mercoledì 10 agosto 2011

Le Fs sospendono per 10 giorni il ferroviere «consulente»

Corriere della sera

Riccardo Antonini era stato diffidato perché ha difeso un familiare di una vittima della strage di Viareggio 



Riccardo Antonini, il ferroviere viareggino sospeso dalle Rfi

Sospensione dal servizio per 10 giorni. Con privazione della retribuzione. È questa la sanzione decisa da Rfi nei confronti di Riccardo Antonini, dipendente di Rete Ferroviaria Italiana. Il motivo: Antonini, si sarebbe esposto in una «situazione di conflitto di interessi» e «senza autorizzazione» quando ha assunto l'incarico di consulente di un anziano parente di una delle 32 vittime della strage di Viareggio di due anni fa. Successivamente, alla morte dell'uomo, aveva preso la rappresentanza della Filt-Cgil nell'incidente probatorio disposto per l'inchiesta sul disastro. Una storia che ricorda molto la vicenda del macchinista Dante De Angelis, licenziato, e poi riassunto dopo la decisione del giudice del lavoro, dalle Fs seguita alle sue denuncie in materia di sicurezza ferroviaria.

LA LETTERA - «Intendo continuare ad essere uomo libero anche come dipendente delle ferrovie. Questi dirigenti Fs - scrive Antonini in una lettera pubblicata su internet - non si rendono conto della gravità di quanto stanno facendo nei miei confronti e soprattutto di cosa sia accaduto a Viareggio il 29 giugno 2009: 32 vittime, feriti gravissimi, sopravvissuti, superstiti che sul corpo e nell’anima ne porteranno i segni per tutta la vita, una parte della città totalmente distrutta».

LA CENSURA - Un mese fa Antonini aveva «ricevuto formale censura» per le tesi che avrebbe esposto nel corso di un incontro pubblico ed era stato diffidato «a proseguire nell'incarico di consulente di parte», entro cinque giorni. Nella stessa situazione, si trova anche un altro ferroviere, Filippo Cufari. Entrambi erano stati diffidati da Rfi e Trenitalia dal continuare a svolgere la loro attività di consulenti in favore di familiari delle vittime della strage di Viareggio e dell'associazione Ancora in Marcia. Mercoledì, è stata inviata ad Antonini la lettera che gli annuncia il nuovo provvedimento.

LE FERROVIE - Secondo Rfi, le «giustificazioni rese» da Antonini «non sono ritenute valide - si legge - a sollevarlo dagli addebiti che gli sono stati contestati e che risultano quindi confermati». Il provvedimento attuale - sottolinea Assemblea 29 agosto - è il più grave e pesante, dopo il licenziamento. «Un provvedimento disciplinare annunciato da oltre un mese, dopo diffida, censura e contestazione - dicono dall'associazione che difende le vittime della strage - Avevano predisposto e preparato il terreno per il licenziamento ma, al momento, hanno pensato bene di fare dietrofront». «Devo parlare con i miei avvocati - commenta Antonini - ma, come ho detto fin dall'inizio di questa vicenda, concluderò il mio impegno fino al 2 novembre quando sarà concluso l'iter per l'acquisizione delle prove. Vedrò poi in quale forma continuare: certamente, la libertà d'espressione non può essere soppressa con un provvedimento di un'azienda».

L'IDV - «Le minacce di licenziamento arrivate al ferroviere, rappresentano una sfida alla memoria delle vittime da parte delle Ferrovie che vorrebbero ridurre il criterio di lealtà aziendale al rispetto del puro interesse di parte, dimenticandosi che esso prevede inevitabilmente un limite nella ricerca della verità processuale, tanto più in casi in cui sono coinvolte le vite di decine di persone» afferma, in una nota, il consigliere regionale Idv Marco Manneschi. «Una consulenza qualificata da parte di un ferroviere esperto - aggiunge - risulta essere un elemento fondamentale per le vittime ed i familiari che concorrono all'accertamento della verità processuale nell'esercizio del diritto al risarcimento del danno».



Nino Luca
10 agosto 2011 18:34



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Pranzo in camera per il figlio disabile La famiglia lascia albergo di Caorle

Corriere della sera

La denuncia: condizioni inaccettabili e umilianti. La proprietà: noi discriminati al contrario, volevamo venire incontro al ragazzo. Il sindaco: «Pagheremo alla famiglia una settimana di vacanza a spese del Comune»


La spiaggia di Caorle (web)
La spiaggia di Caorle (web)

Le scuse del sindaco di Caorle e una settimana di vacanza a spese dell'amministrazione: sarà risarcita così una famiglia con ragazzo disabile che si è sentita discriminata in un albergo della località turistica veneziana. Il personale della struttura ricettiva ha proposto - come riferito dai genitori al quotidiano il Gazzettino - alla famiglia del giovane, affetto da idrocefalia dopo una meningite contratta in tenera età, di allestire un pranzo separato, ma gli ospiti hanno preferito lasciare l'albergo.

