giovedì 28 luglio 2011

Incendio in via Toledo, i pompieri restano impigliati nei cavi del filobus

Corriere del Mezzogiorno

Mercoledì il rogo in un palazzo a piazza Carità. E i vigili del fuoco devono dribblare macchine e fili elettrici

 

 

NAPOLI - La casa va in fiamme e i vigili del fuoco in via Toledo restano impigliati nei cavi aerei del filobus. È successo ieri, mercoledì pomeriggio, nei pressi di piazza Carità, come testimonia un filmato amatoriale pubblicato da Youreporter. Si distingue chiaramente il fumo di un incendio divampato nel vano ascensore di un palazzo della centralissima via dello shopping e una folla di curiosi radunarsi via via in strada a osservare con apprensione il propagarsi del rogo.

Quando alla fine i pompieri, coadiuvati dagli uomini della polizia municipale, riescono a sbucare fuori dal traffico del centro città i caschi rossi devono dribblare anche i cavi del tram prima di riuscire a intervenire. E il braccio meccanico che vola verso il balcone finisce per recidere un filo delle vie aeree utilizzate dai mezzi pubblici. Una coincidenza che proprio ieri pomeriggio tram e filobus fossero fermi e senza corrente in strada lungo tutta via Marina?

 

Redazione online
28 luglio 2011

Esplode un pozzo di percolato: geyser schizza nella discarica di Chiaiano

Corriere del Mezzogiorno

Il nausebondo getto di liquami alto 15 metri filmato dal comitato civico, che attacca: «Il sito va chiuso»

 

 

NAPOLI - Stavano per andare via dalla cava dopo un sopralluogo insieme ai tecnici della Sapna, la società provinciale che gestisce il ciclo rifiuti. La discarica li ha «salutati» a modo suo: un getto di percolato alto 15 metri causato dall'esplosione di un pozzo, degno di un geyser islandese e capace di sprigionare una puzza d'inferno. «Siamo scappati inorriditi. Alcuni hanno avuto conati di vomito, uno schifo difficile da descrivere anche con le immagini video», dicono il sindaco di Mugnano Giovanni Porcelli, il consigliere comunale di Napoli Pietro Rinaldi (Nt) e l'assessore all'ambiente del Comune di Marano, che hanno assistito attoniti all'incidente. Attoniti ma armati di videocamera (guarda il filmato in pagina). Dito puntato contro il mega-invaso di Napoli nord (800mila tonnellate) che, ricordiamolo, è oggetto di un'inchiesta della magistratura, doveva chiudere a giugno ma le operazioni di messa in sicurezza languono. Anzi: i residenti di Chiaiano e Marano sospettano l'allargamento dell'immondezzaio per altre 150mila tonnellate.

IL PRECEDENTE DI VILLARICCA E L'INCHIESTA- Il geyser ricorda quello ancora più esteso che schizzò nella discarica di Villaricca (Napoli) nel 2007. Venne fotografato dal carabiniere Giovanni Parascandola Ladonea di stanza nel sito. Uno stagno immondo, quello di Villaricca, definito «un Vajont di percolato». Una gestione discutibile dell'invaso da cui è partito un filone della più ampia inchiesta su presunti reati ambientali legati anche allo smaltimento di percolato. Indagine della procura partenopea che il 28 gennaio scorso ha portato, tra gli altri, all'arresto di Marta Di Gennaro, nel 2007 braccio destro di Guido Bertolaso, e Corrado Catenacci, ex commissario ai rifiuti della Regione. Le accuse? Associazione per delinquere, truffa e reati ambientali.

«RISCHI PER LA SALUTE»- Il sopralluogo a Chiaiano è stato deciso dopo la manifestazione spontanea che si è tenuta ieri sera quando alcune centinaia di cittadini si sono recati ai cancelli della discarica per protestare contro la puzza degli ultimi giorni e contro le ipotesi di ampliamento. Al termine della visita, quando la delegazione era ormai ai cancelli dell'area militare si è verificata l'esplosione di un pozzo di percolato nella parte alta della discarica. I comitati denunciano: «L'incidente di oggi testimonia la pessima gestione del sito ed il rischio altissimo per la salute dei cittadini. I comitati ribadiscono la necessità della chiusura immediata».

 

Alessandro Chetta
28 luglio 2011

Spazio, da 50 anni facciamo pubblicità anche per gli alieni

Corriere della sera

Il primo spot visibile dai satelliti risale al 1965. Ma ci sono anche Coca Cola, Firefox e Eva Longoria in bikini



La copertina di Maxim visibile anche dallo spazio
La copertina di Maxim visibile dallo spazio
MILANO - In principio fu «Readymix», la prima pubblicità al mondo visibile anche dallo spazio. La scritta impressa nel deserto australiano nel lontano 1965 si estende per circa 3,2 chilometri ed è alta 1,6 chilometri. Sebbene nel corso degli anni il vento e le condizioni meteo abbiano spazzato via gran parte del logo, ancora oggi è riconoscibile «zoomando» sulle mappe di Google Earth. A cercare di rivendicare questo primato era arrivato nel 2006 il colosso americano Kentucky Fried Chicken (KFC), la nota catena specializzata nei menu a base di pollo fritto, che aveva fatto realizzare (in sei giorni di lavori) l’immagine del Colonello Sanders, fondatore e icona della compagnia, in mezzo al deserto del Nevada.
 
Pubblicità per umani o per alieni?


SPOT PER GLI ALIENI - Il logo di KFC, 100 metri lungo e 50 metri largo, si trova nei pressi della famosa Area 51. «Se ci sono extraterrestri là fuori, KFC vuole diventare la loro prima scelta culinaria», era stato l'arguto commento del presidente della società durante la presentazione della insolita campagna pubblicitaria. Google Maps non è aggiornato in tempo reale, per cui alcuni vecchi loghi possono non esistere più. Ciò nonostante, spulciando nel web le mappe dallo spazio i blogger di Google Sightseeing hanno scovato altre curiose pubblicità, soprattutto grazie all’aiuto degli internauti. Come quella della Coca Cola. Nel 1986, per celebrare i 100 anni della compagnia, a nord del Cile è stata creata la famosa scritta «Coca Cola» (50 metri d’altezza, 120 metri di larghezza), composta da circa 70.000 bottiglie vuote della bevanda. (Qui le coordinate) E poi ancora: per il lancio della versione 2 di Firefox, il Linux Users Group dell'università dell’Oregon ha ricreato nel 2006 in un campo di grano il simbolo del browser di Mozilla. Come spiega l'emittente americana Npr sul suo sito, «la volpe» misura circa 70 metri di diametro. Nella foresta nei pressi di Austin, invece, troviamo la gigantesca scritta a caratteri cubitali «Luecke», che non è altro che il nome di una fattoria del Texas.
LONGORIA IN BIKINI - Nel 2006 il deserto del Nevada ha poi offerto dal cielo una gigantesca copertina grande più di 700 metri quadrati del magazine Maxim (che festeggiava la numero 100 della sua storia), con Eva Longoria in bikini. La star di Desperate Housewives campeggiava accanto alla scritta: «L'unica rivista abbastanza grande da essere vista dallo spazio e solo a Las Vegas». Ando, autodidatta, ha disegnato nello sterminato Mundi Mundi, località semisperduta dell'Australia, 4 chilometri di volto del Mundi Man, metafora del colono della prateria. Infine: nella sabbia del deserto Atacama, in Cile, compare la scritta «ni pena ni miedo», (né vergogna, né paura). Il poema (oltre 3 km di lunghezza e 250 metri di altezza, scritto nel 1993), è un’opera di Raúl Zurita, poeta cileno perseguitato durante il regime di Augusto Pinochet. Davanti al fermento dell’odio e della repressione Zurita disse: «Immagino di realizzare opere sempre più vaste, fino a renderle enormi in tutto e per tutto e andare a scrivere i miei versi, in lettere giganti, sulla sabbia del deserto».



Elmar Burchia
28 luglio 2011 17:21



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Un manifesto islamico e anticristiano nelle vie di Gerusalemme

La Stampa

E’ stato posto nel bel bezzo della Via Dolorosa, l'itinerario all'interno della Città Vecchia attraverso il quale passano ogni giorno migliaia di pellegrini


Giorgio Bernardelli
gerusalemme



“Gesù ha detto: io sono infatti un servo di Allah, Allah è il mio Signore e il tuo Signore, così tu pregherai solo Lui”. Sta scritto in un chiarissimo inglese, preceduto dalla Shahada, la professione di fede islamica, e seguito dal riferimento al versetto del Corano in questione. Con accanto la figura di una mano col dito indice alzato, come per volere ammonire, e il rimando al sito  www.islam-guide.com per chi volesse saperne di più.

Ha l'aspetto di un normale poster pubblicitario, ma la sostanza è quella di un'evidente provocazione nei confronti dei cristiani. Perché lo striscione in questione non è spuntato in un posto qualsiasi, ma nel bel bezzo della Via Dolorosa, l'itinerario all'interno della Città Vecchia di Gerusalemme attraverso il quale ogni giorno migliaia di pellegrini ripercorrono le stazioni della salita di Gesù al Calvario, il luogo della sua crocifissione.

E' lì da qualche giorno, “ospite” della ringhiera di una delle tante case del quartiere musulmano lungo cui da secoli la Via Dolorosa si snoda. Lo si incontra di fronte alla terza stazione, quella che ricorda la prima delle cadute di Gesù lungo il tragitto: proprio qui sorge una chiesa dove i cristiani si alternano ogni giorno nella preghiera davanti all'Eucaristia, che rimane esposta dalla mattina alla sera. E allora qui alcuni musulmani hanno deciso di mettere questo striscione in cui si dice che “solo Allah va pregato”.

