venerdì 19 agosto 2011

Profugo violenta una donna in strada Il ghanese era stato accolto da Lampedusa

Corriere della sera


È polemica a Chiavari: «Rende vana la volontà di generosità della Liguria. L'uomo è stato arrestato


MILANO - Un profugo ghanese di 23 anni ha inseguito aggredito e violentare una donna di circa 50 anni che stava tornando a casa in bicicletta a Chiavari (Genova). L'hanno arrestato: e quello che ha fatto, oltre a essere un crimine contro quella donna, è diventato un crimine anche contro la società che ha accolto lui, profugo, che con altri migranti è scappato dalla sua terra per cercare la pace. Prima a Lampedusa, poi nel centro della Croce rossa a Chiavari.

L'AGGRESIONE - Per questo, adesso, a Chiavari e in Liguria scoppia una polemica che rischia di diventare pericolosa. I fatti sono quelli sempre terribili di una violenza sessuale: la donna sta andando in bicicletta lungo il fiume Entella, a Chiavari. Sono le 14,30. Lui la vede, la insegue, la fa cadere e le è addosso. Le strappa pantaloncini e biancheria, le frattura la mano, la violenta ma una donna, un'altra donna, interviene e lui scappa. Assistita la vittima e chiamata la polizia diventa caccia all'uomo: gli uomini del commissariato di Chiavari e personale della squadra mobile di Genova raccolgono le prime testimonianze. Una ragazza si fa avanti e dice alla polizia che un ragazzo di colore verso mezzogiorno l'ha molestata ma è stato messo in fuga da un passante.

L'IDENTIFICAZIONE - I poliziotti trovano anche una videocamera di sorveglianza che ha registrato le immagini della fuga dell'uomo. Le immagini vengono mostrate alla vittima che si trova all'ospedale. Viene identificato: adesso quel ragazzo ha un nome e una storia: arrivato con i barconi della disperazione a Lampedusa nel maggio scorso, era stato trasferito nel centro di accoglienza di Chiavari in base alla risposta di solidarietà che la Liguria ha dato in nome dell' accoglienza. La polizia va al centro della Croce rossa ma lui se n'è andato: ha lasciato gli abiti che gli avevano procurato. Ci sono tracce biologiche e i vestiti vengono sequestrati. Lo cercano: tutto il paese lo cerca. E infine lo trovano, di sera, nel centro storico. Scattano le manette per violenza sessuale aggravata e lesioni personali.

LE POLEMICHE - Il suo gesto rischia di inficiare quella volontà di pietà, di generosità che tutta la Liguria ha avuto nell'accogliere i migranti. «Con tutti gli sforzi che il mondo del volontariato, i sindaci, le istituzioni e le forze dell'ordine stanno facendo per far fronte all'emergenza profughi - ha detto l'assessore regionale Lorena Rambaudi -, di fronte a fatti del genere bisogna agire duramente. Spero che dopo una giusta condanna sia espulso dal paese». E mentre la Lega nord dice basta al «buonismo» arriva la notizia che altri 40 migranti arriveranno la prossima settimana a Genova. In fondo, sarà questa la risposta migliore a un crimine così vigliacco. (Ansa)

19 agosto 2011 20:10



Powered by ScribeFire.

Gioconda, cento anni fa il furto

video
La Stampa

Servizio di Francesco Gilioli e Cecilia Pierami per LaStampa.it


Il ventennale del golpe in Urss raccontato dall'anchorman Pusner

di

A vent'anni dal fallito golpe militare nell'Urss contro Gorbaciov, Leonardo Franchini ha tradotto e pubblicato a sue spese il rapporto giornalistico che Vladimir Posner, icona del giornalismo russo scrisse, vivendolo da testimono oculare 



La mattina di un lunedì di 20 anni fa, il mondo si svegliò con un golpe in Urss. Tank, reparti di fanteria motorizzata e reparti paramilitari si erano posizionati in punti strategici di Mosca. Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e sua moglie Raissa erano stati arrestati a Foros, in Crimea, dove stavano trascorrendo le vacanze. Il golpe era stato organizzato da un gruppo di falchi del Pcus decisi a fermare il corso della Perestroika e la Glasnost di Gorbaciov, che a loro avviso avrebbe portato alla dissoluuzione dell’Urss sulla spinta dei movimenti indipendentisti che stavano formandosi nelle repubbliche dell’Unione. Ma paradossalmente furono proprio gli eventi innescati dal golpe a segnare la fine dell’Unione Sovietica.
La reazione del presidente russo Anima del colpo di Stato era il capo dei servizi segreti del Kgb, Vladimir Kryuchkov, ma del complotto facevano parte anche il vice presidente dell’Urss Gennady Yanayev, il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro della Difesa Dmitri Yazov, il ministro degli Affari Interni Boris Pugo e il capo del Consiglio di Difesa Oleg Balaklanov. I golpisti non avevano però previsto la pronta reazione del presidente della Russia, Boris Eltsin.

Arrivato alle 09.00 del mattino di quel 19 agosto davanti al parlamento russo, la Casa Bianca, Eltsin dichiarò che era in atto un colpo di stato reazionario e ordinò alle forze armate di non parteciparvi. Gli abitanti di Mosca risposero all’appello e una folla di di persone cominciò a radunarsi attorno alla Casa Bianca erigendo barricate. Il pomeriggio del 20 agosto, Kryuchkov, Yazov e Pugo ordinarono l’attacco al parlamento russo. Ma un primo gruppo di fanteria motorizzata fu bloccato dalle barricate erette in un tunnel e i reparti speciali non obbedirono agli ordini. A questo punto Yazov ordinò il ritiro delle truppe da Mosca.
Golpisti arrestati Una delegazione dei golpisti si recò a Foros per trattare con Gorbaciov, ma questi rifiutò ogni accordo. Quando tornarono tutti a Mosca in aereo, compresi Gorbaciov e la moglie, alle prime ore del 22 agosto, i golpisti vennero arrestati. Gli eventi avevano però cambiato i rapporti di forza fra Gorbaciov ed Eltsin, la cui foto in piedi su un carro armato aveva fatto il giro del mondo. Il golpe di fatto accelerò il processo di disgregazione dell’Urss, che fu ufficialmente sciolta il 26 dicembre di quello stesso anno.
Chi era Vladimir Posner A raccontare cosa accadde in quel periodo ci ha pensato Vladimir Posner, icona del giornalismo radiotelevisivo, nato nel 1934 a Parigi e trasferitosi prima a New Tork nel 1940 e poi nella zona di Berlino occupata dai sovietici fino ad arrivare nella capitale russa nel 1952. Nel 1970 Pozner far parte del Comitato di Stato dell'URSS per la TV & Radio come commentatore al Servizio del Nord America di Radio Mosca, dove ha lavorato fino al 1986. Durante questo periodo, a partire dal 1979, Pozner comincia a fare le sue apparizioni in diversi programmi televisivi, da Nightline (ABC) alla NBC, CBS, CNN, così come la CBC (Canada), il BBC, e le reti televisive in Francia e in Giappone.
Apparizioni che venivano realizzate tramite collegamenti satellitari, dal momento che a Posner le autorità sovietiche avevano negato i diritti di viaggio. Con l'avvento della Perestrojka e di Glasnost, a Posner è stato permesso di viaggiare e nel 1989 si dimette per protesta dal Partito Comunista e tre anni dopo anche dal Comitato di Stato di Televisione e Radio a causa di ciò che egli considerava la censura. Proprio sul fallito golpe militare del 1991 Pozner scrisse un rapporto giornalistico sul fallito colpo di stato dell'agosto 1991, adesso tradotto e pubblicato a sue spese Leonardo Franchini.

Di seguito riportiamo alcuni stralci del testo
"I congiurati si sono riuniti sabato 17 agosto in una delle tante case sicure del KGB, a decidere gli ultimi dettagli, tra i quali a chi sarebbe toccato volare a Foros per dare la notizia a Gorbaciov. La loro scelta è stata molto interessante. Solo uno, Oleg Baklanov, della delegazione di cinque uomini arrivati a Foros domenica, dieci minuti prima delle cinque del pomeriggio, era un membro del Comitato di Emergenza. Gli altri rappresentavano delle strutture di potere diverse. Il generale Valentin Varennikov, comandante delle forze di terra sovietiche, rappresentava i militari (Yazov sarebbe stato la scelta migliore, ma probabilmente rifiutò di affrontare Gorbaciov).

Il tenente generale Yuri Plekhanov, capo della Nono Direttorato del KGB, responsabile della sicurezza di tutti i funzionari governativi, compreso il Presidente, non solo rappresentava il KGB, ma aveva libero accesso all’abitazione del Presidente. Valery Boldin, capo dello staff e assistente più fidato di Gorbaciov, era lì per convincere il presidente a sostenere il golpe di stato. Se Boldin lo sosteneva, non c’era davvero altra alternativa per Gorbaciov che accettare il suo destino – quale che fosse. Infine, il Partito era rappresentato dal segretario del Comitato Centrale Shenin".
 
