domenica 7 agosto 2011

Beniamino, il gemello siamese "condannato" a vivere

La Stampa

Il fratello morì due anni dopo l'operazione. La famiglia: «Abbandonati dallo Stato»
MARIA CORBI



NUSCO (Avellino)

Non deve essere facile in questi giorni che le gemelline di Bologna combattono all’ospedale Sant’Orsola per la vita. Non deve essere facile per Beniamino che 18 anni fa ha combattuto tanto insieme al fratellino per farcela, gemelli a ipsilon un caso, il loro, ogni 100 anni spiegavano i medici, in comune fegato, reni e apparato genitale. Un chirurgo inglese, Edward Kiely li separò con un intervento infinito e difficilissimo. Ma Mario ha resistito solo per due anni, poi ha lasciato Beniamino da solo.

In quei giorni del 1992, e dopo quando furono operati, i giornali erano affollati della loro storia e sembrava che l’Italia intera volesse in qualche modo condividere questo momento con la famiglia, gente semplice nel cuore dell’Irpinia, una casa in campagna tra Lioni e Nusco. Il papà Angelo, lavorante in una vetreria del paese, mamma Rosa, con altri figli da accudire, Amato, Antonio e la Mirella. Ma poi tutti sono tornati alle loro normalità, e la mamma e il papà, i nonni, gli zii di questo bambino dal carattere «che non molla» sono rimasti soli. Le istituzioni hanno latitato. Le promesse si sono spente insieme alle luci dei riflettori. E oggi che Beniamino deve iscriversi all’Università, affrontare un’altra difficoltà, questo vuoto si fa sentire come una fitta di ingiustizia. «Questo non è un paese civile», dice mamma Rosa. «Siamo stati lasciati soli per tutto. E non è stato facile visto che mio figlio deve andare a Londra diverse volte all’anno dai medici che l’hanno creato, perché questa è la parola esatta: creato. Loro conoscono tutti i suoi innumerevoli problemi, come è fatto».

Perché per far sopravvivere i due gemelli, i medici hanno dovuto spartire tra loro gli organi, dividerli, riposizionarli. «E’ stata ed è durissimo, combattiamo da allora e continueremo a farlo». Da soli. «Partiamo sempre soli io e mio figlio, continua Rosa, perché comprare anche il biglietto per mio marito sarebbe troppo caro e poi ci sono gli altri due figli a casa e il lavoro». Per non parlare della burocrazia: «Ci rimborsano solo le spese delle visite mediche ed è comunque una guerra. E da quando Beniamino a ottobre ha compiuto 18 ani, gli hanno sospeso la pensione di invalidità perché dicono che devono fare i controlli. Ma quali controlli devono fare? E’ inutile anche arrabbiarsi».

Dietro a questa rabbia anni difficili con l’unica consolazione di avere un ragazzo meraviglioso, che non si è mai arreso e che incoraggia la mamma e il papà, si tiene in contatto con i medici su Facebook e ha imparato a perfezione l’inglese per parlare con loro. Beniamino non vuole più raccontarsi, si è stufato di essere «una storia» da leggere e per cui magari anche commuoversi, emozionarsi, ma senza che mai poi chi dovrebbe decida di fare qualcosa per lui. E quel qualcosa sarebbe un suo diritto. «In un paese civile», ripete ancora mamma Rosa che sembra arrivata allo stremo delle forze. «Devo fare qualcosa adesso, urlare per farmi sentire, per lui».

Il sogno dell’Università, come per gli altri due figli. Beniamino è bravissimo in matematica e computer, ma senza una gamba e con la necessità di essere assistito non sarà facile continuare a studiare, magari in una facoltà scientifica. «Abitiamo in un paesino di montagna e le università più vicine sono a Salerno e a Napoli», spiega Rosa. «Lo abbiamo detto a Beniamino che se lo desidera noi ci saremo anche per l’Università e significa accompagnarlo e stare con lui, con tutto quello che questo implica di organizzazione e soldi» «Devo fare qualcosa adesso, per lui. Non è giusto. Mi hanno contattato dei giornalisti inglesi per scrivere la nostra storia e raccontare anche come funzionano le cose in Italia quando hai veramente bisogno. Vorrei proprio farlo per far passare il sonno a qualcuno».

Il dolore di essere stati abbandonati si amplifica in questi giorni in cui le gemelline del Sant’Orsola lottano per sopravvivere: «Solo chi c’è passato può capire veramente, conoscere ogni sfumatura della paura, del dolore e dell’amore», dice Rosa. Anche Beniamino segue il caso di Bologna e il pensiero va a quando c’era anche Mario. «Se lo ricorda, certo, aveva due anni quando è volato via. E spesso lo trovo che guarda le fotografie di loro due insieme e anche i filmini. Non gli abbiamo mai nascosto nulla, e comunque non sarebbe stato possibile. Spesso dice: “Sarebbe bello averlo ancora qui con noi”».

Il pensiero corre lontano quando i bambini tornarono a casa, la famiglia finalmente riunita dopo un anno passato in Inghilterra. E poi di nuovo il dolore con la scomparsa di Mario, soffocato da un rigurgito, da sempre il più fragile. Un vuoto che ancora oggi si sente in questa casa piena di calore e dignità. Beniamino è andato avanti da solo, senza mai dimenticare il fratello, l’altro pezzo di se. Una infanzia piena di ostacoli, con la salute in bilico, soggetto a continue infezioni urinarie accompagnate da dolori e febbri continue. «Lui è docile», raccontava allora la mamma, «si adatta, non fa capricci, cerca in tutti i modi di aiutarci. Ha bisogno di poco, gioca con i fratelli, legge Topolino, è tranquillo e socievole anche se soffre molto». Oggi, il tempo della sofferenza non è ancora passato e Rosa fa un ultimo appello: «Qualcuno ci aiuti». Un urlo nel silenzio assordante e crudele di questi anni.



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Cose sottratte e danneggiate in albergo: quando e in che limiti risponde l'albergatore?

La Stampa

Maria nefeli gribaudi
Il Contratto di albergo, pur essendo frequente nella realtà economico-sociale, non trova una specifica  regolamentazione all'interno del codice civile né da parte della legislazione speciale.

Si tratta infatti di un contratto atipico,  non  espressamente previsto in sede legislativa, in forza del quale l'albergatore, organizzando la sua attività in forma di impresa, si obbliga al compimento di molteplici prestazioni, aventi tra loro natura diversa: la locazione dell'alloggio, la fornitura di servizi e  la custodia delle cose del cliente.

Sotto il profilo formale si tratta di un contratto a  forma libera che può concludersi per iscritto tramite telegramma, fax, lettera cartacea o elettronica, ovvero verbalmente, di persona o telefonicamente o, infine, attraverso un comportamento concludente. In riferimento a quest'ultimo, non è tuttavia sufficiente l'ingresso nei locali dell'albergo, ma occorre, invece, che sia formulata la richiesta di alloggio e che vi sia la relativa disponibilità, indipendentemente dalla concreta assegnazione e, a maggior ragione, dell'occupazione dell'alloggio.

Il contratto d'albergo può anche concludersi per via telematica attraverso la compilazione degli appositi moduli reperibili sui siti internet degli alberghi. In tal caso vengono applicate le disposizioni della Direttiva sul commercio elettronico CE 31/2000, recepita dall'ordinamento italiano con d.lgs. 70/2003, secondo cui l'albergatore deve dare conferma dell'ordine al cliente senza   ritardo e per via elettronica.
Responsabilità per le cose sottratte, distrutte, deteriorate in albergo
Il codice civile agli articoli 1783 e seguenti, tuttavia, si interessa espressamente del contratto di albergo laddove prevede specifiche regole che definiscono e  limitano la responsabilità dell'albergatore.
Tale responsabilità, è diversamente graduata a seconda della circostanza che le cose sottratte distrutte o danneggiate siano solo portate dal cliente in albergo ovvero siano da questi effettivamente consegnate in custodia all'albergatore.
Si tratta di norme inderogabili dall'autonomia contrattuale delle parti ed i patti contrari, volti ad escludere o a limitare la responsabilità dell'albergatore, sono affetti da nullità e sostituiti dalla disciplina prevista dalla legge.
Responsabilità per le cose portate in albergo  Sono considerate cose portate in albergo:

a) le cose che vi si trovano durante il tempo nel quale il cliente dispone dell’alloggio;

b) le cose di cui l’albergatore, un membro della sua famiglia o un suo ausiliario assumono la custodia, fuori dell’albergo (perché nel caso contrario si ricade nell’ipotesi di cose consegnate in custodia) durante il periodo di tempo in cui il cliente dispone dell’alloggio.