Da sabato, poi, a Gerusalemme oltre a quello sulla Via Dolorosa si è aggiunto anche un secondo striscione, identico al primo e sempre all'interno della Città Vecchia. E' un po' più nascosto, ma la sua posizione non è meno clamorosa: si trova infatti all'interno del cortile della Moschea di Omar, che è la più vicina alla basilica del Santo Sepolcro; appena poche decine di metri la separano dal luogo più venerato dai cristiani. Ironia della sorte, questa piccola moschea in realtà avrebbe alle spalle una storia che racconta un importante gesto di rispetto compiuto da un musulmano nei confronti dei cristiani. Quando infatti nell'anno 638 il califfo Omar, il secondo successore di Maometto, entrò da conquistatore a Gerusalemme non accolse l'invito del patriarca Sofronio ad entrare a pregare nel Santo Sepolcro: sapendo, infatti, che quel gesto avrebbe portato alla trasformazione della basilica in un luogo islamico, Omar si fermò fuori e proprio per questo lì poi è sorta la moschea. Oggi invece da lì parte un messaggio di intolleranza nei confronti dei cristiani

Se dunque ha fatto il giro del mondo in questi giorni la notizia della moschea che in Giordania è stata intitolata alla figura di Gesù, ciò che sta accadendo a Gerusalemme va nella direzione esattamente opposta. Ricordando come il fatto che nel Corano Gesù sia citato come un profeta non è per forza di cose un elemento di incontro tra cristiani e musulmani. Anzi, spesso è stato proprio un'occasione di polemica anticristiana.

Chi c'è dietro questa iniziativa? www.islam-guide.com è un sito di divulgazione della religione islamica rivolto ai non musulmani; al suo interno è possibile scaricare una breve guida sull'islam scritta dal saudita Ibrahim Ali Ibrahim, che contiene anche un capitolo specifico su chi sia Gesù per i musulmani. La guida è stata promossa dall'editrice Darussalam, che ha sede a Ryiadh ma promuove la pubblicazione di “libri sull'islam autentico alla luce del Corano e degli Hadit in tutte le principali lingue”.

Va anche aggiunto che non si tratta della prima iniziativa del genere in Terra Santa: alcuni striscioni dello stesso tenore campeggiavano già da tempo a Nazareth, eredità della diatriba che alla fine degli anni Novanta era sorta intorno al progetto di costruire una grande moschea proprio accanto alla basilica dell'Annunciazione (la chiesa che ricorda il luogo dove secondo la tradizione l'angelo diede a Maria la notizia che sarebbe diventata la madre di Gesù). Anche quello era un progetto evidentemente provocatorio, dal momento che Nazareth ha già numerose moschee e non c'era alcun'altra ragione per costruirne una nuova proprio lì. Alla fine le autorità israeliane revocarono i permessi e rimasero solo gli striscioni. Ora - però - la comparsa dello stesso messaggio proprio nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme e alla vigilia dell'inizio del mese di Ramadan è un segnale decisamente preoccupante.

 





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New York, le prime nozze gay di una coppia italiana

Le chicche di Nitto Palma, neoministro di giustizia: "L'indennità parlamentare non è esagerata"

I segreti della casta


PALMA (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

(...) A questo punto vi devo dire la verità non da parlamentare, ma da cittadino, da magistrato:
commetterete un grave errore, perché sicuramente verrete incontro alla demagogia e alla propaganda, a quella forma di antipolitica non più strisciante che pare pervadere il nostro Paese, ma non renderete un buon servizio alla politica. Ma davvero voi ritenete, a fronte di una critica così serrata e continua, spesso demagogica e propagandistica, che ha per oggetto, per l'appunto, le retribuzioni dei parlamentari, che vi salverete e vi laverete la coscienza sostenendo che per cinque anni lo stipendio, l'indennità parlamentare, non verrà adeguata allo stipendio di presidente di sezione di Cassazione?

Davvero ritenete che questo passo possa in qualche modo calmare questa ondata di antipolitica? O davvero forse non aveva e non ha ragione il senatore Silvestri quando dice che in quest'Aula dobbiamo riaffermare le ragioni della politica, le ragioni del perché vi dev'essere una indennità parlamentare e di come essa dev'essere adeguata alle ragioni democratiche che si correlano all'esercizio delle funzioni di rappresentanza.

So bene che, ad esempio, in accoglimento di un emendamento del senatore Barbato, si è aumentato lo stipendio dei magistrati, ma probabilmente quello sì è stato un errore.
Sono convinto, signori senatori, che sicuramente voterete l'articolo 8, ma nel far ciò - come dicevo prima - non salverete né laverete le vostre coscienze, non farete una operazione politica e, anzi, vi consegnerete nelle mani dell'antipolitica; sicché l'emendamento del senatore Turigliatto che oggi chiede il 50 per cento potrà essere nella prossima finanziaria seguito da altro emendamento che chiederà il 70, l'80, il 90 per cento.

Non credo possiate ritenere che l'indennità parlamentare, cioè l'indennità che sostanzialmente riguarda un deputato o un senatore, sia davvero esagerata rispetto, non so, agli emolumenti di un capo di dipartimento dell'amministrazione, di un amministratore delegato di un qualsiasi ente, di tante sacche della pubblica amministrazione che hanno retribuzioni di gran lunga superiori a quelle dei parlamentari. Se ritenete che lo sia il complesso, compreso i rimborsi spese o le spese elettorali, cioè quello che poi - scusate la volgarità - materialmente entra nelle tasche dei parlamentari, allora avete un altro sistema per agire: intervenite sulle spese elettorali, intervenite sui rimborsi spese, ma sicuramente non potete intervenire sull'indennità parlamentare, che è correlata esattamente a quelle esigenze di cui parlava il senatore Silvestri.

Dico questo perché oggettivamente corrisponde al mio pensiero e perché davvero in quest'Aula nessuno mi può tacciare di aver fatto un discorso nel mio interesse personale, avendovi già segnalato che a me resta sempre la possibilità di optare per l'indennità di presidente di sezione di Cassazione e conseguentemente di non subire gli stravolgimenti economici e democratici che voi volete in ogni caso apportare all'indennità: qui si fa politica, non consegnatevi all'antipolitica. (Applausi dai Gruppi FI e UDC).
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00291941.pdf (pag.112)

246ª seduta pubblica (pomeridiana)


giovedı` 8 novembre 2007



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Il lavoro sporco di Nitto Palma, neoministro di Giustizia

I segreti della casta

Casomai non fosse chiaro a qualcuno il perchè della scelta di Nitto Palma e il lavoro che nei prossimi mesi il nuovo Guardasigilli si appresta a porre in essere.

Emendamento 1.01 (Nitto Palma)

 1. L'attività di indagine e l'azione penale relative a fatti di reato contestabili al Presidente della Repubblica, salvo quanto previsto dall'articolo 90 della Costituzione, ai componenti del Governo, ai parlamentari ed ai giudici costituzionali
 sono sospese fino alla cessazione della carica ricoperta.
2. Si applicano le disposizioni di cui all'articolo 159 del codice penale e sono sospesi i termini previsti per le indagini preliminari.

3. Per i reati indicati nell'articolo 380 del codice di procedura penale l'autorità giudiziaria procedente dispone la revoca della sospensione di cui al primo comma su richiesta della Camera dei Deputati per i componenti del Governo non parlamentari, della Camera di appartenenza per i parlamentari e della Corte Costituzionale per i giudici costituzionali. La delibera relativa alla richiesta di revoca è immediatamente trasmessa all'autorità giudiziaria procedente.

4. In assenza della richiesta di cui al terzo comma no
n possono essere compiuti atti di indagine e quelli eventualmente compiuti sono inutilizzabili
.


5. I processi in corso nei confronti dei soggetti indicati al primo comma sono sospesi. La sospensione può essere revocata secondo le modalità previste dal terzo comma.


Atto Camera n. 1235
XIV Legislatura
presentato il 16/07/2002, ritirato il 17/07/2002

http://legxiv.camera.it/_dati/leg14/lavori/bollet/200207/0717/html/0102/allegato.htm#20n1
Attuazione dell'articolo 68 della Costituzione  (RIPRISTINO DELLA PIENA IMMUNITA' PARLAMENTARE).





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Vide lacrimare la Madonna, morta a 78 anni Antonina Giusto

Corriere del Mezzogiorno

L'anziana si è spenta nella sua abitazione in via degli Orti, era l'ultima testimone



SIRACUSA

È morta a 78 anni Antonina Giusto, nella sua umile abitazione in via degli Orti a Siracusa. Era stata testimone, assieme al marito, della lacrimazione di un quadretto in gesso della Madonnina che stava sopra il suo letto. Il marito, Angelo Iannuso, altro testimone di quella lacrimazione miracolosa, era morto nel 2004. La Basilica Santuario della Madonna delle Lacrime ha allestito una camera ardente proprio in via degli Orti. I funerali di Antonina Giusto avranno luogo probabilmente giovedì. Il 29, 30 e 31 agosto e il primo settembre del 1953 dal quadretto posto come capezzale del letto matrimoniale di Angelo Iannuso ed Antonina Giusto, che si erano sposati alcuni mesi prima in quello stesso anno, sgorgarono lacrime umane.

Il miracolo si ripetè più volte sia all'interno dell'abitazione che all'esterno dove, a un certo punto, il quadretto in gesso venne collocato per consentire la visione a una folla sempre crescete che in quei giorni si riversava a Siracusa proprio per assistere all'evento. Antonina Giusto era in gravidanza, ma era una gestazione difficile con attacchi convulsivi e offuscamenti della vista. Fu proprio al termine di una queste crisi che Antonina alzando gli occhi alla parete si accorse che dal viso della Madonna sgorgavano le lacrime.


