domenica 14 agosto 2011

L'esilio di Battisti: "Spiagge e donne"

La Stampa


L’ex terrorista rosso: «Non ho ammazzato nessuno. Adoro Rio, faccio molte camminate al mare»



L’ex terrorista rosso Cesare Battisti ha passato i primi giorni di ferie al mare mentre prepara il libro sulla sua esperienza nel carcere di Papuda, a Brasilia. Lo rivela la rivista brasiliana ’Piauì', al quale l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo ha dato una serie di dichiarazioni, le prime sulla stampa brasiliana da quando è stato rilasciato, due mesi fa. Battisti racconta di aver passato qualche giorno "su una spiaggia al sud di Rio", alternando lunghe camminate sulla spiaggia (nonostante il freddo e la pioggia dell’inverno australe) al lavoro di preparazione del libro. Battisti specifica che comprava e cucinava personalmente del pesce ai pescatori in riva al mare.

«Non ho nessuna voglia di andarmene dal Brasile, ormai sogno perfino in portoghese. Adoro Rio, le spiagge, le belle ragazze, la gente cordiale, mi ricorda Napoli e Marsiglia, posti dove mi è piaciuto stare», dice l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo alla rivista brasiliana Piauì. «Teoricamente Cesare non potrebbe allontanarsi da San Paolo - ha detto alla rivista una militante membro del comitato brasiliano per la liberazione di Battisti - perchè il suo visto deve passare per alcune fasi ulteriori, ma lo studio legale che lo rappresenta mi ha garantito che tutto procede senza problemi».«Non ho ammazzato nessuno», sono finito in una «disputa politica»: spiega l’ex terrorista rosso.

«Sono finito stritolato in mezzo alla disputa tra forze politiche italiane con le quali non avevo niente a che vedere - ha detto Battisti -. Io non ho ferito e non ho ammazzato nessuno. Tarso Genro (l’allora ministro della Giustiza del governo Lula, ndr) esaminò il mio caso, ritenne che avevo ragione, e con gran coraggio difese le sue posizioni contro le pressioni potenti che gli franarono addosso».



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Turista ubriaco ruba una gondola

Il Tempo


Show in Laguna di un 21enne americano. Dopo aver alzato il gomito ha preso una delle imbarcazioni tipiche di Venezia scorrazzando goffamente per i canali. Fermato e denunciato.

Usava il remo come fosse un piccone e le sue movenze erano decisamente quelle di un imbranato tali da non appartenere minimamente ad un gondoliere, come hanno scoperto poi i carabinieri che hanno denunciato il giovane americano il quale, ben carico d'alcol, aveva rubato una gondola, scorrazzando goffamente per la laguna di Venezia.  I militari del Nucleo Natanti hanno avuto difficoltà nell'accostare il mezzo di servizio alla gondola e nel far salire a bordo l'improvvido ladro, A.G., 21 anni, di Santa Monica, in vacanza nella città lagunare.

Il giovane dopo aver visitato un certo numero di locali
, facendo un 'bel pienò tra birra, alcol e vino, si è trovato alle 5 a zigzagare tra le calli, ipnotizzandosi alla vista delle gondole allineate allo stazio del Todaro, in piazza San Marco. È salito quindi su una, ne ha sciolto gli ormeggi ed è partito, alla sua maniera, per fare un giro lungo i canali della città. Il passaggio maldestro del giovane e il suo impaccio nella vogata non è sfuggita ai veneziani, che di queste cose s'intendono, i quali pensando di assistere ad una comica hanno capito e hanno perciò chiamato il 112. Il Nucleo Natanti in poco tempo ha rintracciato l'americano che, senza i rudimenti marinareschi e di voga alla veneta, oltre ad essere notevolmente alticcio, governava a malapena il mezzo.

È stato un carabiniere a recuperare la gondola, portata nelle cavane della caserma dell'Arma, e alcune ore dopo restituita al proprietario che è andato su tutte le furie vedendo i danni, a partire dal "pettine" di prua "sdentato". Forse, non rendendosi conto della bravata, il giovane, biascicando le parole, ha chiesto ai carabinieri lumi su quello "strano" natante difficile da condurre, meravigliandosi del fatto che non c'erano il timone e lo scalmo sul lato sinistro. Poi, avute, le risposte, s'è addormentato in un sonno profondo sulla poltrona della caserma.

14/08/2011




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Roma, muore d'infarto a 78 anni durante rapporto con prostituta 26enne

L’uomo che ha inseguito le guerre del mondo

di

Si presentò alla Notte con la valigia in mano, Nutrizio lo assunse subito. Ferito tre volte, ora vive in un convento: "La stampa oggi? Troppe livree"



Per ogni giornalista l’incubo peggiore è il lead, l’attacco del pezzo. Indro Montanelli diceva: «Se conquisto il lettore nelle prime righe, riesco a portarmelo appresso sino alla fine». Lucio Lami, che all’ombra del gigante di Fucecchio ha lavorato per vent’anni qui al Giornale, mi spiega che inizierebbe questo articolo su sé stesso come se fosse un libro di fiabe per ragazzi: «E cammina, cammina...». Lami era inviato speciale di guerra e per una vita ha camminato in mezzo ai cadaveri. Adesso ha finalmente ritrovato la pace nel cenobio della Madonna del Faggio, una chiesetta costruita fra i boschi di Compiano (Parma), borgo appenninico della Val di Taro. L’oratorio fu edificato nel 1485, dopo che in quel luogo la Vergine era apparsa a una pastorella muta dalla nascita e le aveva restituito il dono della parola.

Lami cercava un posto dove ricomporre il corpo e lo spirito, stremati sui fronti della Cambogia, del Laos, della prima e della seconda guerra del Golfo, del Libano, dell’Afghanistan, del Ciad, dell’Eritrea, tra le guerriglie del Fronte Polisario, dell’Irlanda, dell’Etiopia, della Somalia, dell’Angola, del Mozambico, del Nicaragua, del Perù. Ha ottenuto in affitto dal parroco il complesso monumentale abbandonato e l’ha restaurato a sue spese. «Quando arrivo da Milano, la prima cosa che faccio è chiedere al prete di portarmi il Santissimo: lo metto nel tabernacolo e riapro al pubblico la chiesetta». Accade nella bella stagione, perché d’inverno sarebbe impossibile vivere qui.

Ha abbellito il tempio con le opere d’arte donate dai suoi amici artisti: un Giovanni XXIII scolpito da Mario Donizetti, il pittore bergamasco che ha firmato ritratti per la copertina di Time; un San Pietro e una Deposizione di Claudio Sacchi, l’allievo prediletto di Pietro Annigoni; una Madonna di Bruno Grassi. Nella foresteria, adattata a studio, ha appena finito di scrivere Giorni di guerra, pubblicato da Mursia, che raccoglie i suoi reportage. E sulla collina di fronte, nel castello di Compiano, il prossimo 27 agosto consegnerà come ogni anno il premio letterario Pen club di cui è fondatore e presidente (acronimo di poets, essaysts, novelists, poeti, saggisti, romanzieri, perché nacque a Londra nel 1921), l’unico dove il vincitore viene scelto da 350 soci scrittori.

Lami, classe 1936, è nato per sbaglio a Varedo (Milano): il padre vi era giunto come funzionario della Montecatini. La sua famiglia è originaria di Santa Croce sull’Arno: «Un Meo Lami nel 1240 consegnò la Valdarno a Firenze». A 24 anni, con l’ultimo stipendio da sottotenente di cavalleria, abbandonò Vicenza, dove il papà era stato nel frattempo trasferito. Lasciò alle 4 di notte un biglietto per i genitori sul tavolo di cucina: «Vado a Milano a fare il giornalista».

Sceso dal treno all’alba, vide l’insegna luminosa della Notte, il quotidiano del pomeriggio fondato da Nino Nutrizio, che aveva sede in piazza Duca d’Aosta, di fianco alla stazione Centrale. «Pensai: toh, che combinazione, un giornale! Salii in redazione e chiesi al fattorino di parlare col direttore. “Ha un appuntamento?”. Certo. “Il suo cognome?”. Lami. “Attenda qui”. L’ometto tornò poco dopo: “Il direttore la aspetta”. Nutrizio, che manco sapeva chi fossi, non fece una piega: “In che cosa posso esservi utile?”. Dava del voi a tutti. E io: vorrei fare il giornalista o anche l’addetto delle pulizie, se necessario, basta che mi mettiate alla prova. Il direttore alzò la cornetta del telefono e compose l’interno del capocronista Camillo Brambilla: “C’è qui un altro pazzo. Vedete che cosa sa fare”».

Qualche tempo dopo Nutrizio annunciò a Lami: «Voi sarete il primo novizio ad avere una rubrica firmata», e tirò fuori da un cassetto il cliché bell’e pronto della testatina: Il ficcanaso al mercatino. «Fui mandato in giro per i rioni a intervistare le massaie che facevano la spesa. Ho imparato così a scarpinare. Primo titolo: “Perché aumenta la passagrassana”. È un tipo di pera». La rubrica piacque a Oreste Del Buono, vicedirettore di Quattrosoldi, il periodico gemello di Quattroruote inventato da Gianni Mazzocchi, che lo convocò e lo assunse.
Da lì in avanti ha lavorato per tutti i grandi editori: con Edilio Rusconi a Gente; con Angelo Rizzoli da direttore di Bella; con Arnoldo Mondadori da caporedattore di Epoca. Poi inviato del Giornale e direttore, in successione, dell’Indipendente, dell’Uomo Qualunque e di Commentari, dove chiamò a collaborare i filosofi Karl Popper e Jean-François Revel. Quest’ultimo, che fu direttore dell’Express, ha collocato Lami nel pantheon dei grandi inviati del XX secolo. «Sono in pensione dal 2002 e da allora ho fatto voto di non scrivere più sui giornali. Non li identifico con la professione che ho svolto per 42 anni. Troppe livree».

Perché ha fatto il giornalista?
«Potrà sembrare una banalità: per vocazione. Già alle elementari le maestre annotavano sui miei temi: “Non è farina del suo sacco”. In classe leggevo di nascosto i libri di Emilio Salgari. Ho cominciato a viaggiare da bambino, con la fantasia. Mia moglie aveva suddiviso il guardaroba per stagioni e per continenti. Tornavo a casa una volta al mese. Mi chiedeva: “Adesso dove vai?”. Mi preparava la valigia e ripartivo».
Che differenza c’è fra l’ultima guerra mondiale, che lei vide con gli occhi di bambino, e quelle che ha seguito per Il Giornale?
«L’informazione....



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I custodi dell’italiano a spasso dopo 429 anni

La Stampa

Anche per l’Accademia della Crusca si avvicina la chiusura

MARIO BAUDINO


È stata la prima istituzione dedicata allo studio e alla salvaguardia della lingua nazionale, imitata poi da tutti i nuovi Stati d’Europa. Correva l’anno 1582, e l’idea venne a cinque letterati fiorentini cui si aggiunse l’umanista Leonardo Salviati, vero manager della lingua. Assunsero come motto il verso del Petrarca che dice «il più bel fior ne coglie», e si battezzarono Accademia della Crusca perché chiamavano «cruscate» le loro riunioni. Setacciavano italiano come i contadini setacciavano il grano. E setacciano ancora, da ormai 429 anni, anche se non più per spiegare che cosa si deve fare e dire e che cosa no, ma per illustrare come funziona la lingua, e quant’è ricca, e complessa.

Fanno parte dell’Accademia tutti i maggiori specialisti di storie della lingua, filologia, linguistica italiana. Sul sito Internet c’è un «pronto soccorso linguistico» per rispondere a ogni tipo di dubbio. Sono andati anche al festival di Mantova, negli anni, a fugare anche le incertezze più raffinate, per esempio: va bene dire e-mail? E poi, è maschile o femminile? Il professor Francesco Sabatini, oggi presidente onorario, spiegò di preferire il femminile. Nei secoli hanno scritto e riscritto il loro grande vocabolario, iniziato nel 1612, ampliato e ripubblicato ancora nel 1923. Hanno cambiato pelle molte volte, fino alle attuali collaborazioni con i maggiori enti di ricerca, una per tutte le creazione di un portale dedicato all’italiano con il Cnr.

Ricevono dallo Stato 190 mila euro, devono pagare lo stipendio a sei persone, ma non al presidente (la linguista fiorentina Nicoletta Maraschio) o ai membri del direttivo, che lavorano gratis. Un anno fa hanno firmato un drammatico appello chiedendo che all’istituzione, «per la sua unicità di ente di tutela, promozione e valorizzazione della lingua nazionale», fosse riconosciuta «una dotazione ordinaria in grado di consentirle un sicuro funzionamento e uno sviluppo delle attività». Ora rischiano di chiudere sulla base della manovra finanziaria.

E’ una prima volta nella storia. L’Accademia della Crusca ha avuto nemici giurati che l’avrebbero volentieri bruciata, ma sempre per amor dell’italiano: è stata sempre al centro di polemiche, fin dall’inizio, quando proprio Leonardo Salviati, teorico del ritorno alla lingua del Trecento, ricevette dal granduca Francesco I il non facile compito di «rivedere» il Decameron alla luce dei princìpi della Controriforma. Fece un egregio lavoro sul piano linguistico (i manoscritti del Decameron erano molti e discordanti) ma nella sua edizione del 1586 dovette censurare le novelle, in modo persino grottesco.

Nel 1612 l’umanista Traiano Boccalini nei suoi anonimi - e beffardi Ragguagli di Parnaso, commentò che persino un uomo «assai insigne di buone letture» era uscito di testa, aggredendo alle due di notte il povero scrittore e riducendolo in modo tale «che i suoi più domestici amorevoli... affermano non esser possibile riconoscerlo per quel Boccaccio tanto leggiadro che era prima». Fu il primo grande scontro, sulla carne viva dell’italiano, cui ne seguirono tanti altri, sempre in nome di un di un lavoro sulla grande ricchezza della nostra lingua: perché la Crusca continuava a filtrare dal setaccio, elaborando uno straordinario patrimonio vivo dove il passato fa sempre parte del presente e il presente non è mai incatenato al passato. Riesce difficile pensare che tutto questo finisca, proprio quando sembra particolarmente utile e necessario. Da oggi, a ogni buon conto, non mandate l’italiano a spasso da solo, soprattutto alle due di notte.