c) le cose di cui l’albergatore, un membro della sua famiglia o un suo ausiliario assumono la custodia sia nell’albergo, sia fuori dall’albergo, durante un periodo ragionevole, precedente o successivo a quello in cui il cliente dispone dell’albergo: è questa la tipica ipotesi del bagaglio inviato prima dell’arrivo o lasciato dopo la partenza per essere prelevato dopo la spedizione.
Le cose dimenticate in albergo, invece, non soggiacciono a tale disciplina: in tal caso, infatti, il contratto alberghiero viene meno, avendo ormai esaurito i suoi effetti e troverà applicazione la disciplina generale dettata dall'articolo 2043 del codice civile il quale subordina, tra l'altro, la responsabilità alla prova del fatto colposo o doloso dell'albergatore.
La responsabilità dell'albergatore, quando si tratti di cose portate in albergo, ovvero quando siano ivi introdotte senza che delle stesse vi sia stata materiale consegna da parte del cliente, incontra un limite quantitativo: il risarcimento del danno è limitato al valore delle cose sottratte, distrutte o deteriorate, sino ad una somma pari all'equivalente di cento volte il prezzo di locazione dell'alloggio per giornata.
Il parametro del prezzo di locazione dell'alloggio per giornata sottolinea il nesso esistente tra la prestazione alberghiera ed il dovere di protezione delle cose del cliente, quale obbligazione accessoria strumentale al soddisfacimento della prima.
Secondo le regole generali, spetta in ogni caso al cliente provare l'introduzione della cosa in albergo e l'entità del danno subito.
Per prezzo di locazione giornaliero dell'alloggio deve intendersi il corrispettivo pattuito dalle parti per il godimento della camera e per la somministrazione dei servizi ed accessori indispensabili; rimangono invece esclusi i servizi accessori.
Tale parametro, tuttavia, assume una portata più ampia quando sia pattuito, fin dall'origine, un prezzo comprensivo sia dell'alloggio sia di prestazioni accessorie ed ulteriori, ad esempio la somministrazione dei pasti, qualora queste siano assunte negozialmente quali condizioni imprescindibili dell'alloggio.
Il limite massimo del danno risarcibile, tuttavia,  viene meno qualora la sottrazione, distruzione, ed il deterioramento delle cose portate in albergo siano  dipesi da colpa dell'albergatore, dei membri della sua famiglia o dei suoi ausiliari, da valutarsi in riferimento alla natura dell'attività professionale esercitata.
La colpa dell'albergatore può anche tradursi nell'inadeguatezza o nell'inefficienza dell'organizzazione alberghiera, ovvero in un comportamento negligente o imprudente tenuto dall'albergatore o dai suoi collaboratori, che sia causa o concausa della produzione del danno; sarà tuttavia onere dell'albergatore provarne l'esistenza del comportamento colposo.  Quando il danno sia ascrivibile a colpa dell'albergatore non sussiste quindi il limite del centuplo del prezzo giornaliero stabilito per l'alloggio ed il danno risarcibile dovrà invece considerare, alla luce delle regole generali, il danno emergente ed il  lucro cessante, debitamente provati dal cliente.

Responsabilità per le cose consegnate in custodia

Per “cose consegnate” debbono intendersi tanto le cose consegnate e ricevute dall'albergatore o dai suoi preposti e rappresentati, quanto quelle che da questi siano state rifiutate pur avendo l'obbligo di riceverle.
L'albergatore ha infatti l'obbligo di ricevere carte-valori, denaro contante ed oggetti di valore; egli può rifiutarsi di riceverle solo qualora si tratti di oggetti pericolosi, come ad esempio materiale esplosivo o sostanze tossiche, ovvero di natura ingombrante o di valore eccessivo rispetto alle condizioni di gestione dell'albergo. L'albergatore ha tuttavia il diritto di esigere che le cose gli vengano consegnate in un involucro chiuso o sigillato: il rifiuto del cliente rende legittimo il rifiuto dell'albergatore di riceverla in custodia, salvo che si tratti di un comportamento non contrario a buona fede.
Nel caso di cose consegnate o di rifiuto illegittimo di riceverle, la responsabilità dell'albergatore è illimitata: il danno risarcibile verrà commisurato alle tradizionali voci di danno emergente e di lucro cessante.
In caso  di rifiuto legittimo, invece,  opererà il limite quantitativo pari a cento volte il prezzo giornaliero dell'alloggio.

L'onere di denuncia del cliente 
Il regime di responsabilità previsto dal legislatore per l'albergatore, viene meno quando la distruzione, sottrazione ovvero il deterioramento vengano denunciati dal cliente con ritardo ingiustificato, salvo il caso in cui tali eventi dannosi siano dipesi dal comportamento colposo dell'albergatore o dei suoi collaboratori.
L'onere di denuncia in capo al cliente consente all'albergatore di venire a conoscenza dell'evento dannoso e di attivarsi positivamente per eliminarne le cause e limitarne le conseguenze dannose.
Tuttavia, tenendo conto della finalità per la quale è posto l'onere di denuncia, si ritiene che, qualora l'albergatore venga altrimenti a conoscenza del fatto e, quindi, venga ugualmente posto nelle condizioni di intervenire, non possa  validamente eccepire il mancato assolvimento dell'onere di denuncia per andare esente da responsabilità.

Altre cause di esonero della responsabilità dell'albergatore

Il legislatore prevede delle cause, tipiche e tassative, di esonero della responsabilità, applicabili tanto alle ipotesi in cui le cose siano portate in albergo, quanto a quelli in cui vengano materialmente consegnate all'albergatore. Questi, infatti, non è responsabile quando distruzione, deterioramento e sottrazione sono dovuti:

a) a colpa del cliente, alle persone che lo accompagnano, che sono al suo servizio o gli rendono visita;

b) a forza maggiore;

c) alla natura della cosa.
La colpa del cliente diviene causa di esclusione della responsabilità dell'albergatore, quando, a prescindere dalla sua intensità, diviene causa esclusiva di produzione del danno; quando invece diviene concausa alla produzione del danno, essa rileverà non ai fini della configurabilità della responsabilità dell'albergatore, ma della misura del danno risarcibile.
La condotta del cliente deve essere valutata alla stregua del parametro del buon padre di famiglia ed in riferimento alle circostanze del caso concreto.
Ambito di applicazione delle norme in materia di responsabilità dell'albergatore

Le disposizioni di legge inerenti alla responsabilità dell'albergatore,  non si applicano ai veicoli, alle cose lasciate negli stessi, né agli animali vivi.

Viceversa, tali norme, sono applicabili alle case di cura, ai stabilimenti di pubblici spettacoli, agli stabilimenti balneari, pensioni, trattorie, carrozze letto o simili, esercitati in forma di impresa.



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La versione di Camilleri: "Giuseppe Garibaldi? Era come Che Guevara"

di Redazione

Il padre di Montalbano riscrive la storia a modo suo: "L'eroe dei due mondi era come il Che, ma non commise errori". Comunismo e dittatura? No. "Guevara operò in un terreno poco fertile..."



Massì, sarà per via del colore. Quella camicia rossa lo deve aver abbagliato. Non c'è dubbio. Sull'eroe dei due mondi se ne sono sentite tante, ma questa è una novità. "Garibaldi è una sorta di Che Guevara", parola nientepopodimenoche di Andrea Camilleri. La spedizione dei Mille, "composta da gente di ogni parte della Penisola e anche da stranieri, è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all’unità d’Italia. È un viaggio molto bello, a pensarci bene, perchè si tratta di 1.080 persone che s’imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l’italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però di uno spirito comune, diventa un esercito". Ineccepibile, una storia bellissima che lo scrittore racconta in un'intervista a cura di Roberto Riccardi contenuta nel libro Camicie rosse, storie nere, edito da Hobby & Work.



E poi: "Guardando alla mitologia odierna si potrebbe considerarlo una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore". Ah ecco, c'è un distinguo. "Cioè andare dove non c’è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare, la Sicilia". Secondo il padre di Montalbano la differenza tra il Che e Garibaldi è solo una questione insulare: la Sicilia va bene, Cuba un po' meno. Solo una questione di "sfiga", praticamente. Tutto qui, comunismo, dittature e guerriglia sanguinaria sono particolari irrilevanti. Il rosso dà alla testa. E pensare che la camicia era scarlatta solo per pedestri questioni economiche: l'eroe dei due mondi comprò a prezzo di saldo uno stock di tessuto rosso destinato ai saladeros, i macellai di Buenos Aires. Ora aspettiamo che qualcuno sostituisca al celebre "Obbedisco" il caraibico hasta l'unità siempre... Non si sa mai.




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Il più povero in Parlamento? E' l'Udc Marcazzan Dichiara 10mila euro e va in ferie solo se malato

di Stefano Lorenzetto


Dichiara 10.330 euro l'anno (lordi). Passa l'estate a Goito, dove abita. In convalescenza sul Garda (alla Caritas) dopo aver rischiato di morire: "Le mie spese più grosse? Ogni mese 258 euro di mutuo e circa 50 di libri". E pensare che prima girava il mondo...



Per poter andare in ferie, l’onorevole Pietro Marcazzan s’è dovuto ammalare. Broncopolmonite. Roba seria: due mesi di ricovero all’ospedale Carlo Poma di Mantova. «Più che in ferie, stavo andando al Creatore. Hanno dovuto intubarmi». Dopo averlo salvato, i medici gli hanno concesso una licenza-premio: tre settimane di convalescenza a Tignale, sulla sponda bresciana del lago di Garda, accudito dalle suore della Mater Dei, casa di vacanze gestita dalla Caritas di Cremona.

L’uomo giusto al posto giusto: Marcazzan, 51 anni, parlamentare dell’Udc, orfano dei contadini Giovanni e Argenide, è il più povero di Camera e Senato. Ultimo reddito disponibile, dichiarato nel 2010 per l’anno precedente: 10.330 euro. Lordi. Di conseguenza, prima d’essere costretto ad affidarsi alla Caritas, il deputato ha sempre passato le sue ferie qui a Goito, nel Mantovano, il paese natale in cui è stato consigliere comunale e assessore democristiano e poi sindaco con una lista civica. L’appartamentino dove abita, 92 metri quadrati, è al primo piano di un condominio in zona Peep che ospita sette famiglie e il centro estetico Daniela. Ci vive da solo perché è celibe. Ogni tanto le sorelle maggiori, Graziella e Rita, passano a rassettarglielo. L’ha acquistato nel 1992 con mutuo ventennale: «Mi costa 258 euro di rata mensile».

