lunedì 8 agosto 2011

La sentenza del tribunale: "E' nei diritti dei gatti star liberi nei condomini"

di Redazione

I gatti sono animali sociali e quindi il loro aggirarsi liberamente per gli stabili condominiali non è contrario alle regole, anzi, è in qualche modo un loro diritto. Il tribunale di Milano dà ragione a una gattara



Milano - I gatti sono animali sociali e quindi il loro aggirarsi liberamente per gli stabili condominiali non è contrario alle regole, anzi, è in qualche modo un loro diritto. E' questo il significato di una recente sentenza di un tribunale che, a Milano, ha dato ragione alla "gattara" di un palazzo.
La decisione del tribunale La donna si era vista citare in causa da una coppia che vive nel palazzo e che chiedeva la rimozione delle cassette in cui veniva lasciato il cibo, l’allontanamento degli animali e un risarcimento morale agli altri condomini. "La decisione del giudice civile, invece - sottolinea l’ Aidaa, associazione italiana difesa animali e ambiente - richiama per la prima volta le normative della Legge 281, riconoscendo che i gatti sono animali sociali che si muovono liberamente e che quindi 'i gatti che stazionano e vengono alimentati nelle zone condominiali non possono essere allontanati o catturati per nessun motivo'". Una sentenza definita storica dagli animalisti.



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Arrestato il re dello spam

Corriere della sera

Sanford Wallace ha violato centinaia di migliaia di account e rubato i dati sensibili di un esercito di utenti



Sanfors Wallace, il re dello spam assicurato alla giustizia
Sanfors Wallace
MILANO - Sanford «Spamford» Wallace, americano 43enne di Las Vegas, è stato bloccato dalle autorità giudiziarie e rilasciato dietro una cauzione di centomila dollari in attesa di una successiva decisione del giudice di San José.

27 MILIONI DI MAIL INDESIDERATE - Wallace avrebbe compromesso circa 500 mila account di Facebook tra novembre 2008 e marzo 2009, inviando una quantità enorme (più di 27 milioni) di mail spazzatura attraverso i server della compagnia. Secondo l'accusa, l'uomo sarebbe riuscito a sviluppare un programma capace di eludere i filtri della rete sociale. Nel 2009 un tribunale federale gli aveva proibito di accedere a Fb, condannandolo a pagare una multa di 711 milioni di dollari. E ora il sovrano dello spamming è obbligato ad arrendersi all'Fbi per aver violato l'ordinanza che gli impediva qualsiasi accesso alla piattaforma blu e a rispondere di ben undici capi d'imputazione.

SPAMMING E SOCIAL NETWORK - Sanford Wallace era stato già condannato anche nel 2008 in una causa aperta da MySpace nei suoi confronti. In quell'occasione la multa era di 230 milioni di dollari e ancora una volta la carriera di Mr Wallace evidenzia come lo spamming abbia preso di mira da tempo le reti sociali.
LAS VEGAS-NEW YORK – Galeotto è stato un volo tra Las Vegas e New York, in occasione del quale Wallace, sotto lo pseudonimo di David Sinful-Saturdays Fredericks, è tornato sul luogo del delitto. Ora lo spammer deve rispondere di 11 reati, tra cui frode, danno intenzionale a un computer protetto e violazione dell'ordine di non accedere ai social network. Sanford Wallace rischia 10 anni di carcere e una nuova multa, probabilmente più salata della precedente. L'appuntamento con la giustizia californiana è fissato per il 22 agosto. E intanto il sedicente Spam King si dice estraneo agli eventi.

Emanuela Di Pasqua
08 agosto 2011 13:21



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Un marito a carico. Per errore

Corriere della sera

Impiegata si scopre sposata a un uomo straniero. Ma è una distrazione dell'anagrafe dovuta a omonimia




Il comune di Montesilvano, in provincia di Pescara


Un disguido o un banale equivoco, a volte, possono cambiare radicalmente la vita di una persona. Ne sa qualcosa un’impiegata della provincia di Pescara che, alcune settimane fa, ha scoperto di essere sposata da quattro anni con un uomo straniero. Un «incidente» dovuto ad uno scambio di persona, mistero svelato. Robetta da niente, insomma, che però alla malcapitata è costato un iniziale spavento e un bel capogiro. Forse anche per il fatto che il presunto marito risultava a suo carico.

ERRORE - Alla sorpresa è seguita presto la consapevolezza dell’errore, commesso per la distrazione di uno degli addetti ai servizi anagrafici del Comune di Montesilvano. Un caso di omonimia e il mancato controllo delle date di nascita – una sbadataggine di cui l’amministrazione si è già ampiamente scusata – ed ecco che lei, l’impiegata, risultava sposata dal 25 agosto 2007; mentre l’altra, la moglie vera, viveva libera da ogni vincolo coniugale. Anche se per quattro anni nessuno si è accorto di niente. Fino a quando l'interessata ha avuto bisogno di un certificato. Dopo due giorni di ricerche il mistero che avvolgeva la storia, nascosto nelle pieghe burocratiche del piccolo Comune, si è dissolto. Ma quanta fatica.
REAZIONI - La verità, ha raccontato la donna all'edizione abruzzese de Il Tempo, è venuta fuori solo quando ha richiesto un certificato. Al momento di verificare i dati, è spuntata un’altra persona, identificata come lei tranne che per la data di nascita. Il Comune, ad onor del vero, ha subito ovviato al pasticcio «girando» i dati esatti all’Inps, il cui sistema informatico aveva consentito di rilevare l’incongruenza. «Sono cose che possono capitare, e comunque all’errore abbiamo rimediato chiedendo scusa» è stata la versione per la verità un po' piccata fornitaci dall'Anagrafe. È andata peggio quando, sempre da queste parti, è deceduta un’anziana che, invece, risultava essere in perfetta forma. La donna non deve averla presa troppo bene se è vero - come riferito - che, dopo aver toccato ferro e dimostrato di essere viva e vegeta, si è rivolta all’avvocato per costringere l’amministrazione a risarcirla. Il conto? Seimila euro tondi tondi.