"Camminai oltre il palazzo del Parlamento Russo, davanti al quale, un’ora più tardi, Eltsin sarebbe salito su un carro armato ed avrebbe lanciato il suo messaggio “Ai Cittadini della Russia”, chiamando la nazione a lottare, a scioperare.

Compì un atto di grandezza, quando lo fece? Forse. Ma è stata in tutti i casi la migliore mossa possibile perché ha portato speranza. Ci disse che almeno ci sarebbe stata una lotta e se fossimo morti, saremmo morti stando in piedi, non in ginocchio. Parlò al nostro orgoglio ed a quelle cose che ci erano state rubate, la nostra autoconsiderazione e la nostra identità. Ho camminato. Qua e là, gente in gruppi che leggeva su volantini fotocopiati gli ukase di Boris Eltsin. 

Sembravano essere ovunque: sui muri, nelle stazioni della metropolitana, anche incollati sui carri armati e sulle autoblindo per le strade".


"Così, mentre gioivo pacatamente alla notizia che Gorbaciov era vivo, allo stesso tempo sentivo ribollire in me la rabbia, il desiderio di guardarlo negli occhi e chiedergli: “Hai visto cosa hai combinato?” Allo stesso tempo sentivo una grande tristezza per quest’uomo che aveva fatto tanto, che aveva cambiato il mondo, ma il cui tempo era giunto al termine. 

E davvero non importava che rimanesse presidente per qualche mese o per pochi anni (sebbene dubitassi molto che questo accadesse). Aveva un solo vantaggio: la sua debolezza. Non rappresentando alcuna repubblica, poteva rivolgersi a tutte senza che lo sospettassero di volerne favorire una. Quel ruolo di forza attraverso la debolezza poteva essere giocato – ma solo per breve tempo.

Mentre le repubbliche aumentavano il livello della loro ribellione, mentre l’Unione Sovietica perdeva di peso – un processo che non era possibile fermare – il ruolo di Gorbaciov continuava a diminuire di importanza. In un certo senso mi ricordava Churchill, l’uomo che aveva salvato la Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale ed era stato comunque buttato fuori dal suo ufficio da quella che qualcuno avrebbe potuto ritenere una nazione di ingrati. Gorbaciov aveva liberato il popolo Sovietico – ma il parallelo finiva qui, perché aveva commesso un errore grossolano, si era rifiutato di ascoltare la voce della ragione, aveva giocato alla politica ed era responsabile per quello che ora sembrava un colpo mortale per il processo che lui aveva avviato. La logica della fine di Gorbaciov era certamente tragica, ma non per questo meno logica". 




Powered by ScribeFire.

I Beatles a cartoni animati contro la pirateria.

La Stampa

I Fab Four si aggiungono a Sigur Ros, Iron Maiden e Kate Bush nella campagna "Music Matters", cercando di ricordare al pubblico perché la musica è importante (e va dunque sostenuta, anche economicamente).



Anche i Beatles salgono sul treno antipirateria Music Matters. I due membri superstiti della band (Paul McCartney e Ringo Starr) e gli eredi di John Lennon e George Harrison hanno dato il via libera a utilizzare la loro musica per uno dei video della campagna. Il risultato è un'animazione stilizzata, poetica, come tutte quelle di Music Matters, in cui si spiega perché la musica è importante, raccontando la storia di una persona la cui vita è accompagnata nei momenti salienti dalle canzoni dei Fab Four. I brani utilizzati sono Octopus's Garden, Something, Strawberry Fields Forever e Hey Jude e il piccolo video rappresenta una vera e propria rarità, visto il contagocce con cui viene concesso l'utilizzo della musica originale dei Beatles per qualsivoglia iniziativa "esterna" (marketing, pubblicità, colonne sonore...).

Nata in Gran Bretagna all'inizio del 2010, la campagna Music Matters rappresenta il lato dolce dell'antipirateria. L'obiettivo dei promotori non è tanto reprimere o colpevolizzare chi si procura musica in modo gratuito e/o illegale (soprattutto utilizzando le mille risorse messe a disposizione da Internet), quanto rafforzare la dimensione etica del consumo musicale. Music Matters, la musica conta. Ha accompagnato, accompagna e accompagnerà le nostre vite. Il suo valore - anche quello economico - non deriva tanto dal suo essere prodotto, quanto dal suo essere emozione. E l'ascoltatore, che oggi si è ritrovato tra le mani strumenti così potenti per accedere a una quantità di canzoni inimmaginabile fino a quindici anni fa, deve maturare una nuova consapevolezza: l'idea di essere lui stesso responsabile - anche nelle sue scelte di download e di cd, di portafoglio e di carta di credito - della salute, del progresso e del futuro della musica che ama (e di chi la crea). Ciò che diceva lo zio di Peter Parker, insomma, vale anche nell'era di Sean Parker: dai grandi poteri derivano grandi responsabilità. E l'accesso a Internet, oggi, è un gran bel potere.



Molti altri artisti hanno accettato di partecipare a Music Matters: dagli Elbow agli Iron Maiden, da Nick Cave ai Sigur Ros, da Kate Bush ai Jam. Ci sono animazioni dedicate anche a Nina Simone e Louis Armstrong. Solo un particolare stride nel vedere il bel video dei Beatles: la ritrosia della band ad abbracciare quello stesso universo digitale a cui sembra rivolgersi attraverso Music Matters. Per dieci lunghi anni, da Napster in poi, mentre milioni di appassionati iniziavano ad approvvigionarsi di musica online, i Beatles si sono sempre tenuti fuori dal grande gioco del Web. Fino a novembre dello scorso anno, non esisteva un modo legale per procurarsi musica della band su Internet. E ancora oggi, le canzoni dei Beatles sono in esclusiva online solo su iTunes. Niente Amazon, niente Pandora, niente Spotify, niente licenze ad altri negozi, servizi in streaming, mobile apps. Se i fan devono maturare una maggiore consapevolezza sull'importanza della musica (e quindi sull'idea che non debba e non possa essere sempre gratis), i Beatles forse dovrebbero lavorare un po' di più sulla loro percezione di Internet. Che sarà anche un ambiente selvaggio, complesso, incapace di garantire i profitti della vecchia discografia, ma è quello in cui - nel 2011 - si consuma ormai una parte significativa dell'esperienza musicale di sempre più ampie fette di pubblico.



Come è nato il video dei Beatles (un bel racconto, in inglese, dell'autore dell'animazione)



Powered by ScribeFire.

I fiumi di ghiaccio del Polo Sud che scorrono verso l'oceano

Corriere della sera

«Se il riscaldamento globale scioglie il ghiaccio della costa, è come togliere il tappo a quello dell'interno»



La mappa della velocità e della direzione dei ghiacci antartici (da Nasa)
La mappa della velocità e della direzione dei ghiacci antartici (da Nasa)

MILANO - Sono stati necessari due anni di misurazioni da satellite (2007-2009) per realizzare la prima mappa completa del movimento dei ghiacci del polo Sud. Lo studio, realizzato dall'Università della California a Irvine in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e il Caltech (California Institute of Technology) è stato pubblicato su Science Express. «Abbiamo osservato un incredibile flusso di ghiaccio muoversi dal cuore del continente che non era mai stato notato prima», ha spiegato Eric Rignot, primo autore del progetto. «È come vedere per la prima volta una mappa delle correnti degli oceani», ha spiegato.

DATI - I ricercatori hanno utilizzato miliardi di dati radar puntiformi forniti dalle agenzie spaziali europea, giapponese e canadese e, grazie alle tecnologie della Nasa, hanno realizzato una mappa ad alta risoluzione dell'Antartide tracciando forma e velocità di movimento dei ghiacciai. Gli scienziati hanno così scoperto l'esistenza di un nuovo crinale di ghiaccio che taglia l'intero continente da est a ovest e una formazione ghiacciata finora sconosciuta che si muove a una velocità di 245 metri all'anno lungo le piane gelate in direzione della costa. Inoltre è stata tracciata per la prima volta una mappa accurata dell'Antartide orientale, che copre il 77% dell'intero continente.


MOVIMENTI - «Questa nuova mappa ha permesso di comprendere che i ghiacci, scivolando lungo il terreno, non si muovono semplicemente verso la costa ma hanno spostamenti anche verso l'interno», ha spiegato Thomas Wagner, un ricercatore della Nasa, «obbligando a rivedere le nostre conoscenze sui movimenti dei ghiacci». «Questo studio apporta nuove conoscenze per la comprensione e le previsioni dell'innalzamento dei mari», ha concluso Wagner. «Questo vuol dire che se si fonde il ghiaccio delle coste antartiche a causa del riscaldamento degli oceani, è come se si togliesse il tappo a quello dell'entroterra che scivolano verso il mare».