Nel budget dell’onorevole Marcazzan, la seconda voce di spesa è l’acquisto di libri: «Ogni mese dai 30 ai 50 euro». Ristorante mai, men che meno al Bersagliere di Goito, e non solo perché è stato chiuso dopo la scomparsa del patron Roberto Ferrari che era arrivato ad avere due stelle sulla guida Michelin: «Io, al massimo, sono da trattoria. E non più d’una volta al mese». Vestiti mai: «Solo spezzati, giacca e pantalone. Diciamo che per l’abbigliamento non supero gli 800 euro l’anno, toh. Scarpe comprese».
Nello studio di casa il deputato udc tiene sei bandiere, con tanto di porta aste: Italia, Unione europea, ex Urss, Stati Uniti, Federazione russa, Gran Bretagna. «Incarnano i Paesi del cuore. Meglio: i popoli del cuore». Uno dei pennoni culmina con lo stellone della Repubblica italiana, manco fossimo in una sede diplomatica o in un ufficio statale.


Lo spreco di vessilli, in netto contrasto con la vocazione minimalista del padrone di casa, ha una sua spiegazione. Da giovane Marcazzan girava il mondo. Appena quindicenne ha soggiornato a Londra. Poi ha frequentato il quarto anno delle superiori ad Annapolis, capitale del Maryland, acquisendo il diritto d’accesso a tutte le università americane. Dall’84 all’85, regnante il brezneviano Konstantin Cernenko, ha studiato all’Istituto Pushkin di Mosca. Infine s’è laureato in lingue e letterature straniere all’Università di Verona. Parla correntemente russo, inglese, francese e spagnolo. Ha insegnato per 16 anni l’inglese nei licei e ha accompagnato più di 500 studenti in soggiorni di studio fra Usa, Regno Unito e Irlanda. Eletto per la prima volta alla Camera nel 2006, da membro della commissione difesa adesso si limita a girare nelle basi militari. Ma solo di lunedì o di venerdì, in modo da non mancare ai lavori nell’aula di Montecitorio.

Perché è in politica?
«Non si metta a ridere: per il desiderio di dare un contributo alla mia comunità».

Che effetto le fa essere il più povero del Parlamento?
«Nessuno. Un uomo non dipende da ciò che ha, ma da quello che è».

Com’è riuscito nel 2009 a campare con 10.330 euro lordi? Significano circa 700 euro netti al mese, tredicesima inclusa.
«C’è un motivo. Nel 2008, concluso il mio primo mandato parlamentare, ho chiesto un’aspettativa per accudire fino alla morte mia madre, che era gravemente malata. Ho ripreso l’insegnamento soltanto a settembre del 2009. Perciò nella denuncia dei redditi sono entrati soltanto gli ultimi quattro stipendi di quell’anno. Dal 15 settembre 2010 sono tornato in Parlamento, perché la deputata Anna Teresa Formisano ha optato per la circoscrizione Lazio 2 e io le sono subentrato».

Il suo collega Silvio Berlusconi ha guadagnato 3.959 volte più di lei.

«Mi lascia indifferente. Ho appagato tutte le mie aspirazioni, prima fra tutte scrivere testi letterari e politici. Ogni giorno posso leggere il mio amato Dante e la Bibbia. Mi appassionano anche la letteratura dell’Ottocento e la poesia. E riesco a dedicare tre ore di studio quotidiano alle lingue, che altrimenti avrei già dimenticato».

Quanto guadagnava al mese come docente?
«Intorno ai 1.550 euro netti».

E adesso quanto prende?
«L’indennità parlamentare è di 5.200 euro netti mensili. Va aggiunta la diaria: 3.500 euro per vitto e alloggio. Io ho optato per un miniappartamento di 67 metri quadrati adiacente alla Camera: mi costa 1.500 euro d’affitto. Poi abbiamo 1.100 euro per i trasporti, cioè il taxi per raggiungere da casa le stazioni, gli aeroporti e il Parlamento, e viceversa. Treni e voli sono invece gratis su tutto il territorio nazionale».

Dimentica nulla?
«Mi rimborsano anche 3.690 euro al mese per i collaboratori, che diventano 2.690 perché 1.000 li trattiene il partito. A Roma io di collaboratori ne ho due, regolarmente contrattualizzati, che mi costano l’intera cifra. Anzi, devo aggiungerci 500 euro di tasca mia per integrarla».

Il barbiere no? «Il barbiere? Ma le pare che possa andare da quello di Montecitorio? Guardi, non so neppure dove si trovi. Qui a Goito il mio barbiere era il compianto Martini. Morto lui, mi arrangio in casa con l’aiuto delle mie sorelle e di un tagliacapelli elettrico».

E i 3.098 euro l’anno per spese telefoniche? Le sembrano congrui? Fanno 258 euro al mese, più della metà di una pensione minima. «Sa perché non li ho citati? Perché non li ho mai visti. Vengono spesi prima che mi arrivino. Lei consideri questo: per far ottenere il visto a un’ucraina di Leopoli sposata con un goitese abbiamo fatto 22 telefonate all’ambasciata italiana di Kiev. E ogni giorno è così: telefonate in Africa, telefonate negli States...».

Usate Skype, che è gratis. «Usiamo la Telecom».

A quali di queste prebende non rinuncerebbe? «Se si vuole operare seriamente, un ufficio serve. Rappresento una circoscrizione elettorale che comprende Mantova, Cremona, Lodi e Pavia».

Le pare giusto che voi siate l’unica categoria la quale, dopo cinque anni di mandato, riceve una pensione a partire dal 65° anno di età? «No, questo è un privilegio che si può sopprimere».

Il suo ex collega democristiano Gerardo Bianco, 80 anni fra un mese, ha messo le mani avanti: «La minacciata cancellazione dei vitalizi non può incidere sui diritti acquisiti. Il vitalizio non è una pensione, ma un’assicurazione di vita volta a garantire anche nel futuro l’indipendenza del parlamentare». «Eh be’, dovrà farsi bastare la pensione del mestiere che svolgeva in precedenza».

Magari ha fatto solo il politico. Sa quanti sono i suoi colleghi che non hanno mai lavorato? «Mi dispiace per loro. La politica non è un lavoro. Lo escludo a priori. Altrimenti mi spieghino qual è la motivazione. La politica può rientrare soltanto fra le passioni dell’anima descritte da Cartesio, senza le quali non c’è vita. Io seguo la lezione dell’indimenticabile Amintore Fanfani: “Prima un lavoro, poi la politica”».

Che ne direbbe se, fatti salvi i rimborsi per le trasferte e il soggiorno nella capitale, a deputati e senatori venisse versato il medesimo stipendio che incassavano per la professione svolta prima d’essere eletti? «Sarei d’accordissimo».

Nella sua veste di parlamentare si sente amato o disprezzato dalla gente? «Qui a Goito, amato. Quando salgo sui treni o sugli aerei, disprezzato. Prima di ridurre i costi della politica, dovremmo riempire il baratro che s’è creato fra la politica e la gente».

E come? «Bel problema. Intanto bisognerebbe che i politici tornassero fra la gente, invece di starsene chiusi nel Palazzo. Tornare in senso fisico, intendo. Da quando avevo 14 anni, io ho sempre usato i mezzi pubblici. Altrimenti come la conosci la gente?».

Ma questi benedetti tagli ai vostri privilegi li avete fatti o no? «In maniera molto, molto, molto edulcorata. Manca il coraggio di mettere mano al ginepraio. A cominciare dal numero dei deputati: 630 sono troppi, ne basterebbero non più di 400. Idem i senatori: 160 anziché 321. Ho presentato il 24 novembre scorso una proposta di legge di due soli articoli sull’utilizzo delle autovetture in dotazione alle amministrazioni dello Stato».

Che cosa stabilisce l’articolo 1? «Che l’auto di servizio è riservata soltanto al presidente del Consiglio. Tutti coloro che hanno ricoperto in passato cariche pubbliche perdono il diritto a usarla».

Ma quanti sono gli ex che viaggiano ancora sulle autoblù? «Non sono andato a controllare. Foss’anche uno solo, per me sarebbe già troppo».

Si può sapere almeno quante sono le autoblù? «A mio giudizio i numeri che vengono dati non corrispondono alla realtà».

Ho letto da qualche parte che sarebbero addirittura 600.000. «Ho la vaga impressione che il fenomeno sia sfuggito di mano. E badi bene che è solo un discorso di status: i miei colleghi e i grand commis pretendono l’autoblù per sentirsi importanti».

Ci costerebbe meno mandarli in taxi. «Macché taxi! Tutti i deputati del Regno Unito scendono alla stazione del metro di Westminster, di fronte al palazzo che ospita le due Camere del Parlamento».

La proposta per eliminare le autoblù che fine ha fatto? «Assegnata il 18 gennaio alla commissione affari costituzionali e mai discussa».

Di chi è la colpa? «Suppongo che il presidente Gianfranco Fini avrebbe potuto sollecitarne l’esame, se gli stesse a cuore».

Lei ha mai usato un’autoblù? «Mai. Solo metropolitana e taxi».

Possiede un’auto sua, almeno?
«Sì, una Ford Fiesta del 1992, che ha 60.000 chilometri».

Che altri tagli farebbe?
«Abolirei le Province: nel 2008 era una delle promesse contenute nei programmi elettorali di tutti i partiti. Ridurrei le Regioni: 20 sono un’enormità. Le limiterei a cinque: Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole. Cancellerei le circoscrizioni: bastano e avanzano i Consigli comunali».

E tutto il personale che lavora in questi enti, dove lo manda?
«Si blocca il turnover. Nel giro di 10-15 anni la riforma va in porto senza spargimento di sangue».

Solo 123 parlamentari su 945, appena il 13,02 per cento, ha dato l’assenso per la pubblicazione della propria situazione patrimoniale su Internet. Ho cercato il suo cognome e non l’ho trovato.
«Impossibile. L’assenso l’ho dato. Fino a che data ha controllato, scusi?».

Ultimi quattro anni, dal 2008 al 2011.
«Verificherò».

Le dico di più: ho cercato sul sito della Camera una pagina che riepilogasse questi dati. Non c’è. Oppure l’hanno nascosta bene. L’ho trovata solo sul sito dell’associazione Openpolis.
«È inquietante».

