giovedì 11 agosto 2011

Il vecchio menù del ristorante del Senato e i nuovi prezzi della Camera.

I segreti della casta
giovedì 11 agosto 2011


Per una questione di correttezza e di onestà, volevo semplicemente far presente che il menù qui riportato risale almeno ad un paio di anni fà.  Nel 2009 i prezzi dei ristoranti (ai quali possono accedere non solo i parlamentari, ma anche i cronisti parlamentari: della serie, cercano di comprare il silenzio a suon di orata e pesce spada) sia alla camera che al Senato,  sono vertiginosamente  aumentati, insieme a quelli della buvette (http://qn.quotidiano.net/politica/2008/09/01/115211-carovita_entra_alla_camera.shtml) . Infatti, le stesse pietanze riportate su questo menu' oggi costano alla Camera dei Deputati "almeno", udite udite, 50 centesimi in più! La speranza, anche in questo caso, è che gli vada tutto di traverso!

s.t.




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Amazzonia: non ci sono più notizie degli indios «scoperti» in gennaio

Corriere della sera

Potrebbero essere stati messi in fuga dai narcos. Trovato uno zaino con 20 kg di cocaina colpito da una freccia


Non c’è pace in Amazzonia. Dalla fine della settimana scorsa non si hanno più notizie della tribù brasiliana che non aveva mai avuto contatti con il mondo esterno e che era stata filmata per la prima volta a gennaio di quest’anno al confine tra Brasile e Perù. Secondo il governo brasiliano, gli «indiani incontattati» potrebbero esser stati messi in fuga da trafficanti di droga peruviani; gli stessi che hanno attaccato l'avamposto di sicurezza creato dal governo di Brasilia proprio per proteggere l'isolamento degli indigeni.


RESTI - A lanciare l’allarme è stato il capo della Fondazione nazionale degli indios brasiliani (Funai), Carlos Travassos. L’uomo si è recato sul fiume Elvira, dove sabato scorso è stato ritrovato lo zaino di uno dei trafficanti, che conteneva una freccia spezzata e venti chili di cocaina. «Le frecce sono come una carta di identità per i nativi che vivono isolati. Riteniamo che i peruviani abbiano costretto la tribù a fuggire. Siamo molto preoccupati», ha riferito Travassos alla stampa. In un messaggio a Survival International, movimento per i popoli indigeni, José Carlos Meirelles, ex capo della postazione di guardia afferma: «Noi resteremo qui, qualunque cosa accada, finché lo Stato brasiliano non avrà deciso di risolvere il problema una volta per tutte. Non per proteggere noi, bensì gli indiani».

La tribù sconosciuta in Amazzonia


AMAZZONIA SPORCA DI SANGUE - La vicenda ha risvolti ancora poco chiari. Altri funzionari del Funai hanno dichiarato che l’avamposto sarebbe stato attaccato alla fine di luglio. Poi si teme che l'Elvira, lungo il cui corso si trova la postazione di protezione, venga usato per far uscire la cocaina dal Perù verso il Brasile. Una squadra di ricerche, composta da cinque uomini dell’ente governativo, è tornata sul campo il 5 agosto, dopo l’intervento della polizia federale. E il giorno successivo, i funzionari hanno riferito di non sapere più dove fossero finiti gli indigeni. Non è chiaro dunque il periodo in cui sarebbe avvenuto l’assalto. Inoltre, stando a quanto riportato dal Guardian, le autorità hanno arrestano un portoghese, Joaquim Antônio Custódio Fadist, già condannato per traffico di droga. Ma non solo. In passato erano stati espressi timori sulla penetrazione illegale e massiccia di taglialegna dal versante peruviano del confine.

UN PARADISO CONTAMINATO - Non è la prima volta che la foresta più vasta del mondo vive avvenimenti truci, legati alla criminalità, il traffico di droga, il disboscamento selvaggio e lo sfruttamento delle terre. Tra maggio e giugno una serie di omicidi, a danni di sei ambientalisti, ha sconvolto la regione. E se la polizia non ha certezze sui colpevoli e sui mandanti, ora qualche riflettore internazionale (in Europa, la faccenda è stata seguita ben poco dai media) è di nuovo puntato sulla regione. Gli indigeni «incontatatti», inoltre, a differenza degli ambientalisti e delle loro azioni, hanno sempre suscitato interesse nella stampa e le loro immagini hanno fatto il giro del globo. In Brasile esistono almeno 67 tribù che non hanno contatti con il resto del mondo. E, per salvaguardarle, il governo brasiliano ha proibito, salvo autorizzazione, di entrarci in contatto per evitare contagi da malattie infettive (anche banali) alle quali i nativi non sono mai stati esposti. Oggi, però, si teme che qualcosa di ancora più infettivo – il traffico di droga – li abbia toccati da vicino, sporcandoli con le sue atrocità e il suo scarsissimo rispetto per la vita umana e per l’ambiente.



Marta Serafini
11 agosto 2011 18:44



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Cerchi lavoro? Prima paga il colloquio

Corriere della sera

La Alessandro Proto Consulting: «è una scelta strategica per operare una prima scrematura tra i candidati»


Formazione economica con specializzazione in ambito commerciale, età massima 30 anni, forte motivazione e 100 euro da consegnare cash al primo incontro. Il colloquio di lavoro potrebbe diventare un lusso per pochi. Se fino a poco tempo fa il must del candidato ideale era un curriculum impeccabile, accompagnato da tailleur e ottima presenza, oggi l'importante è non dimenticare il portafogli a casa.


IL CASO - Almeno per la Alessandro Proto Consulting, la società milanese di consulenza finanziaria e immobiliare, che ha lanciato la bizzarra proposta: far pagare il colloquio di lavoro agli aspiranti candidati. Una scelta che potrebbe scatenare polemiche fra i precari. "Non la metterei in questi termini, non sono contro i precari - spiega Alessandro Proto, presidente della società -. E' solo una scelta strategica per una prima scrematura mirata fra le tante proposte di collaborazione. In media ricevo 10-15 curriculum al giorno, contatto ragazzi dal profilo brillante ma che scopro poco ambiziosi durante il colloquio, per nulla intraprendenti o addirittura impreparati sulla mission della società.

Così ho deciso di cambiare strada mettendo tutti alla prova fin dal primo step". La figura ricercata è quella di un consulente commerciale che si occupi delle trattative contrattuali. In ballo ci sono contratti di collaborazione da 1500 euro al mese, più un variabile del 20-30% sulle trattative concluse. "Non voglio gente iperqualificata con tanto di master nelle migliori università europee. Offriamo corsi di formazione in azienda e l'esperienza arriva anche con la pratica sul campo.

Voglio, però, ragazzi che dimostrino fin dal primo incontro che tengono davvero a questo lavoro e sono disposti a tutto per averlo. Più che un'iniziativa commerciale, la mia è una vera e propria provocazione" continua Proto. La risposta dei candidati? "Positiva, direi: su dieci ragazzi contattati, cinque hanno accettato di pagare il colloquio, tre sono stati assunti". Non resta che augurare buona fortuna agli aspiranti collaboratori. Con un consiglio: ricordatevi di chiedere la ricevuta a fine colloquio.