LIVELLO DEL MARE - Secondo un recente studio di Anders Carlson dell'Università del Wisconsin-Madison pubblicato il 29 luglio su Science, durante la precedente fase interglaciale il livello dei mari era tra 4 e 6,50 metri più alto rispetto a oggi. Di questo rialzo però solo 1,60-2,20 metri erano dovuti allo scioglimento dei ghiacci della calotta della Groenlandia, il resto era stato determinato dalla liquefazione del ghiaccio del polo Sud, in particolare dell'Antartide occidentale. Questo dato ha messo in serio allarme la comunità internazionale, perché le temperature ipotizzate entro la fine del secolo sono simili a quelle della fase interglaciale Riss-Würm, avvenuta da 130 mila a 114 mila anni fa.

IL FERRO DEGLI ICEBERG - Ma un'altra ricerca resa nota all'inizio dello scorso maggio dice che non tutto il male vien per nuocere. Infatti, riporta l'edizione speciale di Deep Sea Research Part II, che diffonde il primo studio multidisciplinare degli effetti sulla biologia degli iceberg antartici, lo scioglimento degli enormi blocchi di ghiaccio galleggianti nell'oceano Antartico porta in mare il ferro eroso dai ghiacciai dalle rocce del polo Sud. Il ferro favorisce lo sviluppo delle alghe e queste contribuiscono a contenere l'aumento dell'anidride carbonica, il potente gas serra emesso dall'incremento delle attività umane che è la principale causa del riscaldamento globale.

Paolo Virtuani
19 agosto 2011 14:47

Senatrice del Pdl: "Ma quale casta? Guadagnamo solo 3 mila euro al mese"

Quotidiano.net

Laura Allegrini: "So che scandalizzerò, ma tolte le spese alla fine la cifra che resta è di soli 3 mila euro. E poi lavoriamo tanto, per non parlare dei problemi affettivi"





L'Aula del Senato deserta (Ansa)



Roma, 19 agosto 2011



"So che scandalizzerò, ma non mi preoccupo. Posso dichiararle tranquillamente che oggi un parlamentare italiano non guadagna più di 3000 mila euro al mese al netto di tutto". Parola di Laura Allegrini, della provincia di Viterbo, imprenditrice di mezza età con la passione della recitazione e senatrice del Pdl.

Il conto è presto fatto, dice a Klaus Davi nel programma Klauscondicio, prendi i circa 14 mila euro comprensivi di indennità e contributi vari, e sottrai le "spese per la permanenza a Roma, le spese per collaboratori, il contributo al partito... Dei cinquemila che ci rimangono, mille vanno al partito e mille per gli obblighi sul territorio". Insomma non è certo ‘tutta vita’, quella della casta nella Capitale. Che poi, a onor del vero, ‘casta’ non lo è per niente.

"Lavoriamo tanto - ricorda la senatrice - e spesso ci sono anche problemi affettivi. Molti deputati e senatori soffrono di solitudine a Roma. Alle prese con i lavori parlamentari, i mille impegni, senza affetti, ci si accorge di essere molto soli". Senza contare che deputati e senatori devono cavarsela "in un mondo iper-competitivo, pieno di "pescecani", con uno stato di stress continuo e la minaccia reale della depressione".

E l’anti-politica, semmai, a vivere di demagogia. Si dice ad esempio dei voli in aereo gratuiti per i parlamentari. "Ma io viaggio nell’ultima fila - sbotta Allegrini - mentre vedo che i polacchi viaggiano in business...". E cosa ne pensa Laura Allegrini della norma che dimezza lo stipendio ai parlamentari che svolgono attività professionali? "Verrà bocciata, non ho dubbi, perché è incostituzionale".





Powered by ScribeFire.

Evasione seconda puntata Quelle mosse per difendersi

La Stampa


Interessante il dibattito su dipendenti e autonomi no? E' il post precedente lo trovate anche qui.
Sto pensando a un modo per trasferirlo sul giornale, ma già ora trovo che sia utile non chiudere il capitolo, anzi.

E allora: posto che evidentemente evadono in pochissimi e chi lo ammette lo fa perché altrimenti "non riesce a pagare il mutuo" (piccolo inciso: pare che non sia obbligatorio comprare una casa e per di più in centro accedendo un mutuo al di sopra delle possibilità, pare), è evidente che questa condotta non ci porta molto lontani.

Però siamo tutti  evasori: quando non pretendiamo lo scontrino o accettiamo lo sconto in cambio di un lavoro senza fattura (che poi all'artigiano non cambia nulla se ci pensate: lo socnto che vi fa è uguale all'Iva).

E quindi? cosa siete disposti a fare perché l'evasione venga limitata? Pagherete di più i lavori in casa o il tagliando alla macchina pur di avere una fattura? Sareste disponibili a limitare la vostra privacy e libertà ammettendo che il vicino possa segnalare il vostro stile di vita, magari chessò con un mms da mandare alla guardia di finanza? Siete d'accordo, come fece Visco, a mettere on line la dichiarazione dei redditi di tutti quanti?


Insomma: si va avanti così o si cambia?

Marco
marco.castelnuovo@lastampa.it
twitter.com/chedisagio




Powered by ScribeFire.

Sì del ministero al trasferimento dell'Autoritratto di Leonardo

La Stampa


«Valutazione favorevole» in attesa della firma di Galan. Ma sul disegno non si placa la polemica

alessandro mondo


Torino
Avantitutta. Le obiezioni del professor Tullio Gregory sull'opportunità di esporrel'«Autoritratto» di Leonardo alla Venaria Reale, autorevoli ma solitarie, nonscalfiscono la determinazione di quanti intendono tirare dritto: un murocompatto, che poggia sui «via libera» già ottenuti e sul parere favorevole delministro ai Beni Culturali Giancarlo Galan, al quale tutti si appellano per unpronunciamento definitivo. In sua assenza il parere negativo di Gregory, perquanto non vincolante, impedisce agli organizzatori di dormire sonnitranquilli.

L'appello è rivolto dagli esponenti del fronte del sì: iquali avrebbero gradito già ieri una presa di posizione da parte di Galan.Invece il responsabile dei Beni Culturali, che si trova all'estero, non harilasciato dichiarazioni. Anche così, è presumibile che qualche telefonata siapartita dal suo cellulare dato che fonti del ministero hanno confermato lavolontà di procedere e garantire l'apertura della rassegna prevista dal 18novembre al 29 gennaio. «Il parere del ministro non è cambiato - riferiscono icollaboratori -. Segue la vicenda e si sta attivando per portarla acompimento». Né è casuale che il comunicato prodotto dal Comitato Italia 150sia stato girato a Roma e diramato ai giornali solo dopo l'approvazione.

L'insolita lunghezza del testo conferma l'importanzadella posta in gioco. Nel ricordare che fin dal 2007 il Comitato aveva puntatosu una mostra dedicata a Leonardo, si citano i curatori della rassegna - CarloPedretti, Pierluigi Marani, Renato Barilli, Arnaldo Colasanti -, la scenografiacurata da Dante Ferretti e il coinvolgimento di Piero Angela nellarealizzazione di un video sull'«Autoritratto». Un elenco volutamentepuntiglioso di nomi e cariche per marcare l'autorevolezza di chi è al lavoro.Della serie: «Caro Gregory, non hai a che fare con degli sprovveduti».
Ma il pezzo forte è la lista, pure questa nutrita, delleautorizzazioni già incassate: dalla Biblioteca Reale di Torino, dov'è custoditol'«Autoritratto», alla Direzione regionale per i Beni Culturali, passando perla Direzione nazionale delle Biblioteche. Non ultimo, anzi, il disco verdedell'Istituto centrale di Patologia del Libro del ministero nella persona diCristina Misiti, la direttrice: lo stesso ente che, come ha ricordato Gregorynell'intervista rilasciata ieri, a suo tempo espresse parere negativoall'esposizione dell'opera.

Peccato che oggi il vento sia cambiato, si precisanel comunicato: ora quello stesso Istituto «ha dato il suo formale consenso, fornendoprescrizioni per l'assoluta sicurezza del capolavoro». D'altra parte, «laBiblioteca Reale non dispone di uno spazio espositivo adeguato» e il nuovo«climabox» finanziato da Lavazza «è il più idoneo a rallentare ildeterioramento dell'opera». Conclusione: «Il Comitato Italia 150 conferma lafiduciosa attesa verso la decisione del ministro, che saprà decidere consaggezza».