Nicola Catenaro
08 agosto 2011 14:37



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La Regione viaggia in auto blu: 226 le vetture a disposizione

Corriere del Mezzogiorno

Consiglio e giunta sotto la lente di Brunetta: 2 anni fa erano 229. Soltanto il Piemonte fa peggio: 267 vetture


La sede della Regione Campania
La sede della Regione Campania

NAPOLI — La Regione Campania, nella sua duplice articolazione istituzionale, consiglio e giunta, utilizza più auto blu delle altre quattordici Regioni a statuto ordinario, con l’unica eccezione del Piemonte che, però, a differenza della Campania, si sta impegnando in una drastica riduzione. È uno dei dati che emergono dal secondo monitoraggio sul parco autovetture delle pubbliche amministrazioni promosso dal Dipartimento della Funzione Pubblica per dare seguito a una direttiva del ministro Renato Brunetta.

Le auto blu censite sono state divise in tre categorie. La prima comprende le cosiddette auto «blu blu» di rappresentanza che vengono concesse alle alte cariche dello Stato, delle magistrature e delle Autorità indipendenti o assegnate agli organi di governo di regioni e amministrazioni locali e ai vertici istituzionali degli enti pubblici centrali e locali»; le auto «blu» sono invece destinate ai vertici dirigenziali delle varie amministrazioni; infine le auto «grigie» a disposizione degli uffici e delle polizie locali. I dati consentono la comparazione tra il parco auto del 2009 e quello del 2010. Ebbene, secondo l’ultimo dato raccolto, il Consiglio regionale della Campania ha incrementato di due unità il proprio ‘‘garage’’, passando da 11 a 13 auto. Peraltro una sola di queste risulta di proprietà. Le altre sono state acquisite ad altro titolo, vale a dire leasing, noleggio, affitto o comodato.

A far lievitare oltre misura il numero di auto provvedono Palazzo Santa Lucia, la sede dell’esecutivo, e le rispettive articolazioni periferiche. Nel 2009 nella disponibilità della Regione c’erano bel 218 auto, di cui 16 «blu blu», 24 «blu» e 178 «grigie» tutte di proprietà per acquisto o riscatto. Nell’anno successivo il parco auto è diminuito di sole 5 unità: sono rimasti invariati i numeri delle prime due tipologie di auto pubbliche «blu blu» e «blu», mentre sono calate le auto a disposizione degli uffici e dei settori. Nella tabella figurano inoltre per la prima volta 6 autovetture in leasing o in affitto. Qualche altra cifra. Alla Regione gli autisti dipendenti, censiti nel 2010, sono 71 su un totale di 95 addetti al parco auto dei quali 23 esterni. Il costo degli addetti alla guida, anche se solo per un tempo limitato, supera di poco i 3,5 milioni di euro. Le auto riconducibili al governo della Regione hanno percorso durante il 2010 ben 2,7 milioni di chilometri, pari a 67,3 volte il giro del mondo all’Equatore e 7 volte la distanza dalla Terra alla Luna, con una percorrenza media annua di 12,676 chilometri. In aumento, dal 2009 al 2010, la spesa complessiva per la gestione delle tre tipologie di auto: si passa da 1,9 a 2,23 milioni di euro.

Il confronto non regge con la «virtuosa» Regione Lombardia, che nel 2010 ha confermato le sole 8 autovetture a disposizione degli inquilini del Pirellone (la sede del Consiglio regionale). Ma è il parco auto della giunta lombarda a fare la differenza. Solo 86 le auto, addirittura 36 in meno rispetto all’anno precedente. La contrazione in termini unitari ha comportato anche una riduzione delle spese da 908.054 auro e 839.182. Peraltro anche l’utilizzo delle singole auto risulta maggiore: 13.287 chilometri all’anno. Qualche dato anche sulle auto blu utilizzate dai Comuni capoluogo della Campania. Naturalmente, considerate le dimensioni, al primo posto c’è il Comune di Napoli che da un anno all’altro ha però svuotato in maniera significativa il garage: ne sono uscite infatti 27 auto, facendo scendere il numero complessivo del 2010 a 205. In aumento invece quelle che fanno riferimento al Comune di Salerno. Si passa infatti dalle 112 del 2009 alle 118 del 2010. L’ultima rilevazione disponibile fissa in 48 unità il parco delle auto blu del Comune di Caserta, in 41 quello del Comune di Benevento e in sole 4 quello del Comune di Avellino.


