giovedì 4 agosto 2011

E' allarme nel pubblico: il 96% delle strutture non paga il canone Rai

di Redazione

Il 96% di alberghi, campeggi e strutture ricettive non paga il canone Rai. Negli ultimi 10 anni l'evasione ha raggiunto i 2,3 miliardi di euro. Tra gli evasori anche istituti religiosi, partiti politici e scuole


Roma - Il 96 per cento di alberghi, campeggi e strutture ricettive non paga il canone Rai, per una evasione che, negli ultimi 10 anni, ha raggiunto i 2,3 miliardi di euro. Tra gli evasori anche istituti religiosi, partiti politici e scuole. La denuncia arriva dal Codacons che per questo ha presentato un esposto in 104 procure della Repubblica di tutta Italia e alle procure regionali della Corte dei Conti.

La denuncia del Codacons L'inchiesta dell'associazione nasce a seguito della segnalazione di un pensionato invalido e nullatenente di 73 anni che non vede la televisione, ma si è visto recapitare una comunicazione che intimava il pagamento del canone Rai. "E' emerso che il 96 per cento di alberghi, residence, campeggi, ospedali, case di cura, uffici, negozi, navi di lusso, circoli, associazioni, locali pubblici, sedi di partiti politici, studi professionali, mense aziendali, scuole e persino istituti religiosi, non paga il cosiddetto 'canone speciale' - spiega il Codacons - che a seconda delle categorie varia da 6.603,22 euro a 198,11 euro. Il mancato introito che si è determinato per le casse della tv di Stato è pari a 230 milioni di euro all'anno (2,3 miliardi in 10 anni)".

L'accertamento dei contratti "Trattandosi di strutture pubbliche, l'accertamento ad opera dell'Agenzia delle Entrate potrebbe essere eseguito con facilità recandosi direttamente in loco - spiega il presidente Carlo Rienzi - Si preferisce invece assillare i singoli cittadini che magari non hanno la televisione o non la vedono, lasciando impunite tutte le altre categorie pur soggette al pagamento del canone. Per tale motivo abbiamo presentato una diffida all'Agenzia, affinché ci dica quanto spende ogni anno per le attività di lotta all`evasione del canone nei confronti degli utenti, e per sapere quali azioni abbia intrapreso verso quel 96 per cento di strutture pubbliche che risulta evasore. Con il ricavato di un anno di canone speciale - prosegue Rienzi - la Rai potrebbe assumere tutti i 1.700 precari ultradecennali che stanno per fare causa in base alla legge del collegato lavoro". Il Codacons ha inviato dunque oggi un esposto a 104 procure della Repubblica di tutta Italia per verificare se nell'omissione di percezione dei canoni speciali sia ravvisabile il reato di omissione e abuso di atti di ufficio. Esposto inviato anche ai 20 uffici regionali della Corte dei Conti, per verificare le responsabilità per danno all’Erario dei 230 milioni di euro annui di mancato incasso per la Rai.





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Marito 'puzzolente' non si lava e pretende sesso La Cassazione: "Commette una violenza"

Quotidiano.net

L'uomo, un pastore di 51 anni, imponeva alla moglie di avere rapporti appena rientrato dal pascolo, ma senza passare prima dal bagno



Un pastore con il suo gregge (Frascatore)



Roma, 4 agosto 2011

Commette violenza sessuale il marito ‘puzzolente’ che impone alla moglie rapporti sessuali senza rispettare la richiesta della donna di farsi prima una bella doccia. La Procura della Cassazione ha chiesto e ottenuto il nuovo rinvio a giudizio nei confronti di un pastore siciliano restio all’uso del sapone e solito a fare sesso con la moglie appena rientrato dal pascolo delle pecore, senza provvedere a farsi almeno una rapida toeletta preliminare.

Nel 2008 l'uomo, 51 anni, era stato denunciato, processato ma prosciolto dalla Corte di Appello di Catania in quanto "pur essendo la moglie contraria ai rapporti sessuali, perchél’uomo era solito consumarli al rientro dalla propria attività, senza praticare alcuna igiene e pulizia del proprio corpo, finiva poi per accettare volontariamente i rapporti". Alla moglie, restia agli amplessi nauseabondi, il pastore immobilizzava le mani e procedeva nei suoi intenti "senza aderire affatto alle richieste del coniuge di effettuare la necessaria igiene corporale".

Ad avviso della Cassazione, quindi, si trattava di rapporti “imposti coattivamente”. “La peculiarità dei motivi del dissenso - hanno rilevato i supremi giudici nella sentenza 30364 bacchettando i colleghi siciliani - non eliminava il dissenso medesimo, per cui i rapporti sessuali, laddove imposti con la forza dall’uomo, erano e restavano violenti”.

Ora i giudici catanesi dovranno rivedere il loro verdetto senza fare sconti perchéla contrarietà all’adempimento del debito coniugale, anche se motivata solo dal mancato utilizzo del sapone, rimane pur sempre un bel ‘no’.

In primo grado il pastore era stato condannato a nove anni di reclusione, nel 2007, dal Tribunale di Caltagirone che aveva considerato stupro gli assalti sferrati alla povera moglie per lunghi anni, dal febbraio 1992 all’agosto del 2006. Ma poi la Corte di Appello aveva ridotto la condanna ad appena due anni, ritenendolo colpevole solo di maltrattamenti e comportamenti un po’ violenti, facendo sparire la violenza sessuale. Il caso è approdato in Cassazione su ricorso della Procura della Corte di Appello di Catania.





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Pena di morte, la Cina maglia nera

La Stampa

Ordinate da Pechino cinquemila esecuzioni, è record. Secondo posto per Iran. Segue la Corea del Nord. In Europa i boia
restano solo in Bielorussia



Un solo Paese ha effettuato circa 5.000 esecuzioni capitali, l'85,6% del totale mondiale: la Cina. E' il dato che emerge dal rapporto 2011 di 'Nessuno tocchi Caino', presentato questa mattina a Roma, che dà conto dei fatti più importanti relativi alla pena di morte nel 2010 e nei primi sei mesi del 2011. Cina, Iran, Corea del Nord: sono i Paesi dove - come ogni anno - il boia non si ferma mai. Nonostante il numero molto elevato di esecuzioni, le condanne a morte emesse dai tribunali, in Cina, sarebbero via via diminuite rispetto all'anno precedente. Anche se resta difficile ottenere dei dati ufficiali, visto che la pena di morte continua a essere considerata un segreto di Stato, la Corte suprema avrebbe trattato, nel 2010, 12.086 casi.

Una stima approssimativa ma realistica sarebbe quella che fissa il numero delle condanne a morte nel 2010, tra quelle definitive e quelle sospese per due anni, intorno alle 9.500, in lieve calo rispetto al 2009. Nel febbraio 2010 - secondo il rapporto curato dalla deputata radicale Elisabetta Zamparutti - la più alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l'applicazione a un numero ristretto di casi "estremamente gravi".

Nel suo rapporto del 2011, la Corte suprema ha reso noto che continuerà a ridurre il numero delle esecuzioni facendo in modo che a essere giustiziati siano solo un piccolo numero di criminali estremamente pericolosi. Il 25 febbraio 2011, il Congresso nazionale del popolo ha approvato l'emendamento al codice penale che riduce il numero dei reati punibili con la pena di morte. Le nuove norme sono entrate in vigore il primo maggio. Anche nel 2010, l'Iran si è piazzato al secondo posto in quanto a numero di esecuzioni. Secondo un monitoraggio effettuato da Iran human rights (Ihr), Ong con sede in Norvegia che si batte contro la pena di morte nella repubblica islamica, in Iran sono state effettuate almeno 546 esecuzioni.

Un aumento spaventoso rispetto agli anni precedenti: nel 2009, l'Ong aveva calcolato almeno 402 esecuzioni. Nel 2011, non vi è stato alcun segno di un'inversione di tendenza. Anzi, l'Iran ha visto un aumento drammatico delle esecuzioni nei primi mesi dell'anno, un dato tre volte superiore a quello del 2010: Iran Human Rights ha registrato 390 esecuzioni fino al 7 luglio, ma i dati reali potrebbero essere anche peggiori. Nel 2010, inoltre, sono state giustiziate almeno due persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato; almeno altri tre minorenni sono stati impiccati nei primi sei mesi del 2011.

Le esecuzioni pubbliche, nel 2010, sono aumentate in Corea del Nord. Tra i condannati, vi sono soprattutto funzionari pubblici accusati di traffico di droga, appropriazione indebita e altri reati non violenti, oppure cittadini nordcoreani che hanno tentato di fuggire in Cina o in Corea del Sud. Il 12 gennaio 2011, una fonte diplomatica vicina alla Corea del Nord ha detto che nel 2010 ci sono state 60 esecuzioni pubbliche confermate, più del triplo dell'anno precedente. Le esecuzioni sarebbero aumentate nel tentativo di rafforzare il regime: Kim Jong-un, designato alla successione del padre Kim Jong-il, avrebbe richiesto "fucilazioni in tutto il Paese".