Più spiccio Michele Coppola, che bruciando le tappeinvita Galan a inaugurare la mostra. «Nonostante l'organizzazione stia procedendo,non possiamo non avere la certezza del via libera ufficiale all'esposizionedell'Autoritratto - premette l'assessore regionale alla Cultura -. L'interventodel ministro è l'unico davvero risolutivo per consentire la degna chiusuradelle celebrazioni». Manco a farlo apposta, ricorda Coppola, «proprio anovembre, in concomitanza con la mostra, ci sarà il lancio nello spazio versoMarte di una Navicella della Nasa che porterà sul pianeta rosso una copia deldisegno di Leonardo insieme a una copia del Codice del Volo». Un viaggio dimilioni di chilometri, certamente meno tribolato di quello che separa laBiblioteca Reale dalla Reggia di Venaria.




Powered by ScribeFire.

Strage di Bologna, indagati due tedeschi: sono terroristi rossi

di

Thomas Kram, 63 anni e Christa Margot Frohlich, 69 anni, sarebbero indagati nell’inchiesta bis della procura bolognese sulla strage di Bologna che ha preso in considerazione la "pista palestinese"



Bologna

Due terroristi tedeschi di estrema sinistra, Thomas Kram, 63 anni e Christa Margot Frohlich, 69 anni, sarebbero indagati nell’inchiesta bis della Procura bolognese sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 dove persero la vita 85 persone ed altre 200 rimasero ferite. Entrambi gli indagati sarebbero legati al gruppo del terrorista internazionale Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos "lo Sciacallo" detenuto in Francia. Ne dà notizia il quotidiano "Il Resto del Carlino". Nessuna conferma né smentita da parte della Procura. 

La pista palestinese Kram e Frohlich appartengono ad ambienti opposti rispetto al terrorismo nero di Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini condannati in via definitiva per la strage di Bologna. L’inchiesta bis della ha preso in considerazione lo scenario della cosiddetta "pista palestinese" secondo cui la strage fu una vendetta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro l’Italia che aveva arrestato un suo dirigente. Per questo, sempre secondo questa ipotesi, i palestinesi decisero di servirsi del loro braccio armato, cioè, il gruppo di Carlos. Kram, il 2 agosto 1980 era a Bologna all’hotel Centrale. E secondo alcuni testimoni - riferisce ancora il Resto del Carlino - la Frohlich in quei giorni alloggiava all’hotel Jolly. La loro presenza in città e altri elementi raccolti dagli investigatori, avrebbe convinto gli inquirenti ad indagare i due cittadini tedeschi.
Questa indagine fu aperta in seguito alle risultanze della commissione parlamentare Mitrokhin. Al centro degli accertamenti - avviati dall’ex procuratore capo di Bologna Enrico Di Nicola e dal pm Paolo Giovagnoli e dall’inizio del 2009 passati al pm Enrico Cieri - c’è proprio Thomas Kram, l’esperto di esplosivi appartenente alla cellula terroristica Revolutionaere Zellen. Sulla scia degli atti prodotti dalla Commissione Mitrokhin l’indagine ha percorso appunto la pista del terrorismo palestinese. Secondo la ricostruzione della Commissione, nel periodo precedente alla strage di Bologna, vi era tensione tra l’Fplp e l’Italia per l’arresto del suo rappresentante nel nostro paese, Abu Anzeh Saleh.
Presenteremo un nuovo esposto "Noi non abbiamo dubbi: entro fine anno faremo un nuovo esposto più dettagliato, per chiedere di andare avanti, e proseguire le indagini da dove sono arrivati i magistrati di Cassazione che hanno condannato Mambro, Fioravanti e Ciavardini. Ci sono gli esecutori, ci sono i depistatori: per noi quella è la strada giusta per arrivare ai mandanti". Paolo Bolognesi, per l’associazione tra i familiari e le vittime della Strage del 2 agosto a Bologna, commenta così la notizia dell’iscrizione di due terroristi tedeschi sul registro degli indagati. Una iscrizione che Bolognesi ammette essere arrivata inattesa anche perché "tutte le notizie che dalla procura filtravano sulla stampa era che la "cosiddetta" pista palestinese fosse un buco nell’acqua, o qualcosa di simile".
Il nuovo esposto cui allude il presidente è il seguito di quello presentato nei mesi scorsi dall’associazione ai pm di Bologna. Un’istanza in cui l’associazione chiedeva di indagare sui mandanti, partendo soprattutto dalle carte del processo di Brescia sulla strage di piazza della Loggia, ma anche da altri atti processuali. Carte da cui si evince, per Bolognesi, che Mambro e Fioravanti (che hanno sempre negato la responsabilità della strage, ndr) erano inseriti in un preciso contesto di terrorismo nero e non "spontaneisti".

Un’istanza che suggerisce quindi un contesto ben diverso dalle conclusioni della ’pista palestinesè emersa dalle carte della Commissione Mitrokhin, e che invece resta nell’alveo tracciato dalla passate sentenze. Bolognesi ha ribadito comunque rispetto per le indagini e per gli inquirenti («non sta certo a noi giudicare o ostacolare il loro lavoro») prendendo anche in considerazione l’ipotesi che «ci possono essere motivi tecnici per cui, per compiere certi atti, è necessaria un’iscrizione sul registro egli indagati. Ma devo ancora parlarne con i nostri avvocati». Ma, ha concluso con forza «lo ripeto: negli anni tutte le piste ’internazionalì si sono rivelate delle bufale, messe tra i piedi dei giudici per confondere le acque».



Powered by ScribeFire.

Jeff Buckley, l'uomo che ha assistito al suo funerale

La Stampa

Maggio 1997: il cantante s’immerge con i vestiti in un affluente del Mississippi e non ne esce più


JACOPO IACOBONI


«Grace» dall’omonimo album del ’94È stata una meteora, con un solo disco alle spalle. Ma «Grace» era così pieno di innovazioni, che ha definito un’epoca. Quando stava per passare alla seconda incisione, Jeff Buckley è morto in maniera misteriosa come il padre, anch’egli musicista, scomparso 22 anni prima. n Figlio e un Padre, un genio e un talento che avrebbe voluto esserlo, due morti precoci ma tre cerimonie funebri. Bisogna essere Jeff Buckley per assistere al proprio funerale.

La prima morte accade a Santa Monica, California, il 29 giugno 1975, alle 9,42 di sera. Tim Buckley, 28 anni, nove album alle spalle che sperimentano e tagliano molti generi, dal folk alla psichedelia, muore di overdose, eroina e alcolici, nella camera da letto di casa sua. Quando pochi giorni dopo si celebra il funerale, suo figlio - avuto dalla prima moglie, la violoncellista Mary Guibert - non è ancora Jeff, tantomeno Jeff Buckley.

In famiglia lo chiamano col secondo nome, Scottie, ha solo 9 anni, il funerale non è lontanissimo, vero: lui vive ad Anaheim, contea di Orange, sud della California, ma la madre non ci va. Abbandonata da Tim quand’era ancora incinta, non ha mai parlato male - anzi - del suo antico amore; ma neanche bene. Per dire, una volta le chiesero. «Lei e Jeff andaste al suo funerale?».

Rispose: «Non eravamo stati invitati. Ed è tutto». È una ferita che nulla probabilmente riuscirà a sanare, neanche la grazia di Jeff, che sarà il titolo del suo unico album pubblicato in vita, Grace, una pietra miliare dell’indie rock. Eppure tutta l’arte di Jeff Buckley sarà il racconto di un’Assenza; un istante, una donna, qualcosa che fugge inesorabile, via.

Nel ‘90 s’era trasferito a New York, Jeff Buckley, voleva vivere il Village; è in città che assisterà di fatto al suo funerale. È il 26 aprile del ‘91 quando partecipa a un concerto tributo alla memoria di suo padre Tim, nella chiesa di St.Ann di Brooklyn.

Per chi suona questa campana, a chi son rivolte queste musiche religiose? Ascoltate anche solo una volta come diventa irresistibile la sua cover di Allelujah di Leonard Cohen. Suona anche, Jeff, in quella chiesa, «I Never Asked To Be Your Mountain», dedicato da Tim proprio a lui e alla moglie.

Dirà che è un congedo: dal padre ma anche da qualcos’altro, per ora misterioso. «Non era la mia vita. Però mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non sarei mai più stato in grado di dirgli qualcosa». Nel finale gli si rompe la chitarra e finisce di cantare a cappella, solo, senza musica. Spettrale. Esce da quell’esperienza che è come avesse oltrepassato la morte.

Nessuno lo considererà mai un musicista votato alla fine - come saranno altri geni dei nostri anni quali Mark Linkhous o Vic Chesnutt. Jeff ama vivere, piace da impazzire alle donne, donne in carne e ossa, come l’ultima fidanzata Joan Wasser, e loro piacciono a lui. Ama soprattutto la musica, suonare dal vivo al «Sin’è» dell’East Village, incrociare i suoi numi -

Nina Simone, Billie Holiday, ma anche i Led Zeppelin, Lou Reed e gli Smiths, o la musica araba. Una svolta è quando incontra Andy Wallace, il produttore di «Nevermind» dei Nirvana: capisce subito che Jeff appartiene alla stirpe dei Kurt Cobain, quello un demonio, questo un angelo, «provenivano però dalla stessa zona».