Concetta Desando
11 agosto 2011 18:43



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Tutti a mangiare al Senato: si pranza con 1,60 euro»

Corriere della sera


«Tutti a mangiare al Senato: si pranza con 1,60 euro». L'invito della Rete che diffonde tra commenti ironici il menù dei senatori

 






«Andiamo a mangiare tutti lì?». L'«onorevole» menù spopola su Internet. Che i pranzi dei nostri politici facessero invidia, come costo s'intende, alle mense francescane si sapeva da tempo. Eppure fa una certa impressione vedere stampati nero su bianco, anzi blu su giallo, gli euro che i senatori (ma anche i giornalisti parlamentari) sono «costretti» a sborsare al ristorante di Palazzo Madama. Qualche esempio? Un piatto di spaghetti alle alici: 1 euro e 60 centesimi. Avete ancora fame? E allora buttatevi sul fresco pesce spada alla griglia, tanto bastano solo tre (3!) euro e 55. La realtà di lusso, simile situazione anche a Montecitorio, è   stata svelata dal deputato dell'Idv Carlo Monai, attraverso il settimanale l'Espresso.

I COMMENTI - Ora però ci pensa la Rete a scherzarci sopra: «Un po' troppo caro per le mie tasche...». I commenti ironici e gli sfottò si sprecano: «Chissà se ai peones come me è possibile abbonarsi. Tre persone con meno di € 100 mensili mangiano ben serviti! Se po’ fa!». In tempo di nuove misure economiche e di sacrifici per tutti c'è chi invoca la mannaia e chi fa notare che «ad integrare la differenza ovviamente ci pensano le tasse dei cittadini». E non manca chi vuole investigare: «Lo scandalo sarà conoscere l'integrazione a carico del Senato.

Chi è a conoscenza dei prezzi, li pubblichi ed allora potremo veramente indignarci!». E chi non accetta il confronto: «Per un panino, una bottiglietta d'acqua e un caffè non spendo mai meno di 6 euro. Ma un po' di vergogna non l'avete?». La Rete, con il suo carattere irriverente e dissacratorio, ha fatto centro ancora una volta. Quella carta, in pochi minuti, è diventata cento, mille, diecimila menù. E replicato impietosamente a futura memoria. Portandosi un dubbio perenne: «Ma non sarà troppo pagare 52 centesimi per pane e servizio di camerieri in livrea?».


n.l.
11 agosto 2011 13:12



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I tribunali pieni di accuse fatte da mafiosi»

Corriere della sera


Il procuratore di Reggio Calabria Pignatone risponde alle critiche. La conferenza stampa del procuratore Pignatone dopo l'arresto del boss Pesce


MILANO - Giuseppe Pignatone premette di rispettare le indagini della Procura di Santa Maria Capua Vetere, nate dall'esposto di un capitano dei carabinieri detenuto per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma non risparmia critiche per chi prende in considerazione le denunce rivolte a magistrati e inquirenti da detenuti per mafia: «Come sapete - ha spiegato il procuratore di Reggio Calabria - c'è per ora notevole clamore a seguito di due lettere del detenuto Spadaro Tracuzzi. Da un comunicato del Procuratore di Santa Maria Capua Vetere sappiamo che c'è un'indagine. E da parte nostra c'è il massimo rispetto».

LA REPLICA - Il magistrato siciliano che in Calabria ha raccolto successi e minacce nella difficile lotta alla 'ndrangheta aggiunge: «L'indagine è nata dall'esposto presentato dal capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e detenuto nel carcere campano. Io non voglio parlare qui dell'indagine. Ora voglio fare un discorso più in generale. Gli archivi dei Tribunali, del Palazzi di giustizia siciliani, calabresi, campani, milanesi, sono pieni di accuse di mafiosi di ogni genere, da Salvatore Riina e così a scendere che parlano di torture, di violenze, di trattamenti inumani, di dichiarazioni estorte, di violazione delle regole.

Ci sono archivi pieni. Tutti sapete come finiscono queste cose». Ovvero, il cestino: «Nessuno - ha proseguito - si è mai sognato di chiedere, non dico a Falcone e Borsellino, ma anche il più anonimo dei giudici siciliani, calabresi, napoletani, di rispondere a queste accuse sui giornali, di intavolare una specie di "porta a porta" provinciale per cui oggi il detenuto X dice una cosa, il Procuratore o il Giudice per le indagini preliminari ne dice un'altra, poi interviene, per esempio qualche altra persona eccetera eccetera. Poi spunta un altro detenuto per mafia, per omicidio, per chissà che cosa e facciamo un dibattito. Questo, finora, a mia conoscenza non è mai avvenuto».


L'ARRESTO DI FRANCESCO PESCE - L'occasione per lo «sfogo» è la conferenza stampa tenuta a Reggio per l'arresto di Francesco Pesce, boss di 32 anni della cosca di Rosarno. Uno degli esponenti più pericolosi della nuova 'ndrangheta. Il giovane boss è stato scovato martedì notte in un bunker costruito in un'azienda di demolizioni, mentre cercava di bruciare i pizzini destinati ai suoi affiliati. La cosca Pesce gestisce tra l'altro il porto di Gioia Tauro, attraverso imprese controllate e gran parte delle attività economiche della cittadina calabrese, dal settore dell'autotrasporto a quello alimentare.

Redazione online
10 agosto 2011(ultima modifica: 11 agosto 2011 12:02)

L'ex «uomo Plasmon» tenta la traversata dell'Adriatico in pedalò

Corriere della sera

Fioravante Palestini, protagonista di uno spot di biscotti per neonati negli anni Sessanta, in viaggio con un ex pm

Un ex pm e giurista, Gianfranco Iadecola, ed un ex detenuto per traffico internazionale di droga, Fioravante Palestini, detto Gabriellino, sopravvissuto per 20 anni al rigore delle carceri egiziane e noto anche come «Uomo Plasmon» (è stato protagonista di un noto spot negli anni Sessanta) tentano insieme la traversata dell'Adriatico in pattino. L'impresa, rinviata per il maltempo, è attesa nei prossimi giorni.


I due «soci» sul pedalò
I due «soci» sul pedalò
IL VIAGGIO - I due salperanno per la Croazia dove, da Sebenico, affronteranno un viaggio di 87 miglia marine (circa 180 chilometri) per giungere nel porto di Giulianova (Teramo) circa 30 ore dopo. Palestini - che ha già compiuto due volte la traversata dell'Adriatico (la prima volta nel 2008, in coppia con un giovane vogatore, e la seconda, nel 2009, coprendo da solo le 90 miglia che separano la Croazia da Giulianova in 28 ore) - fu arrestato nel 1983 nel canale di Suez su un'imbarcazione battente bandiera greca con 208 chili di eroina e 25 di morfina. All'inizio condannato a morte, è stato detenuto nelle carceri egiziane del Cairo per 20 anni. Il giudice Ayala gli ha dedicato un paio di pagine nel suo libro «Chi ha paura muore ogni giorno» e recentemente il regista Simone Del Grosso ha girato con la LogicFilm per Rai Educational un documentario su di lui («La vera storia dell’uomo plasmon»).

Nicola Catenaro
11 agosto 2011 13:04




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Lo scontro si consuma a poche settimane dalla prima visita ufficiale di Papa Benedetto XVI in Germania, dal 22 al 25 settembre

La Stampa
Alessandro Alviani


Il duomo di Berlino
Il duomo di Berlino
Sta provocando forti proteste, nella Chiesa cattolica in Germania, la decisione della Conferenza episcopale tedesca di aprire gli archivi delle diocesi a un gruppo di ricercatori esterni, che avranno il compito di indagare sui casi di abusi sessuali verificatisi in passato negli ambienti ecclesiastici. Quella dei vescovi è un'iniziativa “estremamente dubbia, sia sul piano giuridico che umano” e viola “l'ordinamento ecclesiastico sulla protezione dei dati personali”, ha criticato la “Rete dei preti cattolici”, un gruppo di circa 500 sacerdoti, per lo più di orientamento conservatore. La conferenza episcopale dovrebbe abbandonare il progetto, è la loro richiesta.