Redazione online
26 luglio 2011




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E' morto monsignor Pietro Sambi, spina nel fianco di Israele

Il Messaggero


CITTA’ DEL VATICANO

Si è spento al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, negli Stati Uniti, l’arcivescovo Pietro Sambi, nunzio apostolico a Washington, uno dei diplomatici più esperti di Medio Oriente. Era stato ricoverato per una malattia che si era aggravata negli ultimi tempi. Aveva 73 anni.

Sambi, riminese, aveva alle spalle una lunga carriera diplomatica: Cuba (1974), Algeria (1978), Nicaragua (1979), Belgio (1981) India (1984) e Israele (1998).

Durante la sua permanenza in Israele aveva contribuito a risolvere l’assedio alla basilica della Natività, nel 2002 quando un gruppo di palestinesi armati sino ai denti si erano rifugiati all’interno della chiesa di Betlemme, prendendo ostaggio i francescani. In quei giorni l’esercito israeliano circondava la cittadina palestinese, la tensione era alle stelle e i cattolici finirono tra l’incudine e il martello.

Sambi durante la sua permanenza in Terra Santa destinò molte energie a mantenere buoni contatti con il governo di Tel Aviv cercando di rafforzare i canali di dialogo anche se l’andamento dei rapporti aveva fasi alternate. Più volte Sambi protestò con le autorità israeliane che negavano i visti di ingresso a missionari di origine giordana, egiziana, siriana, la maggior parte dei quali studiavano teologia a Gerusalemme. Ma soprattutto si spese per favorire una intesa che desse un assetto giuridico alla Chiesa. E’ lì che incontrò le difficoltà più grosse legate all’atteggiamento ondivago della controparte israeliana.

Quando nel 2005 partì per gli Stati Uniti, dopo che Benedetto XVI lo promosse, destinandolo alla nunziatura a Washington, Sambi colse l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe accusando apertamente Israele di malafede per non avere mantenuto gli impegni presi solennemente agli inizi degli anni Novanta. «C’è assenza di volontà politica - disse l’arcivescovo, aggiungendo che - le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Strato israeliano erano migliori quando non c’erano i rapporti diplomatici».

Dopo la firma dell'Accordo fondamentale nel 1993,
sussisteva l'impegno di procedere rapidamente alla definizione dello status giuridico delle istituzioni ecclesiastiche in Terrasanta e delle relative esenzioni fiscali. Firmati dal governo israeliano dell'epoca, i patti non sono mai stati ratificati dalla Knesset né vengono riconosciuti dai tribunali. I lavori di una commissione mista, che doveva portare alla loro realizzazione, si trascinano ancora oggi.

Giovedì 28 Luglio 2011 - 14:34    Ultimo aggiornamento: 14:35




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Salvatore e il viaggio della speranza: va in Israele per «risvegliarsi» dalla paralisi

Corriere del Mezzogiorno

Crisafulli è in stato vegetativo dal 2003, colpito dalla sindrome «locked-in»: cosciente, ma non si può muovere



CATANIA - «Speriamo vada tutto bene. Anche solo parlasse, per me sarebbe un grande risultato». Queste sono le parole di Angela Catania, madre di Salvatore Crisafulli, in stato vegetativo dal 2003, da quando un incidente stradale lo costrinse a «veder vivere».

Già, perché Salvatore è perfettamente cosciente, afflitto dalla sindrome «locked-in», una condizione nella quale il paziente è sveglio ma non può muoversi oppure comunicare a causa della completa paralisi di tutti i muscoli volontari del corpo.
Infatti riesce solo a sorridere, muove la testa davanti alla telecamera. Vorrebbe dirci qualcosa.

Ma non può. Giovedì 28 luglio inizierà il suo «viaggio della speranza». Andrà in Israele, a Tel-Aviv, per curarsi. Qui sarà sottoposto ad una assistenza farmacologica che ha come scopo il risveglio dal coma vegetativo. «Una cura a base di dopamina – ci racconta il fratello Pietro – su cui io e la mia famiglia poniamo molta fiducia.

Ha permesso notevoli progressi per i tanti italiani che già vi si sono sottoposti, non si tratta di cellule staminali o di riabilitazione». Pietro ha fondato l'associazione «Sicilia risvegli Onlus» proprio con lo scopo di dare luce e visibilità ai «tanti Salvatore», e forse perché no, anche la speranza, la stessa che ha portato la famiglia Crisafulli a lottare, ad insistere, a cercare.

Ora si va all'estero, dopo i vari viaggi e le visite in diversi centri a Bologna, Arezzo e in Europa. Si va alla ricerca di chi sappia far cessare il dramma di un uomo e di una famiglia. Anche Salvatore non ha mai mollato, nel 2005 riesce a pronunciare la prima parola «Ma-ma». «Si emozionava quando lo coccolavamo – dice mamma Angela - e si disperava quando i medici dicevano che il suo pianto era solo provocato da riflessi incondizionati».

Erano e sono i segni vistosi di un miglioramento, seppur graduale. È forte Salvatore, nel 2006 ha scritto una lettera a Piergiorgio Welby supplicandolo di non rinunciare alla vita, di combattere insieme a lui. Nel finale di quella lettera è diretto l'invito di Salvatore a Welby: «Mi piacerebbe incontrarti, guardandoci negli occhi, chissà, magari cambieresti idea».

Oggi, a Catania, nell'abitazione di Salvatore si terrà una conferenza stampa. La famiglia Crisafulli ringrazierà la Regione Sicilia che ha autorizzato queste cure. Parteciperà anche Irene Sampognaro, moglie di Giuseppe Marletta, anche lui in stato vegetativo, anche lui pronto per un altro viaggio. Partirà successivamente.

Rosario Sardella
27 luglio 2011

Atac, guida con i gomiti mentre telefona autista individuato e sospeso

Il Messaggero

di Laura Bogliolo

ROMA - Da Monteverde fino a Circonvallazione Cornelia ha affidato la guida del bus della linea 984 a un gomito. Parlava al cellulare mentre attraversava incroci, superava semafori ed evitava pedoni che attraversavano sulle strisce. Una discussione al telefono così animata tanto da non accorgersi di Manuela, 19 anni, studentessa, che intanto scattava foto e filmava con il cellulare. La stessa che poco prima aveva chiesto gentilmente al conducente se poteva smettere di parlare al cellulare e di guidare in modo corretto. «Sciacquati la bocca prima di parlare» la risposta dell’autista che infastidito dalla presenza della giovane l’ha fatta scendere poco prima della fermata consentita.








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Al Nord-Ovest il luglio più freddo da trent’anni

La Stampa

Piogge, grandinate, allagamenti e neve a bassa quota
Per il turismo della Liguria un mese da dimenticare


MAURIZIO TERNAVASIO




Giubbotti e ombrelli sempre a portata di mano: nel NordOvest il luglio che sta per concludersi verrà ricordato come uno dei più piovosi e freddi degli ultimi 30 anni, insieme a quello del 2008, del 2000 e del 1996, i soli paragonabili a quello attuale. A Torino, dopo un giugno che rimarrà negli annali (era dalla fine del Settecento che non si registrava tanta pioggia: 321 millimetri), i numeri di luglio hanno segnato un altro record, con precipitazioni pari a 126 millimetri nei primi 12 giorni del mese. Fenomeno analogo si è registrato in Liguria: nel solo 4 luglio la centralina di Monte Gazzo, sulle alture occidentali di Genova, ha monitorato un quantitativo di pioggia pari a un decimo di quella che normalmente cade in zona in 12 mesi.

Le temperature, dopo un luglio 2010 che era stato all’insegna di un clima quasi equatoriale, si sono comportate di conseguenza: nei primi 26 giorni di luglio nel capoluogo ligure sono state le più fredde degli ultimi tre decenni, con una minima di 15,3 gradi toccata mercoledì 20 luglio. Soltanto nella serata del 4 luglio i cieli sopra il Genova sono stati illuminati da più di mille fulmini, un fenomeno che non si verificava da tempo nella regione. In Piemonte il 19 luglio la neve ha imbiancato i pascoli poco sopra Sestriere (dove alle 8 di mattino la colonnina segnava 2˚), mentre nel corso del mese nelle città liguri e piemontesi non c’è quasi mai stato bisogno del ricorso all’aria condizionata e alle finestre aperte durante la notte.

In concomitanza con la breve parentesi di caldo registrata tra la prima e la seconda decade, attorno al capoluogo piemontese si sono scatenati a più riprese veri e propri tifoni che hanno abbattuto centinaia di alberi. Anche in Lombardia non sono mancati i fenomeni estremi con grandinate, frane, smottamenti e allagamenti, dovuti ai contrasti termici tra il gran caldo sub-tropicale delle ore diurne, con aria molto umida e quindi pronta a dar vita a violenti fenomeni convettivi, e qualche spiffero fresco proveniente dal Nord-Ovest.

Stesso discorso per la Valle d’Aosta, di solito avvantaggiata da una scarsa piovosità, e invece «bagnata» come non mai, anche se le temperature sono state superiori alla media calcolata sulla base dell’andamento degli ultimi 20 anni: ma rispetto alle estati più recenti, anche qui il freddo si è fatto sentire. Il turismo ne ha naturalmente risentito, con poche presenze e tante disdette all’ultimo minuto. In Liguria, invece, è stato un vero e proprio pianto greco. Dagli stabilimenti balneari agli alberghi ai commercianti, tutti gli operatori hanno subito negativamente le conseguenze di un mese dal clima e i colori autunnali, con il mare rimasto calmo due giorni in tre settimane abbondanti: sull’economia di entrambe le Riviere la bassa pressione ha avuto quasi l’effetto di uno tsunami. In pratica quest’anno quasi 10 milioni di persone non hanno assaporato l’estate. Ma per fortuna, assicurano i meteorologi, l’inizio di agosto dovrebbe essere contrassegnato da un deciso cambio di tendenza.