L'Europa, invece, sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia, Paese che anche dopo la fine dell'Unione Sovietica non ha mai smesso di condannare a morte e giustiziare i suoi cittadini. Nel 2010, in Bielorussia sono stati giustiziati per omicidio 2 uomini e altri sono stati uccisi il 21 luglio 2011. La Russia, sebbene ancora Paese mantenitore, è impegnata ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d'Europa e dal 1996 rispetta una moratoria legale delle esecuzioni. Per quanto riguarda il resto dell'Europa, a parte la Lettonia che prevede la pena di morte solo per reati commessi in tempo di guerra, tutti gli altri Paesi europei hanno abolito la pena di morte in tutte le circostanze. Tra i paesi democratici l'America è la peggiore.



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La Casta in Regione: prendono diecimila euro netti al mese

Il Mattino di Padova

È quello che hanno percepito mediamente consiglieri regionali e assessori nel gennaio scorso. Bond e Bonfante guadagnano più del governatore. Bassi: «Ne do 2500 alla Lega». Ecco tutte le cifre




VENEZIA. Dato sensibile, delicato, piuttosto incazzoso lo stipendio. Il segreto meglio custodito in Italia, quello di cui è sconveniente parlare, che è un obbligo celare, e «quelle vulgarité» dirlo. Diciamo che nella hit parade dell'indiscreto, confessare la cifra guadagnata sta immediatamente sopra il cicciolino mio detto all'amante e l'ammettere che si va in giro con i calzini bucati. Qui a destra leggerete gli stipendi netti percepiti a gennaio di quest'anno dai nostri consiglieri e assessori regionali (mese grasso anche per loro), qualcuno li troverà esagerati, qualcuno congrui, altri si chiederanno perché così differenti stando tutti coloro che li prendono sugli stessi banchi a svolgere (grossomodo) l'identica mansione.

Scoprirete che il presidente Luca Zaia (9.770,20 euro) guadagna meno del capogruppo Pd Franco Bonfante (11.597,26 euro), che l'assessore Luca Coletto addirittura la metà di loro (4.481,46 euro) e che tutto si spiega e ha una ragione.

Resta il fatto che spiare la busta paga è rischioso, provoca reazioni scostanti e può far uscire di testa i nostri politici di prossimità regionale anche loro esposti all'esecrazione sociale, vieppiù inseguiti da pernacchi e ormai in piena sindrome da ipocondria politica tanto da vederci (qualcuno) il tentativo di abbattere la democrazia.

Particolarmente graditi quindi i vaffa, sano modo di evacuare il problema come quello con cui il capogruppo del Pdl Dario Bond accoglie la nostra sbirciata sul suo stipendio (10.503,99): «Ma mi faccia il favore, buona serata e buon lavoro, tanto scrivete quello che volete e alla fine il risultato è sempre lo stesso».

Voleva dire che a fare del qualunquismo sono capaci tutti e ha ragione. La questione è più complessa, c'è lo stipendio effettivo da consigliere (7.600 euro), a cui si aggiungono le indennità di funzione (chi ha più responsabilità prende di più) a cui si sommano i rimborsi chilometrici (chi sta più lontano e disagiato merita la tariffa Quattroruote).

Zaia, ad esempio (9.770,20 euro), sulle sue spalle grava la presidenza regionale che, per quando pesante, non equivarrà mai al rimborso auto che prenderebbe se abitasse, diciamo, a Belluno o nella Bassa Padovana. «E certo che è così, come potrebbe essere diversamente - spiega Franco Bonfante - Zaia viaggia con la macchina di servizio, mica si paga la benzina. Io sono vice presidente eppure ho rinunciato alla Bmw 3000 a disposizione».

Bonfante si spiega, Zaia si spiega, spiegato anche il popolare stipendio (4.481) di cui gode l'assessore Coletto (dipende dal fatto che non è consigliere, è assessore esterno), tutt'altra cosa è spiegare il panico che viene ad alcuni una volta costretti a parlar dei loro soldi. «Se siete convinti che siamo dei pagliacci e dei furfanti, allora mandateci a casa, arriverà qualcun altro al posto nostro» protesta Andrea Bassi, leghista di Bussolengo, sine ira, con cristiana rassegnazione, sapendo che non sarà capito quando racconta cosa fa degli 11.494,41 euro al mese, lui che si alza la mattina alle 6 e va dormire alle 2 di notte, che dà 2.500 euro al partito e si fa 140 chilometri al giorno 5 volte alla settimana. Paga l'aperitivo, paga le cene ai militanti e poi paga le tasse, alla fine cosa resta? «Alla fine mi restano 5 mila euro, possono sembrare tanti ma sono meno di quelli che guadagnavo prima. Non credo di esser scandaloso, faccio fino in fondo il mio dovere e quei soldi mi sembra di guadagnarmeli tutti».

Gennaro Marotta, Idv, (8.584,00 euro), mestrino, è il consigliere che incassa meno. Non usufruisce del rimborso auto, va in bus. Da solo si è sottoposto a ulteriori e volontarie privazioni, va da sé ha rinunciato al posto auto gratuito in piazzale Roma («ho calcolato, 30 mila euro per legislatura»), ma per nove mesi si è anche amputato di mille euro ogni mese per protestare contro il blocco di quattro leggi Idv depositate in commissione e mai esaminate.

Ecco che dei soldi guadagnati uno fa quello che vuole, spenderli o tenerli fa lo stesso, ma per un politico il miglior impiego del denaro sembra quello di non prenderlo affatto, rinunciarvi, rifiutarlo perché i soldi disdegnati sono quelli che più rendono in immagine e propaganda, e così vuol dire che siamo proprio messi male.

Tutti gli interpellati pregano di notare che la regione Veneto è l'unica che ha ridotto del 5% gli emolumenti ai consiglieri (4 milioni di euro in cinque anni), molti trovano furba e nient'altro la posizione di Zaia che vota per il dimezzamento dei consiglieri. L'assessore Elena Donazzan ha fatto notare che «60 consiglieri su una regione di quasi 5 milioni di abitanti ci stanno tutti, il Molise ne ha 40 con una popolazione non più grande di quella della provincia di Vicenza». Anche per Giuseppe Bortolussi «è un buon equilibrio».


4 agosto 2011





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Rapporto sulla pena di morte: 42 Paesi la praticano "Il terribile podio" a Cina, Iran e Corea del Nord

Quotidiano.net

L’indagine mostra che, rispetto al 2009, il numero dei Paesi in cui vige la pena capitale e’ sceso di 3 unita’. Un premio al presidente della Mongolia che si è battuto in prima persona per abolirla




Pena capitale in Arabia Saudita (internet)



Roma, 4 agosto 2011



Sono 42 i Paesi del mondo nei quali e’ ancora prevista la pena di morte ma, statistiche alla mano, il loro numero sta progressivamente diminuendo: e’ questo uno dei dati piu’ significativi che emergono dal Rapporto 2011 di Nessuno tocchi Caino. L’indagine mostra che, rispetto al 2009, il numero dei Paesi in cui vige la pena capitale e’ sceso di 3 unita’ e, rispetto al 2005, mancano all’appello addirittura 13 Stati. Per l’organizzazione si tratta di dati che confermano un’evoluzione positiva verso l’obiettivo di arrivare a un mondo senza piu’ esecuzioni.

“I Paesi o i territori che hanno deciso di abolire la pena di morte sono 155 - si legge nel rapporto - e, fra questi, Paesi totalmente abolizionisti sono 97 mentre gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8 e quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6”. Nel 2010, calcola l’associazione, le esecuzioni sono state 5.837, in aumento rispetto alle 5.741 del 2009: una escalation che trova spiegazione nell’impressionante crescita delle esecuzioni in Iran che sono passate dalle 402 del 2009 alle 546 del 2010. Lo scorso anno, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 22 rispetto ai 19 del 2009 e ai 26 del 2008 ma nel 2010 e nei primi sei mesi del 2011, non si sono registrate esecuzioni in 3 Paesi (Oman, Singapore e Thailandia) che invece le avevano effettuate nel 2009.

Nessuno tocchi Caino osserva che l’Asia si conferma come il continente dove si pratica la quasi totalita’ della pena di morte nel mondo. Cina, Iran e Corea del Nord restano i Paesi dove si registra il maggior numero di esecuzioni e solo in Cina sono state applicate circa 5mila sentenze di morte. “Le Americhe - si legge ancora nel rapporto - sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, unico Paese del che ha compiuto esecuzioni (46) nel 2010”.

In Africa, nel 2010 la pena di morte e’ stata eseguita in 6 Paesi (erano stati 4 nel 2009) e sono state registrate almeno 43 esecuzioni. In Europa, la Bielorussia e’ l’unica eccezione in un continente altrimenti libero dalla pena di morte. Dei 42 in cui vige la pena di morte, 35 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali.