 Uno dei portavoce della Rete, Guido Rodheudt, un sacerdote di Herzogenrath (vicino Aquisgrana), ha ricordato al settimanale Der Spiegel che «anche nel normale diritto del lavoro i soggetti terzi non hanno diritto alla consegna dei fascicoli personali». È giusto far luce sui casi di abusi e impedirli, ha continuato Rodheudt, tuttavia così si violano in modo massiccio i diritti dei religiosi, in quanto «la loro sfera privata viene consegnata nelle mani di terzi».

La rete, che agisce sull'intero territorio tedesco, ha già ricevuto molte lamentele, ricorda lo Spiegel. Dalla sua il gruppo può vantare una presa di posizione del professore emerito di diritto canonico Winfried Aymans, secondo il quale c'è il rischio che su tutti i preti, i diaconi e gli esponenti degli ordini penda il sospetto generalizzato di aver commesso abusi pedofili. Si tratta di un “segnale sbagliato” all'indirizzo dell'opinione pubblica e di un'“inaudita violazione del rapporto di fiducia tra gli ecclesiastici e i loro vescovi”, nota Aymans. Secondo lo Spiegel la Conferenza episcopale tedesca intende rispettare gli standard comuni in materia di difesa dei dati personali.

A metà luglio erano stati presentati due studi commissionati dalla Conferenza episcopale e finalizzati a far luce sui casi di abusi sessuali su minorenni, a ricostruire l'atteggiamento tenuto dalla Chiesa cattolica di fronti a tali vicende e a tracciare un profilo psicologico dei sacerdoti colpevoli. Nell'ambito di uno dei due studi, condotto dall'Istituto per la ricerca criminologica della Bassa Sassonia (KFN), le diocesi apriranno i loro archivi riguardanti o gli ultimi dieci anni (è il caso di 18 delle 27 diocesi), oppure il periodo compreso tra 1945 e 2010 (nelle restanti nove diocesi, tra cui quelle di Monaco e Stoccarda).

In ogni caso, ricordò allora a Vatican Insider il direttore del KFN Christian Pfeiffer, i ricercatori del KFN non potranno sfogliare direttamente i fascicoli conservati nelle diocesi, dal momento che «ciò sarebbe problematico dal punto di vista del diritto canonico». A compiere le ricerche saranno piuttosto gli archivisti delle diocesi, affiancati da procuratori e giudici in pensione nominati dal KFN. Solo in seguito i dati relativi ai casi sospetti saranno messi a disposizione dei ricercatori.




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Marte: Opportunity, obiettivo raggiunto!

Corriere della sera

Il rover arrivato sul pianeta rosso sette anni fa è giunto sul bordo del cratere Endeavour



Il rover Opportunity (da Nasa)
Il rover Opportunity (da Nasa)
  Dopo sette anni di missione e oltre 33 chilometri percorsi su Marte, Opportunity ha raggiunto il suo obiettivo. Alla Nasa hanno festeggiato - proprio alla vigilia della notte delle stelle cadenti - quando il piccolo rover automatico ha inviato il messaggio di missione raggiunta: il bordo del cratere Endeavour, dove Opportunity continuerà il suo lavoro, che è già andato ben oltre ogni previsione dei progettisti, con l'esame di rocce più antiche di quelle che ha incontrato nei suoi sette anni di tragitto sul suolo del pianeta rosso.

OBIETTIVO - Alimentato a energia solare, con una delle sei ruote fuori uso - l'anteriore destra, che costringe Opportunity ad avanzare "a marcia indietro" - è giunto nel sito che gli scienziati hanno battezzato Spirit Point, in onore del rover gemello Spirit che invece non ha dato più notizie di sé dal marzo 2010. Dopo aver toccato il suo primo obiettivo, il cratere Victoria, da Terra è stata riformulata la missione successiva: il cratere Endeavour, raggiunto da Opportunity dopo tre anni di viaggio. John Callas, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, ha indicato che ora il rover si avvicinerà di più al bordo del cratere per riprendere immagini più precise delle rocce antiche già identificate dalle foto che ha inviato.

CURIOSITY - Un fratello maggiore di Opportunity, chiamato Curiosity, sarà lanciato in autunno da Cape Canaveral. La nuova missione sul suolo marziano, finanziata con 2,5 miliardi di dollari, è l'esplorazione di un cratere di oltre 150 km di diametro per determinare se c'erano le condizioni ideali per poter sostenere la vita di microrganismi. Curiosity arriverà sul pianeta rosso nell'agosto del prossimo anno.



Redazione online
11 agosto 2011 10:43



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Gli «scheletri» di Sansevero? Il principe li aveva solo comprati

Corriere del Mezzogiorno

Un saggio di Sergio Attanasio svela e documenta la vera storia delle macchine anatomiche esposte nella Cappella

 I famosi scheletri, anzi macchine anatomiche del principe di Sansevero? L'alchimista li avrebbe solo comprati. S'archivia la leggenda noir avallata, ma solo come tale, anche da Croce: «Per lieve fallo, fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene, e li serbò in un armadio…». Così, nel 1919, il filosofo accennò ad una delle tante leggende che avvolgevano Raimondo di Sangro, uno dei protagonisti della scena culturale e scientifica del Settecento europeo.

Leggende nere via via illuminate da studi contemporanei e dalla volontà degli eredi del principe (che gestiscono anche il bel museo) di metter da parte favole demoniache per far emergere l'eccezionale vicenda del loro avo. Così, dopo aver chiarito una volta per tutte che la statua del «Cristo Velato» - ormai uno dei simboli di Napoli nel mondo - è costituita da un unico blocco di marmo e quindi non esiste nessun «lenzuolo marmorizzato», ora si fa luce anche sui due scheletri umani conservati nella cappella, le «macchine anatomiche», la cui storia è stata ricostruita dal docente napoletano Sergio Attanasio nel volume appena pubblicato «In casa del principe di Sansevero» (alos edizioni, 218 pagine, 32 euro).

Gli scheletri comprati del principe di Sansevero


L'autore, tra l'altro, ricorda come furono descritte nella «Breve Nota» del 1766: «… si veggono due macchine anatomiche, o, per meglio dire, due scheletri, d'un maschio, e d'una femmina, ne' quali si osservano tutte le vene e tutte le arterie de' Corpi umani, fatte per injezione, che; per essere tutti intieri, e, per diligenza, con cui sono stati lavorati, si possono dire singolari in Europa…». E proprio l'indicazione dell'anonimo estensore settecentesco - «fatte per injezione» - fece accendere la fantasia dei cultori del paranormale, che per tre secoli hanno immaginato che una qualche particolare sostanza (ovviamente alchemica ed inventata dal Principe) fosse stata iniettata nei corpi dei due sventurati.

In realtà è possibile che qualcosa sia stata iniettata ma solo per evidenziare vene ed arterie in modo da poterle ricostruire fedelmente. Di certo, pur essendo nota la partecipazione di un medico siciliano alla creazione delle «statue», la leggenda ha sempre messo in primo piano l'opera del Sansevero. E c'è da dire che Gennaro Rispoli, fondatore del Museo delle arti sanitarie, aveva già ipotizzata la tesi portata brillantemente avanti da Attanasio. Soltanto qualche anno fa, poi, un gruppo di cardiologi dell'ospedale San Gennaro, peraltro sulla base di una ricognizione visiva, ha rilevato un errore nella ricostruzione dell'apparato circolatorio, un difetto piccolo ma decisivo: nessun uomo avrebbe potuto vivere con quella «malformazione». Ora però, grazie alle ricerche di Sergio Attanasio, la leggenda nera viene definitivamente spazzata via.