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Saltano le feste "laiche" e portano via i Santi patroni

La Stampa

ROBERTO GIOVANNINI

ROMA


Anche il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno fanno la fine del 4 novembre. Fu nell’ormai lontano 1977 che la festa delle Forze Armate l’anniversario della vittoria nella Prima Guerra Mondiale - fu soppressa e spostata alla prima domenica di novembre.



E adesso succederà lo stesso alle festività laiche «costituzionali» rimaste, incidentalmente quelle che più o meno rappresentano l’eredità storico-culturale della «Repubblica nata dalla Resistenza»: la festa della Liberazione, la festa del Lavoro, la festa della Repubblica. Non è un segreto per nessuno che queste feste avevano «nemici» politici pesanti che in diverse occasioni in passato hanno cercato di farle fuori: nell’ordine, fascisti e postfascisti, Confindustria, la Lega Nord.

Solo che nel mirino del governo ci sono finiti anche i santi patroni delle città. Anche loro «spostati». Si sono salvate solo le feste «concordatarie», che sono definite in un trattato internazionale col Vaticano e quindi non si possono eliminare se non passando attraverso troppe complicazioni.

Vero è che ancora non è chiaro se le festività spariscono proprio completamente (almeno dal punto di vista del godimento del riposo da parte dei cittadini) oppure se continueranno a esistere, ma in un giorno diverso. E non è una differenza da poco. Nei giorni che hanno preceduto il varo della manovra economica, si era parlato di un loro spostamento obbligatorio al venerdì o al lunedì più prossimi. In questo caso, ovviamente, la festa sarebbe rimasta, ma spostata in un giorno diverso. E la principale conseguenza sarebbe stata l’eliminazione dei classici «ponti» vacanzieri. Il più ovvio e più lungo, l’incastro tra il 25 aprile e il Primo Maggio.

Nella conferenza stampa di venerdì sera, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva detto una cosa diversa, parlando di «accorpamento alla domenica. In questo secondo caso le feste laiche e quelle dei «patroni» di fatto sparirebbero e basta, perché sarebbero «fuse» con la domenica più vicina. Ci sarebbero le celebrazioni; ma sarebbe una domenica come un’altra.
E come dice il ministro Giulio Tremonti, ci sarebbe un inevitabile effetto sulla produzione e sul prodotto interno lordo, visto che gli italiani avrebbero diversi giorni di lavoro in più a partire dall’anno venturo.

In realtà il testo dell’articolato del decreto legge lascia la questione aperta e irrisolta. Al comma 24 dell’articolo 1, infatti, si legge che ogni anno - entro il 30 novembre - spetta al Consiglio dei Ministri stabilire il calendario delle feste non concordatarie «accorpate». Come? In modo tale che «cadano il venerdì precedente ovvero il lunedì seguente la prima domenica immediatamente successiva ovvero coincidano con tale domenica».

Formulazione complicata e oscura; «fumosa», direbbe Bossi. Vedremo. Nel frattempo, l’unica festa patronale che si salverà dallo spostamento è quella della Capitale: il 29 giugno, San Pietro e San Paolo, è come il Natale e l’Assunzione (ovvero, Ferragosto). È indicata in un accordo con la Santa Sede, e discorso chiuso. Tutti gli altri patroni - e le loro festose celebrazioni, come ad esempio lo «scioglimento» del sangue di San Gennaro a Napoli, il 19 settembre - saranno «spostati». È da vedere se anche le celebrazioni finiranno alla domenica, o se saranno mantenute nel giorno tradizionale.



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Non restituisce il corredo alla moglie. L'ex marito rischia il carcere

La Stampa


L’ex marito che non restituisce il corredo alla moglie rischia il carcere; la querela è necessaria ai fini della condanna. Lo ha stabilito la Cassazione (sentenza 6438/11).

Il Caso

Un uomo è condannato dalla Corte d’Appello di Firenze a tre mesi di reclusione e a 300 euro di multa per appropriazione indebita aggravata dal possesso di cose a titolo di relazioni domestiche e di coabitazione: dopo la separazione coniugale, si è rifiutato di restituire all’ex moglie il corredo (2 piumoni, 3 coperte estive e 2 invernali, 4 tovaglie, 2 paia di lenzuola e vari set di asciugamani). La Corte territoriale, nonostante la remissione di querela, ritiene che il reato sia perseguibile d’ufficio. L’ex marito ricorre in cassazione.

La Suprema Corte, accogliendo le ragioni del ricorrente, afferma che i fatti compresi nei delitti contro il patrimonio sono punibili a querela della persona offesa se commessi a danno del coniuge legalmente separato, intendendosi per “tutti i fatti”, anche quelli, che pur essendo in generale procedibili a querela, sarebbero procedibili d'ufficio in presenza di circostanze aggravanti come nel caso in questione.




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Orlandi, l'uomo che ha visto due volte la morte negli occhi

La Stampa


Si salvò eroicamente da una valanga, ora la montagna ha salvato lui

PIERANGELO SAPEGNO

TRENTO

Su queste montagne del Trentino, Elio Orlandi ha visto di nuovo la morte da vicino. È l’uomo che sfidò gli dei. Per la seconda volta, l’altro giorno, e se n’è venuto giù a piedi, scampato al destino, com’era successo in Patagonia poco più di un anno fa, sul Cerro Torre, Argentina.

Allora, dissero che aveva fatto qualcosa di incredibile, perché aveva rischiato tutto per portare in basso il corpo senza vita del suo compagno. Aveva scavato nel ghiaccio ed era rimasto appeso a una parete per due giorni e due notti. Il 5 agosto invece è precipitato con l’elicottero, sulla cima Pedrina. Il velivolo s’è rovesciato, è venuto giù sulla roccia e ha perso la vita il pilota, Roberto Bezzi, 47 anni: Orlandi e gli altri due operai che erano lì sopra sono venuti fuori dal rogo, cercando di estrarlo da quelle fiamme, ma senza riuscirci.

In 10 minuti sono arrivati i vigili del fuoco e i soccorsi. L’elicottero era ormai bruciato: solo rottami e ceneri. Stavano facendo un intervento - di «somma urgenza» - per la manutenzione di paravalanghe commissionato dal Servizio prevenzione rischi della Provincia autonoma di Trento. Erano le 7 e 30 del mattino, a 2400 metri di quota. Il velivolo era fermo, a poca distanza dal terreno, stava per scaricare gli operai.

All’improvviso, le pale hanno urtato la roccia, rovesciando l’elicottero, che poi si è incendiato, proprio sopra il paravalanghe. Roberto Bezzi, la vittima, era di Malé, trentino anche lui. E anche lui aveva rischiato di morire quattro anni fa, su un elicottero che era caduto su queste montagne. Dissero che era rimasto illeso per miracolo. Poi il destino gli ha presentato il conto. È lo stesso destino che ha salvato Orlandi.

Non si può chiedere perché. Ci sono insieme la fortuna e il coraggio, nel destino, qualcosa che è dentro di noi, e qualcosa che non ci appartiene. Elio Orlandi il suo destino l’ha conosciuto fra i pendii e le vette, dove la neve non finisce mai, perché ama le montagne e la sfida che portano. Dice che lo affascina «il senso di libertà e quel soffio d’indipendenza mentale che mi sento dentro quando vado per monti», e poi la sua memoria, perché lui è cresciuto lavorando nelle malghe e nelle baite per il fieno, salendo per sentieri ripidi con la cenga dietro, senza temere la fatica.

È così che si impara a non aver paura degli dei. È diventato uno degli alpinisti più famosi del mondo. E la sua passione è la Patagonia. Una volta ha confessato che lì «anche il silenzio sa urlare». Ma in Patagonia, quando rischiò di morire, Orlandi il destino lo sfidò e sfidò anche se stesso. Quella volta andò contro gli dei.

Era il primo gennaio del 2010. Lui e Fabio Giacomelli erano saliti sul Cerro Torre per portare le ceneri di Cesarino Fava, figura storica dell’alpinismo italiano, morto nel 2009. Ma durante la scalata furono travolti da una valanga, mentre stavano tornando indietro per il maltempo. Fabio morì. Elio fu scaraventato vivo, lontano da dov’era finito il suo compagno. Decise di tornare indietro per riprenderlo, anziché scendere a El Chalten e dare l’allarme.

Erano le 9 di sera del primo gennaio e c’era una tormenta. Rimase in parete per più di due giorni e due notti. Poi, aiutandosi con le mani, con una pala e con una sonda cercò il corpo di Fabio. Batté il terreno per 46 ore. Lo trovò in fondo a un crepaccio e rischiando di essere sepolto andò giù lo stesso a riprenderlo, spalando nella neve e nel ghiaccio.

Se lo caricò sulle spalle, ritornò fuori e poi riscese fino a che non trovò un anfratto dove custodirlo, come se fosse vivo. Solo allora scese a El Chalten. Arrivò sfinito, ma ebbe la forza di condurli al buco dove aveva lasciato Fabio. Quando era piccolo e seguiva il babbo con la sua cesta di fieno, lui gli diceva sempre che non bisogna aver paura della fatica. «La montagna è fatica».

L’uomo che può sfidare gli dei è uno che non ha paura della fatica, non degli dei. Forse, è solo questo il segreto. Quando glielo chiesero, lui non sapeva cosa dire: «Ci sono momenti in cui tiri fuori anche quello che non sapevi di avere. Succede. Uno non lo sa perché».

Non è soltanto lui che non lo sa. Carolina Condò, che coordinava la macchina dei soccorsi, restò allibita: «Mai visto nessuno fare una cosa simile. È incredibile davvero, non ci sono parole». Giorgio Giacomelli, il fratello di Fabio, aveva quasi le lacrime agli occhi: «Elio ha fatto una cosa che mai nessuno aveva tentato. E l’ha fatto per dare una sepoltura al suo compagno, per onorare il suo corpo senza vita».

Un altro fratello di Fabio, Gigi Giacomelli, era morto quasi nello stesso modo, precipitando da una parete del Brenta. Il destino è fatto così. Non ha mai pietà di niente. Però, alla fine, gli dei hanno avuto rispetto di Elio Orlandi. È come se avessero onorato la sua fatica, e il suo coraggio. È difficile da spiegare, ma in fondo le montagne sono come degli dei, se ci sai camminare, se ci sai vivere e morire insieme.



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Manova bis, tagliate le poltrone degli enti locali Ma quelle dei parlamentari non si toccano

Quotidiano.net

Del dimezzamento di deputati e senatori non si è più parlato. I componenti del Cnel passano da 120 a 70: restano i membri nominati dalle istituzioni, via le categorie economiche

Roma, 14 agosto 2011  


E così anche stavolta la Casta - quella vera - non riesce a resistere alla tentazione di salvare la propria pelle e quella dei propri cari, con l’unica variante di aver buttato in pasto a quei cani dei giornali o dei vari social network imbufaliti per l’aumento esorbitante dei costi della politica qualche osso da rosicchiare in santa pace e cattiva coscienza.

Rotola quindi la testa dell’assessore del piccolo comune di Montecavolo da Velletri o di quello di Roccavattalepesca (un centinaio di euro al mese, lordi) ma resta ben piantato al proprio posto il sedere di cinquecento onorevoli (20-25 mila euro al mese, lordi) di cui si annuncia sempre lo sfratto dal Palazzo, ma che quell’annuncio scritto nero su bianco non lo ricevono mai.

Nella confusione generale, il ministro Calderoli si permettere il lusso di dare anche i numeri, peraltro diversi da quelli offerti dal suo capo la sera precedente: Berlusconi aveva detto che i tagli ai costi della politica avrebbero portato a sfrondare 54mila eletti, Calderoli ha parlato di 87mila. Così è se vi pare.

Nel concreto la timida potatura dell’esorbitante albero della politica nazionale (la prima da sempre, questo va dato atto al governo Berlusconi) vede il taglio di 165 consiglieri regionali (guadagno medio 6-7 mila euro a testa), 2/3 mila di consiglieri e assessori provinciali, di 15/20 mila tra assessori e consiglieri nei piccoli comuni (guadagno di un consigliere circa 100/150 euro lordi all’anno). Di qui a quantificare 87mila ne passa, e magari nei prossimi giorni ne sapremo di più. In compenso nemmeno una parola ieri in conferenza stampa sul dimezzamento dei parlamentari. E’ vero che si tratta di norma costituzionale, ma come ha detto Bersani mercoledì in commissione alla Camera, se tutti sono d’accordo si approva in tre mesi.

Se l’impegno non è stato ripetuto solennemente ieri, un motivo ci sarà: è che il governo non sarebbe stato in grado di garantirne l’approvazione da parte dei propri deputati e senatori (il capppone quando lo invitano non va al pranzo di Natale). L’elenco della mancate promesse non finisce qui: nemmeno un euro, per esempio, tolto al finanziamento pubblico dei partiti, che pure è cospicuo, oppure ai giornali di partito che zitti zitti si intascano milioni di euro.

O magari una riforma dei vitalizi dei parlamentari. Qui c’è la ciccia vera, altro che le polemiche su quanto costa un pranzo alla camera. Ma volete sapere l’ultima chicca della casta, piccola cosa ma indicativa dell’autorefenzialità del sistema? La riforma del Cnel. Tante promesse di eliminarlo, poi si è scoperto che è organo costituzionale e quindi guai a chi lo tocca. Allora si sono ridotti i componenti, da 120 a 70. E chi si è tolto? I membri nominati dalle istituzioni, che spesso la politica nomina per compiacere questo o quello? No, quelli sono rimasti, ma sono stati ridotti i rappresentanti della categorie economiche, quelle che appunto formano l’essenza del Cnel. Tanto nessuno se ne accorgerà.


pierfrancesco.derobertis@quotidiano.net
di Pierfrancesco De Robertis




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I papponi

Libero






Era il 2008, sembra oggi. Riproponiamo a puntate l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti

Papponi di Stato.