Nel ‘94 esce Grace, Jeff canta «c’è la luna che chiede di restare/ abbastanza a lungo perché le nuvole mi portino via/ sento che la mia ora sta arrivando/ ma io non ho paura di morire». Bowie dice «se fossi su un’isola deserta vorrei solo questo disco con me». Dylan, un gran simpatico, ammette: «È il più grande di questo decennio». Thom Yorke, leader dei Radiohead, lo vede suonare a Parigi a metà anni 90 e più tardi confesserà: «Il coraggio di cantare in falsetto mi venne sentendo Jeff Buckley. Era di un altro mondo».

Alcuni suoi live - per esempio «So Real», dal concerto a Rotterdam - diventano leggenda. Parigi, all’Olympia, lo incorona. Eppure, suonando da sconosciuto nei caffè del Village, dirà: «Avevo la preziosa e insostituibile lussuria del fallimento, del rischio, della resa». Non gli succederà più. Il lusso della Ritirata, la vittoria del fallimento. Come un eroe di Javier Cercas.

C'è un’ansia che divora, in quello scrivere, registrare, suonare, session su session che poi saranno il suo disco postumo. Vuole finirlo a Memphis, Jeff, ha fretta. Urgenza assoluta. La sera del 29 maggio ‘97, mentre sta andando a registrare, si ferma con il furgone sulle rive del Wolf River, affluente del Mississippi, e vi si immerge; cosa strana, ha addosso tutto, jeans e stivali pesanti.

Non ne esce più. La madre giurerà che droga e alcol non c’entrano. C’è chi dice che, entrando in acqua, Jeff fischietti «Whole Lotta Love», dei Led Zeppelin. Oppure «Forget Her», struggente melodia a una donna da dimenticare. Le due versioni appaiono, come capite, incompatibili.

Il terzo funerale si celebra il primo agosto del ‘97, proprio 14 anni fa, anche questo in St.Ann a Brooklyn. Jeff Buckley se n’era andato prima, in data cara agli angeli, fregando anche la Morte.





Powered by ScribeFire.

Coraggio, dimezzate deputati e senatori

Corriere della sera

Di tutti i peccati che la classe politica italiana non cessa di commettere, quello di avant’ieri (una seduta di Palazzo Madama a cui hanno partecipato soltanto undici senatori) è probabilmente uno dei più veniali. In altre circostanze avremmo sorriso e perdonato. Oggi fatichiamo a capire. Il problema non è la maggiore o minore presenza di parlamentari per una occasione puramente procedurale. Il vero problema è quello della totale insensibilità di una larga parte del ceto politico per i sentimenti e gli umori del Paese. Non è necessario essere osservatori di mestiere per sapere che gli italiani sono arrabbiati.

Sanno che anche i politici, come certi banchieri, si sono distribuiti bonus generosi: indennità, vitalizi, rimborsi, collaboratori spesso pagati in nero, pasti semi-gratuiti, uffici semi- privati affittati nel centro di Roma a spese dello Stato, facilitazioni di varia natura. Sanno che molti politici hanno una concezione privata della loro funzione e se ne servono permeglio perseguire i loro personali interessi. Sanno che un parlamentare avvocato, tanto per fare un esempio, può continuare a esercitare la sua professione anche se questo sottrae tempo al suo incarico e lo espone a un continuo, virtuale conflitto di interessi. Credevano di avere eletto un servitore dello Stato e si accorgono di avere dato i loro voti a una corporazione.

Evidente da tempo, questa insofferenza è stata inasprita dalla congiuntura economica. La classe politica chiede ai suoi connazionali di stringere la cinghia, ma si limita a qualche modesto sacrificio. Non ha capito che non esistono soltanto i conti del bilancio statale. Esistono anche quelli della democrazia, vale a dire del rapporto fra gli eletti e gli elettori. Non ha capito che non esiste soltanto il mercato dei valori finanziari, dove gli Stati e le aziende devono dimostrare la loro serietà e credibilità. Esiste anche il mercato dei valori democratici, dove ogni uomo politico deve rendere conto dei voti ricevuti e provare la sua affidabilità.

Per raddrizzare il Paese non basta quindi una manovra finanziaria. Occorre anche una manovra democratica, vale a dire un pacchetto di misure che serva a spegnere i sentimenti di rabbia e disprezzo che molti italiani provano per i loro rappresentanti. Se il problema maggiore, come sembra, è quello del Parlamento, converrebbe cominciare, il più rapidamente possibile, dal numero dei parlamentari. In altre circostanze avrei preferito che il dimezzamento del Senato coincidesse con una più precisa definizione delle sue funzioni in uno Stato federale e quello della Camera con una migliore ripartizione della funzione normativa tra il governo e il Parlamento. Oggi, se la classe politica vuole dare un segno di attenzione per i malumori della società, le circostanze impongono misure più rapide e quindi un progetto di legge sottoscritto dal governo e da tutti quei settori della minoranza che sono pronti ad approvarlo. L’iniziativa avrebbe tre effetti positivi: darebbe una risposta al Paese; dimostrerebbe che la riforma della Costituzione è una materia su cui maggioranza e opposizione possono lavorare insieme; direbbe agli speculatori che la nave Italia non ha alcuna intenzione di andare a fondo.



19 agosto 2011 09:16



Powered by ScribeFire.

Con l’Urss eravamo più rispettati"

La Stampa


I russi oggi rimpiangono la grande potenza di una volta: "L’Occidente ci ha abbandonati nel caos"


MARK FRANCHETTI


MOSCA

Oggi è il ventesimo anniversario del golpe con il quale nell’agosto del 1991 un gruppo di conservatori sovietici cercò, senza riuscirci, di fermare le riforme di Mikhail Gorbaciov, il padre della perestroika e della glasnost. Il maldestro golpe non fece che accelerare il collasso dell’Urss, arrivato tre mesi dopo. Adesso Gorbaciov ha 80 anni. Durante il golpe rimase sotto arresti domiciliari, mentre Boris Eltsin a Mosca saliva su un carro armato per proteggere la democrazia, in un’immagine ormai famosa.

L’ex leader sovietico in questi giorni è riemerso nei media, rilasciando numerose interviste in cui rievoca gli eventi drammatici di vent’anni fa. Ma le sue opinioni in merito interessano più l’Occidente che la Russia. Per noi resta l’uomo che da solo cambiò il mondo, ponendo fine alla guerra fredda e liberando i sovietici da 70 anni di oppressione. In patria invece è estremamente impopolare, e considerato il colpevole del crollo dell’Unione Sovietica. Noi l’abbiamo ringraziato con un Nobel per la pace, ma in Russia non trova molti disposti ad ascoltarlo.

Qualche mese fa ho avuto l’opportunità di chiedere a Gorbaciov quale fosse il suo rimpianto maggiore, a parte la prematura morte per leucemia di sua moglie Raissa. Sorprendentemente, senza un attimo di esitazione, Mikhail Sergheevic Gorbaciov mi rispose di rimpiangere, sopra ogni cosa, la fine dell’Unione Sovietica. Ovviamente, non ha nostalgia del totalitarismo sovietico, ma rimpiange l’Urss come entità politica e geografica. «Un’Urss riformata», si è affrettata a precisare sua figlia Irina, seduta accanto a lui. E ora ponderate questo: Vladimir Putin, che guida la Russia dal 2000 prima come Presidente, ora come primo ministro e quasi certamente di nuovo come Capo dello Stato dopo le elezioni dell’anno prossimo - una volta sconvolse il mondo definendo il collasso dell’Urss come «la peggiore catastrofe geopolitica del 20˚ secolo».

Noi idolatriamo Gorbaciov e deprechiamo Putin, ma per quanto riguarda la fine dell’Urss i due hanno una visione molto simile. E decine di milioni di russi sono d’accordo con Putin. Questa considerazione è importante perché ribadisce quanto poco noi in Occidente comprendiamo la Russia odierna, la visione che ha del mondo e del suo passato, di se stessa e di ciò che la muove. La maggioranza dei russi, con l’eccezione degli anziani che con la fine del comunismo hanno perso tutto, non vorrebbe mai riportare le lancette indietro all’Unione Sovietica. Ma il collasso sovietico ha avuto un impatto traumatico sui russi. Se si vuole capire il loro stato d’animo di oggi bisogna prima comprendere come hanno vissuto la fine dell’Urss vent’anni fa.