Tutto ha inizio in Sicilia. Scrive Russo De Gregorio nel 1762: «Il 5 maggio del 1756... Giuseppe Salerno palermitano mostrò uno scheletro elaboratissimo da ogni parte. Questo, costruito con impegno e con arte di opere meccaniche mostrava l'osteografia dell'uomo e insieme l'angeologia, per un numero complessivo di 261 ossa» (traduzione dal latino di Enrico Tecce). Al consesso era presente anche il «chiarissimo Francesco Buonocore medico ordinario di camera del re Carlo», che in una lettera al Vicerè Fogliani si espresse in termini entusiastici: «Confesso candidamente a V. E. che se il Re di Danimarca vanta per miracolo dell'Anatomia quello scheletro artefatto colle vene, ed arterie di ferro bianco, che conserva nel suo gabinetto di Copenaghen, questo del nostro Sacerdote Salerno merita di essere collocato in una delle più famose Gallerie dell'Europa».

Attanasio, inoltre, ricorda che la Real Accademia Medica Palermitana «non era comunque nuova a sperimentazioni in questo campo, difatti, nel 1753 un altro anatomista, Paolo Graffeo, aveva costruito "un uomo e una donna con il feto (...) che erano conservati e posti in bella mostra nei locali dell'Università in teche decorate da pietre preziose». Dunque, nella Palermo di metà '700 si realizzavano delle perfette riproduzioni del corpo umano. E quando la notizia giungerà al re Carlo, il sovrano chiederà di organizzare «una lezione ad un pubblico consesso di nobili e letterati» a Napoli. «Questo straordinario genere di artificio anatomico era stato appena illustrato nella nostra Accademia che poco dopo l'autore decretò di toglierlo agli occhi dei Nostri e di portarlo a Napoli e qui per ordine di Carlo re delle due Sicilie, fu mostrato nella pubblica Camera delle Conclusioni nella data stabilita precedentemente del 27 novembre dello stesso anno e alla presenza di una straordinaria moltitudine di nobili e letterati».

E, spiega ancora lo studioso napoletano, al convegno fu invitato anche Sansevero (che era amico personale del re), il quale «dopo aver visto la meravigliosa macchina del Salerno non si fece sfuggire la ghiotta occasione di conoscere questa opera meccanica e il suo creatore». Non solo. Quando seppe che il sacerdote voleva portare a Bologna la macchina, «ne propose subito l'acquisto per esporlo nella galleria del suo palazzo». «Appena passato il giorno dello spettacolo, mentre immaginava di trasferire a Bologna, tale industria artificiosa, il principe di San Severo mecenate dei letterati, stabilì di conservare questo mirabile scheletro nella sua ammirevole pinacoteca ed attribuì all'autore dell'opera una pensione splendida, vita natural durante».

Ed anche: «Ci ebbe inoltre Giuseppe Salerno da Palermo, che nel 1756 espose agli occhi di tutti, prima in quest'Accademia, e poi in Napoli uno scheletro artefatto con tutte le vene e le arterie, e loro intralciamenti, e ramificazioni con tal maestria lavorato, che vero e naturale parea, e fu in Napoli acquistato dal principe di San Severo, il quale un'annua pensione diede al Salerno. E si veggono ancora non senza ammirazione i due scheletri l'uno maschile, di femmina l'altro, che il feto porta di quattro mesi, ed opera furono di Paolo Graffeo da Palermo, che fornì il primo nel 1753, e nel 1758 il secondo».

Va ricordato che dopo l'acquisto, i due scheletri non furono collocati nella chiesa (dove si vedono oggi), ma nell'appartamento del Principe. Dove, nel 1775, li vedrà il marchese De Sade: «… Questi appartamenti - scrisse - sono in verità ornati da affreschi di Beltisar (Belisario Corenzio) pieni di freschezza e di piacevolezza: ma è tutto. In una di queste sale si vedono due scheletri piuttosto curiosi». A descrivere il metodo di realizzazione del sistema angiografico sarà proprio il Gorgone, in un volumetto che raccoglieva il testo di una lezione tenuta al corso di Anatomia all'Università di Palermo: «Tutti i vasi risultano da delicati fili di ferro attorno a cui ne sono rivolti altri di lino, e sopra di questi lucida sostanza viene sparsa or rossa, ed or nera. Per costruire i tronchi molti fili riunì, che separava nel bisogno delle secondarie divisioni, o pure ai primi altri ne aggiungea onde poterle con migliore agio formare. Simili filamenti più o meno voluminosi si piegano in varj sensi, e la incrostata materia non cede alla flessione, ma soffre qualche piccola screpolatura.

Mi parve dessa a prima giunta una miscela di cera, e di cera, e di cera-lacca, dapoiché l'accendersi della fiamma, non formar filamenti mentre si trova in liquefazione, non divenir solida subito che si raffredda sono i caratteri della prima». Ed ancora: «Ma un saggio fece conoscere che la prima base è semplice cera colorita o nero fumo, o con solfuro rosso di mercurio; ed al di sopra coverta con una vernice composta di gomma resina sciolta nello spirito di vino, ed è questa vernice che difende la base medesima. In ogni modo il composto supera di assai la semplice cera e molti ne sono i vantaggi: puossi maneggiare, e ripiegare in mille direzioni, resiste agli urti nel trasporto».

Un modello dunque di straordinaria precisione per lo studio dell'anatomia, ma anche lo «spettacolo» del corpo umano come non si era mai visto prima. Inevitabile che il Principe ne rimanesse conquistato e decidesse di acquistare prima l'uomo e poi la donna con il feto (che poi andrà perduto). Leggiamo da una lettera del 1762: «L'autore di queste statue fu Giuseppe Salerno nato in Palermo nel 1728 (…) Conoscendo però la tendenza, che il principe... mostrava verso simili cose, glielo portò in Napoli, e n'ebbe la pensione annua di onze cinquanta; sebbene fu rimproverato per non averlo lasciato alla sua patria…». Ironia della sorte, infatti, al Salerno «non fu riconosciuta giusta fama degna della sua opera». Non solo. L'anatomista palermitano - che morirà proprio per le conseguenze di una depressione - sarebbe stato oscurato dalle preponderante fama del Sansevero. In attesa che si restituisca allo studioso siciliano quel che merita, c'è da accogliere con soddisfazione questo nuovo lavoro del professor Attanasio e della casa editrice creata dagli eredi del Principe, un lavoro che apre nuovi spiragli di luce su uno dei tanti misteri senza intaccare né il mito né il fascino esoterico del Sansevero.



Antonio Emanuele Piedimonte
11 agosto 2011




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Phishing", per i complici non c'è reato

La Stampa

CARLO DI FOGGIA
 

La Cassazione annulla la sentenza che aveva stabilito un precedente giuridico. E sono migliaia le vittime di questa truffa informatico

Mentre non si contano più ormai le truffe informatiche - in continua evoluzione vista la diffusione dei servizi digitali - la giustizia, sul piano del contrasto, fa un passo indietro: contribuire al trasferimento di denaro rubato online utilizzando il sistema del “phishing”, infatti, non è un reato. A stabilirlo la seconda sezione della Cassazione che ha assolto due imprenditori palermitani condannati - sia dal gup che in Corte d’appello - a un anno e quattro mesi di reclusione.

Il “phishing” è un sistema di truffa molto diffuso che la maggior parte di chi possiede un indirizzo di posta elettronica ha imparato a conoscere, spesso a proprie spese. Si tratta infatti di un furto di identità effettuato grazie al classico utilizzo delle “spam” - le email indesiderate - inviate a milioni di persone sul web, dove con una scusa viene richiesto agli utenti di fornire i propri dati personali. Messaggi che imitano siti istituzionali o in cui si offrono lavori redditizi senza troppa fatica, con l’obiettivo di rubare alcune informazioni preziose come ad esempio il numero di conto corrente, carta di credito o codici di identificazione.