«Durante i pasti - spiega uno dei soci dell'albergo, l'avvocato Roberto Battistutta - il giovane, ogni volta che deglutiva, faceva sforzi come da vomito, come persona terrorizzata su cui si usa violenza». «Alla famiglia è stato chiesto di andare un po' prima degli altri in sala da pranzo oppure di consumare il pasto in camera perché il ragazzo pareva emozionarsi alla vista della gente - prosegue - mi sembra che i genitori abbiano scambiato una disponibilità per una discriminazione: stiamo attenti a non fare adesso discriminazione al contrario». Secondo quanto riferito dal legale, il giorno dopo la partenza in riferimento a questi fatti la direttrice dell'albergo ha ricevuto una telefonata di minacce, per la quale è stata annunciata denuncia.

«Le condizioni poste dall'albergo erano inaccettabili e umilianti», hanno riferito i famigliari. Per il sindaco di Caorle, Marco Sarto, «si tratta di un fatto grave, increscioso: questo tipo di episodi corre rischio di inquinare l'offerta turistica di una località che ha fatto dell'ospitalità e della cordialità uno dei suoi pilastri». «Se è vero quello che hanno dichiarato i genitori - aggiunge il sindaco - è un fatto che non si deve ripetere, in ogni caso l'atteggiamento è stato sbagliato: porgo le scuse a nome della città, invitando questa famiglia a passare qui a Caorle le vacanze a spese dell'amministrazione comunale». (Ansa)Un fatto simile era accaduto nell'estate del 2010 a Bibione.

10 agosto 2011




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Ecco Experimenta: film a basso costo e ad alto tasso di ingegno

Corriere della sera

Un premio per stimolare la creatività dei giovani registi


 “Non pensare piccolo, inventa nuovo” è lo slogan del nuovo concorso innovativo Experimenta per giovani scrittori e creatori di storie che vogliono progettare lungometraggi in digitale low budget per il cinema e le piattaforme multimediali. Promosso dal Premio Solinas (che dal 1985 premia, stimola ed aiuta i giovani sceneggiatori), con il sostegno del Ministero della Gioventù e il patrocinio Rai Cinema è rivolto a tutti gli sceneggiatori e registi sotto i 35 anni e permette loro di mettersi in gioco grazie a un percorso di sviluppo guidato, all’interno della Bottega Creativa del Premio Solinas, per strutturare al meglio le storie e i film da realizzare, attraverso un lavoro di tutoraggio e di supporto creativo del progetto, sino alla sua realizzazione.


DUE BORSE - Il Concorso mette in palio due borse di sviluppo di 15.000 euro ciascuna. Rai Cinema realizzerà uno dei due progetti con un budget massimo di 200.000 euro. Il Bando è disponibile su: www.premiosolinas.org e www.raicinema.it, e la scadenza per l’invio delle sceneggiature è il 20 settembre 2011. Una concreta possibilità di produrre film a basso costo, dunque, che favorisce la formazione di nuove generazioni di autori. Annamaria Granatello, direttore artistico del Premio Solinas afferma: «è un invito a far proprie le possibilità creative e produttive della tecnologia digitale per sperimentare nuovi linguaggi e strutturare progetti innovativi pensati per la sala cinematografica e fruibili anche sulle piattaforme multimediali. Low budget non significa pensare piccolo, ma inventare, raccontare e produrre storie in modo nuovo». Il concorso contribuisce a tener viva la settima arte, che in Italia tanto fatica a costruirsi un cammino in questi ultimi anni, insieme a tutte le espressioni artistiche e culturali. E cerca di aprire un varco nella crisi economica che attraversa il nostro Paese e mette a dura prova il talento e lo spirito creativo dei giovani.

Stefania Miccolis
10 agosto 2011 13:14

Agli onorevoli anche la liquidazione esentasse

La Stampa
CARLO BERTINI

La “buonuscita” degli italiani è tassata al 27%. Quella dei parlamentari no


Mentre la crisi brucia e gli italiani tremano per le loro pensioni, gli onorevoli col doppio lavoro possono cominciare a preoccuparsi delle ricche liquidazioni che li attendono a fine mandato. Eh sì perché pochi sanno che tutti i parlamentari, oltre al vitalizio, quando escono dalle Camere prendono pure una corposa buonuscita, formalmente detta «Assegno per il reinserimento nella vita lavorativa».

Oltre alle sbandierate promesse bipartisan sul dimezzamento dei parlamentari, da mesi abbondano negli archivi proposte di legge per rendere incompatibili altre attività professionali con il lavoro di parlamentare. Ma ora, con l’aria che tira, ai piani alti del Palazzo qualcuno comincia a chiedersi se per combattere l’assenteismo sia il caso di intervenire sulle liquidazioni versate anche ai «doppiolavoristi». Una truppa considerevole che, alla luce dei dati riportati in un’inchiesta di Panorama, conta 446 parlamentari, 270 deputati e 176 senatori, su 945 eletti. E che oltre a vantare le più alte dichiarazioni dei redditi, stando a uno studio che fece scalpore de “La voce.info”, vanta anche le percentuali più alte (37%) di assenteismo.

