lunedì 1 agosto 2011

Il governo non va a Bologna. Così sono beffati i fischiatori

Libero




Passano gli anni, non le polemiche. Domani, martedì 2 agosto, si celebra il 31esimo anniversario della strage di Bologna e della bomba alla stazione che nel 1980 provocò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre duecento. Se la verità storica su quell'atto di terrorismo appare ancora lontana, di sicuro resta il muro contro muro tra sinistra e destra. Nel mirino dell'opposizione e dell'associazione delle famiglie delle vittime ci sono ancora una volta il governo e Silvio Berlusconi.

Nessun esponente dell'esecutivo sarà domani a Bologna per le celebrazioni ufficiali che, anno dopo anno, si confermano gogna per chi ha la colpa di provenire politicamente da destra. Una vicinanza storica e culturale, tutta da dimostrare, con l'ala nera accusata dell'eccidio e tre giovani terroristi (Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini) condannati. Come da tradizione dal 1981 a oggi, qualsiasi esponente di centrodestra abbia preso la parola dal palco bolognese è stato accolto da bordate di fischi e insulti. Per questo, Silvio Berlusconi ha ribadito la decisione già messa in atto lo scorso anno: nessun esponente alla commemorazione, il governo sarà rappresentato dal prefetto Angelo Tranfaglia.

L'accusa - "Si tratta di una enorme mancanza di rispetto nei confronti delle vittime innocenti di quel terribile attentato e dei loro familiari - attacca Sonia Alfano, presidente dell'Associazione nazionale familiari vittime di mafia -. Ma tutto sommato è anche un gesto coerente: questo governo, criminogeno e privo di senso dello Stato e di rispetto per le istituzioni, ha paura della verità. Una paura quasi patologica".

La Alfano ricorda la promessa del premier di abolire il segreto di Stato sul periodo delle stragi: "Nulla di tutto questo, ovviamente è accaduto: i parenti delle vittime sono ancora una volta umiliati e gli armadi sono rimasti ben chiusi. E oggi, dopo oltre trent'anni di segreti di Stato incrociati, depistaggi e verità negate, le piste investigative continuano a spuntare come funghi mentre la verità appare comunque sempre più difficile da trovare". Non sarà alla manifestazione nemmeno il coordinatore regionale del Pdl Filippo Berselli, che riassume il malumore di molti politici di destra: "In passato ho partecipato alle celebrazioni e mi sono preso bordate di fischi. Mi sono stancato. Queste celebrazioni non sono più un momento di raccoglimento e di omaggio alle vittime, ma si sono trasformate in una strumentalizzazione politica e in un'occasione di attacco al Governo".

01/08/2011




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Beningni annulla lo show in piazza San Marco. Troppi scrocconi nei bar, satira sì ma non gratis

Libero






Lotta dura ai portoghesi, anche quelli di piazza San Marco che pensano solo a bersi un caffè o un prosecco. Roberto Benigni è sceso in guerra contro Venezia ed ha annullato lo spettacolo previsto nel "salotto buono" della città dei Dogi. Il motivo è semplice: chi è seduto ai tavolini dei tanti bar che si affacciano a ridosso della basilica avrebbe potuto assistere gratis allo show dell'istrionico cantore di Dante con la passione per gli sfottò su Silvio.

La gran serata era in programma a luglio e a Benigni, secondo gli accordi col Comune, sarebbe andata una percentuale sugli incassi. Ecco perché il toscanaccio si è preso a cuore l'organizzazione logistica della piazza. Quando è venuto a sapere che in base alle convenzioni tra i gestori dei locali e lo stesso Comune gli avventori di bar e locali di San Marco non pagano mai il biglietto degli spettacoli pubblici (pagando viceversa prezzi maggiorati per le consumazioni), Benigni ha fatto due conti e ha fatto il Piccolo Diavolo: dei 7.000 spettatori previsti, ben 2.000 avrebbero assistito a ufo alle sue invettive socio-cultural-politiche.

Va bene fare satira, ma regalarla proprio no. Se non altro, Benigni ha sollevato una questione sentita nelle sale del Comune veneziano.
"Il problema effettivamente si pone - sottolinea il direttore generale del Comune, Marco Agostini - e merita una attenta riflessione". La soluzione potrebbe essere quella di rendere compartecipi i gestori dei locali ai costi degli spettacoli e dei cachet. Come riporta il Corriere.it, Marco Paolini, ad del Caffè Florian, è un po' polemico con Benigni: "Se fossimo stati a conoscenza prima della sua volontà, quantomeno avremmo cercato di capire dove fosse il problema e magari si sarebbe trovata una mediazione, che tuttavia ormai è impossibile". E Pinocchio recupererà? Difficile, perché come ha rivelato il suo manager Lucio Presta ha già dovuto saltare "le date che ci sono state proposte, perché già impegnato con il film di Woody Allen". Lì, almeno, non c'è rischio di furbetti.

01/08/2011





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Metti spazzatura nella macchinetta e ricevi soldi per la spesa. Ma a Oslo

Corriere del Mezzogiorno

Ragazzi napoletani, stupiti, si filmano mentre utilizzano il dispositivo: vetro e plastica per buoni d'acquisto



NAPOLI - La Norvegia ha le prigioni più accoglienti del mondo. Se n'è accorto anche quell'assassino di Breivik. Ma gli scandinavi, pur sgomenti, non abbassano di un millimetro l'asticella del vivere civile. Altra prova dell'esistenza di un altro mondo possibile è la macchinetta, dalle fattezze di videopoker, che alcuni ragazzi napoletani hanno scovato, non senza stupore, in un supermarket di Oslo. Funziona nel seguente modo (almeno loro così lo spiegano su You Tube): ci si presenta al market con un carico di bottiglie vuote in vetro o plastica. Si inseriscono nell'apposita fessura. La macchinetta magica conteggia quanto «prodotto» e risarcisce in gettoni da spendere nello stesso market oppure con un buono per scalare dallo scontrino. A Napoli ci sarebbe la fila da Capodimonte a porta Capuana.

«SACCHETTI A RUBA» - Uno dei giovani filmati mentre deposita vetro ci scherza su: «Qui la spazzatura non si abbandona si rivende. Se lasci il sacchetto di immondizia incustodito qualcuno potrebbe pure rubarlo». Non a quella latitudine. E magari manco alle nostre. Dall'ironia ai consigli utili: «Se prendi la spazzatura prodotta a Napoli e la porta qui, spesa gratis per due anni...». Fine delle operazioni: una ventina di bottiglie, quasi 40 euro di spesa fatta.

Alessandro Chetta
01 agosto 2011

Spagna, Zapatero salva la corrida L'ira degli animalisti: "Vergogna"

La Stampa

Tra le ultime mosse del premier il trasferimento delle competenze sulla tauromachia dall'Interno alla Cultura. Esplode la protesta




La corrida è salva. L’annuncio che ne sancise lo status di «disciplina artistica e prodotto culturale» mette uno dei simboli più conosciuti della Spagna nel mondo al riparo dagli attacchi delle associazioni animaliste e di quanti considerano la tauromachia uno spettacolo crudele, da abolire definitivamente. Il ministero della Cultura, ora responsabile dello "sviluppo e della protezione della corrida", ha comunicato di aver rilevato le competenze del ministero dell’Interno e di essere «il luogo corretto» per la tutela di quella che viene definita patrimonio culturale della Spagna.

La mossa del governo del primo ministro Jose Luis Rodriguez Zapatero è giunta dopo le pressioni da parte dell’industria del settore, divenute particolarmente insistenti dopo che a luglio il governo della Catalogna aveva messo al bando le corride in tutto il territorio regionale. La decisione del governo catalano, bollata dai sostenitori della corrida come un mezzo per segnare ulteriormente la propria distanza da Madrid, entrerà in vigore a gennaio e non verrà annullata dall’annuncio del governo.

Tuttavia, la mossa del’esecutivo socialista, accusato dagli animalisti di aver rinnegato un precedente impegno in senso contrario, impedirà ad altre regioni di unirsi alla Catalogna nel mettere al bando le corride. Per lo sdegno degli animalisti, che hanno già annunciato battaglia, quella che Ernest Hemingway descrisse, in «Morte nel pomeriggio» ,come una forma d’arte, continuerà quindi a rappresentare, a torto o a ragione, lo spirito spagnolo nel mondo.



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Mille miglia, i sindacati dei vigili del fuoco inviano un dossier in Procura

Il Giorno

Chiesta chiarezza in merito alla partecipazione di una vettura “spacciata per un mezzo in dotazione al Corpo”, che invece sarebbe di proprietà di una società privata e che sarebbe stata preparata nell’officina del comando


Vigili del fuoco


Milano, 1 agosto 2011


Un dossier è stato inviato dai sindacati milanesi Cgil, Cisl, Uil e Usb dei Vigili del Fuoco alla Procura di Milano affinché “venga fatta luce” su alcuni fatti accaduti di recente, in particolare in merito alla partecipazione alle Mille Miglia di una vettura “spacciata per un mezzo in dotazione al Corpo”, che invece sarebbe di proprietà di una società privata e che sarebbe stata preparata nell’officina del comando.