Non c’è traccia online neppure dello stato patrimoniale di Fini, che come presidente della Camera dovrebbe dare il buon esempio ai colleghi, non crede?
«Ah be’, certamente. Ma ribadisco che io non ho opposto alcun divieto alla divulgazione, ci mancherebbe!».

Magari Fini non vorrà far sapere d’avere comprato un appartamento in qualche amena località turistica, chissà.
«Per me è utopia. Non ho certo case di vacanza né in Italia né all’estero. Anche perché per giungere ad avere tutto, bisogna non voler possedere niente, come raccomandava San Giovanni della Croce».

Si trova bene con Fini nel terzo polo?
«Opterei per un percorso diverso».

Ma Casini, Fini e Rutelli con chi pensano di formarlo un ipotetico nuovo governo? Lei lo sa?
«È un aspetto da chiarire. L’unica cosa sicura è che il bipolarismo ha fallito. Potremmo diventare il primo polo se solo fossimo capaci di seguire l’insegnamento di don Luigi Sturzo: “Poche promesse, ma quelle poche mantenerle”».

Favorevole o contrario a un accordo Udc-Pd?
«Il mio elettorato è per l’alleanza col centrodestra».

Di che cosa ha più bisogno la politica?
«Di etica, di etica, di etica. Lo ripeto tre volte. Non sappiamo più discernere ciò che è bene da ciò che è male. Stiamo vivendo una lunghissima notte. La parola data oggi fra tre ore non vale già più».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Il guru di Rai3 sceglie i soldi, pianti a sinistra

di Stefano Filippi

Il direttore di rete Ruffini se ne va a La7. I compagni, sedotti e abbandonati, ne fanno un martire esiliato da Berlusconi. Viale Mazzini spiega in una nota: è stato lui a chiedere di andarsene. Pur di farne l'ennesimo eroe anti Cav si glissa sui suoi numerosi flop




Paolo Ruffini è un giornalista autore di una scelta che non ha richiesto coraggio, ma buon senso: davanti a una buona proposta di lavoro l’ha valutata e accettata. In realtà doveva essere un’ottima proposta, quella di La7, visto che il neodirettore della tv del gruppo Telecom non era riuscito a staccarsi da Rai3 nemmeno quando il consiglio di amministrazione l’aveva sostituito. Un anno e mezzo fa Ruffini fece fuoco e fiamme contro la decisione di Viale Mazzini, fece ricorso, lo vinse e riprese la poltrona incautamente affidata ad Antonio Di Bella.

Tanto attaccamento a mamma Rai è svanito davanti alle sirene di un’ambiziosa tv privata impegnata in una campagna acquisti a spese del servizio pubblico finora svolta più a suon di annunci che di contratti: La7 sembrava dovesse ingaggiare Fazio, Saviano, Santoro, la Dandini, la Gabanelli. Cioè la galleria dei volti più noti di Rai3 e più detestati da Silvio Berlusconi. Ma alla corte Telecom è approdato soltanto un numero due di Santoro, Corrado Formigli, e ora appunto Ruffini.

Dunque, si muove un altro notabile della tv italiana. Esce in accordo con la Rai, senza sbattere la porta: ha chiesto lui la risoluzione del legame «dando preavviso contrattuale», precisa una nota di Viale Mazzini. Smaltirà le ferie arretrate, riceverà una ricca liquidazione e incasserà un lauto stipendio. Il mercato televisivo si allarga, le voci si moltiplicano, il pluralismo si rafforza. Bisognerebbe esultare, come fa Enrico Mentana che dirige il tg di La7: «Quella di Ruffini è una scelta di mercato. Tutti noi siamo stati altrove. Si devono abituare, soprattutto coloro che lavorano in Rai o attorno alla Rai, che l’azienda di Viale Mazzini è un soggetto di mercato, non l’unico».

E invece cosa succede in Rai, attorno alla Rai, ai piedi della Rai? Lacrime, stridore di denti e lacerazione di vesti per la fucilazione del partigiano Ruffini, l’ultima vittima del berlusconismo, l’ennesimo epurato da una riedizione dell’editto bulgaro. Piangono l’Usigrai e la Federazione della stampa; scendono in campo Floris e Fabio Fazio; parla addirittura di «mobbing» Beppe Giulietti, passato dai Tg regionali all’Usigrai e quindi al Parlamento (Ds e Idv). Il consigliere Rai Van Straten (Pd) parla di «grave danno». Per il collega Rizzo Nervo «è grave non averlo trattenuto».

Dalla finiana Flavia Perina al dipietrista Leoluca Orlando, è tutto un coro luttuoso. Veste austere gramaglie anche Sergio Zavoli, presidente della commissione di vigilanza Rai: «Con il venir meno del contributo di Paolo Ruffini ai valori del servizio pubblico la Rai non rinuncia solo a un dirigente di prestigio ma s’indebolisce nel suo complesso». La Federconsumatori prepara un esposto alla Corte dei conti. S’inalbera perfino l’Aiart, rediviva associazione dei telespettatori cattolici.

Tutti protestano contro l’incapacità della Rai di trattenere le professionalità migliori e rimpiangono le capacità di Ruffini. Tutti elencano le sue invenzioni («Ballarò», «Che tempo che fa», «In mezz’ora», «Parla con me») dimenticando l’eredità lasciata a Rai3 da Angelo Guglielmi e Giovanni Minoli. Nessuno ricorda i fallimenti di fresca data di Maria Luisa Busi in prima serata e Lucia Annunziata in seconda, o gli sfortunati debutti di Mario Calabresi e Alex Zanardi. Nessuno rammenta che, a partire dall’assunzione nel 1996 dopo l’insediamento del governo Prodi, la carriera in Rai del compagno Ruffini è avvenuta sotto la protezione del centrosinistra. Il lamento funebre è inarrestabile.

«È ora che la politica lasci libera la Rai - alza la voce il presidente Paolo Garimberti - e faccia in modo che l’azienda abbia ciò che le è dovuto in termini di risorse». Come se lo stesso Garimberti non fosse stato insediato in Viale Mazzini dalla politica. E come se, nel totonomine scattato immediatamente nei corridoi della Rai, gli autorevoli papabili (Annunziata, Ammirati, Van Straten, Rizzo Nervo, Floris, Freccero) non abbiano tutti un denominatore comune: l’appartenenza al centrosinistra.



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Indagine su tutti gli appalti dell'ex sindaco Penati

Corriere della sera

Verifiche sull'area Falck-Vulcano di Edoardo Caltagirone L'esponente pd: gli 11 mila euro? Tutto in regola



MILANO - Otto anni per una città di 80 mila abitanti possono essere un'eternità, un labirinto, un giallo a puntate. E allora se con mazzette in cambio di appalti un «sistema Sesto San Giovanni» c'è stato, bisogna andare a ritroso. A quando il principale accusato, il 58 enne Filippo Penati, di Sesto era il sindaco. Dal '94 al 2001. Calma e cautela: però, viene garantito, sarà un'azione certosina. Metodica. Alla ricerca d'una piccola bustarella nascosta dietro una più grande. La Procura di Monza ripescherà concessioni edilizie, bonifiche, lavori avviati sotto il duplice mandato penatiano. Chi vinceva le gare, come le gare terminavano. E magari altri casi Vulcano.

Da persona informata sui fatti, gli inquirenti sono orientati ad ascoltare Edoardo Caltagirone. Classe '44, estraneo all'inchiesta, è il proprietario dell'ex area dello stabilimento Falck-Vulcano. L'anno prossimo scade la convenzione (prorogata nel 2008) con il Comune per la riconversione degli spazi. Realizzato sì il centro commerciale. Non tutto il resto stabilito in origine, ad esempio i 130 mila metri quadrati destinati al produttivo e i 120 mila a parco. Perché? E quale il senso delle voci in municipio, voci forse soltanto panzane o frutto di invidie, d'un ottimo rapporto tra Caltagirone e Pasqualino Di Leva? Il dimissionario e indagato Di Leva, che ieri sotto lo scudo della famiglia s'è negato al telefono, era l'assessore comunale all'Edilizia privata. Cosa succederà a scadenza di convenzione? E un'altra domanda, questa più nell'immediato ma sempre relativa alle indagini dei pm Walter Mapelli e Franca Macchia: chi sarà il prossimo? Altre perquisizioni devono essere fatte, altri denari verranno scoperti?

Da Penati erano saltati fuori 11 mila euro in contanti. Penati ha inviato una breve nota: «In merito ai contanti trovati a casa mia, in un'unica stanza, la mia camera da letto, torno a ribadire che sono tutti provenienti dal mio conto corrente, come è facilmente riscontrabile, e nulla hanno a che vedere con i fatti che mi vengono contestati, vecchi di 12 anni fa». Facilmente «riscontrabili» anche i 43 mila rinvenuti dall'architetto indagato Renato Sarno con la somma, sostiene lui, «destinata a un posto auto e un posto barca in porto».

Nessun controllo in abitazioni e uffici, almeno a sentire i diretti interessati, per il costruttore 81enne Giuseppe Pasini e l'imprenditore Piero Di Caterina. Pasini l'ha chiusa lì: «Commenti sull'inchiesta? Parlano già in tanti, io sto zitto». Quanto a Di Caterina ha comunicato d'aver ufficialmente iniziato lo scontro per intanto dialettico e in una seconda fase legale con il colosso Atm. La municipalizzata milanese dei mezzi pubblici e sua concorrente, o «rivale». Di Caterina, 59 anni, è a capo della Caronte, società di trasporto urbano. Nella conquista al Sitam, il Sistema trasporti integrati della provincia, sarebbe stato ostacolato dall'Atm i cui vertici «si sono sempre rifiutati di esibire i conti dei soldi incassati per conto delle aziende con documenti ufficiali: libro cassa e fatture emesse dai gestori delle rivendite dei biglietti».

