venerdì 12 agosto 2011

Via le piccole province e i micro-Comuni

Corriere della sera


GLI ENTI LOCALI - Quanto alla paventata riduzione delle Province considerate inutili, dalle prossime elezioni vi sarebbe la soppressione di quelle relative ad una popolazione complessiva al di sotto dei 300.000 abitanti, ovvero 36 enti sparsi nell'intero territorio nazionale. Il governo vorrebbe poi la fusione dei Comuni sotto i mille abitanti - e sarebbero coinvolti circa 1.500 enti su un totale di circa 8 mila - e la riduzione dei componenti i Consigli regionali. 


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Pakistan, pena capitale per il Ranger che fece uccidere un 25enne

Il Messaggero

Il giovane fu colpito a bruciapelo mentre implorava pietà e poi abbandonato agonizzante sul terreno in un parco di Karachi


ROMA - Una Corte speciale antiterrorismo ha condannato oggi a morte un agente dei Rangers pachistani che l'8 giugno ha ucciso a bruciapelo il 25enne Sarfaraz Shah in un parco di Karachi. Gli altri cinque agenti del reparto e un contractor che avevano partecipato alla cattura del giovane sono stati invece condannati all'ergastolo. Il condannato alla pena capitale è l'ufficiale Shahid Zafar, che quel giorno guidava il reparto nel parco Benazir Bhutto.



Ad inchiodare il gruppo è stato un video shock che fu trasmesso in Pakistan ed all'estero ed in cui si vedeva chiaramente un Ranger sparare a bruciapelo due colpi di fucile sul giovane di 25 anni che implorava pietà. Sarfaraz Shah fu poi lasciato agonizzante sul terreno.

Venerdì 12 Agosto 2011 - 15:02    Ultimo aggiornamento: 15:10




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Il jet supersonico è caduto nel Pacifico

La Stampa


Test fallito. L'aereo viaggiava senza pilota. Il progetto costato finora 308 milioni di dollari



Avrebbe potuto collegare Los Angeles a New York in 12 minuti. Invece, dell'aereo supersonico testato ieri dalla Difesa americana si sono perse le tracce: con tutta probabilità si è inabissato nel Pacifico. Il Falcon Hypersonic Test Vehicle (HTV-2), senza pilota, era progettato per volare a una velocità di venti volte superiore a quella del suono. In teoria avrebbe dovuto consentire all'aviazione americana di colpire un bersaglio ovunque nel mondo in meno di un'ora.

FOTOGALLERY Il jet più veloce Londra-Sidney in meno di un'ora

Ma qualcosa ieri è andato storto durante il volo test e la Darpa (US Defence Advanced Research Projects Agency) ha comunicato che dopo "nove minuti di volo un'anomalia ha causato la perdita del segnale". "Le prime indicazioni suggeriscono che il velivolo si sia schiatato nel Pacifico lungo il tracciato di volo". Anche il primo test sperimentale, nell'aprile scorso, dalla Vandenberg Air Force Base, 130 miglia a nord-ovest di Los Angeles, si risolse in un nulla di fatto. Il Falcon, oltre alla velocità supersonica, è teoricamente in grado di tasportare un carico utile di circa 2.500 chili - sufficienti per una testata nucleare.

Lanciato con un razzo vettore, il Falcon rientra nell'atmosfera ad una velocità oltre venti volte superiore a quella del suono: per questo è rivestito di metalli speciali destinati a sopportare temperature che superano gli 800 gradi. Il progetto del Pentagono, costato fino ad ora 308 milioni di dollari, dovrebbe essere completato entro il 2025.



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P4, la Cassazione trasferisce mezza inchiesta: il giustiziere Woodcock viene commissariato

di

La Cassazione sposta da Napoli a Roma mezza inchiesta P4. È il contrappasso per aver fatto troppo rumore (per nulla). Trasferite le carte su Adinolfi. Piazza Cavour dà ragione al generale e demolisce le obiezioni della procura.


Un pm esagerato. Il guaio di mister Woo­dcock è che alza ogni volta tanta polvere e quando la tempesta è passata non si ca­pisce mai dove siano finiti i reati, i fatti, le cose concrete. Il cuore dell’inchiesta napoletana è stato trasferito a Roma. Lo ha deciso la Cassazione. La presunta fu­ga di notizie che avrebbe consentito a Luigi Bisignani di conoscere in anticipo le mosse dei magistrati, attraverso una presunta «soffiata» del generale Adinolfi, non è di competenza della coppia Woodcock & Curcio. I due pm perdono così l’architrave della loro inchiesta e un po’ si sgretola tutta la loro impalcatura di accuse e teoremi.
È una storia che si ripete. Woodcock ha teorizzato l’esistenza di una piovra occulta chiamata P4, una sorta di mega loggia segreta con contorni un po’ fumettistici, da subito l’impressione è che Bisignani e compagnia fossero più che altro dei lobbisti con un’ottima rete di potentati economici e istituzionali. Saranno i giudici, con un regolare processo, a definire l’esistenza di eventuali reati. Quello che si sa per ora è che il Tribunale del Riesame non ha riconosciuto l’associazione segreta, cancellata dal gip e su cui nemmeno i pm avevano presentato ricorso, ma solo quella per delinquere. Non è roba da poco, smonta subito uno dei capisaldi del teorema. 