“Nonostante il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco sia coperto da debiti ed insolvente verso i creditori - scrivono i coordinamenti provinciali milanesi dei sindacati dei Vigili del Fuoco di Cgil, Cisl, Uil e Usb - comprese le officine che effettuano le riparazioni dei mezzi, i vertici dell’amministrazione pensano bene di continuare a sperperare soldi in manifestazioni che nulla hanno a che vedere con i Vigili del Fuoco, come ad esempio la nota corsa per auto storiche 1000 miglia edizione 2011”

“Infatti - proseguono  - a maggio di quest’anno, una nutrita compagine di uomini e mezzi Vigili del Fuoco, ha partecipato alla prestigiosa gara con una vettura spacciata per un mezzo in dotazione al Corpo, mentre in realta’ si è scoperto di proprietà di una scoietà privata, quindi abilmente camuffata, cioè cambiate le targhe e dipinta di rosso, ha partecipato all’evento sportivo”





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Auto blu, le spese del Comune di Roma 226 vetture costano 17 milioni ogni anno

Il Messaggero

di Davide Desario

ROMA - L’auto blu? A Roma non si rifiuta a nessuno. In Campidoglio ce l’hanno davvero tutti: assessori, capo di Gabinetto e il suo staff, il capo del cerimoniale, presidente dell’Assemblea capitolina, i vicepresidenti, i due segretari d’Aula, tutti i capigruppo (dalla Destra a Sinistra e Libertà). Ma anche l’ufficio stampa del sindaco, il Segretario generale e i suoi vice, i direttori e i segretari dei Dipartimenti, i 19 presidenti di Municipio e i 19 direttori di Municipio. Una super flotta guidata da un esercito di dipendenti del Comune. A conti fatti tra noleggio, carburante e stipendi ogni anno costano 17 milioni di euro.



Diciotto anni di delibere.
Il regolamento che stabilisce a chi spetta e a chi no l’auto di servizio del Comune di Roma risale al 1993. E non lo ha emanato nemmeno un sindaco. La firma, infatti, è del commissario straordinario Aldo Camporota, una meteora che, dopo lo tsunami di Tangentopoli, ha guidato il Campidoglio per meno di un mese.

Precisamente 27 giorni (dal 9 novembre al 6 dicembre del 1993). Eppure in quei 27 giorni è riuscito a stabilire a chi spettasse l’autoblu. Da allora, in questi 18 anni, ci sono stati altri tre sindaci e tutti e tre hanno allargato la cerchia dei fortunati.

Prima Francesco Rutelli (ordinanza 864 del 23 ottobre 1996) che ha concesso l’auto e l’autista anche ai vicepresidenti del consiglio comunale. Non gli è stato da meno Walter Veltroni (ordinanza 240 del 17 ottobre 2003) che ha regalato l’auto (con autista ovviamente) addirittura ai due segretari del Consiglio comunale «ai fini dell’espletamento dei compiti istituzionali».

E poi è arrivato Gianni Alemanno che a giugno del 2008 ha rinunciato alle berline di lusso ereditate da Veltroni (due Lancia Thesis full optional compresi vetri scuri e blindati e televisore) e viaggia solo con una Lancia Delta messagli a disposizione dal Viminale per la sua scorta.

Un mese dopo, però, il Comune ha concesso l’auto di servizio (con autista) anche ai due vice capi di gabinetto che, poverini, erano quasi gli unici ad essere rimasti senza in tutto Palazzo Senatorio.

Dalla berlina all’utilitaria. L’unica vera riduzione in questi anni è stata fatta lo scorso anno quando la Giunta Alemanno ha approvato una delibera per rinunciare alle lussuose Alfa Romeo 159 e alle Alfa 147 a benzina per passare all’affitto delle più discrete Fiat Grande Punto 1,3 diesel. La delibera, inoltre, ha portato anche alla riduzione del parco auto che da 339 é diventato di 226 con una riduzione di spesa totale di 4 milioni di euro.

«Siamo la prima amministrazione, a livello nazionale, che abolisce definitivamente le auto di rappresentanza - disse Gianni Alemanno - I nostri assessori, i nostri dirigenti andranno con auto normali, di servizio, senza alcuno status particolare». E, aveva promesso, che la rivoluzione avrebbe riguardato anche tutte le aziende della Holding Campidoglio.

La situazione attuale. Oggi, escludendo il capitolo a parte della polizia municipale di Roma Capitale, il parco auto del Comune conta 226 auto a noleggio. Di queste 117 sono per funzioni operative (la maggior parte consegnano la posta interna e il protocollo) e 109 sono di rappresentanza. Per affittare questa flotta il Comune ha stanziato nell’ultimo bilancio 5 milioni di euro.

E per farle camminare ha previsto di spendere 3,5 milioni di euro di carburante e lubrificanti e anche 5.000 euro per il lavaggio degli autoveicoli. Ma non solo: per guidarle il Comune impegna molti dei suoi dipendenti, 226 per l’esattezza.

E per pagarli sborsa mediamente 8milioni e 225mila euro l’anno ai quali si deve aggiungere almeno un altro milione di euro di retribuzione straordinaria (gli autisti guarda caso sono quelli che lavorano più di tutti gli altri oltre l’orario normale). Insomma un totale di 17 milioni di euro l’anno. Mica pochi.

Lunedì 01 Agosto 2011 - 14:48




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Fini da Montecarlo a casa Tremonti

Il Tempo

Politici smemorati con valigie piene e parole vuote

Gianfranco Fini Valigie piene e parole vuote. Le valigie piene sono quelle che i politici hanno già portato via per le vacanze, o che hanno pronte al piede essendo in partenza, ma con la pretesa di farci credere che smaniano dalla voglia di disfarle per rimanere a Roma, a disposizione dei presidenti delle Camere. Dei quali ce n’è uno, l’ormai solito Gianfranco Fini, che si mostra contrariato per le resistenze del governo alle richieste di correre a farsi processare in Parlamento.

Dove c’è infatti il solito - pure lui - Antonio Di Pietro smanioso di presentare la sua brava mozione di sfiducia, in un ennesimo esercizio da "asilo infantile", come ha giustamente osservato un rinsavito Pier Ferdinando Casini dopo avervi un po’ ceduto anche lui. Le parole vuote, di contenuto e di sincerità, sono quelle che gli stessi politici pronunciano per farci credere, appunto, che sono partiti o stanno partendo malvolentieri per le vacanze.

Alle quali sarebbero praticamente costretti solo da un governo sordo alle esigenze di farli lavorare ancora e di chiarire i misfatti suoi in generale e quelli, ora, in particolare del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che nei suoi approcci con il problema casa, dopo avere disinvoltamente adoperato a Roma quella di un suo consigliere finito nei guai giudiziari, è riuscito a sorprendere persino Fini. Che proprio in una casa, quella ormai famosa di Montecarlo, lasciata in eredità al suo vecchio partito da una sfortunata elettrice di destra, è letteralmente e rovinosamente inciampato, peraltro senza avvertire il dovere di rassegnare le dimissioni.

Eppure egli vi si era impegnato pubblicamente se fosse risultato ciò che le carte trasmesse dal Ministero degli Esteri alla magistratura romana, fra le rumorose proteste parlamentari dei suoi amici, hanno poi confermato: che cioè quell’appartamento è finito a prezzo, diciamo così scontato, nella piena disponibilità di suo cognato. Immagino il fastidio di Tremonti, al netto dei suoi indubbi e madornali errori quanto meno di comportamento, e dell’increscioso pasticcio nel quale si è messo anche nei rapporti con la Guardia di Finanza, nel vedersi in qualche modo additato in questi giorni pure da Fini.

Che peraltro già una volta, due legislature fa, quando faceva ancora parte della coalizione berlusconiana di centrodestra, ne determinò l’allontanamento dal governo dopo avergli gridato in faccia, durante un vertice politico, all’incirca così: «Potrai anche intenderti di economia ma di politica non capisci un cazzo». Se non fu proprio questa la frase, vista la sua pesante portata, chiedo scusa per i colleghi che imprudentemente la riferirono facendola entrare nella letteratura politica dalla quale l’ho tirata fuori.

Fra le parole vuote di contenuto e di sincerità che si leggono e si sentono in questi giorni di apparentemente sofferta partenza per le vacanze, o di prudente e sentito rinvio, come nel caso del presidente della Repubblica, ci sono quelle che hanno continuato a riproporre anche ieri il tema di un nuovo governo ispirato, diciamo così, dal capo dello Stato. Che dovrebbe nascere in autunno per sostituire quello di Berlusconi, del quale si immagina da parte degli avversari politici la caduta stagionale come le foglie dagli alberi, a dispetto della maggioranza di cui esso dispone sia al Senato sia alla Camera: una maggioranza più volte certificata con voti di fiducia dopo il 14 dicembre scorso, il giorno del fallito assalto finiano.