Pasini, Di Caterina. Penati. Questo il comitato d'affari a leggere carte e verbali di interrogatori. Nei corridoi della Procura dicono che saranno indagini lunghe. I Verdi studiano antichi faldoni di istanze, denunce, dossier. Potrebbero tornare tremendamente attuali. Non è escluso si presentino dai magistrati per raccontare. Ci sarebbero verità confidate ai Verdi da imprenditori che ai pm negano però ogni virgola. Furono i Verdi, a fine anni 90, a bloccare i primi scavi nell'area Vulcano a causa dello smaltimento del terreno inquinato. Gli indagati vennero assolti. C'era anche Penati. Accusato d'aver favorito il costruttore. Prosciolto. Per insufficienza di prove.


Andrea Galli
agalli@corriere.it

07 agosto 2011 11:10



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A Gibellina Ludovico Corrao ucciso a coltellate Preso il presunto omicida del'ex deputato Pci

di Redazione


L’ex parlamentare del Pci, che aveva svolto la professione di avvocato ed era stato uno dei protagonisti della ricostruzione del Belice, aveva 84 anni. E' stato ucciso a coltellate a Gibellina nella sede della Fondazioni Orestiadi, di cui era presidente



Trapani

L’ex parlamentare del Pci Ludovico Corrao, 84 anni, è stato ucciso a coltellate a Gibellina nella sede della Fondazioni Orestiadi, di cui era presidente. I carabinieri hanno già arrestato il presunto omicida.
Ucciso l'ex deputato Pci Corrao, che aveva svolto la professione di avvocato difendendo come legale di parte civile Franca Viola, la prima donna in Sicilia a ribellarsi al matrimonio "riparatore", era una figura molto nota negli ambienti politici e intellettuali. Sindaco di Gibellina negli anni del post terremoto, è stato uno dei protagonisti della ricostruzione del Belice sostenendo la realizzazione di numerose opere d’arte come il "cretto" di Alberto Burri. Attivista delle Acli, nel 1955 era stato eletto all’assemblea regionale siciliana nella lista della Dc. Alla fine degli anni Cinquanta era stato tra i promotori del "milazzismo", l’esperimento politico promosso da Silvio Milazzo che creò un’alleanza trasversale tra ex democristiani, esponenti del Pci e del Msi. Eletto per la prima volta alla Camera nel 1963 nelle fila del Pci, come indipendente di sinistra, dal 1968 era stato confermato al Senato nella IV e V legislatura nel collegio di Alcamo. Nel 2001 si era candidato al Senato nelle liste di Rifondazione Comunista, senza però essere eletto. 




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Interviste impossibili : Stalin si racconta: la battaglia più sanguinaria? Quella contro Dio

di Giovanni Terzi


Il dittatore più efferato della Storia ha seminato il terrore per tre decenni eliminando uno a uno i suoi nemici interni ed esterni. Tutti ad eccezione di uno



Venerdì 24 giugno scorso, presso il Teatro Manzoni di Monza, è andata in scena la tragedia «Processo e morte di Stalin», scritta da Eugenio Corti cinquant’anni or sono. Corti realizzò un ritratto straordinario dell’uomo più tragico di tutta la storia del Novecento. Tragico perché ben cosciente che la sua battaglia non era contro una parte avversa o un Paese straniero, ma contro Dio. Durante la rappresentazione monzese, Stalin ha assistito da un angolo della galleria. Noi lo abbiamo intervistato al termine della serata inaugurale.
Signor Jugasvili, come dobbiamo chiamarla? Così, oppure signor Stalin? Oppure «Koba», come usavano i capi del Politburo che poi lei mandò a morte?
«Mi chiami pure Koba. È un segno di amicizia».
Che effetto le hanno fatto le pagine con cui Eugenio Corti ha indicato le ragioni della fine del comunismo?
«Non potrei dire che non ho apprezzato. In fondo, il mio nemico vero, l’entità con cui mi sono confrontato per tutto il tempo che mi ha visto alla guida dell’Urss, è stato Dio».
Koba, ci parli di lei. Partiamo dalla sua infanzia.
«Sono nato in Georgia, da un calzolaio e da una donna di servizio. Dei futuri capi della rivoluzione d’Ottobre ero l’unico autenticamente proletario. Mia madre, religiosissima, voleva che diventassi prete e mi iscrisse alla Scuola teologica ortodossa. Fu allora che compresi che ci ingannavano, che il vero nemico era il Dio cui facevano continuamente riferimento».
Ciò non toglie che a 15 anni, lei si iscrisse al seminario ortodosso di Tiflis, per diventare prete.
«Era quello che sperava mia madre. Poco tempo dopo, però, aderii al Partito Socialdemocratico e abbandonai gli studi. Entrai in clandestinità, diedi vita ad un “gruppo di fuoco”, organizzai attentati e rapine per autofinanziamento».
Un terrorista, insomma. Diciamo un brigatista rosso. O un lottacontinuista.
«Ma mi faccia il piacere. Quelli erano quisquilie e pinzellacchere. E poi agivano fuori del tempo. Ma soprattutto erano controllati e teleguidati dagli agenti segreti delle due più grandi potenze mondiali della loro epoca».
Che erano?
«Se non lo sa lei, che c’era... L’America e la Russia, ovvio. Solo che quella Russia là faceva ridere. Non c’ero più io, al timone. Ci fossi stato ancora io, a guidarla, poveri voi italiani. Sareste caduti completamente nelle nostre mani».
Parliamo d’altro, Koba. Per esempio, della sua famiglia.
«La mia prima moglie era una ragazza semplice, estranea alla politica. La seconda, Nadezda Alliluieva, era figlia di un dirigente della frazione bolscevica del partito. La feci assumere come segretaria dapprima al ministero, poi al partito, nella segreteria di Lenin, in modo che potesse informarmi su tutto ciò che accadeva attorno al capo. Credo che succeda ancora oggi, e magari anche qui da voi, in Italia».
Succede, succede. Ma, per fortuna, con più tatto e signorilità rispetto a ciò che accadde a lei e a sua moglie.
«Faceva molto bene il suo mestiere di spia, ma finì per affezionarsi ai boss bolscevichi che giravano attorno a Lenin: i vari Kamenev, Bucharin, Ordjonikidze, Zinoviev. Non potevo certo perdonarla. A una festa al Cremlino, le gettai una sigaretta accesa nella scollatura dell’abito di gala. Umiliata e disperata, Nadezda si suicidò con un colpo di pistola l’8 novembre 1932, all’età di 31 anni».
Lei non fu né l’ideatore né l’esecutore dei massacri degli anticomunisti e delle loro famiglie. La sua specialità fu quella di massacratore di comunisti.
«Tutti coloro sui quali si appuntò la mia attenzione riconobbero fino al loro ultimo respiro che avevo ragione io. Le leggo l’ultima lettera che mi scrisse, prima di salire sul patibolo, uno dei condannati più celebri del “processo di Mosca”, Nikolai Bucharin. “Ho imparato ad apprezzarti e ad amarti”, mi scrisse Bucharin, “sappi che nei confronti di tutti voi, del partito e di tutta la causa, non provo nient’altro che un amore grande e infinito”».
Quando la lettera fu resa nota, alcuni intellettuali comunisti italiani scrissero che «Stalin rovesciò la rivoluzione nel suo contrario».
«Non si sono mai soffermati a considerare il fatto che io non ricevetti che lodi e congratulazioni da chi mandavo a morte. Forse perché la fucilazione fa meno male che la ghigliottina».
Koba, è vero che lei morì in seguito ad una lite con alcuni alti gerarchi del partito?
«È vero. Ebbi un ictus cerebrale dopo una furibonda lite con Mikojan e Kaganovic che si opponevano al mio progetto di deportare tutti gli ebrei in Asia centrale. Accorsero Malenkov, Beria, Kruscev e Bulganin, che tennero tutto sotto silenzio, e che per prima cosa, eliminarono dalla scena politica la “vecchia guardia”. L’ultimo respiro lo esalai alle 21,50 del 5 marzo 1953».
Come la presero, qui in Italia?
«La mia morte scatenò l’apoteosi tra i piccoli lacchè della sinistra italiana, unici nel mondo occidentale. Ricordo perfettamente le parole di Giuseppe Saragat: “La più grande figura del grande popolo russo”. Di Sandro Pertini: “Un gigante la cui figura non conoscerà tramonto”. Di Pietro Nenni: “Sua unica aspirazione, conservare la pace”». 
È anche vero, però, che, da lì a pochi anni, Kruscev iniziò la demolizione del suo mito, cui si accodarono immediatamente tutti i Partiti comunisti.
«Ai partiti di sinistra di tutto il mondo ha fatto molto comodo attribuire a me gli aspetti negativi dell’ideologia. Io non sono stato lo “zar rosso”, non sono stato “l’artefice della degenerazione del marxismo-leninismo”. È un giudizio che fa comodo ai rinnegati che si sono impunemente reinseriti nel sistema capitalistico occidentale».




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E' il caos all'interno del Partito democratico: guerra tra le macerie della Stalingrado d’Italia

di Luca Fazzo

Viaggio a Sesto San Giovanni, simbolo della sinistra di governo nel Nord del Paese, dopo l'inchiesta che ha colpito l'ex presidente della Provincia Filippo Penati. Il sindaco Oldrini scarica il predecessore: "Chi ha rubato in cella". L'attuale primo cittadino lavorava all'Unità, il suo predecessore a Unipol. Il paradosso: la giunta fa ancora affari con le società al centro del presunto giro di soldi



Milano

Negli anni Ottanta Giorgio Oldrini era il corrispondente dell’Unità da Cuba, rango praticamente da ambasciatore: sole, aragoste e socialismo in salsa caraibica. Filippo Penati invece era già a Sesto, nelle nebbie cariche di smog, a costruire con passione da formichina la sua carriera di uomo d’apparato del Pci, assessore, funzionario di partito, assicuratore Unipol, cooperatore rosso. Forse bisogna iniziare da allora, da quei due percorsi radicalmente diversi - anche se consumati entrambi dentro lo stesso partito - se si vuole capire fino in fondo la tormenta che oggi agita Sesto San Giovanni, le dinamiche da terremoto innestate dall’inchiesta della Procura di Monza che nel giro di venti giorni ha fatto della città icona della classe operaia il simbolo della via democratica alla mazzetta.

