lunedì 15 agosto 2011

Sherlock Holmes vietato ai mormoni

Corriere della sera

«Uno studio in rosso» scompare dal corso inferiore  di una scuola in Virginia: «Contiene pregiudizi religiosi»



Il creatore di Sherlock Holmes Arthur Conan Doyle
Il creatore di Sherlock Holmes Arthur Conan Doyle
MILANO - Uno studio in rosso, il primo libro di Arthur Conan Doyle in cui compare Sherlock Holmes, il detective più famoso della letteratura e uno degli eroi più amati dai ragazzi, a quanto pare non è una lettura adatta a loro. Il motivo? «Contiene pregiudizi religiosi». In particolare, nei confronti della religione dei Mormoni: la comunità fondata nel 1830 da Joseph Smith con il nome di Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell'Ultimo Giorno e che ha sede a Salt Lake City, nello Utah. Per questo motivo, con una votazione all'unanimità il consiglio d'istituto del distretto scolastico di Albermale, in Virginia, frequentato da 12 mila studenti, ha depennato la prima avventura del detective e del suo coinquilino John Watson dall'elenco delle letture scolastiche per i ragazzi di 11 e 12 anni. Il libro resta a disposizione degli studenti più grandi. A denunciare la presenza di pregiudizi era stata una dei fedeli mormoni Brette Stevenson, madre di un alunno. Al momento del divieto di lettura, il libro era usato in un corso di letteratura tenuto da un solo docente, come introduzione al genere letterario del giallo e al ragionamento deduttivo, che Holmes spiega così a Watson: «Tutta la vita è una grande catena la cui natura si rivela a chiunque ne osservi un solo anello». Il corso era seguito da circa 120 alunni.

«PEGGIO DELL'INQUISIZIONE» - Il libro, che in rete si può leggere gratuitamente racconta proprio di un delitto maturato all'interno della comunità mormone nello Utah. E per descrivere l'atmosfera che – a suo dire - vi regnava nel 1847, arthur Conan Doyle non usa mezzi termini: «I perseguitati erano ormai divenuti persecutori della peggiore specie. L'Inquisizione di Spagna, il Vehmgericht tedesco, le società segrete italiane... nessuna organizzazione era mai riuscita a mettere in moto una macchina piú formidabile di quella che costituiva un incubo per ogni abitante dell'Utah... Colui che si metteva contro la Chiesa spariva senza che nessuno sapesse mai quale fosse stata la sua sorte». Ma ciò che più ha offeso la mamma dell'alunno era l'accenno del libro all'usanza della poligamia, praticata dagli inizi, ma poi ufficialmente vietata, come spiega, in un comunicato, anche la chiesa mormone in Italia.

LA TRAMA DEL LIBRO – E' proprio la poligamia a dare origine ai tre omicidi di cui racconta il libro. Il romanzo si apre nel 1878, con l'incontro fra il detective e il suo nuovo coinquilino Watson, che lo seguirà sempre durante le sue indagine e poi ne scriverà nelle sue memorie. Sherlock Holmes deve aiutare la polizia londinese a trovare gli assassini di due uomini di origine americana e appartenenti alla comunità mormone: Joseph Stangerson e Enoch J. Drebber. Seguendo gli indizi, scoprirà che i due sono stati assassinati da un altro americano, Jefferson Hope, che li ha inseguiti per ben tre continenti, prima di riuscire a portare a termine la sua vendetta.

Vent'anni prima, Hope era fidanzato con Lucy Ferrier, una giovane che era stata accolta nella comunità dei mormoni insieme al suo padre adottivo, John Ferrier. Quest'ultimo, pur essendo grato ai fedeli per aver salvato lui e la figlia dalla morte su una pista di carovane abbandonata, aveva però deciso di lasciare la comunità, non condividendone più i principi. Quando Lucy incontra Jefferson, un cercatore d'oro che non fa parte della comunità e che la chiede in sposa, lui ne è felice. «È un bravo figliolo ed è un buon cristiano, cosa che non oserei dire di questa gente, a dispetto di tutte le loro prediche e le loro preghiere» le dice il padre.

Tuttavia, i capi della comunità si oppongono al matrimonio di Lucy con un infedele e le propongono di scegliere fra altri due giovani: Joseph Stangerson, che ha già quattro mogli e Drebber, che ne ha sette. Agli occhi di suo padre, però, «un simile matrimonio non era un sacramento, ma una vergogna, un disonore». L'anziano e Lucy fuggono insieme al suo fidanzato, ma i mormoni li inseguono e mentre il giovane è fuori a caccia uccidono il padre e costringono Lucy a sposare Drebber. La donna morirà di dolore un mese dopo le nozze. Il suo promesso sposo giura vendetta e l'avrà, vent'anni dopo. Sherlock Holmes lo smaschera, ma lui muore per un aneurisma a due giorni dall'apertura del processo nei suoi confronti.