Come sempre il problema è che Woodcock sembra andare alla ricerca più del peccato che del reato. C’è più moralismo che lavoro di inchiesta. C’è più trama, romanzo, che diritto penale. Ci sono pagine e pagine di intercettazioni che finiscono sui giornali, ma per un motivo o per l’altro tutte queste carte diventano deboli quando, e se, si arriva in tribunale. Troppo rumore. Forse il pm dovrebbe imparare a muoversi in silenzio, perderebbe il fascino del palcoscenico, ma ci guadagnerebbe in sostanza. Come dicono i maestri della giustizia il giudice bravo è quello che non si fa notare.

Perché la soffiata del generale Adinolfi è di competenza della Procura romana? Semplice, il fatto è accaduto a Roma. Milanese infatti dichiara che «durante una cena a Roma il generale Adinolfi mi disse di aver chiesto a Pippo Marra, direttore dell’agenzia di stampa Adnkronos, di avvisare Bisignani». Questo Woodcock lo sapeva, ma ha preferito non rinunciare a un’inchiesta così ricca di vip. Troppo ghiotta, troppo chiacchierata, perfetta per diventare una celebrità mediatica. Così Napoli ha fatto finta di non sapere, continuando con gli interrogatori e gli arresti. 
Questo accade quando il lavoro dei pm finisce per assomigliare troppo a un legal thriller, quando le toghe rubano il mestiere a Grisham, quando l’apparenza è tutto. Nessun dubbio sulla buona fede di Mister Woodcock, ma per un motivo o per l’altro il suo lavoro finisce spesso con intrecciarsi con re, veline, paparazzi politici e vip. Magari è solo sfiga, ma alla lunga il «pubblico» finisce per considerare tutto questo una semplice casualità. Il consiglio che si può dare a Woodcock è tenersi alla larga dall’isola dei famosi.


Lo schiaffo ai pm napoletani: "Avete scritto cose scorrette"


di


Roma La procura di Napoli perde un pezzo rilevante dell’inchiesta P4, che lascia l’ufficio dei pm Woodcock e Curcio in direzione Roma. A decidere contro i magistrati partenopei sul conflitto di competenza riguardante la presunta fuga di notizie contestata al generale delle Fiamme Gialle Michele Adinolfi (che avrebbe rivelato a Bisignani l’esistenza dell’inchiesta a suo carico) è stata la Corte di Cassazione. Al sostituto procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello sono bastate due paginette per accogliere il ricorso dei legali di Adinolfi, ordinando alle toghe napoletane di «trasmettere i relativi atti» ai colleghi della capitale. 
La vicenda è quella della ormai famosa cena a casa di Pippo Marra, il direttore-editore dell’AdnKronos. Lì, secondo quanto ha raccontato ai pm partenopei l’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese, quest’ultimo avrebbe appreso da Adinolfi che c’era un indagine su Bisignani, e che il generale aveva deciso di incaricare Marra di informare il diretto interessato. Adinolfi sostiene che la cena sia avvenuta quando l’indagine nemmeno era aperta, Milanese invece la colloca temporalmente più avanti. Ma a prescindere dal merito, i legali di Adinolfi hanno fatto ricorso in Cassazione, chiedendo appunto di riconoscere la competenza della procura di Roma, poiché il presunto reato sarebbe avvenuto nella capitale.

I pm napoletani hanno obiettato, come ricorda la stessa decisione della Cassazione, che il fatto che la cena sia avvenuta a Roma «sul piano giuridico nulla conta», poiché «l’ipotesi d’accusa è concorsuale, avendo l’indagato (Adinfoli, ndr) agito in concorso con Marra, Bardi e altri pubblici ufficiali». Insomma, per Woodcock e Curcio «la vicenda è unitaria e trova il suo centro di gravità nella fuga di notizie verificatasi certamente a Napoli». Argomenti che non hanno affatto convinto Iacoviello.

Il giudice di piazza Cavour, individuando la competenza nei pm di Roma, confuta con durezza le obiezioni partenopee, ricordando che «non esiste nel processo penale una “vicenda” ma esistono reati da accertare», che «il reato più grave, il favoreggiamento, è stato certamente commesso a Roma», e che se «per il pm (di Napoli, ndr) questo dato sul piano giuridico “nulla conta”, per questo ufficio “conta tanto”, perché è la legge (articoli 8, 12 e 16 del codice di procedura penale) che lo fa “contare”». «Non corretta», prosegue la decisione della Cassazione, anche l’obiezione del «concorso», poiché il «favoreggiamento a favore del Bisignani è ascritto all’Adinfolfi, ma non al Bardi»
Nonostante lo schiaffo, il procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, prova a ostentare fair play, arrivando ad affermare che il provvedimento della Cassazione confermerebbe «la correttezza del nostro operato», nonostante l’evidenza della decisione, limitata al caso Adinfolfi, dica quasi esplicitamente il contrario. Così i pm napoletani, dopo aver subito perso per strada l’ipotesi di violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete (cassata dal gip e nemmeno riproposta dalla procura nel ricorso al riesame), si vedono strappare un altro, importante pezzo dell’inchiesta, che ormai solo nel nome mediatico («P4») porta ancora con sé l’odore di massoneria. 
Nel fascicolo partenopeo rimane comunque il filone sulla presunta associazione per delinquere, «restituito» martedì dal Riesame, che secondo i pm era attiva nello sfruttare a proprio vantaggio dossier e rivelazioni su inchieste in corso. Ma anche qui con un’ombra, rimasta a margine delle indagini: il rapporto tra il sottufficiale del Ros, Enrico La Monica (latitante da dicembre in Senegal) e una pm della procura partenopea. Se emergessero elementi che proprio quell’aggancio sia stato uno dei flussi di notizie riservate, poi «sfruttate» da Papa e Bisignani per i loro presunti tornaconti, il coinvolgimento di una toga napoletana porterebbe tutta l’indagine lontano dal Vesuvio. Per la procura partenopea sarebbe l’ultimo smacco.