Il “phisher” invia una mail che riprende nella grafica e nel contenuto un’istituzione conosciuta dalla vittima, come ad esempio la propria banca. Nella maggior parte dei casi si comunica un problema tecnico verificatosi con il proprio conto corrente oppure un’offerta in denaro e viene chiesta una verifica dei propri dati. Vengono così gettati milioni di “ami” nella rete nella speranza che qualcuno finisca per abboccare, a quel punto dal conto corrente online vengono rubate somme di denaro e depositate provvisoriamente in conti correnti messi a disposizione da alcuni utenti complici che si impegnano a ritrasmetterli dopo qualche giorno alle aziende indicate dai truffatori. Una complicità favorita dal vuoto legislativo in materia e che molti hanno sfruttato offrendo un ponte legale ai truffatori. Un aiuto prezioso perché la maggior parte delle azioni illegali provengono da paesi dell’est Europa.

Una forma di riciclaggio di denaro de facto che la sentenza del giudice Daniela Troja (21 aprile 2009) aveva sanzionato configurandosi come l’unico precedente giurisprudenziale di rilievo nei confronti di questi utenti: tutto inutile perché la Cassazione ha stabilito che per integrare il reato di riciclaggio non basta la semplice “colpa con previsione” ma occorre il dolo, ossia la consapevolezza concreta della provenienza illegale del denaro transitato dai conti correnti. Tradotto: il reato non è chiaramente definito nella giurisdizione italiana.

Una mancanza che per il Codacons rappresenta “l’ennesima sconfitta nella già scarsa lotta al phishing”. “Ogni giorno - spiegano dall’associazione - milioni di utenti ricevono decine di mail contraffatte senza che nessuno riesca ad arrestare queste persone. Rispetto a un fenomeno così vasto i processi fatti e i truffatori assicurati alla giustizia sono pochissimi”. E da oggi saranno ancora di meno. 


News a cura della Redazione LaStampa.it




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Dai ghiacci canadesi riemerge l'Investigator, scomparsa quasi 160 anni fa

Il Messaggero


Non ci sono oro e gioielli, ma si può parlare di un vero e proprio tesoro per il ritrovamento fatto da un gruppo di archeologi canadesi, che sono riusciti a rintracciare il relitto dell'Investigator, una nave rimasta intrappolata nell'Artico quasi 160 anni fa mentre andava alla ricerca della spedizione capitanata da Sir John Franklin partita dall'Inghilterra nel 1845.


Gli archeologi subacquei di Parks Canada hanno infatti ritrovato il vascello lo scorso mese nella Baia di Mercy, al largo dell'Isola di Banks, nei Territori del Nordovest. Nella nave sono stati trovati migliaia di oggetti: campioni scientifici, accessori personali dell'equipaggio, armi, bottiglie di alcolici che rischiavano di scomparire per sempre. Gli archeologi sono stati facilitati dalle condizioni metereologiche particolarmente favorevoli.

L'Investigator, capitanata dall'irlandese Robert McClure, lasciò l'Inghilterra nel 1850 per unirsi alla ricerca disperata di alcune navi disperse nella missione di 129 uomini guidati da Franklin. McClure entrò nell'Artico dal Pacifico ma rimase incastrato a sua volta nel ghiaccio nel 1853. Riuscì a creare una base nell'Isola di Banks e lui e i suoi uomini furono salvati da un'altra nave britannica, il Resolute, nell'Isola di Melville. Ma il suo vascello non era finora stato trovato. Per questo McClure fu anche sottoposto a corte marziale per la perdita della nave, ma in seguto emerse che grazie all'itinerario seguito, era stato il primo a scoprire il famoso passaggio a Nord-Ovest, venendo così premiato insieme ai suoi uomini.

Mercoledì 10 Agosto 2011 - 19:11




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Toh! Ad agosto tutti stakanovisti

Il Tempo

Ministri al lavoro e tour politici. I politici si organizzano e dicono addio alle ferie. Per ora.


L'aria è brutta, non c'è che dire. Nemmeno il «taglietto» di bilancio votato da Camera e Senato (150 milioni in meno per le spese dei deputati, 120 per quelle dei senatori) ha placato gli animi degli anti-casta. Messi a dura prova dalla crisi, i cittadini hanno ricominciato a farsi sentire. Anche perché i partiti hanno sapientemente evitato le riduzioni «simboliche»: il numero dei parlamentari, gli stipendi, le auto blu. O l'abolizione degli enti inutili, a partire dalle Province.

Dopo l'ondata di proteste per le lunghe ferie dei politici, alla fine ridotte di una settimana, i parlamentari sono andati al contrattacco. Ieri l'incontro tra il governo e i sindacati, oggi l'informativa del ministro Tremonti a Montecitorio, a cui parteciperanno i membri delle commissioni economiche di Camera e Senato e tanti big e meno big di maggioranza e opposizione. Ma questo è niente. Per far vedere che lavorano senza sosta i politici hanno organizzato tour, comizi, assemblee o semplicemente comunicati per sottolineare la presenza al lavoro. Tutti stakanovisti, insomma. Ad agosto. La nota della deputata e sottosegretario «responsabile»

Catia Polidori è arrivata nel primo pomeriggio di ieri: «Il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico con delega al Commercio con l'estero, Catia Polidori, assisterà all'informativa del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, prevista per le 11, e al dibattito che seguirà nella riunione congiunta delle commissioni di Camera e Senato». Della serie: nessuno pensi che la sottosegretaria sia in un villaggio vacanze. Ma ancora di più farà il coordinatore nazionale del Psi Riccardo Nencini: un tour di incontri e iniziative che si aprirà oggi nel basso Lazio per concludersi nel weekend a Soverato, in Calabria. «In tempo di crisi - ha scritto Nencini su Facebook - è dovere della politica stare vicino ai cittadini.

Noi facciamo la nostra parte e nei prossimi giorni sarò in Calabria per rilanciare le nostre proposte. Servono rigore e sobrietà della politica». Ha superato tutti il Consiglio regionale dell'Abruzzo. Il presidente, Nazario Pagano, ha convocato per lunedì 15 agosto, alle 11, una seduta «straordinaria e urgente» dell'assemblea per discutere di «Piano per il Sud - iniziative urgenti per riammettere l'Abruzzo alla ripartizione dei fondi».

Eppure i consiglieri regionali di ferie ne faranno parecchie, perché incontrarsi proprio a Ferragosto? Oggi l'appuntamento è alle 11 nella sala del Mappamondo della Camera: con Tremonti ci sarà mezzo stato maggiore del Pdl e di tutti gli altri partiti. «Soltanto chiacchiere ma sembrerà un autobus all'ora di punta», scommette un deputato che, per ovvie ragioni, preferisce restare anonimo. «Tutti vogliono farsi vedere», conferma un senatore. Proprio tutti: coordinatori, capigruppo, membri di governo. E se qualche onorevole temesse di dover tornare al lavoro senza servizi adeguati, niente paura. Sono stati richiamati i dipendenti di Montecitorio: riapriranno anche la buvette e il ristorante.


