mercoledì 3 agosto 2011

Eutanasia: Treviso, stop ai farmaci salvavita Il giudice autorizza la paziente, roventi polemiche

Quotidiano.net

La donna, 48 anni, è testimone di Geova ed è affetta da una malattia degenerativa. Ha affidato al marito le sue volontà: "Non voglio che la mia esistenza venga prolungata se sono senza speranza"




Un medico (Lapresse)

Treviso, 3 agosto 2011


Chiede al giudice il permesso di non utilizzare, in caso di necessità, i farmaci e il magistrato l’accontenta. Protagonista della storia una trevigiana di 48 anni, testimone di Geova, colpita da una gravissima malattia degenerativa. Secondo quanto riporta il Gazzettino, la donna ha ottenuto dal giudice tutelare di Treviso Clarice di Tullio il permesso di non ricorrere alle cure salvavita.
La paziente avrebbe già rifiutato tracheotomia e trasfusione, ma al momento non sarebbe al momento in immediato pericolo di vita. Le sue disposizioni, affidate al marito, restano tuttavia chiare: "Non voglio che la mia vita venga prolungata - avrebbe detto la donna - se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni sono senza speranza".
Ora un giudice le ha dato ragione,disponendo che la paziente, attraverso il marito nominato amministratore di sostegno, possa rifiutare i farmaci salvavita. Una decisione che, tuttavia, ha suscitato clamore nel mondo sanitario e civile.





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Camila mette in crisi il governo cileno

Corriere della sera




Dicono sia molto riservata, soprattutto per quel che riguarda la vita privata. Tranquilla e riflessiva. Dicono anche che negli ultimi mesi sia diventata più audace. Coraggiosa e determinata. Sono i tratti distintivi del carattere di Camila Vallejo. Questo nome non vi dirà niente. Ma Camila, 23 anni e studentessa di Geografia, in Cile è una star. Un po’ per le sue idee politiche che stanno mettendo in crisi il governo del Paese, un po’ perché è davvero bella. Lunghi capelli scuri. Occhi verdi tendente all’azzurro. Un piercing al naso. E ogni volta che i media (nazionali e non) le fanno notare la sua bellezza, lei risponde: “Non ho scelto io il mio aspetto fisico, ho scelto però le mie battaglie”.



La prima su tutte riguarda il sistema scolastico pubblico. Camila è il presidente del Fech, Federazione degli studenti dell’università del Cile. La seconda donna in 106 anni di storia. È stata eletta nel 2010, superando anche il leader Giorgio Jackson che le riconosce “una marcia in più”. Il punto è che Camila da quattro mesi sta guidando la protesta nel Paese. Migliaia di studenti in piazza. Centinaia di istituti occupati. Poi flash mob, carri allegorici e iniziative colorate. Come una corsa a staffetta di 1800 ore intorno al Palazzo del governo. Il dissenso è stato contagioso. E alla fine Camila ha portato in piazza per ben tre volte 200mila persone. Non solo studenti (compresi quelli delle scuole private) in marcia anche famiglie, anziani e cittadini. Tutti a chiedere un’istruzione più equa. E soprattutto meno dispendiosa: basti pensare che per andare all’università pubblica servono quasi mille euro al mese. Una spesa insostenibile per molti che si indebitano per decenni.



Insomma Camila vuole riformare il sistema in vigore dalla dittatura. E i cileni, restii alle proteste di massa, questa volta sono d’accordo, o almeno l’81 per cento di loro. Il governo che spende l’0,84 per cento del Pil (ben al di sotto delle media mondiale) nell’istruzione sembra non voler ascoltare. Ha proposto una riforma che prevede un aumento dei fondi, ma loro hanno rifiutato. Vogliono cambiare. E così la popolarità del presidente Sebastián Piñera è scesa dal 70 per cento, quando salvò i minatori dal pozzo, al 35. I media cileni ne attribuiscono la causa anche alla protesta degli studenti.
E Camila viene intervistata di continuo. Spiega con freddezza le ragioni degli studenti, snocciola dati.

Non perde la calma nemmeno quando in un confronto televisivo, politici navigati fanno della suo aspetto un punto debole. “Sei tanto intelligente. Ma dovresti essere un po’ meno bella perché a questo modo capita che uno si distrae e non ascolta”. Sarà. Ma intanto “compagna Camila” (di formazione comunista, come i suoi genitori), va dritta per la sua strada. Vuole vincere la battaglia per una scuola “più equa” e regolarizzare “la giungla delle private”. Per poi “continuare nella politica, nel partito”. E dalla sua ha migliaia di persone che la seguono. Oltre 20mila fan sulla sua pagina Facebook. Centinaia di commenti sui video, decine di “innamorati”. E c’è chi le ha dedicato pure una canzone. Una sovraesposizione mediatica che in Italia a nessun giovane è concessa. È una mancanza di idee? O un problema del sistema?



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Regione Lazio, il Giornale smaschera i furbetti e così fa saltare il raddoppio dello stipendio

di Anna Maria Greco

Lazio, cestinata la delibera che duplicava la paga dei dirigenti regionali interni di nomina politica. E ora da destra a sinistra è gara a dirsi indignati. La direttiva era pronta per l’ultimo ok, ma tutti ora prendono le distanze



Roma

Operazione bloccata alla Regione Lazio. Dopo l’articolo­denuncia de Il Giornale , la delibe­ra per il raddoppio degli stipendi ai dirigenti del Consiglio regiona­le­è stata frettolosamente cestina­ta. Naturalmente, ora tutti si dico­no indignati. E dall’ufficio di Pre­sidenza del Consiglio regionale assicurano che la delibera non sa­rebbe mai stata approvata. Per noi, era a un passo dal via libera e se la cosa non fosse diventata pubblica, provocando le tardive proteste degli esponenti politici, nel silenzio generale la manovra sarebbe riuscita, alla faccia di ta­gli, sacrifici e trasparenza.

La sen­sazione è che stavolta abbiamo rotto le uova nel paniere di qual­cuno. Che la delibera ci fosse non lo nega nessuno e nessuno smenti­sce tutti i dettagli che abbiamo pubblicato ieri. E se davvero in tanti erano stati tenuti all’oscuro anche questo è preoccupante. E infatti c’è chi, come Veronica Cappellaro del Pdl, chiede che gli atti dell’ufficio di Presidenza del Consiglio siano trasmessi ai con­siglieri. Più trasparenza, insom­ma. Sembra che ieri mattina, a via della Pisana, siano scoppiate du­re polemiche attorno al caso.

E che i vertici regionali si siano pre­cipitati a garantire direttamente ai consiglieri dei vari partiti che la proposta non sarebbe andata avanti. Dichiara in una nota Ma­rio Abbruzzese (Pdl), presidente del Consiglio regionale del La­zio: «La delibera di fatto non è mai stata resa operativa e non c’è nessuna volontà di renderla tale. Si tratta di una proposta portata all’attenzione dell’ufficio di Pre­sidenza e che ipotizzava di colma­re momentaneamente un vuoto di dirigenti di alcune aree della struttura amministrativa del Con­siglio, peraltro già ridotte, da 30 a 19, all’inizio di questa legislatura con un risparmio netto di ben quattro milioni di euro».

Abruz­zese assicura che «tutti» sono im­pegnati nella razionalizzazione delle spese che «fino ad oggi ci ha permesso di tagliare costi per ben 6 milioni di euro». Il richia­mo ai «sacrifici che si stanno chie­dendo ai cittadini» è d’obbligo, con la promessa: «Non abbiamo alcuna intenzione di fare dei pas­si indietro». È anche una risposta al consi­gliere del Pd Enzo Foschi, che, sorprendentemente, cade dalle nuvole per l’«incredibile noti­zia », e chiede il ritiro della delibe­ra «che mira a incrementare an­cora di più privilegi e stipendi da capogiro», la definisce «uno schiaffo sulla faccia di ogni citta­dino del Lazio, chiamato ogni giorno a fare sacrifici».

Una replica severa è giunta an­che dall’ex presidente della Re­gione, Francesco Storace. Il lea­der della Destra assieme al consi­gliere Roberto Buonasorte ha chiesto che Abruzzese «blocchi questa sciagurata manovra» per­ché nessuno, di maggioranza o opposizione, può «scialacquare denari per aumentare stipendi ai dirigenti del Consiglio». Anche Bruno Astorre del Pd e Claudio Bucci dell’Idv, membri dell’ufficio di Presidenza del Con­siglio, assicurano: «Non si è deli­berato niente, non è stato deciso nulla e non è previsto alcun au­mento di stipendio per i dirigen­ti.

Si è semplicemente discusso della carenza di dirigenti in pian­ta organica e del conseguente ca­rico di lavoro e si è stati già tutti d’accordo nel ritenere impratica­bile alcuna ipotesi di aumento di stipendio». Anche il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Raf­faele D’Ambrosio e i consiglieri segretari Isabella Rauti e Gian­franco Gatti smentiscono. «L’Uf­ficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio non ha appro­vato alcuna delibera in merito al­l’aumento degli stipendi dei diri­genti regionali», scrivono in una nota. Anche solo la proposta era comunque «sciagurata», per Iva­no Peduzzi e Fabio Nobile della Federazione della sinistra in Re­gione, «indignati ma non stupiti» dalla notizia. Che dire? Se alla Regione ora sono tutti d’accordo contro la vi­tuperata delibera, c’è solo da chiedersi come mai non sia stata subito accantonata. SCENEGGIATA ROMANA



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Cannibale slovacco, ecco le immagini dell'orrore

Corriere dells sera


In una cassaforte la scientifica ha trovato armi bianche, da fuoco e munizioni non certo da cacciatore



Le foto


MILANO - Un villino giallo in mezzo alla natura di Sokol, villaggio da mille anime della Slovacchia. Era questo il covo della doppia vita di Matej Curko, il cannibale slovacco che avrebbe avuto tra le sue vittime «consenzienti» anche una ragazza italiana tra i 25 e i 28 anni. Qui Curko conduceva la sua vita normale, quella di marito e padre dei due figli. L'ORRORE - Ma basta guardare le altre immagini per scoprire l'orrore scoperto dopo la sua morte in seguito allo scontro a fuoco con le forze dell'ordine: in una cassaforte nel seminterrato la scientifica della polizia slovacca ha trovato armi bianche, da fuoco e munizioni non certo da cacciatore. La pistola preferita era una 9 millimetri Luger.