Sulle prospettive future della battaglia condotta contro la pena di morte nel mondo, Nessuno tocchi Caino guarda con fiducia alle rivoluzioni arabe, in primo luogo a Marocco e Tunisia. Ma il banco di prova forse decisivo - osserva l’associazione - e’ l’Egitto, Paese che all’ONU e’ stato sempre in prima linea nel contrasto alla risoluzione pro moratoria.

“Se il governo egiziano ad interim sapra’ garantire un processo equo ai massimi responsabili del vecchio regime, questa sara’ la prova piu’ evidente di una discontinuita’ rispetto al passato”.

TRE PAESI NEL MIRINO: CINA, IRAN E COREA DEL NORD - “Sul “terribile podio”, come lo chiama l’associazione Nessuno tocchi Caino, dei primi tre Paesi che nel 2010 hanno compiuto piu’ esecuzioni nel mondo, siedono tre Paesi asiatici: Cina, Iran e Corea del Nord. Nel Rapporto 2011 sulla pena di morte si calcola che in Cina, l’anno scorso, sono state eseguite almeno 5mila sentenze ma, pur in mancanza di dati ufficiali, le condanne sarebbero diminuite rispetto al 2009. Preoccupa la progressione dell’Iran dove le esecuzioni sono passate dalle 402 del 2009 alle 546 del 2010 e quest’anno, secondo Iran Human Rights, al 7 luglio erano gia’ state 390. In pratica, piu’ di due al giorno.

Nessuno tocchi Caino sottolinea che la diminuzione di condanne a morte in Cina “e’ stata piu’ significativa a partire dal 2007, quando e’ entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema”.

In un recente articolo il China Daily ha riportato che la Corte Suprema cinese ha annullato circa il 10% delle condanne a morte da quando ha assunto il diritto esclusivo di ratificare le condanne capitali. A quanto risulta agli esperti dell’associazione contro la pena capitale, nel febbraio 2010, la piu’ alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte suggerendo ai tribunali minori di limitare l’applicazione a casi “estremamente gravi”.

In Iran si registra invece un’impennata di esecuzioni. Secondo un monitoraggio effettuato da Iran Human Rights (IHR), Ong con sede in Norvegia che si batte contro la pena di morte nella repubblica islamica, nel 2010 in Iran sono state eseguite almeno 546 sentenze capitali contro le 402 dell’anno precedente. Nel 2011, non vi e’ stato alcun segno di un’inversione di tendenza.

Anzi, l’Iran ha assistito a un aumento drammatico delle esecuzioni nei primi mesi dell’anno: Iran Human Rights ha registrato 390 esecuzioni fino al 7 luglio. I dati reali potrebbero pero’ essere ancora piu’ alti, se si considerano le notizie diffuse da fonti indipendenti come ex detenuti, familiari e avvocati di condannati a morte. A riprova della recrudescenza del regime iraniano, sottolinea Nessuno tocchi Caino, si registra che a meta’ 2011 sono gia’ state impiccate in pubblico almeno 36 persone.

Situazione preoccupante anche in Corea del Nord. Secondo una fonte diplomatica interna citata dall’associazione, nel 2010 ci sono state 60 esecuzioni pubbliche, piu’ del triplo rispetto all’anno precedente. Le esecuzioni nel Paese asiatico sarebbero aumentate nel tentativo di rafforzare il regime durante il periodo di transizione al potere di Kim Jong-un, designato alla successione del padre Kim Jong-il. L’erede avrebbe richiesto “fucilazioni in tutto il Paese”.

PREMIATO IL PRESIDENTE DELLA MONGOLIA: ABOLIZIONISTA DELL'ANNO - E’ Tsakhia Elbegdorj, presidente della Mongolia, “l’abolizionista dell’anno” premiato dall’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’. Si tratta di un riconoscimento conferito ogni anno a chi piu’ di ogni altro si e’ impegnato sul fronte dell’abolizione della pena di morte. Da qui, la scelta del capo di Stato mongolo che il 14 gennaio 2010 ha introdotto una moratoria delle esecuzioni.

In quell’occasione, Elbegdorj si presento’ davanti al parlamento affermando che tale punizione toglieva dignita’ al Paese e sostenne la necessita’ di seguire l’esempio della “maggioranza delle nazioni del mondo che hanno scelto di abolirla”. Undici mesi piu’ tardi, il 21 dicembre 2010, la Mongolia per la prima volta voto’ a favore della risoluzione per una moratoria universale sull’uso della pena di morte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La presa di posizione di Elbegdorj e’ in linea con il personaggio, il primo presidente del Paese a non provenire dalle fila del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo ma al contrario salito alla ribalta delle scena politica come uno dei leader delle proteste pacifiche che nel 1990 misero fino a oltre 65 anni di dominazione comunista. In qualita’ di parlamentare, Elbegdorj, che ha compiuto una parte degli studi in Occidente ed ha fondato il quotidiano Ardchilal (‘Democrazia’), ha partecipato alla stesura della nuova Costituzione della Mongolia, nella quale sono stati inseriti richiami ai diritti umani ed e’ stata introdotta democrazia e libero mercato. Nel 2000 ha fondato il Mongolia’s Liberty Center, una Ong per i diritti umani, l’educazione e la liberta’ d’espressione. Il premio dell’associazione verra’ consegnato al presidente mongolo a Roma in ottobre, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte.

NAPOLITANO: ABOLIRE LA PENA DI MORTE E' UN VALORE ETICO E DI CIVILTA' - "L’abolizione della pena capitale e’ un obiettivo di “grande valore etico e civilta’ giuridica”. Lo scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio invitato al segretario dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” in occasione della Giornata di presentazione del rapporto annuale su “La pena di morte nel mondo”. Nel messaggio il Capo dello Stato ha espresso apprezzamento per “la tenacia con la quale l’organizzazione opera da anni”.

“Il rapporto 2011 - prosegue Napolitano - dedica giustamente attenzione alle opportunita’ dischiuse dai fermenti di rinascita politica e democratica nel bacino del Mediterraneo. Sono lieto che a questa presentazione sia autorevolmente presente la Tunisia, dalla quale sono venuti segnali incoraggianti nella direzione auspicata.

Le liberta’ civili, lo Stato di diritto e le istituzioni democratiche si difendono piu’ efficacemente dalle aggressioni violente quando la risposta e’ all’insegna della civilta’ giuridica e del rispetto dei diritti della persona umana. Ce lo ha ricordato di recente il luminoso esempio di compostezza e di attaccamento alle liberta’ democratiche offerto dalla Norvegia, pur ferita da una violenza cieca e insensata”.




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I Blink 182 "rubano" i video ai fan che hanno "rubato" la loro musica.

La Stampa


Curiosa applicazione digitale della legge del taglione. Per lanciare il nuovo singolo "Up All Night", la band utilizza filmati raccolti su YouTube.


Lo hanno chiamato "The blink-182 Film Festival You Didn't Know You Entered", il "film festival dei Blink 182 a cui non sapevi di partecipare". E' il nuovo video, distribuito su YouTube, con cui la rockband americana dei Blink 182 è tornata a farsi viva dopo un silenzio durato parecchi anni. Ed è una gran bella idea promozionale.



Il video è formato da un collage di spezzoni di filmati, rintracciati su YouTube, nei quali vari utenti hanno usato la musica della band per accompagnare evoluzioni sullo skateboard, performance sul palco, smorfie, cartoni animati o quant'altro. "Per lanciare il nostro primo singolo in otto anni", scrivono i Blink-182, "AT&T ci ha aiutato a setacciare YouTube, a caccia di ogni singolo istante in cui i fan hanno usato la nostra musica senza chiedere il permesso. E noi li abbiamo premiati. Questo film è formato da clip presi da tutti questi video. Grazie per essere fan".

Una sorta di legge del taglione aggiornata ai tempi digitali, insomma. Tu prendi la nostra musica, noi prendiamo i tuoi video. Certificazione dell'estrema volatilità dei contenuti nell'era dei bit, ma anche delle nuove possibilità di dialogo tra artisti e pubblico (e viceversa). Possibilità confermate anche dall'idea, pure azzeccata, di inserire i "credits" al termine del video.

Last but not least, da notare l'intervento diretto e dichiarato di uno sponsor, parte economica e commerciale sempre più presente nelle dinamiche del mondo musicale contemporaneo. Non a caso, i Blink 182 sono i testimonial di una nuova campagna pubblicitaria di AT&T.

Al solito, il meccanismo creativo di base non è una novità: di video-collage su YouTube ce ne sono ormai a bizzeffe. Ma il modo in cui è stato realizzato, e anche il risultato finale (ovviamente calibrato sul genere musicale e sull'immaginario giovanilistico e jackass tipico dei Blink 182), appaiono convincenti. Oltre il confine del copyright, nell'oceano di ingredienti, frammenti e possibili manipolazioni a disposizione degli artisti contemporanei, c'è un interessante spazio d'azione.

P.S. La nuova canzone si intitola Up All Night, e ci dovrebbe essere anche un altro video - quello "ufficiale" - in arrivo nei prossimi giorni.