Un viaggio tra privilegi, guadagni e pigrizie dei signori del Palazzo pubblicato da Libero nel 2008. Triste a dirsi, ma tra la Casta di allora e quella di questi giorni non è cambiato nulla.

La prima puntata: La campagna elettorale della porchetta


Prendete un conduttore televisivo, trentacinque anni, già una lunga esperienza in giornali e tivù locali. Diventato famoso per le sue trasmissioni orgogliosamente nazional-popolari, seguitissime dalle tanto corteggiate “sciure Maria” di Lombardia e non solo.

Uno di quelli che, per dirla in politichese, può eventualmente contare su un discreto “bacino di voti”, la sua faccia è nota, le persone si fidano. Poi prendete delle imminenti elezioni, con i partiti alla disperata ricerca del “volto nuovo”, magari proveniente dalla “società civile”, in modo da poter sbandierare una riverniciata che sembri appena appena credibile.

Uniteci una buona dose di ambizione del conduttore-giornalista, che visti i trascorsi conosce i politici per filo e per segno, in studio li ha incontrati decine di volte.

E c’è chi tra una chiacchiera e l’altra gliel’ha anche buttata lì, «ma perché non ci provi anche tu?». Ci provi a far cosa? «A fare politica. Saresti perfetto». E allora lui ci crede, comincia a fantasticare, «mi darei da fare per cambiare questo e quello».

Nelle sue trasmissioni ha spesso messo alla berlina vizi e stravizi del Palazzo, e l’idea di entrarci da “corsaro” lo alletta non poco. E insomma, alla fine sì, si butta. Entra a far parte della Casta. Giusto così, per vedere l’effetto che fa. E dunque, eccomi qui: sono Roberto Poletti, parlamentare pentito.

Ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile “discesa in campo” (perché tutti i candidati, all’inizio, si sentono un po’ Berlusconi, o un po’ D’Alema, se si preferisce). Era l’inizio del 2006: la legislatura del Cavaliere era alla fine, l’ascesa di Prodi pareva inarrestabile, e in pochi davano ascolto ai sondaggi di Silvio, «guardate che il centrodestra ha recuperato, li abbiamo ripresi, siamo in testa!».

In effetti, la mia passata esperienza alla Padania mi aveva appiccicato addosso l’etichetta di leghista. Non che la cosa mi offendesse, ma i rapporti col Carroccio si erano raffreddati nel tempo. E poi c’era questo feeling con i Verdi, conoscevo bene alcuni di loro, stima reciproca con il capogruppo in Regione Lombardia, si può dire che il segretario nazionale Pecoraro Scanio fosse un amico.

«I Verdi? E perché no?». Certo, mai mi ero occupato dei problemi della foresta amazzonica, né mi sentivo particolarmente competente su effetto-serra e dintorni. Tutt’altro. Ma nelle mie trasmissioni avevo sempre spinto sulla necessità di fare un po’ di pulizia in Parlamento. Ecco: “l’ecologia della politica” mi sembrava uno slogan attuale, vincente.

Senza contare che, molto meno idealmente e facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi garantiva la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere in Regione. E dunque, la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. Ma sì, vada per i  Verdi. E poi, una volta dentro, potrei fare il cane sciolto. Gli faccio vedere io, gli faccio.

I colloqui con i vertici del partito scivolano via senza troppi problemi. D’altronde, porto con me un bagaglio mica male, visti gli ascolti -record, per delle televisioni locali - dei miei programmi. Sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avviene al Jolly Hotel di Milano, gennaio 2006.

«Visto che sei giornalista, ti potresti occupare dell’informazione» mi dice. «E poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste». Diamo un’occhiata alle liste: io sarei stato il numero 6 dei collegi Lombardia 1 e Lombardia 2. I primi tre in lista, Pecoraro compreso, si sarebbero presentati in tutta Italia, e dopo il voto avrebbero scelto altre località di elezione. Degli altri due che avevo davanti, già si sapeva che uno, Monguzzi, avrebbe rinunciato per restare alla Regione Lombardia.

E valutando i sondaggi, era pressoché sicuro che io e l’altro rimasto saremmo stati eletti, uno nel collegio Lombardia 1, l’altro nel Lombardia 2. Dunque, affare fatto, si parte. Obiettivo: la Camera dei Deputati. In effetti, quello della campagna elettorale è un periodo faticoso. Controlla i manifesti, prepara gli spot, vai al dibattito televisivo.

Anche Sgarbi mi appoggia, allora io e la scrittrice africana Aminata Fofana, anche lei candidata, gli chiediamo un appello elettorale. Lui dice che sì, si può fare. Vado a casa sua a Roma con un operatore, lui si è svegliato tardi, è ancora in vestaglia semiaperta, e comunque registriamo lo spot, ma mandarlo in onda non si può: si vede “tutto”. Intanto il noto manager Lele Mora offre i “suoi” personaggi al partito, ma decidiamo di utilizzare solo il famoso Costantino, lo accompagno a Roma e facciamo un appello contro gli Ogm. Alto livello.

Operazioni d’immagine a parte, imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione, uno dei miei slogan è “Aria pulita in Parlamento”. Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide. Qualcuno mi rinfaccia di essermi venduto ai comunisti, «da te non me l’aspettavo», altri mi sostengono, «sei una brava persona e ti voto».

In ogni caso, è forse l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori: li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, sogni un futuro da Martin Luther King, ti immagini di arringare l’Aula gremita, «...ho fatto un sogno...».

a la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito. Nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. In sostanza, i vertici dei Verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura – due legislature da senatore, si era già fatto, e un discreto numero di anni in Regione Lombardia - per offrirla a me.

Sul suo blog telematico cominciano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza sul mio passato in Padania e, soprattutto, sui miei programmi televisivi, evidentemente non abbastanza chic. Lo stesso Cortiana, parlando di me al Corriere della Sera e a Repubblica, se ne esce con frasi tipo «un conto è fare tivù popolare, un altro è darsi al populismo, io vengo da un’altra cultura politica, sono l’unico verde pubblicato su Le Monde, giro tra la Biennale di Venezia e i summit nel Kerala», e ancora «lui va in onda con la sciura Maria e fuori dalla Lombardia non lo conosce nessuno».

A parte che proprio in Lombardia ero candidato, e dunque non mi sembrava così squalificante essere conosciuto sul territorio, mi infastidiva il riferimento alla “sciura Maria”, quasi fosse un demerito poter contare sull’affetto della gente semplice. Quindi rispondo, ribadendo l’orgoglio per le mie trasmissioni “tutte vecchiette e porchetta”.

Chiusa lì? Macché. Mi chiama Pecoraro Scanio, arrabbiatissimo: «Ma sei matto?» Io: «Matto? E perché?» «Ma dài, quel riferimento alla porchetta...». «La porchetta?». «Sì, hai detto che sei orgoglioso della tua tv alla porchetta». «E allora?». «Come e allora? Qui ci giochiamo i voti dei vegetariani, ti rendi conto? Non dire più una cosa del genere!».

Da allora, niente più porchetta. E comunque, dopo la vittoria del centrosinistra del 10 aprile, ci saremmo trovati nella sede della Federazione dei Verdi, a Roma, per una chat post elettorale di ringraziamento. E avremmo festeggiato la vittoria di Prodi e del centrosinistra, e dunque anche nostra, a forza di cubetti di mortadella. Ma lì i vegetariani non vedevano. E poi, chissà, forse quella mortadella era un segno premonitore. Comunque, tenere bene a mente: porchetta no, mortadella sì.

In realtà, io risultavo essere il primo dei non eletti. Ma i propositi di rinuncia di Monguzzi non erano in discussione, lui è uomo di parola. Quindi mi organizzo e prendo casa a Roma, in piazza Navona, me l’affitta un collega giornalista. Monguzzi vuole partecipare da deputato all’elezione del Presidente della Repubblica, poi si sarebbe fatto da parte.

E così succede: Napolitano diventa Capo dello Stato, io divento deputato. Il mio esordio in Parlamento non è che me lo ricordi perfettamente. È il 6 giugno 2006, un martedì: mi sveglio emozionato, resto tutto il giorno in uno stato semi-onirico. Mi ero comprato un vestito per l’occasione, duemila euro spesi da Canali, volevo fare bella figura. Arrivo in piazza Montecitorio, varco il portone. Ed entro in quello che mi sembra un altro mondo.

I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, ogni poltrona che t’immagini essere un pezzo di storia. Lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello così famoso, dove tutti s’incontrano nelle pause delle sedute: i commessi e gli impiegati che camminano velocemente, i parlamentari che passeggiano, ecco Bertinotti, ti giri e vedi D’Alema.

Faccio capannello con gli altri neo eletti, scherzo con un altro novello, Maurizio Bernardo, lui è di Forza Italia, ci chiamiamo “onorevole” per sentire come suona, «Allora, onorevole Bernardo…», «Eh, caro onorevole Poletti…», poi scoppiamo a ridere.

Percorriamo il “corridoio dei Presidenti”, una galleria in cui sono affissi i ritratti di tutti i presidenti della Camera, e ci scopriamo un po’ intimoriti, sono persone che hanno fatto l’Italia. Poi vediamo il quadro con la Pivetti e ci tranquillizziamo.

Finalmente entro in aula, cerco il mio posto, eccolo, mi siedo. Sì, sono commosso, altro che storie. C’è un’ “informativa urgente del governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente militare italiano a Nassiriya”. E io sono qui.

A un certo punto Bertinotti, che della Camera è presidente, declama che «il deputato Carlo Monguzzi, eletto consigliere regionale, ha comunicato, con lettera inviata alla Presidenza, di voler rassegnare le dimissioni dalla carica di deputato». Ecco, tocca a me. E infatti si passa alla proclamazione dei deputati subentranti.

Al posto di Bertinotti c’è ora il vicepresidente Leoni, ma va bene lo stesso. È lui che pronuncia il mio nome: «...e proclama quindi deputati Mauro Betta, Giovanni Cuperlo, Stefano Pedica, Roberto Poletti...». Adesso è vero, sono ufficialmente onorevole, l’Onorevole Roberto Poletti: vi rendete conto? Trema Parlamento, che adesso ti aggiusto io!

Ma la giornata non è finita. Conclusa la seduta in Aula, un altro onorevole mi prende per un braccio e mi accompagna al piano di sopra. Lì si trova la sala in cui si riunisce la “Commissione cultura, scienza e istruzione” e io, aderente al gruppo parlamentare dei Verdi, ne faccio parte, senza che nessuno mi abbia chiesto se mi sta bene o meno, ma questo è un dettaglio. Commissione cultura, scienza e istruzione: e dici poco? Come inizio non è mica male. Siamo in 46, c’è da eleggere il presidente. «Ricordati: Folena...».

Come? «Folena, si vota Folena, quello di Rifondazione». In effetti, mi avevano già consegnato un  foglio con i nomi di tutti quelli che andavano votati, presidenti e vicepresidenti e segretari di Commissione, il mio primo compito è dunque quello di copiare l’indicazione ricevuta. Vabbè, sono appena entrato, mica posso pretendere di fare subito di testa mia. E dunque, che Folena sia.
Come avevo detto? Che il Parlamento adesso lo aggiusto io? Sì, magari da domani.










La prima puntata: La campagna elettorale della porchetta

La seconda putata: Le tesserine dei miracoli

Guardo e riguardo il tesserino e mi sento un re. L’ho appena ritirato: copertina rigida, bordeaux, con stampigliata la scritta “Camera dei deputati”, somiglia un po’ a quello dei giornalisti, l’altra casta cui appartengo. Certo, il fotografo ufficiale di Montecitorio non è che abbia fatto un capolavoro, ma in effetti sono io che non vengo granché bene, e poi non mi riconosco, mi sembra quasi d’essere mascherato.

Vabbè, chissenefrega,mi consolo con la medaglietta d’oroda deputato, c’è su scritto il mio nome, midicono che la cita anche Pirandello, controllo ed è vero, “Brancolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell’orologio...”.

Io la tengo nel portafogli. Passeggio per il Transatlantico ostentando nonchalance, anche se ancora non mi sono abituato. Vedo un drappello di cronisti parlamentari che taccuini alla mano accerchiano non so chi, passo oltre. Poi noto tre colleghi deputati chesembra stiano giocando a figurine, uno lo conosco, mi avvicino.

«E questa ce l’hai?».
«Sì, certo».
«E quest’altra?».
«Ma no, non vale più, l’hanno abolita».
«Eh, ma io la uso ancora...».

Guardo meglio, e non sono figurine, ma tessere. Tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o quell’esenzione.Ascolto, cerco di capire, mi faccio spiegare. C’è poco da fare il moralista: questa è la dotazione dell’onorevole, “alla fine sono strumenti di lavoro”.

Mi vengono in mente le mie trasmissioni contro i privilegi dei politici, ma affronto la miacoscienza con decisione, “oh, è un mio diritto, io sono qui per fare l’interesse della gente, è giusto che possa disporre di queste cose, e poi in questo modo non siamo ricattabili, giusto?”. E insomma, passa neanche un minuto e la coscienza è già diventata complice. Sentirmi in colpa? Giusto un filo, ma mi hanno detto che poi passa.

Comunque, comincio il giro. Prima tessera da ritirare è quella con cui si vota in Aula. Fondamentale, dunque. Ma mica solo per questo. Serve anche per mangiare e bere al ristorante di Montecitorio o al più informale self-service oppure alla buvette, il mitico bistrot extra-lusso dai prezzi che nemmeno in una trattoria di ultima.

Il conto te lo scalano dallo stipendio, ma non si rischia certo di andare in rovina: grazie allo speciale trattamento riservato a noi deputati, con 10 euro si mangia eccome, anche se il costo reale per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo.