D'altra parte Curko era anche un appassionato di tiro al segno. Anzi i suoi amici del circolo dove andava ad esercitarsi, alcuni ritratti in queste foto, lo hanno definito mite e discreto. Ma l'immagine più inquietante è quella in cui sono ritratti tutti gli oggetti schedati dalla scientifica che Curko aveva nello zaino al momento della cattura: l'Hannibal Lecter slovacco aveva dato appuntamento a quella che doveva essere la sua prossima vittima, Markus Dubach, il 10 maggio. Ma Dubach era rimasto sconvolto dalle immagini ricevute nella sua email in cui Curko mostrava la cottura di parti umane, tra cui un seno. Proprio in questi messaggi elettronici il cannibale aveva parlato tra le altre di una vittima italiana.
IN CASSAFORTE - All'appuntamento si è presentato un poliziotto e Curko è morto dopo due giorni per le ferite riportate durante lo scontro a fuoco. Il contenuto dello zaino non lascia adito a dubbi sulla finalità ultima dell'appuntamento e, dal punto di vista delle indagini, è una miniera di informazioni sul modus operandi del mostro: vi si possono vedere vaschette per alimenti che servivano per asportare le parti umane.

Scotch e corde robuste per legare la vittima, cacciaviti e guanti in lattine (numerosi) per il lavoro di occultamento del cadavere, laccetti in plastica da giardinaggio usati spesso come pratiche manette low cost dai criminali e anche dalle forze militari. E sacchetti di pepe nero che, secondo gli inquirenti, servivano per impedire che gli animali selvatici andassero a curiosare tra i corpi sepolti nel boschetto di Kisak (dove alla fine di maggio sono state trovati i resti delle due vittime slovacche). Tra le fotografie scattate dal quotidiano locale Plus Jeden Den ce n'è una che mostra delle spezie per la cottura della carne, come quelle che si possono trovare in qualunque supermercato. Curko le custodiva in cassaforte insieme a tutto il resto.


Massimo Sideri
03 agosto 2011 15:32



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Guatemala, 6 mila anni di carcere ai boia del regime militare

La Stampa

Condannati 4 ex ufficiali per il massacro di 201 persone durante la guerra civile:
«E' una sentenza storica»



FOTOGALLERY
Guatemala, rose in aula: "6mila anni per i boia"


Non basterebbero cinquanta vite per scontare i 6060 anni di carcere che quattro ex militari guatemaltechi d'alto grado si sono visti comminare dai giudici per i massacri commessi durante la trentennale guerra civile in Guatemala. E' la prima volta nella storia del Guatemala, ricorda Le Monde che riporta la notizia, che vecchi militari siano condannati per i massacri commessi negli anni bui tra il 1960 e il 1985.

I quattro condannati, due dei quali appartenevano ai corpi d'élite delle forze armate, sono stati ritenuti colpevoli del massacro di 201 persone nel dicembre del 1982 ordinato dall'allora dittatore Rios Montt a Dos Erres, nel dipartimento di Peten. Una carneficina definita «perversa» dai magistrati perchè «cancellò dalla mappa» un intero villaggio, compresi donne incinte, bambini e anziani.

La sentenza di 6060 anni di carcere è il risultato di un rigido calcolo matematico che niente ha voluto risparmiare agli imputati: 30 anni per ogni assassinio contestato e altrettanti come aggravante per crimini contro l'umanità.

Il massacro di Dos Erres è uno dei 699 casi documentati dalla "Commissione per il chiarimento storico", il cui rapporto cita più di 200mila vittime nei 36 anni di guerra civile.



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Souvenir trash, la crociata toscana

Corriere della sera

Contro le mutande con la Torre di Pisa che diventa simbolo fallico, vertice entro il mese tra Firenze, Pisa, Pienza, Siena e San Gimignano: «Più poteri per abolirle»


PISA

Un’alleanza tra le cinque città Unesco della Toscana per chiedere a Regione e governo poteri speciali» sul commercio: bancarelle e negozi, nessuno escluso. A lanciare la proposta è il vicesindaco di Firenze, Dario Nardella, che, entro la fine di agosto, s’incontrerà con i sindaci di Pisa, San Gimignano, Siena e Pienza. Il vertice servirà per concordare una road map sul commercio, questione tornata d’attualità con il «caso Pisa» , dove il Comune sta sanzionando (con multe da 500 euro) le bancarelle che vendono boxer con l’immagine della Torre Pendente a mo’ di fallo. E’ prendendo spunto da questo episodio (l’ennesimo del genere) che il vicesindaco di Firenze ha pensato di mettere su un’alleanza contro il trash, partendo dalla lotta alla vendita di souvenir sconci che sfruttano i simboli della città.



Souvenir trash, crociata toscana


Anche all’ombra di Palazzo Vecchio la questione decoro è da tempo sotto i riflettori: troppe le bancarelle, specie al mercato di San Lorenzo, che vendono improbabile biancheria intima con le pudenda del David. «Vorremmo più qualità per nostre città-gioiello, ma abbiamo le armi spuntate» , esordisce Nardella. A Firenze il nodo più critico è quello degli ambulanti nell’area Unesco, dove il Comune mira a un taglio drastico delle bancarelle. E’ vero che, in materia di commercio, la Regione consente già ai Comuni di fare regolamenti specifici — ragiona il vicesindaco — nel caso nostro e di Pisa ci sono regole che vietano l’esposizione di prodotti che sono offensivi del decoro, delle convinzioni religose o sensibilità culturali.

Questo lo applichiamo» . Ma non basta. Perché, ad esempio, a Palazzo Vecchio lamentano la mancanza di poteri per trasferire le bancarelle. infine la stilettata contro la Regione: «Vedo che è molto preoccupata a derogare l’applicazione della Legge Bolkenstein, mentre il nemico numero uno da combattere si chiama "rendita", ma ci mancano gli strumenti per farlo» . Pronta la replica del governatore della Toscana: «Il Comune, se vuole può intervenire sui souvenir-trash"— ribatte Enrico Rossi — Nardella ci chiede di "battere un colpo"per individuare le modalità di limitazione di alcuni prodotti in vendita sulle bancarelle. Intanto le leggi regionali ci sono già» . E poi l’apertura: «Comunque siamo ben contenti di ricevere proposte e suggerimenti» .

Sulla crociata del vicesindaco Nardella concorda invece il direttore dell’ufficio Unesco di Firenze: «E’ chiaro che in una città classificata come "patrimonio mondiale dell’umanità" si punti all’eccellenza— spiega Carlo Francini — l’Unesco è un soggetto terzo e indipendente, che non vuole entrare in diatribe politiche, ma sul decoro stiamo lavorando molto. Le centinaia di cartelli stradali tolti dalle strade sono un buon risultato: ora toccherà ai dehor dei locali, ma serve il buongusto anche sui souvenir» . Anche il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, risponde positivamente all’idea dell’alleanza lanciata da Firenze: «E’ progetto interessante — dice — perché ci sono alcune città che hanno particolari esigenze di tutela e quindi serve un’attenzione maggiore da parte del legislatore. Dalla Regione serve più considerazione per città "speciali" come quelle tutelate dall’Unesco» .

Meno problemi invece per il sindaco di Pienza, pronto però a sedersi al tavolo «anti-trash» : «Abbiamo un regolamento che fissa dei paletti precisi — dice Fabrizio Fè— e, toccando ferro, non ci sono emergenze. Ma siamo pronti a fare fronte comune con le altre città» . Mentre la situazione è molto più critica per il primo cittadino di San Gimignano. «Amministrare un sito Unesco con la normativa attuale è limitante — dice Giacomo Bassi— a tutte le Finanziarie abbiamo chiesto che le città tutelate fossero esentate dal patto di stabilità proprio perché hanno bisogno di maggiori interventi per tenere meglio strade e conservare la bellezza» . Se potesse, il sindaco Bassi chiuderebbe i musei della tortura di San Gimignano: in trecento metri ce ne sono addirittura tre: «Sono uno scandalo: si tratta di esposizioni totalmente false e lucrano sulla nostra città, come icona del Medioevo. In più hanno redditività enorme: la Regione, conferendoci più poteri, ci darebbe una grossa mano» .


Claudio Bozza
01 agosto 2011(ultima modifica: 03 agosto 2011)



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I nuovi mini-sub dei narcos colombiani

Corriere della sera

Raggiungono i 18 nodi, trasportano 3-5 tonnellate di droga con un'autonomia di navigazione di 2-3 giorni


I narcos colombiani stanno cambiando la rotta dei loro minisub. Il battello intercettato al largo dell'Honduras rappresenta una novità: fino a pochi mesi fa i cartelli hanno inviato i semi-sommergibili pieni di cocaina lungo un percorso che partiva dalla Colombia o Ecuador e proseguiva nelle acque del Pacifico fino a raggiungere la parte sud del Messico. Adesso hanno aperto la «via dei Caraibi», forse un tentativo di rendere più difficile il lavoro dei servizi anti-droga.