Il coro di queste parole vuote ha tuttavia indotto Casini a prenderne lodevolmente ieri le distanze non solo destinando al già citato asilo infantile la minacciata mozione di sfiducia di Di Pietro, ma anche avvertendo le altre componenti dell’opposizione che un nuovo governo "di armistizio", come lui lo chiama, per avere qualche seria possibilità di nascere non può essere concepito in chiave "punitiva" nei riguardi di Berlusconi e del Pdl, visti i voti che l’uno e l’altro hanno "incassato" nelle ultime elezioni politiche. Ma è proprio questo carattere punitivo che il Pd della Rosy Bindi, di Pier Luigi Bersani e compagnia bella insegue immaginando l’arrivo dal Cielo, cioè dal Colle, di Mario Monti o di qualche altro "tecnico" a Palazzo Chigi.

Come sarebbe avvenuto- usa spesso ricordare Walter Veltroni- con l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. «Gli ottimi nomi di tecnici che girano - ha opportunamente ammonito Casini in una intervista al Corriere della Sera - non possono espropriare la politica. Sono i partiti che devono assumere la consapevolezza di guidare una fase nuova». Ciampi infatti arrivò a Palazzo Chigi con la spinta dell’allora Pds-ex Pci e con la rassegnazione di una Dc e di un Psi ormai agonizzanti.

Così come l’anno prima Giuliano Amato vi era arrivato su designazione del Psi di Bettino Craxi e della Dc di Arnaldo Forlani, azzoppati ma non ancora finiti. Per quanto malmessi, Berlusconi e il Pdl, ma anche la Lega, non sono nelle condizioni della Dc e del Psi ai tempi del governo Ciampi. E neppure Bersani, con i suoi Penati, è nelle condizioni del baldanzoso, per quanto arruffato, Achille Occhetto del 1993. Casini, che proviene pur sempre dalla scuderia forlaniana, evidentemente ha buona memoria. Che una volta tanto cerca di mettere a profitto.

Francesco Damato
01/08/2011




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Gli operai costano troppo, la Foxconn assume i robot

La Stampa

Il gigante taiwanese dell'elettronica, che produce per Apple, Nokia e Intel, avrà
un milione di automi nelle sue fabbriche entro il 2013. L'azienda aveva già attirato l'attenzione
dei media a causa di una serie di suicidi che avevano coinvolto i suoi dipendenti



Robot al posto degli operai: una legione di "dipendenti" automatizzati equivalente a un milione di unità lavorative da creare nei prossimi tre anni, cento volte tanto i livelli attuali. Sono le cifre annunciate oggi dal gigante globale delle delocalizzazioni industriali, la multinazionale taiwanese Foxconn, che con i suoi immensi impianti manifatturieri in Cina produce i gioielli dell'elettronica per conto di buona parte dell'industria avanzata occidentale, dalla californiana Apple alla finlandese Nokia, a Intel e altri.

Nei mesi passati Foxconn è stata investita da polemiche sul trattamento riservato ai dipendenti, che rivendicano orari più umani e salari più elevati. Nel 2010 era anche emersa un'anomala catena di suicidi tra gli operai dell'azienda: più di 13 casi nei primi otto mesi dell'anno. Intanto va esaurendosi il prezioso filone di lavoro a bassissimo costo che in Cina, per anni, è stato possibile sfruttare grazie all'esodo di milioni di cittadini dalle poverissime campagne verso le città, e le loro industrie fumanti.

E così il lavoro low cost cinese è sempre meno "low". Lo scorso anno, sollecitata anche dalla pressioni delle autorità, Foxconn si è dovuta rassegnare ad aumentare del 30-40 per cento i salari medi dei suoi dipendenti, e fino al 2013 si profilano altri incrementi per un ulteriore 20-30 per cento, secondo il Financial Times. Per un gigante dell'elettronica, forse la via di fuga più evidente da questa spirale sui costi del lavoro è stata quella di 'assumere' robot. Costruirli e mantenerli in attività ha sì un costo, ma fisso e prevedibile. Gli orari non esistono e i robot non scioperano mai.

Il maxi programma di robotizzazione è stato illustrato oggi dall'amministratore delegato e presidente di Foxconn, Terry Gou. Dalle 10.000 attuali le unità lavorative robotiche di Foxconn saliranno a 300.000 nel prossimo anno e a 1 milione in tre anni. E secondo gli analisti potrebbe segnalare un cambiamento di epoca per l'industria: "ormai il costo del lavoro - sostiene Alin
Kwock, di JPMorgan - non è più inferiore al costo del capitale", cioè al finanziamento che è necessario reperire per costruire e mantenere robot industriali.

Tuttavia questo slancio sull'automazione potrebbe creare nuovi attriti con le autorità cinesi, avverte il quotidiano nell'edizione online, diverse province cinesi speravano che la costruzione di nuovi impianti del gruppo portasse alla creazione di posti di lavoro. Invece ci saranno posti solo per i robot, che non votano alle elezioni. Proprio per questo Foxconn ha cercato di smorzare sulle polemiche, evitando di confermare a livello ufficiale le cifre riferite da Gou e assicurando che il management intende riallocare i suoi dipendenti a "livelli più alti" della catena produttiva, rispetto alle attività di base del manifatturiero.



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Papponi di stato, puntata 8. Deputati in vendita al bazar.

Libero




Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti.

E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso.

A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non resta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua, di testa. In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia.

Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece - ma questa èun’opinione del tutto personale - con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare.

Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col ministro? può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del ministro è piena, non ha tempo.

Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo. La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me? poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi.

Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza.

Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti.

Anzi, l’emendamento te lo portano per tempo direttamente loro, già bell’e scritto, «allora, cosa dici, lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli...». E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo.

Ho rifiutato. E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.

Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il faldone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto”: non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria?

Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica.

E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione. Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati.

Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica.

Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così - mi dice in sostanza Pecoraro -, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto».

Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi prospetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che lì ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big.

E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle email che cominciano con “Caro compagno”, e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo.

È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee. E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio.

Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, “una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla onlus “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specializzata nell’ippoterapia per aiutare i disabili, quei soldi serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.

01/08/2011




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Augurissimi al Napoli: la società azzurra compie ottantacinque anni

Corriere del Mezzogiorno

De Magistris: buon compleanno da tutta la città



La formazione del campionato 1926/27
La formazione del campionato 1926/27

NAPOLI - Il primo cittadino è anche il primo a fare gli auguri: «Un affettuoso augurio da parte di tutta la città e dell'amministrazione comunale per l'85anniversario della società sportiva calcio Napoli, che da anni regala sogni e speranze ai suoi tifosi e alle sue tifose». Luigi De Magistris celebra l'anniversario calcistico, ben sapendo l'importanza assoluta che il club azzurro riveste per il capoluogo campano, dal punto di vista sportivo e sociale. «Al Presidente Aurelio De Laurentis, all'allenatore, alla squadra e a tutti i collaboratori - ha proseguito il sindaco - auguriamo un altro anno ricco di soddisfazioni, che non potranno che diventare anche le nostre. Il Napoli, da sempre protagonista della storia calcistica italiana, potrà contribuire al rilancio dell'intera città, come del resto solo lo sport è capace di fare essendo fattore di aggregazione in grado di offrire impulso positivo a tutta la società».


LAVORI AL SAN PAOLO - A porgere gli auguri al club è anche l'assessore allo Sport del Comune di Napoli, Pina Tommasielli: «La nostra squadra di calcio ha rappresentato in questi anni parte dell'orgoglio cittadino. L'occasione mi è gradita per evidenziare che questa amministrazione, di concerto con il Napoli, la Questura e la Prefettura, sta monitorando i lavori di adeguamento dello stadio San Paolo in maniera costante al fine di consentire il regolare svolgimento delle gare della prossima stagione calcistica».

Maradona, Cavani, Sallustro, Krol
Maradona, Cavani, Sallustro, Krol

IL DISCORSO DI ASCARELLI - E Mimmo Carratelli sul blog Il Napolista ricostruisce la genesi della società. «L’1 agosto 1926, Giorgio Ascarelli riunì i soci dell’Internaples e, con voce commossa, disse: “Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene (...). Io propongo che l’Internaples da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli». E la maglia - aggiunge Carratelli - «prese il colore azzurro del cielo e del mare piuttosto che i colori giallorossi del gonfalone comunale».






Redazione online
01 agosto 2011




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Un unico geologo contro le voragini e i crolli di tutta Roma

Corriere della sera

Deve controllare 1.285 km di terreno argilloso a rischio crolli. Ancora in alto mare il progetto per la creazione  di un Servizio geologico comunale partito un anno fa


ROMA - Un geologo comunale per tutta Roma. Più un’intesa come quella stipulata da poco dalla Protezione Civile comunale con l’Ordine dei Geologi. Ecco cosa Roma mette in campo contro l’incubo delle voragini e i dissesti che minacciano crolli. Alcuni dei quali clamorosi come quello che ha investito la Domus Aurea. Un anno fa il Consiglio Comunale su iniziativa della consigliera Gemma Azuni di Sel ha adottato all’unanimità un indirizzo per la costituzione di un Servizio geologico comunale vero e proprio. «Purtroppo mi pare che siamo ancora in alto mare», dice l’Azuni. «Un ufficio geologico degno di questo nome a Roma ancora non c’è…».