Che vuoi che sia, d’altronde sono un Verde: l’alimentazione prima di tutto, i soldi vengono dopo. Ma attenzione a non dimenticare la card da qualche parte, che poi qualcuno dei colleghi te la usa per mangiare e bere a sbafo, salvo poi scusarsi - “ah, ma allora questa è tua?” - quando lo scopri. Esagerazione? Sarà, ma a me è capitato.

La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis. Basta esibirla in qualunque biglietteria d’aeroporto per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti vai direttamente all’agenzia di viaggi interna al Parlamento, che è anche più comodo
.
A proposito di aeroporti, la Sea, società che gestisce quelli milanesi di Linate e Malpensa, provvede direttamente a inviarmi la tessera che permette di parcheggiare l’auto negli spazi riservati, “parcheggio vip Adi Linate e parcheggio Vip dei terminal 1 e 2 di Malpensa”. Naturalmente anche il treno è gratis a vita, ma lì basta il documento da parlamentare. Meglio, così non spreco un altro spazio nel portafogli. E comunque, sulle onorevoli trasferte ci torneremo.E l’autostrada?

Per quella devo farmi dare un altro documento, il tesserino Aiscat: arrivi al casello, lo sventoli in faccia all’addetto – o lo inserisci nella fessura apposita tipo bancomat,che è anche meno imbarazzante - e d’incanto la sbarra si alza. Volendo, puoi richiedere anche un Telepass, quel piccolo marchingegno che permette di oltrepassare le barriere autostradali senza nemmeno fermarsi: il bello è che puoi installarlo sull’automobile che vuoi, anche quella della nonna.

In realtà, è un servizio a pagamento ma poi te lo rimborsano. A me non serve. Per quanto riguarda la circolazione in città - e insomma, questo traffico è diventato insopportabile, non vorrete mica che il nostro lavoro di parlamentari sia intralciato da file interminabili, no? -, per circolare in città, dicevo, possiamo naturalmente utilizzare le corsie preferenziali, a Roma e a Milano. Nella Capitale c’è anche stata un po’ di polemica, perché i permessi per entrare in centro, nella Zona a Traffico Limitato (la ZTL), sono stati ridotti. E c’è chi si è arrabbiato.

L’onorevole Riccardo Pedrizzi, per esempio, che ha inviato a tutti i parlamentari una lettera su carta intestata “Camera dei deputati - Commissione finanze”, in cui s’invitava a sottoscrivere una protesta poiché «le nuove disposizioni penalizzano oltremisura tutti i parlamentari che vedono condizionati i loro movimenti».

E perché? Perché un tempo ciascun deputato o senatore poteva estendere il proprio permesso ad altre due targhe, cosa adesso non più possibile. «È evidente che non vogliamo sottrarci all’obbligo di introdurre nel centro storico non più di una singola auto per volta, ma solo avere la possibilità di utilizzare a seconda delle esigenze l’auto di cui si dispone».

Ben detto. «E la tessera Coni?». La tessera Coni? E a che cosa mi serve? «Per andare gratis alla partita». A parte che il calcio non m’interessa, ma non era stato cancellato, quel meccanismo? «Ma no, che con quella allo stadio ci entri sempre. E anche alle altre manifestazioni sportive». E allora va bene: faccio richiesta della tessera Coni, che subito mi arriva.

C’è da dire che san Montecitorio si premura di accompagnarci dentro la vita parlamentare, nel cuore dello Stato, evitandoci qualunque preoccupazione. Privilegi? Ma no, è per poterci concentrare solo sul miglioramento della vita dei cittadini. Quella rottura di scatole che è la dichiarazione dei redditi, per esempio: niente commercialista né conseguente parcella.

“Caro collega – mi scrivono i deputati questori – abbiamo il piacere di informarti che anche quest’anno è stato organizzato un servizio di assistenza fiscale”. In teoria trattasi di “consulenza”, in pratica il modulo me lo compilano loro.

E devo anche sbrigarmi, perché fra pochi giorni scade il termine. Metti poi che non ti senti bene, e scusate se è poco onorevole, ma qui mi tocco. In ogni caso, nessun problema: c’è la Card Medital, che garantisce un servizio medico d’urgenza “24 ore su 24, 365 giorni l’anno, ovunque si trovi nel territorio in cui è operativa la struttura Medital”, basta chiamare il numero verde 800.65.25.85. Struttura privata, che fa parte della Europ Assistance Italia spa. Dunque paga lo Stato, cioè i cittadini, e ne usufruiamo noi deputati (speriamo il meno possibile).


Ma un parlamentare moderno, un politico al passo coi tempi, dove va se non è capace di usare il computer? Pronti: ecco il corso d’informatica, gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali. Con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Manco a dirlo, paga lo Stato.

Si può scegliere l’idioma che si preferisce: inglese, francese, tedesco, ma anche russo e giapponese. Sì, giapponese. È quello che ho scelto io, già sapevo che ci sarei andato in missione parlamentare. E poi, l’Oriente è sempre stato la mia passione. Dunque, contatto la bravissima Asako Ishihara, che m’insegna i rudimenti per comprendere che cosa si dice a Tokyo e dintorni.

In realtà un anno e mezzo dopo la mia elezione, viste le inchieste giornalistiche e l’incazzatura montante dell’opinione pubblica, viene recapitata una circolare dall’ufficio di presidenza. In sostanza, si dice che “occorre dare un segno, d’ora in poi almeno i corsi di lingua ce li dobbiamo pagare”.

Quanto? Otto euro all’ora, quando ai comuni mortali una lezione individuale costa almeno il quadruplo. Comunque, per incanto, i parlamentari aspiranti multilingue quasi scompaiono. Perché poliglotti va bene, ma soltanto se è gratis. Un’altra cosa che subito mi dà la misura del nuovo mondo in cui sono entrato è quel sottobosco di negozi e aziende, romane ma non solo, che s’incuneano nella posta elettronica per offrire sconti e facilitazioni e promozioni.

Ho appena attivato la mia nuova e-mail da deputato che cominciano ad arrivare avvisi a decine. C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40 per cento, l’ottico che su occhiali da vista e lenti a contatto ha pensato per il “gent.mo onorevole” a una riduzione di prezzo del 30 per cento,

l’Associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie presieduta dal sempre impegnatissimo Franco Grillini che “appronta una convenzione con l’azienda leader nella produzione di palmari e cellulari” e garantisce uno sconto del 10 per cento, la casa automobilistica straniera che “comunica di poter praticare particolari condizioni per l’acquisto di autoveicoli nuovi presso la rete dei concessionari”. Per i libri, 20 per cento in meno su ogni titolo, fino al 30 per cento sui tomi universitari, che così l’onorevole spende meno anche per far studiare il figliolo.


Potrei continuare per pagine e pagine, ma ci siamo capiti. Telefono a un amico, gli racconto i miei primi giorni da deputato. «Eh, Roberto - mi prende in giro -, vedrai che a forza di star seduto alla Camera e con tutti ’sti benefit, ti verrà una pancia grande così». Ma va, rispondo, io ci tengo, alla forma fisica.

A parte che, per ritemprarsi nelle pause di quello che al di là di tutto prevedo essere un lavoro comunque duro e frenetico, c’è anche una sauna, proprio sotto l’Aula, neanche tanto grande ma ben attrezzata. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, poco lontano dal Foro Italico. «È un po’ il nostro dopolavoro - spiego al mio amico - ma non immaginarti un circolo da ferrovieri. È un club elegante, roba di lusso»
.
C’è il campo da calcetto, quello da golf, palestra, piscina, basket, tennis. Poi ristorante e club-house. Certo, l’ambiente può apparire un po’ retrò: oltre ai deputati in carica, per cui l’iscrizione è gratis, è frequentatissimo dagli ex, che pagano una quota di ben 24 euro al mese.

A volte qualcuno esagera, come quel compleanno di non so chi, con gli amici - «esterni all’amministrazione di Montecitorio», si scusa per lettera il festeggiato - che gli fanno trovare una lap-dancer, una di quelle ballerine che in genere si esibiscono dimenandosi intorno a un palo, e questa allieta i cento invitati con uno strip da mozzare il fiato. Ma queste sono goliardate. Il Circolo, in realtà, è necessario al benessere psicofisico di noi deputati, e anche dei senatori.

E le iniziative più interessanti ci vengono comunicate con circolari indirizzate proprio agli “Ill.mi Senatori e Deputati”. Come il corso di Pilates, sistema di allenamento che migliora la fluidità dei movimenti e anche il “coordinamento fisico e mentale”, che quando c’è da votare altroché se è importante. E questa cos’è? Ah sì, questa è interessante.

«Caro collega - mi scrive l’onorevole Pierluigi Mantini - anche in vista dei Campionati Europei Parlamentari di Tennis, che si terranno in Romania, è opportuno riprendere un programma di incontri e di allenamenti, per i quali sono disponibili i maestri presso il Circolo Montecitorio.

Sembra anche utile programmare un torneo che consenta di valutare i nuovi parlamentari (ehi, sta parlando di me!...) al fine di allestire al meglio le squadre. Per discutere su questi temi, si terrà una riunione presso gli impianti sportivi del Circolo, a cui abbiamo il piacere di invitarTi. Seguirà buffet». Naturalmente.






Questa storia degli uffici dei deputati è davvero curiosa. Si trovano a Palazzo Marini, tre minuti a piedi da Montecitorio. Per mantenerli, lo Stato paga circa 30 milioni di euro all’anno soltanto di affitto. Una decina di anni fa, il già grande complesso è stato addirittura ampliato, adesso è arrivato a 60mila metri quadrati. E ci credo: il fatto è che i parlamentari non confermati non ne vogliono sapere, di mollare le stanze, dunque passano mesi prima che i nuovi eletti possano avere a disposizione lospazio.

Così succede anche a me, Poletti Roberto, onorevole di fresca nomina: «E il mio ufficio?» chiedo. «Un po’ di pazienza, adesso salta fuori». Poi scopro che l’ex titolare deve ancora liberarlo, e nessuno si può permettere di impacchettargli le scartoffie: lo farà lui, quando avrà voglia e tempo.

Gli uffici sono assegnati dai gruppi parlamentari. Ed è un litigio continuo: riunioni su riunioni, trattative estenuanti che sembra la Finanziaria, «a me ne serve uno un po’ più grande», «non datemi quello vicino ai bagni, per favore» e via dicendo.

Problemi e lamentele finiscono tutte sul groppone di Giampiero Spagnoli, funzionario storico del gruppo dei Verdi e anche di quello misto, bresciano cui Roma non ha rubato l’accento né la voglia di lavorare: è lui che tranquillizza, media, propone, risolve che neanche Gianni Letta. In ogni caso, l’ufficio assegnato me lo liberano dopo l’estate, a tre mesi dall’elezione. All’inizio, mio vicino di stanza è Massimo Fundarò, ma capisco che la situazione è ancora in evoluzione.

L’onorevole Arnold Cassola, infatti, non la manda giù: dice che il suo, di ufficio, proprio non va bene, pare sia troppo rumoroso, soprattutto a causa di una caldaia sistemata nei paraggi. E insomma, Cassola si mette a far la posta agli altri, controlla le frequenze, cronometra i tempi, conclude che Fundarò il suo lo usa poco e invece per lui sarebbe perfetto.

Tra l’altro Cassola è stato eletto in una circoscrizione estera, e questi hanno un po’ la fissa di essere discriminati dai deputati “indigeni”, «ma almeno a noi le preferenze ce le hanno date votando il nostro nome, mica come voi». Alla fine, più che altro per sfinimento generale, la spunta. E trasloca nell’ufficio accanto al mio.

E allora, parliamo del mio nuovo stanzone da deputato: non è niente male. È al terzo piano, stanza numero 321. Due scrivanie, due computer, fax e telefono e stampante, una televisione, un frigorifero. E poi tre armadioni, due sedie-poltroncine di quelle comode, una finestra che dà sul cortile interno.

Di cancelleria ce n’è a strafottere: penne, matite, colle stick, forbici, fermagli e graffette e graffettine da graffettare il mondo, sbianchettatori, evidenziatori, persino le gomme blu, quelle per cancellare la penna (e mi chiedo: ma chi è che oggi cancella le cose scritte a penna con la gomma blu, che se non stai attento ti buca anche il foglio? Non lo fanno più nemmeno alle elementari).


E poi carta, un mare di carta, fogli, buste grandi medie e piccole, bloc notes, cartelline: d’istinto, mi vengono in mente le proteste della Polizia, che più volte si è lamentata perché non ne hanno nemmeno per fotocopiare i verbali, o le mamme costrette a portare le risme di carta alla scuola del figlio. Qui invece siamo sommersi, alla faccia dei boschi rasi al suolo, e meno male che siamo i Verdi.

Peraltro, scoprirò poi che la fornitura di cancelleria viene rinnovata ogni tre mesi: ti arrivano gli scatoloni pieni di questa roba e non sai dove metterla, perché del resto ne hai usato un decimo se va bene. E gli scatoloni con i ricambi te li spediscono a qualunque indirizzo, anche a casa. Oppure, se hai un’urgenza, vai direttamente al magazzino, nei sotterranei di Montecitorio. E fai scorta.

Il punto è che questi uffici non li usa nessuno. O si è in Aula, oppure in Commissione, magari in trasferta di lavoro, altre volte semplicemente a casa. Senza contare che c’è l’ufficio del gruppo parlamentare, che sbriga pratiche a richiesta. Oppure quello del partito nazionale, che volendo svolge le stesse mansioni.

O l’altro del partito regionale, infine il partito cittadino. È così, la politica italiana è tutta un doppione del doppione del doppione. Risultato: ti aggiri per gli eleganti piani di Palazzo Marini, percorri i corridoi arredati con tappeti e quadri e piante, e subito sei immerso nel paradosso di un dedalo di uffici senza alcuna traccia di lavoratori
.
Di deputati ne vedi uno ogni tanto, e in genere perché lì ha dato appuntamento all’insegnante di lingua o deve ritirare qualche fax o magari schiacciare un pisolino. I commessi fanno capannello attorno alle scrivanie, scattano in piedi e si danno un contegno quando passa qualcuno, il più delle volte sono costretti a ripiegare sul sudoku.