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Pasta, patate e zucchine: 2 euro a deputato

Corriere della sera


Ora tocca al menu di palazzo Montecitorio dopo che Schifani è intervenuto per frenare l'ira del web



MILANO - Dopo aver divulgato il menu di palazzo Madama ora il web butta in pasto al pubblico anche la carta del ristorante di Montecitorio. E se Sparta piange, Atene non ride. Anche alla Camera si mangia a «prezzi stracciati». E ovviamente gli euro sborsati dagli onorevoli non bastano a pagare le spese.


ALLA CAMERA
- Qualcuno - dopo quello del Senato - ha trafugato materialmente anche un menu del ristorante dei deputati e lo ha pubblicato tale e quale. A Montecitorio i prezzi sono più alti ma niente a che vedere con quelli che tutti i giorni si vedono al supermercato. Qualche esempio: un piatto di pasta varia dai 2 euro, quella con patate e zucchine, ai 5 e 30 del risotto con gamberi e pachino. Quanto costerebbe questo piatto al ristorante? Non meno di 12-15 euro. Esattamente un terzo. E via di questo passo con i secondi che variano dai 4 euro di una leggera insalata di pollo ai 5 e 30 del carrè di agnello al forno. Insomma prezzi fuori mercato.

QUANTO CI COSTA - Al Senato per ogni coperto del ristorante si deve raddoppiare la cifra corrisposta dai commensali. L'operazione costa ai contribuenti circa 1.200.000 euro l'anno. Una realtà svelata dal deputato dell'Idv Carlo Monai al settimanale l'Espresso. Il web ne riprende la foto del menu: apriti cielo. Risultato su Corriere.it: in trecentomila hanno preso visione dei privilegi a tavola dei senatori italiani e una parte ha inondato il nostro sito, e blog vari, di commenti ironici e furiosi. Un coro: «Allora tutti a mangiare al Senato!». Un successo mediatico. Tant'è che a fine serata il presidente del Senato Renato Schifani ha fatto sapere che i prezzi della ristorazione interna verranno presto adeguati ai costi effettivi. Intanto però sarebbe utile sapere da quando saranno «attualizzati» i prezzi. Anzi, ancora più importante sarebbe annunciare i sacrifici che si chiedono agli italiani contemporaneamente a quelli che farà la «casta». Vedremo .

Il deputato Carlo Monai (Idv)
Il deputato Carlo Monai (Idv)

I POLITICI - Ma non è solo il web a indignarsi. «Rinnovo la mia proposta al collegio dei questori del Senato di rinunziare agli alloggi di servizio e di trasformare tutti gli attuali centri di spesa del Senato (ristorante, buvette, barberia (gratis, ndr), spaccio, banca, infermeria) relativi ai servizi resi ai senatori e agli ex-senatori a prezzi politici in centri di utili, affidando con regolare gara a società esterne qualificate i servizi stessi da pagare, da parte dei parlamentari ai prezzi correnti di mercato» Queste non sono le parole anonime di un commentatore su Internet bensì pensieri «pesati» di un membro della commissione Affari Costituzionali: il senatore pidiellino Raffaele Lauro.

E allora da dove iniziare? In attesa del taglio delle province e dei vitalizi il web suggerisce: «Auto blu, voli blu, tassi del mutuo scontati, occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia, cure termali...». Intanto il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, lancia una proposta via twitter: @DeBortoliF: «Chiudere i ristoranti di Camera e Senato e dare ticket agli onorevoli»



n.l.
12 agosto 2011 12:44



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Pantelleria in guerra per il tesoro punico

Corriere della sera
Felice Cavallaro 

Quasi 3500 monete cartaginesi pescate a una a una nei fondali dell'isola. E ora la regione vorrebbe



Una delle monete ritrovate tra i 15 e i 22 metri di profondità

Ad ogni tuffo pescano una moneta di bronzo. Ad ogni immersione guadagnano un piccolo bottino. E adesso hanno messo in fila quasi 3.500 monete puniche. Un tesoro sommerso nei fondali di Pantelleria, ad appena venti metri sotto il pelo delle acque di Cala Tramontana. È la sorpresa di questa estate decisamente ricca per sub, ricercatori e volontari di alcuni gruppi come Mediterranea Engineering, Ares, Cala Levante Diving, tutti riuniti nel consorzio Pantelleria Ricerche.

Fieri, come i vertici della Soprintendenza del Mare, di mostrare i reperti di oltre 2.200 anni fa, presentati e analizzati venerdì 12 agosto al Castello dell’isola con un convegno sui tesori archeologici di questa perla del Mediterraneo. Mentre scatta il dibattito, con le ipotesi interpretative sul naufragio o sull’abbattimento di un natante cartaginese, probabilmente al centro degli scontri bellici legati alle conquiste romane nell’isola fra il 254 e il 217 avanti Cristo, la notizia del ritrovamento fa scattare l’entusiasmo della Regione siciliana e dell’assessore all’Economia Gaetano Armao, pronto ad acquisire le monete al patrimonio dell’amministrazione.