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Tradito dalla patente con scadenza 2045: arrestato spacciatore

Il Messaggero


ROMA - Alla richiesta di un documento, il conducente, Z.G. 21enne albanese, ha mostrato alla polizia una patente di guida palesemente falsa, rilasciata dalle autorità greche con scadenza addirittura nell'anno 2045. È stato fermato nella tarda serata di ieri, dagli agenti del Commissariato Primavalle, mentre stava percorrendo via Casal del Marmo alla guida di un'autovettura. Insospettiti dagli strani documenti i poliziotti hanno effettuato un controllo approfondito trovando nel borsello dell'uomo il suo passaporto, rilasciato dalle autorità albanesi, ed un mazzo di chiavi.

L'auto, inoltre, è risultata appartenere ad un prestanome residente a Napoli e nel cruscotto gli agenti hanno trovato copia di una contravvenzione fatta allo stesso veicolo per una sosta vietata in via Borgarello. Il giovane ha ammesso di risiedere in un appartamento della zona, del quale ha aperto la porta. All'interno dell'immobile, in un borsone nascosto sotto al letto, gli agenti hanno trovato e sottoposto a sequestro 5.5 kg di marijuana e diversi 'ovulì contenenti alcuni grammi cocaina. In un cassetto dell'armadio, i poliziotti hanno trovato anche una pistola, poi risultata a salve, completa di caricatore e 45 cartucce. La proprietaria dell'appartamento, giunta sul posto poco dopo e sentita dagli operatori, ha dichiarato di aver affittato l'appartamento allo straniero circa due mesi fa ma di non aver provveduto a comunicare la sua presenza all'Autorità di Pubblica Sicurezza. Accompagnati entrambi negli uffici del commissariato Primavalle, Z.G. è stato arrestato per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente. La proprietaria dell'immobile invece è stata denunciata per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Giovedì 04 Agosto 2011 - 11:47




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Emergenza pronto soccorso, è crisi strutturale

Sono Clint, il cacciatore dei misteri in bottiglia"

La Stampa

Ha recapitato il messaggio di un padre alla figlia, vecchio di 50 anni


GLAUCO MAGGI


NEW YORK

Misteri in bottiglia spa, Clint Buffington amministratore unico. Non è il lavoro della sua vita, non ancora almeno, ma trovare bottiglie sulle spiagge, quelle chiuse che contengono messaggi, è diventata una passione, anzi una missione per Clint. Il giovanotto ha 26 anni e insegna lingua inglese alla Università del Kentucky a Lexington, ma dal 2007 ha un suo blog dedicato a studiare che cosa muova le persone al gesto irrazionale, tra speranza e disperazione, tra sogno e romanticismo, di affidare alle onde capricciose del mare la consegna di un qualcosa di personalissimo. Segreto ma non proprio, visto che qualcuno lo riceverà e lo leggerà, forse.

E’ quello che è successo, ultimo caso dell’archivio di Buffington, a Paula Pierce. Due decenni dopo la morte di suo padre, la signora ha ricevuto una sua lettera, miracolosamente preservata in una bottiglietta di vetro della Coca Cola. Mezzo secolo è durato il viaggio da Hampton Beach, nel New Hampshire nel nord est degli Stati Uniti, dove il padre aveva aperto un motel nel 1960 e dove Paula vive e lavora ancora avendo rilevato l’attività di famiglia, alle meravigliose dune di sabbia delle isole caraibiche Turks & Caicos.

E’ lì che un turista in vacanza dal Kentucky (avete indovinato: Clint Buffington), ha raccolto la bottiglia nella sabbia, incrostata di alghe, sigillata e con un pezzo di carta al suo interno. Ammaestrato dalla sua esperienza di «bottles scout», di cacciatore di bottiglie, Clint ha subito impacchettato il reperto per proteggere dalla luce e dall’aria il contenuto. L’avesse aperto subito, le condizioni del foglio si sarebbero deteriorate a tempo di record, rendendo con tutta probabilità illeggibile il messaggio. Una volta a Lexington, ha portato la bottiglietta a una stazione televisiva locale, perché voleva che il ritrovamento, trattandosi della bottiglietta visibilmente più antica della sua carriera, venisse certificato da testimoni affidabili.

Dallo scritto, Clint è risalito alla famiglia Pierce, ed è riuscito, postino del destino, a mettersi in contatto con Paula e a recapitare il messaggio. «È impressionante che la bottiglia fosse ancora intatta e che io sia ancora in questo posto», ha commentato la signora parlando con un giornalista del Boston Globe dopo che si era diffusa la notizia della eccezionale consegna. La donna si ricordava che, per gioco, non appena aperto l’alberghetto, il babbo scrisse una filastrocca dedicata a sua moglie e per scherzo mise il testo in una bottiglia e la gettò nell’Atlantico. «È come sentirsi in sincronia con l’universo, come se fosse scritto che tutto ciò che capitò allora alla mia famiglia dovesse alla fine ritornare da me», ha detto Paula.

Per Clint è solo uno dei tanti successi. «Quello dei Pierce è stato un gesto romantico e burlesco, e io provo grande gioia ad essere chi riceve messaggi come questo», ha spiegato raccontando che ha già ritrovato una quarantina di bottiglie con mistero annesso. A spingerlo non appena può sulle spiagge davantial mare aperto è proprio il desiderio di scoprire la forza e la debolezza umane che stanno dietro alla decisione degli «imbottigliatori» di fidarsi della regia magica e imperscrutabile delle correnti, dei venti e delle maree.

Tutto iniziò nel maggio del 2007, quando Clint decise di camminare lungo l’Oceano, in un tratto selvaggio di rocce e spiagge non frequentate. Una, per un gioco di correnti, era letteralmente ricoperta di bottiglie. Tutte vuote meno una, che non solo era chiusa ma faceva intravedere che c’era qualcosa di scritto al suo interno, un paio di nomi. Scattata la curiosità di scoprire chi fossero, mandanti o destinatari, Clint trovò così la missione. Impiegò un anno a risalire alle persone citate della prima bottiglia, e ci riuscì coinvolgendo i giornalisti locali della città riportata nel messaggio. Da allora ha affinato tecniche e contatti, soprattutto i seguaci del suo blog che lo aiutano con segnalazioni e consigli. Misteri in bottiglia spa, insomma, sta trasformandosi in «servizio postale» sempre più efficiente. Ma una volta scoperti, che fascino avranno i misteri?



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Le croniste del Mattino a Castellammare per verificare il rispetto della norma antiminigonne

Il Mattino

di Maria Pirro - Inviato

CASTELLAMMARE DI STABIA - Lo ripete tre volte. Senza abbassare lo sguardo. «Non può entrare». E ora l’impiegato non ammette repliche: l’ingresso è off-limits, la casa comunale un fortino inespugnabile se si indossano abiti succinti. «Niente minigonna per le donne e pantaloncini per gli uomini. C’è la parità di divieti» dice. Banditi, proibiti anche zoccoli e infradito.


Girare per Castellammare, però, non è come entrare in chiesa. L’ordinanza del sindaco Luigi Bobbio, l’ex pm della Dda che si è messo in testa di «moralizzare» i costumi stabiesi, nella prima estate del provvedimento, varato a ottobre 2010, è rispettata dentro il palazzo. Ma fuori, le multe non scattano. Lo rivelano le statistiche: nemmeno una sanzione in questi mesi tra gli oltre 1500 verbali annotati. Lo conferma la «prova rovente».

Ragazze scollacciate sfilano tranquille, senza timore di sanzioni. Davanti al Comune. Sul lungomare. In Villa. Scoprono le gambe, ma le vigilesse non bloccano nessuna. Trasgredire, di più: con l’abito «censurato» in municipio è possibile entrare nella sede distaccata della polizia municipale. E rivelare il retroscena: «Al comando, al 1° piano del comune, non si può accedere per via della gonna, troppo mini...». La replica: «Neanche qui, in teoria. Se il sindaco vedesse... Multa certa». Il pubblico ufficiale smorza il rischio appena accennato con un sorriso gentile e s’infiamma il dibattito tra la gente in fila. «Il sindaco non apprezza le cose belle», «Siamo in un comune talebano».

Di nuovo, all’ingresso del palazzo-fortino: la disposizione è anche affissa. Per difendere «dignità dei luoghi», ribadisce l’impiegato-guardiano. «È una lotta quotidiana far rispettare le regole». Pugno duro anche per i dipendenti comunali: un vigile in pantaloncini rientrato sabato in ufficio fuori dall’orario di lavoro è stato ammonito. «Da Bobbio in persona». L’impiegato allarga le braccia, fissa la piazza. C’è un andirivieni di uomini e donne in divisa. Fermarli per chiarimenti, non spinge gli agenti a intervenire.

«Non ci sono controlli, i vestiti osé si notano ancora» sintetizza don Catello Amato, confessore della cattedrale. Altro che «multateci tutte», la provocazione lanciata dalle femministe, tutte in minigonna nel giorno del via libera all’ordinanza per rivendicare autodeterminazione e libertà. Rievocando battaglie d’altri tempi. Quando le donne, donne coraggiose, nella città tormentata dalla camorra, costituivano comitati di difesa della legalità. Problemi affatto superati. Non ultima, la questione delle concessioni a prova di clan: gare per chalet e spiagge «insolitamente» andate deserte.