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Medici al lavoro prima dei trent'anni» Al via la riforma dell'università

Corriere della sera

Le specializzazioni dureranno di meno, l'esame di laurea varrà quello di Stato. Fazio: «Rimane il numero chiuso»



Ferruccio Fazio
Ferruccio Fazio
MILANO - La riforma del percorso di studi di medicina consentirà ai giovani di entrare nel mondo del lavoro «prima dei trent'anni» e con un risparmio di tempo pari a «tre anni e mezzo». Nel corso di una conferenza stampa, al termine del Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi, il titolare della Salute, Ferruccio Fazio, definisce il provvedimento come «una delle innovazioni più grandi nel settore della sanità». Il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, parla di «rafforzamento della qualità unita al risparmio di tempo degli studenti». L'obiettivo del provvedimento, spiegano, è «rafforzare la qualità della formazione specialistica post laurea, accrescere la partecipazione degli specializzandi all'attività professionale con esperienze sul campo, rendere più compatto il percorso complessivo, evitare tempi morti tra una fase e l'altra ed incentivare la partecipazione dei giovani medici al dottorato di ricerca».

TRE NOVITA' - Tre le novità della riforma: la scuola di specializzazione durerà un anno in meno. La durata dei corsi di specializzazione viene avvicinata a quella europea: le specialità chirurgiche passano da 6 a 5 anni, quelle mediche da 5 a 4 anni o 3 per alcune aree particolari. Poi il dottorato. Durante la specializzazione sarà consentito, nell'ultimo anno, di svolgere contemporaneamente il dottorato. In questo modo si dovrebbe consentire allo specializzando di accorciare ulteriormente il percorso di studi ed entrare nel mondo del lavoro più rapidamente, come accade all'estero e nei migliori sistemi formativi, come quelli anglosassoni. Laurea: l'intenzione dell'Italia è di confermare la durata di 6 anni del percorso di laurea, mentre il tirocinio valutativo di 3 mesi, che oggi si svolge dopo la laurea, verrà incorporato nella stessa. L'esame di laurea, quindi, inglobando anche l'esame di Stato, permetterebbe di conseguire una laurea abilitante. Questa scelta dovrà avvenire previo confronto in sede europea, in modo da garantire l'uniformità delle scelte.

RIMANE IL NUMERO CHIUSO - Per l'accesso alle facoltà di medicina resterà il numero chiuso. Lo ha sottolineato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, durante la presentazione delle novità contenute nella riforma del percorso di studi di Medicina. «Abbiamo una pletora di medici. Attualmente - ha spiegato il ministro - ne abbiamo 4 ogni 1.000 abitanti a fronte di una media Ocse di 3,3. Con le nuove regole la nostra media scenderà a 3,5 rimanendo dunque ancora superiore a quella Ocse. Il numero di medici che escono dalle facoltà a numero chiuso copre le necessità del Paese e non riteniamo - ha concluso Fazio - di aver bisogno di nuovi medici».



Redazione Online Salute
28 luglio 2011 13:21



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Albinismo: capelli bianchi e ancora pregiudizi

Corriere della sera

Scarsa informazione sugli effetti di quest’anomalia genetica. Ipovisione sottovalutata da insegnanti e medici


Albinismo: in Africa, una condizione difficileMILANO - Vincenzo di Caltanissetta: «A 28 anni ho deciso di ritornare me stesso e non ho tinto più i capelli». Lucia di Verona, mamma di una ragazza albina: «Mia figlia ha disturbi della vista e non riesce a seguire le lezioni a scuola per 5 ore di seguito. Con mio marito ci siamo battuti per farle avere una lettrice esperta di disabilità sensoriale e  poi il computer come ausilio agli esami di terza media». Federica, 32 anni: «All’Università leggevo la lavagna col monocolo e un docente ogni volta mi diceva: “Signorina, non siamo mica a teatro”. Ora vivo da sola e lavoro in un’unità spinale a Firenze».

CHIARI PER NATURA - Capelli biondi o quasi bianchi, pelle chiarissima, occhi rossi o bluastri spesso colpiti da deficit o disturbi visivi come strabismo, fotofobia, nistagmo (movimenti ritmici e involontari dei globi oculari). Sono i “segni” che distinguono gli albini (in Italia circa 3 mila) e che ancora oggi discriminano, soprattutto in alcune zone del mondo come in Africa, dove addirittura può essere perseguitato chi ha quest’anomalia genetica dovuta a un difetto nella biosintesi e nella distribuzione della melanina, pigmento che colora pelle ed iride.

BARRIERE CULTURALI - Nel nostro Paese, oltre ai pregiudizi che a volte ancora prevalgono, gli albini devono combattere non solo la burocrazia per accedere ad ausili che renderebbero la loro vita più autonoma, ma anche la scarsa informazione che ancora c’è su quest’anomalia ereditaria: l’ipovisione, in particolare, è spesso sottovalutata dagli insegnanti ma a volte anche dal personale sanitario. Ne hanno discussoa Roma, nei giorni scorsi, albini provenienti da tutta Italia nel corso del secondo Convegno nazionale dal titolo “L'albinismo: una diversità vivibile". «I limiti posti da quest’alterazione genetica possono essere gestiti e in parte superati», afferma uno dei promotori, Giancarlo Loddo, che ha realizzato il primo sito sull’albinismo .

RESILIENZA - «Innanzitutto occorre acquisire fin da piccoli la consapevolezza dell’essere albini e dei disagi che comporta – spiega la psicologa Laura Bonanni, anche lei albina - . Quando nasce un figlio albino, la famiglia rimane come smarrita e deve riorganizzarsi. Un bambino riesce a percepire di essere una “delusione” per i suoi genitori, per cui può sviluppare un senso di insicurezza che diventa esso stesso un limite, a volte più di quello genetico - continua Bonanni - . La famiglia deve quindi riorganizzarsi e saper trasmettere al figlio gli strumenti necessari per poter costruire una personalità resiliente, cioè in grado di reagire alle avversità che accompagnano il bambino di oggi e l’adulto di domani». Servono poi competenze e informazioni. A volte gli stessi albini non sanno, per esempio, di aver diritto all’esenzione dei farmaci, ad ausili come le lenti, al riconoscimento dell’invalidità. E sono pochissimi in Italia i centri di riferimento. 

DAY HOSPITAL -«Al Niguarda di Milano per i pazienti albini è previsto un apposito “Percorso diagnostico multidisciplinare” in Day hospital, non è necessario quindi il ricovero», spiega la genetista Maria Cristina Patrosso, responsabile del laboratorio di analisi e patologia clinica. Dopo la visita presso l’oculistica pediatrica, i pazienti fanno la visita dermatologica che può comprendere un’eventuale mappatura dei nei. Viene poi eseguita la valutazione delle capacità uditive mediante le tecniche più opportune a seconda dell’età. Successivamente c’è la consulenza genetica e la firma del consenso informato al test molecolare. Vengono quindi analizzati i principali geni coinvolti in questa malattia.

Maria Giovanna Faiella
28 luglio 2011



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Papponi di Stato, puntata 6 Cene, Nutella e porno

Libero


L'Italia e la Casta. Riproproniamo l'inchiesta di Scaglia e Poletti pubblicata da Libero nel 2008. Nulla è cambiato




Immaginate un grande, enorme, gigantesco ufficio statale. Ma anche no, anche semplicemente un enorme ufficio, di quelli che tanti italiani vivono quotidianamente. Con tutte le dinamiche che ne conseguono: lavoro chi più chi meno, ma anche amicizie, antipatie, tresche più o meno note, litigi col superiore, ripicche. E poi pettegolezzi, pettegolezzi e ancora pettegolezzi. Le malelingue, a Montecitorio, sono in servizio permanente effettivo. Com’è ovvio, de visu è tutto un sorriso e gran pacche sulle spalle. Ma dietro...

Gli uomini, se giovani e appena appena intraprendenti, sono raccomandati e naturalmente omosessuali - «Poletti? Bè, certo, se la fa con Pecoraro Scanio...» - oppure inguaribili puttanieri - «Poletti con Pecoraro? Ma no, sei indietro, quello va a donnine una sera sì e l’altra pure...». E le donne? Quelle più carine d i Forza Italia sono prima o poi tutte indistintamente indicate come amanti di Berlusconi, e succede il contrario di ciò che si pensa, cioè che debbano lavorare il doppio delle altre per dimostrare che valgono, in questo senso chiedere informazioni alla povera Carfagna, che ancora non è riuscita a farsi perdonare cotanta avvenenza.

Ma questa caccia quotidiana alla preda dell’insaziabile Silvio ha anche un aspetto paradossale, perché la signora o signorina momentaneamente indicata come accompagnatrice clandestina del Cavaliere viene improvvisamente coperta d’ogni tipo d’attenzione e galanteria dai deputati di centrodestra e non solo - «ma come stai», «e come sei bella», «posso fare qualcosa per te» -, chissà mai che non possa metterli in buona luce con il leader che tutto può. Figuratevi poi che chiacchiericcio si porta dietro un personaggio come Wladimir Luxuria, il deputato transgender, che poi significa “non chiaramente identificabile come uomo o donna”.