Il bottino punico di Pantelleria


TESORI IN MOSTRA - Non basterà certo il bottino punico dei sub per bilanciare il vuoto di casse regionali finora private dei Fondi Fas e gravate da una antica malamministrazione, ma l’incameramento del tesoretto resta «un giorno importante per la Sicilia», come dice Armao: «Sarà, poi, l’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, al quale le monete saranno presto consegnate per la gestione, a provvedere all’assegnazione espositiva che si auspica possa essere la stessa Pantelleria». È questo l’obiettivo di chi organizza il convegno. Lasciare nell’isola i tesori di Pantelleria. E metterli qui in mostra con lo scopo di insistere sulla valorizzazione di quanto il mare offre in questi straordinari fondali. Il tutto anche con la speranza di bloccare il piano di trivellazioni petrolifere che minaccia l’orizzonte dell’isola a causa del possibile incremento delle piattaforme offshore. Una battaglia che vede unito il fronte di tutti i vip in vacanza nell’isola.

BALUARDO CARTAGINESE - Come spiega il ricercatore Francesco Spaggiari indicando i reperti, è «identica l’iconografia di tutte le monete ritrovate, molto diffuse, coniate tra il 264 e il 241 avanti Cristo, anni in cui i romani completavano la conquista della Sicilia, con Pantelleria come ultimo baluardo cartaginese». Per il coordinatore scientifico del progetto, Leonardo Abelli, la presenza di tante monete uguali può far escludere l’ipotesi di un pagamento frutto di un commercio, «perché i tagli delle monete sarebbero stati differenti». Al contrario, rilancia la tesi di uno scontro con la nave cartaginese forse appena salpata dalla stessa Pantelleria «con un carico di monete destinato a finanziare la missione antiromana presso i partiti punici della Sicilia». Su un lato, la dea Tanit con la testa adagiata verso sinistra, l’acconciatura sostenuta da una corona di grano. Sull’altro, un profilo equino rivolto verso destra, affiancato da simboli come un bastone e una stella.

ITINERARI ARCHEOLOGICI – Soddisfatto il direttore delle operazioni, Giovanni Di Fisco: «È stata una sorpresa. Da giugno lavoriamo alla creazione di itinerari archeologici subacquei nella cala, a una profondità compresa tra i 15 e i 22 metri. Sapevamo della presenza di reperti, soprattutto di anfore, ma non immaginavamo di trovare un tesoro. All’inizio erano solo seicento monete, poi giorno dopo giorno sono diventate più di tremila». Euforici, a Pantelleria tanti parlano di uno dei maggiori ritrovamenti subacquei destinati ad offrire materiale d’analisi agli studiosi per incastonare questi reperti nello scenario storico e politico legato ad altri reperti già rinvenuti negli stessi fondali. Anfore, ancore, ceramiche di provenienza africana, emblematici resti di un ricco giacimento archeologico nei fondali Cala Tramontana. Proprio quel che vuole mostrare Pantelleria con il suo orizzonte libero.



Felice Cavallaro
11 agosto 2011(ultima modifica: 12 agosto 2011 12:00)





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Lo scandalo del menu del Senato Confronto del Mattino con menu normale La differenza? "Solo" 98,13 euro a pasto

Il Mattino

di Paolo Russo

Eppure c’è. Esiste. Ecco il ristorante, unico in Italia, dove il conto si paga fino all’ultimo centesimo. Mai una cifra tonda, e nemmeno approssimata per eccesso o per difetto. Mai un commento della serie «che batosta», mai una vendetta inutile del tipo «almeno chiediamo la ricevuta fiscale».

Nel ristorante dei sogni che esiste tra gli stucchi e i capolavori d’arte di palazzo Madama, tutti possono arrivare a pagare, e senza imbarazzo, perfino un conto da 2 euro e 27 centesimi per uno spuntino veloce: un piatto di spaghetti alle alici e una bottiglia d’acqua minerale. Oppure, quando la fame mette i crampi, si può esagerare arrivando a spendere 19,87 euro. Da pagare anche in questo caso fino all’ultimo centesimo, perché in centesimi sono calcolati i prezzi delle singole portate, dall’antipasto al dolce.

Altro che mensa aziendale o menu turistico. Meno di 20 euro per un pranzo pantagruelico: due primi, due secondi, contorno e dessert. «Ma come fanno al Senato? Come è possibile. Chi paga davvero il conto, noi contribuenti?».

Da qualche giorno, da quando l’immagine del menù color giallo-oro del Senato con le singole pietanze e i relativi prezzi stampati in corsivo-grassetto sta facendo il giro del web, il ristorante più economico d’Italia alimenta rabbia e accuse, ultimo simbolo di casta e sprechi della politica nei giorni roventi di una manovra anticrisi da brividi.

E così, ecco che puntuale arriva e monta anche a Napoli, via Facebook, la rabbia di tutti gli italiani che per pranzare con gli stessi identici piatti - magari cucinati meglio - dovrebbero pagare circa 90 euro. Senza centesimi ma con la mancia al cameriere.