NUOVA ROTTA - Un altro segnale che conferma questa scelta è venuto dal sequestro in Colombia di un nuovo tipo di battelli semi-sommergibili destinati al «settore caraibico». Sono spinti da motori fuoribordo, possono raggiungere una velocità massima di 18 nodi (contro i 10 dei precedenti modelli), trasportano dalle 3 alle 5 tonnellate di droga (gli altri hanno una capacità di 10-12) e un'autonomia di navigazione dai 2 ai 3 giorni, sufficiente comunque per arrivare agli approdi centro-americani. Per gli esperti statunitensi i trafficanti hanno deciso di versificare i loro mezzi. E contano su tre «categorie»:
- i motoscafi semi-sommergibili (come quelli scoperti di recente in Colombia)
- i semi-sommergibili classici (battelli che lasciano emergere solo pochi centimetri di scafo e una torretta rudimentale)
- i sommergibili «veri», in grado di procedere a 5-6 metri sotto il pelo dell'acqua e dotati di apparati più sofisticati, compreso il periscopio.
Questi ultimi sono l'ultima creazione di piccoli cantieri nascosti nella zona di confine tra Colombia e Ecuador, strutture difese da bande armate e dai narco-guerriglieri delle Farc.

Guido Olimpio
03 agosto 2011 13:33

Genitori snaturati, un sito li smaschera

Corriere della sera


Papà e mamma Peter Pan e figli in pericolo: su Parentfail le immagini bizzarre


MILANO - «Questa è la dimostrazione che ad alcune persone dovrebbe essere vietato procreare». Così recita lo slogan di Parentfail, sito web dedicato ai genitori snaturati che sta avendo un discreto successo in Rete. Nelle centinaia d’immagini postate sono immortalati pargoli in situazioni bizzarre e pericolose (alcune immagini provocherebbero rabbia e disgusto anche nelle persone meno sensibili) sotto gli occhi di genitori-Peter Pan che sorridenti non sembrano comprendere la superficialità della propria condotta.

Parentfail

LE SEZIONI - Gli utenti sono invitati a votare le foto più divertenti della settimana e spesso sono gli stessi genitori snaturati a spedirle. Queste sono inserite in 10 diverse categorie. Tra le immagini più insolite si distinguono quelle presenti nella sezione «Mom fail», dedicata alle mamme snaturate. Qui si può vedere la foto di una mamma con la divisa militare che in una mano ha una pistola e nell'altra tiene suo figlio, oppure la posa di una ragazza che indossa un vestito molto succinto sotto gli occhi increduli di suo figlio. Ma a vincere il titolo di mamma americana più snaturata è certamente una donna che in un supermarket per tenere a bada il figlio lo ha legato a un lungo guinzaglio. Nella sezione «Dad fail» (padri snaturati) spiccano le foto di un genitore asiatico che è immortalato mentre guida un motorino sul quale viaggia l'intera famiglia formata dalla moglie e dai suoi tre figli (di cui due sono poco più che neonati), oppure quella del papà felice che sorridente ammira sua figlia con un fucile in mano o ancora quella del genitore che tiene in braccio un neonato e guarda con passione le donne nude su Playboy.
IMITARE GLI ERRORI DELLE STAR - Non potevano mancare le foto con gli animali. Qui la fantasia e la superficialità dei padri snaturati raggiungono l'apice. Tra le diverse immagini si distinguono quella del bambino sdraiato sul letto matrimoniale mentre un lungo serpente passa sul suo corpo oppure quella in cui una bambina gioca con il suo miglior amico che anche in questo caso è un grosso rettile. Anche la sezione video è molto ricca. Nei filmati i bambini sono protagonisti dei più assurdi incidenti. Infine ci sono i genitori che si fanno fotografare mentre ripetono gli errori delle star. Ad esempio c'è la mamma che come Britney Spears guida con il bambino in grembo e il papà, novello Michael Jackson, sul balcone dell'hotel fa penzolare il figlio, rischiando di farlo cadere giù.



Francesco Tortora
03 agosto 2011 15:10



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La casta armata: ieri altri 800 milioni di euro per lo sviluppo sono scomparsi dalle casse dello stato.

I segreti della casta


Oggi la notizia di 9 miliardi di investimenti per il sud. Per sapere che fine faranno, e quanta ipocrisia si nasconda in quest'annuncio, basta volgere lo sguardo indietro nel tempo. Nemmeno troppo indietro nel tempo. Bastano 24 ore.

Ieri infatti la Camera dei deputati ha approvato in modo bipartisan la dissipazione di 800 milioni di euro per solo secondo semestre 2011. Erano fondi per lo sviluppo del nostro paese, sono finiti da tutt'altra parte.

Di questi 800 infatti 10,8 milioni sono per la cooperazione internazionale (oggi tutti i giornali segnalavano questa cifra), mentre 790 milioni (oggi nessun giornale parla di questa cifra) sono per la proroga degli interventi militari nel mondo, in particolare oltre la metà è destinata alla missione ISAF in Afghanistan.

Significa che ogni 5 minuti spendiamo per mantenere i nostri soldati in quei paesi il corrispondente di uno stipendio parlamentare. Ogni ora del giorno vanno via 200.000 euro. ogni giorno 4 milioni e mezzo.

Non siamo ancora ai 20 miliardi di dollari che gli USA spendono ogni anno solo per l'aria condizionata in Iraq e Afghanistan (http://www.corriere.it/esteri/11_giugno_28/soldati-americani-aria-condizionata_107c64e8-a175-11e0-ae6a-9b75910f192b.shtml), ma poco ci manca.

Per portare avanti le missioni militari in giro per il mondo, il Parlamento ha deciso di sperperare le risorse economiche finalizzare al rilancio dell'economia nel nostro paese: 725.064.192 euro sono stati saccheggiati dal "Fondo per interventi strutturali di politica economica"  e 17.000.000 di euro finanche dal "Fondo per le aree sottoutilizzate".

Oggi annunciano miliardi di investimenti per il sud: quanta ipocrisia!
Proroga delle missioni di pace all'estero, così recita l'allegato B del dl 21/11.
Negli altri paesi hanno il coraggio di chiamare la guerra con il loro nome, da noi l'ipocrisia sfacciata della classe politica nostrana cerca goffamente di nasconderla chiamandola nel suo opposto e contrario.

La pace diventa guerra, la guerra diventa pace: il 1984 di George Orwell è qui ed ora.
Centrodestra e centrosinistra, ministri, deputati e presidenti vari, in modo pressocchè unanime, hanno cercato con questo ridicolo escamotage di mettersi a posto con la coscienza, e con i dettami costituzionali.

I nostri ragazzi, poco più che ventenni, continuano a morire: i ministri accorrono all'aereoporto militare di Ciampino per accogliere i loro feretri, un abbraccio caloroso ai familiari, un bel discorso commosso e accuratamente stracolmo di retorica patriottica sul martirio in nome della pace e della libertà.  Poi di corsa negli studi televisivi, in aula o in giro per l'Italia, a recitare altri copioni, altri skecth teatrali.

Alle madri, alle mogli e agli orfani , non resta che un mucchio di telegrammi di condoglianze delle più alte cariche dello stato e una pensione di guerra, che in questo caso non hanno avuto la sfrontatezza di chiamarla pensione di pace.

Quasi sempre meridionali, di quel sud dove le Forze Armate sono l'unico settore lavorativo ancora oggi in grado di garantire una stabilità e una prospettiva, i nostri ragazzi sono schierati in una guerra senza senso e senza prospettiva.

Gli stessi analisti militari ci consegnano periodicamente, in modo quasi sempre secretato e riservato alle alte sfere istituzionali, un quadro disarmante della situazione in Afghanistan.
Riporto qui alcuni stralci del documento n.078 DSC 11 E "TRANSITION IN AFGHANISTAN: ASSESSING THE SECURITY EFFORT" -  redatto in occasione della Spring Session 2011 della NATO Parliamentary Assembly.

Il documento afferma non solo le difficoltà dell'intervento militare, ma anche il rischio che si dimostri controproducente rispetto agli obiettivi di stabilità e pacificazione dell'area.

58. Sulla strategia per la costruzione dello Stato afgano, i comandanti militari responsabili a livello tattico hanno avanzato delle riserve sull'attuabilità della strategia nel lungo periodo. Le loro preoccupazioni si concentrano in particolare sull'incapacità di trovare un'autorità afgana credibile in grado di occupare lo spazio creato dai successi tattici dell'ISAF. La dottrina della lotta contro l'insorgenza, e l'approccio civile globale che essa supporta, rappresenta un quadro operativo ad uso dei militari piuttosto che una strategia vera a propria per la costruzione di uno Stato, in particolare in un paese sottosviluppato come l’Afghanistan. Molte voci critiche fanno notare che un'impostazione «più leggera e a lungo termine», basata su un impegno sostenibile e più contenuto che preveda l'intervento di consiglieri «incorporati», forze speciali e droni, sia l'opzione da preferire.

60. Un altro motivo di preoccupazione è il calo del consenso della popolazione locale rispetto alla presenza dell'ISAF in Afghanistan. Diversi incidenti occorsi durante l'anno passato dimostrano che anche tra la popolazione afgana la pazienza comincia a mancare, e lo testimoniano le critiche sempre più aperte del presidente Karzai in occasione degli incidenti che hanno causato vittime civili, o ancora le diffuse manifestazioni contro gli USA e l'ISAF nell'aprile del 2011.

24. Finora in Afghanistan la situazione generale della sicurezza è migliorata solo lentamente.
In questo settore si sono registrati successi tattici localmente circoscritti, ma a questi non hanno fatto seguito risultati sul piano strategico. In molte regioni problemi seri e significativi nel settore della sicurezza e della governance attendono ancora una soluzione. In determinate aree i ribelli continuano a essere forti. Tra i mesi di marzo e di settembre 2010 la violenza ha raggiunto livelli senza precedenti, con un aumento delle azioni di combattimento di quasi il 55 % rispetto al trimestre precedente.
In linea con questa evoluzione, la percezione della sicurezza riferita dalla popolazione afgana ha raggiunto il livello più basso da quando sono stati avviati i sondaggi di opinione nel settembre 2008. Le autorità militari fanno rilevare che l'aumento della violenza è dovuta a una più forte presenza dell'ISAF e delle Forze di sicurezza afgane nelle zone in passato controllate dagli insorti.