«CAMBIATE LIBRO» - La madre dell'alunno della scuola in Virginia aveva proposto di sostituire Uno studio in rosso con un altro romanzo di Conan Doyle, Il mastino dei Baskervilles, che non contiene riferimenti religiosi. Nel programma della scuola restano molti altri libri di Sherlock Holmes, ma la decisione del consiglio d'istituto non è stata indolore: 200 tra alunni ed ex alunni hanno presentato una petizione per difendere il libro. «Abbiamo stabilito che il libro non è adatto ad essere incluso tout court tra le letture assegnate ai ragazzi di quell'età - Può certamente essere usato nelle classi superiori» ha spiegato il vicepreside Harley Miles ai cronisti dell'ABC News. La vicenda ha scatenato ampi dibattiti, sui media locali e nei forum di studenti e genitori. Due gli argomenti più discussi: i ragazzi di quell'età sono in grado di distinguere tra realtà e finzione? E non dovrebbe essere compito degli insegnanti aiutare gli alunni a contestualizzare i fatti? Perché togliere un libro se la richiesta viene da un solo genitore?



Giovanna Maria Fagnani
15 agosto 2011 12:45



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Cartoline da Roma, con camion bar Foto rovinate dai chioschi senza regole

Corriere della sera

A un anno di distanza dalla denuncia di residenti e sovrintendente archeologico, gli ambulanti su 4 ruote invadono ancora le più belle piazze della Capitale


ROMA - Quindici agosto 2010: «L'ultimo Ferragosto dei camion bar» prometteva il Comune di Roma. Invece, un anno dopo, la città è ancora in mano ai ristori ambulanti su quattro ruote. Di più: è letteralmente invasa dai camion bar, che si piazzano davanti ai monumenti più belli - incuranti dello sfregio inferto al panorama con le loro coloratissime sagome - e perfino davanti a bar e ristoranti normali, come avviene in via della Conciliazione. C'è da capire poi, perchè un turista dovrebbe preferire un hot dog in piedi preparato in un'improbabile cucina, ad un panino o un tramezzino di qualità in un locale del centro storico romano: i prezzi non sono diversi, anzi, spesso sono eccessivamente alti. I camion bar non hanno bagni e non pagano affitti di immobili: quindi, semmai, dovrebbero avere listini concorrenziali.

LA BATTAGLIA DI GASPERINI - Comunque sia, le «cartoline da Roma con camion bar» si moltiplicano anche nell'estate 2011, con buona pace di chi - come l'assessore capitolino alle Politiche Culturali, Dino Gasperini - si era strenuamente battuto per limitare lo strapotere sdegli ambulanti e assegnare loro postazioni fisse «non invasive». Invece i padroncini dei piccoli veicoli refrigerati fanno quel che meglio aggrada loro. E taluni sono pure aroganti e aggressivi: l'ormai famoso ambulante che da oltre un anno si piazza con regolarità - senza permessi - in area pedonale davanti all'Ara Pacis è capace di inseguire i fotografi con improperi e minacce se si tenta di immortalarlo.


VERGOGNA INTERNAZIONALE - Anche sui siti che i turisti utilizzano per scambiarsi informazioni e consigli, il camion bar è divenuto argomento di dibattito. Già nel 2009, AgoraVox pubblicava un viaggio a puntate fra i camion bar del centro storico della Capitale, con allegate 5 «cartoline» immaginarie: dal Colosseo, dai Fori. Il sito Roma-fa-schifo (sottotitolo: «Chi ha ridotto così la città più bella del mondo?») si chiede se proprio sia destino «esser chiamati a convivere con una realtà come i camion-bar» e scatena 16 commenti inviperiti di abitanti della capitale. DailyMotion su C6.tv, ha dedicato un video ai turisti che si fanno foto con lo sfondo di monumenti e camionbar. Il sito Skyscrapercity attacca: «Devono togliere tutti i camion bar dal centro storico, non servono a nulla se non a fregare i turisti e venderti l'acqua a svariati eurazzi. E' degrado, non li sopporto, abbrutiscono la città». Poi cita Parigi: «Ci stanno, anche li i camion bar. Ma non sono gestiti da zingaracci abbbruzzesi. La crociata non è certo contro il concetto di camion bar, figurarsi. La crociata è contro la mafia».

LE TUILERIES E LA CASINA DEL LAGO - Il sito invita a fare un paragone tra i Fori Imperiali e le Tuileries: «A 50 metri dalla piramide di Pei, ecco il camion bar.... è di un colore elegante e in linea con il contesto. E' gestito dalla più famosa catena di boulangerie, Paul. Ha dei deliziosi tavolini all'aperto nello spazio adiacente. Si mangia bene, si spendono cifre corrette e si pagano le tasse...». Gli fa eco il blog Malaroma, che mette a confronto una realtà di ristorazione accettabile e ben organizzata - sul nmodello francese - come la Casina del Lago, con l'inaccettabile (dal punto di vista estetico quantomeno) obbrobrio dei camion bar , uno dei quali ha «pienamente preso possesso del Parco (in questo caso è quello che impedisce la veduta prospettica del Viale del Lago)». E commenta: «Ovviamente, il confronto è impietoso». Per non parlare dei prezzi: in via del Corso e via dei Fori Imperiali, la frutta fresca costa come un collier in gioielleria: ciliegie a 29 euro al chilo, uva 5 euro a grappolo, prugne 9,90 a chilo.