In ogni caso, per semplificare, ne parlerò al femminile. Luxuria fa parte con me della Commissione cultura, è una delle più presenti e acute: studia, passa le notti ad approfondire, e forse per far vedere che non è lì solo in quanto “personaggio scomodo” interviene sempre e comunque, anche troppo. Gli uomini la studiano incuriositi, le donne la odiano e la criticano per principio, soprattutto quando si tratta di vestiti, «ma come si veste quella lì? Ma secondo te gioca a rugby?».

E poi è molto abile con i giornalisti, sa come “usarli” e per questo è spesso sui giornali, cosa che aumenta l’antipatia nei suoi confronti. Un giorno prendo un caffè con lei, tutti ci vedono ridere e scherzare, poi vado in Aula. Arriva un commesso con una busta: me la manda un sempre severissimo esponente dell’Udc, uno che in ogni occasione si atteggia a baciapile bigottone. Leggo il biglietto: “Ma Luxuria ce l’ha ancora o se l’è tagliato?”. Alzo lo sguardo, lo rivolgo verso di lui. E vedo che se la ride, facendo gesti
come a dire “tu lo sai, vero?”. Neanche alle elementari.

Ma passiamo a un altro “passatempo istituzionale” che molto impegna e diverte gli onorevoli: sono i “gruppi di pressione”, le “lobby”, per dirla all’americana. Trattasi di drappelli di deputati uniti da un comune interesse, che raggruppandosi anche al di là degli steccati di schieramento intendono far fronte comune ed eventualmente incidere su decisioni legislative che riguardano l’argomento in questione. Intendiamoci, spesso si occupano di situazioni davvero importanti, non so, l’amicizia per Israele oppure i diritti dei bambini o ancora quelli degli animali, e ho scelto a caso.

Ma non può non strappare un sorriso leggere che l’onorevole leghista Grimoldi, per rispondere a uno dei tanti aumenti fiscali paventati dal governo Prodi - in questo caso, l’innalzamento dell’Iva sulla cioccolata -, si sta sbattendo non poco per “costituire l’Intergruppo per la difesa della Nutella”, sottolineando che “la Nutella è simbolo di intere generazioni, chi non è cresciuto a pane e Nutella?”. E Grimoldi invita a considerare il fatto che “la nostra amata crema di nocciole ha una capacità di penetrazione nelle famiglie italiane pari al 100%, mentre altri generi spalmabili soltanto del 50%”. Se da una parte la Ferrero ringrazia, dall’altra si aspetta la replica del formaggino Mio.

E dunque, vai col gruppo: la mastelliana Sandra Cioffi auspica la costituzione dell’intergruppo “Amiche e amici del mare”? Le risponde Maria Ida Germontani, di An, con l’intergruppo “Amiche e amici dei laghi e dei fiumi”. L’ulivista ora Partito Democratico Massimo Vannucci segnala che già una cinquantina di onorevoli, che coprono tutto l’arco parlamentare, aderiscono al gruppo “Amici del termalismo”, e non state ad ascoltare chi insinua che la ragione sociale sia anche di ottenere qualche sconto per ritemprarsi a forza di fanghi. Naturalmente si sprecano gli onorevoli club calcistici sul genere “Viva la Juve e l’Inter e il Milan e la Roma e anche il Napoli”, non mi dilungo perché di calcio non m’intendo.

E poi gli intellettualissimi “Amici dei veicoli di interessi storico”, vale a dire le auto d’epoca, capitanati dal senatore Filippo Berselli (e infatti vuole essere un “intergruppo parlamentare”), e i mai fuori moda “Amici della filatelia”, organizzatore Carlo Giovanardi, e per restare su un livello alto c’è l’onorevole Pedrini che vuole “incentivare il turismo e la crescita economica tramite lo sviluppo del gioco del golf”, controbilanciato

dai più tradizionali “Amici della bicicletta”, di cui m’informa l’ulivista emiliana Carmen Motta. Chiudo il discorso con una nota d’altri tempi, quasi romantica, segnalando l’iniziativa dell’azzurro Paolo Russo, che con passione rilancia il gruppo parlamentare “Amici delle bocce”. Nel senso dello sport, naturalmente. Appuntamenti molto apprezzati da noi deputati sono poi le degustazioni di prodotti tipici: arrivano i rappresentanti di questa o quella regione, invitati dagli onorevoli da lì provenienti, e servono - in genere al ristorante di Montecitorio - i piatti e i vini della zona.

Sono sempre affollate, le degustazioni, e la scena si ripete pressoché uguale: ci sono queste persone, spesso si tratta di gente di paese che del Parlamento ha coltivato un’immagine quasi mitica. E si trovano lì, spaesati, ad osservare un’orda di affamati che si getta a peso morto su salame o tortellini o Franciacorta, e poi magari c’è qualcuno che si avvicina al bancone, «che delizia questo vino, ma non ne ho avuto nemmeno una bottiglia», e loro con espressione paziente ad allungargli - anzi, ad allungarci - la bottiglia. Scene mica tanto diverse da quelle che vedevo durante le mie trasmissioni, quando invitavo il pubblico ad assaggiare le ricette offerte dal paesino di turno.

Ma sì dài, che gli italiani sono così, quando si mangia va sempre bene, e non si vede perché noi deputati dovremmo essere l’eccezione. D’altronde che cosa vi aspettate, che tutti si corra per esempio alla “Prima manifestazione d’indipendenza dalla lingua inglese”, organizzata dall’associazione “Esperanto” cui è stata concessa per l’occasione la sala stampa della Camera, “intervengono tra gli altri il deputato europeo Alfredo Antoniozzi e l’onorevole Bruno Mellano”? No, meglio la bresaola. E poi ci sono le notti, le “notti romane”, con le terrazze e i salotti e le foto su Dagospia, il famoso sito internet di gossip. Ora, non vorrei sbriciolare un mito, ma le “notti romane” sono una gran noia. Certo che le feste ci sono, per noi Verdi il punto di riferimento è l’avvocato Paola Balducci.

Lei è una bella signora molto gentile e ospitale, ha una splendida casa in zona Botteghe Oscure, la sua terrazza è leggendaria. Mi viene in mente uno di questi ritrovi, l’allenatore personale della Balducci le aveva suggerito di puntare sulla carne anche per questioni di dieta, e allora era tutta una griglia e bistecche grandi così, all’americana, e infatti se non ricordo male c’erano piatti guarniti con bandierina a stelle e strisce, ma lì non c’era da protestare contro nessuna base militare yankee, né i vegetariani avrebbero avuto da dire.

In genere, però, i party più chic sono riservati ai pezzi grossi - della politica, della finanza, dello spettacolo -, gli onorevoli di bassa lega se riescono s’intrufolano, poi si mettono nell’angolo e allargano le narici per annusare il profumo del potere. Il più delle volte, invece, noi peones ci si organizza per passare serate al limite della tristezza. I Verdi escono coi Verdi, magari andiamo alla Locanda del Pellegrino, e poi leghisti con leghisti, quelli di An con altri di An. O anche i gruppi territoriali, lombardi con lombardi, napoletani con napoletani e così via. Si va nel solito ristorante dove ti trattano coi guanti - «buonasera onorevole, cosa le porto onorevole».

E si cerca di coinvolgere un ministro o al limite un sottosegretario - tanto nel governo Prodi sono cento e più, qualcuno si trova -, perché arrivare al locale con l’auto blu fa tutta un’altra scena, senza contare che si risparmiano i soldi del taxi. Si finisce quasi sempre a spettegolare su tizio e caio, col risultato che il giorno dopo, saputo che quello che fa l’amico in realtà sparla di te a più non posso, cerchi di ostacolarlo in ogni sua iniziativa politica, così, per antipatia personale. Ed è vero, a fine serata c’è anche chi si rifugia dall’amante più o meno giovane, o raccatta un po’ d’amore a pagamento, al limite si svena e investe su una bellissima “escort” contattata via Internet, salvo poi sbandierare conquiste e performance improbabili manco fosse Mastroianni.

Ma le orge in stile rockstar o i festini con le più disinibite vallette del momento, bè, scusate la delusione, ma per quel che mi riguarda sono più che altro letteratura d’accatto. In pornostar e dintorni, in effetti, una volta mi sono imbattuto. Mi telefona il capo ufficio stampa del partito, Giovanni Nani, e si lamenta, «Poletti, basta con questi scherzi», io casco dalle nuvole, «ma quali scherzi?». E lui seccato mi dice che insomma, c’è il manager di questa pornostar, Federica Zarri nota anche come Diana Busòn, che lo perseguita perché lei dice di voler entrare nei Verdi, e siccome è lombarda credeva c’entrassi io. Si apre così un gioioso dibattito, pornostar sì pornostar no, con il nostro Camillo Piazza, appassionato di balli sudamericani e che già aveva organizzato una manifestazione con diverse attrici hard per salvare il fiume Lambro dall’inquinamento, a sostenere l’ingresso di Federica nel partito, «perché, che male ci sarebbe? ». Ma la discussione s’interrompe bruscamente: veniamo infatti a sapere dai giornali che la  arri ha cambiato idea, intende aprire un Circolo della Libertà. La volgar battuta nasce spontanea: cazzi loro. E giù risatacce.
28/07/2011




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Così il lupo Malaparte si prese Virginia Agnelli

di Stenio Solinas


In alcune lettere inedite del 1936-37, nuovi particolari della relazione tra lo scrittore e la madre dell’Avvocato. I due avrebbero dovuto sposarsi nell'ottobre 1936




Le due lettere di Curzio Malaparte

Virginia cara, sono triste, triste per te: ma pieno di coraggio, di fermezza, di decisione e pieno d’amore come non mai. L’ignobile prepotenza, la sudicia violenza di cui siamo vittime ambedue non deve toccarci, e non ci tocca. Ci fa soffrire, ma non diminuisce in nulla né le nostre ragioni, né la purezza dei nostri atti e del nostro cuore. Ti sono vicino come un fratello può essere vicino a una sorella, come un amante può esser vicino alla propria donna. Tu sei più che una sorella, più che un’amante. Sei Virginia, la donna alla quale ho ormai dedicato tutta la mia vita e alla quale sono pronto, se necessario, a sacrificare tutto me stesso, il mio ingegno, il mio sangue, la mia felicità.
15 ottobre 1936