41. Al momento attuale la Missione NATO di addestramento in Afghanistan gode di un finanziamento di un miliardo di dollari dagli Stati Uniti e di altri 400 milioni messi a disposizione dalla stessa Alleanza. Della spesa annua sostenuta per l'Afghanistan, pari a oltre 110 miliardi di dollari, il comandante della Missione prevede altresì che le forze di sicurezza afgane necessiteranno da 6 a 8 miliardi di dollari all'anno per funzionare a organico pieno nel periodo post transizione. Visto che il Pil annuale dell'Afghanistan viene valutato in 16,63 miliardi di dollari, l'interrogativo è ovviamente se, una volta conclusa la fase di transizione, gli afgani saranno in grado di mantenere le loro forze di sicurezza senza l'aiuto economico massiccio e prolungato degli Stati membri della NATO.

59. E' innegabile che i paesi contributori auspicano di arrivare presto alla fine dell'operazione.
La pazienza dell'opinione pubblica rispetto al conflitto si sta esaurendo. Da un sondaggio realizzato negli Stati Uniti nel marzo 2011 risulta che il 64% delle persone interpellate «pensano che non vale la pena combattere la guerra». Consapevole del problema, il generale Petraeus, nella sua relazione al Congresso nel marzo scorso ha riconosciuto che l'obiettivo principale è stato ampiamente raggiunto: attualmente i membri di Al Qaida presenti sul territorio del paese sono meno di cento.

Gli Stati Uniti si sono impegnati a condurre operazioni di combattimento fino al 2014.
L'anno scorso i Paesi Bassi sono stati il primo paese membro della NATO a porre fine alla missione di combattimento in Afghanistan e a ritirare i 1900 soldati olandesi.

Il Canada richiamerà i suoi 2.800 militari prima della fine dell'anno.
La Polonia ha segnalato che il rimpatrio dei suoi 2.600 soldati si concluderà entro il 2012.

In gennaio il Parlamento tedesco ha votato a favore del ritiro dei suoi 4.900 uomini prima della fine del 2011: è la prima volta che il terzo contributore più importante dell'ISAF stabilisca una scadenza per il rientro dei suoi soldati.

Il Regno Unito, che con 9.500 uomini ha schierato il secondo contingente più importante in Afghanistan ha dichiarato in dicembre che è possibile che le sue forze cominceranno a lasciare il paese nel corso di quest'anno.










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Ancora tanti rifiuti e c'è chi sversa nelle piazzole pubbliche

Corriere del Mezzogiorno

La spazzatura in strada resta oltre le mille tonnellate. Choc a Giugliano: si sversa mentre le auto sfrecciano



NAPOLI - Ancora stabili le tonnellate di rifiuti non raccolte per le strade di Napoli. L'Asia, azienda speciale del Comune addetta all'igiene della città, sottolinea che sono ancora mille le tonnellate in giacenza. «Ci sono difficoltà con i conferimenti che sono lentissimi - spiega Raphael Rossi, presidente di Asia - abbiamo molti mezzi in coda e non riusciamo a fondare il muro delle mille tonnellate». Gli impianti per i conferimenti restano quelli di Tufino, Caivano e Giugliano e ieri, sottolinea Rossi, «abbiamo avuto la possibilità anche di andare a Casalduni e Santa Maria Capua Vetere». Ciò nonostante, però, le giacenze restano invariate da quasi una settimana. Alle 8 di questa mattina, sono state conferite solo 313 tonnellate «meno della metà di quanto di solito si riesce a fare». «Speriamo di recuperare in giornata sui conferimenti - ha concluso - ma difficilmente riusciremo a ridurre ulteriormente le giacenze».
E proprio mentre il presidente dell'Asia lamenta lo stallo nei conferimenti, ecco un video choc postato poche ore fa su YouTube da un lettore di Giugliano. Verso le 17 un autocompattatore è stato ripreso in Via Casacelle a Giugliano ed i due "operatori ecologici" hanno scaricato l'intero contenuto del camion, in una zona già ricca di rifiuti per la mancata raccolta. I due operai hanno coperto le targhe in modo da non essere identificati ed alla fine del loro "lavoro" sono partiti prendendo l'asse mediano in direzione Napoli.

03 agosto 2011

Penati "I compagni mi chiedevano 20 miliardi" Così funzionavano gli appalti nella Sesto rossa.

Libero




"La politica ha dei costi. I soldi servono non solo a noi, servono per Milano provincia, servono per scalare il partito, servono per Roma". Quindi, paga. E via di mazzette. "Mi chiesero venti miliardi di lire», mette a verbale Diego Cotti, imprenditore e capogruppo in consiglio comunale della lista civica Sesto per Penati negli anni in cui Filippo Penati era sindaco del Comune alle porte di Milano (dal 1994 al 2001). Cotti è un teste importante nella vicenda del tangentificio rosso su cui indaga la procura di Monza. Soldi al partito (oggi Pd, allora Democratici di sinistra) in cambio di lavori per la riqualificazione urbanistica dell'area delle ex acciaierie Falck e Marelli di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d'Italia.

I dettagli della richiesta di pagamento sono già stati raccontati da Cotti ai pm di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia, che accusano l'ex sindaco ed ex presidente della Provincia di Milano di concussione, corruzione, e finanziamento illecito ai partiti. Penati è stato tirato in ballo per primo da Giuseppe Pasini, costruttore oggi 81enne, soprannominato "Farfallino" per via dell'immancabile papillon, nel 2007 candidato per il centrodestra a sindaco di Sesto, e interessato all'acquisto dell’area dismessa.

A denunciare il giro di soldi intascati dai compagni e a puntare il dito contro l'ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani è stato anche Piero Di Caterina, proprietario di 15 aziende tra cui la Caronte, attiva nel trasporto pubblico. Due grandi accusatori contro l'accusato eccellente Penati, a cui si aggiunge adesso la testimonianza di Cotti (già genero di Pasini), riportata integralmente in esclusiva dal settimanale Panorama in edicola da oggi. «Noi ti garantiamo un iter burocratico snello, non ti facciamo perdere tempo. Però tu ci devi dare i soldi....". Più chiaro di così.

In realtà, Cotti riferisce che la richiesta di 20 miliardi di vecchie lire in cambio di appalti non avvenne direttamente dall'allora sindaco Penati, ma da Giordano Vimercati, oggi sotto inchiesta, all'epoca influente capo della segreteria del primo cittadino sestese, nonché ai vertici del Consorzio dei trasporti pubblici della cittadina lombarda, quindi non proprio uno qualunque. L'episodio citato  sarebbe avvenuto nell'ufficio di Vimercati, in piazza della Resistenza, nel palazzo del Comune della Stalingrado d'Italia a cavallo dell'estate del 2000. E Penati cosa disse? Cotti racconta a Panorama che nell'ufficio di Vimercati, oltre a lui, era presente anche l'uomo forte del Pd ora al centro dell'inchiesta.

Il quale, spiega il teste, "lasciava parlare il suo funzionario». Che, candidamente, spiegava che il denaro "serve per Filippo per avere un ruolo più importante nel partito". Un lavoro di squadra a tutto tondo che passava, si legge ancora nel verbale, anche per il Ccc, il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna. Lo staff del sindaco batteva cassa con gli imprenditori interessati alla riqualificazione dell’ex Falck, in cambio prometteva di sveltire le pratiche burocratiche, poi faceva lavorare le imprese di costruzioni delle coop rosse emiliane.

Alla fine, secondo le prove raccolte finora, Penati sarebbe stato destinatario, nel 2001, di tangenti per un totale di 5,7 miliardi di lire con lo scopo di favorire alcuni imprenditori operanti nel settore dell'edilizia. Oltre alla vasta zona delle ex acciaierie, è poi emerso anche il filone che riguarda l’acquisto, da parte della Provincia di Milano all’epoca in cui era guidata da Penati, del 15% delle quote della società Milano-Serravalle (che gestisce 180 chilometri di autostrade e tangenziali) dall'imprenditore Marcellino Gavio. Un’operazione controversa anche per la Corte dei Conti, visto il prezzo troppo elevato sborsato dall'ente pubblico.

L'ex vicepresidente del Consiglio regionale si difende e continua a dichiararsi estraneo al tangentificio rosso. Ieri ha fatto sapere che gli 11mila euro in contanti trovati dalla Finanza in una perquisizione a casa sua lo scorso 20 luglio, sono "soldi per i viaggi da usare in Italia e all'estero. "Le somme rinvenute erano nella mia camera da letto e sono riferibili alle mie disponibilità e non riconducibili ai fatti che mi sono contestati, vecchi di dodici anni".

Ma altro materiale, giudicato "interessante" dagli inquirenti, sarebbe stato sequestrato nel corso delle otto perquisizioni di due settimane fa. Penati ha anche voluto precisare sulle auto, la moto di grossa cilindrata («in realtà è una Moto Guzzi 750 Nevada, di 10 anni fa, che ho comprato usata») e le banconote di vario taglio che aveva in casa. Nessuna risposta, invece, alle critiche mosse da Sergio Cofferati, che intervistato dal Corriere, gli ha suggerito di autosospendersi dal partito. Sulla questione morale all’interno del Pd, infatti, il dibattito è più che mai acceso. E perfino Famiglia Cristiana ha voluto dire la sua: "Le tangenti non hanno colore politico".

Intanto i pm monzesi hanno convocato come testimoni i collaboratori e le segretarie di Piero Di Caterina per decriptare nomi e sigle (Big Bruno, Presidente o Dg) segnati accanto alle cifre sui documenti contabili che l'imprenditore (anche lui indagato) ha consegnato in procura un anno fa. Sulla vicenda è intervenuto anche l'attuale sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini: "Tutti sanno che i rapporti tra me e Penati sono complicati. Se uno va a dare i soldi a lui per influire su di me è cretino".


di Brunella Bolloli

03/08/2011




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Finocchiaro. La metamorfosi di Anna la bella. Colpi al Cav e leggi manettare per scalare il Pd.

Libero




Qualunque articolo che parla di un politico dovrebbe cominciare con una premessa: mai fidarsi delle apparenze. Prendete Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, già ministro per le Pari Opportunità.