Esiste il ristorante dei sogni, magari ancora per poco, ma esiste. E a raccontarlo è il suo menu impossibile, perché il conto, quello vero, è presto fatto. Un piatto a caso, magari un antipasto dei quattro previsti dalla carta: carpaccio di filetto con salsa al limone. Prezzo al pubblico, cioè al parlamentare: 2 euro e 76 centesimi. «Impossibile, assurdo», quasi non crede ai suoi occhi Giampiero Ponsiglione, titolare della Sacrestia di Posillipo, tra i più noti ristoranti della città. Assurdo? «È un piatto che serviamo anche noi, ma lo facciamo pagare 25 euro. E il motivo è semplice: bisogna sapere, come chi fa il nostro mestiere sa, che il filetto costa 30 euro al chilo e che una porzione è almeno di 200 grammi».

Rinunciamo all’antipasto e buttiamoci sui primi, magari due. Spaghetti con le alici? A palazzo Madama costa 1 euro e 60 centesimi. Alla Sacrestia 10 euro. «E certo non è uno dei primi più cari, un prezzo onesto». Mettiamoci allora accanto un risotto con rombo e fuori di zucca. Al Senato costa una cifra: addirittura 3 euro e 34 centesimi. Nel ristorante di Posillipo costa 15 euro.

Ma dove i conti non tornano è nel girone goloso dei secondi piatti a base di pesce. Il filetto d’orata in crosta di patate è uno dei preferiti dai senatori, costa 5 euro e 23 centesimi. Al ristorante con vista sul golfo nel conto spunteranno 25 euro alla voce «secondo». Venti euro in più.

Ma per fortuna c’è la crisi e c’è la manovra. Già approvato un ordine del giorno specifico per «porre a carico degli utenti del ristorante del Senato il costo effettivo dei pasti consumati». E il presidente Schifani «ha invitato i senatori questori ad assumere nel più breve tempo possibile tutte le necessarie iniziative e decisioni». I prezzi saranno ritoccati. Fino all’ultimo centesimo.

Venerdì 12 Agosto 2011 - 10:35    Ultimo aggiornamento: 10:38




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Casta, l'ultima vergogna: c'è chi muore di fame ma al Senato si mangia con 4 euro

Quotidiano.net

Al Senato spaghetti con alici a 1,60 euro. Raffica di proteste sul web. Il pentimento: "Già approvato un documento che prevede adeguati rincari". Ma per ora è solo un’intenzione

2011


UN SUGGERIMENTO? La transumanza da Montecitorio a Palazzo Madama. Trasferimento massiccio di deputati al Senato dove mangiare costa meno. Un primo piatto, per esempio, come gli «gnocchi di patate alla sorrentina» vale 3,30 euro. Al Senato, invece, gli spaghetti con le alici sono molto più economici: 1,60 euro. E sempre a palazzo Madama una bistecca di manzo si porta via 2 euro e 68 mentre gli «straccetti di vitello con la rucola» alla Camera, prevedono un esborso di 5 euro e 30. «Signora mia, che prezzi!» si potrebbe lamentare la deputata in tiro e carriera che proprio ieri, nell’inusuale (e drammatica) apertura agostana si rigirava il menù del ristorante di Montecitorio tra le mani.

Conviene mangiare al Senato dove la «carta» ha fatto il giro della rete provocando ilarità ma non solo, nel giorno dei nuovi annunci su future manovre lacrime e sangue (per noi). È l’ultima imbarazzante pagina nel librone dei costi della politica. I prezzi stracciati che di più non si può praticati al ristorante del Senato e quelli sicuramente contenuti del locale della Camera. Il menù gira da giorni su Internet, passato da un parlamentare «spione» dell’Idv e rilanciato dal settimanale L’Espresso.


QUELLO della Camera, che pubblichiamo qui sotto, è di ieri. Più aggiornato non si può. E se il discorso vale per il ristorante la buvette non è da meno. A febbraio 2010 i senatori quasi si mobilitarono contro gli aumenti: il caffé passò da 50 a 70 centesimi e la spremuta d’arancia da un euro e cinque centesimi a un euro e cinquanta. I rincari dovevano servire a limare i costi di palazzo Madama di circa 400.000 euro. Perché va detto chiaramente: non è che nei Palazzi la roba la regalano, semplicemente sono le istituzioni a metterci la differenza. Quindi noi tutti. Alla fine del 2009 c’era stato chi aveva proposto la chiusura di buvette e ristoranti. Il ministro Rotondi diceva che «i parlamentari ingrassano e ci costano troppo. Si parla di cinque milioni di euro, no?». Seppure non esageratamente preoccupati dalla linea di deputati e senatori, possiamo dirci angosciati dal calcolo sui costi «aggiuntivi».

PERÒ qualcosa si muove. Scoppiato il bubbone in Internet, l’ufficio stampa del Senato si è affrettato a precisare che «in sede di approvazione del bilancio interno è stato approvato un ordine del giorno specifico che intende porre a carico degli utenti del ristorante del Senato il costo effettivo dei pasti consumati». Vale la pena ricordare che altri ordini del giorno, analoghi, erano stati approvati anche in passato nei due rami del Parlamento. Per esempio, a Montecitorio già dal progetto di bilancio della Camera per il 2007 si parlava di provvedimenti mirati.