Le mie due lettere di ieri non ti saranno piaciute, non si può avere tutto del colore e del sapore del miele \. Hai agito come un giorno, molto presto, ti vergognerai d’aver agito. Io rimango al mio posto, sereno e giusto. Io non credo a coloro che dicono che sei una vecchia pazza in mano a un avvocato che ti succhia denari, a coloro che dicono che sei una nota e arcinota iettatrice, la quale porta disgrazia a tutti i suoi amanti, continuerò a ritenerti una donna perfetta, piena di difetti femminili: menzogne, viltà morali d’ogni genere. \ Ormai sei bruciata. Torna a chi vuoi: in qualunque letto sentirai la tua maledizione.
1 giugno 1937



Raccontano i biografi di Gianni Agnelli che «l’Av­vocato» («Mi chiami pu­re così, è un nome d’ar­te» recita una delle sue migliori battu­te) nutrisse un vero e proprio odio nei confronti di Curzio Malaparte. È comprensibile. Non solo era stato il più chiacchierato amante di sua ma­dre, ma aveva anche degli elementi di vanità, narcisismo, esibizioni­smo, insofferenza e impazienza che nel renderglielo simile, andavano in qualche modo esorcizzati.

Non c’è niente di peggio che vedere te stesso recitato da un altro: ciò che pensi na­turale ti appare di colpo artificiale, ciò che giudicavi piacevole ti infasti­disce. Come in un gioco di masche­re, scopri che la tua non è così bella come pensavi, e l’unico modo per uscire dall’impasse è fingere che sia di un altro, che sia altro. Nella sede della Stampa , a Torino, nella galleria fotografica dei diretto­ri, la foto di Malaparte non c’è, così come manca quella dei suoi succes­sori s­otto il fasci­smo, Turati e Si­gnoretti.
È una mancanza cu­riosa, perché fu il fascismo a ob­bligare Augusto Frassati,chedel­la Stampa era il proprietario, a cedere il capita­l­esocialeall’allo­ra azionista di minoranza Gio­vanni Agnelli. È doppiamente curiosa se si tie­ne conto che quando,duean­ni fa, il quaran­tenneMari­oCa­labresinediven­neildirettore, fu­rono in molti a direchesitratta­va del­più giova­ne giornalista mai sedutosi alla gui­da di quel quotidiano. Malaparte lo diresse che ne aveva trentuno.

Nel catalogo di «stranezze» di ca­sa Agnelli (il papà di Gianni, Edoar­do, eraunviveurdegnodiunroman­zo di Fitzgerald, sua madre Virginia era tanto infelice quanto disinibita, uno dei figli, Giorgio,era schizofreni­co, detestava il fratello maggiore Gianni, addirittura cercò di sparar­gli, un figlio di Gianni è morto suici­da, un nipote ci ha quasi rimesso le penne per una notte brava...) non sorprende che il più talentuoso degli scrittori fra le due guerre vi rientras­senell’otticadiuna liaison dangereu­se tanto chiacchierata quanto, stan­do alle testimonianze del tempo, passionale.
E tuttavia, l’altro elemen­to interessante della famiglia Agnelli è proprio l’imbarazzo con il quale ogni disagio è stato vissuto. Il fattore “aristocratico” in qualche modo lo alimentava, quello borghese lo re­spingeva, lo soffocava, lo negava. Giovanni Agnelli senior, il senatore, il capostipite, l’emblema sabaudo e un po’ bigotto di un modo di essere e di comportarsi, è la stessa persona che ingaggerà con la nuora Virginia lo scontro per la potestà dei nipoti già dopo la morte del figlio Edoardo e poi durante il legame con Malapar­te: glieli vuole togliere,ne teme le stra­nezze, non ne approva il modo di vi­­vere, detesta quello scrittore che lo sfida e gli tiene testa... 


Dalle lettere, alcune inedite, che il mensile GQ adesso pubblica, scritte fra il settembre del ’36 e il giu­gnodel’ 37, quando il legame si inter­ruppe, viene la conferma di ciò che già si sapeva: fu amore, si giunse addi­rittura a un passo dal matrimonio... Naturalmente, il tipo di amore che uno come Malaparte poteva dare e una come Virginia ricevere. Le missi­ve sentimentali non erano il forte del primo, «l’incultura trionfante» della seconda, stando alla bella definizio­ne di Maurizio Serra, ultimo e defini­tivo biografo malapartiano, non le permetteva grandi confessioni scrit­te... 
E così,da parte di lui:«Ti sono vi­cino come un fratello può essere vici­no a una sorella, come un amante può essere vicino alla propria don­na »;«mi piange il cuore a saperti sola e triste in una casa dove si manca di rispetto persino ai tuoi bambini». E ancora: «Prima lottavo per la schifo­sa politica, oggi lotto per una causa santa, per una donna che amo». 

Il legame sentimentale era però anche una questione politica, e il fa­scismo teneva di più ad Agnelli e alla Fiat che non a un Malaparte fresco di confino. Così, la lotta era già persa in partenza, anche se lo scrittore con il vecchio senatore faceva finta di no: «Io non ho nessuna paura né dei suoi soprusi né dei suoi milioni. Ne ho dato prova anche recentemen­te, quando Ella ha tentato invano, e più volte, di intimidirmi e di cor­rompermi ». 
Finì come finiscono le storie d’amore, la stanchezza prima, lei con un altro, poi, lui che alla fine im­preca: «In qualunque letto senti­rai la tua maledizione». Anni dopo si consolerà scriven­do: «Le sole donne che vale la pena di sposaresonoledon­ne molto povere». Preferì però morire scapolo. 




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Sorteggi, De Laurentiis lascia lo studio «Siete delle m...», poi fugge in motorino

Corriere del Mezzogiorno

Il presidente inviperito perché il Napoli affronterà Milan e Inter prima e dopo gli impegni di Champions League


NAPOLI - Una furia. Il presidente del Napoli De Laurentiis lascia inviperito gli studi di Sky e sbotta: «Siete delle merde....mi vergogno di essere italiano», in polemica sul calendario a suo giudizio «difficile» per il Napoli, che prima e dopo gli impegni europei affronterà Inter e Milan. E dire che la serata era cominciata in maniera apparentemente tranquilla, con le diramazioni della prima giornata di Serie A. Per Cavani e compagni primo match col Genoa al San Paolo. In diretta da Milano, studi Sky, Aurelio De Laurentiis commenta: «Partita abbordabile». Un secondo prima del sorteggio però aveva premesso: «Il calendario deve tutelare le squadre che giocano in Europa». Dopodiché, diramate anche la sesta e settima giornata, il patron azzurro ha lasciato tutti di stucco, abbandonando la platea. Il motivo? Era probabilmente scontento delle partite in calendario prima e dopo le sfide di Champions (ad esempio quella con l'Inter a San Siro alla sesta giornata).


Mario Sconcerti, presente in studio, subito ha rivelato: «Era infastidito per gli impegni che la sua squadra dovrà affrontare in prossimità dei match di coppa». De Laurentiis ci è andato giù pesante: «Siete delle m..., voglio tornare a fare cinema», ha detto visibilmente alterato.
FERMA UN RAGAZZO IN MOTORINO - Inutile il tentativo del presidente del Cagliari Massimo Cellino di farlo tornare sui suoi passi. «Giochiamo in Europa e non siamo tutelati» ha precisato De Laurentiis. E ancora: «Mi vergogno di essere italiano», ha detto ai cronisti che lo hanno inseguito per circa cinque minuti lungo via Feltre a Milano, all'uscita dello studio dove si sta tenendo il sorteggio. «Penso di cambiare paese e cittadinanza» ha poi aggiunto De Laurentiis prima di fermare un ragazzo in scooter e farsi dare un passaggio per sfuggire ai cronisti che lo stavano inseguendo.
CALENDARIO - Tornando al calendario, il campionato inizierà il 28 agosto. Il Napoli affronterà alla prima giornata al San Paolo il Genoa di Malesani. Alla seconda trasferta a Cesena. Alla terza giornata Napoli-Milan. Alla quarta Chievo-Napoli. Alla quinta Napoli-Fiorentina. Alla sesta a Milano contro l'Inter. Poi in casa col Parma. All'ottava Cagliari-Napoli. Alla nona Napoli-Udinese. Poi in casa col Parma. All'ottava Cagliari-Napoli. Alla nona Napoli-Udinese. In seguito ci saranno Catania-Napoli, Napoli-Juventus, Napoli-Lazio, Atalanta-Napoli, Napoli-Lecce.
TIM CUP - E si è svolto anche il sorteggio della Tim Cup2011-2012. Alla competizione parteciperanno 78 società: le 20 della Serie A Tim, le 22 della Serie bwin, 27 appartenenti alla Lega Pro e 9 della Lnd. Nei quarti di finale potrebbero verificarsi le sfide come Juventus-Roma, Milan-Lazio, Palermo-Udinese, Napoli-Inter. Gli azzurri, infatti, sono inseriti nella parte in basso a destra del tabellone e agli ottavi potrebbero incontrare Cesena, Atalanta, Gubbio, Ascoli o qualche altra squadra minore.