CARTOLINE DA DIMENTICARE - Il Colosseo con vista birra. San Pietro con panini alla maionese. E l’Ara Pacis con hot dog e Coca cola. Le cartoline dalla capitale d’Italia sono ormai invariabilmente contaminate: è l’immagine dell’Urbe a Ferragosto, ma non solo. La battaglia per il decoro e contro lo strapotere degli ambulanti della ristorazione economica e di bassa qualità continua da due anni, autunno-estate-primavera e inverno: senza arretramenti da parte dei bar a quattro ruote. E senza significative conquiste da parte di chi si batte per il rispetto delle regole e la tutela degli operatori autorizzati.

LA DENUNCIA DI FEDERICA GALLONI - Inutili le denunce di Italia Nostra, delle associazioni di residenti, perfino della Sovrintendente ai beni archeologici del Lazio, Federica Galloni, che esattamente un anno fa aveva tuonato contro il Comune: «Via quel camion bar dall'Ara Pacis, non è autorizzato né autorizzabile». Poi il ministero dei Beni Culturali aveva chiesto al Campidoglio di «rivedere tutte ler aree per i camion bar». Invece il centro storico della Città Eterna, i Fori Imperiali, le piazze più belle, continuano ad essere deturpati.

«MEGLIO NON PARLARE» - I furgonicini degli hot dog parcheggiano ovunque in prima fila, in bella mostra laddove più colpiscono l’occhio e stuzzicano le papille del turista: intorno al Colosseo ce ne sono almeno tre; uno «impalla» la vista dell’Arco di Costantino. Ai Fori Imperiali in certi giorni se ne contano sei, fra largo Corrado Ricci e piazza Venezia. All’Ara Pacis non si ritira l’ambulante - quello contestato dalla galloni - che occupa abusivamente una porzione di area pedonale davanti alla fontana progettata da Richard Meier: da un anno si ripetono le denunce contro questo irregolare e le promesse dell’assessore al Commercio che avrebbe dovuto destinarlo ad altra postazione lontana dal monumento; non è successo niente.

In Vaticano è Far West delle postazioni: i ristori mobili si piazzano in bella mostra in piazza San Pietro e a meno di 20-30 metri dai tavolini di bar e ristoranti veri e propri. Pochi, tra i gestori, hanno il coraggio di denunciare: «Meglio non parlare», taglian corto un paio di camerieri di tavole calde con vista sul Cupolone. «Quando chiediamo ai vigili, ci dicono che questa è la regola, che quei chiosi su ruote hanno diritto di parcheggiare perfino davanti alle nostre vetrine - denuncia il titolare del Bar Leandro -. Ma vi sembra normale?».

Luca Zanini
11 agosto 2011(ultima modifica: 14 agosto 2011 17:48)

Regione Lazio, auto blu del Consiglio abbandonate nel parcheggio

Il Messaggero

di Davide Desario

ROMA - Alla Pisana, in un parcheggio non lontano dal Consiglio regionale ci sono 15 berline. Due Alfa Romeo 166 (3.2 di cilindrata a benzina full optional), sette Alfa 156 e sei Lancia Lybra. Sono tutte di proprietà del Consiglio della Regione Lazio. Sono state acquistate per centinaia di migliaia di euro nel 2004. E adesso dopo sette anni sembrano l’inno allo spreco. Stanno lì con le erbacce ormai cresciute tra i parafanghi. Non le utilizza nessuno. Si è preferito noleggiarne di nuove anche se quelle quindici hanno ancora l’assicurazione valida e alcune espongono sul cruscotto il permesso per entrare nel centro storico di Roma.



Ma oltre il danno anche la beffa:
con la determina numero 70 del primo febbraio del 2011 quelle auto blu sono state messe in vendita a un prezzo quasi ridicolo. Ma, nonostante siano in discrete condizioni, nessuno inspiegabilmente le ha ancora prese. E le quotazioni continuano a scendere.

«A vederle sono auto in buone condizioni, che potrebbero essere ancora utilizzate. In alcuni casi l’assicurazione è ancora valida, e quindi significa che la Regione continua a pagarla - dice Nando Bonessio, presidente regionale dei Verdi - Chiediamo di conoscere esattamente la situazione. Siamo indignati di questo che sembrerebbe un ulteriore incredibile spreco del tutto ingiustificato che ricade sulle tasche dei cittadini».

Non la pensano così dalla Pisana. «Rispetto al 2009 - fanno sapere dalla presidenza del Consiglio - la dotazione ammontava a 44 autovetture, adesso è stata ridotta di un terzo. Queste 44 autovetture determinavano un costo medio annuale solo per la manutenzione di 281mila euro. Oggi con questa stessa cifra, grazie alla formula leasing, si riescono a coprire tutti i costi delle 30 autovetture. Costi che quindi comprendono non solo tutte le spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria, ma anche tutti i costi assicurativi, quelli per il bollo auto, per il soccorso stradale e per l’eventuale sostituzione immediata dell’autovettura».

Il presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese aggiunge: «Si tratta in generale di una spesa che potrebbe e dovrebbe ridursi in modo consistente se tutte le amministrazioni ed enti perseguissero questa linea di condotta, adottata dal Consiglio regionale del Lazio». Questione di punti di vista. Resta il fatto che quasi un consigliere comunale su due, tra presidenti di commissioni e vice presidenti del Consiglio, ha l’auto blu. E che tra noleggio delle auto blu, carburante e stipendi dei 60 autisti si spende ogni anno quasi 3 milioni di euro.