E non si dica che sono io, scansafatiche, a essere allergico alla onorevole scrivania gentilmente messa a disposizione dallo Stato: in questo senso, basta citare tra gli altri un ordine del giorno presentato dalla Rosa nel Pugno, che sottolinea come “ogni deputato dispone di un ufficio ubicato a Palazzo Marini, ma è praticamente impossibile il suo utilizzo durante le giornate di lavoro parlamentare, e per tali uffici, di norma scarsamente utilizzati, la Camera sostiene un costo esorbitante”.

Appunto, è quello che dico anch’io. Per di più, una gentile circolare interna ha il piacere di informarmi che, “per consertirti di svolgere con il supporto di adeguati strumenti tecnologici il mandato elettivo”, lo Stato è pronto a coprire una spesa “per l’acquisto di strumentazioni e materiali informatici inerenti la dotazione di una postazione di lavoro” di 3.000 euro.

In sostanza, ci regalano il computer portatile più costoso che ci sia. Poi si sussurra che qualcuno, in quella cifra, riesca a farci stare anche il lettore Dvd o la lavatrice, magari strizzando l’occhio al negoziante mentre compila la ricevuta. Ma questa è certamente un’ignobile insinuazione.

Tra le “dotazioni da ufficio” a disposizione dei deputati c’è poi il collaboratore personale, meglio noto come “portaborse”, termine che non mi piace perché offensivo nei confronti di persone spesso sfruttate, pagate in nero, e magari poi sono loro che redigono i comunicati “contro il precariato” poi diffusi da coloro che si presentano come paladini dei lavoratori senza contratto.

Non che io voglia fare il moralista: infatti ne assoldo uno (assumo, in questo caso, è una parola grossa), bravissimo, uno dei tanti studenti che si propongono per arrotondare. Ma mi accorgo che davvero posso farne a meno, e dopo cinque mesi interrompo il rapporto. Interrogativo: faccio bene perché smetto di uniformarmi a una prassi vergognosa, o sono uno stronzo perché lascio a casa lo studente?


Non sono riuscito a rispondermi. Tra l’altro, dopo che la trasmissione Le Iene fa esplodere lo scandalo e tutti fanno gli gnorri, «chi, io? chi, lui?», e Bertinotti tuona, «questi vanno messi in regola!», ecco che subito arriva la segnalazioncina, con il solerte onorevole

Evangelisti, dell’Italia dei Valori, che gira a tutti i deputati e senatori “la comunicazione indirizzatami dallo Studio Interlandi che considero in grado di proporre una consulenza professionale adeguata ad affrontare le problematiche inerenti la regolarizzazione del rapporto di lavoro tra i parlamentari ed i propri collaboratori”. Un bel grazie a Evangelisti dai parlamentari e dallo Studio Interlandi.

Dimenticavo: un altro gadget essenziale per il duro lavoro d’ufficio dell’onorevole è il timbro autoinchiostrante. Io non lo sapevo, poi un giorno vedo due deputati che scherzano, lasciano il marchio dappertutto, «guarda il mio», «ma va, io ci ho messo pure capogruppo», sembrano ragazzini. Incuriosito, m’informo. Mi viene spiegato che va richiesto «giù al magazzino» e te lo fanno avere.

Ora, non è che la spesa per i timbri dei deputati sia determinante per incrinare ulteriormente il malmesso bilancio statale, ma a che cosa serve? Forse per evitarci anche la fatica di firmare? Dice: ma allora tu ci hai rinunciato. Io? E perché? Chi sono, il più sfigato? E allora, vai col timbro: “On. Roberto Poletti”. E lo piazzo lì, sulla scrivania. L’avrò usato due volte.


A proposito di timbri, alla Camera c’è anche un ufficio postale, si trova vicino all’Aula. E come funzionano bene le Poste, per noi parlamentari: impiegati gentilissimi, quel cartello con scritto “gli onorevoli deputati hanno la priorità”, chissà mai che qualche dipendente si metta in testa di farci fare un minuto di fila.

Ogni deputato ha la sua casella, ti mandano un avviso, “c’è posta per lei”, tu vai e ritiri. Se devi inviare a te stesso lettere o plichi o raccomandate fuori sede, francobolli e tasse varie non si pagano. E a Natale, sono gratis anche i biglietti d’auguri, con il simbolo della Camera dei deputati e un’illustrazione d’epoca: “Caro collega, abbiamo il piacere di comunicarti che per le prossime festività natalizie potrai, come di consueto, richiedere la dotazione annuale a te spettante di n. 100 biglietti medioevalis a colori e n. 100 biglietti medioevalis color seppia”. Scopro poi che nel caso non mi piacessero, ho a disposizione 800 euro da spendere entro l’anno per farmi stampare dalla tipografia interna qualunque cosa voglio.

Mica finisce qui: per Palazzo Marini, quello dove si trovano gli uffici, c’è un servizio postale specifico. Nel senso che se per esempio devi ritirare le fondamentali “agende della Camera dei deputati” e ti tocca andare fino a Palazzo Valdina, che si trova a una distanza di metri seicento circa, basta segnalare il problema, e l’agenda la va a prendere e te la porta l’incaricato della società privata che gestisce il servizio. «Ma dài, per un’agenda?».

Eh no, perché - come ci comunica la consueta circolare - “la dotazione [ma quante dotazioni abbiamo?] consiste in un’agenda da tavolo personalizzata, un’agendina semestrale in pelle personalizzata e due agendine in pelle”. Cioè, di agende ce ne danno quattro. Quattro a testa, che per 630 deputati fanno 2.520 agende. Poi uno dice che i politici hanno perso il contatto con la realtà: è che noi, con i problemi che fanno imbestialire i normali cittadini, non ci scontriamo mai. La realtà ce la siamo dimenticata.






La sala di Commissione è ai piani alti, per raggiungerla devi salire una scalinata monumentale. Per farla semplice, le commissioni parlamentari sono delle specie di mini parlamentini, dunque composte da rappresentanti di tutti i partiti proporzionalmente alla loro presenza in Parlamento. Le cosiddette “permanenti”, 14 in tutto, sono incaricate di discutere di un determinato argomento o esaminare i progetti di legge, per metterli a punto e poi eventualmente sottoporli al voto dell’Aula.

Poi ci sono le “bicamerali”, che raggruppano esponenti di Camera e Senato, e le Commissioni d’inchiesta, che approfondiscono vicende “di pubblico interesse” e sono investite anche di poteri giudiziari, in genere invocate una volta ogni due giorni da una parte politica per dare addosso all’altra.

Fine della lezioncina. Inciso: uno può anche essere membro di più Commissioni, e neanche tanto raramente succede che si riuniscano contemporaneamente, così che da qualche parte è per forza assente. Secondo e ultimo inciso: ogni presidente di Commissione ha a disposizione un altro ufficio e relativo staff, oltre a quello cui ha diritto in qualità di deputato, e il suo stipendio è maggiorato. Misteri dell’organizzazione parlamentare.

Una cosa strana delle Commissioni è che tu arrivi nella sala e chiacchieri normalmente con gli altri componenti, così, parli del più e del meno, poi a un certo punto comincia la riunione e di colpo cambia tutto, «adesso la parola al presidente Folena», e lui «grazie, caro vicesegretario», e comincia a parlare, e tutti si danno del lei.

E quando siamo seduti intorno al tavolone e hai bisogno di passare un foglio a un altro deputato, non è che ti sporgi o ti alzi e glielo dai: no, chiami il commesso, lui arriva, gli consegni il documento, quello fa tre metri e lo porta all’altro. Ora, magari adesso la sto mettendo giù un po’ caricaturale, ma in effetti è davvero così: nei lavori parlamentari, la formalità burocratica viene spesso esibita nei momenti più inutili, e dimenticata quando invece potrebbe aver senso.


C’è da dire che tutto questo cerimoniale nasce anche dall’esigenza di verbalizzare le riunioni, pensa che casino per il trascrittore se tutti si parlassero uno sopra l’altro. Resta il fatto che avrà anche un senso, ma la prima volta fa uno strano effetto, quasi teatrale. Pare una commedia. «... e adesso la parola al capogruppo dei Verdi Poletti...». E infatti scopro che sono capogruppo, pensa te. Non lo sapevo, giuro, e quasi mi sembra d’esser stato promosso, «evvài, che sono già capo».

Il fatto è che, come ho già detto, le commissioni sono parlamentini, e io sono l’unico rappresentante dei Verdi, e quindi in quanto tale sono capogruppo. “Capogruppo dei Verdi in Commissione cultura, istruzione e ricerca”: mi sono firmato così, quando ho inviato la lettera che mi ha pubblicato il Corriere, proprio vicino  alla rubrica di Sergio Romano.

E se fossimo stati due, i Verdi in Commissione, l’altro sarebbe stato vicecapogruppo (oppure capo lui e vicecapo io, a seconda). Perché in Parlamento ognuno è capo o vicecapo o presidente o vicepresidente di qualcosa: una commissione, un gruppo parlamentare, un’associazione. Tutti. In realtà, non conti nulla, ma questo sul biglietto da visita non si scrive.

E comunque, ripeto, io sono in “Commissione cultura, scienza e istruzione”. Cultura. Scienza. E istruzione. Argomento più importante e sentito delle mie prime riunioni: Calciopoli. Cioè, va bene tutto, ma che cosa c’entrano la scuola e la cultura e la scienza con Calciopoli?

E sono sempre piene, queste riunioni, durano ore. D’altronde, la vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali, c’è modo di essere citati in qualche articolo. Il nostro gruppo d’ascolto viene pomposamente chiamato “Indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico con particolare riferimento al sistema delle regole e dei controlli”.

Le audizioni si susseguono: il presidente del Coni, il rappresentante della Consob, nientepopodimeno che Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Confalonieri, i rappresentanti dei consumatori e quelli delle tv locali, l’onorevole Josè Luis Arnaut “in qualità di esperto del settore del calcio e dello sport in generale” (?).

Ognuno chiede di sentire questo e quello, il ministro dello Sport Melandri viene a riferire. Ma davvero c’è chi pensa che le riunioni in Commissione cultura possano servire alla già strampalata inchiesta su Calciopoli? Ma poi perché discutiamo a Montecitorio di Calciopoli? Per quale motivo?

E in realtà, ne parlo così solo perché a me non interessa il calcio, nel senso che chissà quante volte ho invece partecipato con più entusiasmo ad altre discussioni su argomenti che magari m’interessavano, ma ben sapendo che non avrebbero portato a nulla di concreto. Non che le riunioni di Commissione siano sempre così.

Quando i progetti di legge toccano veri interessi o questioni tecniche, allora si fanno i conti e si programma e ci si scontra e cose serie, insomma. Ma ho come l’impressione che troppe volte i nostri siano invece pseudo approfondimenti del tutto inutili, nel senso che sono ininfluenti, e in fondo lo sappiamo anche noi, che sono ininfluenti. In questi casi, mi vien da dire che noi, per lavoro... chiacchieriamo.

Nel senso che ci troviamo, parliamo e magari litighiamo su argomenti che più o meno c’interessano, e alla fine resta nulla. E non vorrei sembrare troppo sarcastico, perché si tratta anche di discussioni serie, documentate, interessanti davvero. Ci sono deputati che ci credono sinceramente, spaccano il capello in venti, presentano dossier alti così. Ma comunque, sappiamo che non avranno alcun riflesso o quasi. Come dire: sono delle gran pippe.

Compito fondamentale dei componenti di Commissione resta comunque quello di fornire pareri sui vari progetti di legge. Prima considerazione: a noi peones, come dobbiamo votare sulle questioni un minimo significative ce lo dice il partito, il segretario, che della cosa ha già discusso in altra sede, con gli altri pezzi grossi. Ma il nostro “parere” - favorevole o contrario - lo dobbiamo comunque motivare, e per iscritto.

Lo schema è più o meno sempre lo stesso: di tuo, ci metti la frase di circostanza, “dichiaro voto favorevole” se sei nel centrosinistra, oppure “dichiaro voto contrario” se sei nel centrodestra. Poi c’è da corredare il tutto con riferimenti normativi e rimandi a leggi e regolamenti.
E allora cosa fai? Siccome sai che il tal giorno si voterà sulla tal proposta, tu vai all’ufficio della Commissione stessa, o a quello del gruppo parlamentare, spieghi la questione e fai fare tutto a loro, che poi ti riconsegnano il plico.

A quel punto, non ti resta che cambiare una virgola di qui, inserire un inciso di là, e al momento della chiamata consegni. Un po’ come i vecchi compiti in classe, con la differenza che qui è consigliabile copiare. Riassumendo: come votare lo decide il partito, il resto se lo vedono gli uffici. A te non resta che alzare la mano e passare le carte. Datemi pure del disfattista, ma dopo un po’ non ci sono più andato. Perché è proprio la consapevolezza della tua completa inutilità, che ti distrugge.

Hai la sensazione di non poter fare nulla o quasi, sei un dito che all’occorrenza deve premere il bottone prestabilito, e se non ci sei fa lo stesso, tanto il bottone per te lo schiaccia qualcun altro. E non è che m’invento, prendete lo stimatissimo e sempre impeccabile Antonio Polito, che adesso ha mollato la poltrona in Senato ed è tornato a fare il giornalista, anche lui dice che «o sei un soldati no o passi per traditore, solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere».

Una frustrazione che aumenta col passare del tempo, e al di là delle convinzioni politiche, comprendi le persone come Turigliatto e affini, che a un certo punto mandano al diavolo le “logiche di coalizione” e votano secondo coscienza, e succeda quello che deve succedere. Ricordo il mio primo incontro con Prodi: io fresco di elezione, lo fermo in corridoio, «Presidente, posso rubarle un minuto?». Lui guarda l’orologio: «Va bene». «Ci mettiamo lì?». «Perfetto».