Alessandro Chetta e Marco Perillo
27 luglio 2011
(ultima modifica: 28 luglio 2011)

Anche la Cgil non vuole tagli alla casta del Senato

di Antonio Signorini

La Camusso non firma. Il sindacato rosso contro la scure degli stipendi d'oro dei lavoratori di Palazzo Madama


Roma La casta sono sempre gli altri e quando si tratta di tagliare o di rinunciare a qualcosa scatta lo stesso meccanismo che accompagna la costruzione di centrali e inceneritori: fatelo, ma non nel mio giardino. La Cgil non poteva fare eccezione. La stretta sui costi della politica è in cima alle priorità dei sindacati; sono state Cisl e Uil a pretendere nella manovra, accanto ai sacrifici per i cittadini, anche il taglio ai costi della politica. Quelli introdotti dal governo nel decreto taglia conti le sono comunque apparsi troppo timidi.
Ma a Palazzo Madama la confederazione guidata da Susanna Camusso ha deciso di prendere le difese di chi quei tagli non li vuole, in questo caso una parte, minoritaria, dei dipendenti del Senato. La presidenza ha tagliato, già da un po’, i costi del personale e un recente accordo ha applicato ai dipendenti lo stesso trattamento toccato agli altri statali, cioè il blocco temporaneo della contrattazione. L’incremento per il prossimo anno era stato fissato al 3,2%, ma un accordo firmato da dodici sigle che rappresentano i circa 1.000 dipendenti della Camera alta lo ha congelato fino al 2014. Il tutto, ha osservato ieri il quotidiano Italia Oggi, su stipendi medi di 144mila euro. Senza contare che la cifra dovrebbe essere recuperata dopo il triennio di stop. La rinuncia temporanea all’aumento di circa 4.500 euro è sembrata eccessiva al sindacato della sinistra che non ha firmato l’accordo.
Alla Camera un’intesa sullo stesso tema è stata firmata anche dalla Cgil, ma lì il piano di risparmi sul personale è meno drastico, tanto che la Lega ha denunciato l’accordo come un aumento «a pioggia» a beneficio dei dipendenti di Montecitorio. L’aumento di tre punti percentuali c’è, ma sarà scaglionato in tre anni. E poi, ha precisato la Camera, «non è pertinente il raffronto con i dipendenti del Senato che, come noto, percepiscono retribuzioni mediamente più alte di quelle erogate ai nostri dipendenti». Fatto sta che a Montecitorio solo un piccolo sindacato autonomo non ha siglato l’intesa.
Gli accordi sindacali che riguardano il Parlamento e gli altri organi costituzionali, non hanno la stessa pubblicità di quelli degli altri pezzi di pubblica amministrazione.
Ma l’attenzione dei media di questi giorni ha costretto le Camere a dare continue rassicurazioni sulla volontà di tagliare. Ieri è toccato al Senato ribadire che la stretta ci sarà. Oltre al blocco del 3,2% delle retribuzioni, il piano di risparmi riguarderà anche il contributo di perequazione del 5 e del 10% sulle pensioni più elevate degli ex dipendenti, l’applicazione dello stesso contributo ai vitalizi (le pensioni) più elevati degli ex senatori e la rinuncia ad alcuni immobili presi in affitto. In tutto «il Senato risparmierà 61,3 milioni di euro, che sommati ai 58,7 milioni derivanti dalle decisioni assunte nei mesi scorsi, porteranno a una riduzione dei costi complessiva pari a 120 milioni di euro tra il 2011 e il 2014».




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La sinistra dei diversamente ladri Il Pd vuole soldi anche da noi

di Alessandro Sallusti

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, in difficoltà sulla questione morale che sta investendo il suo partito dopo le inchieste e la sfilza di indagati democratici. Ora minaccia querele e accusa il Giornale. Ma la macchina del fango, caro segretario, non è da queste parti, ma dentro il suo partito (102 vicende giudiziarie in pochi anni non sono poche) e da ieri lei ne fa parte a pieno titolo. Invece di minacciare il giornale (è una cosa da comunisti) cacci i suoi collaboratori, ammesso che possa farlo



In questi giorni è difficile distinguere il segretario del Pd Pierluigi Bersani dal suo imitatore principe Maurizio Crozza. Le battute sono esilaranti. Dice: "Il Pd è totalmente estraneo a tutti i fatti di cronaca di cui si parla, quando solo negli ultimi anni sono ben 102 i suoi dirigenti indagati, arrestati, rinviati a giudizio o che hanno subito condanne. Dice: "Abbiamo fiducia nella magistratura, non accettiamo calunnie", quando i giornali si stanno limitiando a pubblicare atti e ipotesi di accusa che escono da due Procure della Repubblica.
Dice: "Fermeremo la macchina del fango", riferendosi probabilmente alle riflessioni di due imprenditori che raccontano di tangenti al partito e che, almeno in apparenza, son un po' più credibili delle escort e dei pentiti di mafia da lui accreditati in un recente passato per infangare Berlusconi. E infine dice: "Adesso partono le querele, stiamo pensando a una class action di tutti gli iscritti contro i giornali". E qui siamo alla minaccia, al tentativo di spaventare e zittire, al bavaglio democratico. Strano, per uno che soltanto un anno fa scese in piazza per la libertà assoluta di stampa contro il tiranno Berlusconi (aggredito sul piano personale da l'Unità e La Repubblica).
Non volendo mandare a quel paese i magistrati, non potendo querelare loro, Bersani-Crozza se la prende con i giornali. Anzi, per la precisione con questo giornale. Certo, non può prendersela con la Repubblica, che da giorni ignora in prima pagnia la tangentopoli di sinistra, relegando il caso nelle pagine interne senza approfondimenti e senza le ormai famose dieci domande al potente di turno. Bersani-Crozza non ha il coraggio di querelare il Corriere della sera, che ieri con un editoriale di Antonio Polito gli ha fatto un mazzo tanto per le clamorose omissioni della sua autodifesa. Il segretario schiena dritta risparmia il Fatto di Travaglio, che sempre ieri lo ha uccisio ponendogli sette domande micididali che da tempo aspettano risposte.
Per esempio: "Siccome il suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati più vari inquisiti e indagati, siccome avete mandato al Senato Alberto Tedesco, che si era appena dimesso da assessore pugliese per corruzione, le domando: il suo codice etico prevede maglie così generose? Oppure: Se lei ha presentato Gavio a Penati, se Penati ha fatto guadagnare 176 milioni a Gavio e se Gavio ne ha subito investiti 50 nella scalata Unipol-Bnl, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?"
Insomma, finalmente il muro di omertà mediatica e di protezione giudiziaria che ha protetto il Pd si sta sfaldando. A Bersani resta soltanto la complicità di La Repubblica, proprietà non a caso di quel De Benedetti tessera numero uno dei Ds-Pd.
Neppure il Tg3 ci dà dentro come quando c'è di mezzo il Pdl, e forse la spiegazione è nel conflitto di interesse che sta nel cognome della sua direttrice, Bianca Berlinguer. E lui che fa? L'unica cosa che fa da diciotto anni (oltre a interessarsi di banche e autostrade), cioè prendersela con Silvio Berlusconi, questa volta puntando il giornale di famiglia. La macchina del fango, caro segretario, non è da queste parti, ma dentro il suo partito (102 vicende giudiziarie in pochi anni non sono poche) e da ieri lei ne fa parte a pieno titolo. Invece di minacciare il giornale (è una cosa da comunisti) cacci i suoi collaboratori, ammesso che possa farlo.

E nel caso, se gliel'hanno fatta sotto il naso, si dimetta lei, invece che chiederci soldi (non siamo mica il compianto Gavio). Soldi che, secondo quanto sostengo i pm della procura di Milano, non dovrebbero mancarvi.




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Rovinati da Woodcock / Mattia Fella: "Davo lavoro a 50 famiglie, il pm mi ha rovinato"

di Stefano Zurlo




Un anno di intercettazioni. E poi, microspie ovunque: «La Procura di Potenza ha messo microspie nella mia auto, nel mio ufficio, nelle macchine degli amici, in quelle dei parenti, perfino su un volo di linea». Mattia Fella, imprenditore romano, è entrato nel mirino del pm Henry John Woodcock e ne è uscito a pezzi. «Inutile girarci intorno: la mia esistenza è saltata con quell’indagine avviata da Woodcock e oggi mi sono reinventato una seconda vita negli Stati Uniti. La prima non c’era più».

Come non c’era più?

«Ho scoperto, naturalmente dalla lettura dei giornali, che Woodcock mi seguiva da mesi e mesi».

Perché?

«Vede, io avevo a Roma un’agenzia di viaggi, la Visetur, che andava a gonfie vele e fatturava circa 70 milioni di euro. Avevo anche rapporti per la mia attività con i ministeri e in particolare con Alfonso Pecoraro Scanio, all’epoca titolare dell’Ambiente».

Dunque?

«Un giorno mi chiama la sua segreteria e mi spiega che il ministro è in difficoltà: deve andare sull’Adamello ma manca l’elicottero».

Lei?

«Che dovevo fare? Gli ho procurato io la soluzione. Non so come, ma credo che da allora sono stato intercettato».

E che cosa è venuto fuori?

«Io non sapevo nulla, ma a un certo punto ho visto che la procura di Potenza cominciava a interrogare i miei dipendenti. Strano: facevano domande sulla mia società. Poi di botto è arrivato il disastro e la mia prima vita è finita sugli scogli».

Insomma, che è successo?

«Il solito problema della competenza: Potenza ha spedito le carte a Roma e i giornali se ne sono impadroniti. Così, sempre leggendo i quotidiani, ho appreso con smarrimento di essere sotto inchiesta per corruzione, truffa aggravata e associazione a delinquere. Per una sfilza di episodi che è perfino difficile riassumere».

Ma che aveva fatto?