Gimmo Cuomo
08 agosto 2011




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La class action dei Senatori: vogliono il bancomat gratis.

Libero




Ai comuni correntisti Bnl non è rimasto che abbozzare. E quindi o prelevare allo sportello almeno 2.100 euro per volta, oppure dare l’addio alla vecchia abitudine di recarsi in agenzia per prelevare grandi somme di denaro contante. Pena: la condanna a pagare un balzello di tre euro per ogni ritiro fino a 2.000 euro. Ai senatori della Repubblica, invece, è bastato dare battaglia in Aula in occasione dell’esame del bilancio di Palazzo Madama per eliminare la “tassa sul prelievo”. Come? Decidendo, pressoché all’unanimità, per il mancato rinnovo della convenzione con la Banca nazionale del lavoro per la gestione dello sportello bancario del Senato. «Le condizioni che ci venivano applicate erano più sfavorevoli di quelle riservate ai cittadini», spiega a Libero il senatore dell’Italia dei valori Elio Lannutti, firmatario di un ordine del giorno teso a ottenere clausole migliori per i senatori.

RIVOLTA IN AULA
È Lannutti, storico leader dell’associazione dei consumatori Adusbef, che presenta insieme al collega Alfonso Mascitelli – Idv pure lui – un odg che impegna i vertici del Senato a ridefinire l’accordo che regola il rapporto tra lo sportello Bnl, i senatori e i dipendenti di Palazzo Madama. Motivo: le «condizioni capestro assai gravi per la clientela del Senato e del tutto ingiustificate». Esempio: «Una commissione pari a tre euro quale commissione prelievo contante allo sportello fino a 2.000 euro», appunto, e i 4,50 euro richiesti «per effettuare bonifici domestici non urgenti su supporto cartaceo». Condizioni «vessatorie», insiste Lannutti in Aula.

Sono le stesse condizioni, però, che lo scorso 18 aprile i correntisti Bnl si sono viste recapitare a casa dalla loro banca sotto forma di «proposta di modifica unilaterale del contratto». Con la differenza che i semplici risparmiatori non possono impegnare «il consiglio di Presidenza e, in particolare, il collegio dei questori, a valutare una nuova definizione della convenzione» con l’istituto di credito. O si adeguano alle nuove tariffe, o chiudono il proprio conto corrente e cambiano sportello. Con relative spese.

Invece i senatori hanno dato fuoco alle polveri. Casus belli: l’ordine del giorno G35 dei due senatori dell’Idv. Lannutti, in particolare, prima ha coagulato intorno a sé, con una lettera, il consenso di 137 colleghi di maggioranza e opposizione, poi è intervenuto in Aula. E questo nonostante nel frattempo le condizioni, almeno per i senatori, fossero migliorate. In primis, come rivelato dallo stesso Lannutti nella seduta del 3 agosto, in relazione ai «tre euro che venivano chiesti a chi preleva contanti allo sportello, considerati un’odiosa tassa». Caso rientrato? Non proprio, visto che per il senatore dell’Idv le condizioni riservate ai senatori erano comunque «inferiori a quelle che ottengono i consumatori fuori di qui». Ma i cittadini i tre euro per il prelievo in agenzia li pagano ancora o no? «Non lo so», ammette Lannutti.

MUTUI FACILI
L’iniziativa dei senatori dipietristi, però, è stata stoppata dai vertici di Palazzo Madama, che hanno pensato bene di precedere Lannutti e Mascitelli nel dare il benservito alla Bnl. «È bene che lei e tutta l’Aula sappiate che abbiamo intenzione di procedere non a un rinnovo della convenzione, bensì a una procedura di gara che genera una discontinuità», ha spiegato a Lannutti il senatore questore Angelo Maria Cicolani (Pdl). Parole seguite dalla conferma dello stesso Renato Schifani, presidente del Senato, sull’intenzione della presidenza di «non procedere a un’ulteriore proroga» della convenzione con Bnl, ma di «fare una gara». Così a Lannutti non è rimasto altro che ritirare il suo odg. Il leader dell’Adusbef, però, non ci sta a passare per un difensore della casta: «Sono 25 anni che porto avanti le mie battaglie fuori e dentro dal Palazzo contro le vessazioni cui gli utenti e i risparmiatori sono sottoposti da parte del sistema bancario».

Dal Senato alla Camera. A Montecitorio c’è uno sportello del Banco di Napoli. Una presenza che finora ha messo d’accordo tutti. È stato il deputato dipietrista Carlo Monai, dalle colonne dell’Espresso, ha rivelare i privilegi di cui godono lui e i suoi colleghi su mutui e prestiti: «Per un mutuo di 150mila euro a cinque anni il tasso fisso è appena del 2,99%, uno o due punti sotto quello di mercato. Idem per un prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3 per cento».


di Tommaso Montesano
08/08/2011




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I nastri esplosivi di Jackie Kennedy: "John fu ucciso per ordine del suo vice Lyndon Johnson"

Quotidiano.net

La figlia Caroline autorizza la diffusione dell'intervista concessa dall'ex first lady allo storico Arthur Schlesinger pochi mesi dopo l’omicidio di Dallas. Fra gli scoop i flirt di Jackie con William Holden e Gianni Agnelli



John e Jackie Kennedy (Ap/lapresse)

Roma, 8 agosto 2011

John F. Kennedy venne ucciso su ordine del suo vice Lyndon Johnson e di una “cupola” di petrolieri texani: questo è quanto credeva la vedova del Presidente, Jaqueline, nell’intervista concessa allo storico Arthur Schlesinger pochi mesi dopo l’omicidio di Dallas.