E ci appartiamo su un divanetto di Montecitorio. Gli parlo del problema del cumulo dei redditi tra moglie e marito ai fini della pensione, una delle tante ingiustizie italiane, in campagna elettorale ci avevo puntato parecchio. Portavo con me una lettera di una coppia milanese che aveva deciso di separarsi, ma solo sulla carta, per riuscire a ottenere una pensione dignitosa per tutti e due. La tiro fuori e gliela leggo.

Lui mi ascolta e sfodera l’espressione che l’ha reso famoso, gli occhi chiusi, le mani giunte, in realtà mi sorge il dubbio che stia per prendere sonno. Alla fine della mia appassionata esposizione, lui annuisce, e non so se avete presente la sensazione, anzi la certezza, quando sai di aver di fronte uno che non ha ascoltato una sola parola di quello che hai detto. Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado imbarazzato, accorgendomi che nel frattempo un’altra decina di questuanti si è lì radunata ad aspettare il proprio turno. Per addormentarlo definitivamente.







La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio».

Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri
.
Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato, lui è sempre il primo ad arrivare, poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento.

C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Caparini, alzano la mano e mi salutano trafelati, va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene.


Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia. Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso.

Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili, saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera.
Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte.

All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale – a destra, a sinistra, al centro – ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito.


Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma...». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre.

Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili.
E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula.

Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo [eh già, quel che importa è “l’immagine”]. È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio.


Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole.

I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola – c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco, e se c’è qualcuno acciaccato si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì.

Ma verso l’una c’è il voto in Aula. Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no?
Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E di corsa, che poi non si trova posto.

La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello selfservice, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo.

Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra governo e parlamentari, approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza.

E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano.


Più Totti per tutti. E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro, dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora.

I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese.
In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione.

Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando si verificano si limitano alla mattinata. D’altronde, non è che possiamo contarla tanto su: nei primi cento giorni di questa mia prima legislatura, la Camera ha tenuto 36 sedute, equivalenti secondo i calcoli dei giornali a poco più di due ore al giorno di lavoro. E considerando vacanze e feste comandate e ponti e week-end, su un intero anno di attività - dunque da aprile ad aprile - a Montecitorio si è lavorato 160 giorni, vale a dire nemmeno 5 mesi.

Quattro mesi e venti giorni in un anno. Poi dice che la gente s’incazza. Ma c’è da precisare una cosa: non è che sempre e comunque il deputato non presente in Aula o in Commissione è a grattarsi la pancia sulla spiaggia di un’isola caraibica. No, il più delle volte sta facendo attività politica, ma per il partito. Che cosa c’entra l’attività di partito con il mandato ricevuto dagli elettori? Nulla o quasi, ma tant’è. E comunque, gira per convegni e dibattiti (“... seguirà buffet...”), partecipa a riunioni organizzative.

Oppure, c’è caso che si metta cercar tessere. Succede per esempio questo: c’è il congresso dei Verdi, e Pecoraro Scanio punta naturalmente alla rielezione a segretario nazionale, nonostante qualcuno storca la bocca per questo fatto che lui è anche parlamentare e ministro contemporaneamente. E insomma capisco l’antifona, qui c’è da tirar su delle tessere, far iscrivere al partito gente che stia dalla sua parte.
E io, che fino a qualche mese prima m’immaginavo battagliare alla Camera per risolvere problemi epocali e passare alla storia d’Italia, da fare mi dò.

Telefono a destra e a manca, chiamo la parente, l’amico, chiedo al vicino di casa, «ma io non ne so niente, di ambientalismo», «e chissenefrega, basta che fai la tessera e voti per i delegati giusti, e come dici? Che non sai chi sono i delegati? Ma te lo dico io, ecco qui...». Alla fine di tessere ne tiro su parecchie, missione compiuta.

È vero, non è che sia il massimo. Ma per rimanere nel gruppo si è costretti a fare anche così. Tornando alla Camera, è aperta anche al sabato. Ma questo, ancor più degli altri, è il giorno degli ex. Gli ex deputati, quelli che tornano a respirare l’aria, magari sono anziani, non hanno più tanto da fare, e poi il richiamo del Palazzo è irresistibile. E allora vedi che li portano in macchina davanti all’entrata, poi qualche badante li scarica e li torna a prendere la sera.

È così: ci sono pensionati che si ritrovano alla bocciofila, altri in Parlamento. Loro entrano, si aggirano per i saloni, vanno dal barbiere, ricordano i bei tempi andati, hanno ancora una tesserina speciale per mangiare alla buvette, e tutti i giorni.

Discutono animatamente, a volte scoppiano dei litigi che finiscono a maleparole. Qualcuno ogni tanto si addormenta su un divanetto o nella sala lettura, i commessi li lasciano riposare, poi magari li svegliano con delicatezza, «onorevole...». E c’è anche quello che non riesce a trattenere i suoi problemi d’incontinenza, e i commessi ancora lì, ad assisterlo con pazienza. Sia detto con tutto il rispetto, ma sembra una casa di riposo.

E non datemi dell’insensibile, non è che sia un problema dar ospitalità a persone che qui hanno lavorato, e certo molto più di quanto faccia io. Ma anche questo strano “sabato degli ex” un po’ contribuisce all’inquietante atmosfera da “basso impero” che avvolge quello che dovrebbe essere il cuore e il cervello del Paese. E che inesorabilmente sta risucchiando anche me.

L'Italia e la Casta. Riproproniamo l'inchiesta di Scaglia e Poletti pubblicata da Libero nel 2008. Nulla è cambiato




Immaginate un grande, enorme, gigantesco ufficio statale. Ma anche no, anche semplicemente un enorme ufficio, di quelli che tanti italiani vivono quotidianamente. Con tutte le dinamiche che ne conseguono: lavoro chi più chi meno, ma anche amicizie, antipatie, tresche più o meno note, litigi col superiore, ripicche. E poi pettegolezzi, pettegolezzi e ancora pettegolezzi. Le malelingue, a Montecitorio, sono in servizio permanente effettivo. Com’è ovvio, de visu è tutto un sorriso e gran pacche sulle spalle. Ma dietro.
..
Gli uomini, se giovani e appena appena intraprendenti, sono raccomandati e naturalmente omosessuali - «Poletti? Bè, certo, se la fa con Pecoraro Scanio...» - oppure inguaribili puttanieri - «Poletti con Pecoraro? Ma no, sei indietro, quello va a donnine una sera sì e l’altra pure...». E le donne? Quelle più carine d i Forza Italia sono prima o poi tutte indistintamente indicate come amanti di Berlusconi, e succede il contrario di ciò che si pensa, cioè che debbano lavorare il doppio delle altre per dimostrare che valgono, in questo senso chiedere informazioni alla povera Carfagna, che ancora non è riuscita a farsi perdonare cotanta avvenenza.


Ma questa caccia quotidiana alla preda dell’insaziabile Silvio ha anche un aspetto paradossale, perché la signora o signorina momentaneamente indicata come accompagnatrice clandestina del Cavaliere viene improvvisamente coperta d’ogni tipo d’attenzione e galanteria dai deputati di centrodestra e non solo - «ma come stai», «e come sei bella», «posso fare qualcosa per te» -, chissà mai che non possa metterli in buona luce con il leader che tutto può. Figuratevi poi che chiacchiericcio si porta dietro un personaggio come Wladimir Luxuria, il deputato transgender, che poi significa “non chiaramente identificabile come uomo o donna”.


In ogni caso, per semplificare, ne parlerò al femminile. Luxuria fa parte con me della Commissione cultura, è una delle più presenti e acute: studia, passa le notti ad approfondire, e forse per far vedere che non è lì solo in quanto “personaggio scomodo” interviene sempre e comunque, anche troppo. Gli uomini la studiano incuriositi, le donne la odiano e la criticano per principio, soprattutto quando si tratta di vestiti, «ma come si veste quella lì? Ma secondo te gioca a rugby?».


E poi è molto abile con i giornalisti, sa come “usarli” e per questo è spesso sui giornali, cosa che aumenta l’antipatia nei suoi confronti. Un giorno prendo un caffè con lei, tutti ci vedono ridere e scherzare, poi vado in Aula. Arriva un commesso con una busta: me la manda un sempre severissimo esponente dell’Udc, uno che in ogni occasione si atteggia a baciapile bigottone. Leggo il biglietto: “Ma Luxuria ce l’ha ancora o se l’è tagliato?”. Alzo lo sguardo, lo rivolgo verso di lui. E vedo che se la ride, facendo gesti come a dire “tu lo sai, vero?”. Neanche alle elementari.

Ma passiamo a un altro “passatempo istituzionale” che molto impegna e diverte gli onorevoli: sono i “gruppi di pressione”, le “lobby”, per dirla all’americana. Trattasi di drappelli di deputati uniti da un comune interesse, che raggruppandosi anche al di là degli steccati di schieramento intendono far fronte comune ed eventualmente incidere su decisioni legislative che riguardano l’argomento in questione. Intendiamoci, spesso si occupano di situazioni davvero importanti, non so, l’amicizia per Israele oppure i diritti dei bambini o ancora quelli degli animali, e ho scelto a caso.


Ma non può non strappare un sorriso leggere che l’onorevole leghista Grimoldi, per rispondere a uno dei tanti aumenti fiscali paventati dal governo Prodi - in questo caso, l’innalzamento dell’Iva sulla cioccolata -, si sta sbattendo non poco per “costituire l’Intergruppo per la difesa della Nutella”, sottolineando che “la Nutella è simbolo di intere generazioni, chi non è cresciuto a pane e Nutella?”.

E Grimoldi invita a considerare il fatto che “la nostra amata crema di nocciole ha una capacità di penetrazione nelle famiglie italiane pari al 100%, mentre altri generi spalmabili soltanto del 50%”. Se da una parte la Ferrero ringrazia, dall’altra si aspetta la replica del formaggino Mio.

E dunque, vai col gruppo: la mastelliana Sandra Cioffi auspica la costituzione dell’intergruppo “Amiche e amici del mare”? Le risponde Maria Ida Germontani, di An, con l’intergruppo “Amiche e amici dei laghi e dei fiumi”. L’ulivista ora Partito Democratico Massimo Vannucci segnala che già una cinquantina di onorevoli, che coprono tutto l’arco parlamentare, aderiscono al gruppo “Amici del termalismo”, e non state ad ascoltare chi insinua che la ragione sociale sia anche di ottenere qualche sconto per ritemprarsi a forza di fanghi. Naturalmente si sprecano gli onorevoli club calcistici sul genere “Viva la Juve e l’Inter e il Milan e la Roma e anche il Napoli”, non mi dilungo perché di calcio non m’intendo.

E poi gli intellettualissimi “Amici dei veicoli di interessi storico”, vale a dire le auto d’epoca, capitanati dal senatore Filippo Berselli (e infatti vuole essere un “intergruppo parlamentare”), e i mai fuori moda “Amici della filatelia”, organizzatore Carlo Giovanardi, e per restare su un livello alto c’è l’onorevole Pedrini che vuole “incentivare il turismo e la crescita economica tramite lo sviluppo del gioco del golf”, controbilanciato dai più tradizionali “Amici della bicicletta”, di cui m’informa l’ulivista emiliana Carmen Motta.

Chiudo il discorso con una nota d’altri tempi, quasi romantica, segnalando l’iniziativa dell’azzurro Paolo Russo, che con passione rilancia il gruppo parlamentare “Amici delle bocce”. Nel senso dello sport, naturalmente. Appuntamenti molto apprezzati da noi deputati sono poi le degustazioni di prodotti tipici: arrivano i rappresentanti di questa o quella regione, invitati dagli onorevoli da lì provenienti, e servono - in genere al ristorante di Montecitorio - i piatti e i vini della zona.

Sono sempre affollate, le degustazioni, e la scena si ripete pressoché uguale: ci sono queste persone, spesso si tratta di gente di paese che del Parlamento ha coltivato un’immagine quasi mitica. E si trovano lì, spaesati, ad osservare un’orda di affamati che si getta a peso morto su salame o tortellini o Franciacorta, e poi magari c’è qualcuno che si avvicina al bancone, «che delizia questo vino, ma non ne ho avuto nemmeno una bottiglia», e loro con espressione paziente ad allungargli - anzi, ad allungarci - la bottiglia. Scene mica tanto diverse da quelle che vedevo durante le mie trasmissioni, quando invitavo il pubblico ad assaggiare le ricette offerte dal paesino di turno.


Ma sì dài, che gli italiani sono così, quando si mangia va sempre bene, e non si vede perché noi deputati dovremmo essere l’eccezione. D’altronde che cosa vi aspettate, che tutti si corra per esempio alla “Prima manifestazione d’indipendenza dalla lingua inglese”, organizzata dall’associazione “Esperanto” cui è stata concessa per l’occasione la sala stampa della Camera, “intervengono tra gli altri il deputato europeo Alfredo Antoniozzi e l’onorevole Bruno Mellano”? No, meglio la bresaola.

E poi ci sono le notti, le “notti romane”, con le terrazze e i salotti e le foto su Dagospia, il famoso sito internet di gossip. Ora, non vorrei sbriciolare un mito, ma le “notti romane” sono una gran noia. Certo che le feste ci sono, per noi Verdi il punto di riferimento è l’avvocato Paola Balducci.


Lei è una bella signora molto gentile e ospitale, ha una splendida casa in zona Botteghe Oscure, la sua terrazza è leggendaria. Mi viene in mente uno di questi ritrovi, l’allenatore personale della Balducci le aveva suggerito di puntare sulla carne anche per questioni di dieta, e allora era tutta una griglia e bistecche grandi così, all’americana, e infatti se non ricordo male c’erano piatti guarniti con bandierina a stelle e strisce, ma lì non c’era da protestare contro nessuna base militare yankee, né i vegetariani avrebbero avuto da dire.