LETTO ALLUVIONALE - I geologi spiegano Roma come un grande letto alluvionale del Tevere, una sorta di millefoglie intriso d’acqua e da una parte e dall’altra tufo con un’infinità di gallerie, fungaie, depositi d’acqua sotterranei su cui gravano spesso imponenti e pesanti costruzioni. Le conseguenze di questo sistema sono a volte drammatiche, con voragini improvvise e dissesti vari, perfino crolli. «Il territorio è segnato dal Tevere sì – spiega il professore Roberto Marra geologo di Roma Tre -, ma quanti sono i corsi minori d’acqua che lo alimentano e che perlopiù sono obliterati e nascosti dalla città? Ne risulta un terreno argilloso, comprimibile, recente su cui gravano le grandi costruzioni degli anni ’50 e ’60…».


VORAGINI -Ecco allora voragini improvvise come quella in cui poco tempo fa in via Anastasio II stava per essere inghiottito un motociclista che l’ha schivata di misura. In viale Giustiniano Imperatore, all’Ostiense, le scollature evidentissime tra un palazzo e l’altro promettono da tempo guai molto seri. Le crepe che si sono materializzate in via dei Savorgnan, a Torpignattara, hanno innescato allarme. E poi le cavità sotto Villa Certosa, per le fungaie naturali. E ancora i cedimenti in via Columella, al Quadraro, con i residenti a lungo ostaggio di una profonda buca.


PROTOCOLLO D'INTESA - L’indirizzo approvato nel giugno 2010 dal consiglio comunale intendeva fornire una risposta istituzionale a questo ordine di problemi. Era il giugno 2010. Da allora che cosa è successo? «Per migliorare la capacità di intervento delle strutture di Protezione civile capitoline, abbiamo promosso un protocollo d'intesa con l'Ordine dei Geologi che prevede la possibilità di avvalerci della consulenza tecnico-scientifica dei professionisti iscritti all'Ordine – spiega Tommaso Profeta, a capo della Protezione Civile capitolina -. Si tratta di un'iniziativa importante (peraltro, prevista dalla legge 225/92) che ci permetterà di avvalerci in situazioni di emergenza della competenza di 39 professionisti appositamente individuati. Tale intesa, interviene a rafforzare la collaborazione tra la Protezione civile di Roma Capitale e il Dipartimento ai lavori pubblici del Campidoglio, presso il quale già prestano servizio diverse figure tecniche ed un geologo. Infine, aggiungo che Roma capitale ha messo a concorso quattro posti per il profilo professionale di Geologo in modo da garantire ogni attività che necessiti di tali specifiche competenze».


PROVINCIA - Insomma, tirando le somme, in termini strettamente comunali, siamo ancora a un geologo comunale per tutta Roma e per i suoi 1285,31 chilometri quadrati. La Provincia di Roma ha invece un Servizio geologico che conta quattro geologi a partire dal dirigente Raffaele Reitano, più una laureata in geofisica.Sul sito della Provinciasi trovano i risultati di questo team comprese alcune ricerche come la carta geologica di Roma e della sua provincia, oppure la mappa delle cavità nel Comune di Roma. In Campidoglio invece la conta è ferma tuttora a un solo geologo, per un territorio pari alla somma di quelli dei comuni di Milano, Torino, Bologna, Palermo, Genova, Firenze, Bari e Catania. Un unico tecnico per un territorio più grande di quelli di metropoli come New York, Mosca, Berlino, Madrid e Parigi.

Paolo Brogi
01 agosto 2011 11:47

I carabinieri non rispondono

Il Messaggero


Egregio ministro Maroni, sono un cittadino onesto ma forse a questo punto fesso... Legga quello che sto per scrivere e poi tragga le conseguenze e spero anche agisca con fermezza.

I fatti: mi trovavo a fare un giro a Roma e davanti al Viale del Quirinale (coincidenza...) vedo che a un signore in scooter cade il portafogli senza che lui se ne accorga. Mi fermo per raccoglierlo anche se già qualcun'altro ci aveva messo gli occhi. Una volta in mano il portafogli inizia la mia avventura. Dentro c'erano i soldi, le carte ed i documenti del proprietario, leggo l'indirizzo e tento di consegnarlo alla sua abitazione, magari ai suoi familiari.

Non trovo nessuno, vado quindi a fare la denuncia nel più vicino comando dei carabinieri che e' il comando della stazione Bravetta. E' qui che mi chiedo se vale la pena essere ancora un cittadino corretto ed onesto... Entro nel comando e non c'è nessuno, suono, nulla... Suono ancora, niente... Dopo 5 minuti arriva un carabiniere in maglietta maniche corte e mi chiede cosa voglio. Gli dico che ho trovato un portafogli e che vorrei fare la denuncia, mi dice di attendere che mandava qualcuno. Ho atteso 20 minuti, il comando era deserto si sentiva solo ogni tanto qualcuno che fischiettava o cantava il ritornello: "fiorin fiorello l'amore e' bello vicino a te"...

A questo punto molto adirato decido di chiamare il 112, spiego la situazione a chi mi risponde il quale rimane incredulo, mi dice di attendere che avrebbero chiamato direttamente loro, infatti sento squillare i telefoni ma nessuno risponde... Dopo un po' il 112 mi dice: guardi non mi risponde nessuno...

Io gli dico che e' una vergogna! Che non e' possibile che una persona che vuole essere semplicemente onesta riceva questo trattamento dai carabinieri! Coloro che dovrebbero essere i tutori dell'ordine e che dovrebbero accogliere i cittadini in difficoltà... Imaginiamo se era una cosa urgente! Sarà forse perché c'era la partenza del gran premio di formula 1? Non mi stupirei a questo punto...

Io la denuncia non sono riuscito a farla signor Ministro, me ne sono tornato a casa con il portafogli del povero signore sventurato, sperando che ora mi contatti lui o altrimenti tenterò di fare la denuncia domani alla polizia. Ma mi chiedo e Le chiedo se e' normale tutto questo! Ma in che paese viviamo? Tragga Lei le conseguenze e spero anche delle azioni severe alla caserma Bravetta di Roma .

Sono a disposizione per tutti i chiarimenti, la mia telefonata al 112 e' agli atti ed e' registrata...

Distinti saluti

Roberto Zenobi

Domenica 31 Luglio 2011 - 18:51




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Il Palazzo ci dà un taglietto

Il Tempo

Si votano i bilanci di Camera e Senato. Meno voli e auto blu. Chiuso il ristorante di San Macuto.


La buvette della Camera dei Deputati Addio ai biglietti aerei gratis, meno auto blu e più taxi, blocco dell’aumento degli stipendi, niente ristorante a cinque stelle né ufficio nel centro storico di Roma. I deputati potrebbero diventare presto dei comuni mortali. O quasi. Il bilancio di Montecitorio sarà discusso questa settimana. Prevede risparmi per 151 milioni di euro in tre anni, dal 2011 al 2013. Continuerà il blocco degli aumenti degli stipendi, stabilito nel 2008.

Poi saranno ridotti del 10 per cento i fondi per i gruppi politici, che non vanno confusi con i rimborsi elettorali, che di fatto hanno soppiantato il finanziamento ai partiti messo fuori gioco dal referendum del '93. Ma la vera novità riguarda i trasporti. Ogni deputato ha diritto a viaggiare gratis in aereo in Italia. La proposta, voluta strenuamente dal presidente della Camera Gianfranco Fini e approvata dai questori, prevede che dal 2012 gli eletti a Montecitorio possano richiedere biglietti gratuiti soltanto per le tratte che collegano Roma con il proprio collegio, di norma la propria città.

Cioè verrebbero pagati unicamente i viaggi casa-lavoro. Unica eccezione se in qualche manifestazione un deputato debba rappresentare la Camera e sia autorizzato espressamente dalla presidenza. La misura farebbe risparmiare alle casse di Montecitorio ben due milioni di euro fino al 2013. Poi ci sono le auto blu. Oggi, solo alla Camera, ne hanno diritto 82 persone. Ovviamente il numero uno di Montecitorio o i questori ma anche i presidenti di Commissione.

Una delle proposte avanzate, che saranno discusse nei prossimi giorni in Aula, toglie l'auto con autista ai presidenti di Commissione e gli concede il rimborso del taxi. Certo potrebbero andare a lavorare anche in autobus, visto che la maggioranza dei parlamentari vive in centro storico, ma è già qualcosa. Andiamo ai ristoranti. Il capitolo è spinoso: costano 5 milioni di euro all'anno. Ci mangiano deputati e addetti ai lavori. Il bilancio prevede di chiudere quello di Palazzo San Macuto. Ma non è tutto.

L'ufficio di presidenza della Camera sta esaminando la proposta di chiudere anche gli altri tre ristoranti, trasformandoli in self service. In effetti perché un deputato non può fare la fila col vassoio in mano come tutti gli altri dipendenti di Montecitorio? Di sicuro sarebbe un bel risparmio. È stato calcolato che il self service al posto del locale a cinque stelle farebbe risparmiare 3,5 milioni all'anno. Sarà anche disdetto il contratto di locazione con Palazzo Marini 1, dove ci sono gli uffici di 180 deputati. Ultima questione, la fondazione della Camera.