Alberto Di Majo
11/08/2011




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Don Colmegna tra solidarietà e finanziamenti "Dà una mano ai rom, ma caccia i romeni..."

di


Dopo essere stato sfollato dalla baracca in cui viveva, Adrian (romeno che da dieci anni vive a Milano) ha chiesto aiuto alla Casa della Carità: "Mi hanno cacciato perché non sono rom". Un tecnico di Palazzo Marino svela: "Non è la prima persona che denuncia questo problema"

I tatuaggi e le cicatrici sulle braccia di Adrian segnano tutto il dolore vissuto negli ul­timi dieci anni, da quando cioè ha lasciato la Romania per venire a Milano. Da allora ha vis­suto sotto i ponti, dentro una carrozzeria e nelle baracche. Insieme con lui la moglie e quattro figli, due ragazze (la più grande ha 21 anni e un figlio di 18 mesi) e due bimbi.«Veni­vano i vigili con le ruspe – racconta Adrian – ci sfollavano e ci costringevano ad andare a vi­vere in un altro posto. A loro non importava dove andassimo. Siamo anche andati a bus­sare alla porta della Casa della Carità ma ci hanno cacciati perché non siamo rom». Poi, però, sono arrivate l'amicizia con un prete e la beneficenza di una persona che, in cambio della promessa di trovarsi un lavoro onesto, paga ad Adrian l'affitto di un vero apparta­mento.

La baracca in cui Adrian e la sua famiglia hanno vissuto per quasi tre anni non è lonta­na dalla nuova casa. Ci si va a piedi. A ridosso di un complesso residenziale ai margini del quartiere Adriano alcune baracche circonda­no un parco ben curato. Un cartello logoro re­cita così: «Vigili dove siete? Terra di vergo­gna». Una strada sterrata porta verso il Navi­glio che, in questi giorni, è in secca. Il caldo è appiccicoso e l'aria densa. Si procede lenta­mente in mezzo al pantano finché, alle spalle del campo rom di via Idro, si arriva alla barac­ca.

Due inverni freddi durante i quali si scal­davano con l'alcol che le domestiche usano per igienizzare i pavimenti. «Lo versavo in una pentola posta al centro della baracca e gli davo fuoco –racconta Adrian –una sera però il più piccolo dei miei figli è saltato giù dal di­vano e si è tirato addosso la pentola». Il bimbo ha subito preso fuoco e il padre lo ha soffoca­to in una coperta per spegnere le fiamme. Poi la corsa al Niguarda e un lungo mese di conva­lescenza. Nel raccontarlo i profondi occhi gri­gi di Adrian si appannano.

All'ingresso della baracca ci sono ancora al­cuni tappeti. Un lucchetto e una catena tengo­no insieme due pannelli di lamiera arruggini­ta. All'interno un divano e i materassi. «Ho la­sciato la Romania dopo aver fatto un inciden­te con la macchina – racconta –. Ho centrato un ciclista a un incrocio». Rischiava otto anni di carcere. Un bravo avvocato riuscì a ottene­re otto mesi ai domiciliari. Ma Adrian aveva deciso ugualmente dilasciareil Paese. «Ipri­m­i sei mesi ho dormito sotto un albero davan­ti a una carrozzeria a Bresso – continua –poi il proprietario mi ha preso a lavorare con lui».

Gli dava 300 euro al mese e un letto per dormi­re. Così per tre anni. Poi è saltato fuori che la carrozzeria «sistemava» auto rubate e Adrian ha deciso di andarsene. Nel frattempo la mo­glie e la prima figlia lo avevano raggiunto in Italia. Così per dar loro un tetto sotto cui stare si erano costruiti una baracca a Cologno Mon­zese, non lontano da una discarica. «Sono ar­rivate le ruspe e gli assistenti sociali – rivela Adrian con dolore – e per non perdere i figli siamo andati a chiedere aiuto alla Casa della Carità (la fondazione presieduta da don Virgi­nio Colmegna, ndr). C'erano molti rom in co­da per entrare, ma noi ci hanno mandato via perché non siamo zingari».

Secondo una convenzione fir­mata con Palazzo Marino, infatti, chi vive all'interno di campi abusi­vi può essere accolt­o nella struttu­ra della Casa della Carità per inizia­re un percorso di reinserimento nella legalità. L'accordo è stato re­so possibile grazie ai finanziamen­ti stanziati dal ministro dell'Inte­r­no Roberto Maroni. «Adrian non è certo la prima persona che raccon­ta di non essere stata accolta – spie­ga un tecnico comunale –. Ci sono molte strutture che, pur non rice­vendo alcun finanziamento dal Comune, accolgono famiglie che sono state allontanate da don Colmegna».

«Vivere in una baracca fa paura». Adrian non usa mezzi termini: «Andavo a montare i palchi per i concerti a San Siro o al Forum. Mi davano 5 euro all'ora, in nero». I soldi non ba­stavano mai. Finché qualche mese fa uno dei suoi figli ha fatto amicizia con un prete. «Mi ha dato una gran mano, sai?». Da alcuni me­si, infatti, un paio di universitari gli portato al sabato il pacco alimentare. Il prete, poi, ha trovato un benefattore anonimo: è lui a paga­re l'affitto della nuova casa, a patto che Adrian trovi lavoro.Ora può trovarlo.Ora,do­po dieci anni di nomadismo, può integrarsi.



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I deputati viaggiano, noi paghiamo il biglietto: per i loro trasporti sborsiamo 13 milioni all'anno

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Dall'aereo al treno fino al taxi: per i deputati ogni mezzo di trasporto è gratis. Anche se la Camera è chiusa per ferie.I parlamentari spendono in media 1.600 eruo al mese, 279 solo per i taxi

Cortina o Capalbio, gite in montagna o immersioni nei più bei mari dell’Italia. Ovunque vadano i nostri parlamentari per queste vacanze d’agosto, il viaggio lo pagano gli italiani. Non è una novità, ma in quest’estate di profonda crisi economica, con il Paese in balia degli speculatori, questo privilegio può essere più fastidioso di un’auto blu, e forse più sconcertante.

Il bilancio consuntivo del 2010 della Camera dei deputati dice che per le spese di trasporto Montecitorio ha sborsato 12.905.000 per i viaggi con aerei, treni, traghetti e per i pedaggi autostradali. Circa un milione di euro al mese. Diviso per il numero di parlamentari: 1.587 euro a testa al mese, più di uno stipendio medio.

Gli eletti del popolo hanno la libertà di muoversi con ogni mezzo su tutto il territorio nazionale, ma non tutti sanno che questa agevolazione è estesa ai dodici mesi dell’anno, e non solo ai periodi di seduta. E dunque anche alle festività di Natale, Pasqua, ponti, ferie d’agosto. Non solo. Viaggiando gratis, i deputati accumulano punti con le mille miglia. Godono cioè del premio di Alitalia per i grandi viaggiatori.

Possono quindi viaggiare d’estate gratis per regolamento nel territorio italiano, ma con l’accumulo di punti possono tranquillamente «guadagnarsi» anche uno o due voli sicuri all’estero. Chi dunque si preoccupa della spesa che i contribuenti dovranno sostenere per far rientrare 150 deputati domani per ascoltare il ministro Tremonti, non deve tanto scandalizzarsi per questo, ma forse per tutti i viaggi che nell’arco del periodo estivo vengono addebitati alle casse pubbliche.

Normalmente i deputati si affidano all’agenzia interna della Camera per fissare i loro spostamenti. Altrimenti basta presentarsi in aeroporto o alla stazione con il tesserino di parlamentare. Alcuni deputati anonimi ammettono che spesso si tratta di biglietti aperti, a volte per ragioni di lavoro, ma forse non sempre.

Come tutti sanno i biglietti con ritorno variabile sono molto più costosi dei biglietti normali. Per le compagnie non c’è distinzione di scelta, ma la preferenza cade spesso su Alitalia proprio in ragione del premio «miglia».