Si dirà: con questi serissimi scenari, è logico inseguire lo sfarfallio d’abiti succinti? Accusa già mossa al sindaco. Infilato un leggins sotto la minigonna, si può provare a «forzare» il blocco in municipio. A sorpresa, all’ingresso non c’è più l’ombra di un addetto. Si entra senza pass. Cravatta blu, l’ex pm spiega: «La ratio è restituire decoro urbano, ho trovato una città allo sbando. Poi ognuno può vestirsi come vuole, ma vestirsi». E la multa, in questo caso scatta? «Bè... È anche questione di interpretazioni». Non «intransigente» questa volta. «E poi, la mia non è una battaglia contro la minigonna...».

Al di là delle sanzioni e dei costumi, Bobbio, un risultato l’ha ottenuto: la sua ordinanza ha fatto il giro del mondo. Castellammare in onda sulla Bbc, Cnn, Fox News, Cnbc. Lasciando il Comune, ecco però l’impiegato tornare alla carica: «Anche con il leggins, non è corretto». Con la mano indica una porta laterale del palazzo. «Meglio passare di qui, per non dare nell’occhio. Il sindaco ha detto ok, ma non si può palesare uno strappo alla regola». Soluzione d’emergenza. Del resto, ogni fortino che si rispetti ha sempre la sua uscita segreta.



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Addio a Bubba Smith, star di Scuola di polizia

Corriere della sera

Trovato morto nella sua casa a Los Angeles. Da giovane vinse un Super Bowl nel 1971 con i Baltimore Colts



Smith nel ruolo dell'agente Hightower nella serie «Scuola di polizia»
Smith nel ruolo dell'agente Hightower
MILANO - Addio a Bubba Smith: l'attore, celebre per aver interpretato il personaggio di Moses Hightower nella serie Scuola di polizia, è scomparso a 66 anni. La notizia è stata data dal sito Tmz, secondo cui Smith è stato trovato senza vita nella sua casa di Los Angeles. La polizia, intervenuta sul posto dopo una chiamata, lo ha trovato morto. Ora si indaga sulle cause del decesso, a prima vista sembrerebbe morte naturale.
EX GIOCATORE - Prima di intraprendere la carriera cinematografica, Smith era stato un noto giocatore di football americano; nel 1971 vinse anche un Super Bowl con i Baltimore Colts. Charles Aaron Smith, vero nome di Bubba, era nato a Orange (Texas) il 28 febbraio 1945 ed era alto 201 centimetri. Ha interpretato l'agente Hightower dal primo Scuola di polizia del 1984 a Scuola di polizia 6: la città è assediata del 1989. Inoltre, ha preso parte alla serie tv omonima; anche nel cartoon era presente un personaggio ispirato a lui. Nei film l'agente Hightower, che spiccava tra gli altri per l'altezza fuori dal comune, aveva una forza sovrumana: usava le lunghe braccia per sollevare auto, catturare i ladri e fare altre «acrobazie». Bubba Smith ha interpretato anche il ruolo di un soldato nel film Balle spaziali e ha recitato in numerose serie tv anni Ottanta e Novanta come Tuono blu, La famiglia Bradford, Charlie's Angels e Wonder Woman.




Redazione online
04 agosto 2011 12:29



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Il «Gratta e vinci» allegato allo scontrino Così si combatte l'evasione fiscale

Corriere della sera

Il rotolo per il registratore di cassa viene fornito con il gioco: per «validarlo» occorre andare alla cassa


L'idea per combattere l'evasione
di Roldano Radaelli

MILANO - La lotta all'evasione fiscale in Italia forse passerà da una formula chimica. Come quella elaborata da due fratelli di Bovisio Masciago, in Brianza, grafici professionisti, che permette di stampare i sistemi «gratta e vinci» sulla carta termica degli scontrini fiscali. Pochi mesi di lavoro per trovare l'alchimia giusta, e poi testata a tutto spiano a livello internazionale da banche, colossi della grande distribuzione e aziende petrolifere.

L'INVENZIONE - L'idea, già concretizzata in Cina, funziona e ora, dicono, potrebbe diventare una pietra miliare per la lotta nazionale all'evasione fiscale: «Quanti di noi si dimenticano di chiedere lo scontrino per fretta o per la furbizia del commerciante - spiegano Ivan e William Brignani, i due inventori -. Se invece allegassimo allo scontrino la possibilità di un premio non ce lo scorderemo più». Per l'Agenzia delle entrate potrebbe essere come l'uovo di Colombo. I costi: «Nulli». Sostengono i due: «Il rotolo per il registratore di cassa viene fornito prestampato con i gratta e vinci e per validarlo occorre passare dalla cassa effettuando una compravendita». Lo Stato - aggiungono - potrebbe mettere in gioco risorse recuperate in questo modo dal nero; qualche commerciante virtuoso potrebbe utilizzare lo strumento per allargare gli affari.


L'APPELLO AL MINISTRO - La notizia del brevetto ha fatto il giro del mondo della grafica. Qualche telefonata dalle capitali europee è giunta fino al telefonino dei due fratelli. «Ma noi vogliamo partire dall'Italia - dicono -. Signor ministro, sperimentiamo questo sistema. Questo potrebbe essere il momento giusto».

03 agosto 2011(ultima modifica: 04 agosto 2011 09:49)

Ponti e vacanze, i record degli onorevoli

Corriere della sera

«Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini»


MILANO - Uffa, la crisi planetaria! Travolti da un'ondata di proteste, letteracce, ironie, commenti, moccoli e invettive, i «furbetti del pellegrino» hanno dovuto fare retromarcia: invece di cinque settimane e mezzo di vacanza ne faranno «solo» quattro e mezzo. Decisione saggia. Meglio tardi che mai. Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini. A loro parziale attenuante va detto che per decenni i deputati, nazionali e regionali, sono stati abituati a pigliarsela comoda. Basti ricordare la sosta invernale più lunga della storia, decisa agli sgoccioli del 2001 dall'Ars, l'assemblea regionale siciliana. Che dopo essere arrivata stremata al 21 dicembre, avendo lavorato con febbrile solerzia quasi due ore la settimana (senza manco riuscire a varare il bilancio) aveva deciso di aprire la strada al ponte di Messina con uno spettacolare «ponte» virtuale.

IL PONTE - Un «ponte» a sette campate settimanali che congiungeva il Natale a Capodanno, il Capodanno alla Befana, la Befana alla Settimana bianca e la Settimana bianca al Carnevale. Dandosi appuntamento per il 12 febbraio successivo. Totale di 52 giorni. E se quello resta il record, va detto che c'è chi ha tentato di insidiarlo. Come il parlamentino regionale dell'Abruzzo che l'anno scorso, dopo essersi riunito un'ultima volta il 9 marzo decise di fissare la riunione successiva il 20 aprile per un totale di 42 giorni. Pasqua, Pasquetta più qualche settimana prima e qualche settimana dopo. Lo stesso Parlamento romano non ha storicamente dato prova, sul versante vacanziero, di stakanovismo. È verissimo che l'attività a Montecitorio e a Palazzo Madama, da anni, riprendeva nella seconda settimana di settembre. A volte con qualche slittamento in avanti.

L'ESEMPIO - Un esempio? Rileggiamo l'Ansa del 29 luglio 2007: «L'Aula della Camera chiude i battenti domani per la pausa estiva: i lavori dell'Assemblea dopo le vacanze riprenderanno il 14 settembre, mentre il 7 settembre torneranno a riunirsi le commissioni parlamentari. È quanto ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio». Totale: 46 giorni. Alla faccia di tutte le polemiche che infuriavano intorno ai costi della politica. Anche quella volta, per inciso, c'era di mezzo un pellegrinaggio. Al Monte Athos, in Grecia. Da dove gli onorevoli viandanti, guidati da monsignor Rino Fisichella, cappellano di Montecitorio, tornarono addirittura il 17. Settimana più, settimana meno... Conosciamo l'obiezione: le sedute d'aula sono solo una parte del lavoro parlamentare, è più corretto calcolare le commissioni. Giusto.

LO STUDIO - Riprendiamo dunque uno studio del Sole24Ore di tre anni fa: «Poco più di un'ora: tanto è durata in media una seduta delle commissioni del Senato nella passata legislatura. Alla Camera ci si è fermati a 42 minuti. Poca roba contro le oltre cinque ore che Montecitorio ha dedicato alle sedute d'aula, due in più di quelle dell'assemblea di Palazzo Madama».

LE COMMISSIONI - Veniamo alla legislatura d'oggi? Mediamente ognuna delle 14 commissioni permanenti della Camera ha lavorato nel 2010 per 8.645 minuti: 2 ore e 46 minuti la settimana. Ancora meno hanno lavorato quelle speciali, bicamerali e d'inchiesta. Un paio di casi: nel luglio 2011 la Commissione per l'infanzia e l'adolescenza presieduta da Alessandra Mussolini si è riunita due volte per un totale di due ore e 15 minuti: 34 minuti a settimana.