La reazione occidentale alla fine dell’Urss fu semplicistica e ingenua: era un impero del male, il suo popolo voleva democrazia e libertà, volevano essere come noi. Ora sono stati liberati. Abbiamo vinto la guerra fredda. Sarà anche vero in buona parte, ma la nostra visione esclusivamente negativa del periodo sovietico è tanto condizionata dalla nostra propaganda della guerra fredda quanto la visione che i russi hanno dell’Occidente è forgiata dal loro indottrinamento comunista. Noi in Occidente non abbiamo compreso che la maggioranza dei sovietici non vedeva l’Urss come il male. Era la loro patria, con la sua cultura, tradizioni, principi e ricordi d’infanzia. Certamente non era perfetta, ma era la loro patria. Fondamentale, poi, era il fatto che veniva temuta e rispettata da noi occidentali. Era una superpotenza che aveva mandato il primo uomo nello spazio e conquistato mezza Europa. Era il Paese che aveva vinto Hitler. Non c’è da stupirsi che lo pensino: venti milioni di sovietici sono morti combattendo il nazismo, mentre gli alleati ebbero un milione di vittime.

Sono cresciuto dal nostro lato della Cortina di ferro e non mi ricordo di aver mai letto di questo fatto nei miei libri di storia. Per noi occidentali chiunque facesse parte del Kgb non poteva che essere un mostro di crudeltà. Ma nonostante i crimini commessi dai servizi segreti sovietici, durante il comunismo entrare nei ranghi del Kgb era considerato da quasi tutti un’opportunità di grande prestigio. Il fatto che Putin è stato nel Kgb per 16 anni in Occidente è considerato come una macchia nera, ma in Russia questa diffidenza è condivisa soltanto da uno sparuto gruppo di dissidenti liberali. Dopo il collasso del sistema sovieticodecinedi milioni di persone persero i loro risparmi e vennero scaraventate nella miseria più nera, mentre alcuni personaggi ben inseriti divennero oligarchi che esibivano la loro favolosa ricchezza. La criminalità divampava. La Russia, una volta cuore di un impero temuto e rispettato in tutto il mondo, era in ginocchio. E soprattutto si sentiva profondamente umiliata. L’Occidente, con i suoi ideali, la sua ricchezza e la sua libertà, all’inizio venne visto come un modello. Tutte le cose occidentali erano considerate meravigliose, e perfino «Rambo» divenne un film cult.

Ma tutto questo cambiò rapidamente, man mano che il drammatico caos e la miseria in cui stava sprofondando il Paese venivano associati alla democrazia. La «demokratia» divenne «dermokratia», merdocrazia. L’Occidente viene ancora visto come colpevole di non essere corso in aiuto della Russia. La gente si sente tradita e abbandonata dall’Occidente, e resta convinta che noi occidentali vogliamo una Russia debole. Tanto per fare un esempio: a Gorbaciov venne promesso che la Nato non si sarebbe espansa, ma vent’anni dopo, l’alleanza militare creata per contenere la minaccia sovietica, è oramai arrivata alle frontiere russe. La Russia di Putin è strettamente autoritaria, quindi è inutile cercare di misurare il peso reale della sua popolarità.

Ma è evidente che sono in tanti a stimarlo profondamente. E per un motivo semplice. Mentre noi in Occidente lo giudichiamo soltanto in base al metro della democraticità, i russi gli attribuiscono il merito della stabilità politica e della crescita economica di cui hanno goduto dal suo arrivo al potere. Soprattutto, viene visto come l’uomo che gli ha restituito parte dell’autostima persa con il collasso dell’Urss. La stragrande maggioranza dei russi non vuole tornare indietro, ma la perdita dell’impero è stata un’esperienza profondamente traumatica, che ancora oggi condiziona le loro idee e il loro comportamento: un complesso di superiorità rispetto al temuto impero che fu, e un complesso di inferiorità rispetto a quanto è stato perduto.

Di sicuro, non vogliono più ascoltare lezioni dall’Occidente. Vent’anni dopo gli eventi storici del 19 agosto 1991, la Russia ha fatto molta strada. Tante cose sono cambiate, alcune in meglio, altre in peggio. E’ tutt’altro che una democrazia, semmai una scadente imitazione della democrazia. Ma nonostante le ingiustizie clamorose, la corruzione endemica e l’autoritarismo, la Russia non è più lo Stato totalitario che era. Il cambiamento più importante è che quelli a cui non piace sono liberi di andarsene. Vent’anni. E’ da qui che ogni analisi di dove si trova la Russia oggi e dove si sta dirigendo dovrebbe partire. Sono passati soltanto vent’anni: un battito di ciglia per la storia. Non è una giustificazione. E’ un fatto.



Powered by ScribeFire.

Sorpresa. La supertassa nasconde una beffa. Risultato? Dovremo pagare molto di più

Libero





La soluzione è in tasca, ma rischia di essere una nuova beffa sui contribuenti. Il contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 e ai 150 mila euro sarà abbassato e semplificato, accogliendo il pressing dei frondisti Pdl che minacciano di non votare la manovra così come è. La nuova ipotesi è di fare scendere dal 5 al 3% il prelievo straordinario triennale sui redditi fra 90 e 150 mila euro e di tagliare dal 10 al 6% quello sopra i 150.001 euro. Entrambi i contributi però non saranno deducibili dal reddito nella versione ridotta, per semplificare le procedure. Il risultato però sarebbe una beffa: senza deducibilità (che pochi contribuenti hanno compreso) alla fine la supertassa sarà perfino un pizzico più cara per i contribuenti e darà un po’ più di incasso allo Stato (Antonio Martino, intervistato da Barbara Romano, indice un corteo anti-tasse a cui invita anche Silvio Berlusconi, ndr).

Perché pagando il 5% e deducendo il contributo dall’Irpef dovuta alla fine i possessori di reddito fra 90 e 150 mila euro verseranno il 2,765% di tasse in più nette. Quelli sopra i 150 mila euro e fino a 545 mila euro pagheranno il 10%, dedurranno e si troveranno a versare il 5,53% netto di tasse in più. Sopra i 545 mila euro grazie alla clausola di salvaguardia inserita in decreto (in alternativa al contributo si può scegliere un’aliquota Irpef del 48% a partire da 75 mila euro), con la versione attuale del decreto legge si verserà il 5% netto di tasse in più. Portare i due contributi dal 5 al 3% e dal 10 al 6% sulla carta dunque farebbe dire: hanno vinto i ribelli del Pdl, riuscendo a fare quasi dimezzare le nuove tasse scappate di mano al governo. Togliendo la deducibilità del contributo certo si semplificherebbero le operazioni per i contribuenti, non costringendoli a fare la fila davanti a studi di commercialisti o ai Caaf dei sindacati (che avrebbero nuovo business), ma alla fine la nuova tassa sarebbe identica a   prima, se non un filo più cara.

Il vero problema del contributo di solidarietà sui redditi del ceto medio-alto è che la vera misura certa e significativa della manovra triennale appena varata. Quelle entrate (3,8 miliardi) sono certe, e poche altre danno la stessa certezza: tutte quelle più discusse. Non c’è ad esempio alcuna sicurezza sugli incassi reali che verranno dall’innalzamento dell’aliquota sui capital gain dal 12,5 al 20% : dipenderà dall’andamento dei mercati finanziari, e se continueranno a scendere i guadagni non ci saranno e le tasse saranno inutili. Mentre sono sicuri i tagli ai trasferimenti agli enti locali e il rinvio della liquidazione degli statali di 24 mesi: lo Stato si limita a non pagare, quindi è certo di risparmiare.

Nonostante sia l’asse portante della manovra, il contributo di solidarietà   è nato proprio durante le ultime ore del decreto. La norma è stata pensata quasi come vendetta verso i contribuenti privati dai grand commis dello Stato per cui era già stato deciso analogo taglio degli stipendi dei dirigenti pubblici. La norma era stata prevista da un decreto legge del 31 maggio 2010, poi la Ragioneria generale dello Stato ha emanato con tutto comodo le regole per tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici, varando la circolare applicativa n. 12 nell’aprile 2011, a quasi un anno di distanza. Il taglio agli stipendi pubblici di fatto è scattato sui redditi più alti per la prima volta nelle buste paga di luglio. Quando i grand commis le hanno viste, è scattata la vendetta nei confronti dei dipendenti privati, ed è nato quel contributo di solidarietà mal pensato e ancora peggio scritto nel decreto legge (con errori macroscopici).

Anche un bambino avrebbe capito che sarebbe stato più semplice avere quello stesso incasso mettendo un tetto più basso al contributo di solidarietà senza avventurarsi nel gran pasticcio della sua deduzione dal reddito imponibile. Non è stato fatto proprio perché si voleva colpire i dipendenti privati nello stesso identico modo con cui si erano colpiti i dipendenti pubblici. Ai grand commis era stato tagliato lo stipendio del 5% sopra i 90 mila euro e del 10% sopra i 150 mila. Ma poi l’Irpef veniva calcolata sul nuovo stipendio tosato, come se il taglio fosse stato dedotto dal reddito. Quindi è stata imposta ai singoli contribuenti dipendenti privati o lavoratori autonomi la stessa identica fatica che è toccata a chi doveva fare le buste paga dei dirigenti pubblici. Pura e squisita vendetta. Forse comprensibile in un paese in cui è esplosa con virulenza la guerra delle caste. Che poi il governo in un momento tanto delicato si sia prestato a questo regolamento di conti, è altro affare.


di Franco Bechis
18/08/2011





Powered by ScribeFire.