Annuzza, anche se lei non vuole che si parli di questo (lo ritiene "delegittimante"), è sicuramente una bella donna. Capelli neri ora spruzzati d'argento. Rassicurante, non contraffatta. Trasparente. L’hanno paragonata a Ségolène Royal. Sbagliato. Ségolène è distaccata, fredda. Annuzza è di Modica, provincia di Ragusa. Ha scritto Giancarlo Perna: emana tutti i profumi del Mediterraneo, dalle zagare ai limoni, dalle lumie al melograno. È morbida, carnosa e sorride spesso. Occhi chiari e vivaci dietro le lenti da professoressa all'antica. Una bellezza tranquilla, non aggressiva. Persino quel filo di perle che porta sempre al collo sprigiona calma: perle, non il rosso corallo. Non lasciatevi fregare.

La pacata Anna Maria Paola Luigia Finocchiaro, classe 1955, sposata, due figli, è un vulcano oggi in piena attività. È nata a Modica, Annuzza, ma risiede a Catania. Lapilli, esplosioni.

Urla al Senato

Qualche giorno fa la Finocchiaro ha parlato al Senato. Dichiarazione di voto contro la fiducia. Ai suoi colleghi, quasi urlando, ha detto: "Quando sfilerete sotto quel banco per dire il vostro sì, sentirete sul collo il piede del padrone, dentro di voi qualcosa ribollirà". Poco prima aveva detto: "Mi chiedo se stamattina il presidente Berlusconi, vista la sua assenza, si sia strozzato con il dentifricio". E ancora una volta quasi urlava. Mai fidarsi delle apparenze.

Dicono che Annuzza sia la donna più benvoluta del Pd. Dicono pure che sia benvoluta a destra e  a sinistra e che nelle preferenze stracci molti uomini anche più in vista. Sulla sua pagina Facebook c’è l'apprezzamento di 14.687 fan (ieri, ore 14,19). Rosy Bindi piace a 18.731 utenti. Pier Luigi Bersani, che non è una donna ma che non sembra riscuotere molti successi, è gradito a 61.189 persone. Raccontano anche che Annuzza abbia un grosso seguito popolare in Sicilia, lei candidata a presidente della Regione, lei siciliana doc persino nell’inflessione.

Ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: "I Finocchiaro abitano da generazioni nella villa ottocentesca di Catania, sulla via Etnea, dove sono passati Verga, Capuana, De Roberto". Lei ha raccontato di essere legatissima alla sua città: "Mio padre mi ha cresciuta con i racconti di suo nonno Lucio, grande avvocato, che da bambino vedeva don Blasco, il personaggio dei Viceré, appendersi all'architrave delle porte e dondolarsi con il suo mantello nero come un pipistrello, per spaventare i piccoli".

Il padre era procuratore capo di Enna e presidente di sezione della Corte di Appello di Catania. La leggenda racconta che il bisnonno fosse l’avvocato difensore di Giuseppe Garibaldi. Figlia della sua terra, così dicono. E la sua terra le ha voltato le spalle. Nella corsa alla Regione Siciliana è stata sconfitta da Raffaele Lombardo che l’ha surclassata con oltre il 65 per cento dei voti. Da quando il sistema elettorale è cambiato, non è più riuscita a farsi eleggere nel suo collegio: sempre salvata dal paracadute del proporzionale. Annuzza in Parlamento ci sta da 24 anni e una manciata di giorni. Una sola volta in vita sua ci è arrivata grazie alle proprie forze. Mai fidarsi delle apparenze.

Il supercurriculum

Anna Luigia con quel che segue ha fatto il magistrato: studi classici al liceo Cutelli, poi la laurea in legge, poi funzionario alla Banca d’Italia, filiale di Savona, poi pretore di Leonforte, in provincia di Enna, poi Pm a Catania. Voi direte: magistrato, inchieste e tutto ciò che segue. Forse penserete a Di Pietro e Borrelli. Anna Finocchiaro ha sempre rilasciato dichiarazioni che prendevano le distanze dal pool di mani pulite. Era arrivata a dire: "Basta con queste vergini violate, sembra che in Italia ci sia solo il pool di Milano". Parlava di "protagonismo" di alcuni suoi ex colleghi. Poi, proprio in questi giorni, anche con la firma della Finocchiaro, il Pd ha presentato un disegno di legge che prevede, in caso di richiesta di arresto di un parlamentare, l'innalzamento del quorum per evitare le manette. In pratica, per bocciare la richiesta della magistratura ci vorranno i voti favorevoli dei due terzi dei componenti delle rispettive Assemblee. Una supermaggioranza. Annuzza ha cambiato idea. Mai fidarsi dei politici.

Non criticatela

Dicono anche, fin dai tempi di Berlinguer, che il Pci ora Pd sia provvisto di una specie di corazza. Superiorità morale. Annuzza, sicuramente al di sopra di ogni sospetto, è stata criticata per aver scelto ai tempi delle elezioni regionali in Sicilia come suo collaboratore Salvo Andò. Andò era stato accusato di voto di scambio e poi assolto. Era innocente. Annuzza ha sempre difeso le sue scelte. Il marito della Finocchiaro, Fidelbo Melchiorre, è stato attaccato dalla stampa locale per una storia di appalti sanitari della Regione Siciliana.

Lui, che non ha gradito gli attacchi, ha querelato. Non abbiamo alcuna difficoltà a schierarci dalla sua parte. L’assessore regionale alla Sanità ha revocato, per autotutela, l'appalto in questione. Il nostro quotidiano, nell'ambito delle inchieste sulla cosidetta Affittopoli, ha scritto che la Finocchiaro risultava intestataria di un appartamento di pregio. Conoscete le storie di Affittopoli e dintorni. Presumiamo sappiate che tutti, anche i politici, una casa devono pur abitarla.

La Finocchiaro non ha preso bene i nostri racconti. Lei, con Affittopoli, non c’entra. Ne prendiamo atto. Il nome del cognato di Anna Finocchiaro compare in una complicatissima storia di ville costruite a San Giovanni La Punta, comune ai piedi dell’Etna. Ha comprato una delle ville. L'intera vicenda, non per il cognato della Finocchiro ma per via delle lottizzazioni e della società di costruzione, è finita all’attenzione degli inquirenti. Il cognato è innocente. La Finocchiaro non c’entra nulla.

Ovvio: siamo in Italia, per giunta in Sicilia. Se il sottoscritto domani dovesse comprare una casa a Palermo o Catania, rischierebbe di imbattersi, anche senza saperlo, anche suo malgrado, in una storia non troppo limpida. Spero che qualcuno non venga a dire che il sottoscritto poteva evitarlo e che il Pd ha sempre la sua superiorità morale. Mai fidarsi delle apparenze, soprattutto se si sta in Sicilia. Mai.

Annuzza, con quella sua aria da professoressa, non fa altro che predicare umiltà. Ha ragione, così si deve fare. Annuzza, quando Napolitano fu eletto al Quirinale, ha dichiarato: «Un uomo con il mio curriculum l'avrebbero già fatto presidente della Repubblica». Annuzza, oltre che al Quirinale, è stata candidata a ministro dell’Interno e ministro della Giustizia e un'infinità di altre cariche. Ha sempre fatto intendere che erano gli altri a volerla, non lei a proporsi.

Essendo umile, sarà così. Scrissero Giuseppe Giustolisi e Marco Travaglio: «È l'astro nascente dei Ds". Lo è da una decina di anni: nascita lenta. Disse il segretario dei Ds catanesi: "È come il Concorde, vola troppo alto per planare a terra". Il Concorde è andato in pensione nel 2003.
Qualunque articolo che parla di un politico dovrebbe cominciare con una premessa e concludersi con una postilla identica: mai fidarsi delle apparenze.


di Mattias Mainero

03/08/2011




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Papponi di stato, puntata 9. Loro volano. tu paghi

Libero




E' stata questa storia di Mastella messo in croce perché aveva usato l’aereo di Stato per andare al Gran Premio, in realtà aveva chiesto un passaggio a Rutelli che a Monza doveva andarci per consegnare la coppa ai vincitori della gara. E insomma, uno scandalone. Ma dell’uso “allegro” dei voli di Stato, a Palazzo, sanno tutti. Devi andare in visita ufficiale all’estero? Se te la passano, ci unisci anche la tappa che ti riguarda personalmente. Un esempio: Pecoraro Scanio ha in programma un volo in Romania per l’incontro bilaterale con il ministro dell’Ambiente di Bucarest.

Ma c’è anche da presenziare alla trasmissione televisiva di Crozza, il comico, quello diventato famoso nella trasmissione di Celentano. Ed ecco la richiesta, inoltrata all’Ufficio per i voli di Stato di governo e umanitari: “Il ministro dell’Ambiente, On. Alfonso Pecoraro Scanio, per ottemperare ad impegni istituzionali, si recherà a Milano, presso gli studi televisivi di “Crozza Italia”, per un’intervista relativa al suo impegno di governo per quanto riguarda le questioni ambientali”. Seguono indicazioni su orari e delegazione, e poi la chiosa: “Non consentendo gli orari dei voli commerciali al ministro di effettuare la missione in questione, si richiede la concessione di un volo di Stato”.

Ora, che ci sia difficoltà a trovare un Roma- Milano entro le 15 pare difficile, c’è n’è uno ogni ora o giù di lì. Ma l’andazzo è questo. E non vorrei sembrasse che me la prendo sempre con Pecoraro, tra l’altro l’aereo di Stato per andare da Crozza nemmeno gliel’hanno concesso, ma essendo io deputato dei Verdi è quello che conosco meglio. Ben inteso, tutti gli altri han poco da fare i moralisti: nel 2004, con Berlusconi al governo, sono stati spesi 52 milioni di euro in voli di Stato, 50 nel 2005, e poi 43 nel 2006, poco meno di 30 nel 2007. Impressionante, considerando che agli “aerei blu”
hanno diritto solo il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente della Corte Costituzionale e i membri del governo.