Nel Pci, nei Ds, oggi nel Pd: le vite degli ultimi due sindaci di Sesto scorrono apparentemente parallele, eppure nell’avvicendamento che nel 2002 porta Oldrini sulla poltrona di Penati c’è una discontinuità che emerge clamorosamente adesso, davanti all’inchiesta che ha investito in pieno Penati e che lambisce Oldrini. Tanto che giovedì scorso, quando Oldrini organizza un tour in torpedone per portare i giornalisti in giro per Sesto San Giovanni, parla dell’epoca di Penati come se si parlasse di un altro mondo, di un altro partito, e non della stessa ditta.

«All’epoca di Penati», «quando c’era Penati». La verità è che Filippo Penati era un esemplare classico di una generazione di funzionari di partito cresciuti nel culto di quello che Massimo D’Alema chiamava «il primato della politica», e che tradotto più prosaicamente vuol dire che per il partito e per il potere si può fare tutto o quasi tutto. E invece Oldrini diventa sindaco già nella fase della dissoluzione comunista, quando un partito che si credeva immortale - il vecchio Pci sestese - si trova spiazzato davanti ad una realtà cambiata troppo in fretta, con gli operai che nelle fabbriche in stato preagonico iniziano a votare Lega e Forza Italia. È in quel disorientamento che i Ds di Sesto nel 2002 si rivolgono al giornalista Oldrini per chiedergli di fare il sindaco mettendo fine a uno scontro interno che rischia di dilaniarli.

Non è un caso che Penati, nel 2002, si opponga fino all’ultimo alla candidatura di Oldrini. Poi la subisce, più che accettarla, e quando diventa presidente della Provincia il fossato tra i due si allarga ancora di più. Oggi, nella tormenta scatenata dall’inchiesta di Monza, dal sindaco di oggi non arriva mezza parola in difesa del sindaco di ieri. E viceversa. Girare per Sesto San Giovanni in questi giorni, parlare con i vecchi «quadri» dell’ex Pci, dà il polso di come l’esplosione della questione morale stia devastando ulteriormente quel che resta del glorioso partito. Le primarie che dovevano tenersi a settembre per scegliere il prossimo candidato sindaco sono saltate, e non si sa quando si terranno. L’incubo di una sconfitta epocale, alle amministrative della prossima primavera, inizia a turbare i sonni del frammentato gruppo dirigente della sinistra sestese.

«In questo decennio abbiamo governato una crisi che poteva diventare una tragedia», dice Oldrini mostrando con orgoglio legittimo ai cronisti le case, le biblioteche, i musei che stanno sorgendo dove una volta c’erano la Falck, la Breda, la Marelli, la Campari. Si vanta di avere strappato ai proprietari immobiliari qui un pezzo di verde, qui una casa popolare. Ma il problema è che questa trattativa continua, questo scambio permamente tra potere politico e potere dei quattrini, è avvenuto sempre con gli stessi volti di sempre, all’interno di un sistema chiuso che ha nella continuità del monopolio del potere da parte del Pci, dei Ds e del Pd uno degli elementi fondanti.

Prima Penati e poi Oldrini hanno avuto come interlocutori lo stesso gruppo di costruttori e di imprenditori che negli anni Novanta, con la benedizione dell’amministrazione comunale, si sono progressivamente impadroniti del territorio di Sesto e hanno poi mercanteggiato con il partito la sua trasformazione. Sono i Pasini, i Di Caterina, i Fondrini, che oggi sono diventati i grandi accusatori dell’amministrazione rossa, ma con i quali - paradossalmente - il Comune di Sesto San Giovanni continua a fare accordi ed affari: mercoledì scorso in Regione si sono trovati lì, come se niente fosse, gli uomini di Pasini e i funzionari del Comune, a firmare l’accordo sull’area della Ercole Marelli, uno di quelli sotto inchiesta da parte dei pm.

Ma Oldrini non è Penati, nelle carte non c’è traccia di soldi che gli siano finiti, e per attribuirgli un tornaconto personale nella gestione degli appalti la Procura di Monza deve indicare un vantaggio, quello del «consenso elettorale», che è difficile da quantificare. «Se qualcuno ha preso i soldi deve andare in galera», dice Oldrini, e con l’aria che tira non è una affermazione che dalle sue parti piacerà proprio a tutti.



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Strappa il velo a due islamiche: «Mi fate paura»

Corriere della sera

Un italiana ha aggredito e scoperto il volto delle donne: «È vietato dalla legge»



Un'immagine scattata sabato al mercato
Un'immagine scattata sabato al mercato
MILANO - Scontro di civiltà tra le bancarelle di piazzale Lagosta, a Milano, nel passaggio stretto tra i reggiseni rinforzati e i pizzi sintetici, davanti a uno stand di vestiti senza maniche scontati. Una signora «italiana», raccontano, poco più che quarantenne, al mercato da sola, si trova di fronte a due donne presumibilmente di origine straniera, certamente «islamiche», dicono, perché coperte dalla testa ai piedi da un niqab nero, che lascia aperta solo una fessura per gli occhi. E si innervosisce. «Mi fate paura - urla - è vietato dalla legge». Quindi s'avvicina e tira il velo a entrambe, scoprendone i volti in pubblico.

Offesa, imbarazzo. Arrivano almeno in dieci a «soccorrere» le due donne svelate, insultano la signora, la circondano. Assistono alla scena alcuni commercianti, senza intervenire. «Con questa gente ci lavoriamo - dice uno -. La signora è stata coraggiosa. Sono andato a cercare i vigili che però non hanno voluto fare nulla». L'italiana ha chiamato allora i carabinieri, che l'hanno raggiunta quando ormai era tutto finito. «Una semplice lite» confermano.

Sorta innanzi tutto da un equivoco. La «legge» invocata ancora non c'è. La confusione nasce da una notizia di 5 giorni fa: il 2 agosto la commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato un testo che vieta di «celare o travisare il volto» in pubblico e prevede multe fino a 500 euro per chi indossa indumenti «di origine etnica e culturale, quali il burqa e il niqab». Un'aggiunta alla norma già in vigore che prescrive di essere sempre riconoscibili, per ragioni di sicurezza.
«Perché questa correzione che colpisce apertamente i musulmani e le donne?» s'indigna Sumaya Abdel Qader, mediatrice culturale di origine giordano-palestinese, autrice di Porto il velo, adoro i Queen e consulente del Comune di Milano. «Io non condivido il niqab - continua - ma rispetto chi lo indossa». Come lo spiegherebbe all'«italiana» del mercato? «È difficile per noi comprenderlo, ma si tratta di una scelta libera. Strapparlo è una violenza».

«Nessuna lo porta liberamente! - a indignarsi ora è la relatrice del disegno di legge, la deputata Pdl di origine marocchina Souad Sbai - Nella mia associazione non faccio che accogliere donne che sentono come una violenza l'obbligo di portarlo, ragazze che vivono l'inferno, chiuse in gabbia». Grave il gesto dell'«italiana», «sbagliatissimo», tiene a precisare la Sbai: «Queste donne con il niqab non hanno nessuna colpa, sono costrette». Ma è certamente il segnale di «un malessere». E di parecchia confusione tra islam, estremismo, libertà e costrizioni in una convivenza ancora da costruire.


Alessandra Coppola
07 agosto 2011 11:42



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Furti in villa a Capri Catturati due rom superorganizzati

Il Mattino


ANACAPRI - I carabinieri di Anacapri, guidati dal comandante Cristoforo Perilli, hanno arrestato la scorsa notte due rom che risiedevano nel centro di accoglienza di Secondigliano.
I giovani - J.N. nato in Montenegro nel 1990 ed il complice R.C. nato nel 1993 - secondo le indagini dei carabinieri, potrebbero essere gli autori dei furti messi a segno lo scorso mese di luglio in ville e abitazioni di Capri e di Anacapri.

L'arresto, rocambolesco, con fuga ed inseguimento da parte dei militari, è scattato a seguito dell'allarme dato dai vicini di una villa, insospettiti da alcuni rumori e movimenti che provenivano da un'abitazione di proprietà di una famiglia napoletana non ancora arrivata sull'isola.

Giunti sul posto, i carabinieri sono riusciti a bloccare la fuga dei ladri che, dopo essere stati condotti in caserma, sono risultati essere due clandestini, con a carico diversi precedenti penali, che soggiornavano sull'isola, dove avevano fittato una villetta ad Anacapri sulla via del Faro.

Secondo le indagini avviate dal comandante Perilli, l'abitazione potrebbe essere la 'basè che ha permesso di mettere a segno i furti: all'interno sono stati rinvenuti dai militari alcuni orologi ed oggetti preziosi.

Gli autori dei furti giravano l'isola a bordo di due motorini noleggiati presso una società di Capri con falsi documenti. Stamane, con il primo traghetto, i due rom sono stati condotti al carcere di Poggioreale.

Domenica 07 Agosto
2011 - 11:20




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Amante marocchino ricattava un prete: paga o mostro i video dei nostri incontri

Il Mattino

ROVIGO - Sulle prime aveva pagato. Poi, dopo aver consegnato a un giovane marocchino decine di migliaia di euro, si era ribellato. Alla fine dell'agosto dello scorso anno un attempato sacerdote che vive in un paese del Delta, stanco di essere ricattato con la minaccia di rendere pubbliche immagini hard, foto e filmati di rapporti omosessuali, si era rivolto ai carabinieri.