Sempre a luglio la commissione per il controllo sugli enti previdenziali presieduta da Giorgio Jannone si è riunita tre volte per un totale di un'ora e 50 minuti: 27 minuti a settimana. Da stramazzare per lo sforzo. Non bastasse, il dipietrista Carlo Monai racconta all'Espresso che nella sua commissione «su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola». Quanto all'aula, nel 2010 l'assemblea di Montecitorio si è riunita per 760 ore e 16 minuti: 14 ore e 27 minuti a settimana.

Più di un quarto del tempo (quasi 219 ore) è stato però dedicato alle interrogazioni e ai question time , dove non c'è quasi mai nessuno. Altre 82 ore se ne sono andate in discussioni che riguardavano il destino di questo o quel parlamentare, per decisioni della giunta per le autorizzazioni a procedere o della giunta per le elezioni. Per la «mission» vera e propria, l'attività legislativa, sono rimasti 459 ore e 54 minuti: 8 ore e 50 minuti la settimana. Lavorassero davvero dal lunedì al venerdì come invocava Gianfranco Fini, sarebbero impegnati sulle leggi un'ora e 46 minuti al giorno. Applausi.

LA DECISIONE - È in questo contesto che va inquadrata la decisione presa martedì dalla conferenza dei capigruppo di riaprire i battenti solo il 12 settembre. Una decisione sbalorditiva: ma come, nel giorno della nuova caduta della borsa, del nuovo record di 384 punti base dello spread Btp/Bund, dello smottamento della Fiat nella scia dell'annuncio che le immatricolazioni di auto sono crollate ai livelli del 1983, dell'attacco della speculazione internazionale all'Italia? Come potevano pensare che un scelta così passasse liscia? Per questo mai retromarcia è stata benedetta («se si commette un errore è sempre meglio tornare sui propri passi che perseverare», ha spiegato Fini) quanto quella presa ieri in una nuova riunione dei capigruppo pretesa da Pd, Fli e dall'Italia dei valori, che da subito avevano contestato la vacanza lunghissima.

LE REAZIONI - Resta lo sbalordimento per certe reazioni di fastidio per l'irritazione dei cittadini. Come quella di Paola Binetti: «Se questo deve diventare l'ennesimo attacco alla classe politica, è chiaro che la ripresa dei lavori della Camera deve avere la priorità». Traduzione: se i qualunquisti non rompessero le scatole... Ancora più curiosa la resistenza del leghista Marco Reguzzoni. L'ultimo a difendere la vacanza lunga: «Non è possibile che il Parlamento calpesti la propria dignità cedendo alle pressioni dei giornali!». Chissà cosa avrebbero detto, a sentirlo, i leghisti duri e puri di qualche anno fa...



04 agosto 2011 07:58



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Chiamparino: "Superiorità morale? Mai esistita"

di Paola Setti


L'ex sindaco di Torino parla dello scandalo tangenti che investito e travolto i democratici: "Beh, sì, la storia delle mele marce da eliminare dal cesto non reggeva neppure ai tempi del Pci. Quella diversità antropologica, genetica, non c’è mai stata"




Pronto Sergio Chiamparino? Qui il motore della macchina del fango anti Pd...
«Lei avrebbe ragione a ironizzare se Bersani non avesse ammesso che una questione morale c’è. Ma lo ha fatto, e solo dopo ha reagito a un attacco sferrato da alcuni quotidiani, fra i quali il suo... Quando i pirati vanno alla carica, bisogna togliere le passerelle di accesso alla nave».
La vera carica qui è quella dei 101 indagati del Pd... Non sarebbe ora di finirla con la superiorità morale della sinistra?
«Beh, sì, la storia delle mele marce da eliminare dal cesto non reggeva neppure ai tempi del Pci».
Ripeta che registro.
«Quella diversità antropologica, genetica, non c’è mai stata».
Scrive Famiglia Cristiana: «Ai vertici del Pd, dove gli ex Pci sono maggioranza, la mazzetta per finanziare il partito sembra ancora consuetudine, senza diversità».
«Però vale la presunzione d’innocenza: come l’essere eredi del Pci non salva dall’incorrere in reati, non può neppure essere una condanna preventiva».
Siamo ancora fermi a Tangentopoli?
«Purtroppo sì, vedo molti parallelismi. La politica è ancora troppo pervasiva, gestisce troppi ambiti della vita delle persone...»
Che tradotto in termini pratici?
«Bisogna liberalizzare, privatizzare. Gli enti locali devono ridurre le loro quote di partecipazione nelle società pubbliche, in alcuni casi rinunciare. Perché quello è uno degli ambiti su cui si può allignare la questione morale».
L’occasione fa l’uomo ladro.
«Non è un teorema, io sono stato sindaco di Torino per 10 anni e non ho avuto guai... Ma prenda il caso Sesto».
Eh, per dirne uno.
«Lì è accaduto esattamente ciò che accadde con Tangentopoli: il mondo dell’economia, che si era creato certe aspettative, vedendole frustrate ha cercato altre strade per ottenere ciò che vuole. Non a caso fatti di 12 anni fa emergono soltanto oggi».
Ora tutti chiedono a Penati di autosospendersi dal Pd. Non è una richiesta ipocrita?
«In effetti non vedo che cosa l’autosospensione aggiungerebbe... Penati aveva il dovere di dimettersi dagli incarichi istituzionali, per rispetto dell’opinione pubblica e dei magistrati che indagano, e lo ha fatto».
Gli altri 100 indagati dovrebbero fare lo stesso?
«Vale per tutti. Io non sono per gli automatismi, perché bisogna sempre valutare il reato e il momento. Ma in questo momento in cui la classe politica non gode certo di grande appeal con l’opinione pubblica non bisogna tentennare e fare un passo a lato».
Passo a lato anche per il senatore Alberto Tedesco?
«Il Pd glielo ha chiesto più volte».
Però l’ha salvato in Parlamento...
«Lì ci sono stati comportamenti poco trasparenti, difficile capire da parte di chi».
C’è un problema di selezione della classe dirigente?
«Lei dalla voce è giovane e certo non ricorda l’intervista a Berlinguer nell’81...».
La sappiamo tutti a memoria ormai, da tante volte la citate...
«Ma vede, quell’analisi è ancora attuale. Il problema sono sempre i partiti ridotti a correnti, a gruppi».
E che si fa?
«Nel ’92 i referendum di Segni sull’abolizione delle preferenze sembrarono il solo modo per selezionare la classe dirigente».
Oggi si pensa di reintrodurle: andate a tentoni...
«Sembra paradossale, ma forse restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti servirà a responsabilizzare i politici... Ogni Paese ha la classe dirigente che si merita, diceva Gramsci».
Andiamo bene...
«Vede, in pochi ricordano, o forse rimuovono, che dopo Tangentopoli Berlusconi vinse le elezioni cavalcando il moto di rivolta, facendo sognare gli italiani».
E adesso?
«Adesso non si vede più neppure un Berlusconi all’orizzonte. Il rischio è che si passi dal populismo privatistico di Berlusconi al populismo neo-statalistico targato Vendola-Di Pietro».
Tiè, frecciata agli alleati!
«Nel ’92 la politica era impreparata alla caduta del Muro di Berlino. Oggi lo è di fronte alla caduta del Muro di Pechino».
Cioè?
«Al Pd serve un progetto di profilo riformistico che punti a usare il mercato il più possibile, riducendo la pervasività della politica e dando risposte adeguate alla globalizzazione».
E il Chiampa che farà da grande?
«Se viene l’addetto al censimento io rispondo: pensionato».
C’è troppo da fare per starsene in pensione.
«Se Bersani mi chiama sono qui, ma solo per una battaglia riformista e non neo-statalista».




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La formula che scova il nepotismo nelle università italiane

Corriere della sera

Ricercatore (in fuga) calcola i cognomi identici tra i prof



Ecco la formula anti-nepotismo all'Università

ROMA - Marie Curie vinse il Nobel insieme al marito Pierre, e qualche anno dopo lo stesso premio andò alla loro figlia Irene, sempre con il consorte. In famiglia il talento era di casa. Non sempre accade lo stesso dietro quei cognomi che, a scorrere la rubrica telefonica delle università italiane, si ripetono pagina dopo pagina. «Measuring Nepotism: the Case of Italian Academia» è il titolo della ricerca di Stefano Allesina, cervello in fuga che da Carpi è volato a Chicago, dove si occupa di modelli matematici applicati all'ecologia. Misurare il nepotismo, calcolare il peso dei baroni. D'accordo, ma come?

LA BANCA-DATI - Spulciando la banca dati del ministero dell'Istruzione, questo ricercatore di 35 anni ha controllato quante volte lo stesso cognome si ripete dentro le nostre 94 università. Un lavoro lungo ma in fondo semplice, «statisticamente rozzo» come spiega lui stesso al telefono. Perché avere lo stesso cognome non vuol dire per forza essere parenti, visto che ci possono essere casi di omonimia.