Come riporta il tabloid britannico The Daily Mail, la registrazione finì negli archivi della Kennedy Library, a Boston, con il perentorio ordine di non venire pubblicata che cinquant’anni dopo la morte di “Jackie”, forse per timore di possibili rappresaglie contro i suoi familiari.

Diciassette anni
dopo la sua morte la figlia Caroline ha tuttavia autorizzato la diffusione delle registrazioni, messe a disposizione dalla Abc in cambio - secondo alcune fonti - della cancellazione di una mini-serie sulla famiglia poi trasmessa da un canale via cavo indipendente.

Secondo le prime indiscrezioni
i nastri conterrebbero rivelazioni “esplosive” anche in materie di cuore: in particolare, Jackie si sarebbe vendicata delle numerose infedeltà concedendosi dei flirt tra cui l’attore William Holden e l’allora erede della Fiat Gianni Agnelli.



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Potenza? Non pervenuta" La città senza temperatura

La Stampa


La stazione meteo fu chiusa, anzi sfrattata, nel 2007. Ora la soluzione?


ANTONIO SALVATI


La temperatura a Potenza? Non pervenuta». Un refrain per chi di minime e massime è un appassionato. Un ritornello che va avanti da tempo, dal 2007 per la precisione, da quando cioè la stazione meteorologica del capoluogo della Basilicata ha chiuso i battenti. Non pervenuta dunque, perché semplicemente non c’è nessuno che armato di termometro e pazienza registra le temperature.

E pensare che quella potentina era una delle più antiche stazioni meteorologiche d’Italia. Ma dalla storia travagliata: apre i battenti nel 1928, in un elegante palazzo del centro storico. I problemi iniziano con il terremoto del 1980, quello che il 23 novembre devastò Campania e Basilicata. Il sisma rese inagibile l’edificio che ospitava i macchinari, così la stazione fu spostata, nel dicembre dello stesso anno, presso l’edificio dove aveva sede l’Istituto nazionale delle assicurazioni. Nel gennaio del 1981 la stazione ritornò a svolgere la sua funzione di rilevazione e raccolta dei dati per conto dell’Aeronautica militare. Arriviamo al gennaio del 1999, quando ancora una volta la stazione è costretta ad interrompere le rilevazioni sempre a causa dell’inagibilità del palazzo in cui era ubicata.

In quegli anni ci eravamo attrezzati da soli per rilevare le temperature», ricorda Gaetano Brindisi, impiegato amministrativo presso la Facoltà di Agraria e meteorologo per passione. Oggi è ancora lui ad effettuare le misurazioni che puntuali appaiono sulla Gazzetta del Mezzogiorno. «Probabilmente sono l’unico», si lascia scappare a denti stretti. Sta di fatto che proprio Brindisi, insieme a Germano Di Leo, comunicava in quegli anni le temperature via telefono al meteorologo della Rai Guido Caroselli. «Era il presidente dell’Associazione amici dell’atmosfera - spiega Brindisi - e noi ne facevamo parte. Abbiamo sopperito alla mancanza di una stazione meteorologica per un anno abbondante e quando c’eravamo noi, il "non pervenuta" non è mai apparso». Fino cioè a tutto il mese di ottobre del 2000.

L’Aeronautica Militare e il comune di Potenza si sedettero attorno a un tavolo grazie anche alla mediazione dell’allora parlamentare potentino Giuseppe Molinari. Si stipulò così un accordo per riattivare una stazione nel capoluogo di regione: la sede scelta fu una stanza all’ultimo piano del Grande Albergo di Potenza e l’intesa prevedeva di dividere a metà le spese di fitto. Per sette anni le massime e le minime di Potenza erano note a tutta Italia: il 13 febbraio del 2007, la stazione cessò di nuovo la sua attività e il «non pervenuta» continuò impietoso a campeggiare. Tutta colpa dello sfratto ricevuto dalla stazione di rilevamento. Una sorta di maledizione a cui i potentini non vogliono cedere. Sul web si sono moltiplicati i siti che insegnano come effettuare rilevazioni fai da te.

In fondo non sembra essere così difficile: sistemare il termometro all’esterno (il più possibile isolato dalla parete), assicurarsi che sia in ombra per tutto il giorno (e riparato dal vento), leggere le temperature dopo il tramonto (e ricordarsi di azzerare gli indici). «A questo bisogna aggiungere poi il gradiente termico verticale che è di circa sette gradi in meno per ogni 1000 metri di quota alla latitudine di Potenza», ci tiene a precisare Antonio Laraia, funzionario in pensione della Regione Basilicata. Con Pino Santarsiere, ex pilota dei vigili del fuoco, ha creato su Facebook il gruppo «Potenza non pervenuta».