Pochi la conosceranno ma costa 2 milioni di euro all'anno. È stata costituita nel 2003 e ha come compiti statutari quelli di divulgare l'attività della Camera, promuoverne l'immagine, favorire e sviluppare il rapporto tra l'istituzione parlamentare e i cittadini. Organizza eventi culturali, mostre, convegni e seminari nonché pubblicazioni e prodotti multimediali. Tutte cose a cui, prima del 2003, provvedeva la Camera dei deputati. Ora il presidente della fondazione, in quanto ex numero uno di Montecitorio, è Fausto Bertinotti.

Lo affiancano nove deputati consiglieri di amministrazione (tra cui i questori), un direttore generale e quattro revisori dei conti. Un organismo su cui tanti addetti ai lavori esprimono perplessità. Non si risparmierebbe se gli stessi eventi fossero organizzati dalla Camera? C'è chi vorrebbe eliminare la fondazione ma la battaglia sembra, almeno in questa fase, improba. In ogni caso, dopo il buon esempio del presidente della Repubblica Napolitano, che due giorni fa s'è tagliato lo stipendio (guadagna poco meno di 140 mila euro netti all'anno) e ha annunciato risparmi per 15 milioni di euro nei prossimi due anni, si muove anche il Senato. Palazzo Madama dovrebbe approvare il bilancio e le riduzioni di spesa già oggi. Sono previsti tagli per 120 milioni in tre anni. Tra i principali interventi: la riduzione della dotazione ordinaria, la mancata applicazione alle retribuzioni del personale dell'incremento del 3,2%, il taglio del 5 e del 10% delle pensioni più elevate degli ex dipendenti e dei vitalizi più alti degli ex senatori.


Alberto Di Majo
01/08/2011




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Non parli il dialetto? Allora ti do una lezione" E il giustiziere veneto massacra un senegalese

di Marino Smiderle


Follia xenofoba a Treviso. L’aggressore non ha neanche provato a giustificarsi: "Non capiva la mia lingua, così gli ho dato una lezione". L'immigrati, regolare, è finito in ospedale, mentre il picchiatore è stato subito arrestato





Treviso - «No te me capise?». Domanda sparata con gli occhi fuori dalla testa in stretto dialetto trevigiano e con intenzioni assai poco amichevoli dal "indigeno" Roberto Zuliani, 45 anni, una sfilza di precedenti lunga così. Dall’altra parte uno sfortunato operaio senegalese 49enne che, a dispetto del colore della pelle, risulta essere molto più integrato dello spiritato attaccabrighe del posto. Siamo alla stazione dei pullman di Vittorio Veneto (Treviso) e il senegalese, che non vuole rogne, cerca di dribblare l’esagitato.

«No te me capise?», insiste però Zuliani al termine di una sequela di affermazioni poco urbane. Non ricevendo risposta, e deducendo quindi l’ignoranza del dialetto da parte dell’operaio di colore, questo «lord» di Pieve di Soligo ha finito col rompergli una gamba a furia di calci e pugni.

«No te me capise?», per i molti italiani che non si destreggiano con facilità nei meandri dell’idioma della Marca, sta per «Non mi capisci?». Di sicuro il senegalese lo capiva benissimo perché, come potrebbe testimoniare il trevigiano doc Giancarlo Gentilini, qui gli extracomunitari regolari sono talmente integrati che parlano meglio il dialetto che l’italiano.

L’operaio, però, intuendo che chi aveva di fronte era meno trevigiano di lui, almeno dal punto di vista della correttezza pretesa da Gentilini, ha cercato di evitare lo scontro. Non si aspettava, evidentemente, una reazione tanto sconsiderata quanto criminale da parte di un tipo senza fissa dimora, anche se ufficialmente residente a Pieve di Soligo.

Ricapitolando, un pievigino senza fissa dimora aggredisce, prima verbalmente e poi fisicamente, un senegalese regolare. Sembra un mondo che va alla rovescia quello visto venerdì sera alla stazione delle corriere di Vittorio Veneto. Fortuna che un passante, dopo aver assistito incredula alla violenta aggressione, abbia avuto il senso civico di chiamare i carabinieri. Che, quando sono arrivati, hanno trovato l’immigrato accasciato su una panchina. Non c’è voluto molto, sulla base della descrizione fornita dalla vittima, a rintracciare poco distante l’autore del pestaggio.

«Non capiva il dialetto e così gli ho dato una lezione», sarebbe stata la folle “giustificazione” fornita ai carabinieri da Zuliani, celibe, disoccupato e picchiatore recidivo, a giudicare dai precedenti.

Per lui sono scattate le manette con l’accusa di lezioni aggravate nei confronti dell’operaio, che è sposato e vive a Vittorio Veneto. Portato al pronto soccorso, al senegalese è stata diagnosticata una frattura a una gamba e diverse altre contusioni. Se la caverà, si fa per dire, in un mesetto abbondante. Parlare di aggressione razzista, però, suona quasi banale. Il «giustiziere puro» non avrebbe neanche potuto essere a Vittorio Veneto, visto che la Questura di Treviso lo aveva bandito dalla città per tre anni dopo che nel 2010 aveva dato parecchio fastidio ai pazienti dell’ospedale.




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Se il multiculturalismo genera nuovi mostri (e dirlo non è un reato)

di Magdi Cristiano Allam


La strage di Oslo è la prova che è impossibile garantire diritti e libertà a chi non rispetta né regole né doveri



Sembra proprio che in Ita­lia siamo prossimi all’in­troduzione del reato di of­fesa al multiculturali­smo. Prima che qualche magistrato ideologica­mente orientato ( purtrop­po in Italia non mancano) arrivi a con­dannare me o altri intellettuali per apolo­gia di razzismo o addirittura di terrori­smo, facendo leva su un reato che si ac­crediterebbe per la prima volta, di offesa al multiculturalismo o all’islam, ritengo sia opportuno chiarire la differenza so­stanziale tra la dimensione dell’ideolo­gia o della religione da quella delle perso­ne, nel caso specifico tra multiculturali­smo e multiculturalità, nonché tra islam e musulmani.
Dopo la pubblicazione del mio com­mento sul Giornale dal titolo «La strage in Norvegia: il razzismo è l’altra faccia del multiculturalismo», pubblica­to lo scorso 24 luglio, ho ricevu­to una valanga di accese criti­che e anche qualche violenta mi­naccia. Data la mia condizione di sicurezza assai critica che mi costringe da oltre otto anni a vi­vere con la scorta di primo livel­lo eccezionale, ho dovuto de­nunciare alle competenti autori­tà i messaggi che incitavano apertamente ad odiarmi, a di­sprezzarmi, a radiarmi dalla so­cietà civile, qualificandomi co­me talebano, razzista, fascista, nazista, sentenziando la mia condanna all’ergastolo sbatten­domi in galera e lanciando la chiave nell’oceano, perché sa­rei il peggior nemico dell’Italia e dell’Europa, il sommo tradito­re di tutto, degli arabi e dei mu­sulmani, ma anche degli italia­ni e dei cristiani, un rinnegato che immeritatamente è riuscito a spac­ciarsi per giornali­sta e poi per politi­co, ma che in re­altà è so­lo un ignoran­te e un fa­natico.
Mi do­mando se i miei critici, denigra­tori e implacabili giustizieri si si­ano presi la briga di leggere il mio commento prima di inflig­germi la pena capitale senza possibilità d’appello. Come hanno potuto tralasciare la mia ferma condanna delle stragi di Oslo e di Utoya, ripetute all’ini­zio e alla fine del commento, chiarendo che non possono es­sere in alcun modo giustificate e che non si può accordare alcu­na attenuante a chi attenta alla sacralità della vita di tutti, a pre­scindere dall’etnia, dalla fede, dall’ideologia e dalla cultura?
Probabilmente non sanno che proprio per la mia strenua dife­sa della sacralità della vita di tut­ti che è iniziato il mio calvario ol­tre 8 anni fa, quando da musul­mano moderato e laico sostenni pubblicamente il diritto di Israe­l­e a esiste­re come Stato del popolo ebraico, condan­n ando aperta­ mente il terrori­ smo isla­mico che, do­po aver legittimato il massacro degli israeliani e degli ebrei, si è scate­nato contro i cristiani e infine contro tutti i musulmani che non si sottomettono al suo arbi­trio.
Quando nel 2003 fui per la pri­ma volta condannato a morte da Hamas proprio per la mia pubblica denuncia del terrori­smo suicida islamico che miete­va vittime tra i civili israeliani, pagando sulla mia pelle la limi­tazione alla mia libertà persona­le, ho compreso la necessità di distinguere tra la dimensione della religione e la dimensione delle persone. Presi atto del fat­to che i musulmani come perso­ne possono essere moderati, ma che l’islam come religione non è moderato.
I fatti oggi con­fermano che sono gli stessi mu­sulmani la gran parte delle vitti­me del terrorismo islamico che si ispira esplicitamente ai verset­ti coranici che istigano all’odio, alla violenza e alla morte contro gli ebrei, i cristiani, gli infedeli, gli apostati, gli atei, le adultere e gli omosessuali.