Ma non finisce qui. La Regione, infatti, a differenza di Comune e Provincia, ha due parchi auto. Oltre a quello del Consiglio Regionale c’è anche quello della Giunta.

E nonostante i tagli (19 in meno rispetto alla giunta precedente sottolineano in via Cristoforo Colombo) anche qui si spendono milioni di euro per far viaggiare altre 68 macchine: 18 di rappresentanza (Volkswagen Passat) e 50 operativa sparse nei vari uffici della Regione.

Gli autisti sono 65 (31 in sede, 11 presso gli uffici delle province, 3 comandati altrove e 20 in servizio a Lazio Service) e per pagare i loro stipendi la Giunta sborsa circa 2 milioni di euro l’anno (non si capisce come possa essere la stessa cifra che spende il Consiglio per 40 autisti). Per il resto il parco auto nel 2010 è costato altri 800mila euro (20% in meno del 2009) e nel 2011 dovrebbe scendere a 600mila.

«Con l’accordo che abbiamo fatto con la Volkswagen - spiega l’assessore al Bilancio Stefano Cetica - Con gli stessi soldi che spendevano lo scorso anno per il noleggio delle auto adesso ci paghiamo anche il carburante». E il presidente? Quando non sfrutta il passaggio in elicottero di qualche sponsor di fiere e sagre, non viaggia con una supercar ma con una monovolume: le due Audi 6 full optional volute da Piero Marrazzo le ha restituite subito e si sposta a bordo di una Lancia Phedra. A guidarla c’è una guardia del Corpo del Viminale.

Domenica 14 Agosto 2011 - 13:13    Ultimo aggiornamento: 16:21




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Se il Muro di Berlino fu proprio come Erode fece strage di bambini (e uno era italiano)

di

Uccisi dalle guardie solo perché curiosavano o ingoiati dai fiumi perché soccorrerli voleva dire sconfinare. Un esercito di piccoli furono sterminati da quel monumento all'orrore che divise le Germanie. Giuseppe Savoca, 6 anni, figlio di emigrati a Ovest morì annegato nello Sprea



Sono numeri ma tragici. I morti riconosciuti del Muro di Berlino sono 136, ma per altri furono più di 200, uccise durante un tentativo di fuga o per colpa di quella barriera che per oltre 28 anni, dal 13 agosto 1961 al 9 novembre 1989, circondò Berlino ovest. Tra loro anche bambini, uno italiano Giuseppe Savoca, morto all'età di sei anni.

Il primo morto fu Ida Siekmann, che il 22 agosto 1961, perì calandosi da una finestra di Bernauer Strasse, dove le case, prima di essere abbattute nel 1962, avevano l'ingresso a est ma si affacciavano a ovest. Mentre il primo fuggitivo ucciso fu Guenter Liftin, un sarto 24enne, raggiunto da un proiettile alla nuca il 24 agosto 1961 mentre tentava di fuggire a nuoto all'altezza del porto di Humboldt. L'ultima vittima, l'8 marzo 1989, fu Winfried Freudenberg, precipitato al suolo a Berlino ovest con una mongolfiera che aveva lui stesso costruito.

Prima di lui, l'ultimo ad essere ucciso dalle guardie di frontiera era stato il ventenne Chris Gueffroy colpito a morte il 5 febbraio 1989 mentre cercava di scavalcare il muro presso Nobelstrasse.
Un triste capitolo è quello dei bambini, fra cui il piccolo Giuseppe Savoca che morì annegato nella Sprea a soli sei anni. Figlio di immigrati italiani residenti a ovest scivolò nel fiume mentre stava giocando, ma la Sprea era sotto il controllo della Germania Est e non fu possibile salvarlo. Solo nel 1975 si raggiunse un accordo per le operazioni di salvataggio nel fiume, dopo la morte in incidenti separati di due bambini turchi, Cengaver Katranci, 8 anni, e Cetin Mert, 5 anni. Lothar Schleusener, 13 anni e Joerg Hartmann, 10 anni, due amichetti di Berlino Est furono uccisi nel 1966 dalle guardie di frontiera, che li scambiarono per adulti in fuga, mentre si aggiravano vicino al Muro. Forse volevano solo curiosare.

La maggior parte dei morti del Muro sono giovani uomini, ma fra le vittime va ricordata anche una donna anziana, l'ottantenne Olga Segler. Si calò dalla finestra del secondo piano della sua casa di Bernauerstrasse il 24 settembre 1961. Malgrado l'aiuto della figlia e dei pompieri, che l'attendevano dalla parte ovest, si ferì alla schiena e il suo cuore non superò la notte in ospedale. Uno dei più tragici tentativi falliti di fuga fu quello del diciottenne Peter Fechter, ferito da proiettili sparati dalle guardie di confine della Germania Est il 17 agosto 1962 e poi lasciato morire dissanguato. Tra i morti vi furono anche soldati e poliziotti che tentavano di fuggire, come Burkhard Niering, ucciso nel 1974. Doveva difendere il comunismo, morì per inseguire la libertà.