Ma non è il solo, visto che sempre sul social network è possibile imbattersi in «Che tempo fa? Potenza non pervenuta» che conta oltre un centinaio di iscritti. Sulle bacheche è possibile trovare le rilevazioni delle temperature massime e minime e anche degli studi sull’andamento delle stesse. «E’ una passione - spiega - nata per gioco ma non solo. Le sembra giusto che Potenza resti l’unico capoluogo di regione in Italia a non avere una stazione meteorologica? Siamo stufi di vedere campeggiare quel "non pervenuta"».

Eppure qualche buona notizia sembra arrivare. Visto che sembrava ormai cosa fatta la sostituzione, sul cartellone delle previsioni nazionali, di Potenza con Sanremo. Dopo una serie di sopralluoghi l’Aeronautica e il Comune hanno individuato un sito idoneo per il posizionamento delle strumentazioni. La zona scelta sarà quella di Macchia Romana nei pressi dell’Università di Potenza. Tra qualche mese (si parla dei primi di ottobre) la stazione inizierà le rilevazioni. Non si tratterà di impianti digitali di ultima generazione, ma semiautomatici. Poco importa, l’importante è cancellare per sempre quel «non pervenuta».



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Guadagnano milioni e scioperano pure

Il Tempo

I capitani della Serie A: "Senza contratto non si gioca". A rischio la prima giornata. La Lega calcio infuriata.


I calciatori del Milan con la Supercoppa italiana vinta a Pechino Ci mancava lo sciopero minacciato dai milionari del pallone a rendere più triste quest’estate di crisi. L’economia mondiale traballa, quella italiana è in coma e i capitani della serie A annunciano di non far partire il campionato senza firma del contratto collettivo. Non bastasse lo spread, non una giovane ala inglese ma la differenza tra i tassi di rendimento dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, non fossero sufficienti le parole del ministro Tremonti che ha gettato nello sconforto i cittadini, ecco il solito tormentone estivo.

I calciatori, quelli di serie A (stipendio medio di un milione all'anno per 800 superfortunati), minacciano di non riprendere il campionato tra una ventina di giorni. Possibile? Eccome. I tifosi non capiscono, il nodo sarebbe la mancata firma sul contratto collettivo. Con la Lega calcio c'è accordo su tutto meno che sui fuori rosa, ossia i «poverini» non vogliono allenarsi in due gruppi distinti. Vale a dire l'allenatore non può dividere la seduta di lavoro in due gruppi perché i giocatori si sentirebbero discriminati. Un tecnico di prima categoria, un preparatore, doccia calda a cinque stelle eppure non basta: allenamenti alla stessa ora, sullo stesso campo.

Poi i presidenti vorrebbero che a un anno dalla fine del contratto i calciatori fossero obbligati ad accettare il trasferimento a parità di ingaggio. Una proposta ragionevole nemmeno paragonabile con quanto accade nel mondo reale. E poi basta con la favola che la serie A sciopera per aiutare i giocatori delle categorie inferiori. Non è vero, non è mai stato vero, questi paperoni che non si accontentano mai, fanno i loro interessi e basta. Fuori, poi, il mondo va a pezzi, quello reale non quello delle vacanze alle Maldive, delle Ferrari e delle veline a Formentera. E i pensionati?

E le massaie che si aggrappano ai last minute nei supermercati per risparmiare e arrivare a fine mese? A quelli non ci pensano i nostri pallonari superpagati, non vogliono giocare perché quei «cattivoni» dei presidenti dei club li emarginano durante gli allenamenti... Ma andate a lavorare. Provate a guadagnare 1.000 euro per mandare avanti una famiglia. Informatevi sul tasso del mutuo variabile per acquistare dopo tanti anni di sacrifici una casa. Alzatevi ogni mattina alle 6 per andare in fabbrica poi tornate a casa quando è già buio e controllate con una certa apprensione la buca delle lettere per scoprire se è arrivata l'ennesima bolletta da pagare.

Poi, fate pure gli scioperi che volete ma non per difendere privilegi fuori dal mondo. Del resto gli stadi sono sempre più vuoti, la gente ormai non ci crede più tra calciopoli, tornelli, scommesse e l'inutile tessera del tifoso. Tremonti dovrebbe fare una bella patrimoniale sugli stipendi oltre il milione, non sui conti in banca degli italiani. Perché la casta sono i politici ma anche loro: i milionari del pallone devono fare i sacrifici perché la barca sta affondando e, come sempre accade nelle squadre di calcio, loro sono i primi a scappare da un'altra parte, in un altro club per guadagnare di più. Mi faccia il piacere Tommasi, direbbe Totò. Stavolta vergognatevi davvero, voi e un sindacato dell'altro mondo.


Luigi Salomone
08/08/2011




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Costi della politica: tutti i tagli che si possono fare subito

Corriere della sera

Riduzione dei parlamentari: l'intesa è solo a parole


Vogliono la fiducia dei cittadini in questo momento nero? Se la guadagnino. Il governo, la maggioranza e la stessa opposizione non possono chiedere un centesimo agli italiani senza parallelamente (anzi: prima) tagliare qualcosa di loro. Conosciamo l'obiezione: non sarà un taglio di 1000 euro dallo stipendio reale (l'indennità è solo una parte) di deputati e senatori a risolvere il problema. Perfino se tutti fossero condannati a lavorare gratis risolveremmo un settemillesimo della manovra. Vero. Ma stavolta non hanno scelta: è in gioco la loro credibilità.
Per partire devono aver chiaro un punto: il perfetto è nemico del bene. In attesa di una ridefinizione generale dello Stato (campa cavallo) certe cose si possono fare subito. Alcune simboliche, altre di sostanza.