In genere, però, i party più chic sono riservati ai pezzi grossi - della politica, della finanza, dello spettacolo -, gli onorevoli di bassa lega se riescono s’intrufolano, poi si mettono nell’angolo e allargano le narici per annusare il profumo del potere. Il più delle volte, invece, noi peones ci si organizza per passare serate al limite della tristezza.

I Verdi escono coi Verdi, magari andiamo alla Locanda del Pellegrino, e poi leghisti con leghisti, quelli di An con altri di An. O anche i gruppi territoriali, lombardi con lombardi, napoletani con napoletani e così via. Si va nel solito ristorante dove ti trattano coi guanti - «buonasera onorevole, cosa le porto onorevole».

E si cerca di coinvolgere un ministro o al limite un sottosegretario - tanto nel governo Prodi sono cento e più, qualcuno si trova -, perché arrivare al locale con l’auto blu fa tutta un’altra scena, senza contare che si risparmiano i soldi del taxi. Si finisce quasi sempre a spettegolare su tizio e caio, col risultato che il giorno dopo, saputo che quello che fa l’amico in realtà sparla di te a più non posso, cerchi di ostacolarlo in ogni sua iniziativa politica, così, per antipatia personale.

Ed è vero, a fine serata c’è anche chi si rifugia dall’amante più o meno giovane, o raccatta un po’ d’amore a pagamento, al limite si svena e investe su una bellissima “escort” contattata via Internet, salvo poi sbandierare conquiste e performance improbabili manco fosse Mastroianni.

Ma le orge in stile rockstar o i festini con le più disinibite vallette del momento, bè, scusate la delusione, ma per quel che mi riguarda sono più che altro letteratura d’accatto. In pornostar e dintorni, in effetti, una volta mi sono imbattuto. Mi telefona il capo ufficio stampa del partito, Giovanni Nani, e si lamenta, «Poletti, basta con questi scherzi», io casco dalle nuvole, «ma quali scherzi?».

E lui seccato mi dice che insomma, c’è il manager di questa pornostar, Federica Zarri nota anche come Diana Busòn, che lo perseguita perché lei dice di voler entrare nei Verdi, e siccome è lombarda credeva c’entrassi io. Si apre così un gioioso dibattito, pornostar sì pornostar no, con il nostro Camillo Piazza, appassionato di balli sudamericani e che già aveva organizzato una manifestazione con diverse attrici hard per salvare il fiume Lambro dall’inquinamento, a sostenere l’ingresso di Federica nel partito, «perché, che male ci sarebbe? ».

Ma la discussione s’interrompe bruscamente: veniamo infatti a sapere dai giornali che la  arri ha cambiato idea, intende aprire un Circolo della Libertà. La volgar battuta nasce spontanea: cazzi loro. E giù risatacce.






E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri” perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della sciura Maria, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante.


In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo.

Con noi ad annuire come somarelli. Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte proprio c’inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito.

In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguito, la dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo. Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto.

Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record.

Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà. Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette “interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «perché non sollevi il caso?».

Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: “Il caso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono contenti. Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come viene trattato il detenuto”.

E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo - l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo.

In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”.

Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni. E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.

«Ciao Poletti, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?».
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dài, la questione quella lì... Hai capito?».
«No, guarda...».
«La cena, la cena con coso...».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che
me lo ricordo».
«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono...».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare
coperti, no?».


Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode.

Ma la cosa più divertente - o disarmante - è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza.


E allora ci si informa - «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» - per poi cercare di usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale. È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante” a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dài, è uno scherzo».


Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile.

Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento - e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere “visto chi vi siete portati in casa?” - quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”.

Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani... Non per discolparmi - e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su - ma sono figuracce
in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla “strumentalizzazione di parte”.

E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli.

Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a porta”, che loro in effetti qualcosa hanno - avrebbero - da dire, comunicare, spiegare, litigare.

Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa.

Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano. Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo - ministri o quant’altro - rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate.

Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino. In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.






Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti.

E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare.

In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso.
A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo.

A tutti gli altri non resta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua, di testa. In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia.


Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece - ma questa èun’opinione del tutto personale - con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare.

Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col ministro? può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del ministro è piena, non ha tempo.

Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo. La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce.

I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me? poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi.


Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza.

Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti.

Anzi, l’emendamento te lo portano per tempo direttamente loro, già bell’e scritto, «allora, cosa dici, lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli...». E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo.
Ho rifiutato.

E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.

Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il faldone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota.

Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto”: non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria?

Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica.

E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione. Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone.

In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa.

Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati.

Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi.

Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica.

Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così - mi dice in sostanza Pecoraro -, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto».


Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi prospetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che lì ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano.

E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big.

E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle email che cominciano con “Caro compagno”, e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo.

È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.

E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio.

Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, “una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla onlus “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specializzata nell’ippoterapia per aiutare i disabili, quei soldi serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.






E' stata questa storia di Mastella messo in croce perché aveva usato l’aereo di Stato per andare al Gran Premio, in realtà aveva chiesto un passaggio a Rutelli che a Monza doveva andarci per consegnare la coppa ai vincitori della gara. E insomma, uno scandalone.

Ma dell’uso “allegro” dei voli di Stato, a Palazzo, sanno tutti. Devi andare in visita ufficiale all’estero? Se te la passano, ci unisci anche la tappa che ti riguarda personalmente. Un esempio: Pecoraro Scanio ha in programma un volo in Romania per l’incontro bilaterale con il ministro dell’Ambiente di Bucarest.

Ma c’è anche da presenziare alla trasmissione televisiva di Crozza, il comico, quello diventato famoso nella trasmissione di Celentano. Ed ecco la richiesta, inoltrata all’Ufficio per i voli di Stato di governo e umanitari: “Il ministro dell’Ambiente, On. Alfonso Pecoraro Scanio, per ottemperare ad impegni istituzionali, si recherà a Milano, presso gli studi televisivi di “Crozza Italia”, per un’intervista relativa al suo impegno di governo per quanto riguarda le questioni ambientali”.

Seguono indicazioni su orari e delegazione, e poi la chiosa: “Non consentendo gli orari dei voli commerciali al ministro di effettuare la missione in questione, si richiede la concessione di un volo di Stato”.

Ora, che ci sia difficoltà a trovare un Roma- Milano entro le 15 pare difficile, c’è n’è uno ogni ora o giù di lì. Ma l’andazzo è questo. E non vorrei sembrasse che me la prendo sempre con Pecoraro, tra l’altro l’aereo di Stato per andare da Crozza nemmeno gliel’hanno concesso, ma essendo io deputato dei Verdi è quello che conosco meglio.

Ben inteso, tutti gli altri han poco da fare i moralisti: nel 2004, con Berlusconi al governo, sono stati spesi 52 milioni di euro in voli di Stato, 50 nel 2005, e poi 43 nel 2006, poco meno di 30 nel 2007. Impressionante, considerando che agli “aerei blu”
hanno diritto solo il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente della Corte Costituzionale e i membri del governo.

E gli altri? I deputati “normali”? Ma sì, che anche loro se la girano alla grande, certo non con gli aerei di Stato, lì sopra eventualmente ci scappa qualche passaggio, à la Mastella. Torniamo allora alle famose “tesserine”, quelle che come d’incanto aprono a noi onorevoli porte serrate per i comuni mortali. Ho già raccontato del lasciapassare per parcheggiare gratis l’auto negli aeroporti di Linate e Malpensa. E se la macchina la devi lasciar lì per tutte le vacanze, bè, nessun problema, ce la lasci a costo zero. Basta almeno che sia quella con la targa accreditata.

Ricevo infatti un avviso dal Direttore relazioni esterne Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, indirizzato a tutti i deputati e senatori e parlamentari europei, che dopo aver sottolineato come “a volte l’utilizzo della tessera non corrisponde a nessun imbarco da parte del titolare della tessera stessa”, chiude così: “Vi ricordiamo che la tessera è strettamente personale, e che il sistema dopo tre passaggi consecutivi di lettura della tessera con targa diversa da quella segnalata, la disabilita automaticamente. Sperando che comprendiate le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere la presente...”. Comprendiamo. E che figura.

Naturalmente, la Sea pensa anche ad alleggerire la sfiancante attesa prima dell’imbarco di noi poveri lavoratori parlamentari: possiamo goderci i comodi divani delle sale Vip, con servizio bar gratis, giornali e riviste gratis, postazioni internet gratis, eventualmente sale riunioni, sempre gratis.

Non che sia un privilegio epocale, ma ai viaggiatori normali la tessera che dà diritto all’accesso costa 800 euro l’anno, buttali via. D’altro canto, Alitalia mi comunica che a Fiumicino la sala Club Freccia Alata “vedrà raddoppiati i propri spazi e sarà dotata di nuovi arredi e maggiori comfort”.


Evvài. E i severissimi controlli di sicurezza agli imbarchi? Per tutti ma non per noi, noi si passa da dietro, come hostess e steward. Se beccano un viaggiatore che vuol salire sull’aereo con un paio di bottiglie di vino, tanto per fare un esempio, gliele requisiscono.

Con i parlamentari non si azzardano. Poi ci sono i voli di trasferimento da e per il Parlamento: come detto, vai all’agenzia di Montecitorio e fai il biglietto. Ora, io abito a Milano, i voli low-cost sono una realtà da tempo, quasi si paga meno che in treno. Ma quando ritiri il tagliandino, c’è stampata anche la tariffa, che io non pago ma è quella che va ad incidere sulle casse statali.

E allora, ecco: Linate-Fiumicino andata e ritorno al modico costo di euro 625. Seicentoventicinque euro, tantissimo. Vabbè: diciamo che anche in questo modo si cerca di dare una mano alla malmessa Alitalia. Senza contare che più la tariffa è alta, più si ricarica la tessera “Mille Miglia”, che se accumuli un tot di punti poi ti regalano il volo per dove vuoi. E anche questo non fa schifo.

Ecco perché sono preferiti i biglietti “aperti”: quelli con andata e ritorno già fissati costerebbero anche il 75 per cento in meno. Discorso a parte meritano le “missioni” organizzate da commissioni, giunte e comitati vari, che tra l’altro giustificano il deputato per l’eventuale assenza dall’Aula, permettendogli di incassare la diaria.

E guardate, in questo caso non è che si vuole necessariamente fare il solito discorso sul magna magna, “i deputati fanno finta di lavorare e invece si fanno le vacanze all’estero tanto paga lo Stato”. Il punto è anche un altro: sei onorevole, e subito ti senti Henry Kissinger. E per passare alla storia, o più semplicemente per guadagnare un po’ di visibilità, ti prendi in carico casi importanti, magari diplomaticamente delicati, senza avere l’autorità né gli strumenti per risolvere alcunché.

T’improvvisi ministro degli Esteri, col risultato che rischi di alimentare illusioni, o addirittura di fare dei danni.

E quindi, c’è questo Britel Abou Elkassim che è detenuto in Marocco. Una storia drammatica: l’imputazione è di associazione sovversiva, in pratica è accusato di essere un terrorista anche e soprattutto per l’attività che si sospetta abbia svolto in Italia. Perché Britel è cittadino italiano, è sposato con un’italiana, viveva a Bergamo, e i nostri giudici hanno concluso le indagini definendo le accuse totalmente insussistenti, archiviando il caso.

Ma lui rimane in galera in Marocco. A Montecitorio circola la petizione per chiederne la grazia al re Mohammed VI, la firmano in cento, in questi casi la firma su una petizione non si nega mai. Magari senza neppure leggerne il testo, giusto per togliersi dalle scatole il collega petulante. S’incaricano di recapitare la richiesta due rifondaroli, Ezio Locatelli e Khalil Alì (più noto come Alì Raschid), e il sottoscritto.

Si parte, cinque giorni di missione, con la moglie di Britel che spera e ci crede, tra l’altro al re stava per nascere la prima figlia e in segno di giubilo erano state annunciate amnistie e atti di clemenza. L’ambasciata italiana in Marocco si mette naturalmente a disposizione: ambasciatore in persona, poi funzionari, autisti, interpreti e tutto il contorno.

Per consegnare la petizione, incontriamo e parliamo con il ministro di Sua Maestà, che annuisce ma si vede che neanche ci ascolta, poi andiamo anche in carcere ad incontrare Britel, lui ci ringrazia e piange. Torniamo in Italia. Nulla si muove, tutto resta come prima. È passato più di un anno, Britel è ancora in galera, speriamo che tra le mura della cella marocchina non gli abbiano fatto pagare il clamore provocato dalla spedizione di tre signor nessuno.

Quel che ci resta è l’insopportabile impressione di aver alimentato unicamente la nostra vanità, oltre a qualche fotografia che ci siamo scattati a vicenda in abiti maghrebini e al ricordo del ricevimento all’ambasciata organizzato in nostro onore. No, non siamo Henry Kissinger. E nemmeno D’Alema.

Meglio ripiegare sul territorio nazionale. Allora, ci sono le elezioni comunali a Genova. Un appuntamento importante, tornata amministrativa a un anno dall’elezione di Prodi, per il centrosinistra il capoluogo ligure è vetrina nazionale. Ma la situazione è complicata: Cristina Morelli, capogruppo dei Verdi in Regione, e Luca Dall’Orto, assessore comunale all’Ambiente, i due esponenti di spicco del partito in Liguria, avevano celebrato la loro storia d’amore con un simbolico Pacs a Roma, in piazza Farnese. Ma adesso pare siano in lite, la campagna elettorale rischia di esserne penalizzata.

E non c’è da meravigliarsi né scandalizzarsi, la politica è condizionata anche da vicende come questa, e molto più spesso di quanto si pensi. Comunque, il partito mi invia quasi fossi commissario nazionale, tra le altre cose devo anche fare da paciere.

Mi trasferisco a casa di Cristina per qualche settimana, lei è gentile e ospitale, non fosse per i suoi 7-gatti-7 che, lo dico da amante degli animali, alla lunga sono un po’ un tormento, te li trovi dappertutto, «e guarda Bibì, e che simpatica Mimì, e vieni qui Cicì», grande sensibilità ma insomma la casa è tutta un pelo, e io sono anche un po’ allergico.