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San Basilio, vendetta al distributore: ucciso a coltellate uno stalker 38enne

Corriere della sera

Aggressione nella notte: l'uomo fuggiva dopo aver molestato la sua ex convivente, colpito con 7 coltellate. Confessa il padre della donna, caccia a 3 complici


ROMA - Una «spedizione punitiva» per mettere fine a molestie che duravano da anni. È questa l'ipotesi seguita dai carabinieri per l'omicidio di un 38enne romano con precedenti per stalking. L'uomo, Stefano Suriano, è stato ucciso con ben sette coltellate e un colpo alla testa con un oggetto contundente (forse un martello) verso la mezzanotte di sabato in un distributore di benzina in via Tiburtina 1110, in zona San Basilio, a Roma. La vittima è stata trovata in fin di vita ed è deceduta prima di arrivare all'ospedale Sandro Pertini. In serata gli inquirenti hanno fermato un uomo sospettato di essere tra gli autori dell'aggressione, è il padre della donna perseguitata: avrebbe ammesso le proprie responsabilità in una drammatica confessione. Continua la caccia ad altri tre complici.


TESTIMONI IN CASERMA - Gli investigatori non escludono che l'omicidio possa essere la vendetta, una sorta di «spedizione punitiva»da parte di un numero, non ancora precisato di persone . Il nucleo di via In Selci sta effettuando le indagini sul posto, mentre i carabinieri di Montesacro, coordinati dal pm Mario Manzi, starebbero sentendo in caserma i testimoni dell'omicidio e a alcuni parenti e amici sia dell'uomo che della sua ex compagna. Nessuno è stato, per ora, posto in stato di fermo.

MARTELLATE ALL'AUTO - Il 39enne da alcuni anni perseguitava la ex convivente che lo aveva anche denunciato. Secondo una prima sommaria ricostruzione, l'uomo anche sabato notte l'avrebbe importunata e sarebbe poi fuggito per l'intervento di qualcuno (forse persone vicine alla donna). Proprio durante la fuga sarebbe rimasto senza benzina e si sarebbe fermato al distributore. Gli inseguitori lo hanno così raggiunto e, dopo aver preso martellate la sua auto, lo avrebbero ripetutamente accoltellato.

PRECEDENTI - A fine luglio un altro stalker morì a Roma. Bernardino Budroni, la notte tra il 29 ed il 30 luglio, dopo aver litigato con la sua ex fidanzata all'alba morì colpito da un proiettile durante un inseguimento della polizia sul Grande Raccordo Anulare. Dopo essere stato rintracciato dagli agenti, intervenuti proprio in seguito alla segnalazione al 113 fatta dalla sua ex fidanzata, Budroni tentò di scappare salendo in macchina e raggiungendo il raccordo anulare dove fu inseguito da una volante per circa 20 chilometri.

Rinaldo Frignani e Redazione online
14 agosto 2011(ultima modifica: 15 agosto 2011 09:13)

Cina, una "orsa della bile" uccide il proprio cucciolo e poi si suicida

La Stampa

La Zampa.it

L'animale ha soffocato il proprio piccolo per evitargli la sofferenza della tradizione cinese


FULVIO CERUTTI (Agb)



Torino

Per anni costretti a terribili sofferenze. Rinchiusi in gabbi strette, senza potersi muovere, tenuti in vita per vedere estratta la propria bile ritenuta utile per la medicina tradizionale locale. E' quanto capita in Cina a circa 12mila orsi, anche per vent'anni, sin quando la morte non li libera da quell'inferno voluto e gestito dall'uomo.

Una sofferenza troppo grande per permettere che accada al proprio cucciolo. Così un'orsa decide per il gesto estremo: uccidere il proprio piccolo per poi togliersi la vita. L'episodio è raccontato, in anonimato, da uno degli operai di queste "fabbriche della bile": «Il cucciolo stava piangendo - riporta il portale cinese Reminbao.com - mentre gli stavamo inserendo la cannula da cui estraiamo la bile, quando la madre è riuscita a liberarsi dalla gabbia in cui era tenuta». Pochi istanti, ma sufficienti all'orsa per raggiungere il proprio piccolo e tentare di liberarlo dalla catena. Non riuscendoci, la madre decide così di soffocarlo con un abbracciarlo. Dopo quel gesto estremo, l'animale adulto si è scagliato a testa bassa contro un muro ponendo fine anche al suo inferno.

Un gesto d'amore, un gesto di disperazione, che da solo spiega, meglio di tante immagini, questa pratica che continua a persistere nonostante le proteste internazionali. Una battaglia che dura da molto tempo: in passato gli orsi venivano catturati e uccisi, poi, di fronte a una legge che ne vietava la soppressione, la terribile decisione di tenerli in vita nelle gabbie. Molti orsi, sottoposti ai terribili dolori, dovuti alle infezioni e ai tumori che derivano dalle condizioni in cui vivono, impazziscono, tentano di uccidersi o di strapparsi via quel tubo. Fatti così frequenti che gli "allevatori" non solo li pungolano con spuntoni roventi, ma sono anche arrivati a rimuovere loro unghie e denti.

Una battaglia che l'Animals Asia Foundation, fondata dalla coraggiosa Jill Robinson, sta conducendo da anni portando in salvo molti esemplari, orsi che appena acquistano la libertà vengono operati per salvarli fisicamente, per poi essere assistiti in una lunga attività di rieducazione psicologica per far riguadagnare loro la fiducia in quella razza umana che tanta sofferenza gli ha provocato.




