martedì 2 agosto 2011

Ecco perchè Microsoft manda i regali natalizi ai deputati italiani, e agli altri no!

I segreti della casta


Conto consuntivo della Camera dei deputati per l’anno finanziario 2010

2 agosto 2011
Cap. 245: Spese per acquisto software
19.064.337 euro
(diciannovemilionisessantaquattromilatrecentotrentasette)

Cap. 60: Spese per manutenzioni ordinarie software
4.260.306 euro
(quattromilioniduecentosessantamilatrecentosei)


Il Parlamento francese utilizzerà solo software opensource
30/11/2006( !!)

I deputati eletti nella prossima legislatura francese troveranno software open-source nei loro PC.
L’Assemblea Nazionale ritiene che l’utilizzo di Software Libero possa consentire notevoli risparmi alla Francia, nonostante il costo per la migrazione e per la formazione del personale.

I software open-source ormai offrono tutte le funzioni di cui i deputati necessitano, questa è la conclusione di uno studio condotto su richiesta del Presidente dell’Assemblea, Jean-Louis Debrè.
Il software che i deputati troveranno installato sui loro computer includeranno Linux, Open Office, Firefox ed un client di posta open source (non meglio specificato) .

Un buon numero di deputati aveva richiesto al presidente di considerare l’utilizzo di software open source, ed il Presidente ha accolto le richieste dei parlamentari.

Tra i deputati a favore c’è Bernard Carayon, il quale aveva ricevuto, proprio all’inizio dell’anno, un incarico da parte del Primo Ministro francese per effettuare uno studio su come le imprese Europee possano svolgere un più grande ruolo nello sviluppo di standard industriali tesi a ridurre la dipendenza economica da altre regioni del mondo.

Nel suo studio, Carayon aveva concluso che il governo Francese avrebbe dovuto studiare l’utilizzo di software open source, ed aveva soprattutto raccomandato l’utilizzo di ODF (Open Document Format) per la memorizzazione dei documenti del governo. ODF è il formato aperto utilizzato da Open Office, supportato anche da Sun, IBM e altri sviluppatori.

Ora il dipartimento IT dell’Assemblea ha circa sei mesi per preparare il passaggio all’open source, ovvero il tempo rimanente fino alle prossime elezioni legislative francesi

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L'ipocrisia della casta: il bilancio truffa della Camera dei Deputati

I segreti della casta


In queste ore è in discussione a montecitorio il conto consuntivo e il progetto di bilancio della Camera dei Deputati.

Su giornali e televisioni già scalpitano per annunciare un fantomatico taglio di 150 milioni di euro che la Camera restituirà allo stato come risultato della politica di risparmi portata avanti in questi anni e da realizzare negli anni successivi.

Si tratta solo di pura propaganda, per cercare di arginare il sentimento di odio nei confronti della classe politica italiana che dilaga nel paese.
Il trucco, ben noto ai manager di stato, è quello di gonfiare i bilanci previsionali, in modo da "conquistare" un saldo positivo al momento della presentazione del bilancio consuntivo.

Ma la Camera non è Alitalia e qui i deputati possono dire e spendere quello che vogliono, perchè non esiste alcun organismo di controllo che possa vigilare sui loro conti.
Ad esempio si possono permettere di pagare 11 per incassare 138.

Prendiamo il caso ben noto degli assegni vitalizi.
Qualsiasi istituto o sistema previdenziale con queste cifre sarebbe andato in default, i suoi vertici licenziati, i suoi bilanci commissariati.

Loro invece si possono permettere anche questo:
Cap. 10  - Spese per Assegni vitalizi: 138.200.000 euro
Cap. 30 -  Entrate contributi per assegni vitalizi: 11.235.000 euro
Parliamo degli stessi personaggi che periodicamente pretendono e impongono attraverso le loro leggi antipopolari, l'innalzamento dell'età pensionabile.

Loro ci mettono 60 mesi per incassare la pensione, un lavoratore normale ci impiega 40 anni, un precario nemmeno in sogno gli potrà mai apparire questo fantasma d'altri tempi che si chiama pensione.

(.....segue)



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Santa Sede e Croazia sull'orlo di una crisi diplomatica

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - In arrivo nuovi grattacapi per Benedetto XVI. Non bastava la burrasca diplomatica con l’Irlanda e la minaccia di una class action delle vittime della pedofilia in Belgio; ora un’altra cattolicissima nazione, la Croazia, minaccia di aprire un contenzioso diplomatico con la Santa Sede, accusandola di essere entrata a gamba negli Accordi di Osimo che furono presi a suo tempo con l’Italia.

Tutta colpa dei monaci benedettini di Praglia, in Veneto, che vorrebbero rientrare in possesso di vecchi terreni situati a Daila, oggi appartenenti alla diocesi di Pola, peraltro già oggetto di risarcimenti dopo il Trattato (un miliardo e 700 milioni di lire, in applicazione ai patti).


La questione era destinata a risolversi senza troppi clamori, una delle tante beghe tra ordini religiosi e diocesi, se a un certo punto non fosse entrato a gamba tesa il Vaticano dando ragione ai monaci, prima con una lettera autografa di Benedetto XVI, poi con il mandato del nunzio apostolico di Zagabria che, alcuni giorni fa, si è recato dal vescovo di Pola sollevandolo dall’incarico giusto in tempo per firmare le carte necessarie per procedere al passaggio di proprietà. Apriti cielo. Il vescovo che ha dalla sua l’intera conferenza episcopale, si è opposto con tutte le sue forze a quella che ha interpretato come una prevaricazione, anche perché adesso la diocesi istriana si trova sull’orlo della bancarotta.

A Zagabria il governo e le autorità civili, esterrefatte, decidevano di intervenire a livello diplomatico con un atto formale di protesta. Ivan Jakovcic, prefetto della Regione Istriana ha accusato apertamente non ben precisati ambienti politici ed ecclesiastici italiani, affermando che strumentalizzano la reputazione del Santo Padre per ottenere il controllo degli accordi tra la Repubblica Italiana e l’ex Jugoslavia.

«Questa iniziativa è inaccettabile. E’ un tentativo clamoroso del Vaticano di rivedere accordi presi dalla Croazia e dalla Slovenia con l’Italia». La premier Jadranka Kosor, vista la piega degli eventi, ha deciso di scendere in campo in prima persona chiedendo spiegazioni alla Santa Sede, con una lettera al cardinale Tarcisio Bertone che in questi giorni è a Vercelli a festeggiare il suo 20esimo anniversario episcopale.

In Croazia è opinione diffusa che i frati benedettini non avrebbero diritto a nessun secondo risarcimento, dopo il primo ammontante a 1,7 miliardi di vecchie lire. Nel frattempo anche il ministro degli Esteri croato, Gordan Jandrokovic ha comunicato che convocherà a breve il nunzio apostolico, monsignor Mario Cassari per ricevere spiegazioni. Dalle ferie è stato poi richiamato l’ambasciatore croato presso la Santa Sede, Filip Vucar.

Viste le premesse la bufera che si profila all’orizzonte è densa di incognite. Il presidente della Regione istriana, Jakovic non ci vede chiaro e si chiede anche «perché i benedettini vogliono a tutti i costi tornare in possesso di quelle terre?» aggiungendo che presso un ufficio notarile di Pola sarebbe stata aperta una srl, chiamata “Abbazia”, per far trasferire i beni contesi che, al valore attuale, ammontano a circa 30 milioni di euro. Si tratta di un’area sul mare molto bella, che si presterebbe per essere sfruttata a fini turistici.

Il cardinale Jozip Bozanic, di Zagabria, intanto, mantiene la bocca cucita anche se in Vaticano qualcuno fa sapere che lui stesso ha fatto parte della commissione cardinalizia che l’anno scorso ha analizzato il contenzioso. La commissione ha stilato un documento a favore dei benedettini, la cui richiesta si ispira proprio a questo disco verde. Il clima idilliaco tra il Vaticano e la Croazia che si era misurato due mesi fa durante la visita a Zagabria di Benedetto XVI sembra ormai appartenere a un’altra epoca.


Martedì 02 Agosto 2011 - 12:05    Ultimo aggiornamento: 15:35




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La Camera approva la riforma dell'ordine dei giornalisti: ora serve la laurea

Corriere della sera


Iacopino (presidente Odg): «E' una legge che non tiene conto della realtà»



Sono poco più di 100mila i giornalisti iscritti all'Ordine
Sono poco più di 100mila i giornalisti iscritti all'Ordine
MILANO - «Una legge che non tiene conto della realtà non è una buona legge. Pur condividendo alcuni suoi elementi aggiunge ulteriori confusione». Così Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, commenta a caldo il via libera della commissione Cultura della Camera dei deputati (con un solo astenuto) al progetto di riforma dell'ordine dei giornalisti.