Sanità in rosso, la carica dei furbetti del ticket Se adesso l’evasione conquista pure il Veneto

di

Controlli a campione sul 5 per cento delle dichiarazioni dei redditi: tra gli "esenti" emerge a sorpresa un esercito di falsi poveri. La Regione abolisce l'autocertificazione: così eviteremo le ingiustizie. Ma i veneti sono quelli che in proporzione alla ricchezza pagano di più


Venezia

Sorpresa, i pazienti veneti evadono. Pazienti nel senso di malati, non nel senso dei tanti Giobbe che sopportano con rassegnazione code e attese agli sportelli. La sanità funziona bene ma, secondo i calcoli dell’assessore regionale, Luca Coletto, all’appello mancherebbero 10 milioni di euro. Tutta gente che, al momento della fatidica domanda di rito formulata dall’impiegato dell’Ulss, «Lei è esente?», rispondono e autocertificano candidamente che sì, rientrano nelle categorie di indigenti, o quasi, che hanno il diritto di non pagare il ticket sulle prestazioni specialistiche (36 euro da pagare per i comuni mortali, più i 10 euro da poco introdotti dal governo e digeriti controvoglia da Zaia).

E pensare che stiamo parlando della regione che, confrontata con le altre, è anche quella che paga di più, dal momento che il ticket rappresenta l’1,85 per mille di quel che guadagna in media il cittadino. Nel vicino Friuli, per dire, siamo all’1,72 per mille, per non parlare di Calabria (1,15) e Puglia (1,18). Eppure, nonostante questo piccolo primato di «onestà», è bastato che il segretario generale della Sanità, Domenico Mantoan, avviasse i controlli su un campione del 5 per cento delle persone che nel 2009 hanno autocertificato di essere indigenti per accorgersi che un’altissima percentuale dei «poveracci» aveva candidamente mentito.

È capitato che fior di professionisti abbiano avuto la faccia tosta di dichiarare di essere «indigenti», oltre che «furbi», che siano così stati sottoposti a visite specialistiche facendo pagare il conto agli altri «ricchi», oltre che «cretini», incapaci di mentire. Certo, non siamo ai livelli di Caulonia, provincia di Reggio Calabria, simpatico paesino di circa settemila anime, dove la Guardia di finanza ha scoperto che in un anno erano state ben 621 le persone autocertificatesi indigenti o disoccupate e che in realtà risultavano proprietarie di ville o titolari di attività e aziende capaci di guadagnare redditi superiori a 300 mila euro. Sì, perché il ticket è (era, si spera) l’imposta più facile e meno pericolosa da evadere: basta una firma e via, peraltro convinti di essere stati furbi.

E pensare che i criteri stabiliti per l’esenzione sono abbastanza stretti, riservati appunto a chi ne ha davvero bisogno e necessità. I due parametri presi in considerazione sono due: quello sanitario e quello reddituale. Il primo, legato alla patologia del paziente, può essere facilmente certificato dall’Ulss stessa e qui ci sono pochi dubbi o scappatoie; il secondo prevede invece che gli indigenti («Soggetto disoccupato con reddito complessivo lordo del nucleo familiare, per l’anno 2010, inferiore a 8.263,31 euro, o inferiore a 11.362,05 euro in presenza di coniuge a carico») e chi ha età inferiore a 6 e superiore ai 65 anni con reddito familiare inferiore a 36.151,98 euro abbiano diritto all’esenzione. Ecco, è bastato spulciare un campione di questi indigenti per scoprire che in realtà indigenti non erano.

Ecco perché l’assessore Coletto ha attivato il piano B: se in un paese di furbi l’autocertificazione diventa sinonimo di diritto all’evasione, non resta che togliere l’autocertifcazione. Ma a questo punto spetta all’Ulss controllare l’effettiva titolarità del diritto, col rischio serio di aumentare la già notevole quantità di burocrazia richiesta. «La nuova norma - ha spiegato il direttore Mantoan - prevede che il medico inserisca nella prescrizione il codice dell’esenzione solo dietro presentazione del certificato».

Carte, bolli, lacci e laccioli che diventano fastidiosi quanto necessari per cercare di tappare le falle di un settore importante e prezioso come la sanità. Coletto mette le mani avanti nei confronti dei pazienti che saranno sottoposti a maggiori controlli: «Lo facciamo per tutelare chi ha effettivamente diritto all’esenzione - sostiene - per evitare che ci siano le solite macroscopiche ingiustizie».
C’è però un altro problema, legato alla veridicità delle denunce dei redditi prese come riferimento per la valutazione del diritto all’esenzione: a un 65enne con reddito familiare superiore ai 36mila euro perché lui e la moglie sono stati insegnanti, può per esempio contrapporsi un altro 65enne con redditi da fame perché ha fatto, o ancora fa, l’idraulico. Ma questa è l’Italia.




Powered by ScribeFire.

L’uomo che lavora solo con le donne

La Stampa

L’azienda tutta al femminile di un imprenditore di Basilea


MARINA VERNA


BASILEA

Di che cosa siano capaci le donne, René Mägli l’aveva visto da piccolo: era l’unico maschio in mezzo a tre sorelle. E l’esperienza dev’essere stata felice, se adesso per il suo ufficio - la filiale di Basilea della società di trasporti marittimi Msc - vuole solo donne. Con le sette assunzioni del mese scorso è arrivato a cento. Nemmeno un uomo tranne lui, il capo.

L’ultimo è stato licenziato dieci anni fa. «Avevo notato che cercava di esercitare del potere sulle colleghe e faceva sparire i documenti che non capiva». Da allora, pochi maschi mandano il curriculum e nessuno passa la selezione. «Non ho niente contro gli uomini ha raccontato Mägli allo Spiegel -. Solo che le donne hanno qualcosa in più: lavorano per l’azienda, non per il proprio ego. Gli uomini lottano per la posizione, per i soldi o lo status. Non amano lavorare in squadra e, se sono costretti, non comunicano, non si aiutano reciprocamente. Le donne invece non sono competitive, non vogliono dimostrare la loro superiorità. Almeno, questa è la mia esperienza».

René Mägli è un sessantenne austero, che nulla ha del Don Giovanni. Unico sfoggio, un anello con sigillo e una catenella d’oro per gli occhiali intorno al collo. Svizzero, ha scelto un mestiere inconsueto per il suo Paese: lo spedizioniere marittimo. Ha cominciato a lavorare a Rotterdam a 22 anni, ha girato diverse compagnie finché, nell’81, ha aperto a Basilea la sua, che ha ceduto qualche mese fa alla Mediterranean Shipping Company (Msc), la seconda compagnia al mondo per trasporto merci via mare - 50 mila dipendenti e una flotta di transatlantici e grandi navi container.

Msc ne ha fatto la sua filiale svizzera e così Herr Mägli continua a governare le sue «Ladies», come gli piace chiamarle, dalla piccola pedana piazzata al centro del reparto vendite, il più frenetico, uno stanzone al secondo piano di un anonimo edificio nel centro di Basilea. Non ha ufficio né segretaria «perché fa capo-macho, e non è quello il mio stile», si gestisce da solo l’agenda e sulla scrivania tiene un marinaio in legno, con le mani in tasca, come se lì non ci fosse niente da fare: unica allusione al business della casa.

Le donne - contabili, esperte di finanza, venditrici, manager - occupano anche altri due piani e di lì muovono, per conto dei clienti svizzeri, milioni di tonnellate di cacao, cotone, zucchero, caffè, legnami pregiati e ogni materia prima che il mercato globale richieda. «Le donne sono più adatte degli uomini a una società di servizi - dice Mägli -. Portano più utili». E infatti dal 2005 il fatturato è cresciuto del 25% all’anno. I colloqui di assunzione li fa direttamente il boss.

«So con esattezza che cosa cerco: donne che sappiano lavorare in squadra e abbiano voglia di imparare. Certo, studi ed esperienza contano, ma meno delle doti umane. Queste non si insegnano, tutto il resto sì». In conclusione: «Io non assumo donne per idealismo, non sono un benefattore, sono un uomo d’affari che sceglie il meglio sul mercato. Le donne sono più preparate, più flessibili, più attente ai costi. Sono più indifferenti alla gerarchia, sbrigano il lavoro aiutandosi». Le definisce «il mio capitale», le paga bene e, soprattutto, non le penalizza se vanno in maternità. Anzi. Quando tornano, possono scegliere il tempo parziale e modularlo secondo le loro necessità.