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Omini verdi, dischi volanti e luci pulsanti: in rete gli x-files britannici sugli Ufo

Il Mattino

LONDRA 

"Men in Black", omini verdi, luci pulsanti di tutte le fogge e dischi volanti a forma di sigaro. Anche il Regno Unito ha i suoi «X Files» e ha deciso di mettere su Internet oltre 20 anni di rapporti di avvistamenti pubblici e privati, a disposizione di tutti.

Oltre 9.000 pagine di incontri non solo del terzo tipo, più o meno ravvicinati, descritti in lettere, memo, schizzi, fotografie e filmati, raccolti dal ministero della Difesa britannico dal 1985 al 2007, che si possono ora consultare, gratuitamente per un mese, su www.nationalarchives.gov.uk/ufos, il sito degli archivi nazionali del Regno Unito. «Sono in molti a continuare a credere che la pubblicazione di file questi sia solo una manovra diversiva da parte del governo, per nascondere il fatto che non siamo solo nell'universo - afferma David Clark, consulente degli archivi di Stato britannici - e purtroppo non c'è nulla che si possa fare per far cambiare quest'opinione, non importa quanti documenti si rendono pubblici».

Secondo Clarke, dai documenti pubblicati emerge invece che il governo britannico sa esattamente quanto sa l'uomo comune sugli Oggetti volanti non identificati, che «sono e rimangono appunto non identificati» e che la percezione comune che il dipartimento DI55 del ministero della Difesa sia stato in tutti questi anni l'ultima linea di difesa contro gli alieni, sia «lontano anni luce dalla verità», proprio come scrive lo stesso DI55 in un memo ufficiale al governo.

I fan di Mulder e Scully, i protagonisti della serie tv X Files, non mancheranno però di trovare storie "appetitose" tra i documenti messi online. Come quella, per esempio, di due uomini in tuta spaziale che hanno visitato la casa di un sobborgo londinese, di East Dulwich, nel gennaio 2003, dicendo di chiamarsi Mork e Mindy (due personaggi di una famosa sit-com fantascientifica degli anni Settanta) e offrendosi di lavare con uno speciale collirio anti-radiazioni gli occhi delle due persone che lì vi abitavano, una donna e sua figlia. Le due hanno poi scritto al ministero della Difesa, raccontando l'incontro in tutti i particolari.

Domenica 14 Agosto 2011 - 12:41




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Spagna, il toro Ratòn uccide la terza persona in dieci anni

Il Messaggero


La vittima è un 29enne sceso nell'arena di Xativa ubriaco


ROMA - Un giovane di 29 anni è morto incornato nell'arena di Xativa, nella regione di Valencia, durante una tradizionale manifestazione con i tori. L'uomo è deceduto in ospedale per le ferite riportate ieri dopo essere stato incornato da Ratòn, un toro di circa 500 chilogrammi che aveva già ucciso due persone negli ultimi dieci anni e che per questo è ospite ambito in ogni festival. Il proprietario incassa fino a 15mila euro per ogni esibizione di quello che è stato soprannominato il toro assassino.





Secondo alcuni testimoni la vittima aveva bevuto molto e non era in condizione di affrontare un toro, cosa che invece ha fatto. Così la vittima è scesa nell'arena per sfidare la furia di Ratòn. E' stato travolto dall'animale ed è morto poco dopo il ricovero in ospedale.

Polemiche si sono accese per l'accaduto, ma gli organizzatori hanno sostenuto che tutte le misure di sicurezza erano satte prese e che le manifestazioni continueranno regolarmente.

Domenica 14 Agosto 2011 - 23:02    Ultimo aggiornamento: 23:18




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L'arsenale del nonno bandito

La Stampa


Il pensionato le nascondeva nel suo appartamento


MASSIMILIANO PEGGIO



TORINO
Nel suo condominio, nel cuore della Crocetta, lo descrivono come il signore «buongiorno e buonasera». Il ragioniere del secondo piano. Solitario, senza famiglia, che non partecipa mai alle riunioni di condominio. Magari un po’ strano, ma «tanto gentile e perbene».

Alessandro Oldrini, il pensionato di 65 anni arrestato l’altro ieri per aver rapinato una farmacia con un coltello a serramanico e sparato ai carabinieri che cercavano di acciuffarlo, viveva in una casa arsenale. Smarrito in una follia pronta ad esplodere. Tra montagne di scatole e raccolte di libri di storia, tra centinaia di vestiti mai indossati e ancora impacchettati, aveva più di 1500 «armi bianche»: coltelli, pugnali, scimitarre, baionette militari, machete, una mannaia da macellaio, katane giapponesi, spade, bastoni da passeggio con stiletto.

E poi un fucile «Beretta» calibro 22, una rivoltella «Arminius», una classica Colt 45 da «duello Western»; due pistole calibro 7,65 e una calibro 6,65, e una pistola da «borsetta» a doppia canna sovrapposta, calibro 6. Aveva anche 1500 proiettili e un kit illegale per confezionare i proiettili. Tutte le pistole sono state trovate con il colpo in canna. Pronte a sparare.