Detto questo, tutti gli onorevoli non solo prendono ogni mese un lauto stipendio di circa 14 mila euro netti, con aerei, treni e autostrade gratis; non solo a 65 anni incassano un vitalizio che va dai 2.500 ai 7.500 euro lordi, che dovrebbe essere sostituito da un sistema effettivamente contributivo analogo a quello di tutti i lavoratori. Ma quando escono dal Parlamento, ricevono pure una buonuscita, accantonata grazie ai contributi mensili defalcati dalla busta paga, ma che non ha uguali in Europa: dopo cinque anni sullo scranno, 46.814 euro, dopo 15 anni oltre 140 mila euro.

E c’è un particolare non indifferente, inserito tra parentesi in uno studio commissionato dalla Camera sui trattamenti economici dei parlamentari in Europa: gli euro della liquidazione sono tutti esentasse, tecnicamente detti «importi non imponibili». E già, mentre le liquidazioni degli italiani sono sempre tassate (dal 23 al 27%), quelle dei deputati sono esentasse.

E’ vero che, a differenza dei sindaci, i deputati versano dei contributi: ogni anno circa 9 mila euro e moltiplicando per cinque si arriva a 45 mila euro. Peccato però che la ratio di questo «assegno di fine mandato», sta nel fatto che viene concesso alla fine del percorso parlamentare per aiutare gli onorevoli a reinserirsi nel mondo lavorativo. E allora, cominciano a chiedersi in molti nel Palazzo, che senso ha per quella pletora di avvocati, commercialisti, medici e professionisti di ogni colore politico, che non chiudono mai lo studio e restano in attività quando entrano in Parlamento?

Quindi, vista l’aria che tira nel paese, il Pd sta valutando che potrebbe essere questo il grimaldello per introdurre il principio dell’incompatibilità tra il mandato parlamentare e l’esercizio di altre professioni. «Sarà difficile - spiega uno dei tre questori della Camera, Gabriele Albonetti - far passare la regola che se uno si candida a entrare in Parlamento poi deve chiudere il suo studio professionale, perché si trovano poi mille escamotage per non farlo. Allora sarebbe forse meglio lasciare il diritto all’assegno di reinserimento al lavoro solo a chi opta di rinunciare ad altre attività. Togliendolo, invece, a tutti quelli che continuano a fare il loro mestiere, senza per questo esimerli dal contributo mensile al fondo di solidarietà».

Senza considerare poi che nel resto d’Europa le cose vanno diversamente: in Germania esiste «un’indennità provvisoria» pari ad un mese di indennità per ogni anno di mandato, per non più di 18 mesi. Quindi le liquidazioni sono pari a 7.668 euro lordi per 5 mesi dopo 5 anni di mandato e a 7.668 euro per 15 mesi dopo 15 anni, importi tassati con aliquote diverse in ogni lander. In Gran Bretagna non è prevista alcuna liquidazione, ma un rimborso secco di 47 mila euro per le spese sostenute per completare le funzioni parlamentari, entro due mesi dalla fine del mandato, ma i deputati non versano alcun contributo.

In Francia se ne ha diritto, ma nessuno ne usufruisce, al punto che anche se il contributo mensile chiesto al deputato è minimo, 25 euro, il fondo per il sussidio al reinserimento lavorativo ammonta a 4,8 milioni di euro: e questo perché il sistema adottato prevede che i deputati non più eletti e in cerca di lavoro, possano chiedere un sussidio di reinserimento al massimo per tre anni. Calcolato in base alla differenza tra una percentuale della loro indennità, decrescente nel tempo da 5.500 euro a 1.100 euro, ed i redditi eventualmente percepiti dai parlamentari.

Chi se la passa meglio sono i parlamentari europei che non versano alcun contributo e, su richiesta, hanno diritto a un’indennità transitoria, pari a un mese di stipendio per ogni anno di mandato, per un massimo di 24 mesi, cioè 190 mila euro lordi.



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Non è di Alassio", via la statua di Totò

La Stampa

STEFANO PEZZINI

Il sindaco: nessun legame con la città, meglio il genovese Gilberto Govi.
Scoppia la polemica

Da ieri il busto del principe Antonio De Curtis non è più in mostra nei giardini che gli erano stati dedicati in piazza Stalla ad Alassio. La giunta del sindaco Roberto Avogadro ha deciso di rimuovere l’omaggio a Totò e di intitolare i giardini al conte Luigi Morteo, storico benefattore alassino che donò alla città la piazza. Il blitz ieri mattina anche se la statua, opera dello scultore albenganese Flavio Furlani posizionata nei giardini nella primavera 2009, era già nel mirino dell’ex senatore leghista. «Dal punto di vista artistico la statua non mi sembra granché. Avevo già criticato la scelta della precedente amministrazione. Ma quello che ci ha spinto a rimuovere il busto e a cambiare l’intitolazione dei giardini è il legame di Totò con Alassio. Un legame che non esiste se non arrampicandosi sugli specchi», commenta il sindaco.