Così come si fonda sul comportamento di Maometto che ha ucciso i «nemi­ci dell’islam» fino a commettere l’orrore di partecipare di perso­n­a allo sgozzamento e alla deca­pitazione di circa 800 ebrei del­la tribù dei Banu Quraisha nel 628 alle porte di Medina.
Il ragionamento simile l’ho maturato nei confronti del mul­ticulturalismo dopo l’atroce sgozzamento di Theo Van Gogh il 2 novembre 2004 da parte di un giovane terrorista islamico olandese di origine marocchina nel centro di Amsterdam e dopo la strage perpetrata da quattro giovani terroristi suicidi britan­nici di origine pachistana nel centro di Londra il 7 luglio 2005.
Da allora hanno preso le distan­ze o pubblicamente denunciato il multiculturalismo capi di sta­to e di governo europei di sini­stra e di destra, da Tony Blair a David Cameron, da Nicolas Sarkozy a Angela Merkel, da Sil­vio Berlusconi a Anders Fogh Ra­smussen. Ebbene se io oggi con­danno apertamente il multicul­turalismo e come reazione ven­go accusato di essere razzista, fa­scista, ecc. dovremmo estende­re la medesima accusa a questi capi di Stato e di governo?
A questo punto dobbiamo chiarire la distinzione fonda­mentale tra il multiculturali­smo e la multiculturalità. La multiculturalità è la fotografia della realtà inoppugnabile che ci fa toccare con mano il fatto che ormai in qualsiasi angolo della terra convivono persone provenienti da Paesi diversi, con fedi, culture e lingue diver­se. Personalmente considero di per sé la multiculturalità come una realtà positiva, una risorsa che può tradursi in arricchimen­to e crescita per l’insieme della società e, su scala più ampia, per l’insieme dell’umanità. La multiculturalità è l’estensione, nel nostro mondo globalizzato, della realtà dell’emigrazione che è connaturata alla vita stes­sa, avendo da sempre l’uomo ri­cercato altrove migliori condi­zioni di sussistenza.
Il multiculturalismo invece è tutt’altro dalla multi­culturali­tà. Mentre la multicul­turalità è un dato che concer­ne gli «al­tri», il mul­ti­culturali­smo è un dato che concerne il «noi». Il multiculturalismo è un’ideologia che immagina di poter governare la pluralità etni­ca, confessionale, culturale, giu­ridica e linguistica senza un co­mune collante valoriale e identi­tario, limitandosi sostanzial­mente a elargire a piene mani di­ritti e libertà a tutti indistinta­mente senza richiedere in cam­bio l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole.
Il multiculturalismo laddove viene pra­ticato, principalmente in Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Nor­vegia, Danimarca, Belgio, Ger­mania, ha finito per disgregare anche fisicamente la società al suo interno con la presenza di quartieri-ghetto abitati quasi esclusivamente dagli immigra­ti, ha accreditato l’immagine di nazioni alla stregua di «terre di nessuno» alimentando l’appeti­to di chi ci guarda come se fossi­mo «terre di conquista».
Ora spero proprio che sia chia­ro il mio pensiero: se io, legitti­mamente, confortato anche dal­la posizione espressa da capi di Stato e di governo europei in ca­rica, denuncio il multiculturali­smo, ciò non significa in alcun modo né che io sia contrario alla multiculturalità intesa come convivenza con persone di et­nie, fedi, culture e lingue diver­se e, meno che mai, che io nutra un pregiudizio razziale o religio­so nei confronti delle persone. Come potrei mai proprio io, che sono di origine egiziana e che so­no stato musulmano per 56 an­ni, avere sentimenti ostili nei confronti dei miei ex­c­onnazio­nali e dei miei ex­correligio­nari?
Tuttavia, al pari di Gesù e di Gandhi, che disse­ro di amare il peccato­re, ma di odiare il peccato, io ri­vendico il diritto di poter affer­mare pubblicamente e legitti­mamente sia il mio amore per gli immigrati e per i musulmani come persone sia la mia condan­na del multiculturalismo come ideologia e dell’islam come reli­gione.
È ancora lecito in Italia e in Europa affermare la verità in libertà? Possiamo ancora atte­nerci all’esortazione evangeli­ca: «Sia il vostro parlare sì sì, no no»?



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Vendola fa il tenero con il Cavaliere e lo elogia? Il Fatto si vendica e lo offende perché è gay...

di Cristiano Gatti

È bastato un complimento del leader Sel al Cav per scatenare la vendetta del Fatto. Che lo offende perché è gay. Un "vaffa" in tutti i dialetti d'Italia: "Ha trasformato gli elettori in omofobi". La colpa di Nichi? E' uscito dall'ortodossia e quindi va bacchettato



Ha ragione Ferruccio Sansa, il valoroso collega del Fatto Quotidiano, che ha scritto quanto gli sia costato svolgere il suo lavoro d’inchiesta anche dentro la galassia anti-Cav. Ha ragione da vendere quando sostiene che pure lì, come da qualunque parte, uscire dall’obbediente e servile ortodossia comporta conseguenze spietate: in Cile come in Urss, una volta, si spariva o si finiva internati con la cartella clinica dei pazzi furiosi, oggigiorno nella civilissima Italia ti fanno a pezzi con la delicata motosega della calunnia e del disprezzo.

Ha talmente ragione, Ferruccio Sansa, che persino il suo giornale si affretta subito a confermarglielo, caso mai qualcuno non avesse colto il concetto. Stavolta finisce sotto la simpatica motosega il popolare Nichi Vendola, l’ultimo degli eroi positivi, icona di una sinistra nuova, pulita, umana. Almeno, fino all’altro ieri. Fino a quando il governatore pugliese non ha commesso l’errore di rivelare su Panorama, tra altre cose piuttosto intelligenti, anche una sua singolare forma di gratitudine nei confronti di Berlusconi, particolarmente vicino e affettuoso quando morì papà Vendola.

All’Italia normale, che ha una propria opinione chiara e ferma, ma che ancora riesce a concedersi qualche tranquillo riconoscimento nei confronti degli avversari, senza sentirsi per questo colpevole di tradimento, a questa Italia le parole di Vendola sono suonate comunque belle e rispettabili, perché fuori e lontane dalla rissa politica con il coltello tra i denti: come si ama dire, «degne di un Paese civile». Ma come ha spiegato bene Sansa, all’Italia in costante stato di guerra, che non può fare prigionieri e non può concedere sconti al nemico, il cedimento di Nichi è suonato grave e imperdonabile.

Evvai con la motosega. Nell’inserto satirico della domenica, quel pompatissimo Mis-fatto che viene offensivamente paragonato al memorabile Cuore di Michele Serra, Vendola si merita quasi l’intera prima pagina. Il titolone fa riferimento all’articolo di Panorama, il tono è abbastanza chiaro: «Con una sola intervista, Vendola si conferma l’uomo del cambiamento: ha cambiato milioni di elettori di sinistra in milioni di fascisti omofobi». Sotto, la vignetta che dovrebbe spiegare il geniale sarcasmo: una cartina dell’Italia, con una raffica di quel signorile invito che a Roma dicono «ma vattela a pijà in…», e che per l’occasione viene declinato in tutti i diversi dialetti regionali (una dicitura ringrazia «i numerosi consulenti linguistici di sinistra»).

Certo, ci sarebbero tutti gli estremi per avviare la solita polemica da asilo Mariuccia, sostenendo che se la stessa vignetta, gli stessi toni, la stessa pesantezza fossero comparsi - che so - sulla Padania, la faremmo lunga fino a Natale, in un tripudio di esposti all’Ordine dei giornalisti e di interpellanze parlamentari. Sì, ci sarebbero tutti gli estremi per questa solita, penosa, stucchevole discussione sui due pesi e le due misure della satira all’italiana. Ma francamente non se ne può più. Ormai è chiaro a tutti come la satira sia sempre fine, intelligente e giustificata da quella parte, mentre dall’altra si muovano solo grevi scaricatori di porto che non fanno ridere nessuno. Punto e a capo.

La questione molto più seria e avvilente è invece il destino che tocca inevitabilmente agli eretici e ai disobbedienti delle nuove chiese. Queste nuove chiese più mimetizzate e più subdole delle vecchie, al profumo di colonia, ma ugualmente intolleranti e spietate con chi esce dal binario deciso dall’apparato.

Fino all’altro giorno Vendola era il mito positivo di una società più giusta e più sensibile, l’emblema della diversità civile e sostenibile, guai a chi si permettesse anche solo di ironizzare sulle sue inclinazioni sessuali e sentimentali. Improvvisamente, il vergognoso tradimento: si sente di dire grazie all’odioso nemico Silvio per una questione privata di affetti familiari. Ha veramente ragione Ferruccio Sansa: chi esce dall’ortodossia non può passarla liscia. Così, quello che era il tocco di classe di Vendola, la sua omosessualità, di colpo diventa materiale da osteria. Però attenzione, non facciamo confusione: quando Calderoli dice «culattone», è quel cavernicolo razzista di Calderoli. Quello del Mis-Fatto è tutto un altro genere: satira geniale. Nichi non può non apprezzare.