Era ossessionato dalle armi. Titolare di una licenza da collezionista, in realtà non avrebbe potuto detenere le munizioni corrispondenti alle pistole custodite. Ha superato il limite. La Colt 45, secondo gli accertamenti dei carabinieri del nucleo radiomobile che hanno perquisito la sua abitazione di corso Duca Degli Abruzzi 75, non era «censita». La pistola da borsetta era detenuta illegalmente: perché risulterebbe di proprietà di un altra persona, residente a Torino. Forse un amico. In casa anche tanti libri e riviste sulle armi. E alcuni busti: Marx, Mussolini, De Gaulle.

Prigioniero della solitudine. In quell’alloggio signorile abitavano anche i genitori. Dopo la loro morte, avvenuta anni fa, nessuno del condominio ha mai incrociato il ragionier Oldrini in compagnia di altre persone. Sempre solo. Una vita misteriosa. Un continuo viavai di casa, di giorno come di notte. I carabinieri hanno scoperto che era in bolletta: la corrente elettrica staccata, spese condominiali in arretrato.

L’altro ieri, subito dopo l’arresto, ha detto disperato: «Sono in difficoltà economiche». Il coraggio di tre carabinieri ha disinnescato la sua giornata di follia. Fuggito e inseguito in mezzo al mercato di via Di Nanni, ha urlato irritato ai militari: «Lasciatemi o sparo». Quando i carabinieri lo hanno afferrato, lui ha sparato, nella colluttazione. Il colpo è andato a vuoto: nessun ferito. Il bossolo ha inceppato la pistola. E la sua rabbia si è spenta.




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Tarquinia, aperta la tomba della Regina: rimossa dopo 2700 anni la lastra di pietra

Il Messaggero


TARQUINIA - Una camera di piccole dimensioni, 4 metri per 2,5, intatta, corredata con intonaci dipinti, invasa da terriccio nella parte anteriore, mentre la parte posteriore è libera e lascia intravedere dei manufatti che potrebbero essere dei letti funerari o le componenti in pietra di un altare. È quanto si sono trovati davanti gli archeologi dell’Università di Torino e della Soprintendenza all’Etruria Meridionale quando, dopo 2.700 anni, hanno rimosso la grande lastra di pietra che sigillava l’ingresso di una camera secondaria, scoperta nei giorni scorsi, nel cosiddetto Tumulo della Regina, nella necropoli di Tarquinia, in provincia di Viterbo. «Probabilmente - dice il professor Alessandro Mandolesi, direttore degli scavi - quello appena rimosso potrebbe essere l’ultimo grande lastrone in pietra giunto intatto fino a noi. Nei prossimi giorni effettueremo accurate indagini nell’ambiente riportato alla luce, nel quale, al momento, si possono rilevare tracce del raro intonaco originario e altro materiale archeologico».


Il Tumulo della Regina è un’imponente struttura architettonica di circa 40 metri di diametro, costruita per un personaggio di spicco del VII secolo a.C., vicino alla figura dei re etruschi, i Lucumoni. Il sepolcro si ispira a tombe reali che si ritrovano soltanto nella necropoli regale di Salamina, nell’isola di Cipro. Secondo Mandolesi «è molto probabile che il modello sia stato introdotto in Italia centrale da architetti di formazione orientale, sbarcati a Tarquinia circa 2700 anni fa».

Domenica 14 Agosto 2011 - 21:52    Ultimo aggiornamento: 21:53




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Chiedere somme "in nero" all'affittuario per non sfrattarlo è estorsione

La Stampa

Non è rilevante solo sotto il profilo fiscale chiedere una somma una tantum «in nero» per il rinnovo del contratto d'affitto, ma è anche reato (estorsione). La Cassazione (sentenza 24437/11) del 17 giugno, ha avallato quanto già deciso dai giudici di merito.

Il caso

Il proprietario, nonché locatario di un locale sede di un ristorante, aveva preteso dal conduttore il pagamento di una somma «in nero» di 120 milioni di lire per prorogare il contratto, prossimo alla scadenza, e non procedere allo sfratto. Al momento della consegna del denaro, su avvertimento del conduttore, intervenivano i carabinieri che procedevano al sequestro della somma. Condannato, in primo e secondo grado, per i fatti del 2001, si dichiarava anche l'improcedibilità - per intervenuta prescrizione - di una condotta analoga posta in essere, nei confronti dello stesso conduttore, nel 1989. Contro la sentenza della Corte di appello di Roma l'imputato ha proposto ricorso per cassazione.

La richiesta di pagare «in nero» ha avuto rilevanza penale o vale solo sotto il profilo fiscale? Secondo il difensore del condannato, la Corte territoriale ha ricondotto la condotta estorsiva esclusivamente alla dazione «in nero» della somma richiesta, soffermandosi sulle modalità del pagamento e non sul pagamento in sé, ma, in realtà, il locatore dovrebbe essere libero di determinare il canone una volta che il contratto è scaduto. Quindi, sempre a parere del ricorrente, la semplice richiesta di un pagamento «in nero» ha rilevanza sotto il profilo fiscale, ma non essendo stata coartata, la persona offesa poteva liberamente rifiutare la proposta.