La statua ora è nei magazzini del Comune ma Avogadro e l’assessore Nattero hanno le idee chiare su quale sarà il suo futuro: «Stiamo pensando di metterla su eBay, magari qualche altra città con legami effettivi con Totò la potrà acquistare». Un «rigurgito leghista» dell’ex senatore oggi a capo di una lista civica che va dalla destra al Pd sia pure senza simboli? «Assolutamente no, sono il primo a riconoscere il genio artistico, sia come comico che come interprete impegnato, di Totò. Ma, ripeto, con Alassio non ha legami. Forse sarebbe stato meglio intitolare i giardini a Gilberto Govi che non so se avesse legami con Alassio ma almeno ha diffuso la cultura ligure al di fuori dei nostri confini», conclude.

«Totò adorava Gilberto Govi, hanno addirittura realizzato un disco insieme perché avevano una stima reciproca straordinaria. Per quale motivo gli dovrebbero fare questo?» A porsi l’interrogativo è Diana De Curtis, nipote del Principe. E aggiunge: «Totò rappresenta l’Italia. La sua comicità è comprensibile in tutto il mondo e ha unito il nostro Paese. Totò è di tutti, perché tutti possono compiere quella straordinario gesto che è sorridere.

Un sano sorriso è universale, meglio di qualsiasi cura. Non lo dico perché era mio nonno, ma perché qualsiasi italiano lo direbbe. Tutti lo adorano, dai bambini a quelli che ebbero la fortuna di vederlo a teatro. A Genova c’è stata una mostra a Palazzo Ducale che ha riscosso un enorme successo di pubblico e di critica. Dentro il teatro genovese Politeama c’è addirittura una sua statua. Io stessa sono appassionata di Liguria e ho vissuto a lungo a Genova. Non mi spiego perché quella statua debba esseretolta».

La statua, in bronzo, era stata scoperta il 3 aprile del 2009 durante una lungamaratona dedicata all’artista partenopeo con la partecipazione di Liliana e Diana De Curtis, figlia e nipote del celebre comico napoletano. In Comune ad Alassio era arrivato anche un telegramma dal Quirinale: «Impossibilitato ad accogliere il gradito invito, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, desidera rivolgere i migliori auguri di successo per la manifestazione “Alassio e Totò” volta a ricordare la figura del Principe della risata un artista alle straordinarie capacità interpretative».

Ma Antonio De Curtis, vero principe di sangue blu secondo la genealogia e indiscusso principe dell’umorismo (e non solo visto che è stato poeta sopraffino e autore di canzoni immortali), è stato soppiantato da un conte, seppur alassino. E la polemica è subito scoppiata



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A Ferragosto qui si lavora"

La Stampa

MARCO ALFIERI

Il Paese arranca sotto l’attacco dei mercati internazionali. Le nubi si addensano sulla nostra economia. Ma c’è anche un’industria che «tira»: anche d’estate deve ridurre le ferie e fare straordinari per fare fronte alla domanda


La palazzina uffici è chiusa, davanti alla porta è ammucchiata la posta degli ultimi giorni, ma nel capannone si lavora a pieno ritmo. Alla Stamperia di Lipomo si arriva dopo il centro commerciale Como Alta, salendo sulla strada che porta a Lecco. Gianluca Brenna, il titolare, è a Prato da alcuni clienti, ma in azienda ci sono una dozzina di operai con il signor Gianfranco, il responsabile di produzione, che accovacciato sul muletto sta scaricando una balla di stoffa dal furgone.

«Ad agosto di solito siamo chiusi, ma quest’anno dopo maggio e giugno piatti, sono arrivati 30mila metri di stoffa da consegnare per metà agosto», racconta concitato. «Chi poteva rinviare le vacanze si è precipitato in azienda ed eccoci qui». Alla Lipomo stampano qualsiasi derivato serico per i converter che presentano e vendono i loro disegni alla grande distribuzione o alle grandi firme. «Parecchie nostre aziende si stanno buttando sul fast fashion», Zara, H&M, Mango, Stradivarius, conferma Brenna che è anche responsabile della filiera tessile degli industriali comaschi. «Per questo ci vuole rinnovo continuo dei prodotti, creatività e investimenti in ricerca». Spesso è l’unico modo di resistere ai cinesi, anche se impone il ciclo continuo.

Nel Comasco del tessile l’aperto per ferie non è una boutade alla Calderoli o un moto perpetuo che può essere frenato dal panico sui mercati finanziari. Per contratto bisognerebbe fare almeno tre settimane di stop ma grazie ad accordi interni c’è chi farà lo stakanovista di agosto. Lo impone una crisi che ha cambiato la mappa planetaria dell’industria manifatturiera. Se hai commesse, prendere o lasciare. Senza industria che genera i guadagni di produttività, crea posti di lavoro qualificati, fa la gran parte della ricerca e fornisce il 78% delle esportazioni, non si fa Pil, almeno in Italia.