LE NOVITA' - L’introduzione di un numero massimo dei membri del Consiglio (fissato in 90 contro gli attuali 150 in progressiva crescita dati gli automatismi attualmente vigenti: «un segnale di risparmio anche al Paese in un momento in cui la politica si chiude in trincea», dice Iacopino), la previsione che i giornalisti professionisti debbano avere almeno una laurea triennale e che gli aspiranti pubblicisti debbano superare un esame di cultura generale che attesti, tra l’altro, la conoscenza dei principi di deontologia professionale. Ecco in sintesi gli elementi innovativi della legge di riforma dell'organismo rappresentativo dei giornalisti, ora in attesa del via libera di palazzo Madama, che potrà recepirla in toto (in tal caso servirà soltanto la promulgazione del presidente della Repubblica) o parzialmente (e in tal caso, invece, dovrà tornare di nuovo alla Camera). Eppure - nonostante le prime vere novità relative all'accesso alla professione dopo 48 anni di vuoto normativo (la legge costitutiva dell'ordine è del 1963) - il massimo organismo della categoria mette in evidenza alcuni elementi di frizioni con il dettato legislativo, in distonia rispetto al documento presentato dal Consiglio nazionale dell'Ordine al Parlamento.

LE FRIZIONI - Soprattutto il fatto che siano state cancellate dalla proposta la commissione deontologica nazionale (per volere dell'esecutivo) e il giurì per la correttezza dell’informazione (desiderata del ministero del Tesoro). «L’una e l’altro - dice Iacopino - avrebbero consentito di dare risposte in tempi più rapidi alle doglianze dei cittadini su comportamenti ritenuti scorretti di giornalisti». Ma c'è maretta anche per l’introduzione di un rapporto di due a uno (negli organi di rappresentanza) tra professionisti e pubblicisti che «penalizza fortemente i secondi». In una professione sbilanciata - almeno a livello numerico - sui pubblicisti (circa 78mila, rispetto ai 28mila professionisti), il cui status è praticare la professione non in via esclusiva.

I COMMENTI - «Sono soddisfatto sia passata la riforma dell'Ordine dei giornalisti nella commissione cultura della Camera con un voto praticamente unanime visto che c'è stato soltanto un astenuto», è invece il commento di Giancarlo Mazzuca, deputato del Pdl e relatore del provvedimento,. «Molti colleghi mi hanno chiesto che senso ha portare avanti questa legge quando si parla di azzerare tutti gli ordini. Anch'io in realtà sono favorevole a un azzeramento, ma il rischio era che succedesse la stessa cosa capitata con l'abolizione delle province, tutti ne parlano ma non si fa niente.

Non si poteva andare avanti con una legge vecchia di 50 anni, varata nel 1963. Questa riforma serve a snellire e modernizzare l'ordine a dargli più senso e efficienza, più regole nell'accesso alla professione», ha aggiunto. Giuseppe Giulietti, del gruppo Misto e membro della commissione Cultura, sottolinea invece la delusione per lo scorporo della parte della riforma sul giurì: «Ho votato comunque sì, perché è importante intervenire sull'Ordine regolato da una legge vecchia di 50 anni, ma non capisco lo scorporo della parte sul giurì, che avrebbe permesso di affrontare un tema come quello delle rettifiche e di agire per la difesa soprattutto dei senza reddito e dei senza potere. Ora la riforma andrà al Senato dove sicuramente verrà modificato qualcosa e poi tornerà qua».


Fabio Savelli
02 agosto 2011 16:42



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Muro per dividere le fabbriche dai rom Finanziato dalla Provincia di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Giugliano, è alto 3 metri e lungo 450. Il presidente del Consorzio degli imprenditori: «Ma non siamo razzisti »



NAPOLI – Da una parte le fabbriche, dall’altra i rom. Al centro un muro, lungo 450 metri e alto 3, per «separare» la zona industriale di Giugliano, comune a nord di Napoli, dagli accampamenti rom: sarà consegnato formalmente domani 3 agosto alle 16.


GLI INDUSTRIALI - Per Angelo Punzi, presidente del Consorzio degli imprenditori giuglianesi che raggruppa 45 aziende, quello che mercoledì verrà presentato ufficialmente a Giugliano «non è un muro, ma un normale sistema di recinzione». I promotori sostengono che la costruzione, finanziata dalla Provincia di Napoli con 300 mila euro, «non è una misura di stampo razzista», ma un modo «per scoraggiare i rom, che prima vivevano nell’area industriale» e che, dall’aprile 2010 dopo la demolizione del campo nomadi sono, in parte, accampati nei dintorni, a non invadere l’area. Negli anni ai nomadi sono stati attribuiti «furti d’acqua con la deviazione di tubature, la manomissione delle cabine elettriche e la continua devastazionea delle linee telefoniche per rubare il rame».

L'OPERA NOMADI - Dopo la demolizione del campo parte dei 600 nomadi sono andati a vivere nei moduli abitativi predisposti dal Comune, mentre circa una metà sono ancora senza alternative, e continuano a vivere nelle auto o nei camper. L’Opera Nomadi in merito alla costruzione della barriera di cemento ha denunciato: «Una decisione allucinante, li segregano per stare tranquilli». Le associazioni giuglianesi si indignano: «E’ un segnale di discriminazione».

I promotori tuttavia difendono l’iniziativa: «Il muro non è sicuramente la soluzione ai problemi derivati dalla difficile convivenza con la comunità rom che per oltre trent’anni ha “sopravvissuto” inglobata nel polo industriale di Giugliano con tutte le problematiche connesse ad una promiscuità forzata». «Il muro - aggiunge Punzi - è solamente un tassello di un progetto che tende a rilanciare quest’area industriale. Quando ci siamo insediati – continua - abbiamo trovato un degrado notevolissimo.

Oggi, nei viali di ingresso, ci sono i fiori: chi conosce quale era lo stato dell’area sa che è un risultato addirittura straordinario». Tuttavia, dopo lo spostamento dei rom, la situazione sembra essere migliorata, sostengono dal consorzio, ma non cambiata del tutto: «Vi sono ancora colpi di coda con episodi di vandalismo anche in danno di persone come la sassaiola contro gli autisti ed i camion in fila all’impianto di rifiuti Stir, due settimane fa, che ha provocato anche un ferimento». «Non diciamo certo che tutti gli atti sono stati compiuti dai rom perché – concludono gli imprenditori - ci potrebbero essere altri che si “nascondono” dietro questo alibi».



Francesco Parrella
02 agosto 2011




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Fini blocca il taglio dei vitalizi «No a quelli acquisiti, sì per il futuro»

Il Messaggero

L'Idv protesta: scelta grave avallata da tutti gli altri partiti



ROMA 

Il presidente della Camera Gianfranco Fini blocca il taglio dei vitalizi dei deputati proposto dell'Idv. Il partito di Antonio di Pietro aveva avanzato in uno dei suoi ordini del giorno al bilancio di Montecitorio la proposta di sostituire i vitalizi dei parlamentari con un sistema previdenziale erogato dall'Inps.

Fini ha spiegato però di ritenere inammissibili gli ordini del giorno al bilancio che prefigurano interventi per bloccare i vitalizi acquisiti dai parlamentari perché sarebbero in contrasto con i principi generali dell'ordinamento. Per quanto riguarda il futuro, Fini, intervenendo durante la seduta dell'ufficio di presidenza della Camera, ha quindi chiesto alle forze politiche «a prescindere da qualsiasi giudizio di merito», di valutare conseguenti iniziative legislative.

«Sono da valutare inammissibili gli ordini del giorno volti a prefigurare interventi in contrasto con i principi generali dell'ordinamento, come individuati anche nella giurisprudenza della Corte costituzionale», ha spiegato Fini, e per questo non possono essere ammessi quegli odg al bilancio «volti a sopprimere i vitalizi» dei parlamentari già «in essere o a incidere negativamente sui trattamenti retributivi o pensionistici dei dipendenti con riferimento a quelli in atto erogati». La Consulta ha stabilito che non possono essere intaccati i diritti acquisiti, che sono «comprimibili in quanto tali solo per esigenze inderogabili e nel rispetto dei principi di ragionevolezze, proporzionalità e temporaneità» (è il caso del taglio del 5 e 10% disposto sui vitalizi di maggiore entità, in base alla manovra).

Per il resto, sono ammissibili solo gli odg diretti a promuovere una riforma della disciplina con efficacia per il futuro. Inoltre, con particolare riferimento all'odg per l'abolizione dei vitalizi, il presidente della Camera ha sottolineato che «sono da valutare ammissibili gli ordini del giorno che, vertendo su materie di competenza dell'Ufficio di presidenza e del Collegio dei questori, contengano, nel dispositivo, un invito a valutare o approfondire alcune questioni, senza dare indicazioni prescrittive o vincolanti».