Nel dettaglio, la Camera ha speso 9 milioni e 680mila euro per i viaggi aerei, con un milione e mezzo di euro in più rispetto alla spesa prevista, un milione 650mila euro per i viaggi in treno, 10mila euro per i traghetti, 950mila euro per i trasporti dei deputati eletti nelle circoscrizioni estero: una spesa di circa 5.300 euro al mese a onorevole, calcolando che gli eletti all’estero sono quindici.
Per i voli aerei esclusi quelli degli eletti all’estero, la Camera spende dunque 800mila euro al mese.

Questa cifra, divisa per 615, ossia i deputati esclusi gli «stranieri», corrisponde a 1.310 euro a testa al mese, 327 euro a settimana. Ma in questo calcolo sono compresi anche i deputati laziali, abruzzesi, toscani, che difficilmente prendono l’aereo per raggiungere Roma. È una cifra che si riferisce naturalmente anche al periodo estivo. Per i pedaggi autostradali le uscite della Camera sono state di 600mila euro.

Si può obbiettare il fatto che il principio della libera circolazione per i parlamentari è stato istituito per consentire all’eletto di viaggiare per il Paese senza vincoli, per essere a contatto con il territorio.
Ma ci sono altre voci di bilancio che lasciano perplessi, come il rimborso per gli spostamenti casa-aeroporto e aeroporto (o stazione)-Camera. A questa voce risulta una spesa di 8 milioni 450mila euro, 704.166 al mese, 1.117 euro a deputato sostanzialmente per taxi o benzina dell’automobile.

È una cifra, anche in questo caso, che corrisponde a uno stipendio mensile medio-basso.
Duecentosettantanove euro a settimana per i taxi, se non è un lusso, è un privilegio. In questo caso il rimborso avviene su base trimestrale. Ed è sempre difficilissimo, cioè impossibile, capire se il taxi è stato preso per visitare il territorio o per farsi un giro in costiera.



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Penati? Procure al rallenty sulle mazzette rosse

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I giudici sono ripartiti con il turbo contro Verdini, Dell’Utri e Papa. Ma sulle tangenti di Penati non si sente più nulla. Nessuno sviluppo nemmeno su Pronzato e lo scandalo dell’Enac. Come Tangentopoli allora Di Pietro si fermò sulla soglia di Botteghe Oscure, salvando il Pds


Un dì bastava il solleone per la caduta in letargo delle procure fino alle brezze autunnali. Ora neanche è sufficiente la crisi economica mondiale. Il Palazzo ci contava e già circolava una certa soddisfazio­ne per il crollo delle borse che avrebbe distratto l’opinione pub­blica dai guai giudiziari di sinistra e destra.Falsa speranza.Le toghe-in­differenti all’afa e al bailamme fi­nanziario - hanno ripreso da alcu­ni giorni a mazzolare diversi espo­nenti politici già sotto schiaffo. La palma della iella spetta senz’altro al coordinatore del Pdl, Denis Verdini.

Il poveretto si è visto recapitare l’altro ieri una multa di 105mila euro dalla Banca d’Italia per irregolarità del Credito coope­rativo fiorentino, di cui era presi­dente. Addebiti che nascono da un’inchiesta del tribunale di Peru­gia sulla cosiddetta cricca ( i costrut­tori legati alla Protezione civile). Un paio di giorni prima, l’infelice Denis era stato invece pesantemen­te coinvolto dalla procura di Roma che, chiudendo l’indagine sulla presunta P3, lo ha accusato di fare parte di una conventicola segreta (violazione della legge Anselmi) con il senatore pdl Marcello Del­­l’Utri, l’affarista Flavio Carboni e al­tri. Quantobastaperguastarglilefe­rie. Ma non sarà il solo a passarle ma­le. Infatti da Napoli-altro tribunale insonne- sono arrivate due giorni fa pessime notizie per quelli della P4.

È il gruppo di intrufoloni che fa capo a Gigi Bisignani e cui appartie­ne anche Alfonso Papa, il deputato Pdl imprigionato da un mese a Pog­gioreale, dopo l’autorizzazione al­l’arresto di Montecitorio. Il Riesa­me infatti, accogliendo il ricorso del pm Woodcock e del suo colle­ga, ha riconosciuto che il gruppetto forma un’associazione per delin­quere. Ipotesi questa che, un paio di mesi fa, era stata esclusa dal gip. La conseguenza è che Gigi, ora ai domiciliari, rischia la galera con le sbarre e Papa una nuova autorizza­zione del Parlamento a tenerlo in gattabuia pure per delinquenza di gruppo oltre che per corruzione. Insomma, dopo il trambusto del­le borse, la Giustizia è ripartita col turbo: Verdini, Dell’Utri, Papa e al­­tri presunti trafficoni.

Tutti però- fa­teci caso - del centrodestra. Que­sto, per la verità, colpisce. Che le procure continuinoalavo­rare sulle grandi inchieste politi­che anche in agosto è straordina­rio. Che lo facciano solo nei riguar­di del Pdl­con l’eccezione del sena­tore Tedesco, che però il Pd ha ripu­diato­è sospetto. Di Filippo Penati, braccio destro di Pierluigi Bersani, accusato di tangenti, non si sente più nulla. Idem della presunta cor­ruzione di Franco Pronzato, facto­tum dell’Enac (l’ente dell’Aviazio­ne civile), detto «consigliere insepa­rabile » del medesimo Pierluigi. Lungi da me augurare a loro gli stessi tormenti estivi riservati ai pi­diellinima, afuturamemoria, ram­mento che non c’è solo Denis, ma pure Filippo, ecc.

Non vorrei che uno fosse mazzolato e gli altri pas­sassero in cavalleria. Chiederete: perché così malfidato? Per espe­rienza. Ricordo perfettamente Tangen­topoli. Scomparve il pentapartito, restò in piedi solo il Pds. Il pm Di Pie­tro seg­uì le tracce delle tangenti Eni­mont in tutte le segreterie, dalla de­m­ocristiana Piazza del Gesù alla so­cialista Via del Corso, ma si fermò sul portone di Botteghe Oscure,an­zi sull’ascensore preso da Carlo Sa­ma. Il cognato di Gardini raccontò di essere salito con la tangente nel­la ventiquattrore per consegnarla a...

Non si è mai saputo chi. «Igno­rando il percettore, mi sono dovu­to fermare », disse candidamente il pm che esonerò il solo Occhetto dalla regola (bestiale) «non poteva non sapere» con la quale invece tra­volse gli altri segretari di partito. Ri­cordo anche altri episodi che sug­gellano gli speciali rapporti tra ex comunisti e toghe. I favori e le inda­gini sparite. La tangente presa anni fa da Max D’Alema dal re delle clini­che pugliesi, ma scoperta solo do­po u­n’amnistia dal pm Alberto Maritati che l’anno dopo divenne sena­tore del Pds. O l’inchiesta Arcobale­no, sugli aiuti ai kossovari e gli arre­sti degli amici di D’Alema ordinati dal pm barese, Michele Emiliano. E, di lì a poco, la decisione del pm di abbandonarel’indaginepercandi­darsi sindaco di Bari sotto l’ala di Max. Ed è così che pensando ai cla­mori su Verdini, mi sono chiesto dei silenzi su Penati.



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E c’è chi sogna un’Italia messa a ferro e fuoco dalla "violenza civile"

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Il Fatto accomuna primavera araba e saccheggi della City. Ed elogia la "rabbia sacrosanta" delle "masse giovanili". Chi vuole sfasciare tutto ha così una pezza d'appoggio ideologica


La guerriglia urbana con il seguito di saccheggi e incendi che infiammano Londra e dintorni fa correre un frisson lungo la schiena dei manettari del Fatto quotidiano. Che ne vedono la miccia in grado - con un po’ di sforzo, qualche spintarella e la rinuncia alle balere d’agosto, perché si sa: la rivoluzione non ha orari né pause pranzo - di far brillare la santabarbara mettendo anche l’Italia a ferro e fuoco. Nostalgia, quella dei manettari, non delle svenevoli piazze dei girotondini, delle Onde e del ceto medio riflessivo.