E gli altri? I deputati “normali”? Ma sì, che anche loro se la girano alla grande, certo non con gli aerei di Stato, lì sopra eventualmente ci scappa qualche passaggio, à la Mastella. Torniamo allora alle famose “tesserine”, quelle che come d’incanto aprono a noi onorevoli porte serrate per i comuni mortali. Ho già raccontato del lasciapassare per parcheggiare gratis l’auto negli aeroporti di Linate e Malpensa. E se la macchina la devi lasciar lì per tutte le vacanze, bè, nessun problema, ce la lasci a costo zero. Basta almeno che sia quella con la targa accreditata.

Ricevo infatti un avviso dal Direttore relazioni esterne Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, indirizzato a tutti i deputati e senatori e parlamentari europei, che dopo aver sottolineato come “a volte l’utilizzo della tessera non corrisponde a nessun imbarco da parte del titolare della tessera stessa”, chiude così: “Vi ricordiamo che la tessera è strettamente personale, e che il sistema dopo tre passaggi consecutivi di lettura della tessera con targa diversa da quella segnalata, la disabilita automaticamente. Sperando che comprendiate le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere la presente...”. Comprendiamo. E che figura.

Naturalmente, la Sea pensa anche ad alleggerire la sfiancante attesa prima dell’imbarco di noi poveri lavoratori parlamentari: possiamo goderci i comodi divani delle sale Vip, con servizio bar gratis, giornali e riviste gratis, postazioni internet gratis, eventualmente sale riunioni, sempre gratis. Non che sia un privilegio epocale, ma ai viaggiatori normali la tessera che dà diritto all’accesso costa 800 euro l’anno, buttali via. D’altro canto, Alitalia mi comunica che a Fiumicino la sala Club Freccia Alata “vedrà raddoppiati i propri spazi e sarà dotata di nuovi arredi e maggiori comfort”.

Evvài. E i severissimi controlli di sicurezza agli imbarchi? Per tutti ma non per noi, noi si passa da dietro, come hostess e steward. Se beccano un viaggiatore che vuol salire sull’aereo con un
paio di bottiglie di vino, tanto per fare un esempio, gliele requisiscono. Con i parlamentari non si azzardano. Poi ci sono i voli di trasferimento da e per il Parlamento: come detto, vai all’agenzia di Montecitorio e fai il biglietto. Ora, io abito a Milano, i voli low-cost sono una realtà da tempo, quasi si paga meno che in treno. Ma quando ritiri il tagliandino, c’è stampata anche la tariffa, che io non pago ma è quella che va ad incidere sulle casse statali.

E allora, ecco: Linate-Fiumicino andata e ritorno al modico costo di euro 625. Seicentoventicinque euro, tantissimo. Vabbè: diciamo che anche in questo modo si cerca di dare una mano alla malmessa Alitalia. Senza contare che più la tariffa è alta, più si ricarica la tessera “Mille Miglia”, che se accumuli un tot di punti poi ti regalano il volo per dove vuoi. E anche questo non fa schifo. Ecco perché sono preferiti i biglietti “aperti”: quelli con andata e ritorno già fissati costerebbero anche il 75 per cento in meno. Discorso a parte meritano le “missioni” organizzate da commissioni, giunte e comitati vari, che tra l’altro giustificano il deputato per l’eventuale assenza dall’Aula, permettendogli di incassare la diaria.

E guardate, in questo caso non è che si vuole necessariamente fare il solito discorso sul magna magna, “i deputati fanno finta di lavorare e invece si fanno le vacanze all’estero tanto paga lo Stato”. Il punto è anche un altro: sei onorevole, e subito ti senti Henry Kissinger. E per passare alla storia, o più semplicemente per guadagnare un po’ di visibilità, ti prendi in carico casi importanti, magari diplomaticamente delicati, senza avere l’autorità né gli strumenti per risolvere alcunché. T’improvvisi ministro degli Esteri, col risultato che rischi di alimentare illusioni, o addirittura di fare dei danni.

E quindi, c’è questo Britel Abou Elkassim che è detenuto in Marocco. Una storia drammatica: l’imputazione è di associazione sovversiva, in pratica è accusato di essere un terrorista anche e soprattutto per l’attività che si sospetta abbia svolto in Italia. Perché Britel è cittadino italiano, è sposato con un’italiana, viveva a Bergamo, e i nostri giudici hanno concluso le indagini definendo le accuse totalmente insussistenti, archiviando il caso.

Ma lui rimane in galera in Marocco. A Montecitorio circola la petizione per chiederne la grazia al re Mohammed VI, la firmano in cento, in questi casi la firma su una petizione non si nega mai. Magari senza neppure leggerne il testo, giusto per togliersi dalle scatole il collega petulante. S’incaricano di recapitare la richiesta due rifondaroli, Ezio Locatelli e Khalil Alì (più noto come Alì Raschid), e il sottoscritto.

Si parte, cinque giorni di missione, con la moglie di Britel che spera e ci crede, tra l’altro al re stava per nascere la prima figlia e in segno di giubilo erano state annunciate amnistie e atti di clemenza. L’ambasciata italiana in Marocco si mette naturalmente a disposizione: ambasciatore in persona, poi funzionari, autisti, interpreti e tutto il contorno. Per consegnare la petizione,
incontriamo e parliamo con il ministro di Sua Maestà, che annuisce ma si vede che neanche ci ascolta, poi andiamo anche in carcere ad incontrare Britel, lui ci ringrazia e piange.

Torniamo in Italia. Nulla si muove, tutto resta come prima. È passato più di un anno, Britel è ancora in galera, speriamo che tra le mura della cella marocchina non gli abbiano fatto pagare il clamore provocato dalla spedizione di tre signor nessuno. Quel che ci resta è l’insopportabile impressione di aver alimentato unicamente la nostra vanità, oltre a qualche fotografia che ci siamo scattati a vicenda in abiti maghrebini e al ricordo del ricevimento all’ambasciata organizzato in nostro onore. No, non siamo Henry Kissinger. E nemmeno D’Alema.

Meglio ripiegare sul territorio nazionale. Allora, ci sono le elezioni comunali a Genova. Un appuntamento importante, tornata amministrativa a un anno dall’elezione di Prodi, per il centrosinistra il capoluogo ligure è vetrina nazionale. Ma la situazione è complicata: Cristina Morelli, capogruppo dei Verdi in Regione, e Luca Dall’Orto, assessore comunale all’Ambiente, i due esponenti di spicco del partito in Liguria, avevano celebrato la loro storia d’amore con un simbolico Pacs a Roma, in piazza Farnese. Ma adesso pare siano in lite, la campagna elettorale rischia di esserne penalizzata.

E non c’è da meravigliarsi né scandalizzarsi, la politica è condizionata anche da vicende come questa, e molto più spesso di quanto si pensi. Comunque, il partito mi invia quasi fossi commissario nazionale, tra le altre cose devo anche fare da paciere. Mi trasferisco a casa di Cristina per qualche settimana, lei è gentile e ospitale, non fosse per i suoi 7-gatti-7 che, lo dico da amante degli animali, alla lunga sono un po’ un tormento, te li trovi dappertutto, «e guarda Bibì, e che simpatica Mimì, e vieni qui Cicì», grande sensibilità ma insomma la casa è tutta un pelo, e io sono anche un po’ allergico. E poi lei è vegetariana, al ristorante mi fa dei gran cazziatoni quando ordino carne e pesce, «sei un assassino», che ci sono volte che penso a Luca e non so perché ma gli sono vicino. Alla fine, la coppia scoppiata si dimostra responsabile, mettono da parte i contrasti domestici e affrontano da persone civili la campagna elettorale.

Nel frattempo, devo anche volare a Roma per parlare con Pannella e contrattare l’apparentamento in loco con i Radicali, mi sorbisco ore di comizio, Marcone non smette di parlare nemmeno se gli spari, fatto sta che l’accordo si fa, entrano nelle nostre liste. Alla fine, tutto va come deve: a Genova vince la candidata sostenuta anche dai Verdi. Obiettivo raggiunto. Già che son lì, mi metto a girare e vado a vedere di persona situazioni che m’interessa affrontare, chissà mai che possa combinare qualcosa “per la gente”, come si dice.

C’è la questione della discarica di Monte Scarpino, in provincia di Genova, pare vogliano piazzarci un inceneritore e i residenti sono parecchio arrabbiati. In effetti, mi sembra che il problema esista, le persone mi accompagnano e spiegano, nei pressi delle scuole passano decine di camion al giorno, la gente s’ammala e muore. Preparo un’interrogazione parlamentare che avrei presentato al ministro, il “mio” ministro, nel senso che è dei Verdi. Niente da fare: il presidente della Camera Bertinotti la dichiara inammissibile. Certamente sarò stato io a formularla non nella maniera burocraticamente corretta, resta il fatto che la sensazione d’inutilità cresce in me ogni giorno di più. Poi c’è il Parco del Tigullio.

Vedo che al partito interessa quest’eventualità di creare un parco marino e terrestre del Levante, esteso fino a Moneglia e comprendente anche quello di Portofino. M’incarico io di portare avanti la questione, preannuncio una proposta parlamentare. E allora riunioni su riunioni, con il paradosso che lo stesso Consiglio Provinciale ulivista, Verdi compresi, dibatte e boccia l’idea, lamentandosi perché «è caduta dall’alto». Ma il progetto non è mai stato nemmeno presentato.

Un’altra marea di parole sul nulla. Infine, questa storia del leccio, che poi è un albero tipo quercia. Un incubo. Spiego: vado con Pecoraro a Sestri Levante, siamo in campagna elettorale e bisogna dar ascolto e promettere qualcosa a tutti. Il sindaco ci racconta di questo misterioso delitto, ignoti hanno avvelenato il leccio secolare che domina la passeggiata a mare. Vane si sono rivelate tutte le cure
straordinarie, gli esperti che l’hanno visitato hanno emesso la diagnosi che è una condanna: signori, abbiamo fatto di tutto, ma purtroppo bisogna abbatterlo.