Pertanto Fini ha invitato l'Idv a sostituire nel suo testo la formula «impegna» con quella «invita...a valutare/ad approfondire...». «Ovviamente - ha puntualizzato Fini - tutto ciò a prescindere da qualsiasi giudizio di merito, che potrà (e a mio avviso dovrà) essere valutato dalle forze politiche attraverso conseguenti iniziative legislative». Del resto, è solo con legge che si può ad esempio intervenire su una materia, come quella dell'indennità parlamentare, la cui disciplina è rimessa alla legge dalla Costituzione.

«Una scelta politicamente gravissima, assunta dal presidente della Camera e avallata da tutti gli altri gruppi», ha protestato l'Italia dei valori, che ha annunciato che «con ogni probabilità voterà contro l'approvazione del bilancio» della Camera. «Il presidente Fini - racconta il presidente dei deputati Idv, Massimo Donadi - ci ha anticipato la sua richiesta di dichiarare inammissibile il nostro odg, perché incostituzionale. Con lui sono stati d'accordo tutti i gruppi, di maggioranza e opposizione. Ma per noi è una scelta politicamente gravissima: l'odg che sostituisce i vitalizi con il sistema previdenziale Inps è tutt'altro che incostituzionale».

Martedì 02 Agosto 2011 - 15:54    Ultimo aggiornamento: 16:10




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Pio XII e il 16 ottobre 1943: nuovi documenti

La Stampa






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Quando si dice... farsi 'pubblicità'

Si riapre il caso del dirottatore scomparso

Corriere della sera

Lanciatosi con il paracadute e 200mila dollari in Oregon, non se ne sapeva più nulla. Forse l'Fbi lo ha identificato




I resti di un paracadute che, secondo l'Fbi, apparterrebbero a «Db Cooper»
I resti di un paracadute 
MILANO - Forse lo hanno identificato. Dopo 40 anni di mistero e mille piste battute, l’Fbi potrebbe finalmente dare un nome al dirottatore-rapinatore conosciuto come «DB Cooper». Un’informazione ha portato gli investigatori a indagare su un uomo deceduto dieci anni fa. E, dopo alcune iniziali verifiche, l’Fbi ha deciso di continuare ritenendo che vi possano esseri buoni elementi. Un compito comunque difficile, visto che le impronte raccolte sono insufficienti e forse non vi è neppure un Dna da comparare.

IL DIROTTAMENTO E IL LANCIO -
La storia inizia nel novembre del 1971. Un uomo sulla quarantina – che dice di chiamarsi Dan Cooper - acquista un biglietto aereo per il volo Portland-Seattle, sulla costa ovest degli Usa. Poco prima dell’atterraggio, mostra alla hostess una bomba e detta le sue condizioni: in cambio del rilascio di una trentina di passeggeri ottiene un paracadute e 200 mila dollari. Poi ordina al pilota di ripartire tenendo una quota inferiore ai 10 mila piedi. «Dan Cooper» resta da solo nel retro del jet. Quando l’aereo sorvola il Nord dell’Oregon, nella cabina di pilotaggio si accende la spia che segnala l’apertura del portello posteriore. Il dirottatore si è lanciato su una zona montuosa e coperta da foreste. Un’area impervia e selvaggia.


SPARITO NEL NULLA - E’ quello l’ultimo avvistamento di «Cooper». Per decenni l’Fbi ha indagato sul caso verificando circa 1000 «personaggi sospetti». E, più volte, la polizia federale ha pensato di aver finalmente chiuso il caso: almeno in quattro occasioni. Anche se c’è chi ritiene che il bandito sia deceduto dopo il lancio. In questi anni non sono mancate «sorprese». Dal ritrovamento di una piccola parte del riscatto – circa 5 mila dollari – sulla riva di un fiume e di un paracadute che potrebbe essere quello usato dal dirottatore. Ora l’annuncio dell’Fbi riapre il giallo e rilancia le teorie cospirative sulla sorte di «DB Cooper». In molti sono convinti che il «pirata» resterà per sempre un fantasma inafferrabile.



Guido Olimpio
02 agosto 2011 11:31



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Italia del no, perché la sinistra detesta l’Ikea? Ostacolata l'apertura dei nuovi punti vendita

di Paola Setti

Da Torino a Pisa, gli amministratori rossi ostacolano il colosso svedese che vuole aprire nuovi punti vendita. E' un danno per tutti i cittadini: per ogni magazzino boicottato vengono bruciati fino a 600 posti di lavoro





Dev’esser che loro, la sinistra da salotto, il salotto non lo arredano all’Ikea. In effetti la libreria «Billy», quella dei proletari a 49 euro e 90, a casa di Piero Fassino non te la immagini, lì ci sarà di certo un arredamento in noce e pelle umana all’altezza di Piero, che come si sa non scherza. E però chi l’avrebbe mai detto che dopo essere uscita dalle fabbriche la classe dirigente della sinistra avrebbe abbandonato la classe operaia anche in casa. Eppure. Dopo Pisa Torino, prima di Torino Padova, dopo Padova Rimini: da una decina d’anni quando arrivano gli svedesi gli amministratori «rossi» fanno le barricate.

«Un ponte per il futuro», diceva lo slogan di Giancarlo Lunardi il sindaco di Vecchiano. Sarebbe bastato un divano Ektorp. O lo scaffale Expedit, che suona meglio. Invece laggiù in quel di Pisa la giunta di Pd e sinistra varia dall’Idv a Sel passando per Rifondazione, non è riuscita ad accordarsi (non è dato sapere se con se stessa o con la giunta di simil colori in Provincia), e alla fine Ikea ha preso armi, soluzioni per il soggiorno e bagagli e ha detto addio a un progetto da 100 milioni e 350 posti di lavoro, perché sei anni di trattative passati invano sfiancherebbero il peggior tirannosauro del sindacato, figurarsi gli svedesi.

Non che non ci siano abituati ormai, alle lungaggini italiane: ogni volta uno slalom fra vincoli urbanistici, piani regolatori, uffici occupazioni suolo pubblico. Ma qui non è la burocrazia, bellezza, è la politica. I paletti che a volte, da Milano a Catania, vengono abbattuti in perfetto swedish style, altrove si trasformano in palizzate inamovibili, come se il gruppo non stesse chiedendo, in ultima analisi, l’autorizzazione ad assumere dalle 250 alle 600 persone alla volta, per di più in strutture ecologicamente sostenibili, per vendere mobili low cost senza i quali un paio di generazioni di under 30mila euro l’anno mai avrebbero potuto arredare casa.

Insomma le parole d’ordine della sinistra ci sono tutte. Spiegava il capo di Ikea Italia Lars Petersson che «chi lavora con noi deve aderire al nostro codice di condotta Iway: rispetto dell’ambiente, prevenzione incendi, salute e sicurezza dei lavoratori, stato a norma delle strutture; ossequio delle normative sui salari; prevenzione del lavoro minorile». Ma se li metti tutti in fila, tentati o riusciti i boicottaggi hanno tutti un’aria radical chic.

Due giorni fa la lunga diatriba pisana era appena finita niente meno che sull’International Herald Tribune come esempio della «scoraggiante via per la prosperità» dell’Italia, che è arrivata Torino a far parlare di sé per quei cinque anni di trattative al termine dei quali la Provincia ha detto no, i 160mila metri quadri nell’hinterland restano a destinazione agricola, con tanti saluti a un investimento da 60 milioni e 250 posti di lavoro. Racconta Giorgio Rocchia, consulente Ikea, che la storia sarebbe ridicola se non fosse tragica: «Siamo andati a parlare con l’allora governatore Mercedes Bresso.

Era il 2006. La Regione voleva anche un parco. Così abbiamo incominciato a opzionare i terreni e il progetto è diventato di 20mila metri quadrati di sviluppo urbanistico e 80mila di parco lineare». Solo che poi le cose si sono ingarbugliate e adesso l’è tutto da rifare. Per non dire di Rimini, che oggi festeggia i fasti di cifre da traino per l’economia locale, ma che tre anni fa ha costretto Ikea a un calvario di mesi, i dipendenti ormai assunti pagati a sede ancora chiusa, i giornali che disperavano: «Gli svedesi credono ancora a Babbo Natale». Prima ancora c’era stata Padova, era il 2002 e in consiglio comunale si faceva nottata per l’ostruzionismo della sinistra contro l’invasore nordico.

Uno se l’aspetta da Giovanardi, la crociata contro i disinvoltoni svedesi, memorabile l’attacco contro lo spot «Siamo aperti a tutte le famiglie» che ritraeva una coppia gay: «Offende la Costituzione» disse, e fu rissa. Ma a sinistra non si capisce. A guardarla dal lato economico, il mercatone Ikea funziona: la domanda cresce e l’offerta risponde, facile. Sarà un meccanismo troppo da destra liberale? Sarà che le Coop del mobile protestano? Di certo, c’è che un giretto all’Ikea alla sinistra farebbe bene. Magari al reparto assemblaggio per ricostruirsi, con 12 euro e 99 ti danno l’avvitatore e porti a casa pure le viti.