Ma di quelle toste, delle botte da orbi del G8 di Genova con tanto di eroe («civile», va da sé) caduto sul campo. E siccome se non ora, quando?, un pezzo da novanta, la bombarda del Fatto Flores d’Arcais sospende gli ozi balneari per impugnare la penna e fornire alla carne da piazza le pezze d’appoggio ideologiche alle auspicate violenze («civili», ovvio). Di primavere arabe neanche a parlarne, onestamente ammette il d’Arcais, in quanto malauguratamente non siamo nel Maghreb. Però poco ci manca.

E poco ci manca perché anche dalle nostre parti c’è tanta «rabbia e esasperazione», soprattutto fra le «masse giovanili». E dunque «l’ondata di collera può solo espandersi e radicalizzarsi». Ed è una «rabbia sacrosanta», per cui fatevi sotto, masse giovanili: sfasciate tutto. Poi, con soave colpo di coda, d’Arcais conclude: però occhio, masse giovanili, «le rivolte rischiano di restare senza sbocchi, addirittura manovrabili da nuovi fascismi», e non so se mi spiego, «se i movimenti sociali non si attrezzeranno a diventare anche soggetti politici ed elettorali». In sintesi: menate, bruciate, devastate e saccheggiate pure, ma a tradurre le macerie fumanti in politica, cioè in potere, spetta a chi ha il cervello, ovvero a me e alla mia ganga.

Flores d’Arcais non è certo uno che si cura dei particolari, che lascia dunque alle cure della pirotecnica Roberta Zunini, la quale nel suo squisito corsivo comincia a ribattezzare in «del pane e del lavoro» - che fa più Novecento di Bertolucci e quindi più glamour - la «primavera» tunisina. Scoppiata, poi, per via di un certo Bouazi «laureato ma costretto a fare l’ambulante abusivo per l’assenza di mobilità sociale (parentesi: il fatto che un laureato, classe sociale A, si ritrovi a fare l’ambulante, classe sociale B, è segno che la mobilità di quel genere va che è una meraviglia) e per la corruzione innescata dal regime di Ben Alì».

Innescata? Innescata. Venendo poi al sodo, Zunini tiene a sottolineare che la «nota dissidente e giornalista scomoda» Bensedrine ebbe già a dire: «Speriamo che i giovani tunisini portino questa rivoluzione oltre i confini della Tunisia (...) contro i regimi e per la democrazia». Desiderio avverato, conclude Zunini riferendosi agli «indignati» spagnoli e greci, agli studenti cileni e ai «giovani del ceto medio» israeliani. Però, mannaggia, «finora solo per quanto riguarda la diffusione delle proteste». E quel che si vuole al Fatto , quello che richiede il venerato maestro d’Arcais, è la piazza a ferro e fuoco, non il mugugno.

C’è il solleone, d’accordo. Però, anche col sole che picchia in testa, invitare o addirittura sollecitare le nostrane «masse giovanili» a darsi una mossa, a raccogliere il testimone dai ragazzotti d’oltremanica («criminali», per David Cameron; apostoli della «cittadinanza democratica», secondo d’Arcais) e calare in piazza per mettere sottosopra il Paese (o rivoltarlo come un calzino, come direbbe un altro noto manettaro) è iniziativa che sfiora il golpe. Sorprendente, quanto meno.

Specie venendo da un cenacolo giornalistico come quello che fa capo al Fatto e che la mena senza cessa con la democrazia, la costituzione, il dialogo&confronto (e che hanno i lettori che si meritano. Commentando l’editoriale del d’Arcais, uno di essi scrive, lo riporto tale e quale: «Secondo me quello che manca nella società è la trasparenza. Dovremmo vivere in un mondo dove i governi invece di cambiare discorso sulle domande scomode dei giornalisti parlerebbero loro senza che qlk1 gli domandi le cose»).



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Trieste, la sinistra calpesta la memoria d'Italia Celebrate davanti al Comune le nozze "titine"

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Matrimonio nostalgico a Trieste, dove le ferite della storia non riescono mai a rimarginarsi del tutto. Per i due novelli sposi sono spuntati una bandiera della vecchia Jugoslavia di Tito, il tricolore con la stella rossa e cori dei partigiani che occuparono il capoluogo giuliano per 40 dannati giorni nel 1945


Un matrimonio dal nostalgico sapore «titino» ci mancava a Trieste, dove le ferite della storia non riescono mai a rimarginarsi del tutto. Per i due novelli sposi, davanti al municipio, proprio in piazza Unità d’Italia, sono spuntati una bandiera della vecchia Jugoslavia di Tito, il tricolore con la stella rossa e cori dei partigiani che occuparono il capoluogo giuliano per 40 dannati giorni nel 1945. Nel «folcloristico» salto indietro nel tempo è spuntato, sembra per caso, il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini a fare gli auguri.

La sua giunta di centrosinistra si è insediata da poco più di un mese. La storiella delle nozze «titine» è saltata fuori ieri sulle colonne del Piccolo, il quotidiano di Trieste. Il 16 luglio si sposano Igor Pauletic e Larissa Issaeva. Lui è il presidente e voce solista del Coro partigiano Pinko Tomazic, intitolato ad un comunista sloveno fucilato sul Carso triestino durante il fascismo. Lei è una docente russa d’inglese, nata a Togliattigrad.

A suggellare l’unione in Comune un vecchio amico dello sposo, il consigliere regionale della Sinistra arcobaleno, Igor Kocijancic, storico rappresentante locale di Rifondazione comunista. All’uscita dal municipio scoppia la festa nostalgica fra lo stupore dei passanti. Gli invitati coristi intonano i pezzi forti del loro repertorio: Vstajenje Primorske (Resurrezione del litorale), Trst je naš (Trieste è nostra) e Internacionalo (L’Internazionale).

Qualcuno si è portato una bandiera jugoslava con la stella rossa dei tempi di Tito, infoibatore di migliaia di italiani e la sventola alle spalle degli sposi facendosi immortalare. La foto va a finire su Facebook assieme alle altre del coro che ritraggono pugni chiusi alla fine di un’esibizione e manifestazioni «patriottiche» di giovani con la bustina dei partigiani titini che occuparono Trieste.

«Era una sorpresa dei miei amici. Sono presidente del coro partigiano da 30 anni. Non c’era alcuna intenzione provocatoria e tantomeno di fare una manifestazione politica» spiega a Il Giornale Pauletic, lo sposo. Peccato che il sindaco attratto dall’improvvisato coretto partigiano sia sceso dal suo ufficio in municipio. «Ha detto che aveva sentito cantare e ha voluto dare un’occhiata, a fare gli auguri - racconta lo sposo - non creiamo una tempesta in un bicchier d’acqua».

La foto del sindaco con gli sposi, però, è sparita da Facebook. Alessia Rosolen e Franco Bandelli, due consiglieri di Un’altra Trieste, lista civica di centro destra, hanno stigmatizzato l’episodio. «Invitiamo il sindaco a dissociarsi e a condannare l’episodio. L’esposizione nel cuore della nostra città di simboli che significano migliaia di morti e ferite ancora aperte non possono essere tollerate. Nessuno può pensare di derubricarlo come folclore».

Cosolini, contattato da Il Giornale, commenta così l’episodio delle nozze «titine»: «Quando sono sceso non c’erano né cori né bandiere, che avrei ritenuto per altro inopportune soprattutto per un matrimonio. Ho fatto solo gli auguri».


www.faustobiloslavo.eu


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