Sono stati presentati nove progetti di legge, dall'inizio della legislatura, per ridurre o addirittura dimezzare il numero dei parlamentari. Da destra, da sinistra... Dove sono finiti? Boh... Sono tutti d'accordo, a parole? Lo facciano, quel taglio. Senza allegarci niente. Sennò finisce come sempre finisce: la sinistra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla destra, la destra ci aggancia una cosa inaccettabile dalla sinistra. E tutto resta come prima. Esattamente il giochino della riforma bocciata al referendum del 2006, che vedeva sì una modesta riduzione da 630 a 518 deputati, da 315 a 252 senatori (non il dimezzamento sbandierato: quella è una frottola) ma anche uno svuotamento dei poteri del Quirinale e un aumento dei poteri del premier.

Dettagli che garantivano la bocciatura: la sinistra non l'avrebbe votato mai. Vogliono ridurre davvero? Trovino un accordo e lo votino tutti insieme: non servirà neanche il referendum confermativo. Sennò i cittadini sono autorizzati a pensare che sia solo propaganda. Come propaganda appare per ora la mega-maxi-super-riforma votata dal Consiglio dei ministri il 22 luglio. Se era così urgente perché non risulta ancora depositata e non se ne trova traccia neanche nel sito di Palazzo Chigi? Era sufficiente l'annuncio stampa? Forse erano più urgenti le vacanze.

Non si possono abolire subito le province senza ripartire parallelamente le competenze e i dipendenti? Comincino a toglierle dal tabù della Costituzione e a sopprimere quelle che hanno come capoluogo la capitale regionale destinata a diventare area metropolitana o non arrivano a un numero minimo di abitanti.

Vogliono inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione? Inizino col riconoscere, concretamente, che la cosa oggi più lontana dal pareggio sono le pensioni dei parlamentari: alla Regione Lazio i contributi versati sono un decimo di quanto esce per i vitalizi. Alla Camera e al Senato un undicesimo. Al netto dei reciproci versamenti addirittura un tredicesimo. Immaginiamo la rivolta: non si toccano i diritti acquisiti! Sarà, ma quelli dei cittadini sono già stati toccati più volte.

Deve partire una stagione di liberalizzazione? Partano introducendo una regoletta esistente nei Paesi più seri: un deputato pagato per fare il deputato può far solo il deputato. Un caso come quello di Antonio Gaglione, il parlamentare pugliese espulso dal Pd per avere bucato il 93% delle sedute e così assenteista («preferisco fare il medico»), da bigiare addirittura il passaggio chiave del 14 dicembre scorso che vide Berlusconi salvarsi per pochissimi voti dalla mozione di sfiducia, in America è impensabile. E così quelli dei tanti avvocati (uno su sette alla Camera, uno su sette al Senato) e professionisti di ogni genere che pretendono di fare l'una e l'altra cosa. Dice uno studio de «lavoce.info» che un professionista che continua a fare il suo lavoro anche dopo l'elezione «bigia» in media il 37% in più degli altri parlamentari. Basta.

Negano di intascare i soldi destinati ai collaboratori non messi in regola e pagati in nero? La riforma è già pronta e depositata: il deputato o il senatore fornisce al Parlamento il nome del collaboratore di fiducia e questi viene pagato direttamente dal Parlamento. Ed ecco che l'«equivoco infamante» su certe furbizie sarebbe all'istante risolto.

Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini. Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale. Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un'azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto. Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto. Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.

Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie. Per non dire del Quirinale dove ogni presidente, per quanto galantuomo sia, pur di non smentire la cautela del predecessore, mantiene riservato il bilancio del Colle limitandosi a dare delle linee generali. Che magari sono sempre meno oscure ma certo sono lontanissime dalla trasparenza britannica.
Cosa risparmieremmo? Moltissimo. Un solo esempio: sapere che il passaggio dato su un volo di Stato a una ballerina di flamenco finirebbe all'istante sui giornali, spingerebbe automaticamente a ridurre se non a eliminare del tutto certi «piacerini». Lo stesso vale per certi voli elettorali vietati, come ricorda una dura polemica sui giornali, anche in Turchia. Il governo, la maggioranza e l'opposizione (per quanto possa incidere) ritengono di avere, sui costi della politica, la coscienza a posto? Pensano di avere tagliato il massimo del massimo e che non si possa tagliare di più? Mettano tutto online. Con un linguaggio non inespugnabile. Ma soprattutto, vale per la destra e per la sinistra, la smettano una volta per tutte di gettare fumo fingendo di fare confusione (confusione voluta, ipocrita, pelosa) tra il qualunquismo, la demagogia e il diritto di sapere dei cittadini. Che sudditi non sono.


Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

08 agosto 2011 08:55



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Tangenti, il malaffare dell'hinterland soffoca Milano

Il Giorno

Dai veleni di santa Giulia agli scandali di Buccinasco e Cassano. I grandi accusatori raccontano tutto ai giudici.