Era firmato da Buemi, Turci, Angelo, Piazza, Schietroma, Antinucci, Mancini, Di Gioia e impegnava a «mantenere adeguati i prezzi della barberia e della buvette al costo medio di mercato». L’odg firmato da Gianfranco Conte, invece, invitava a «eliminare il ristorante per i deputati sostituendolo con congrui buoni pasto». Non ci sembra, allo stato, che sia stato dato seguito né all’uno né all’altro. E cresce, su Facebook, la protesta. Insieme, aumentano gli aderenti al gruppo «Nun te regghe più»: punta a una legge di iniziativa popolare per ridurre lo stipendio ai politici.


di Silvia Mastrantonio




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Trento, giustizia lumaca: tre anni di processo per un pacco di biscotti

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Un 40enne aveva tentato di rubare nel 2008 una confezione di biscotti del valore di 1,9 euro. Una volta scoperto aveva restituito la refurtiva ma è scattata la denuncia. Assolto in primo grado, ora il processo è stato annullato e ripartirà da zero


Un presunto furto di un pacco di biscotti del valore di poco meno di 2 euro a Trento vale tre anni di processo. La vicenda parte nel 2008, quando un quarantenne trentino viene sorpreso mentre usciva da un supermercato con un pacco di biscotti nascosto sotto la giacca. Lo riconsegna agli addetti, ma non viene perdonato. E così scatta subito la denuncia, come da prassi. E da allora il processo resta in piedi. Il primo grado si era tenuto nel maggio del 2010, con assoluzione. Il giudice aveva ritenuto non ci fossero prove.

Ricorso della procura Assoluzione contro la quale la Procura generale aveva fatto ricorso e ora la Corte d'appello di Trento, accogliendo la richiesta del difensore dell'uomo, ha annullato il processo del 2010 per un vizio di forma, dal momento che quel giorno di maggio non era stata dichiarata la contumacia dell'imputato, ma nel fascicolo era stato semplicemente definito "non comparso". Un errore. E così tutto è da rifare, con una nuova udienza che è stata fissata nel prossimo novembre.



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Tra povertà e repressione Cuba festeggia Fidel

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Il leader Maximo compie 85 anni. In programma a Cuba festeggiamenti in grande stile. E intanto il fratello Raul tenta di riabilitare uno stato sull'orlo del fallimento

Fidel Castro compie 85 anni. Grandi festeggiamenti per l'ex leader dell'isola di Cuba, ora ritiratosi a vita privata, lasciando il posto alla guida del Paese al fratello Raul. 
I festeggiamenti Un compleanno lontano dal potere per lui che, dopo quasi cinquant'anni di regime, si è allontanato dalla politica, diventando per Cuba una sorta di guida spirituale. Di certo però non un compleanno sotto tono. L'anniversario della nascita di Castro sarà contraddistinto da una serie di cerimonie che terrano impegnata tutta l'isola e culmineranno in una "Serenata della fedeltà", organizzata dalla fondazione Guayasamin al teatro Marx dell'Avana, principale palcoscenico delle celebrazioni di partito. Nonostante le condizioni di salute precarie, alle celebrazioni potrebbe partecipare il leader venezuelano Chavez, da sempre amico e seguace di Fidèl.
Il nuovo corso Castro, l'ultimo dei leader comunisti "storici" ancora in vita, appare in pubblico sempre più di rado e, da più di un anno, ha passato lo scettro al fratello Raul che ha cercato di metter mano alla situazione fallimentare dell'isola caraibica. Ma a Cuba, nonostante le precarie condizioni economiche e la poca libertà, si continua a celebrare l'immagine del vecchio dittatore comunista...






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Ecco i salvatori della Patria sul tappeto rosso

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Sono abbronzati, vanno in giro senza cravatta e con le scarpe da ginnastica: ecco gli onorevoli alla seduta anti crisi. L'Italia chiama e i deputati rispondono presente tra mugugni e vacanze cancellate

Italia chiamò. All’ora dei patrioti il pallido Franceschini fa ingresso alla buvette riaperta per l’occasione. Sono le 9.18 e un commesso bronzeo teme per Ferragosto. «Sono tornato apposta da Parigi, è una riunione importante, ha un alto valore per i mercati», vanta il capo dei deputati del Pd. «Io so’ partito alle 5.10 dal Circeo, alle 6.10 stavo a Lungotevere... che me frega se richiamano, io torno. Ma Ferragosto no», vanta il barman. Assieme a lui, precettati una cinquantina di addetti tra i due bar e i due ristoranti, più una ventina di commessi uscieri.

Piazza di Montecitorio è ancora deserta, dominata dal servizio d’ordine raddoppiato all’ultimo momento: sei autoblindo della celere, due dei carabinieri, cinque tra pantere e jeep, quattro auto in borghese. Cinquanta metri più in giù, al bar Giolitti, un tavolino attende la colazione di Bossi e i superfedeli Rosy Mauro, Reguzzoni e Cota. Il piddino Francesco Boccia, intanto, raggiunge trafelato i colleghi in riunione all’aula Berlinguer del gruppo. Ha disdetto un viaggio negli States con Nunzia Di Girolamo, pur di esserci: così hanno scritto i giornali. Ne valeva la pena? «Era disdetto da tempo, sine die», smentisce. Guai in vista? «No, se facciamo provvedimenti seri», svicola.