E perché le vie del nepotismo sono infinite, con la possibilità di concedere la spintarella ad amici, cugini e magari amanti che si chiamano in altro modo e quindi sfuggono ad un controllo del genere. Tra gli oltre 61 mila professori e ricercatori a tempo indeterminato delle università italiane, ci sono 4.583 cognomi ripetuti due volte, 1.903 che compaiono tre volte. Il record spetta ai signor Rossi, ovviamente, ce ne sono 255, seguiti da Russo, Ferrari e Romano.

Tutti sopra quota cento ma in fondo sono anche i cognomi più diffusi nel Paese. L'analisi diventa più interessante quando si calcola il tasso di nepotismo all'interno delle singole università. Le cose vanno peggio al Sud, con il primo posto assoluto alla Lum Jean Monnet, piccolo ateneo privato della Puglia, seguito da Sassari e Cagliari, mentre per trovare la prima università del Nord bisogna scendere fino alla 15esima posizione con Modena e Reggio Emilia.

LE AREE DISCIPLINARI - Altra classifica per le aree disciplinari: i sospetti maggiori si concentrano su Ingegneria industriale, seguita da Diritto, Medicina, Geografia e Pedagogia. I settori più virtuosi, invece, sono Demografia, Linguistica e Psicologia.

Anche qui un indizio non fa una prova. Ma il ricercatore sottolinea alcuni cognomi non proprio comunissimi: «In Economia il quinto cognome più diffuso è Massari, in Veterinaria il primo è Passantino». Sbotta Luigi Frati, rettore della Sapienza con due figli e una moglie che hanno seguito la carriera accademica: «La meritocrazia non ha cognome. Piuttosto si veda se uno studioso è bravo oppure no».

E per questo cita l'indice H, che misura l'impatto del lavoro degli scienziati: «Il mio è 45, quello del ricercatore americano 11». Virgilio Ferrario, preside di Medicina alla Statale di Milano, dice che il «nepotismo c'è ma si faccia la cortesia di vedere cosa succede nell'amministrazione pubblica». Lui, l'autore dello studio, ribatte di «aver solo offerto uno strumento per combattere il fenomeno». E dedica il suo lavoro ai ricercatori italiani all'estero. Forse ne avrebbero ancora più bisogno quelli rimasti a casa.


Lorenzo Salvia
04 agosto 2011 08:47



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Il deputato Pd inquisito ha il divieto di dimora ma riesce a riconquistare il posto alla Camera

di Mariateresa Conti


Paradosso in Sicilia. Il commissario dello Stato ha rimesso al suo posto al Parlamento siciliano Gaspare Vitrano, arrestato nel marzo scorso per concussione. Lui però non può mettere piede nell'Isola per ordine del giudice


È stato beccato praticamente in flagrante, con una mazzetta da 10mila euro (che lui sostiene che mazzetta non fosse) calda calda in tasca. E per questo, con l'accusa di concussione, è stato arrestato e quindi sospeso dal Parlamento siciliano, in ossequio alla norma che prevede che gli inquisiti debbano lasciare la poltrona. Ma adesso il commissario dello Stato dice che Gaspare Vitrano, deputato regionale del Pd che tanto imbarazzo al partito ha portato per i suoi guai giudiziari, deve tornare al suo incarico istituzionale. Anche se, di fatto, potrà svolgerlo solo per corrispondenza visto che, il giudice dixit, gli è stato imposto il divieto di dimora in Sicilia.

Et voilà, il pasticciaccio è servito. L'ennesimo paradosso tutto siciliano è esploso in apertura di seduta all'Assemblea regionale siciliana, quando il presidente dell'assemblea ha comunicato la decisione del commissario dello Stato e il reintegro del deputato regionale inquisito. Imbarazzo tra tutti, Pd incluso, che si è affrettato a ricordare che Vitrano - prima dei guai giudiziari tra i big del partito forte di oltre 13mila preferenze che ne avevano fatto il primo degli eletti - è stato subito sospeso, dai democratici e dal gruppo.

Ma sospensione o no, adesso salvo un beau geste tipo dimissioni che ora però non si vede nemmeno all'orizzonte, tornerà alla sua poltrona. Ma, e questo è il vero paradosso, solo virtualmente, visto che non può mettere piede in Sicilia per ordine del giudice. Ironizza velenosissimo l'avvocato Salvino Pantuso, il primo dei non eletti del Pd che a maggio aveva conquistato lo scranno e che adesso si vede scippare la poltrona contro ogni previsione: «Adesso Vitrano legifererà da Roma, la gente non capisce queste cose di palazzo. Questa notizia si commenta da sola. Ho fatto il deputato per due mesi e ho presentato due disegni di legge».

Che accadrà? Difficile dirlo. Forse, visto il numero di inquisiti sparsi per il parlamento siciliano, sarebbe il caso di organizzare le sedute in videoconferenza.




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Adesso Fini salva la Fondazione di Montecitorio Soldi a Bertinotti per avere un futuro garantito

di Fabrizio De Feo

Il presidente ha "salvato" l'istituto che garantisce un ufficio agli ex che non vengono rieletti in futuro. Lo stop alla proposta di Laboccetta ci è costato 15 milioni di euro, ma 446 deputati hanno votato per continuare con gli sprechi


Roma

Corre molta differenza tra uno slogan e un’azione concreta. E così, nella stagione in cui tutti o quasi i politici si sintonizzano su parole d’ordine assolutamente obbligate alla luce del momento economico che stiamo vivendo - «tagliare le spese non necessarie», «ridurre i costi della politica», «favorire la trasparenza del trattamento economico riservato agli eletti» - nella prassi dei voti parlamentari le cose vanno in maniera differente.

L’ultimo caso di resistenza delle Camere alla messa in pratica dei buoni propositi si è verificato ieri nel corso della discussione sul bilancio interno di Montecitorio. Un appuntamento parlamentare di quelli che rivestono un inevitabile significato simbolico e diventano cartina di tornasole della reale volontà dei rappresentanti del popolo di imboccare la via dell’austerità. Alla prova dei fatti i deputati sono incappati in almeno un paio di bucce di banana.

La prima scivolata è avvenuta sul voto con il quale è stato bocciato il tentativo di Amedeo Laboccetta di imporre la chiusura della Fondazione Camera dei Deputati. Il combattivo parlamentare napoletano ce l’ha messa tutta. Ha sollecitato più volte un intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dell’ufficio di presidenza. Alla fine, a forza di insistere, è riuscito a portare in Aula la richiesta di abolizione di quello che, a suo dire, può essere considerato a tutti gli effetti «un ente inutile». Risultato: proposta respinta con 446 voti contrari, 57 favorevoli e 30 astenuti.

Alla fine il commento di Laboccetta è segnato dall’amarezza e dalla delusione. «Con questo voto Fini ha salvato la poltrona del compagno Fausto Bertinotti di presidente della Fondazione Camera dei Deputati. La Camera poteva impegnare subito l’ufficio di presidenza di Montecitorio per fare in modo che si sciogliesse la Fondazione, voluta dal presidente Casini nel 2002, ente sostanzialmente inutile e costoso che ha già gravato sui nostri bilanci per circa 15 milioni di euro, buono solo per far rimanere nel giro gli ex presidenti della Camera non rieletti deputati».

Il deputato del Pdl, comunque, non si dà per vinto. «Nel voto 86 parlamentari hanno votato in difformità rispetto alle indicazioni dei loro gruppi. Fini dovrà tenerne conto. Lo scioglimento della Fondazione è solo rinviato. Questo spreco di denaro pubblico non può continuare visto che le iniziative di promozione e immagine della Fondazione potrebbero essere tranquillamente svolte direttamente dalla Camera stessa. Peraltro non mi risulta che il Senato abbia costituito una Fondazione con compiti simili e questo ne comprova l’inutilità».

La sortita di Laboccetta non è, però, l’unica ad essere rispedita al mittente. Nelle stesse ore la parlamentare radicale Rita Bernardini, da sempre in prima linea nel fare le pulci a spese e comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni, tenta di sottoporre all’aula un ordine del giorno con il quale chiede la pubblicazione sul sito della Camera - senza preventiva liberatoria da parte dei parlamentari - di tutte le informazioni riguardanti l’anagrafe patrimoniale e le spese elettorali sostenute dai deputati. Fini, però, dichiara inammissibile la richiesta e chiude la questione sul nascere.

Finora, alla faccia della trasparenza in politica, solo 107 deputati (tra cui i ministri Brunetta e Frattini) su 630 hanno concesso il via libera alla pubblicazione online della propria dichiarazione dei redditi. Il documento è altrimenti consultabile un solo giorno all’anno. «È dal 2008 che come Radicali ci stiamo battendo per la trasparenza» spiega Bernardini. «Pubblicando online i dati patrimoniali dei parlamentari sarebbe possibile farsi un’idea dell’operato di chi ci governa in maniera trasparente e responsabilizzare le loro scelte. Tuttavia, appellandosi alla privacy, deputati e senatori si sono potuti rifiutare di rendere pubblici questi dati. Ma noi non ci fermiamo di certo. È stata ad esempio respinta la nostra richiesta di dare pubblicità alla dichiarazione dei contributi versati ai partiti. Ebbene ci penseremo noi a farlo e metteremo online tutti i contributi ai partiti dal 2003 ad oggi».