Aree ex Falck

Milano, 8 agosto 2011

Che tangentopoli a Milano e Provincia non fosse mai finita si mormorava dappertutto. Che fondi neri inquinassero la pubblica amministrazione, pure. Un fiume di denaro che passerebbe di mano in mano per accelerare grandi piani urbanistici. Business del mattone. Già, il mattone. Al centro delle inchieste a ripetizione sul malaffare che infetterebbe l’hinterland: i magistrati indagano su amministratori e imprenditori per corruzione e concussione. Quasi un salto indietro nel tempo, a quel ‘92 delle mazzette e delle manette. Scattate la primavera scorsa, 19 anni dopo il pool, per gli ex sindaci di Buccinasco, Loris Cereda e di Cassano d’Adda, Edoardo Sala. Corrotti per la Procura di Milano che li ha portati a San Vittore (il primo è uscito, il secondo è ancora dentro).

Scambio di favori profumatamente pagati perfino con macchine di lusso per Cereda. Stecche e Bentley, nell’inchiesta che lo riguarda Si professa innocente, invece, Sala. Dalla sua cella respinge ogni addebito: il gip Gaetano Brusa, nell’ordinanza di custodia cautelare che lo riguarda, di lui ha scritto che «avrebbe voluto diventare sindaco per arricchirsi illecitamente». A Cassano nei guai sono finiti l’ex assessore ai Lavori pubblici, un consigliere comunale dell’Udc (collaborano con i giudici) e due professionisti: il famoso architetto Michele Ugliola, l’ uomo fra più inchieste (Milano Santa Giulia e Sesto) e un commercialista, cugino di Sala. L’ipotesi è che la cricca in azione sull’Adda prendesse bustarelle per accelerare recuperi di grandi aree dismesse o per trasformare terreni agricoli in edificabili.

Ma il caso più clamoroso, che sta facendo fibrillare i vertici del Pd, è quello di Sesto: tangenti (4 miliardi delle vecchie lire si ipotizza) fra promesse e pagate per aumentare la volumetria di aree da riconventire, ex Falck ed ex Marelli. Ma nel mirino degli inquirenti pure le concessioni sul trasporto pubblico locale. Gli imprenditori Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini puntano l’indice su Filippo Penati (nella foto CdG), il reuccio democratico si dice pronto alla battaglia. L’indagine in mano alla Procura di Monza, tratteggia il cosiddetto «Sistema Sesto», un’enclave di potere, un cerchio magico da cui - dicono i costruttori - «se eri escluso non lavoravi».

E per starci dentro bisognava pagare. La difesa dell’ex Presidente della Provincia aspetta le carte. Poi farà una mossa. Non se la passano meglio in casa Pdl. A partire dal fallimento dell’immobiliare Pellicano srl di Desio, per cui Massimo Ponzoni, già assessore all’Ambiente nella seconda giunta Formigoni, e ora consigliere regionale del Pdl e membro dell’ufficio di presidenza, è indagato per bancarotta fraudolenta. A questa indagine se ne è aggiunta un’altra per concorso in corruzione, su due Pgt brianzoli: quello della sua Desio — il delfino del Governatore (forse ex si lasciano scappare i beninformati) ci avrebbe messo lo zampino — come in quello della vicina Giussano. Indagati con lui Rosario Perri, ex assessore alla Provincia di Monza (si è dimesso quando il suo nome è saltato fuori nell’ambito dell’inchiesta Infinito sulla ’ndrangheta), mentre si cercano riscontri sempre per concorso in corruzione sul numero due della Provincia, Antonino Brambilla, le vicende sono le stesse.


di Barbara Calderola




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Rosy Bindi suora e Antonio Di Pietro idraulico Ecco i sogni di infanzia dei politici italiani...

di Andrea Indini

Sogni e desideri dei nostri politici da bambini. Se fosse nata maschio, la presidente del Pd avrebbe voluto farsi prete, ma essendo una femminuccia si sarebbe accontentata di indossare l'abito talare. Il Cav aspirava a fare il carabiniere, Buttiglione il boscaiolo e Casini il calciatore. Solo La Russa aveva la passione per comizi e Palazzi romani



Roma

Bisogna immaginarla da bambina. Il mondo ancora da scoprire, i desideri nascosti nel profondo del cuore e un sogno nel cassetto. Se fosse nata maschio avrebbe voluto dire la Santa Messa proprio come i preti che ogni domenica dietro l'altare leggevano la Sacra Bibbia e benedicevano le ostie. Ma, dal momento che era nata femminuccia, si sarebbe accontentata di farsi suora. Quella bambina oggi fa la presidente del Partito democratico. Ma viene da chiedersi se la Rosy Bindi di oggi guarda con rammarico il fatto di non essere mai riuscita a indossare l'abito talare.

Non è la prima volta che la Bindi si lascia andare nell'amarcord della sua giovinezza. Tempo fa ad A aveva raccontato di un giovane "perbene" con un bel paio di occhi azzurri che "piaceva anche a nonna". Mieteva vittime, insomma. Perché la Bindi non era mica una che si faceva piantare in asso dai maschietti. Certo che no! "Eh no, manco per idea, e che, mi faccio lasciare, io? Piuttosto non mi faccio prendere - aveva svelato la presidente pd - un amore non corrisposto non l’ho mai preso in considerazione".