Per la cittadina è una tragedia, il sindaco ci chiede di far qualcosa: «Qui ci vuole un altro leccio, ministro, onorevole, pensateci voi». La vicenda è simbolica, rimbalza sulla stampa locale. Pecoraro dice che sì, un nuovo leccio si può trovare, se ne interesserà personalmente. Poi ce ne andiamo e mi passa la palla, «di ’sta storia occupatene tu».

Da allora – e lo dico anche ai cittadini di Sestri, in senso positivo – il sindaco non molla più la presa. Telefona, scrive, mi invia anche un’e-mail con le caratteristiche che deve avere il nuovo albero – “asse diritto dalla base alla punta, fusto sano senza ferite, circonferenza del fusto a m. 1 da terra cm. 60/70, apparato radicale che abbia subito prima che la pianta sia stata messa in vaso almeno tre trapianti di cui l’ultimo da non più di tre anni”. Mesi di persecuzione, e arrivo a pensare che, porcamiseria, potrebbe anche pagarselo il Comune, il leccio.

Ma poi mi dico che ha ragione lui, d’altronde gli era stato promesso. La realtà è che, per noi deputati, è più utile pontificare sui massimi sistemi che far piantare un albero in riva al mare. E poi, accidenti, quante promesse gettate al vento.


03/08/2011




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Caso ex aree Falck L'archivio della vicenda

Portatemi qua Balotelli» I capricci del figlio del boss Lo Russo

Il Mattino

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI - Era latitante da qualche mese, ma volle comunque farsi «passare lo sfizio» di conoscere l’eterno golden boy del calcio che conta. Era ricercato dalle forze dell’ordine per un’ipotesi di associazione camorristica, ma il suo stato di latitante non gli impedì di rinunciare a un capriccio tutto personale: avere al proprio cospetto il calciatore Mario Balotelli, un anno fa ancora interista prima di passare con il «City» di Roberto Mancini.


Ordine perentorio firmato Antonio Lo Russo, figlio del boss oggi pentito Salvatore ’o capitone, quel ragazzo dall’espressione corrucciata diventato famoso per le foto che lo ritraggono a bordo campo in alcune partite casalinghe del Napoli nella stagione 2009/2010.

Oggi, a raccontare il presunto incontro tra Balotelli e Lo Russo jr sono due collaboratori di giustizia. La loro testimonianza è stata depositata qualche giorno fa dinanzi al Tribunale del Riesame nel corso dell’inchiesta sul presunto riciclaggio di denaro sporco in attività di ristorazione messe in piedi nel centro di Napoli. I due pentiti si chiamano Biagio Esposito e Luca Menna, due ex boss del narcotraffico che la scorsa estate decidono all’improvviso di collaborare con la giustizia.

Danno l’input decisivo in alcune operazioni di polizia giudiziaria, poi raccontano la storia di Balotelli a Napoli, dei suoi contatti con il territorio partenopeo, dei suoi accompagnatori nel giro tra Secondigliano e Scampia. E chiamano in causa il rampollo dei Lo Russo che decise di «farsi portare» Balotelli, di farselo condurre al suo cospetto. Una sorta di via libera prima di autorizzare il tour dell’attaccante per le vie dello spaccio di droga, tra zombie di periferia e piazze di spaccio controllate da vedette e sentinelle della camorra...



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Caccia all'oro di Göring in fondo al lago tedesco

La Stampa


Un sommergibile britannico cercherà le casse gettate dai nazisti nello Stolpsee


ANDREA MALAGUTI


LONDRA

Dunque la leggenda ritorna. L’oro dei nazisti buttato in fondo a un lago nel Brandeburgo, nel circondario di Oberhavel, a poco più di un’ora di macchina da Berlino, dagli uomini di Hermann Göring, fondatore della Gestapo e braccio destro di Adolf Hitler. L’unico uomo demoniaco forse quanto il Führer. Meno delirantemente visionario del Male Assoluto, ma più evidentemente venale. Un tesoro da un miliardo e mezzo di dollari - prelevati principalmente dalla banca centrale polacca - protetto da tredici metri di acqua nel tentativo di sottrarlo all’avanzata ormai inarrestabile dell’Armata Rossa. Era la primavera del 1945. Da allora le diciotto introvabili casse sono diventate il Santo Graal degli Indiana Jones dell’era moderna. Nessuno è riuscito a individuarle. Eppure il mito resiste. E con qualche buona ragione.

Un gruppo di uomini d’affari inglesi, stanchi della propria ricca noia priva di ambizioni, ha deciso di affrontare un’ulteriore spedizione nei fondali del lago Stolp, già inutilmente dragato nel 1981 dalla Stasi, il controspionaggio della Germania Est, in quegli anni padrona del territorio. Che cosa

è cambiato da allora? Secondo il quotidiano tedesco «Bild», che ha rilanciato la notizia, le tecnologie di ricerca. Che andrebbero ad aggiungersi a una nuova mappa del tesoro.

Per scandagliare il fondale di quattrocento ettari, l’anonimo pool di milionari britannici avrebbe acquistato un sottomarino in una di quelle operazioni che consegnano all’idiozia la seduzione amabile dell’ingenuità. Un grande gioco. Un passatempo di lusso per trasformare la cronaca in storia. Hans Jürgen Heymann, direttore dell’ufficio di Eberswalde, il comune dal quale dipende il lago, spiega che se davvero gli inglesi vogliono cominciare la navigazione in ottobre «è il caso che si diano una mossa e che depositino la documentazione necessaria. Altrimenti non ci saranno i tempi per l'autorizzazione».

Sembra innervosito. È soltanto scettico. «Ogni due o tre anni i giornali rilanciano avventure come questa». Eppure la «Bild» aggiunge dettagli, anche se non abbastanza precisi. L'iniziativa del consorzio del Regno Unito si baserebbe infatti su documenti inediti trovati nell’archivio federale di Coblenza. Possibile? Difficile. Perché il dipartimento dedicato al «Reich», dove sono custoditi i dossier sul nazismo, si trova a Berlino. E lì il portavoce dell’Archivio spiega che «nessun nuovo file è emerso di recente».

Non basta. Quando nel 1981 Erich Mielke, capo della Stasi, decise di cercare il tesoro, si basò su una mappa fornitagli dall’ex reporter del settimanale «Stern» Gerd Heidemann, considerato un collaboratore della polizia segreta. Heidemann è lo stesso uomo che nel 1983 rivelò al mondo la sensazionale scoperta dei «Diari di Hitler». Un clamoroso falso. La ricerca di Mielke finì nel nulla. Lo Stolpsee era troppo vasto. E secondo il parroco del paese, Erich Köhler, «il fondo era troppo pieno di macerie scaricate dopo la guerra per consentire di trovare qualunque cosa».

Dunque anche la storia delle diciotto casse è solo un’improbabile favola per allocchi? No. Almeno a sentire Eckhard Litz, il testimone oculare che ha spinto gli inglesi all’azzardo. Magro e spigoloso come un mormone, viaggiando alla deriva su una vecchia poltrona di velluto chiaro, Litz ricorda quel giorno con una precisione da incubo infantile. Le immagini e i suoni gli rimbombano in testa in una tragica eco da valanga. «C’erano almeno trenta uomini, credo fossero schiavi polacchi.

Erano magri e indossavano le uniformi dei reclusi dei lager. I soldati gli puntavano le armi addosso e li costringevano a caricare le casse sui gommoni. Per sei volte hanno fatto la spola. Arrivavano al centro del lago e buttavano giù». Quando finirono il lavoro i soldati li costrinsero ad allinearsi sulla riva. Hermann Göring, che pochi giorni più tardi sarebbe stato arrestato in Baviera mentre cercava di raggiungere l’Austria, diede l’ordine di farli fuori. «L’ultima cosa che vidi furono i lampi delle mitragliatrici che li rasero al suolo. Un rumore assordante di morte». Litz si nascose dietro un albero, finendo per sentirsi remissivamente vigliacco. Come se fosse colpa sua. «Se quel tesoro tornasse a galla finalmente mi sentirei leggero».



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Lo zen di Fonzie: vado a pesca di trote e divento scrittore

Corriere della sera


Henry Winkler, 65 anni, racconta la passione per la natura e l'impegno contro la dislessia



Henry Winkler con la canna da pesca
Henry Winkler con la canna da pesca
NEW YORK - «Quando sono sulla riva del fiume, prima ancora che me ne renda conto la serenità arriva. Porta via le preoccupazioni - quelle autentiche e anche le piccole cose quotidiane senza importanza che ci fanno perdere la pazienza. Grazie al fiume, se ne vanno tutte via da me - via, con la corrente. In riva al fiume esistono solo la tenacia che è stata necessaria per arrivare lì e la gratitudine di esserci arrivato. Lì ho imparato per la prima volta nella mia vita a sentirmi in pace, completamente concentrato e disteso. È il mio momento Zen».

Parole che sembrano venire dai cantori dei grandi spazi americani, Thomas McGuane o Rick Bass o Norman MacLean. Ma a pronunciarle è Fonzie Fonzarelli. O meglio, Henry Winkler, l'attore di «Happy Days» idolo transgenerazionale per milioni di ex-ragazzi in tutto il mondo. Winkler ha appena pubblicato negli Stati Uniti un libro, I Never Met An Idiot On The River (Insight Editions, pagine 144, $ 21,95), «Non ho mai trovato un idiota in riva al fiume». Un titolo impegnativo per un libro a metà tra l'autobiografia e la lettera d'amore per la natura, «una passione, quella per la pesca, cominciata nel 1996 - spiega Winkler al "Corriere" - nella quale ho coinvolto mia moglie e i nostri tre figli. Almeno una volta all'anno, anche se cerco di andarci almeno due o tre volte, volo in Montana o in Wyoming per abbracciare quegli spazi immensi, camminare all'alba verso il fiume, a pescare le trote. O meglio, a passare il tempo pescando le trote. Quel che acchiappo, e non sempre sono dei bestioni, lo ributto in acqua, sono un pescatore di tipo catch-and-release , la trota non la mangio neanche al ristorante. Quel che conta è restare in riva al fiume. Non esattamente a pensare: a abbracciare quella bellezza.