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Trovati a casa di Penati 11mila euro Ma lui: "Mi servono per i miei viaggi"

di Redazione

Durante una perquisizione fatta dalle Fiamme Gialle lo scorso 20 luglio sarebbero spuntati 11mila euro in contanti. Gli inquirenti avrebbero etichettato l’operazione come "perquisizione con esito positivo". L’ex presidente della Provincia minimizza.



Milano

Mentre i mal di pancia agitano sempre di più il Partito democratico, si aggiungono nuovi tasselli che sembrano spiegare meglio il "sistema Sesto", messo in piedi da Filippo Penati nell'assegnazione degli appalti pubblici. Secondo Repubblica, infatti, durante una perquisizione fatta dalle Fiamme Gialle lo scorso 20 luglio sarebbero spuntati 11mila euro in contanti: sessantasei banconote in tutto, diciassette da 500 euro, una da 100 e 48 da 50. Il ritrovamento è stato bollato come "perquisizione con esito positivo". Cosa ci faceva il braccio destro di Pier Luigi Bersani in Lombardia con quella cifra ingente di denaro? L’ex presidente della Provincia, indagato per presunte tangenti nell’ambito dell’inchiesta sull’ex area Falck, ha tuttavia minimizzato spiegando che i soldi servivano a coprire certi suoi viaggi.
"Se una persona viene inquisita, fino a quando non è completato il percorso di accertamento delle sue responsabilità è indispensabile che si sospenda da incarichi istituzionali o dall’adesione al partito. Toglie i sospetti, cancella le remore, dopodichè alla fine del percorso quel rapporto si può ricostruire serenamente o interrompere definitivamente". L'ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati sembra farsi portavoce di un mal di pancia che da giorno attraversa il Partito democratico. Come se l'arringa di Bersani contro la macchina del fango non sia riuscita a convincere. Ora che i contorni della vicenda si fanno più chiari, ecco che i mugugni aumentato e i sospetti si infittiscono.
Dalla perquisizione fatta dalla Guardia di Finanza sono emerse, oltre agli 11mila euro, anche una Bmw serie 5, intestata a una società finanziaria di San Donato San Milanese, e una chiave di cassetta di sicirezza di una banca milanese, che però "ha dato esito negativo". "La Bmw serie 5 - assicura Penati - è vecchia di cinque anni ed è intestata a una società finanziaria di San Donato Milanese, in quanto questa è la società di leasing della stessa Bmw. Ma è sui contanti che l'ex primo inquilino di Palazzo Isimbardi si sofferma. "Le somme in contanti ritrovate - spiega - erano nella mia camera da letto e sono riferibili alle mie disponibilità e non riconducibili a fatti che mi sono contestati vecchi di dodici anni". L'esponente pd assicura di tenere "quel denaro a disposizione per i miei viaggi in Italia e all’estero": "Desidero chiarire tutto questo per evitare suggestioni che non hanno nessuna ragione d’essere nei fatti".
Al di là del contenuto della perquisizione, sono molti gli imprenditori che, sentiti dai magistrati di Monza, stanno spiegando il funzionamento del "sistema Sesto". "Noi ti garantiamo un iter burocratico snello, non ti facciamo perdere tempo... Però tu ci devi dare i soldi...", racconta a Panorama Diego Cotti, imprenditore ed ex politico di Sesto San Giovanni. Secondo Cotti, fu di 20 miliardi di lire la richiesta per agevolare l’acquisto e la riqualificazione delle ex acciaierie Falck. Denaro, afferma l'imprenditore, che secondo lui era destinato alla segreteria degli allora Ds. "Pasini compera i terreni, li compera di fatto grazie a noi perchè siamo noi i mediatori in questi affari.
Ci riconosca la mediazione che si pattuisce abitualmente. I soldi servono non solo a noi, la politica ha dei costi, servono per milano provincia, servono per scalare il partito, servono per roma". A parlargli così, secondo Cotti, fu Giordano Vimercati, oggi sotto inchiesta, all’epoca influente capo della segreteria del sindaco Penati. La richiesta sarebbe avvenuta nel suo ufficio, in piazza della Resistenza, nel palazzo del Comune di Sesto San Giovanni a cavallo dell’estate del 2000. Cotti racconta a Panorama che nell’ufficio di Vimercati era presente anche "Filippo", che lasciava parlare il suo funzionario. "Serve per penati - diceva - per avere un ruolo più importante nel partito".
Cotti è considerato un teste importante perchè all’epoca dei fatti rivestiva un duplice ruolo: capogruppo in consiglio comunale della lista civica "Sesto per Penati" e genero (oggi separato) del destinatario della richiesta di tangente, il costruttore Giuseppe Pasini, candidato all’acquisto dell’area Falck, che ha raccontato ai pm della stessa richiesta ricevuta dallo staff di Penati. Nel racconto che ha fatto ai pm Cotti spiega anche il ruolo che doveva essere assegnato al Consorzio cooperative di Bologna. Vimercati torna di nuovo in ballo. Avrebbe spiegato: "L’area Falck la può comprare solo uno che diciamo noi, perché fa parte di un accordo più vasto. La può comprare Pasini se vuole, perché noi abbiamo garantito che lui è un imprenditore serio e corretto e noi lo possiamo gestire perchè è amico mio. Però se fa questa cosa deve coinvolgere le cooperative".




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Fare sesso in auto? Può costare molto caro: fino a tre anni di carcere

di Redazione


Lo ha stabilito la Cassazione, sostenendo che, nonostante la moralità degli italiani sia cambiata, le effusioni "spinte" in pieno centro offendono il pudore


Biella - Fare sesso in auto può costare molto caro, soprattutto se si è in una zona molto centrale. Lo hanno scoperto a proprie spese Francesco ed Erika, che qualche tempo fa sono stati sorpresi dai carabinieri "completamente nudi e uno sopra l'altra" nella loro macchina parcheggiata nel centro di un paese biellese. Ora i due rischiano da tre mesi a tre anni di reclusione.
La condanna penale è stata confemata dalla Cassazione che ha valutato come, nonostante la moralità sessuale degli italiani sia cambiata, si senta ancora offesa in presenza di una coppia che ha scelto di fare sesso in auto in una zona centrale. Francesco e Erika hanno chiesto invano alla Suprema Corte di essere solo multati per l’ipotesi più lieve di atti osceni, o, meglio ancora, per quella più attenuata di atti contrari alla pubblica decenza. La Cassazione è stata irremovibile e ha confermato la condanna penale e ha ritenuto l’amplesso automobilistico in piazza "sicuramente" offensivo del pudore.



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Negro schifoso», ciclista cacciato dal giro di Rio

Corriere della sera


Marco Coledan della «Bottoli Trevigiani Dynamon» è stato espulso dalla corsa brasiliana per aver insultato con epiteti razzisti un collega. Il ds Rossato: «In Italia non ha il minimo significato razzista»



Marco Coledan (web)
Marco Coledan (web)

RIO DE JANEIRO - Brutto episodio nel corso del giro ciclistico della regione di Rio de Janeiro, svoltosi in Brasile. L'italiano Marco Coledan, del team Bottoli Trevigiani Dynamon, che in passato ha fatto parte anche della nazionale come «pistard» (è stato campione europeo junior dell'inseguimento), è stato espulso dalla corsa per aver insultato con epiteti razzisti un collega, che in quel momento non voleva dargli il cambio. I fatti, pubblicati dall'edizione online del quotidiano «Folha de Sao Paulo» e riferiti dall'ufficio stampa della manifestazione, risalgono a sabato scorso, 30 luglio, nel corso della tappa da Teresopolis a Rio das Ostras. Ad un certo punto Coledan ha chiesto ad un collega che si trovava dietro a lui, il brasiliano Renato Santos, di dargli il cambio ed andare a tirare il gruppo.

Al rifiuto di quest'ultimo, secondo quanto scrive la «Folha», Coledan avrebbe insultato il brasiliano dicendogli «negro schifoso». La giuria si è poi riunita con i commissari di corsa e dopo aver sentito anche il parere dell'Uci, è stato deciso di espellere Coledan dalla corsa. Richiesto di spiegazioni il d.s. della Trevigiani, Mirko Rossato, avrebbe affermato, sempre secondo quanto scrive la «Folha», che «questo tipo di insulto in Italia è comune e non è considerato razzista».