A Tavernerio, Michele Viganò con la sua Seterie Argenti è uno dei principali converter del distretto comasco. Maglietta bianca, tatuaggio vistoso sul braccio, «Michele» come lo chiamano i 55 dipendenti, è la quinta generazione in azienda. Al piano terra del casotto ci sono splendidi archivi del primo novecento, e «spesso vengono gli stilisti di Zara a consultarli», dice con orgoglio. La Seterie, 17 milioni di fatturato esportato per l’80%, lavora per le seconde linee degli stilisti e la grande distribuzione. «Ad agosto in Germania, Inghilterra, Usa sono aperti quindi abbiamo ridotto all’osso le ferie», racconta. «Stiamo andando bene, recuperiamo fatturato». La crisi c’è per la fascia media del confezionista di provincia. Ma chi fa seta e cravatteria di lusso o si è riconvertito al fast fashion, è tornato a fare buoni margini.

Alle crisi nel Comasco ci sono abituati: nel 2001 il settore ha sbandato, nel 2004 la fine dell’accordo multifibre ha portato all’invasione di prodotti cinesi ma tre anni dopo l’export era ri-cresciuto del 30 per cento. Oggi succede più o meno lo stesso. «Il segreto è dare un buon servizio al cliente e innovare nel prodotto perché tutto è copiabile», spiega Ambrogio Taborelli, che a Faloppio e dintorni ha tre tessiture (è uno dei più grandi produttori, 250 dipendenti in Italia e 120 in Romania). «Quest’anno - dice si profila meglio del 2010, chiudiamo solo dieci giorni perché sempre di più il modello di business impone commesse non prevedibili e i nostri competitor sono i paesi emergenti».

Fabbriche d’agosto non solo in Lombardia. Tra Sassuolo, Fiorano, Maranello e Casalgrande è tutto un via vai di camion. Se non fosse per l’aria appiccicosa sembrerebbe un maggio qualsiasi. Lo scorso anno le imprese sono rimaste chiuse per 4-5 settimane, si univano le ferie alla cassa, adesso no. Sassuolo in tutto il mondo vuol dire piastrella. L’80% della produzione nazionale (5,7 miliardi di euro) viene dal modenese, dove si concentrano una novantina di aziende, per un export in crescita che sfiora il 72% dei ricavi.

Ovvio che se Francia, Germania e Russia tornano a tirare, chi è presente su quei mercati ad agosto tiene aperto. Perchè i cinesi saranno diventati i più grandi produttori di massa con 4 miliardi di mq di piastrelle l’anno: uno shock per il mondo piccolo della Bassa, tenore di vita e automobili hollywoodiane. Ma grazie ad una innovazione di prodotto continua il distretto resta campione del mondo per la produzione in valore. Piastrelle in casa, in facciata, per usi non residenziali, eco-sostenibili, fotovoltaiche, antibatteriche ideali per ospedali, mense, asili nido e case di riposo. Tutto e sempre da Sassuolo.

«Non sono i politici che devono dirci se lavorare o meno d’estate, è il mercato che ci dice che non possiamo più stare chiusi un mese», si accalora Franco Manfredini, presidente di Confindustria ceramica, splendido 70enne alla guida di Casalgrande padana (mille dipendenti per 283 milioni di fatturato). Nel suo magazzino file di camion con targhe di mezza Europa stanno caricando a tutta forza, mentre lo stabilimento di Maranello «non farà nemmeno un giorno di fermo perché fornisce la polvere semilavorata alla grande distribuzione di Germania e Francia», Leroy Merlin e Briko center. Che volete, allarga le braccia Manfredini, «guardiamo con stupore questa baraonda finanziaria ma continuiamo ad investire».

La pensa uguale un altro 70enne indomito, Francesco Zironi, patron della gruppo Piemme di Spezzano, «però abito a Maranello» precisa con la classica calata emiliana. «Il mondo non sta finendo, se lo pensassi non avrei deciso di ammodernare la mia fabbrica investendo 30 milioni di euro. L’export sta ripartendo in Ue nei Paesi arabi e in Russia, dove apprezzano la nostra qualità». Quella di Zironi è una bella storia d’impresa. Nel 1975, durante l’anno santo, va a Roma con la moglie in pellegrinaggio. Passeggiando per via Condotti «vidi questi tessuti bellissimi di Valentino». Comincia allora a tormentarlo finché un anno e mezzo dopo firmano un accordo per la produzione di piastrelle griffate Valentino/ Piemme. «Un sodalizio che dura da 35 anni», gongola Zironi. Ad agosto? «Dobbiamo montare un forno nuovo, la fabbrica non la fermo. Così siamo pronti per settembre…».