Quando il religioso aveva presentato denuncia, l'estorsione a luci rosse andava avanti da mesi.
I pagamenti erano avvenuti a tranche ma non per questo erano stati meno impegnativi. Il conto in banca si era a poco a poco assottigliato e il sacerdote non sapeva più come far fronte alle esigenze crescenti del suo tormentatore. A un certo punto, di fronte a quelle richieste senza fine, deve aver capito che esaudirle non faceva che alimentarle. Probabilmente ha anche vinto la vergogna per dover rendere pubblica una vicenda così scabrosa che lo vedeva coinvolto.

La "confessione" ai carabinieri. Fatto sta che è uscito dalla canonica e si è diretto in caserma. Ai militari della stazione del paese il prete ha raccontato ogni cosa. I carabinieri lo hanno istruito a preparare una trappola per il ricattatore. Quando il marocchino si è fatto vivo, quindi, il religioso ha finto di acconsentire e si è detto disposto, ancora una volta, a pagare. I due si erano dati appuntamento in un luogo appartato. Allo scambio, nascosti, c'erano anche i militari che avevano studiato la regia nei dettagli.

La trapola per il ricattatore. Il marocchino si era presentato accompagnato da un amico romeno. Nel momento i cui il sacerdote ha passato al giovane le banconote concordate, i carabinieri sono usciti allo scoperto. Per i due stranieri, il marocchino, M.S, e il romeno, G.G, sono scattate le manette. I due compari hanno avuto sorti diverse. Il romeno, interrogato dopo l'arresto, era riuscito a dimostrare allo stesso pubblico ministero, Stefano Longhi, di essere estraneo all’estorsione. Aveva semplicemente incontrato l'amico e l'aveva accompagnato. A questo punto era stato prosciolto dalle accuse. Sorte diversa per il marocchino, incastrato dalla testimonianza del sacerdote e da numerose circostanze. A giudizio, il giovane aveva deciso di patteggiare tre anni e cinque mesi di reclusione. Ma ora il legale che lo assiste ci ha ripensato e contro quella decisione ha presentato il ricorso in Cassazione.

Domenica 07 Agosto 2011 - 10:41    Ultimo aggiornamento: 10:44




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La casta? S'è trasferita nelle Regioni

Il Tempo

Vitalizi, rimborsi, comunità montane: negli enti locali crescono i privilegi.


Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini in Consiglio regionale Alla fine deputati e senatori «ci hanno dato un taglio». Non sarà tanto, si poteva fare di meglio, tuttavia le cifre sono scritte nere su bianco sui bilanci interni della Camera e del Senato. Il Quirinale ha fatto la sua parte, Palazzo Chigi non è rimasto a guardare: Berlusconi in persona ha annunciato un piano per ridurre gli sprechi. Gli enti locali, invece, fanno orecchie da mercante. Non tutti, certo: l'Emilia Romagna ha abolito i vitalizi (dalla prossima legislatura), la Sicilia ha votato quattro giorni fa una manovra che risparmia 2 milioni di euro in tre anni (ha cancellato anche il contributo di 5 mila euro per organizzare il funerale al deputato eventualmente defunto).

Nel Lazio invece la festa continua: è stato approvato ieri l'assestamento di bilancio e di tagli non c'è nemmeno l'ombra. Torniamo al piano nazionale. Montecitorio risparmierà nei prossimi tre anni 150 milioni di euro, Palazzo Madama 120. Aumenti di stipendio bloccati, riduzione dei vitalizi agli ex, meno voli gratis e auto blu, taglio di oltre un milione di euro all'anno ai fondi dei gruppi parlamentari.

Soltanto l'indennità parlamentare è stata ridotta dal 2008 del 10% ed è stata successivamente bloccata per cinque anni (resterà uguale anche nel 2013). Dal canto suo il presidente Napolitano rinuncerà da quest'anno e fino alla scadenza del suo mandato all'adeguamento annuo della retribuzione mentre il Quirinale, grazie ai risparmi dal 2011 al 2014, restituirà al ministero dell'Economia oltre 15 milioni di euro che si aggiungono ai 56 milioni 316 mila del periodo 2006-2011.

Nel Lazio niente di tutto questo. Benché il presidente della Pisana, Mario Abbruzzese, abbia chiarito che a settembre convocherà la giunta per il regolamento per analizzare i costi della politica, s'è persa un'occasione. L'altroieri in Consiglio regionale l'assestamento di bilancio è calato dal cielo a una certa ora della notte, grazie a un maxisubemendamento (un unico articolo con 172 commi) redatto dalla Giunta e firmato dall'assessore al Bilancio Cetica.

Nessun taglio previsto a vitalizi, comunità montane (sono 24), università agrarie o altro. Niente. Anzi è stato riesumato anche un ente inutile, tagliato nella scorsa legislatura (l'Irvit). La proposta trasversale Maruccio (Idv)-Cicchetti (Pdl) di abolire le comunità montane non è stata nemmeno discussa. Alla Pisana un consigliere con un'unica legislatura alle spalle, cioè 5 anni, può andare in pensione a 50 anni con 3 mila euro netti al mese, formare un gruppo politico da solo (e dunque avere diritto a una segreteria di 6 persone) e può contare sull'indennità chilometrica se abita lontano dall'assemblea. Altro che la casta che siede in Parlamento.


Alberto Di Majo
07/08/2011




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Quella gita extra ferie dei deputati

Sacrifici. La contessina è già stanca di lavorare. La Borromeo lascia il Fatto, studierà negli USA.

Libero




Nella torrida estate milanese ci consola, sfogliando i giornali, trovare con grande frequenza il nome di Beatrice Borromeo, splendida e bionda fanciulla di nobili natali. Nulla di strano, si dirà, poiché da tempo la signorina ha abbandonato la carriera di modella - per cui avrebbe tutte le carte in regola - onde dedicarsi alla professione di giornalista, la quale certo non richiede qualità intellettive molto superiori. La perplessità nasce dal fatto che l'altisonante cognome della Borromeo, da qualche tempo, non lo leggiamo più in calce agli articoli, bensì all’interno degli articoli stessi. 

La signorina infatti viene ripetutamente citata sui giornali di gossip. Facciamo un esempio: questa settimana, invece di apparire sul Fatto quotidiano, il giornale dell’amico Marco Travaglio dove si proponeva di impratichirsi del mestiere, ce la siamo trovata su Diva e donna. Era protagonista di alcuni scatti sfocati che la ritraevano sorridente e radiosa (come al solito) mentre sguazzava nelle acque del principato di Monaco assieme al suo regale fidanzato, Pierre Casiraghi. I due sirenetti si tuffavano da un ingombrante yacht e a tutto pensavano - ci sembrava - tranne che alle notizie di cronaca, al crollo delle borse, al precipitare degli indici, alle beghe tra governo e opposizione.

Immaginiamo con quale entusiasmo la contessina Beatrice Borromeo Serbelloni Mazzanti vien dalMare abbia inaugurato la principesca barca, bottiglione dichampagne in mano: «Capovaro, varo?». «Vari contessina, vari!». Diciamo la verità, siamo invidiosi quando ci capita di ammirarla in occhiali scuri e pelle cotta dal sole. Così come ci siamo divorati il fegato leggendo, pochi giorni fa, della sua presenza a Capri con tutta la real casa, Carolina di Monaco in testa. Abbiamo pure sentito, a luglio, che avrebbe partecipato a uno dei matrimoni dell’anno, quello fra Alberto e Charlene.

In tutte queste occasioni non era presente in veste di giornalista, ma in abiti griffati da ospite di lusso. Più che l’inviata potè l’invitata. Già, perché la bella Beatrice sembra essersi un po’ stufata della monotona vita di redazione, fra agenzie di stampa da scorrere e articoli da correggere. Era così dura, la permanenza al Fatto, che una volta terminò bruscamente un’intervista a Io Donna perché «devo andare a chiudere la pagina delle lettere». Fare la giornalista va bene,maun annnetto (settimana più, settimana meno) basta e avanza.

Anche se in questo periodo qualche soddisfazione se l’è tolta, tipo quella di dare lezioni al direttore del Tg1 Augusto Minzolini. A inizio giugno, in effetti, la contessina Borromeo Serbelloni ha annunciato che avrebbe mollato il quotidiano di Travaglio: «Sono in partenza per un master di giornalismo alla Columbia University che durerà qualche mese», scrisse. Precisando poi: «Quando si lavora in un posto come il Fatto Quotidiano, ci si pensa due volte prima di imbarcarsi in un’altra avventura. Io ci ho pensato venti volte,ho chiesto consigli, ho deciso di andare e poi di restare, ho cambiato idea in continuazione. Poi ho scelto di partire perché credo che questo master mi servirà per diventare più brava e poter contribuire di più a questo giornale».

Una giovane prodigio, la Beatrice. Esordio nelle trasmissioni di Michele Santoro. Assunzione al Fatto. Aspettativa dopo brevissimo tempo. Master alla Columbia. Questi sì che son cronisti preparati, degni del Maestro Travaglioni. Che scemi siamo stati a scherzare sui suoi articoli. Che imbecilli, quando la prendevamo in giro perché firmava servizi urticanti sulle lotte operaie, proprio lei che si godeva la dolce vita... Non capivamo che in realtà Beatrice si stava preparando al futuro, come si prepara oggi abbronzandosi sullo yacht. Per diventare veri giornalisti impegnati bisogna aver dimestichezza di salotti e cene raffinate. Altrimenti si rimane confinati nel nostro brutto mondo di berlusconiani livorosi e beceri. Noi soffriamo e ci prendiamo la rivincita punzecchiandola, perché sappiamo che presto ce la ritroveremo editorialista di Repubblica. O magari, da inviata del Corriere della Sera, la vedremo sul luogo della notizia mentre smonta da un’auto di lusso nera. E sconsolati penseremo: però, che carriera.


di Malabarba

07/08/2011




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Manette. Ipm usano il metodo Travaglio. Vogliono in galera Moody's e S&P's

Libero




Raccontano che Barack Obama fosse davvero furioso con i vertici dell’agenzia di rating Standard & Poor’s che ieri per la prima volta nella storia hanno declassato il debito americano, dando così una nuova terribile scossa ai mercati finanziari che da lunedì torneranno a ballare.