«C'è stato un litigio come in qualsiasi altra corsa - ha detto ancora Rossato -. In Italia queste situazioni sono comuni, ma c'è stata una decisione degli organizzatori e noi l'accettiamo. Renato ha offeso Marco, e Marco gli ha risposto con una parola che in Italia non ha il minimo significato razzista». Questa spiegazione non è stata presa per buona dalla giuria, che ha deciso che anche in futuro la Bottoli Trevigiani Dynamom non sarà più invitata alla corsa. Santos da parte sua ha fatto sapere di non aver ancora deciso se denunciare penalmente Coledan, originario di Motta di Livenza e che il 22 di questo mese compirà 23 anni. In Brasile esiste una legislazione molto severa sul razzismo, e si rischia anche l'arresto immediato, come sa fra gli altri l'attuale attaccante del Catania Maxi Lopez, che ai tempi della sua militanza nel Gremio venne fermato dalle forze dell'ordine al termine di una partita per aver definito «brutto scimmione» un avversario (che poi sporse immediatamente denuncia) durante l'incontro. (Ansa)

01 agosto 2011(ultima modifica: 02 agosto 2011)




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Marines contro nudisti sulla Gold Beach

Corriere della sera

I naturisti vogliono un posto tranquillo, i militari sono proprietari e li spaventano. E sono dalla parte della legge



MILANO – Da una parte i Marines in mimetica, elmetto e stivali con punta di ferro, dall'altro i bagnanti in totale nudità sotto l'ombrellone: lungo i confini della spiaggia di Gold Beach, meraviglia della costa californiana a pochi chilometri da San Diego, si combatte una battaglia legale e civile. I nudisti reclamano l'arenile dove da sempre vanno a bagnarsi in totale libertà, mentre il corpo dei Marines chiede rispetto e campo libero per quella battigia in cui da anni, di generazione in generazione, hanno svolto le loro esercitazioni: sbarchi dal mare, finti assalti in acqua, prove di forza e di nuoto con ogni condizione meteorologica.

VIA DALLA SPIAGGIA - Anche d'estate dunque, quando i patiti dell'abbronzatura integrale si riversano sulla «San Onofre State Beach», paradiso per surfer, camperisti, nuotatori, pescatori e dove convivono un parco naturale e una centrale nucleare. Ma la spiaggia di Sant'Onofrio impone regole severe: niente nudismo sul bagnasciuga, pena multe salate. E per questo i naturisti si spingono più a sud, sconfinando sul lido successivo, di proprietà militare. Quella «Gold Beach» che è lo sbocco a mare dell'estesa base di «Camp Pendleton», roccaforte della Marina americana sulla costa ovest. In questi territori di proprietà della Marina da decenni, la presenza di bagnanti e di naturisti ha vissuto ripetuti tentativi di allontanamento da parte dei guardiani della Marina. Spesso senza successo, altre volte invece con vere e proprie spedizioni punitive per cacciare i nudisti via dalla sabbia con la forza.
GLI ASSALTI DEI RANGERS - I nudisti raccontano che negli ultimi giorni sono stati depredati di macchine fotografiche, spiati dai binocoli inquisitori dei ranger, spaventati da marines e guardiani del parco naturale appostati dietro ai cespugli per dissuaderli dal permanere sulla spiaggia. E la legge per ora dà ragione alle forze militari: una direttiva californiana del 2009 avrebbe infatti vietato il naturismo nella zona, e per chi infrange le regole la pena è pecuniaria, ma prevede anche la detenzione. I naturisti riuniti nel «Naturist Action Committee» sperano comunque nella clemenza della corte, e insistono sul poco disturbo arrecato da chi varca il confine della spiaggia dei Marines. Per questi ultimi invece è questione di privacy militare: i bagnanti non devono arrivare sulla loro spiaggia, al naturale o vestiti, poco importa.



Eva Perasso
02 agosto 2011 13:18



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Le ronde dei residenti disturbano i clienti. Prostitute chiamano il 113

Il Tempo

Da tempo nel quartiere Salario i residenti protestano contro il "mercato del sesso" improvvisando ronde nelle vie a luci rosse per tenere così lontani i clienti.

prostitute Di solito sono i residenti che chiamano la polizia perchè infastiditi dal viavai che provocano le prostitute. Ma nel quartiere Salario a Roma, una zona che è una sorta di "roccaforte" della prostituzione, ieri sera le cose sono andate diversamente. Alcune prostitute hanno chiesto l'intervento del 113 perchè il viavai di residenti le disturbava scoraggiando i clienti. Insomma, le lucciole vedendo i loro affari in fumo hanno chiamato il 113 lamentando di essere "infastidite", qualcuna ha anche detto "derubate". E le pattuglie sono arrivate "chiedendo i documenti a tutti scatenando l'indignazione dei cittadini", spiega l'assessore alle Politiche Sociali del IV Municipio Francesco Filini.

Da tempo in quella zona i residenti protestano contro il "mercato del sesso" improvvisando ronde nelle vie a luci rosse per tenere così lontani i clienti. "Come ormai accade da tre mesi - ricostruisce Filini - una ventina di cittadini appartenenti al Coordinamento Romano Antilucciole effettuava la consueta passeggiata lungo la via per scoraggiare le ragazze a contattare clienti. Un'azione civile e pacifica che in tre mesi ha portato grandi risultati, ridimensionando il fenomeno. Ma ieri notte le prostitute hanno veramente superato loro stesse chiamando il 113 per farlo intervenire contro i residenti del quartiere. All'arrivo di ben tre pattuglie del commissariato Fidene -Serpentara che sono immediatamente intervenute davanti all'incredulità dei cittadini una delle prostitute è addirittura arrivata a inventare di essere stata derubata dalle persone presenti. Gli agenti - sottolinea l'assessore - hanno preso i documenti di tutti, sotto la rabbia e l'indignazione della cittadinanza".



02/08/2011




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Pronto intervento per i cani abbandonati

Corriere della sera

Team in tutta Italia rispondono alle segnalazioni dei viaggiatori

Giovanni De Faveri

 

L'imprenditore e «Farfallino» Così è partita l'inchiesta

Corriere della sera

Dalle aree dismesse alla Milano-Serravalle e ai conti all'estero




Filippo Penati (Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)
MILANO - Due grandi accusatori e un principale accusato. Gli accusatori: l'imprenditore di 59 anni Piero Di Caterina, proprietario di 15 aziende tra le quali la Caronte attiva nel trasporto pubblico, e il costruttore di 81 anni Giuseppe Pasini. L'accusato: Filippo Penati, 58 anni, politico ex di tanti incarichi. Sindaco (1994-2001) di Sesto San Giovanni e presidente della Provincia di Milano (2004-2009), già capo della segreteria politica del leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani, Penati si è dimesso dalla vicepresidenza del Consiglio regionale. Perché? È coinvolto nell'inchiesta di due pm della Procura di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia. Lavorano su un presunto giro di tangenti relative all'ex Falck e all'ex Marelli. Ramo acciaierie la prima e metalmeccanico la seconda, hanno contribuito a dare a Sesto San Giovanni il soprannome di Stalingrado d'Italia. Il sistema delle mazzette ha al centro i piani di riconversione di questi spazi chilometrici. Penati, indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti, si dice innocente. Avrebbe incassato 2,94 milioni di euro per favorire imprenditori interessati alle riqualificazioni.

Dalla Falck alle banche in Svizzera
Basata su Sesto San Giovanni, la geografia di questa storia ha altre ramificazioni: prende l'asfalto della Milano-Serravalle (società che gestisce 180 chilometri di autostrade e tangenziali, con sede ad Assago), il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna e le corsie del San Raffaele (l'ospedale di Milano 2 fondato da don Luigi Verzé, amico di Silvio Berlusconi). Ma le ramificazioni portano anche all'estero. Svizzera. Lussemburgo. Le sedi dei conti alimentati dalle tangenti. Così come emerso dagli interrogatori di Pasini e Di Caterina, e con un riscontro materiale: tracce di movimenti di denaro.

Pasini, alias «farfallino» per il papillon presenza fissa al colletto, nel 2007 candidato per il centrodestra alle elezioni comunali di Sesto, di una cosa è certo. «Ho pagato 4 miliardi di lire in due tranche a Di Caterina all'estero perché così mi era stato chiesto da Penati in relazione all'approvazione del piano regolatore dell'area Falck». Interessato a rilevare le antiche acciaierie, Pasini, prosegue nel racconto ai pm, andò a chiedere a Penati della possibilità - in caso di acquisto dell'area - di «arrivare a una licenza». Bene, «Penati disse che avrei dovuto dare qualcosa al partito.

Disse che a prendere accordi con me sarebbe venuto Di Caterina». Pasini spiegò di aver versato due miliardi di lire trasferendoli in Canton Ticino con mediatore l'indagato Giordano Vimercati, 61 anni, noto come «cardinale Richelieu», a lungo braccio destro di Penati, e di essersi girato un bonifico di due miliardi di lire in Lussemburgo su una banca coi soldi in un secondo tempo ritirati da Di Caterina. Il quale più volte si è lamentato per mancati introiti, per intoppi nel flusso delle tangenti. Pur conservando ricevute, cedolini, pagine con somme elencate. La contabilità del «Sistema Sesto». Ora sotto l'esame degli investigatori.