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Altro che crisi, la Casta blinda gli sprechi E nasconde anche i redditi: dati inaccessibili

Quotidiano.net

Nuove polemiche sui costi del Palazzo, la radicale Bernardini contesta ancora la mancata trasparenza dei conti: "Da anni chiediamo che tutto sia più accessibile nel sito online"




Nel momento in cui il Paese si deve sacrificare, aumentano i malumori verso un ceto politico che tende sempre di più a conservare i propri privilegi e a far di tutto per negare le basi più elementari della trasparenza. Qualche giorno fa a Montecitorio è stato votato il bilancio. Grandi strombazzamenti sulle riduzioni di spese, poco sul fatto che nel corso degli ultimi venti anni i bilanci del Parlamento sono risultati costantemente in ascesa.

O sul costo di alcune istituzione interne al «palazzo». Un esempio per tutti è la Fondazione Camera dei deputati, quella che nei giorni scorsi sul nostro giornale il deputato Pdl Giuliano Cazzola aveva definito «una sorta di sinecura per gli ex presidenti che svolge una attività culturale per lo più sconosciuta». A tirar fuori il caso-Fondazione (attualmente presieduta da Fausto Bertinotti) sono stati i deputati Laboccetta e Pittelli.

In un ordine del giorno (il n.511) dei due rappresentanti del Pdl si sostiene che alla suddetta Fondazione vengono dati ogni anno 400mila euro. Cui vanno aggiunti «i costi per gli oneri riflessi che gravano sul bilancio per un importo pari a circa 1.100.000 euro». Più altre voci che portano a «un costo complessivo stimato in oltre 2.000.000 di euro».

Per farla breve: i due deputati hanno chiesto di «valutare concretamente» l’ipotesi di chiudere la Fondazione. Ma l’Aula, quasi all’unanimità ha respinto la richiesta (446 contrari, 57 favorevoli e 30 astenuti) votando per mantenere in vita la fondamentale istituzione, che nel 2011 ha organizzato ben due convegni e una mostra fotografica. Altro tema che ha agitato le acque del dibattito sui costi della politica è sintetizzato da una parola trasparenza.

È su questo concetto che si è concentrata la recente azione della pattuglia radicale alla Camera. Radicali che hanno votato contro perché — afferma Rita Bernardini, battagliera deputata —, «trattandosi di un Bilancio ‘omertoso’, il deputato è chiamato a dare un voto ‘alla cieca’, rischiando di coprire con il sì intrallazzi partitocratici che è impossibile conoscere».

Sott’accusa anche Fini: «Il Presidente ha messo in atto una specie di ‘golpe’ dichiarando inaccettabili ordini del giorno ammessi fino all’anno scorso». L’«inammissibile» ai molti emendamenti radicali si è ripetuto spesso, a giudicare dalla lettura di radicali.it. Ad esempio, sull’idea di pubblicare sul sito della Camera l’anagrafe patrimoniale e le spese elettorali dei deputati senza «preventiva liberatoria» degli stessi.

«Non accolto» il progetto, sull’esempio francese, di istituire una Commissione speciale, presieduta da un deputato d’opposizione, incaricata di verificare e appurare i conti. Ma se vogliamo passare la parola all’‘esperto’ di ‘mancata trasparenza’ non ci resta che ascoltare ancora (e attentamente) la Bernardini. «Meno il cittadino sa di sprechi e privilegi, meno s’incavola. Ma questo atteggiamento è miope perché costringe a guardare dal buco della serratura quel che dovrebbe essere accessibile a tutti: è la democrazia, bellezza! La nostra proposta l’abbiamo già fatta da anni e si chiama ‘anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati’». Vale a dire? «Tutto online: dall’attività parlamentare agli stipendi».





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Guardiano del faro il sogno romantico sta per spegnersi

La Stampa

FABIO POZZO

Molti i candidati, ma presto ne faremo a meno. Un lavoro ambito, ucciso da tagli e tecnologia


Ritrovare un senso di libertà, fuggire dalla routine, staccare della vita quotidiana, vivere a contatto con la natura. Sono queste le principali motivazioni che fanno sognare un posto da guardiano del faro. E che ogni anno accompagnano le domande dei tanti che chiedono al ministero della Difesa di poterci provare. Ma quello del farista, ormai, è diventato un sogno impossibile: tra 10, massimo 15 anni, sarà un mestiere estinto.

Ci sono 161 fari lungo gli 8mila chilometri di coste italiane. E di questi, solo 62 hanno un «custode della lampada», che li presidia da solo o con famiglia. Fari propriamente detti, che sparano un raggio di luce visibile ad almeno 15 miglia nautiche di distanza. Poi ci sono 668 fanali e altri 1.370 segnalamenti. Un albero di Natale che ogni notte s’accende e brilla di punti luminosi, per tenere compagnia a chi naviga e indicargli la rotta sicura.