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Spiati, indagati, denudati Se anche i giornalisti sono vittime della casta

di Giacomo Susca


Vietato disturbare i potenti: le firme scomode finiscono nella rete delle procure. Ora un libro denuncia gli attentati alla libertà di stampa. Prima vittima: il Giornale. Un trattamento speciale: "Chi ti perquisisce si comporta come se avesse di fronte Riina"


La libertà di stampa è il cassetto della biancheria rovesciato sul pavimento. È l’agente in divisa che fruga tra i giocattoli di tuo figlio. È il guanto di lattice agitato per minacciare un’ispezione corporale. Elementare la professione del giornalista, si tratta «solo» di cercare e pubblicare notizie. A patto di non toccare i fili. Allora scrivere si trasforma in un’avventura, in certi casi in disavventure. È nitido l’affresco che emerge dal quaderno dell’Ordine dei giornalisti Le mani nel cassetto - (e talvolta anche addosso). I giornalisti perquisiti raccontano. Chi dà fastidio ai poteri forti finisce nella rete, da Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera a Emiliano Fittipaldi dell’Espresso. Tante le firme del Giornale: forse un quotidiano un po’ più uguale (cioè più scomodo) degli altri, visto che nel libro torna almeno cinque volte nei racconti in prima persona di Vittorio Feltri, Nicola Porro, Gian Marco Chiocci, Anna Maria Greco e Stefano Zurlo.

Il Grande fratello giudiziario si materializza in via Negri 4 nel settembre 2010. Ricorda Feltri: «Un imprecisato numero di militari irruppe negli uffici del Giornale su mandato della Procura di Napoli. Cercava un dossier sulla Marcegaglia, presidente di Confindustria». Ma «si dà il caso che Porro fosse stato indebitamente intercettato. La sua conversazione con il collaboratore della Marcegaglia era stata interpretata non già come un cazzeggio tra amici, bensì quale minaccia alla presidente.

Sicché la Procura di Napoli era partita lancia in resta contro la supposta macchina del fango da me diretta. (...) Non venni nemmeno interrogato. Perquisito anche Nicola Porro. Fisicamente. Carabinieri dappertutto: al Giornale e nelle abitazioni dei reprobi. Roba da matti. Ventiquattr’ore dopo pubblicammo davvero un dossier sulla Marcegaglia: si trattava di una raccolta di servizi denigratori sulla famiglia Marcegaglia recuperati in archivio; tutti pubblicati su impeccabili quotidiani e settimanali progressisti. Dell’inchiesta - conclude Feltri - non s’è saputo più niente».

Quella mattina d’inizio autunno la ripercorre lo stesso Porro: «Una dozzina di carabinieri vengono a trovarti nei due tre posti dove hai messo piede e frugano dappertutto (...). Prendono in consegna i tuoi computer, e per sovra mercato anche quelli non tuoi: mio padre, mia madre, e mia moglie sono stati un paio di mesetti senza pc. E poi, alla ricerca di prove, non si fanno negare nulla: dal portafoglio, alla doccia che non può essere fatta dal sospettato se non in compagnia». La morale è immediata. «Intercettateci tutti, perquisiteci tutti, indagateci tutti. Sì buonanotte. In un mondo perfetto. A casa nostra - osserva Porro -, un giornalista che venga perquisito si trova nudo di fronte a una dozzina di carabinieri o poliziotti che hanno il mandato di comportarsi con le stesse procedure che adotterebbero di fronte a Totò Riina».

Il Giornale, si diceva, per i pm è un posto dove andar a ficcare il naso alla ricerca di chissà quali comportamenti illeciti. L’inviato Gian Marco Chiocci lo sa bene. La prima e l’ultima volta gli è toccata per questioni di... case, dall’inchiesta su Affittopoli nella metà degli anni Novanta al recentissimo scoop sull’appartamento di Montecarlo. «Mi è costato una perquisizione in albergo, due interrogatori a distanza di poche ore, foto-segnalamento nella caserma della polizia monegasca con invito a lasciare immediatamente il Principato...». All’estero o a Roma, il trauma è lo stesso. Pochi mesi fa se n’è resa conto la nostra cronista Anna Maria Greco.

«Da me cercavano gli atti di un vecchio procedimento disciplinare del Csm nei confronti del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini. Ne avevo scritto sul Giornale il 27 gennaio 2011 e quella, evidentemente, era la mia colpa grave. Mi hanno detto che dovevano procedere alla perquisizione personale. Non volevo capire, ma mi sono preoccupata seriamente quando la donna carabiniere ha infilato i guanti di lattice. Mi ha fatto entrare in bagno e mi ha detto di spogliarmi.

“Anche la biancheria intima”, ha precisato. Non volevo crederci...». Ma i danni maggiori li senti a «controllo» passato. Testimonia la Greco: «Molti di quelli che prima mi parlavano liberamente, ora non rispondono nemmeno più al cellulare; c’è chi si preoccupa se mi incontra e addirittura finge di non conoscermi».

Delle toghe di Milano è anche la regia del blitz a casa di Stefano Zurlo, il 28 settembre 1996. «La perquisizione fu ordinata da Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, due celebri pm del Pool, anche se Mani pulite è finita da un pezzo. A mio figlio Giacomo, 4 anni, qualcuno in un impeto di zelo chiede: “Papà dove nasconde le carte?”». La pena per lesa maestà. Zurlo aveva scritto che «Antonio Funetta, l’autista di Chicchi Pacini Battaglia, era anche lo chaffeur dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Imbarazzante». Come lo è il diritto di cronaca per troppi potenti. Vietato disturbare i manovratori.




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Il «sistema Sesto» dalle lire agli euro Versamenti effettuati fino al 2007

Corriere della sera

Nell'indagine spuntano una trentina di ricevute recenti


MILANO - «Big Bruno» s'è messo in tasca sei milioni di lire. «Antonella» soltanto uno. Chi siano i due fortunati signori ancora non si sa. E poi ci sono le ricevute intestate a quella che assomiglia a una solida coppia in affari, «V/P», che dall'imprenditore di Sesto San Giovanni Piero Di Caterina - gola profonda che con le sue dichiarazioni ai magistrati ha scardinato il «sistema Sesto», affari, mazzette e politica - avrebbe beneficiato a più riprese di versamenti di venticinque e trentasei milioni di lire.

Ricevute, stampate di calcolatrice, foglietti scritti a mano, cedolini che sanno tanto di lotteria di paese o pesca di beneficenza, ma sui quali sono stati annotati con cura maniacale nomignoli e cifre. In poche parole la contabilità - semplifica chi sta facendo le indagini - di quei «prestiti in cambio di favori» forse finiti nelle tasche di amministratori locali e di «qualche politico più in alto».
C'è anche questo nel tesoro di documenti usciti dalla cassaforte del titolare della «Caronte» , la società sestese che opera nel trasporto pubblico e ora accostata a un giro di tangenti che sarebbero state pagate all'amministrazione di sinistra per operazioni sulle ex aree Falck e Marelli e per l'interessata gestione del Sitam, il Sistema integrato tariffario area milanese.

In particolare, nelle mani della Guardia di finanza che studia i documenti per i magistrati di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, oltre al foglio formato A4 in cui è annotata una maxi tangente da un miliardo di lire ci sarebbero una trentina di «ricevute» con cifre che variano dai 2.500 euro ai 7.500. Sì, euro e non più le vecchie lire. Perché lo scambio favori-soldi, sta scritto nelle carte dell'inchiesta che vede indagati tra gli altri anche Filippo Penati e il suo braccio destro Giovanni Vimercati, il costruttore Giuseppe Pasini, l'architetto Marco Magni, l'immobiliarista Luigi Zunino e il suo «socio» Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche, sarebbe ben documentato almeno fino all'inizio del 2007.
È del 31 gennaio di quell'anno, infatti, la ricevuta che porta la scritta «Giulia per DG». E risale al 2006, per l'esattezza al 18 gennaio, un altro cedolino caratterizzato dalla parola «presidente» seguita da una sfilza di versamenti di cinque mila alla volta per un totale di 45 mila euro. Il primo di questi porta la data del 17 febbraio 2005 e l'ultimo, appunto, quella del 18 gennaio dell'anno successivo.
Chi si nasconde dietro la parola «presidente»? La guardia di finanza «scava». E Di Caterina? Si stampa in faccia un sorrisino strano. «Quello che dovevo dire - ha ribadito l'imprenditore di Sesto - l'ho detto ai magistrati. Aspettiamo... Certo, leggere certe dichiarazioni sui giornali come quella fatta da Giorgio Oldrini ( attualmente sindaco di Sesto San Giovanni, ndr) fa molta rabbia... Dice di non sapere niente, eh... Vedremo, vedremo...».