I debiti milionari e Tangentopoli
La Procura ha in mano anche una lettera. Del 2008. Di Caterina la scrisse a Penati e Bruno Binasco, arrestato sotto Tangentopoli per aver finanziato in maniera illecita il Pci. Premesso che «dal 1999 ho versato a vario titolo notevoli somme di denaro a Penati che ha promesso di restituire», ecco, di quel denaro l'imprenditore non è mai tornato in possesso. Il 66enne Binasco, principale collaboratore dell'imprenditore Marcellino Gavio, morto nel 2009, è amministratore della Milano-Serravalle. Nel mirino degli inquirenti c'è una triangolazione di denaro fra Di Caterina, Penati e Binasco. Triangolazione avente come base l'acquisizione, da parte di Binasco, di un immobile di Di Caterina a un prezzo più alto in maniera tale da estinguere un debito per conto di Penati. Penati e Binasco si conoscevano da prima. Nel 2005 la Provincia di Milano presieduta da Penati acquisì dal Gruppo Gavio-Binasco il 15% della Milano-Serravalle. Il prezzo? 8,9 euro per azione. Ogni azione era in precedenza costata 2,9 euro. L'operazione venne censurata dalla Corte dei Conti. La perizia chiesta dalla Procura ha giudicato il prezzo «congruo».

Bonifiche, ospedali, sigle misteriose
Nel luglio d'un anno fa Pasini iniziò a parlare e lasciarsi andare con Guardia di Finanza e Procura. Gli investigatori avevano appena perquisito Di Caterina. Cosa cercavano? False fatture con Luigi Zunino, l'immobiliarista interessato a comprare l'ex Falck e nei guai per le bonifiche ambientali nel quartiere fantasma di Santa Giulia. Anche Di Caterina cominciò a sfogarsi. Ma per quale motivo, lui e Pasini, farlo in forte ritardo? Perché «cantare» anni e anni dopo? Le prime tangenti sono datate tra la fine degli anni 90 e il 2001. Peraltro coinvolgendo, e da subito, le Cooperative di costruzioni. A suo dire, Pasini si sarebbe visto imporre un dazio da Omar Degli Esposti per avviare il cantiere: tirar dentro nel progetto due professionisti vicini alle Cooperative. Degli Esposti, 63 anni, direttore dei lavori del colosso delle costruzioni afferma il contrario. «Pasini? Gli faceva comodo il nostro nome». Degli Esposti è indagato. La Procura ha indagato un'altra persona del mondo del centrosinistra. L'architetto Renato Sarno.

Il 65enne Sarno, ex dirigente del Comune di Sesto, ha disegnato per don Verzé il «San Raffaele Quo Vadis», l'ospedale «del benessere» che il nuovo Cda dell'ospedale schiacciato da un miliardo di euro ha messo fra le priorità degli investimenti da tagliare. Nell'ufficio di Sarno, durante le perquisizioni, è spuntato il file in formato Pdf dal titolo «Documento finanziamento sig. Penati». Fu Sarno l'intermediario di quella triangolazione con Di Caterina e Binasco. In mezzo ad altro materiale, nell'ufficio dell'architetto c'erano le cartellette «H.S.R. San Raffaele» e «Serravalle». Misteri, veleni. Forse semplicemente nuovi indizi.


Andrea Galli
agalli@corriere.it
02 agosto 2011 10:38



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Camera: taglietto indolore. Stipendi al ribasso per il 2013

Libero




"Mantenere una politica di bilancio rigorosa è doveroso", ma "la democrazia ha un costo". Ed è quindi altrettanto doveroso mantenere sia la "funzionalità del Parlamento", sia "la salvaguardia del pieno esercizio del mandato parlamentare". Quindi va bene tagliare, ma non troppo. Anche perché i tanto vituperati deputati italiani sono tra i meno costosi d’Europa (20.486 euro di costo mensile medio comprensivo dei contributi per i collaboratori rispetto ai 34.750 euro dei parlamentari europei, ai 27.364 euro dei tedeschi e ai 23.066 euro dei francesi).

Spetta a Francesco Colucci (Pdl), uno dei tre questori di Montecitorio, il compito di respingere l'assalto alla casta nella seduta dedicata all'esame del bilancio interno della Camera (oggi il voto finale). Colucci snocciola i dati che dovrebbero testimoniare la virtuosità del secondo ramo del Parlamento nel prossimo triennio. In primis il risparmio, per le casse dello Stato, pari a circa 150 milioni di euro determinato da un blocco delle dotazioni annuali (75 milioni) e dalla restituzione "di somme da parte della Camera stessa pari a 76 milioni di euro".

Tutto si gioca sul fatto che da qui al 2013 la dotazione statale che spetta ogni dodici mesi all'assemblea presieduta da Gianfranco Fini resterà invariata. Ovvero sugli stessi livelli del 2009, "l'ultimo esercizio in cui vi è stato un incremento dei trasferimenti dello Stato a favore della Camera" secondo il tasso di inflazione programmata. A questo proposito vale ricordare che, nonostante il blocco, ogni anno Montecitorio incassa la bellezza di poco meno di 993 milioni di euro.

La sforbiciata alle spese, così, altro non è che un mancato adeguamento delle indennità e dei vitalizi dei deputati (dieci milioni) uniti a piccoli tagli su spese di viaggio (due milioni), gruppi parlamentari (poco più di un milione), personale (un milione e 700mila euro), affitti (quattro disdette per un totale di 29 milioni), ristorazione (due milioni e 300mila euro frutto della chiusura del self service a Palazzo San Macuto e della "riduzione offerte del menu") e altri interventi nei settori della comunicazione e delle autorimesse (due milioni e 600mila euro).

Totale: 50 milioni di euro di tagli da ripartire nel 2012 (19,5) e nel 2013 (30,4) a fronte di quasi un miliardo che finisce in cassa ogni anno. Una goccia nel mare che offre il destro alle opposizioni per incalzare la maggioranza. Come? Presentando, come fa il Pd, undici ordini del giorno che impegnano, ma senza alcun vincolo, la presidenza e i questori a eliminare il vitalizio per i deputati, introdurre una trattenuta per le assenze e adeguare i servizi di ristorazione e barberia ai prezzi di mercato. L’Italia dei valori, invece, punta a eliminare i benefit degli ex presidenti di Camera e Senato e a chiudere le abitazioni di questori e vicepresidenti. Tanto, come denuncia la radicale Rita Bernardini, "il nostro voto è alla cieca. Il bilancio è ancora reticente, non consente al singolo deputato di leggere all’interno delle sue voci".


di Tommaso Montesano

02/08/2011




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Cani ed esseri umani. Un'amicizia lunga 33.000 anni

di Redazione

I cani erano al nostro fianco già più di 30000 anni fa. Lo dimostrano studi eseguiti su un fossile rinvenuto in Siberia.



33mila anni fa i cani erano già al nostro fianco. A dimostrarlo sono studi eseguiti contemporaneamente da tre diversi laboratori su un reperto trovato nella Siberia Meridionale. Il reperto, il cranio di un animale molto simile a un cane da slitta, è stato scoperto vicino ad altri ritrovamenti, che fanno pensare a un suo utilizzo nella caccia di altre specie dell'era glaciale.
Non nuova la scoperta della grotta che ospitava i reperti, risalente già agli anni 70. E' stato però solo grazie alle tecniche che si avvalgono del radiocarbonio che è stato possibile datare il teschio animale con precisione.
A contendere al ritrovamento la palma di animale da compagnia più antico mai ritrovato, un fossile scoperto nella caverna di Goyet, in Belgio, risalente a circa 36mila anni fa. Le analisi eseguite su questo secondo reperto non sarebbero però altrettanto attendibili.
In realtà, dicono gli studiosi, il cane sarebbe stato addomesticato più volte nel corso della storia, entrando definitivamente nelle grazie degli umani 18mila anni fa, con lo sviluppo di pastorizia e agricoltura, che hanno fatto degli animali preziosi alleati nel lavoro. Un'amicizia di lunga data quindi, che secondo un sondaggio condotto in Inghilterra starebbe però per finire. Sarebbero sempre di più le persone a preferire lo schermo di un portatile allo scondinzolio del proprio animale da compagnia.




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Pagano anche gli ex senatori Ridotti i vitalizi

Il Tempo

Fino al 2013 risparmi per 120 milioni. Giro di vite sulle spese di trasporto.