L'orientamento consolidato della Corte di Cassazione sostiene che si configura il reato di estorsione anche se, pur non essendo antigiuridico il male prospettato, l'agente tende ad ottenere risultati non consentiti o prestazioni non dovute, pertanto, nel caso in esame, la richiesta di una somma imposta unilateralmente dal locatore, non dovuta e non nascente dal contratto, integra la fattispecie del reato di estorsione.
L'imputato, secondo la Suprema Corte, ha fatto leva sul gravissimo pregiudizio economico, personale e familiare che la fine della ultradecennale attività commerciale del conduttore, con l'abbandono del locale, avrebbe comportato. Pertanto, si ritiene integrato il reato di estorsione e il ricorso viene rigettato.




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Montezemolo boccia la manovra «Politici sempre più distanti dalla realtà»

Il Mattino

Il presidente della Ferrari: era meglio una patrimoniale su noi ricchi. Chi vive di stipendio paga il 50% di tasse



ROMA

Sarebbe stato «meglio varare un'imposta una tantum sui patrimoni superiori ai 5 o ai 10 milioni di euro, andando a colpire in questo modo anche gli evasori». Lo afferma Luca Cordero di Montezemolo, in un'intervista al Corriere della Sera in cui viene sollecitato sulla possibilità di una sua prossima entrata in politica, della nuova manovra varata dal Cdm ed in particolare del prelievo sui redditi oltre i 90 mila euro ritenuto «uno scandalo puro e semplice» anche perchè colpisce «chi vive di stipendio e paga quasi il 50% di tasse» vedendo persone «intorno a sè che guadagnano molto di più pagando poco o nulla». 

Secondo Montezemolo, che parla di «scelte deboli» e del fatto che arrivato «il momento di ricostruire il Paese» anche dal punto di vista etico («i bizantinismi - afferma - non hanno più spazio»), il governo avrebbe potuto «vendere o dismettere e, se non fosse stato sufficiente, un vero contributo di solidarietà da chi se lo può permettere»: una cosa - prosegue il presidente della Ferrari - «chiedere un contributo di solidarietà a me o a Berlusconi, una cosa è colpire un dirigente con famiglia a carico». Per Montezemolo «stanno asserragliati» rinchiusi «nei Palazzi della politica» e «non si rendono conto di quello che il Paese reale sta attraversando». «Il ministro dell'Economia - aggiunge l'ex presidente della Fiat parlando delle rassicurazioni che arrivavano dal governo sull'ombra della crisi - ha dispensato lezioni a tutti, econimisti, imprenditori, sindacati e persino alla Banca d'Italia. Ed ecco dove siamo». E non risparmia l'opposizione: l'ho sentita «teorizzare la propria superiorità morale e poi ho letto fatti di cronaca e tangenti. Ho sentito spiegare che i problemi dell'Italia inziano e finiscono con Berlusconi, ma «dimenticano anche loro gli anni non certo felici del centrosinistra».

Montezemolo ritiene che la gestione della crisi da parte del governo sia stata «confusa e pasticciata» paragonando la maggioranza al Circo Barnum. A proposito della lettera della Bce dice che ce la «siamo cercata» anche perchè la manovra di luglio era «da minimo sindacale». Il decreto andava fatto urgentemente, abbiamo «rischiato seriamente di entrare nel circolo vizioso greco». Ma «non è all'altezza dell'emergenza del Paese senza affrontare i veri nodi strutturali». E per Montezemolo «fondamentale è la proposta del pareggio di bilancio in Costituzione. Per risanare - propone - lo Stato deve assumersi l'80% dell'onere e solo dopo aver dato l'esempio può chiedere il 20% ai cittadini. Poi elenca i tre punti da mettere in cima all'attività di governo: aggredire drasticamente il debito pubblico e riportarlo sotto il 100% del Pil, diminuire i costi di gestione del Paese e rimuovere tutti gli ostacoli allo sviluppo delle imprese».

Domenica 14 Agosto 2011 - 08:53    Ultimo aggiornamento: 19:29




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Rapisce un neonato dalla culla: è sequestro di persona

La Stampa


Rapire un neonato integra gli estremi del reato di sequestro di persona, benché la sottrazione abbia come vittima una persona incapace. La Cassazione (sentenza 6220/11) ha confermato l'ordinanza di custodia in carcere per la donna che, fingendosi infermiera, qualche mese fa era balzata agli onori della cronaca per aver rapito un bambino appena nato direttamente dalla culla dell’ospedale. La polizia, grazie ad alcune testimonianze, aveva individuato immediatamente l'autrice del sequestro: la donna, che aveva appena subito un aborto spontaneo, aveva rapito il bambino per non far capire al compagno d’aver perso il figlio. Il Gip presso il Tribunale di Nocera aveva convalidato l’arresto per sequestro di persona e disposto la custodia cautelare in carcere. L’ordinanza era stata confermata anche in fase di riesame dal Tribunale di Salerno.

La donna ha presentato ricorso per Cassazione lamentando come eccessiva la custodia in carcere sulla base della tesi per cui il reato di cui si è macchiata non è riconducibile al sequestro di persona, bensì a quello di minore gravità di sottrazione di incapace. La Quinta sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso ritenendo invece addebitabile il reato di sequestro di persona anche nel caso del neonato. Il fatto di avere sottratto un minore alle persone esercenti la potestà genitoriale integra il delitto di sottrazione di persone incapaci (art. 574 c.p.), ma ciò non esclude affatto che ricorra anche il delitto di sequestro di persona (art. 605 c.p.).



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