Ma prima ancora di far strage di cuori, la Bindi sognava di andare in sposa al Signore. In una intervista di qualche anno fa, infatti, aveva rivelato che da piccola sognava di vestire l'abito talare, per poter dire messa. Se fosse nata maschio avrebbe fatto il prete: conosceva a memoria tutto il rito e la gestualità del sacerdote. E se da bambina giocava a dire messa, oggi, le "prediche" le fa nelle aule parlamentari o in campagna elettorale.

Nemmeno Silvio Berlusconi si immaginava una carriera politica tanto scintillante. Tantomeno si sarebbe immaginato Cavaliere del lavoro con all'attivo un vero e proprio impero che non ha pari in tutta Italia. Una strada dorata, ricca di soddisfazioni. Eppure anche Silvio, quando era piccolo, non aveva certo in mente di essere eletto al soglio di Palazzo Chigi per ben tre volte. Berlusconi si immaginava con la "lucerna" e il pennacchio rosso e blu d’ordinanza: sognava di fare il carabiniere.
Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, sognava la maglia numero 10: attaccante del Bologna. E non solo: voleva pure la fascia da capitano.

Un Berlusconi carabiniere potrebbe suonare strano, ma è stato lo stesso Cavaliere a rivelare il suo "segreto" pochi mesi fa, durante una cerimonia dell’Arma: "Se non avessi fatto quello che ho fatto nella vita, allora avrei voluto fare il Carabiniere". Casini da ragazzo sognava il giornalismo, ma all’Adnkronos ha svelato che il suo sogno di bambino era di vestire i panni di Giacomino Bulgarelli, icona del Bologna e perno della Nazionale anni Sessanta.

Curiosando tra le aspirazioni fanciullesche o adolescenziali di onorevoli e ministri, si scopre poi che il segretario del Pd Pierluigi Bersani da ragazzo immaginava per sé una carriera da professore. E la querelle con il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini con tanto di pubblicazione dei molti 30 ottenuti all’università ha dimostrato che avrebbe avuto le carte in regola per fare il professore contestatore. Poi, come tanti altri, è rimasto folgorato sulla via della politica. Studenti e studentesse se ne faranno una ragione! D'altra parte, le classi sono già fin troppo piene di insegnanti che invece avrebbe sognato di fare i politici e che scambiano le cattedra per una tribuna elettorale. 

E Antonio Di Pietro? Nove vite come un gatto: pubblico ministero plenipotenziario, superstar durante Mani pulite, politico a tempo pieno, anti Cav di professione e idolo delle piazze rosse, viola, arancioni e arcobaleno. Non solo. Prima ancora di essere un magistrato, l'ex pm di Montenero di Bisaccia ha fatto il tornitore, il gelataio e il collaudatore di caldaie. Da bambino, porò, sognava di fare l’idraulico perché era "affascinato dal movimento perpetuo dell’acqua". Nove vite, appunto. Chissà quante volte i suoi nemici lo hanno accusato di non capire un tubo, e lui dentro di sé avrà sorriso.

C’è chi da bambino ha sognato di indossare il camice bianco. E' stato così per il presidente del Senato Renato Schifani, che ha sempre avuto la passione per la medicina. "Avrebbe voluto aiutare il prossimo", dicono i suoi più stretti collaboratori. Anche Paola Binetti avrebbe voluto seguire il cammino indicato da Ippocrate per specializzarsi in neuropsichiatria infantile. Poi l’impegno sociale e quello politico hanno prevalso. Ma c’è anche chi ha realizzato un sogno doppio: fare il medico e il politico. Come l’ex Idv, poi Responsabile e ora deputato di "Popolo e territorio" Domenico Scilipoti. Agopuntore e onorevole. O come Mario Pepe, del gruppo Misto, endocrinologo prestato alla politica. "Mestiere" che Pepe ha respirato in casa fin da piccolo, quando accompagnava nei comizi lo zio, quel Valitutti ministro dell’Istruzione nella prima Repubblica. 

Da bambino Maurizio Gasparri sognava in nero, rosso e blu, come Berlusconi: anche il presidente dei senatori del Pdl si immaginava da grande con la divisa della Benemerita, definendosi "un carabiniere mancato". Curioso il sogno da bambino di Rocco Buttiglione: prima il missionario in Brasile, poi il boscaiolo. C’era la musica, invece, nei sogni infantili di Umberto Bossi e Roberto Maroni.

Il primo ha seguito la vocazione canora fino a vent'anni quando con il nome d’arte di Donato ha partecipato al Festival di Castrocare e, nel 1964, ha inciso un 45 giri con i brani Ebbro e Sconforto.  Il ministro dell’Interno ha continuato a coltivare a lungo il suo sogno, esibendosi spesso, t-shirt e occhiali scuri alla Blues Brothers, insieme alla sua band di R&B "Distretto 51".
Ma nei Palazzi romani ce n'era almeno uno che sognava sin da piccolo di fare il politico? Ignazio La Russa. Il ministro alla Difesa ha sempre avuto la passione per i codici e la politica. Il primo comizio in piazza? Aveva solo nove anni, accanto al papà avvocato e politico.




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