E’ così dall’antichità. Dapprima semplici falò, poi le prime torri in pietra: nel 300 A.C. il Colosso di Rodi e il faro d’Alessandria, meraviglie del mondo. Quindi, tutti gli altri, compresa la Statua della Libertà di New York, che acquistano l’attuale connotazione alla fine del ‘700. Grazie anche a una lente che rivoluzionerà la portata delle lanterne e che varrà il Nobel al suo inventore, il francese Augustin-Jean Fresnel. Tra quelli italiani, il più antico è la Lanterna di Genova, costruita nel 1326 e riedificata nel 1543. Lo era stato fino al 1944, prima di essere distrutto dai tedeschi (sarà ricostruito nel ‘56), quello di Livorno, risalente al 1304.

Luci di storia e di storie. Fonte d’ispirazione per scrittori, pittori, fotografi, questi punti di vita nella notte dei secoli stanno però per spegnersi. In Gran Bretagna è in atto un dibattito tra l’Autorità dei fari e la platea di «faristi del cuore»: la prima vuole mandarne diversi in pensione, perché soppiantati dai Gps, sistemi elettronici-satellitari che guidano le navi come «cagnolini»; i secondi si ribellano. «I fari devono continuare a funzionare - dice l’ammiraglio ispettore capo Alberto Gauzolino, vercellese, che comanda il Servizio Fari della Marina Militare -. Il Gps va bene per la navigazione in alto mare, ma quando il comandante di una nave arriva sottocosta deve avere la situazione sotto controllo, e per questoil faro è insostituibile».

Certo, le cose cambiano. Nel 1868 Vittorio Emanuele II istituì una prima Commissione dei fari, ma allora la situazione non era delle migliori: tanto che nel 1910 gli inglesi, nei loro portolani, arriveranno a scrivere che «i fari e i segnalamenti lungo le coste del Regno d’Italia non danno affidamento alcuno». Comincia da qui l’evoluzione, anche tecnologica, del Servizio dei fari, gestito dalla Marina militare. Che custodisce la «luce» sempre con meno uomini. «Ormai i fari sono tutti automatizzati, telecomandati. I faristi oggi sono assistenti tecnici che intervengono in caso di guasti, segnalati dalla centralina dello stesso faro via modem. Presidiano non solo un faro, ma un’intera zona. Solitamente sono in centri urbani: non ci sono più guardiani in luoghi isolati, sperduti», spiega l’ammiraglio.

Il futuro è questo. Sempre meno custodi della lanterna, perché il personale costa e con l’elettronica si può risparmiare. «Il futuro sarà quello di squadre di pronto intervento e di ispezione, dislocate in centri tecnici», dice Gauzolino. Con buona pace di quei tanti che continuano a presentare domanda per diventare faristi. «Riceviamo decine di lettere anche da numerosi professionisti che vogliono affrancarsi dallo stress», racconta. Il problema è che il ministero della Difesa, cui fanno capo i faristi quali dipendenti civili, non assume più con concorsi pubblici dal 1994. Il ricambio, tra gli attuali 332 addetti (più 58 militari) del Servizio fari, è garantito da concorsi di riqualificazione interna. Un ricambio minimo. Chi è guardiano del faro si tiene stretto il sogno.



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Genova, ecco il piano casa del Pd: i centri sociali pagati dal Comune

di


Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi regala i locali agli autonomi e mette in conto spese del Comune lavori di ristrutturazione e adeguamento dei locali. E i centri sociali rilanciano: "Modello da esportare anche a Torino"

«Che Piero Fassino impari da lei, Marta Vincenzi, sindaco di Genova, come si tratta con i Centri sociali occupati autogestiti!». L’affermazione, una sorta di diktat, corre sul filo della Rete, postata e amplificata da Indymedia, il sito dei bravi ragazzi che amano insediarsi a sbaffo in locali pubblici, dove instaurano la legge del diritto all’okkupazione. Un diritto che rivendicano anche via internet per quanto riguarda la città della Mole, amministrata da quel sindaco Fassino, «democrat» come la collega genovese, ma forse meno disponibile.
Infatti: si dà il caso che la giunta guidata da Marta Vincenzi abbia concesso ai centri sociali della città, cioè Terra di nessuno, Buridda, Pinelli e lo «storico» Zapata, finora in spazi abusivi, una serie di locali particolarmente ampi e funzionali. Da qui, il plauso convinto di Indymedia che parla di «piano di valorizzazione dei centri sociali, che vengono ora concepiti dalle istituzioni come una risorsa utile alla comunità».
Parole riprese pari pari dal testo della delibera del Comune. Che - insiste il messaggio in Rete - «meglio tardi che mai, una volta tanto passa dalle parole ai fatti», con un provvedimento che può rappresentare «volendo, un modello esportabile». Si sbrighi, dunque, Fassino a copiare la collega di grado e di partito, concedendo gli stessi diritti ai nullafacenti giovani torinesi degli «Csoa».

Tanto per dire: il Comune di Genova «ha siglato proprio in questi giorni gli atti propedeutici alla risistemazione di importanti spazi concernenti l’associazionismo dei movimenti», a partire dall’ex Mercato del pesce in pieno centro cittadino, assegnato al Buridda .

