sistematicamente superiori ai ricavi. L’anno scorso il disavanzo grazie alle misure di contenimento è sceso da 3,2 a 2,3 miliardi con il 50% del buco concentrato al Meridione.

Ma quali sono le spese? I farmaci incidono per meno del 10% giacché la spesa farmaceutica nel 2010 è calata ancora a quota 10,9 miliardi, i medici generici costano 7 miliardi e gli specialisti 4, mentre protesi e altra assistenza incidono per 9,5 miliardi. Circa il 60% è rappresentato da ospedali e cliniche (49,6 miliardi le strutture pubbliche e 9,6 quelle in convenzione). 

Il saldo negativo è aggravato dalla mobilità dei pazienti che si fanno curare in una Regione diversa da quella in cui risiedono.Campania, Calabria, Puglia e Sicilia pesano per 900 milioni. Meglio fare un po’ di strada che rischiare la vita. Non bisogna trascurare il costo del personale che in ambito ospedaliero supera i 35 miliardi per le 700mila unità del Ssn.
Il mix esplosivo è presto spiegato. Ecco perché la sanità pubblica per pagare i fornitori a volte impiega quasi tre anni. Quindi non ci vuole un indovino per comprendere che i 10,5 miliardi del Lazio, i 5 miliardi della Campania e il «buco nero» calabrese (vedi sotto) hanno una ragione precisa. Il federalismo fiscale dovrebbe ridurre i costi. Basterà per non morire di un parto come in un Paese del terzo mondo?




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Penati & Bersani, ecco la Tangentopoli ipocrita dei leader Democratici

di Giuliano Ferrara

Bersani & Penati, che sceneggiata: il segretario fa il giustizialista ma scorda i guai del suo numero due



Filippo Penati è Pierlui­gi Bersani, e Pierluigi Bersani è Filippo Pe­nati. Non parlo della even­tuale responsabilità penale che, ad eccezione del caso di Silvio Berlusconi e dei teore­mi sul non­poteva-non-sapere che lo riguarda­no, è notoriamente personale. Non parlo nem­meno della strettissima associazione politica tra i due, visto che Penati è stato l'artefice orga­nizzativo e politico dell'elezione di Bersani a ca­po del Pd, il testimonial del ritorno al Nord di quel partito che dal Nord era stato marginaliz­zato e virtualmente espulso (Bersani si è fatto ritrarre in maniche di camicia, dietro il simboli­smo fattivo del suo messaggio c'è il «fare» di Pe­nati, un virtuoso superdirigente, e dei vari Pena­ti minori del Pd).
Parlo invece della responsabi­lità politica e dei caratteri profondi di una lea­dership. Bersani è un solido amministratore pubblico emiliano, di tradizione comunista. Penati è un solido amministratore pubblico lombardo, di tradizione comunista. Sono entrambi migliori­sti o riformisti, credono che la funzione sociale e politica della loro gente e del loro partito sia quella di governare la società, e pensano che per governare una grande nazione occidentale sia necessario sporcarsi le mani con i problemi da risolvere, in collaborazione conflittuale e al tempo stesso in cooperazione con sindacati e im­prenditori.

Bisogna realizzare opere pubbliche navigando tra gli appalti, ge­stire in modo efficiente e competitivo aziende pubbliche assumendosi la re­sponsabilità di nomine e scelte strategi­che e pratiche, lasciare il più che sia possibile spazio ai privati e alla concor­renza, difendere il welfare ma rispetta­re le regole del mercato, organizzare forza e consenso nelle istituzioni per stabilire e raggiungere traguardi diffici­li ma irrinunciabili dando forma a quell'ordine delle cose, a quell'energia della politica, a quella capacità di pro­muovere idee, persone, competenze, gruppi che si chiama governo di una so­cietà complessa.
Non basta tenere alta la guardia della legalità e dell'etica, co­me invocano teppisti e tribuni del circo mediatico- giudiziario.

Quelli a sinistra, come a destra, che hanno le mani pulite, non hanno le ma­ni. Sono buoni a nulla che sanno solo in­veire contro la «casta», il sostituto pove­ro dell'antica lotta di classe, seguono il trend più becero dell'antipolitica qua­lunquista, e invece di rimproverare ai partiti di non saper più fare il loro me­stiere, di non saper dare una rotta all' Italia, li dannano se e quando il loro me­­stiere lo facciano. Per un buco in una montagna, in Val di Susa la società civi­le fa la guerra civile.
Per evitare riforme che spazzino via lo spreco dell'acqua pubblica, i guru della decrescita inven­tano la filosofia dei beni comuni e refe­rendareggiano a vanvera ma con di­screto successo demagogico. Per evita­re di pagare il doppio dei nostri concor­renti l'energia, che è la ragione non ulti­ma del mancato sviluppo della nostra economia e dunque dell'incapacità di dare un futuro all'esercito dei precari e di risolvere la questione del debito pub­blico, non hanno soluzione alcuna: ma vorrebbero l'Eni e l'Enel e Finmeccani­ca in galera per principio, sono antinu­clearisti fondamentalisti alla Greenpe­ace, pensano che il petrolio sia una co­sa sporca mentre premono l'accelera­tore del Suv sulla strada del week end o, peggio, fanno passerella in bicicletta al­la ricerca di un uovo fresco a chilome­tro zero. Una differenza importante fra Penati e Bersani c'è.

Penati ha provato a difen­dere l'autonomia della politica, e infat­ti è diventato il centro di delazioni più o meno credibili, di indagini a chilome­tro zero, molto milanesi come stile, sui suoi trascorsi di amministratore a Se­sto San Giovanni, un comune dell'hin­terland milanese che da tempo imme­morabile è la cassa cooperativa del mo­vimento operaio cosiddetto. 
Penati è candidato al linciaggio. Bersani invece pensa di evitare guai, e cerca di lasciar­si soltanto sfiorare dalle inchieste giu­diziarie e dai sospetti anticastali, ali­mentati dal caso Pronzato, il suo consu­lente ministeriale e di partito che pren­deva tangenti volanti, assumendo po­se e posizioni che incoraggiano i moz­zorecchi a dilagare con i loro cappi, con le loro parole d'ordine, con le loro anti­politiche giustizialiste. A sinistra è un film già visto, una festa dell'ipocrisia in­sieme insipida e indigeribile, al contra­rio delle famose salamelle alla Festa dell'Unità.




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