Siam pronti alla morte. Ma è nell’aula Mappamondo al secondo piano che i duri e puri han già preso posto. Il sottosegretario Bruno Cesario ha lasciato moglie e figli a Seiano, costiera Sorrentina. «E che dovevo fare, so’ responsabile... La gente è preoccupata, ti chiede, noi dobbiamo dare risposte». Mario Baccini, abbronzatissimo, ne ha. «Ho lasciato il gommone e la famiglia a Poltu Quatu, un posto tranquillissimo, lo dice il nome». Rinuncerà a qualche battuta di pesca. «Ma io pesco anime, la mia estate la passo vedendo gente, facendo cose...».

Alle 10.25 comincia il defilé. Arrivano a gruppi, a grappoli, a singhiozzo. Senza cravatta e senza calze nei mocassini o nelle scarpe da ginnastica. Visi d’occasione, per lo più estivi. Ma se Enrico Letta veste come d’inverno, Marianna Madia trionfa con il pancione all’ottavo mese e Francesco Barbato (Idv) si guadagna la palma del look trasgressivo: barba e capelli lunghi, scarpe da ginnastica bianche su pantaloni bianchi, maglia da rugby sotto giacchina fashion blu. «Dovresti fare la pubblicità - sfotte Sergio D’Antoni -: “Così m’ha ridotto Tremonti”».

Peccato che il suo intervento con due proposte per la manovra debba saltare. Non è l’unico, e in tanti lamentano la passerella tivù senza audio. Lo scettro «scarpina di Cenerentola» di diritto a Stracquadanio, che sfoggia Superga celestino-orzobimbo. «Che ci posso fare? In vacanza porto solo queste». Alle 10.59 spunta Tremonti in completo nero su viso biancolatte. Entrano pure i cameramen (non era tutto lì?) e il presidente della riunione congiunta, Donato Bruno, capisce dimostrandosi perfetto gentlemen: «Ragazzi, riprendete tutti: è una riunione importante, lo sforzo di chi è venuto va ricompensato» (l’aplomb si scioglierà più tardi sui divanetti in un sospiro: «Che pagliacciata inutile»).

Arriva Bossi in occhiale da iena e vorrebbe sedersi accanto alle iene dattilografe. Lo dirottano in aula. Uscirà subito dopo l’intervento di Tremonti per lanciare le sue frecce: «Ma chi l’ha scritta, la lettera alla Bce?» (il sottinteso, spiegato poi: «È stato Draghi, a Roma, temo complotti»). E quindi: «Discorso fumoso». Affermazione che, oltre a far inviperire il ministro, manderà a nozze Di Pietro e in brodo di giuggiole Renzo Lusetti: «Grandissimo, Bossi! Veniamo qui, duecento sfigati, e lui in un attimo sputtana tutto...». Intanto Moffa cita Carl Schmidt, Casini ammette che «da questa porta stretta e bassa (la crisi, ndr) dobbiamo passarci tutti», Rutelli evoca la «sindrome Salamandra» e Di Pietro si sfoga con repertorio imperdibile: quattro volte la parola «cog...», «tra aria fritta e discorso fumoso arrosticino è», «ma che c’è andato a letto con la Bce?», «ma succhè collaboriamo?».

L’elmo di Scili(poti). L’ora dei patrioti coincide con quella dei responsabili. Domenico Scilipoti è tra i più lesti a guadagnare l’ascensore, più entusiasta di Tremonti. «Sono tornato apposta da Messina e mi lasci dire una cosa: se siamo qui e l’Italia non ha fatto la fine della Grecia è merito di chi il 14 dicembre ha capito che non si trattava di salvare una persona, ma un Paese». La delusione per la riunione costata alle casse dello Stato circa 75mila euro (soprattutto in viaggi) è palpabile. Si parla apertamente di «inutile sfilata, perdita di tempo, teatrino per la tivù». Ugo Sposetti si consola al pensiero dell’ormai imminente crociera fluviale in Europa, dal 14 al 20. «Già, perché il 21 devo essere a Roma: ogni anno andiamo al Verano, è l’anniversario della morte di Togliatti. Una bella rimpatriata».



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Tangenti, aeroporto di Roma: l'ombra di Penati

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Nuovo filone nel caso Sesto. Si indaga anche su "Fare metropoli", la fondazione dell’ex sindaco al centro di uno strano giro di fatture