Ancora (è sempre Indymedia a ricordarcelo): «In questi primi giorni d’agosto l’impresa B.O.Z. Serramenti provvederà alla sostituzione di porte e finestre, importo preventivato 38.336 euro oltre Iva, mentre - aggiunge il sito - l’altra impresa Edile Arapi Lamos avrà il suo bel da fare per la messa in opera dei lavori di demolizione di strutture metalliche e murature pericolanti, accatastamento dei materiali di risulta, il loro carico su autocarro e il trasporto alla pubblica discarica».
Importo di questi primi lavori edili: 15mila euro, oltre Iva. Analogamente si procederà nei confronti di Terra di nessuno (altri 15mila euro di spesa preventivata), Pinelli e Zapata. A suo tempo, il consigliere comunale Gianni Bernabò Brea (La Destra), aveva osato chiedere al sindaco e all’assessore Bruno Pastorino, titolare delle Politiche della casa, se «l’assegnazione di nuovi spazi ai Centri sociali fosse stata fatta previa la loro costituzione in associazione riconosciuta dal Comune, come disposto dalla stessa normativa comunale».

Risposta dell’assessore: «Non è ancora pervenuta comunicazione dell’avvenuta costituzione in associazione dei Centri Pinelli, Buridda e Terra di nessuno. Quanto al canone - ha ammesso inoltre Pastorino - al momento è stato definito quello del Pinelli. La somma è stata richiesta al Centro sociale». Come prima è previsto che i Centri sociali paghino canone e utenze. Ma, come prima, è prevedibile che non lo paghino. Così l’applauso a Marta Vincenzi si trasformerebbe in standing ovation, magari - a pensar male... - anche in vista delle prossime elezioni amministrative.




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Parma, il parco resti dedicato a Falcone: i Vianello capiranno

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Che errore quel cambio di nome: così si declassa la memoria di due servitori dello Stato e si offendono tutti gli italiani

Onore e gloria a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, certo. Fu una coppia amabile che ha rallegrato gli italiani per decenni (e che per decenni ancora ci rallegrerà, grazie alle registrazioni televisive), piccolo monumento alla coppia italiana media, con la sua quieta litigiosità sulle piccole cose del vivere quotidiano e i dolci, rassicuranti stereotipi della moglie e del marito, con i loro tic e le loro baruffe sul nulla.
Di certo è una bella idea dare il loro nome a un parco cittadino di Parma, di per sé luogo di allegria, ritrovo familiare, amabile sito dove discutere – complici alberi ombrosi e panchine placide – fra mogli e mariti, nipoti e nonni, fidanzati e tifosi finalmente in pausa dal Bar dello Sport. Bene avrebbe fatto, dunque, il sindaco di Parma a intitolare alla pregevole coppia recentemente scomparsa un parco della città, se il parco non avesse avuto già il nome di due cittadini diversamente illustri.
Forse ha addirittura più ragione lui, il sindaco Pietro Vignali, del suo predecessore che quello stesso parco intitolò a Falcone e Borsellino. Perché non è simpatico, non è allegro andare in un luogo di gioia e di rilassamento dovendo pensare ai fatti che i nomi dei due giudici ricordano: la mafia, la guerra alla mafia, le stragi di mafia e – soprattutto – i due diversi attentati che costarono la vita ai magistrati Falcone e Borsellino, e purtroppo non a loro soltanto.

A me, e non credo di essere il solo, fa un po’ impressione (triste e cupa) ogni volte che atterro o decollo all’aeroporto di Palermo. Subito la mente va a immagini di sangue, a automobili, strade e autostrade sventrate, alle lacrime dei familiari, ai funerali di Stato, alle celebrazioni annuali, che ricordano una guerra mai vinta del tutto e ancora in corso.
Detto tutto questo, però Pietro Vignali ha sbagliato – almeno settanta volte sette – cambiando il nome al parco. Perché si tratta di una decisione che agli occhi dell’opinione pubblica, specialmente per i suoi concittadini, può avere un solo significato: un declassamento della memoria di due servitori dello Stato (ovvero nostri), che fino a prova contraria sono morti per difenderci dalla criminalità organizzata. La quale li ha uccisi perché li temeva, perché erano di ingombro ai suoi progetti di gestione della malavita, di sostituire le leggi dello Stato con le proprie leggi non scritte di violenza e sopraffazione.

Falcone e Borsellino sono due eroi del nostro vivere civile, un esempio e un incitamento a vivere nel modo giusto le comunità che si chiamano popolo, nazione, Stato. Sandra e Raimondo sono due amici che ci hanno indicato la strada del vivere lieto e leggero. Attività nobilissima e benefica ma che non ha, e non può avere, lo stesso peso dell’altra. Soprattutto non può sostituirsi all’altra, come la decisione del sindaco di Parma sembra indicare.
Sia bravo, sindaco Vignali, ci ripensi. Non costringa tutti i parmensi e tutti gli italiani a dover dare ragione al «Popolo Viola», che giustamente ha definito la sua scelta «Indigeribile e inaccettabile».
www.giordanobrunoguerri.it




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