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Gara truccata per dare il bus 712 all’Atm"

Il Giorno

Il teste chiave Di Caterina: le «stravaganze» dei Comuni di Sesto e Cinisello sui mezzi pubblici.







Filippo Penati in Consiglio Regionale





Milano, 4 agosto 2011




C'è un motivo, se la nuova Tangentopoli nasce sui pullman che corrono fra Sesto e Cinisello. E non può essere un caso se la Guardia di finanza, il 20 luglio durante la perquisizione della casa di Filippo Penati, trova un fascicolo denominato «712».È la linea di autobus che nel 1997 viene affidata tramite gara alla Caronte di Piero Di Caterina. Poi, nel 2010, il colosso Atm partecipa al nuovo bando e vince. Di Caterina punta il dito: «Gara truccata nelle premesse per poter partecipare, cioè avere un fatturato di 175 milioni e gestire anche trasporto su ferro». E parla di «atteggiamenti stravaganti dei Comuni di Sesto e Cinisello e violazioni da parte di Atm che non ha ancora firmato il contratto di servizio, non ottemperando alla legge regionale 22 del 1998 che impone all’azienda milanese di farsi carico (subentrando al vecchio gestore, ndr) sia dei mezzi, cosa mai avvenuta e infatti 18 pullman della Caronte sono fermi nel deposito, sia del personale di Caronte, cosa avvenuta con mesi di ritardo». Atm, interpellata sulla vicenda, non rilascia dichiarazioni.


La storia è strana, fatta di denunce, ricorsi e cause ancora pendenti. In mezzo, un rapporto della Polizia locale di Cinisello del 3 giugno scorso sulla regolarità del servizio e un passaggio di cariche, quello di Mario Spoto: da direttore generale a Cinisello (retribuzione annua: 99.297 euro) diventa segretario generale a Sesto, con uno stipendio di 90.293 euro. Quando il direttore generale di Sesto, Marco Bertoli, lo chiama, Spoto accetta pur sapendo di perdere un grado e guadagnare di meno. Scelte personali, ma di sicuro il nome di Spoto non è popolarissimo dalle parti della Caronte. È lui, nel dicembre 1999, a mettere nero su bianco una lettera, chiedendo ad Atm di «ottemperare» e prendendo di fatto le difese di Caronte. Poi però, nel marzo 2010, firmerà un altro atto dirigenziale, più favorevole ad Atm.


Alla fine dell’anno Spoto lascia Cinisello per Sesto. Il resto è cronaca. O meglio, è una contesa infinita fra Di Caterina e Atm che si gioca al Tar e nelle Procure di Monza e Milano. Il titolare della Caronte, in una lettera ad Atm del novembre 2010, accusa l’azienda di «non sottoscrivere il contratto (per la linea 712, ndr) per avere la possibilità di erogare servizi al prezzo e alla quantità che si vuole, riuscendo a costruire contabilità artificiose nella ripartizione di introiti comuni, come quelli riconducibili al Sitam e, quindi, sottraendo denaro pubblico. Questi sono crimini economici». Tuttavia Atm, dopo la pesante missiva, non denuncia Di Caterina. Mentre l’accusatore, interrogato dai magistrati, ripete le stesse parole di fuoco contro Atm, con nomi e cognomi dei manager del colosso di trasporto pubblico. Ecco perché la nuova Tangentopoli corre sui pullman.


La lista degli indagati


di Ersilio Mattioni




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Marco, il manager diventato eremita

Corriere della sera

Una vita senza corrente elettrica, coltivando l'orto «Prima il lavoro era totalizzante. Ora sono in armonia»



L'ex manager Marco davanti al suo orto

«La mia vita è cambiata dieci anni fa: a gennaio del 2001 mi trovavo per lavoro all’Holiday Inn di Manhattan, a giugno dormivo nei fienili in Toscana». Marco, trentasette anni compiuti, ex manager Yamaha ed ora eremita in Abruzzo, ride. Il contrasto delle due immagini lo diverte. Per parlare con quest’uomo riflessivo, pacato e accogliente, i cui tratti incorniciati dalla capigliatura rasta ricordano vagamente quelli di Bob Marley, abbiamo dovuto camminare parecchio. Mezz’ora buona di ripida montagna tra Rocca Santa Maria e Valle Castellana, in provincia di Teramo, al confine tra l’Abruzzo selvaggio e le Marche. Dove è possibile incontrare i lupi e, giurano alcuni, anche gli orsi. D’altronde, l’eremita del borgo abbandonato di Valle Pezzata, che fino all’età di ventisette anni era product manager dell’Italaudio, storico distributore nazionale del marchio Yamaha per hi-fi con sede a Legnano, non se l’è scelta facile l’esistenza.

CURRICULUM - Laureato in Economia alla Bocconi con una tesi dal titolo eloquente («Metodologie di valutazione ambientale e sviluppo sostenibile», relatore il professor Pierluigi Sacco, volto noto alla Rai come divulgatore, ora ordinario alla Iulm di Milano), Marco già allora tentava di dare un’interpretazione diversa della realtà che lo circondava. «Volevo confutare – ci spiega - le tesi di coloro che, finanziati dalle multinazionali, cercano di far passare per scienza le convinzioni politiche». Dopo la laurea, conseguita a pieni voti, lavora un anno e mezzo per il marchio giapponese. Le dimissioni arrivano improvvise ed inaspettate, soprattutto per i genitori. «Non ero in armonia con le mie inclinazioni – dice – e sapevo che quella del manager non era la mia strada. L’avevo scelta come banco di prova e come estensione del corso di studi. Ma era un’esperienza totalizzante. Al di là delle otto ore di ufficio, il lavoro assorbiva completamente la mia vita. Era difficile staccare la spina quando tornavo a casa. Invece io volevo stabilire un contatto più profondo e più armonico con l’ambiente circostante». «Una scelta coraggiosa – la definisce oggi Marco Puchetti, fino al 2003 direttore commerciale all’Italaudio -, tanto più se si considera che Marco era un ottimo manager e aveva iniziato il proprio percorso professionale in una realtà aziendale notevole».


FAMIGLIA - Marco è cresciuto a Busto Arsizio, nel Varesotto, cullato e protetto da una famiglia benestante che tutto si aspettava tranne che il figlio rifiutasse il consumismo e le comodità e abbracciasse un’esistenza fatta di cose elementari. «La presero – ricorda - come una scelta che non poteva stare in piedi, un gesto di temporanea follia. Contavano sul fatto che, finiti i soldi della liquidazione, sarei tornato». E invece accade il contrario. «Mi sono accorto presto – prosegue - che la mia vita era sommersa dai bisogni secondari indotti dal sistema in cui vivevo. Ero pieno di cose che non mi servivano e di cui pian piano mi dovevo liberare. In questo modo è stato più facile rendermi autonomo rispetto ai bisogni primari legati alla sopravvivenza, al cibo, ai vestiti e ad un riparo sopra la testa, e indirizzare quelli secondari nella direzione in cui volevo, senza che fossero condizionati dal marketing, dalla politica o da qualche scuola spirituale». L’ex manager trascorre circa otto anni nell’ecovillaggio della Valle degli Elfi, sull’Appennino tosco-emiliano. Due anni fa, in pieno inverno, si sposta in Abruzzo per dar vita ad un’altra comunità.

IN DUE - All’inizio, a Valle Pezzata, erano in quindici, ora sono in due. Con Marco c’è Artur, un polacco di 41 anni che dopo aver girato mezza Europa ha deciso di fermarsi qui. Abitano distanti l’uno dall’altro ma conducono vite simili. Ogni tanto fanno capolino in paese, a Rocca Santa Maria, dove hanno un buon rapporto con la comunità locale, o girano per borghi suonando alle feste e alle sagre. Poi tornano nel loro Eden, rinunciando alla corrente elettrica per seguire i ritmi del sole. D’inverno dormono molto, d’estate meno. «Il mio corpo – spiega Marco - si sveglia quando non ha più la necessità di riposare. È la montagna che detta i tempi». E l’alimentazione? «Si basa sul selvatico, cioè su quello che ci offre spontaneamente la terra. Coltiviamo l’orto, seguendo i consigli degli anziani contadini, e l’acqua la prendiamo dal torrente. Pensa, noi qui non produciamo quasi rifiuti… altro che Napoli!». E mentre il mondo vive con il fiato sospeso per l’incubo default, Marco offre la sua versione della Storia: «Se ognuno eliminasse il superfluo e attraverso l’introspezione cominciasse a soddisfare i bisogni primari, capirebbe più facilmente cosa lo può appagare…».

Nicola Catenaro
02 agosto 2011(ultima modifica: 04 agosto 2011 07:18)