Una ghigliottina davanti alla Camera dei Duputati: tagliare gli spechi Pagheranno anche gli ex senatori. Non molto, ma lo faranno. Roba da miracolo, visto che è la prima volta che succede nella storia del nostro Paese. Il bilancio, che è stato discusso ieri, sarà votato questa mattina. Palazzo Madama ha messo nero su bianco la riduzione dei privilegi degli ex. Quelli che sono stati senatori e che hanno acquisito, spesso con pochissimi anni di legislatura, il diritto al vitalizio. Si portano a casa un assegno mensile (da quasi 3 mila euro netti in su) che si aggiunge alla pensione. Costano, ogni anno, più di 71 milioni di euro.

Ma non è tutto. Potrebbero venire ridotti anche i quasi 2 milioni di euro impegnati per rimborsare le spese di trasporto agli ex. Non saranno più in carica, magari lo sono stati per pochi mesi, ma lo Stato gli resta riconoscente. Eppure le cose sono destinate a cambiare e con la crisi che fa stringere i cordoni della borsa agli italiani, anche il Consiglio di presidenza di Palazzo Madama è corso ai ripari e ha approvato all'unanimità una serie di misure per abbassare la spesa. Pazienza se qualche senatore storcerà il naso.

Il provvedimento principale prevede, appunto, la riduzione del 5 per cento dei vitalizi. La percentuale va considerata non sull'intera somma percepita ma su quella che oltrepassa i 90 mila euro. Non saranno grandi cifre ma il segnale c'è. Si chiama «contributo di solidarietà» e porterà nelle casse di Palazzo Madama un milione di euro nel 2011.

Dunque, secondo il bilancio che sarà approvato nei prossimi giorni, la spesa per i vitalizi scenderà a una settantina di milioni. Lo stesso taglio agli stipendi (5% e 10% se si superano i 150 mila euro all'anno) colpirà i dirigenti. Nel 2012 si arriverà a un risparmio di 2,7 milioni di euro e nel 2013 a quasi 3 milioni di euro. Importi che, ovviamente, verranno versati all'Erario. Non è tutto. Il Senato ha previsto anche la riduzione della dotazione ordinaria e la mancata applicazione alle retribuzioni del personale dell'incremento del 3,2%.

Una misura, quest'ultima, che non è stata presa dalla Camera dei deputati che invece ha puntato al taglio dei biglietti aerei, ora gratis per le tratte nazionali coperte dagli onorevoli, e delle auto blu. Il mancato aumento delle dotazioni permetterà un risparmio per il bilancio dello Stato di 24 milioni di euro circa, dei quali 7,9 milioni rispetto a quanto previsto inizialmente per il 2012 e altri 15,9 milioni rispetto al 2013 che si aggiungono ai 7,9 milioni di euro già ridotti nel 2011 rispetto al 2010. Poi c'è il capitolo affitti. Una spesa piuttosto rilevante.

Ma il Senato ha previsto di cancellare il contratto di locazione per l'ex hotel Bologna che accoglie gli uffici di 86 rappresentanti. Un edificio pagato moltissimo negli anni e finito anche in un contenzioso con il proprietario, quel Sergio Scarpellini che ha affittato alla Camera dei deputati i Palazzi Marini (il principale, in piazza San Silvestro, sarà restituito da Montecitorio alla fine dell'anno). Torniamo al Senato. In Aula verranno discussi anche alcuni ordini del giorno, come quello, presentato dal Pd, di tagliare il 15 per cento delle spese nei prossimi tre anni. Un provvedimento che pochi credono sarà approvato. Ad ogni modo, il prospetto di bilancio di Palazzo Madama punta a risparmiare 61,3 milioni di euro. Una somma a cui vanno aggiunti i 58,7 milioni che arriveranno grazie alle decisioni assunte negli scorsi mesi. Dunque la riduzione complessiva dei costi del Senato sarà di 120 milioni di euro per il triennio 2011-2013.


Alberto Di Majo
02/08/2011




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La Camera taglia auto blu e aerei

La Stampa

Dal bilancio risparmidi 150 milioni in tre anni. Stretta anche su rimborsi, vitalizi e portaborse


CARLO BERTINI


ROMA

C’è quello che già è stato fatto, riassumibile in una cifra, 150 milioni di euro restituiti dalla Camera allo Stato in tre anni, dal 2011 al 2013, grazie ad una serie di tagli al bilancio. E quello che si può fare per tagliare di più e con l’aria che tira è già a un buon punto di cottura: l’abolizione dei vitalizi (solo dalla prossima legislatura) e subito una stretta sugli aerei gratis per tutti, sull’uso delle auto blu e su altri benefit, almeno quelli che son rimasti. Già perché neanche i deputati sanno bene quali privilegi sono sopravvissuti negli anni e quali no: ieri, nel bel mezzo della discussione sul bilancio della Camera, la dipietrista Silvana Mura ancora citava l’esempio negativo dei rimborsi spese per gli oggetti smarriti, istituto esistente per decenni grazie ad apposita assicurazione stipulata ad hoc, ma che dal 2007 non c’è più, tranne quando nel guardaroba sparisce qualcosa, impermeabili, borse o ombrelli, senza motivo alcuno.

Di converso, molti degli onorevoli che oggi dovranno votare la proposta di bilancio della Presidenza con i tagli decisi da Fini e dai questori, non sanno che il clima di antipolitica forse li costringerà ad andare a mangiare col vassoio in mano nei vari ristoranti del Palazzo: ristoranti dove al massimo si spendono 20 euro per un pasto completo, carne e pesce compresi (servito agli stessi prezzi anche ai giornalisti parlamentari e ai funzionari interni) e che potrebbero essere trasformati in self service per ridurre le spese del personale.

Ad illustrare in aula il bilancio revisionato e corretto è il questore anziano Colucci del Pdl: la crescita della dotazione della Camera (quasi un miliardo di euro l’anno) sarà pari a zero ed è la stessa dal 2009. Le forbici incidono su molti settori di spesa, dalla riduzione dei contributi sul funzionamento dei gruppi parlamentari di quasi 1,2 milioni di euro, al taglio delle indennità di deputati in carica e ai vitalizi, con una sforbiciata già in vigore da gennaio 2011 di 500 euro netti al mese sulla diaria e di altri 500 sui rimborsi per i portaborse.

Ma Colucci fa pure notare che in base ai dati degli stipendi di altri paesi europei emerge che gli italiani non sono i più pagati, con un totale netto (10.257 euro) in linea con quello dei parlamentari delle assemblee francese (11.863 euro), tedesca (9.932 euro) inglese (8.540) e dell’europarlamento (13.285). Peccato che tra gli esempi manchi quello spagnolo dove i deputati non arrivano a 6 mila euro netti. E che ai 10 mila euro dei nostri onorevoli vanno sommati i fondi per i portaborse (altri 3.690 euro) che gli italiani si mettono in tasca per pagare, se e quando decidono di farlo, uno o più collaboratori.

Mentre gli oltre 14 mila euro che ad esempio i tedeschi hanno a disposizione per questa esigenza vengono gestiti direttamente dal Bundestag che si occupa dei contratti di assunzione di portaborse e segretari. Comunque sia, anche rispetto alle spese del personale si è applicato un minimo di rigore: ai dipendenti della Camera sono stati già tagliati del 5% gli stipendi sopra i 90 mila euro e del 10% quelli sopra i 150 mila, bloccando gli adeguamenti automatici per tutti gli altri e il turn over. Una fetta di risparmi deriva dal recesso anticipato del contratto di affitto di Palazzo Marini, adibito ad uffici per i deputati quasi sempre deserti, con effetto da gennaio 2012, che comporterà circa 42 milioni in meno in tre anni. La chiusura del ristorante di palazzo San Macuto dove hanno sede le commissioni bicamerali e la chiusura serale degli altri ristoranti (tranne quando c’è aula) farà risparmiare 1,5 milioni di euro l’anno.

Ma se per mandare avanti il Palazzo si spendono cifre come 70 mila euro per la lavanderia, 600 mila per smaltire i rifiuti, con fatture della luce di 3,6 milioni di euro, di 1 milione per la cancelleria e per gli arredi, di oltre 6 milioni per stampare gli atti parlamentari, a subire un piccolo taglio di 1 milione di euro su 12 milioni l’anno sarà la voce trasporti: Fini vorrebbe limitare i rimborsi aerei solo alle tratte tra la residenza e Roma, ma c’è pure l’ipotesi che ogni gruppo abbia un tetto di rimborsi e se lo gestisce decidendo chi vola gratis in base ad una ragione di servizio e chi no.

E anche le auto blu, 22 in tutto alla Camera, ora in uso a un’ottantina tra presidenti di commissione, questori e altri «gallonati», quando finirà il leasing verranno sostituite con una decina di berline 1600 di cilindrata ad uso ridotto. Anche perché gli autisti sono sempre meno, non vengono sostituiti e «così non ce la fai più a reggere il servizio - spiega un questore - per questo si riduce la platea degli aventi diritto e il raggio di azione». Ma la vera spina nel fianco che agita i deputati sono i vitalizi: tutti d’accordo a parole ad abolirli, ma su come e quando le polemiche si sprecano. Quel che sembra certo è che dalla prossima legislatura l’istituto sarà sostituito da un nuovo sistema di tipo previdenziale, di tipo contributivo, analogo a quello di tutti gli altri lavoratori.