Biagio Marsiglia
01 agosto 2011 08:25




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Mazzette a Milano e Sesto un giallo in due puntate

La Stampa

L’imprenditore Di Caterina resta l’uomo chiave del caso che ha travolto Penati

GIOVANNA TRINCHELLA


MILANO

Una ventina di indagati, tre ipotesi di reato corruzione concussione finanziamento illecito ai partiti - quasi un anno di indagini, quattro filoni di inchiesta – il piano di lottizzazione dell’ex area Flack a Sesto San Giovanni e la sua adozione da parte del consiglio comunale, la lottizzazione e le concessioni edilizie dell’area Ercole Marelli, il servizio integrato dei trasporti dell’Alto Milanese, infine il versante delle Coop rosse. E’ un mare magnum lo scandalo delle presunte tangenti rosse che hanno portato alle dimissioni Filippo Penati, uomo di punta del Pd, vice presidente dimissionario del consiglio lombardo, ex capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Sul bustarelle fino a un miliardo di lire ricevute dall’ex sindaco di Sesto San Giovanni indaga la Procura di Monza e i pubblici ministeri Franca Macchia e Walter Mapelli, coordinati dal procuratore capo Corrado Carnevali, già aggiunto per la Procura di Milano del Dipartimento per i reati contro la pubblica amnistrazione.

L’origine dell’inchiesta E’ proprio a Milano che nasce il filone che porterà a Monza. I pm di Milano, Laura Pedio e Gaetano Ruta, stanno indagando sulla bonifica dell’area Montecity-Santa Giulia: due i fuochi dell’indagine; la mancata bonifica dell’area e un mega giro di false fatture. E alcune di queste, per 700 mila euro, risultano essere emesse da Piero di Caterina, immobiliarista e titolare della ditta di trasporti Caronte. Nel corso della perquisizione del suo ufficio gli uomini della Polizia Giudiziaria della Guardia di Finanza di Milano trovano la contabilità in nero su fogli e su dvd e anche una e-mail, datata aprile 2010, in cui l’imprenditore scrive a Filippo Penati e Bruno Binasco, amministratore della Serravalle. Il testo della lettera lascia pochi dubbi: «Signori, come a voi ben noto, il sottoscritto, nel corso degli anni, a partire dal 1999, ha versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro, a Filippo Penati, notevoli somme di denaro».

Gli accusatori

Di Caterina, finito nei guai, sceglie la via della collaborazione e comincia a raccontare. Spiega agli inquirenti di aver pagato per finanziare le spese politiche ed elettorali di Penati dal 1993 al 2004, con punte mensili anche di venti o trentamila euro al mese: soldi al partito per il sistema Sesto, ma "anche per Milano". Bustarelle in cambio di favori, ma anche per sbloccare i pagamenti alla sua ditta di trasporti che ha un contenzioso con Atm, l’azienda dei trasporti milanesi.

Soldi che sarebbero finiti a Giordano Vimercati, ex capo di gabinetto di Penati alla Provincia. Di Caterina parla di un giro di soldi versati e restituiti, tra Lussemburgo e Svizzera, perché non tutti gli affari che avrebbero dovuto concludere erano poi andati a buon fine. In Procura a Milano si presenta anche un altro imprenditore che diventa il secondo accusatore: Giuseppe Pasini. proprietario delle aree dell’ex acciaieria Falck quando Penati era sindaco e suo avversario come candidato per il centro destra alla poltrona. L’immobiliarista ex consigliere va dai pm a dire che è vittima di “abusi e soprusi”: oltre 3,7 milioni versati tra il 2000 e il 2001, secondo il suo racconto, a personaggi indicati dall’allora sindaco. Pasini parla anche dell’attuale sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini.

Gli indagati

Il fascicolo così com’è viene inviato a Monza. Nel registro degli indagati vengono iscritti: Penati, Vimercati, Oldrini, Pasqualino di Leva, ex assessore al Bilancio del Comune di Sesto (cui sarebbero stati versati un milione e mezzo di euro per creare fondi per i politici), la dirigente dello stesso ufficio Nicoletta Sostaro, l’architetto Marco Magni vicino all’assessore Di Leva, l’ex dirigente del Comune di Sesto San Giovanni Renato Sarno. Tra gli indagati vi è poi Antonino Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano, che avrebbe ricevuto 100 mila euro da Di Caterina per l’affaire dei trasporti integrati. Vi è poi il filone delle fatture false.

Giuseppe Grossi, l’imprenditore delle bonifiche, attraverso operazioni bancarie all’estero «retrocedeva provviste», gonfiando fatture, a favore dell’immobiliarista Luigi Zunino, a lungo proprietario dell’ex Falck. Accanto a loro anche Bruno Binasco, amministratore della Serravalle, che fa scadere un opzione di acquisto su un immobile di Di Caterina, che non ha ricevuto tutti i favori che si aspettava, perché incassi due milioni di euro. Ci sono poi i personaggio delle Coop rosse, tirati in ballo da Pasini che racconta di aver sborsato due milioni e 400 mila euro per consulenze a Franceso Agnello e Gimapaolo Salami, professionisti vicinissimi alle Coop. Su indicazione del vice presidente delle Ccc, il gruppo di cooperative edilizie, Omer Degli Esposti.



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Bufera su Genova, quanti pm attorno alla Vincenzi

di Federico Casabella


Da mensopoli alle consulenze sospette, fino all'implicazione nel caso Genova-Serravalle. Nonostante tutte le inchieste su persone a lei vicine il sindaco non è mai stato indagato



Genova

Non c’è stata solo la Milano-Serravalle ad agitare il sindaco di Genova e la sua giunta, ma parecchie altre inchieste in questi quattro anni di amministrazione della Superba hanno toccato esponenti del governo della città. Diverse i casi e tante le persone finite nel registro degli indagati ma super Marta no, lei è sempre riuscita a rimanerne fuori senza che il suo nome sia mai comparso tra gli appunti dei magistrati che hanno lavorato su quei fascicoli.

A partire dal caso politicamente più eclatante e per il quale, invano, l’opposizione chiede le dimissioni del sindaco se non altro per responsabilità politica. È la vicenda «Mensopoli» che nel maggio del 2008 scuote la giunta Vincenzi e il Partito democratico quando una inchiesta curata dal pubblico ministero Francesco Pinto portò all’arresto del portavoce del sindaco Stefano Francesca e ad avvisi di garanzia per gli assessori alla Cultura Massimiliano Morettini e allo Sport Paolo Striano accusati di corruzione e turbativa d’asta per gli appalti alle mense di scuole primarie, scuole dell’infanzia e asili nido controllati da palazzo Tursi.

Poi è stata la Corte dei Conti a doversi occupare del sindaco di Genova per il «caso Picena», il dirigente comunale uscito dalla finestra per rientrare dalla porta con una bella promozione. È la storia del consulente del sindaco Pd Marta Vincenzi assunto con il compito di monitorare le attività dei nove municipi genovesi: Luigi Picena fu assunto nel 2007 con contratto a tempo determinato per l’intera durata del ciclo amministrativo con uno stipendio da 100mila euro annuali (49.129 per indennità integrativa speciale e 49.900 per retribuzione di posizione) ai quali vanno aggiunti i premi di produzione.

Una consulenza esterna strana vista la posizione di Picena già all’interno della macchina amministrativa di palazzo Tursi nel ruolo di funzionario e licenziatosi dall’incarico per essere assunto in altra carica. Picena (già assessore provinciale a Genova con Marta Vincenzi presidente), tra l’altro, tentò anche di diventare dirigente con regolare concorso interno ma fu respinto, viene poi promosso per decreto dal sindaco. La Corte dei Conti di questo giochetto si è resa conto e ha condannato l’amministrazione comunale, per conto del sindaco e di tutti gli assessori che votarono quella delibera, a rifondere duecentomila euro per danno erariale. Tra l’altro dubbi sono sollevati anche circa il ruolo di Picena il cui incarico veniva giustificato nell’ordinanza con «l’elevato e crescente grado di autonomia gestionale» dei Municipi senza che tale autonomia sia mai stata applicata.

La giunta di super Marta finisce nuovamente sotto inchiesta alla Corte dei Conti nel dicembre del 2010 per via degli introiti delle multe. La legge impone che la metà dei soldi incassati con le contravvenzioni per violazione del codice della strada venga impegnata per migliorare la sicurezza stradale: il sospetto è che il Comune di Genova negli ultimi anni abbia aggirato gli obblighi utilizzando il ricavato delle contravvenzioni per ripianare buchi di bilancio.

Ma tutte le storie del sindaco Pd riportano alla Genova-Serravalle visto che proprio in questi giorni il consigliere comunale de «L’Altra Genova» Giuseppe Murolo ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per la vendita delle azioni dell’autostrada che il Comune di Genova nel 2003 ha fatto ad Amga, società di servizi controllata dal Comune, per 2,18 euro ad azione. Assessore alle infrastrutture a Palazzo Tursi era, guarda caso, Marta Vincenzi.

Lo stesso gruppo Amga poi cedette le azioni all’imprenditore Marcellino Gavio a 2,98 euro ad azione passati appena tre mesi. Quelle stesse azioni che Filippo Penati acquistò nel 2005 a 8,83 euro l’una: «Le cifre e il mancato introito provocato alle casse comunali e provinciali di Genova è clamoroso. Per di più in soli tre mesi Amga fece una plusvalenza incredibile e a guadagnarci furono anche i privati, proprietari al 49 per cento della società» accusa Murolo che chiede alla magistratura contabile di chiarire il palleggio di azioni.



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