La rabbia americana, evidente nelle parole del ministro del Tesoro che accusa S&P di avere sbagliato di 2 mila miliardi di dollari l’analisi, sarebbe stata più contenuta se avesse avuto il tempo di varcare gli oceani la notizia che viene da un piccolo paese in quel di Puglia: Trani. Il vendicatore di Obama, il fustigatore delle agenzie di rating, pronto a mettere in riga la speculazione e a imbrigliare i mercati finanziari, c’è già. È un pubblico ministero di Trani, Michele Ruggiero, ben noto e assai coccolato dalla redazione e dai lettori del Fatto Quotidiano.

Fu lui a incastrare Silvio Berlusconi mentre si lamentava al telefono di Michele Santoro con un commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi. Fu lui a inchiodare alle sue responsabilità il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, pizzicato al telefono mentre si sfogava niente meno che con il portavoce di palazzo Chigi, Paolo Bonaiuti, dando prova così di informazione di regime. Risolto con quell’inchiesta poi spezzata in più tronconi a pioggia (purtroppo Trani ha competenze territoriali limitate) il problema dell’informazione in Italia, il pm Ruggiero come fosse uno dei Vendicators (i supereroi Marvel) ha deciso che era tempo di occuparsi delle turbolenze sui mercati finanziari.

Ha notato che i mercati vanno in ebollizione quando le agenzie di rating internazionali annunciano provvedimenti o anche solo la possibilità di prenderli (i cosiddetti “outlook” negativi). Secondo Ruggiero si tratta di possibile aggiottaggio, e mettendo insieme un po’ di comunicati di Moody’s, S&P e Fitch con gli andamenti dei mercati finanziari nazionali e internazionali di quei giorni, ha deciso che la grande crisi del 2011 andava affrontata con la più classica delle soluzioni italiane: la via giudiziaria.

Ruggiero ha prima iscritto nel registro degli indagati i vertici di Moody’s, poi ha acceso un faro anche su quelli di Standard & Poor’s. Sotto accusa sono al momento tre analisti di quest’ultima e uno di Moody’s, oltre i responsabili legali in Italia di entrambe le agenzie. I reati ipotizzati sono appunto aggiotaggio, insider trading e manipolazione del mercato. Nell’ultima settimana di luglio la procura di Trani ha mandato in Consob la Guardia di Finanza per ottenere copia di tutti gli atti che riguardano le due agenzie di rating (la terza, Fitch, per il momento è solo sotto osservazione).

Lo stesso magistrato che conduce l’indagine ha avuto un incontro con i vertici della Consob, e per fare capire a tutti che non si trattava di una indagine fra le tante, ha chiamato a Trani come persone informate dei fatti l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e il Governatore uscente della Banca d’Italia (e prossimo governatore della Bce), Mario Draghi.
Un’inchiesta a cinque stelle, talmente globale che non è il caso di stare lì a discettare sulla competenza territoriale o meno della procura di Trani.

D’altra parte l’idea di fondo fa impazzire Marco Travaglio con i suoi fan, Antonio Di Pietro e perfino il neo-giustizialista di sinistra Pier Luigi Bersani: cosa si può fare di fronte alla crisi finanziaria che sta scuotendo i mercati di tutto il mondo? Semplice: arrestarla. E il modo più rapido per risolvere problemi di questo tipo è mettere le manette alla crisi in fretta e furia, senza nemmeno bisogno di lunghi passaggi di autorizzazioni a procedere parlamentari.

In effetti se Trani ha il boccone più appetitoso, quello sulle agenzie di trading, sulla speculazione già altre due procure hanno aperto un fascicolo al momento contro ignoti: Roma e Milano, perché nessuno possa restare tagliato fuori dall’inchiesta mondiale dell’anno. Manette alla crisi, e fossimo in Silvio Berlusconi incroceremmo le dita, perché  quando inizia così sotto gli auspici di Fatti quotidiani, Di Pietri e Bersani, prima o poi sul banco degli imputati ci finisce di sicuro il premier.

Anzi, stupisce già che la sinistra italiana non si sia già giocata questa carta internazionale di eccezione. Magari inviando a Washington dall’amico Barack Obama il sempre verde Walter Veltroni, ad annunciare che grazie a una brillante operazione di polizia giudiziaria l’Italia sta per arrestare la crisi e il debito Usa può vivere sonni tranquilli.


di Franco Bechis

07/08/2011




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A casa di Babbo Natale "Lavoro anche d’estate"

La Stampa


Nella "Disneyland svedese" costruisce giocattoli: mi arrivano 100 mila lettere


FRANCESCO SAVERIO ALONZO


TOMTELANO (SVEZIA

Che cosa fa Babbo Natale durante l’estate, quando non deve affrettarsi a caricare sulla slitta trainata dalle renne i regali da distribuire a tutti i bambini buoni del mondo? Siamo andati a trovarlo nella sua residenza di Tomteland (Paese di Babbo Natale) alla periferia della città di Mora, nel Nord della Svezia, e lo abbiamo sorpreso intento a dipingere decorazioni multicolori su un cavallino di legno che è tipico di quelle parti e che dicono porti fortuna.

Babbo Natale è un gran bel signore dalla barba bianca e dagli occhi azzurri che, dietro gli occhiali, mostra uno sguardo bonario e gentile. Accoglie me e il fotografo con grande cordialità e ci offre salmone affumicato e snaps (un’eccellente acquavite del posto), raccontandoci che ogni anno gli arrivano circa 100 mila letterine di bambini provenienti da ogni parte del mondo (perfino dalla Cina e dall’Australia) alle quali risponde sempre di persona. L’indirizzo di Babbo Natale? È semplicissimo: «Santaworld - Mora - Svezia».

Ma chi è nell’altra vita, quando si sfila la barba, questo signore panciuto? Ha un’altra vita? Questo non lo dice. «Sono tenuto al segreto. Per tutti, io sono solo Babbo Natale». Racconta però molto di sè e della vita a Tomteland. Dopo un meritato riposo per riprendersi dalle fatiche di dicembre, lui e i suoi aiutanti, che sono quasi tutti ragazze sveglie e abili, cominciano a preparare e a fabbricare i giocattoli da distribuire alla fine dell’anno. Sbozzano, intagliano e dipingono i famosi cavallini variopinti, le bambole, i trenini, le casette, le renne. Quest’anno c’è una novità: un simpatico alce con lunghe gambe posteriori e grandi occhi curiosi, che si chiama Hälge ed è uno dei protagonisti di fumetti diffusi in tutto il Nordeuropa.

Questa figura non poteva mancare perché, oltre alle renne che pascolano tranquille a frotte negli ampi recinti, il grande parco di Tomteland comprende un intero bosco - e pure un laghetto -, dove vivono gli alci. In questa stagione si possono vedere due mamme alci che stanno allattando i piccoli nati soltanto qualche settimana fa. L’alce Hälge ha una sua zona riservata dove, in mezzo a streghe, «troll», genietti, fate dalle ali leggiadre, maghi, gnomi furtivi e cacciatori più o meno arditi, protagonisti anch’essi dei fumetti, si provano le emozioni più strane davanti a cassette delle lettere parlanti, corvi che fischiettano arie melodiose e ricci che, un casco da vigile in testa, regolano il «traffico» sui ponti che attraversano i ruscelli.

La casa di Babbo Natale è un meraviglioso palazzo tutto di legno, ricco di torri, cuspidi e balconi, con grandi porte intarsiate. Al centro della sala da pranzo c’è un grande camino e davanti al fuoco acceso (l’estate in Svezia è freddina), Babbo Natale racconta ai visitatori che quest’anno dedicherà particolare attenzione ai bambini italiani, rispondendo alle loro letterine addirittura nella nostra lingua.

Dopo aver fatto un viaggio così lungo per andarlo a trovare, non si poteva fare a meno di fare qualche domanda personale a Babbo Natale. Per esempio: dove dorme? «Nella mia casa privata accanto al palazzo - dice. Eccola là, è quella fatta tutta di tronchi d’albero. Dentro c’è un grandissimo letto, soffice, coperto di cuscini e con un caldissimo piumone». In questa stagione, spiega, dorme molto perché deve recuperare il sonno che perde nelle settimane che precedono il Natale, quando si lavora a più non posso. E anche il sonno della notte di Natale che, per colpa dei fusi orari, lo fa stare in giro per il mondo anche per trenta ore filate. Ma in ferie non va mai, nemmeno d’estate. «Eh, no! Non posso proprio. Sennò chi li fabbrica, i giocattoli? Chi risponde alle lettere?».

A giudicare dal pancione, deve mangiare molto. Ma che cosa? «Pane e formaggio, lamponi, fragole, mirtilli, funghi. Vado matto per i dolci, soprattutto i biscotti allo zenzero». E mentre parla, pensa anche a quel buon riso dolce col latte che gli offrono nelle case quando passa per le consegne. «Qualcuno ci aggiunge anche qualche bicchierino di acquavite. Devo però andarci piano, sennò perdo la bussola, non riesco a governare la slittae le renne non mi ubbidiscono più».

I bambini, a Tomteland, arrivano a centinaia, «e noi li facciamo stare proprio bene». Non solo: pensano anche ai bambini dei Paesi poveri: «Gran parte dei nostri guadagni vanno a loro».



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