«Si era partiti da quel passaggio in elicottero a Pecoraro Scanio ma poi l’indagine si era allargata a macchia d’olio. Le cose più clamorose, anzi devastanti, erano due».

La truffa?

«Avevo comprato dei terreni per 270mila euro e mi sarei fatto finanziare dall’Unipol con una mutuo di 800mila euro».

Falso?

«Nessuno dà un mutuo superiore al valore del bene che si acquista. Qui mi avrebbero dato addirittura più del doppio. Una follia. Ma poi sarebbe bastato andare alla Banca d’Italia per sapere che Unipol non mi ha mai dato alcun mutuo. Quei terreni li ho comprati e fine della storia».

Ma com’è possibile?

«Fra cimici, microspie e altro si saranno convinti del contrario. Che le devo dire, è una follia».

La corruzione?

«Avrei comprato l’amministratore delegato della Simest. Una società che gravita sul ministero delle Attività produttive. C’era un viaggio in Mozambico: per Woodcock costava 4mila euro, io gliel’avrei regalato».

Il pm si è sbagliato?

«Non una ma due volte. Il viaggio costava 8mila euro e il direttore se l’era pagato con tanto di assegno. Facilmente controllabile».

Risultato?

«Quando l’indagine è passata per competenza a Roma io ho facilmente dimostrato la mia innocenza. Non avevo mai avuto rapporti con l’Unipol e non avevo offerto niente a nessuno. Ma il punto è quel che è accaduto nelle settimane precedenti.
Quando si è saputo che dovevo rispondere di tutta quella trafila di gravissimi reati».

La sua Visetur si è trovata in difficoltà?

«Difficoltà? Ma lei provi a pensare se sui giornali si scrive che sei un corruttore, uno che truffa le banche, uno che tresca indegnamente con la pubblica amministrazione, un farabutto. Le banche ci hanno tolto i fidi, i contratti, tutti i contratti sono saltati, nessuno ci rispondeva più al telefono. I giornali sono andati avanti un mese, cogliendo fiore da fiore. Le ruberie, i rapporti, per forza di cose ambigui se non peggio, con Pecoraro Scanio, e tutto il resto. Impossibile andare avanti».

Ha chiuso?

«Ho resistito finché ho potuto, poi ho dovuto ammainare la bandiera. I miei cinquanta dipendenti hanno perso il lavoro. Sono finiti sul lastrico. Purtroppo queste indagini colpiscono la povera gente...».

E lei non poteva fare niente?

«Pensi, due dipendenti che parlavano fra di loro sono stati a loro volta indagati per favoreggiamento. No, al momento non si poteva fare niente».

La Visetur?

«L’ho venduta ad un prezzo stracciato. È stata una sofferenza, perché io alla Visetur avevo dedicato la mia vita, trent’anni di attività. Ma non c’era più niente da fare: mi sono trasferito con la mia famiglia negli Stati Uniti. Lontano dall’Italia».

Lei è stato interrogato da Woodcock?

«No, il paradosso è che le mie attività sono franate e lui non l’ho mia visto. L’inchiesta è stata trasferita Roma e qui rapidamente, senza nemmeno arrivare a processo, quasi tutti i capi d’imputazione sono caduti come birilli. È caduta la corruzione, è caduta la truffa aggravata, è caduta l’associazione a delinquere».

Resta solo la corruzione nei confronti di Pecoraro Scanio?

«Sì, ma questo filone si è allungato nel tempo per via di un problema tecnico: io ero stato intercettato molte volte mentre parlavo al telefono con il ministro. Alla fine si è stabilito che quei nastri non potranno essere utilizzati. Si vedrà, ormai la Visetur non c’è più e i miei uomini hanno perso il lavoro».

Assolta anche se dimette il paziente con infarto in atto

La Stampa


A conferma di quanto già deciso dalla Corte d'appello di Genova, la Cassazione (sentenza 13758/11) dispone l'assoluzione, dall'accusa di omicidio colposo, della dottoressa che ha omesso di prescrivere esami specifici al paziente arrivato al Pronto Soccorso con sintomi riconducibili a un infarto.

Il caso

Un paziente si presenta presso il Pronto Soccorso dell'ospedale lamentando dei dolori al torace. Dopo esser stato sottoposto a elettrocardiogramma da parte della dottoressa di turno e, visto l'esito negativo dello stesso, è dimesso. Tornato a casa, però, muore per un'acuta insufficienza cardiocircolatoria.
Dopo essere stata condannata in primo grado per omicidio colposo, l'imputata è assolta dalla Corte d'appello perché il fatto non sussiste. In realtà la Corte territoriale condivide la valutazione del Tribunale riguardo la condotta colposa della dottoressa ma non ritiene che, in caso di tempestiva prescrizione di esami medici specifici, l'evento non si sarebbe verificato o comunque si sarebbe verificato in epoca significativamente posteriore o con minore intensità. Per ciò, non potendosi ritenere certo il sussistere del nesso eziologico tra il mancato ricovero del paziente e l'evento morte verificatosi, si procedeva all'assoluzione dell'accusata.
La Procura Generale della Repubblica propone ricorso, evidenziando la mancata spiegazione da parte dei Giudici di secondo grado delle ragioni per cui ritenevano che l'immediato ricovero non avrebbe potuto scongiurare l'evento morte. Se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto dall'ordinamento l'evento si sarebbe comunque verificato?
La Corte di Cassazione avalla quanto deciso dalla Corte d'appello escludendo la sussistenza di una prova certa in ordine all'imputazione causale dell'evento. Infatti, essendo l'infarto già in atto al momento della visita, l'immediato ricovero non avrebbe potuto scongiurare la rottura del cuore.
Sempre secondo la Suprema Corte, ipotizzando che l'infarto non fosse in atto al momento dell'accesso al Pronto Soccorso, un'eventuale prescrizione degli esami da parte della dottoressa-imputata non avrebbe sortito alcun effetto, questo perché l'esito dell'accertamento diagnostico sarebbe stato negativo. Perciò il ricorso non è fondato.




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Basta immigrati romeni” La Spagna chiude le porte

La Stampa


Cinque milioni di disoccupati, proteste: Zapatero rivede gli accordi


MARCO ZATTERIN


BRUXELLES

Venerdì la Commissione Ue ha giurato che non si poteva fare, ieri ha detto invece che non ci sono problemi. Per non sbagliarsi, il premier Zapatero aveva tirato diritto come nulla fosse con la decisione di chiudere «temporaneamente» la porta della Spagna ai lavoratori romeni. Colpa della disoccupazione al 20% della popolazione che sta tenendo a casa 5 milioni di persone. «Non c’è n’è per noi, figuriamoci per gli altri», riassume una fonte diplomatica madrilena. A Bruxelles sono imbarazzati, l’esame tecnico rivela che la mossa è compatibile con le norme per la libera circolazione. Il problema è dunque un altro: è che qualche Paese, come l’Olanda, potrebbe presto seguire l’esempio.

Sono tempi durissimi per la gente iberica. Appena quattro anni fa l’economia correva come se il cielo fosse il solo limite. In un sussulto, si è finiti a un passo da una bancarotta che la cura da cavallo disegnata dal governo socialista ha, per il momento, evitato. Il rischio, però, resta. Le stime dicono che a fine anno la Spagna sarà uno dei pochi paesi dell’Eurozona a crescere meno dell’Italia (0,7%), mentre un giovane su due non avrà un posto.

È una tragedia che ha scatenato la protesta del popolo degli «Indignados», occupatori pacifici di piazze in cerca di una prospettiva, non sempre statici visto che hanno appena marciato uniti verso Madrid da ogni dove. Una cinquantina di loro è poi partita alla volta di Bruxelles, con l’intenzione di raggiungerla a piedi, in settembre. Sono 1500 chilometri per farsi sentire anche nel cuore dell’Europa, sperando di raccogliere adepti lungo la via, come Forrest Gump.

«Vogliamo un cambiamento», recita il loro manifesto. Zapatero ha cercato di rispondere varando riforme a raffica. Aveva certo in mente la speculazione che lo tiene sotto tiro, ma la rivolta dei giovani indignati ha giocato pure un ruolo cruciale. Il ripristino della deroga al libero stabilimento di lavoratori, prevista fino al 2014 dal trattato di adesione di Bucarest all’Ue, nasce anche qui. È una misura che impone ai romeni che intendano lavorare in Spagna di avere un contratto e di un permesso. Prima potevano entrare senza limiti e tentare la sorte.

Lo stop non riguarda gli 800 mila romeni che già risiedono in Spagna, ma solo i nuovi arrivati. Il governo spiega che gli accordi consentono di introdurre limiti in casi d’urgenza, anche se le restrizioni per i lavoratori dei paesi dell’Est ultimi aderenti all’Ue sono cadute in maggio (non in dieci Paesi fra cui Francia, Germania e Italia). Così, legalmente, ci ha ripensato.

La norma, che sarà in vigore ad agosto, apre una questione politica importante. L’Europa si conferma l’entità che le capitali invocano nell’emergenza ma dimenticano quando hanno un problema personale. L’Olanda, per esempio, ragiona su come limitare l’accesso degli stranieri se non in casi eccezionali. Così la Danimarca che sfida i patti di Schengen. I socialisti spagnoli dicono che l’obiettivo è diverso. Su 800 mila romeni che già risiedono nel Paese, il 38% non ha un lavoro: «Mi sembra ragionevole assorbire prima quelli che sono qui», spiega Anna Terron, viceministro al Welfare. A Bucarest si teme di finire su un crinale rischioso, perché «la Spagna è la prima a reintrodurre i vincoli». Era stata anche la prima a togliere le restrizioni nel 2009. La crisi le ha consigliato di fare dietrofront.



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