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Un bunker da 800 stanze a difesa dell’Inghilterra

La Stampa


Le prime immagini dei tunnel che Londra creò per resistere alle atomiche sovietiche


ANDREA MALAGUTI


LONDRA

Arca di Noè della Gran Bretagna, l’ultimo rifugio per un selezionato gruppo di uomini e donne scelti per ricostruire L’ la nazione dopo un attacco nucleare russo, era un bunker scavato a ventisette metri di profondità in un’area di trenta ettari di terra anonima nella campagna del Cotswold, a poco più di un’ora da Londra. L’ultima risorsa contro l’Armageddon. Il tentativo di non farsi cancellare dalle testate atomiche puntate non solo su Westminster, ma anche su York, Birmingham, Liverpool e Glasgow. I morti sarebbero stati milioni. Inceneriti e intossicati.

Uno scenario più volte immaginato, temuto e studiato dai servizi segreti di Sua Maestà, con prove di evacuazione due volte l’anno e una grandiosa simulazione, durata quattro settimane, iniziata il 17 ottobre del 1968. Per evitare il panico il Paese fu tenuto all’oscuro di questo verosimile gioco di guerra, mentre i Beatles guidavano le classifiche con Sergent Pepper’s Lonely Hearts. Sulla copertina i volti di Albert Einstein, Marlon Brando, Edgar Allan Poe e Karl Marx. Sarebbe stato sufficiente l’1% del potenziale nucleare sovietico per far sparire il Regno Unito dalla faccia del pianeta.

E i consiglieri del primo ministro Harold Wilson erano certi che Mosca fosse pronta allo sterminio. Il rifugio di Corsham, nel Cotswold, è stato attivo fino a vent’anni fa. La fine della Guerra Fredda lo ha reso superfluo. La sua esistenza è stata rivelata nel 1997 e solo oggi le prime immagini di questa gigantesca zattera di salvataggio sono state pubblicate grazie al lavoro del fotografo Nick Catford, che le ha raccolte in un libro. In uno scatto si nota il manichino di Margaret Thatcher adagiato su una branda e riscaldato da una coperta di lana pesante, marrone, da caserma. La luce è bassa e gialla. Il senso di claustrofobia insopprimibile.

L’Arca di Noè di Corsham Osservata dalla strada l’Arca di Noè di Corsham sembra una fattoria in disuso piantata in mezzo al nulla. Intorno la terra è secca, l’erba rada. Dietro la porta si apre un mondo. Un lungo corridoio scende sottoterra. È di metallo grigio e introduce a un tunnel sterminato, ricoperto d’acciaio, da cui partono sessanta miglia di strade. Il camminamento è sterrato e porta alle ottocento stanze segrete del quartier generale del governo.

Nel 1960 costò tredici milioni di sterline. Fogne, sistema elettrico e di riscaldamento sono autonomi. In uno stanzone sono sistemate decine di telescriventi che sembrano reperti archeologici. Di fianco la zona riservata alla Bbc. È da qui che Londra pensava di rimettersi in contatto con l’esterno. Brande, letti a castello, una gigantesca dispensa. Su un tavolo una copia del documento intitolato: «L’Organizzazione delle Autorità del Regno Unito durante la Guerra Globale». Nelle prime righe si spiega che i beni necessari sono «la carne, il grano, l’olio, lo zucchero e il tè». Il tè, certo. «Arriveranno dai territori del Commonwealth. Sempre che i trasporti lo consentano.

I prezzi sono impossibili da determinare. Nessuno è in grado di dire quale sarebbe l’effetto di un conflitto atomico sulle monete». Sui muri alcuni dipinti immaginano Londra dopo l’esplosione. «La violenza delle bombe sarebbe 616 volte superiore a quella di Hiroshima». La città è un mucchio di macerie e un’irrealtà da crepuscolo polare avvolge gli oggetti. Una distesa di cadaveri, di scheletri fumanti, di case e di morte. Sul viso dei feriti la smorfia dell’agonia, che non è di paura o di schifo, ma piuttosto di vergogna. Buckingham Palace demolito come un castello di carte.

«A parte il quartier generale di Corsham abbiamo altri undici bunker del governo sparsi nel Paese. Ognuno prenderà la guida del singolo territorio di riferimento e si coordinerà con noi». Centocinquantamila le persone prescelte per questa definitiva forma di resistenza. C’è la Regina, non la famiglia reale. Il primo ministro e il governo. Ufficiali di Stato, poliziotti, vigili del fuoco. «Nessuno può distruggere il cuore della Gran Bretagna».

La grande fuga Il laburista Harold Wilson era un uomo che reggeva a fatica le cattive notizie. E nel suo lavoro questo non aiutava. Ma era un politico pratico, guidato dalla diffidenza rapida dei gatti. Fu lui a coordinare le operazioni della finta evacuazione del 17 ottobre del 1968. Lo scenario immaginato dai servizi è apocalittico. I russi ammassano le truppe al confine con l’Ungheria e creano un incidente con un aereo di linea in Germania Ovest. Quindi accusano i tedeschi di volere entrare a Berlino Est e contemporaneamente il Patto di Varsavia scatena un attacco contro l’Italia e la Grecia usando armi chimiche.

In Inghilterra la tensione è alimentata da infiltrati nella classe operaia che proclamano una serie di scioperi durissimi, mentre i giornali lanciano una campagna alimentata ad arte per chiedere al governo che cosa stia facendo per garantire la sicurezza delle case dei cittadini. Mosca attacca la Danimarca mentre dimostranti pacifisti marciano su Downing Street. La tensione crescente spinge la gente a rifugiarsi in campagna, dove vengono realizzati 45 mila bunker privati. Il governo dichiara lo stato d’emergenza. I russi aprono il fuoco contro l’Inghilterra e il primo ministro viene portato in elicottero a Corsham. Gli servono venti minuti.

Gran parte del Regno Unito è distrutto. Nessuno è in grado di prevedere quello che succederà nei successivi due anni. Per quattro settimane uomini e donne degli uffici ministeriali inglesi vengono coinvolti in questo macabro teatro. David Young, ex capo di gabinetto al ministero della Difesa, viene incaricato di fare la parte del primo ministro. «Riflettevamo anche sul fatto che molti avrebbero potuto rifiutarsi di ascoltarci preferendo morire con le proprie famiglie. Al momento della prova, però, i funzionari pubblici ci hanno seguito come automi». Da allora Young si è chiesto spesso se il loro ritegno fosse una forma di rigore morale o la testimonianza dell’apatia che li aveva invasi, lasciandoli insensibili a tutto, persino alla morte, considerata il corollario naturale della Guerra Fredda.



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Nonno a 29 anni: gli infermieri lo obbligano a mostrare i documenti

Il Messaggero

ROMA - A 29 anni non è tanto comune sentirsi chiedere i documenti per una verifica dell'età. E' accaduto però a Shem Davies quando è andato a trovare la nipotina Gracie, figlia di sua figlia Tia, 14 anni. Gli operatori dell'ospedale di Bridgend, nel Galles, non hanno infatti creduto alla versione del nonno in visita alla nuova nipotina e gli hanno chiesto la carta d'identità.


Davies, disoccupato, insieme alla ex fidanzata Kelly John (30 anni) ha avuto Tia quando entrambi avevano 15 anni. Il destino si è ripetuto quando Tia ha avuto Gracie. Al reparto maternità gli infermieri hanno pensato che lui fosse il padre adolescente di Gracie, chiedendogli appunto di dimostrare la sua età. Le foto della famigliola sono state pubblicate dal Daily Mail, e negli scatti il giovane nonno non sembra tanto più grande del neopapà, Jordan Williams, 15 anni.

«È una gioia assoluta vedere Gracie. Sono incredibilmente orgoglioso di Tia - ha detto Shem Davies - Sarà una mamma brillante. In un primo momento non ero troppo contento che fosse incinta, ma ben presto l'ho superato. Ora è importante essere positivi».

L'arrivo di Gracie non è stato facile: a Tia, infatti, è stata diagnosticata una pre-eclampsia sette settimane prima del parto. I medici hanno optato per un cesareo. L'intervento è andato bene, ma la piccola è stata messa in incubatrice al Princess of Wales Hospital di Bridgend, e dovrà essere seguita per qualche settimana prima di poter andare a casa. Una settimana dopo il parto Tia ha festeggiato il suo 15esimo compleanno in reparto, insieme ad amici e familiari.

Lunedì 01 Agosto 2011 - 16:33    Ultimo aggiornamento: 17:07




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Roma, le comiche dei manifesti abusivi