E poi lei è vegetariana, al ristorante mi fa dei gran cazziatoni quando ordino carne e pesce, «sei un assassino», che ci sono volte che penso a Luca e non so perché ma gli sono vicino. Alla fine, la coppia scoppiata si dimostra responsabile, mettono da parte i contrasti domestici e affrontano da persone civili la campagna elettorale.

Nel frattempo, devo anche volare a Roma per parlare con Pannella e contrattare l’apparentamento in loco con i Radicali, mi sorbisco ore di comizio, Marcone non smette di parlare nemmeno se gli spari, fatto sta che l’accordo si fa, entrano nelle nostre liste. Alla fine, tutto va come deve: a Genova vince la candidata sostenuta anche dai Verdi. Obiettivo raggiunto. Già che son lì, mi metto a girare e vado a vedere di persona situazioni che m’interessa affrontare, chissà mai che possa combinare qualcosa “per la gente”, come si dice.

C’è la questione della discarica di Monte Scarpino, in provincia di Genova, pare vogliano piazzarci un inceneritore e i residenti sono parecchio arrabbiati. In effetti, mi sembra che il problema esista, le persone mi accompagnano e spiegano, nei pressi delle scuole passano decine di camion al giorno, la gente s’ammala e muore.

Preparo un’interrogazione parlamentare che avrei presentato al ministro, il “mio” ministro, nel senso che è dei Verdi. Niente da fare: il presidente della Camera Bertinotti la dichiara inammissibile. Certamente sarò stato io a formularla non nella maniera burocraticamente corretta, resta il fatto che la sensazione d’inutilità cresce in me ogni giorno di più. Poi c’è il Parco del Tigullio.

Vedo che al partito interessa quest’eventualità di creare un parco marino e terrestre del Levante, esteso fino a Moneglia e comprendente anche quello di Portofino. M’incarico io di portare avanti la questione, preannuncio una proposta parlamentare. E allora riunioni su riunioni, con il paradosso che lo stesso Consiglio Provinciale ulivista, Verdi compresi, dibatte e boccia l’idea, lamentandosi perché «è caduta dall’alto». Ma il progetto non è mai stato nemmeno presentato.

Un’altra marea di parole sul nulla. Infine, questa storia del leccio, che poi è un albero tipo quercia. Un incubo. Spiego: vado con Pecoraro a Sestri Levante, siamo in campagna elettorale e bisogna dar ascolto e promettere qualcosa a tutti. Il sindaco ci racconta di questo misterioso delitto, ignoti hanno avvelenato il leccio secolare che domina la passeggiata a mare. Vane si sono rivelate tutte le cure straordinarie, gli esperti che l’hanno visitato hanno emesso la diagnosi che è una condanna: signori, abbiamo fatto di tutto, ma purtroppo bisogna abbatterlo.

Per la cittadina è una tragedia, il sindaco ci chiede di far qualcosa: «Qui ci vuole un altro leccio, ministro, onorevole, pensateci voi». La vicenda è simbolica, rimbalza sulla stampa locale. Pecoraro dice che sì, un nuovo leccio si può trovare, se ne interesserà personalmente. Poi ce ne andiamo e mi passa la palla, «di ’sta storia occupatene tu».

Da allora – e lo dico anche ai cittadini di Sestri, in senso positivo – il sindaco non molla più la presa. Telefona, scrive, mi invia anche un’e-mail con le caratteristiche che deve avere il nuovo albero – “asse diritto dalla base alla punta, fusto sano senza ferite, circonferenza del fusto a m. 1 da terra cm. 60/70, apparato radicale che abbia subito prima che la pianta sia stata messa in vaso almeno tre trapianti di cui l’ultimo da non più di tre anni”. Mesi di persecuzione, e arrivo a pensare che, porcamiseria, potrebbe anche pagarselo il Comune, il leccio.

Ma poi mi dico che ha ragione lui, d’altronde gli era stato promesso. La realtà è che, per noi deputati, è più utile pontificare sui massimi sistemi che far piantare un albero in riva al mare. E poi, accidenti, quante promesse gettate al vento.






Pubblichiamo la decima e ultima puntata di "Papponi di Stato", l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti realizzata nel 2008 per Libero.



E allora, guardate, qualcuno mi darà del patetico, altri del paraculo ipocrita, ma sono stufo. Stufo delle continue richieste di segnalazioni e raccomandazioni, perché c’è questo mito che uno diventa deputato e magari viene visto in tivù con il ministro e quindi è entrato nella stanza dei bottoni e «se ci puoi mettere una buona parola, per favore».

Ogni settimana ne arrivano a decine. C’è l’esperto di fitness, gli han detto che tu sei uomo di televisione, tra l’altro ti sei interessato anche di Rai, e allora ti chiede se riesci a infilarlo in una trasmissione, e siccome è amico dell’amico dell’amico ti informi e ottieni che appaia per una settimana nel programma del mattino per dare consigli su come buttar giù pancetta e cellulite.

La guardia giurata che s’intende di fotovoltaico perché «quella del sole è l’energia del futuro», e gli rispondi che sì, ne sei convinto anche tu, e subito dopo ti domanda di fare il consulente per il tal progetto che gli hanno detto sta per partire.

C’è il funzionario che t’implora di poter incontrare tizio o caio, «e se mi presenti tu è tutta un’altra cosa», o l’agente di polizia che si fa un mazzo così da una vita e adesso vorrebbe avvicinarsi a casa. E a proposito di avvicinamenti, non Papponi di Stato Tutto 28-03-2008 18:46 Pagina 103 potete immaginare quanti maestri e insegnanti e professori, io quando posso prendo e passo al ministero dell’Istruzione, poi vedano loro.

E la Commissione Cultura si occupa anche delle Poste, e c’è questa faccenda dei francobolli speciali, commemorativi, non so bene se ci sia sotto anche un business, non credo, fatto sta che ti domandano di spingere molte proposte.

Per non parlare dei favori da fare a colleghi e superiori, tipo che il ministro ha un conoscente con velleità da scrittore, e questo scrittore è convinto che un affermato regista di Hollywood abbia copiato l’idea del suo libro per farci un film, e il ministro ti chiede di sollevare il caso, «mi fai un’interrogazione?», e tu gliela fai, l’interrogazione, e chiedi al governo “se sia a conoscenza del caso in oggetto e quali misure intenda eventualmente adottare per garantire la tutela dei diritti d’autore”, e ci organizzi addirittura una conferenza stampa.

Oppure c’è il “question time”, e abbiamo già detto che viene trasmesso in diretta tivù, e per bilanciare gli interventi a lui contrari al ministro farebbe piacere un intervento più accondiscendente, e pronti, eccoti l’intervento, e lui prende la parola e inizia la risposta con un «...ringrazio l’interrogante e l’intero gruppo dei Verdi, perché questa è un’occasione per fare chiarezza ed annunciare...». E dopo ti senti uno scemo.

Non ne posso più di questa sensazione d’inutilità e d’impotenza, di essere additato a parassita e sapere che il paragone sarà anche antipatico e demagogico e populista, ma non così lontano dalla realtà. Di vedere che certo, ministri e capoccia di partito incidono eccome sulla realtà, e non è che siano tutti stronzi, intendiamoci, ma tu non sei niente, non conti niente, e intorno hai tanti e tanti e tanti che non contano niente, tra Camera e Senato siamo quasi mille, però noi siamo “onorevoli deputati”, c’è scritto anche sulla tesserina, ed è questo ciò che importa.

E per sentirti utile t’inventi qualche baracconata, ti travesti da Babbo Natale e ti fai assoldare in nero e ti piazzi davanti al centro commerciale, e gonfi i palloncini, vai dai bambini e li convinci a fare la foto, fai il simpatico con i clienti.

L’ho fatto, ho lavorato dieci ore per 45 euro senza uno straccio di fattura né contratto, poi mi sono rivelato. E almeno grazie a me, alla mia baracconata, quel centro commerciale li ha poi messi in regola, quei ragazzi che fanno i Babbi Natale e quante volte ai bambini che gli tirano la barba vorrebbero prenderli a calci. Una goccia nel mare, ma almeno qualcosa. Molto meglio di quando ho sollevato la discussione sul canone Rai, risultato zero.

Oppure la questione dei cd, che con questa storia della musica scaricabile dal computer e della pirateria se ne vendono sempre meno, le case discografiche licenziano di continuo, e nonostante questo si continua a mantenere l’Iva al 20 per cento, mentre per esempio sui libri è al 4, e comunque parole inutili, m’ascolta nessuno. Chissà, forse sono io che non sono capace. D’altronde, mi rendo conto che parlo più dei problemi cui tengo quando Canale 5 m’invita in tivù a “Buona Domenica” piuttosto che in Parlamento.

E non ne posso più di vedere quanto siamo micragnosi. Benefit, privilegi, sconti, ma quando c’è da aprire il portafogli per aiutare qualcuno, guardiamo da un’altra parte fischiettando distratti. Io sono quello che, insieme con Maurizio Bernardo di Forza Italia, ha organizzato la colletta tra parlamentari per aiutare le famiglie degli operai morti nella tragedia della Thyssen Krupp.

Ricordate? L’incendio nella fabbrica di Torino, sette poveracci uccisi dal fuoco, la commozione dell’intero Paese, e tutti a sbraitare, «basta, è una vergogna, adesso non abbandoniamoli!». Bernardo e io crediamo sia giusto che anche il Palazzo dia un segno, chiediamo a deputati e senatori di versare dei soldi, non so, metà di una giornata, sarebbero 250 euro a testa.

E questa sì che è una cosa patetica, in quindici giorni raccogliamo in tutto 1.300 euro, meno di due euro a parlamentare, c’è anche chi ci rinfaccia di voler discriminare i morti sul lavoro tra quelli di serie A e altri di serie B, e noi a spiegargli che vuole essere un atto simbolico, a volte servono, e loro niente.

I giornali ne parlano scandalizzati, e dopo altri quindici giorni la media “sale” a 9 euro cadauno. Bernardo e io ci arrabbiamo, minacciamo di rendere pubblici nomi e versamenti, e la deputata del Pd Donata Lenzi va su tutte le furie, dice che siamo scorretti, che lei la donazione l’ha fatta ma attraverso un altro conto corrente, che «tutto ciò ottiene il risultato di un’ulteriore perdita di legittimità del Parlamento» [più di così?], e poi si appella a Bertinotti affinché difenda la dignità della Camera.

A parte questo, di fronte all’eventualità dello sputtanamento pubblico qualcosa si muove, ma neanche tanto: siamo arrivati a raccogliere 42mila euro,

compresa la donazione del fondo di solidarietà dei dipendenti della Camera, un sottosegretario ci ha messo 50 euro. Roba da vergognarsi.

E non so più nemmeno quanto guadagno. C’è  lo stipendio base, poi l’indennità o come cavolo si chiama, i rimborsi di trasporto, quelli per le telefonate, tutte le coperture sanitarie possibili e immaginabili, ci rimborsano persino il famoso “ticket”, e poi mangi spendendo niente, persino il gruppo parlamentare ti versa dei soldi non so nemmeno per che cosa, ed è anche esploso il caso del ritocco all’insù della busta paga, «perché i senatori l’hanno avuto e noi no».

Sulla questione si sa già tutto, inutile dilungarsi, ma non posso fare a meno di pensare alle vecchiette e sciure Maria delle mie trasmissioni, alla gente che vive con una pensione minima di 500 euro al mese, e noi - che ci sono mesi in cui arriviamo a incassarne intorno ai 15mila, a gennaio di quest’anno per via di rimborsi e rimborsini e anticipi addirittura 20mila - noi 500 euro li possiamo portare a casa in un solo giorno.

E fanculo a chi dice che questa è retorica, lo sarà anche, ma fatevi due conti e poi ne parliamo. Tra l’altro, questa disgraziata legislatura è durata talmente poco da non far scattare la generosa pensione riservata ai parlamentari.

A parte che voglio vedere se sarà davvero così, pochi sanno che anche dopo soli due anni di Montecitorio è possibile incassare una sorta di lauta liquidazione, che non si chiama così ma va sotto le diciture di “assegno di fine mandato” e “restituzione delle quote previdenziali versate”. Dal canto mio, me ne torno a casa con un bell’assegno di 41.808,44 euro. L’ultimo regalo pagato dagli italiani. Perché sono stufo, l’ho già detto, non ne posso più.
 
Basta, il giro sulla giostra l’ho fatto, ho mangiato a sbafo con tutti gli altri e perciò non mi ergo certo a paladino. Ma adesso scendo. Non mi ricandido. Adieu all’ufficio che non uso, alle inutili chiacchierate in Commissione, ai miei voti decisi da un altro. Saluti alle associazioni di parlamentari, ai cocktail di benvenuto, alle missioni istituzional-turistiche.

Lo preannuncio con un sms al segretario del mio partito, Pecoraro Scanio, poi ci sentiamo al telefono e aggiungo che non ho interesse nemmeno ad accettare eventuali incarichi “laterali”, non so, la poltrona in qualche municipalizzata o qualche altro ruolo “di prestigio” con ottimo stipendio annesso, vale a dire il “ringraziamento” che viene in genere elargito agli ex parlamentari. E non perché sia un eroe, l’ho già detto. È che non me la sento. Torno, se mi vorranno, a fare il mio mestiere, il giornalista, l’agitatore televisivo. Vedremo.


Lui, Pecoraro, dopo avermi ascoltato, prende atto, «come vuoi, ma vienimi a trovare al ministero». E però mi chiede un ultimo sforzo: di scrivere una lettera ai Verdi, per ringraziarli della grande opportunità e della bella esperienza, «restiamo d’accordo così?». No, io la lettera non gliela scrivo. Chi ha dato a dato, chi ha avuto ha avuto, canta la canzone: chiudiamola qui e basta. Uso invece queste ultime righe per salutarlo, a lui e al Parlamento: addio, a mai più rivederci. Ah, un’ultima cosa: onorevole sarà lei.