Da Sesto San Giovanni a Roma; dal mu­nicipio della città-simbolo del movimen­to operaio alle stanze ovattate dell’Iri, la holding del business di Stato:c’è un verba­le che, nell’inchiesta sulle tangenti rosse e sull’ex sindaco Filippo Penati,mette in col­legamento questi universi così distanti. In sintesi: un testimone racconta come il via libera a una operazione immobiliare su un’area dismessa a Sesto abbia fatto da merce di scambio per sbloccare la vendita dall’Iri ad un consorzio privato della Aero­porti di Roma, la società che gestisce lo sca­lo di Fiumicino.
L’intera,complessa parti­ta, sarebbe stata accompagnata dal versa­mento di una robusta «mediazione» al braccio destro di Penati, Giordano Vimer­cati. A raccontare il dettaglio è un servizio del numero di Panorama oggi in edicola. La fonte è un testimone non sospettabile di avversione ideologica per Penati e per la sua amministrazione: Diego Cotti, im­prenditore ma anche impegnato in politi­ca nella lista «Sesto per Penati». Nei mesi scorsi anche Cotti ha iniziato a collabora­re con l’inchiesta dei pm Franca Macchia e Walter Mapelli. Ha parlato di come rice­vette da Vimercati, alla presenza di un si­lenzioso Penati, la richiesta di un contribu­to per poter rilevare insieme al suocero Giuseppe Pasini dalla Falck le aree abban­d­onate del vecchio stabilimento siderurgi­co.
«Mi disse:l’area Falck la può comprare solo uno che diciamo noi, perché fa parte di un accordo più vasto. La può comprare Pasini, se vuole, perché noi abbiamo ga­rantito che lui è un imprenditore serio e corretto e noi lo possiamo gestire perché è amico mio. Però se fa questa cosa deve coinvolgere le cooperative». Come face­va, il leader dei Ds sestesi, a costringere la Falck a vendere solo «a chi diciamo noi»? Ecco la risposta: «Falck stabilisce il prezzo ma vende a chi diciamo noi. Perché Falck vuole entrare in Aeroporti di Roma e ha bi­sogno di un placet nazionale. Noi gli dia­mo il placet se vende l’area a chi diciamo noi».
E il placet arrivò: nel 2000 l’Iri, presieduta allora da Piero Gnudi, firmò la cessione di Adr al consorzio Leonardo, di cui Falck fa­ceva parte con il 30 per cento delle quote. Ora le accuse di Cotti mettono in relazione quel via libera con la dazione di denaro; ed è una accusa grave perché per la prima vol­t­a nell’inchiesta monzese entra una vicen­da che, se fosse vera, coinvolgerebbe in qualche modo i ruoli della struttura nazio­nale dei Ds. Forse anche per questo, la rea­zione di Penati è brusca: «Siamo ormai ol­tre l’ennesima ricostruzione unilaterale e falsa.

Tra quelle girate in questi giorni que­sta è talmente paradossale da poter essere definita fantascientifica. Sono anch’io molto interessato all’esito delle indagini che non potranno che smentire nel modo più chiaro e totale l’esistenza di tale lega­me ». Nel frattempo, Penati si trova a fare i conti anche con il vivo interesse della Procura per una fondazione di cui finora pochi ave­vano sentito parlare.
Si chiama «Fare Me­tropoli », ha sede a Milano in via Galilei e lu­nedì è stata perquisita dalla Guardia di fi­nanza. A «Fare Metropoli» sono arrivati nel corso degli anni finanziamenti per cen­tinaia di migliaia di euro. Niente di irrego­lare, se non fosse che una parte dei versa­menti arrivano da aziende direttamente o indirettamente interessate alle operazio­ni immobiliari sulle aree di Sesto San Gio­vanni.




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Contro la crisi, non basta l'inganno della riforma costituzionale dell'art.81

I segreti della casta



Ci sono voluti un trecento miliardi di euro di tracollo in borsa per far alzare il sedere dall'acqua a Berlusconi, Tremonti e compagnia varia, per far lasciar loro ville estive e bungabunga vari e rientrare nelle residenze romane per discutere delle sorti del nostro paese.

L'altroieri il crollo della borsa di Milano.
L'indice ftse-mib ha segnato il -6,6%.
I gionali di ieri scrivevano: "In borsa a Milano bruciati 22 miliardi di euro".

Notizia palesemente falsa: i 22 miliardi semplicemente sono passati di mano, dagli investitori agli speculatori ribassisti.
Oggi Tremonti, in una camera semideserta, ha spiegato alle commissioni Finanze e Bilancio come intende rastrellare una cifra simile, cioè un'altra ventina di miliardi dalle tasche degli italiani, dopo il varo solo poche settimane fà di una manovra da 80 miliardi di euro.

Tasse ed eurotasse, licenziamenti e precarietà, privatizzazioni e liberalizzazioni (in modo che gli avvoltoi che si sono arricchiti con la crisi possano ora procedere letteralmente a comprarsi pezzo dopo pezzo il nostro belpaese), condoni e tagli alle spese sociali, tagli a tutte le pensioni tranne quelle dei parlamentari.

La strategia governativa è sempre la stessa: mostrarsi deboli con i forti e forti con i deboli.
Centrodestra e centrosinistra sono sostanzialmente d'accordo su questo, come sull'altro punto fondamentale per la risoluzione della crisi economica nel nostro paese: la riforma costituzionale dell'art.81

La proposta al centro della discussione è firmata dal senatore Nicola Rossi del PD che propone di inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione Italiana. Una proposta che avrebbe un senso in qualsiasi paese civile, ma non certo nella nostra Italia dove la classe dirigente da 60 anni continua ad ignorare e calpestare i principi fondamentali della Carta Costituzionale. O forse qualcuno veramente crede la Repubblica italiana è una repubblica democratica, fondata sul lavoro, la cui sovranità appartiene al popolo (art.1)?

O che si tratti di una Repubblica che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, nella quale tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (art.2 e 3)? O addirittura che la Repubblica  Italiana riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art.4)?

Discuteranno per mesi e mesi questa riforma dell'art.81 durante il suo lungo e complesso iter legislativo costituzionale. Tutto tempo perso. Sarebbe molto più produttivo dare loro un ettaro di terra e mandarli a zappare. Per rassicurare i mercati, ma soprattutto il popolo italiano.


Spider Truman




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