La copertina del libro di Henry Winkler
La copertina del libro di Henry Winkler
Quell'immensità», conclude l'attore che, per evitare di apparire troppo serioso si lancia subito in un'esilarante imitazione di suo padre, il commerciante Harry Irving Winkler giunto a New York dalla Germania poco dopo la notte dei cristalli. «Il mio babbo diventò un esportatore di legname e sognava che io gli subentrassi alla guida dell'azienda di famiglia ma la scuola non faceva per me, andavo male e capii il motivo soltanto molti anni dopo. Alla fine studiai recitazione. Per la disperazione di papà».
E qui Winkler passa a una voce roca con uno spesso accento tedesco: «"Io parlo 11 lingue e mi fai disperare in tutte e 11", mi diceva papà. E poi: "Io sono venuto fin qui in America per dare ai miei figli una vita migliore e tu guarda che mi combini. Va bene, scappai dalla Germania anche perché i nazisti mi inseguivano ma adesso non stare a sottilizzare"», ricorda ridendo.

Così il giovane Henry lasciò perdere il business di famiglia, andò a studiare alla prestigiosa scuola di recitazione dell'università di Yale. Che qualche anno fa l'ha invitato a tenere il discorso di inizio anno. «Un grande onore», preludio alla sua nomina, da parte della regina Elisabetta, all'Ordine dell'Impero Britannico, onorificenza per i non-britannici che si sono distinti nelle arti e nella società. «Se la regina è una fan di "Happy Days"? Forse, ma chi ha il coraggio di chiederglielo. L'onorificenza però è arrivata per i miei libri della serie di Hank Zipzer». Storie per bambini, popolarissime nel mondo anglosassone, che hanno per protagonista un bambino dislessico. La stessa condizione di Winkler, diagnosticata soltanto in età adulta: «Siamo al libro numero 17 della collana. Hank sono io da bambino. Nei libri spiego ai giovanissimi che soffrono di difficoltà nella lettura e nell'apprendimento che non solo si può migliorare, ma soprattutto tengo a dare loro fiducia in se stessi. Perché ricordo bene la fatica che facevo a concentrarmi, a capire il senso delle parole scritte: mi sentivo meno intelligente. Se potessi scegliere una cosa sola da lasciarmi dietro quando non ci sarò più? Aver convinto tanti bambini dislessici che sono intelligenti quanto i loro compagni che leggono speditamente. Anche di più, spesso. Semplicemente, hanno bisogno di imparare le cose in un modo diverso».

Visto che si sta un po' commuovendo e Fonzie non si emoziona (quasi) mai, neanche a 65 anni, Winkler cambia discorso e racconta aneddoti. «La moto di "Happy Days"? Non ero capace di guidarla, era piantata su una pedana con sotto delle gomme, mi spingevano e tiravano dentro e fuori dall'inquadratura, altro che Fonzie il centauro. Fonzie il duro? Ricevetti una lettera dal direttore di un riformatorio che mi spiegò come Fonzie fosse l'idolo dei ragazzi dell'istituto, ma seguivano l'esempio del personaggio nel non dimostrarsi mai deboli e questo, diceva, non era un bene per loro. Mi chiese se fosse possibile dimostrare che anche Fonzie non temeva di dimostrarsi fragile. Allora andai dagli sceneggiatori e chiesi loro di far piangere "The Fonz". Ricorda l'episodio con Richie Cunningham in ospedale, quando Fonzie si mette a piangere per l'amico malato? Ecco, lo girammo per quei ragazzi».

Un'altra cosa che diverte Winkler, che indossa i panni del personaggio famoso con un bonus di autoironia, è che «a seconda dell'età di chi mi riconosce so già a quale personaggio pensano. Fonzie per gli adulti, l'avvocato incompetente del telefilm "Arrested Development" per gli universitari, il medico del mio nuovo telefilm "Childrens Hospital" per i più giovani. Nel 2008 io e Ron Howard riportammo in vita per un giorno Fonzie e Richie: ci truccammo per un video a favore di Obama candidato alla Casa Bianca, e la reazione dei fan fu pazzesca, ci stupì. Ma non c'è niente di paragonabile all'emozione di camminare, all'alba, lungo la riva del fiume. All'acqua e agli alberi non importa proprio nulla di Fonzie Fonzarelli, dei libri, della tv, delle onorificenze, di Hollywood e della fama».

Matteo Persivale
03 agosto 2011 10:13



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La lunga marcia verso il mercato Ora a Cuba si può comprare casa

La Stampa

Potranno farlo solo gli isolani ma gli esuli di Miami stanno già pensando come aggirare la legge


MIMMO CANDITO


MIAMI

«Ora sì che la rivoluzione comincia davvero», dice con un sorriso largo Jorge Castellanos da dietro la sua scrivania di mogano e l’aria condizionata che spara saette di ghiaccio. Jorge è un giovane avvocato in uno dei più ricchi studi legali di Miami Downtown, e quando dice della rivoluzione lo dice in inglese, perché lui non ama parlare spagnolo anche se il suo nome e la sua faccia parlano comunque di Cuba. «Ora l’Avana sta davvero a una bracciata di mare da Key West», e con la mano indica l’orizzonte laggiù, oltre la vetrata di cristalli oscurati.

Quello che sta accadendo, e che eccita l’avvocato, è quanto la Revoluciòn per più di 50 anni aveva proibito, vendere e comprar case. E basta infilarsi in qualche modo nella comunità cubana della Florida per cogliere subito quale trambusto crea questa apertura al mercato immobiliare. E’ un mondo che cambia. Il capitalismo sta per sbarcare all’Avana, ci sbarca con mille cautele e una montagna di diffidenze ma è già lì, comunque, che guarda con occhi assatanati di dollari i vecchi palazzi del Malecòn.

A Cuba, quelli che sono rimasti dopo «el Triunfo» di Castro (oggi vivono all’estero quasi 2 milioni di cubani) sono contati in poco più di 3,5 milioni di famiglie; le case dell’isola sono molte di meno, e la coabitazione è una necessità obbligata. Ma non è solo questo deficit che misura le difficoltà quotidiane: oggi, l’unico modo per trovare un appartamento è però di possederne già uno e volerlo scambiare con un altro. Non si compra e non si vende, c’è soltanto la permuta, e anche questa è molto controllata dalla burocrazia di regime per impedire speculazioni clandestine: per esempio, deve esserci equivalenza tra i due appartamenti permutati perché, se c’è differenza di valore (scambio di un bilocale con un villotto di quattro stanze), il passaggio clandestino d’una forte compensazione in denaro è assai più che un sospetto.

Il programma statale della costruzione di case, poi, è un autentico fallimento: dei 23.394 appartamenti che erano previsti per quest’anno, finora ne sono stati completati appena 28. E quanto ai materiali edili che il governo conta di vendere per quest’anno ai privati, il «Granma» e «Juventud Rebelde» rivelano che nel primo semestre ne è stato consegnato soltanto il 15,6 per cento. Se sono perfino i giornali di regime a denunciarlo, vuol dire che lo sfascio è davvero grave.

Questa creazione d’un mercato prima inesistente era già stata annunciata da Raùl Castro lo scorso anno come proposito di riforma. L’Assemblea parlamentare (il Poder Popular) l’ha discusso ieri, insieme a molti altri cambiamenti normativi. Ora i cubani potranno vendere e comprare casa, sia pure con i controlli e le restrizioni che un’economia centralizzata impone a ogni progetto di innovazione. E la più forte di queste restrizioni è, naturalmente, che il mercato immobiliare resta interno all’isola: da fuori, nessuno può comprare né vendere.

Ma l’avvocato sorride: «E’ la solita tonterìa del regime, una stupidaggine che durerà solo di facciata». Vuol dire che i cubani dell’esilio hanno già pronti il blocchetto degli assegni e contano di investire i loro dollari per interposta persona. Pagheranno al parente esule di un cubano dell’isola, e verranno da Jorge a firmare il contratto: il cubano dell’interno continuerà ad abitare nell’appartamento, ma prima o poi dovrà consegnarlo all’acquirente. «Certo, qualche rischio c’è, e io non lo nasconderò ai miei clienti. Ma è un investimento che può assicurare un guadagno molto alto. Un appartamento di tre stanze non lontano dalla Rampa oggi viene valutato sui 50-80 mila dollari. E’ un autentico affare». Non appena l’isola aprirà ulteriormente le strettoie dell’economia controllata, tutti sanno che il boom edilizio sarà il motore d’una crescita esponenziale, anche grazie all’allentamento delle misure restrittive sui viaggi.

La strada la sta aprendo la più importante agenzia turistica di élite, la Abercrombie&Kent, che il 30 settembre parte con un tour dell’isola per 11 giorni al prezzo di 4.325 dollari a persona. «Eh, ma è solo l’inizio. L’Assemblea popolare ieri all’Avana ha allargato ulteriormente la possibilità di viaggiare l’isola, forse anche per gli stessi cubani residenti».

Jorge lavora nello studio che già preparava richieste di esproprio per gli appartamenti che erano stati requisiti dalla Revoluciòn quando i legittimi proprietari erano scappati a rifugiarsi qui, a Miami. «Prima o poi, i proprietari dovranno riavere le loro case, o esserne comunque risarciti». Il giovane avvocato che vuol parlare solo l’inglese sa che si sta preparando un fiume di possibili vertenze, il sorriso con cui ne parla ne tradisce la soddisfazione. Sulle pareti della sua ampia stanza di lavoro stanno appese gigantografie del centro dell’Avana scattate dal satellite: i proprietari espropriati dai barbudos di Fidel vengono qui, ci fanno un segno sopra per indicare la loro vecchia casa, e il dossier viene aperto. Quando il capitalismo sarà sbarcato definitivamente all’Avana, quel dossier Jorge lo riprenderà in mano; saranno delizie per i tribunali.



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