«Ho investito tanto per formarle, perché dovrei buttare via tutto? Tanto più che, da madri, hanno imparato a fare più cose insieme, a organizzarsi, fissare le priorità. Capacità preziose, che i maschi non hanno e che tornano utilissime anche in azienda». Ma tutte quelle donne non litigano mai? «In questa azienda l’aggressività non è apprezzata. Chi manipola o intriga, non ottiene un posto migliore. E viene isolata dalle colleghe». L’ultimo segreto di una formula di successo, che nessun altro in Svizzera, in Europa, nel mondo ha mai osato sperimentare sembra semplicissimo: «Trovare la donna giusta per ogni ruolo». E su questo punto Mägli è imbattibile. Questione di fiuto. Un’altra cosa che non si impara.



Powered by ScribeFire.

La manovra di Nichi, eroe anticasta? Assumere la nipote di Napolitano

di


La ricetta anticrisi di Vendola: un ufficio ad hoc per la sua portavoce, Susanna Napolitano, e il raddoppio della task force per l’occupazione (5 esperti che diventano 10. Tutto a spese nostre. I giornali locali zittiscono l'opposizione che grida allo scandalo



Roma

Il precariato questa brutta rogna che qualche leader combatte per davvero, non a ciance. Prendete Nichi Vendola. Anche ad agosto, invece di aprire ricci e cozze in riva al mare, si occupa di lavoro. Eccome se ne occupa. Ha persino raddoppiato la task force sull’occupazione in Puglia (5 esperti che diventano 10) e ha creato un ufficio ad hoc per la sua portavoce, Susanna Napolitano. Tra presidenze illustri ci sarà pure del feeling, ma la parentela è solo un caso, una coincidenza che la bravissima nipote del presidente della Repubblica lavori per il presidente della Puglia.

Un governatore che prometteva primavere che però tardano a sbocciare. L’allenatore nel pallone Oronzo Canà ormai lo stacca di molte posizioni nella classifica dei pugliesi più amati da quelli che tweettano, cliccano «mi piace» su Facebook e Youtube. Nichi Vendola, il poeta con la «s» sifula, il governatore nel pallone, è ormai «tallonato» - riporta famecount.com - pure da certa Emma, una salentina che cantava ad Amici (ecco forse Vendola farà un salto dalla De Filippi, come fece Fassino, per ingraziarsi le massaie conservatrici pro domo sua?).

«Vendola e la rete, il feeling è più soft» riassume morbidamente il Corriere del Mezzogiorno, solitamente tenero col governatore, che gode di molta stampa amica. Nessuno dei giornali pugliesi ha dato spago all’opposizione in Regione che da qualche giorno mitraglia comunicati stampa sulle ultime «duplicazioni» del mago Vendola. Due raddoppi, come si diceva: quello della comunicazione della regione Puglia, e quello della «task force per l’occupazione», cioè gli esperti chiamati ad aiutare chi cerca lavoro, e che nel frattempo hanno risolto il loro. «Poche migliaia di euro - dice l’assessore di Vendola - per affrontare con professionalità crisi aziendali difficili». Ma il Pdl pugliese fa l’ironico: «Il raddoppio della task force contribuisce direttamente alla soluzione della questione che dovrebbe affrontare...».

L’altra polemichetta pugliese riguarda la comunicazione. Il 3 agosto scorso il direttore dell’«Organizzazione» della Regione Puglia ha vergato una «Determinazione» che «configura» «due uffici non dirigenziali, stampa del Presidente e stampa della Giunta regionale, con il sottoelencato contingente per ciascuno di essi: n. 1 caporedattore, n. 2 giornalisti». Da uno, due. Di nuovo l’ironia del Pdl locale: «Vendola istituisce ex novo un Ufficio stampa, previa onerosa scissione di quello già esistente, tutto e solo per il Presidente, al quale pure non si può dire manchi l’attenzione continua ed adorante dei mass media». I due capiredattori per i due uffici sono già belli e pronti. Chi altri mettere alla guida dell’Ufficio stampa del Presidente Vendola, se non la sua attuale portavoce (già inquadrata come caporedattore a 91.701 euro lordi l’anno), Susanna Napolitano? Che ci va per tre mesi, fino a «disegno normativo ad hoc». Per gli altri 4 posti così creati (due giornalisti per ognuno dei due uffici stampa) invece «si provvederà con successiva disposizione alla copertura dei posti vacanti», chiarisce il dirigente.

Non abbastanza per l’opposizione, coadiuvata in altri casi anche da Idv e Udc, come nel terzultimo «raddoppio», la nomina (del 2 agosto, mese fervido per la Regione Puglia) di sette consulenti per il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici regionali. Costo: un milione e mezzo in tre anni. E potevano farlo internamente. Chiedere a Vendola? Sarebbe insensato. Come spiegò in un suo appassionante libro, «non sono la persona deputata alle risposte, posso solo allargare l’ambito delle domande».



Powered by ScribeFire.

Malati di tintarella, allarme per il fai da te caffè e uva per difendersi

Il Messaggero

di Carla Massi

ROMA - Il sole è ancora alto, la voglia di abbronzatura ancora dilaga e i ricercatori, chiusi nei laboratori, già pensano alla crema che ci spalmeremo la prossima estate. Potrebbe profumare al caffè, come rivela un nuovo studio americano pubblicato on line dall’Accademia nazionale delle scienze. Il lavoro conferma le possibili virtù della caffeina come nuovo complice della pelle.


L’idea è quella di mettere la caffeina direttamente sulla pelle per difenderla dall’esposizione e dalla possibile insorgenza del cancro. «Ora comunque - spiega Allan Conney che ha guidato la ricerca - sono necessari altri studi per definire se l’uso topico della caffeina possa davvero inibire le neoplasie cutanee associate all’esposizione al sole. Questa sostanza potrebbe diventare una forte arma di prevenzione». Dall’università di Barcellona, invece, ci arriva uno studio che può portare benefici anche in questo scorcio d’estate che si annuncia ancora caldo. I risultati indicano l’uva come la nuova beniamina dei raggi solari: alcune sostanze polifenoliche contenute nel frutto riuscirebbero infatti ad arginare con successo i radicali liberi prodotti dalle radiazioni ultraviolette. «Si potrebbero sviluppare nuovi prodotti per la fotoprotezione cutanea - fanno sapere dal Consiglio delle ricerche spagnolo - proprio utilizzando estratti d’uva».

Le notizie dei ricercatori si incrociano con un desolante quadro disegnato dai dermatologi
che, nei pronto soccorso, si trovano a fronteggiare un’onda anomala di ustionati dal sole. Pochi giorni fa a Milano, il Centro antiveleni dell’ospedale Niguarda, ha lanciato l’allarme: una processione di pazienti con la pelle deturpata da lozioni casalinghe a base di iodio, cola, succo di limone o decotto di fico. Proprio il decotto a base di fico, in auge qualche anno fa, sembra tornato di moda. E, come allora, torna a far danni. Ustioni da chirurgo plastico. «In generale vanno evitate tutte le sostanze che provengono dal mondo botanico - consiglia la dermatologa Riccarda Serri, presidente di Skineco, Associazione internazionale di ecodermatologia -. Un universo che, teoricamente, non è nato per noi se si pensa che il nostro organismo è composto da proteine animali».

Che non spaventano l’ormai sempre più fitta schiera dei dipendenti dell’abbronzatura.
Dipendenti come si è dell’alcol o della droga. C’è quella che dura tutto l’anno legata al fascino del lettino solare in cabina e quella che spunta ai primi caldi e condiziona la vita per tutta la stagione estiva. Negli Usa hanno già dato un nome a questa dipendenza: la tanoressia (un misto di tan, in inglese abbronzatura e anoressia). Come gli anoressici non si vedono mai magri così i tanoressici non sono mai soddisfatti della loro tintarella. Una sorta di psicopatologia obbliga la persona ad essere sempre con la pelle scura. Oltre a comportare un rischio aumentato di cancro ed un invecchiamento precoce della pelle sembra che la tanoressia induca anche cambiamenti dell’umore come ansia o depressione. La sindrome compulsiva da sole sarebbe una vera e propria malattia che interessa più di 10 milioni di italiani, tra giovani e adulti. Un milione e mezzo (i numeri escono puntuali durante ala giornata mondiale sul Melanoma a maggio) i ragazzi tra i 14 e i 18 anni che fanno almeno una lampada abbronzate l’anno. Fra questi 700mila sono da catalogarsi tra i lettino-dipendenti.

Un piccolo centro nel Bresciano, Nuvolera, è arrivato a parlare di tanoressia sul sito del Comune. Se ne è fatto carico l’assessore alla Sanità: spiega di che cosa si tratta e mette in guardia in concittadini con una seri di indicazioni scientifiche.

Giovedì 18 Agosto 2011 - 18:00    Ultimo aggiornamento: 18:01




Powered by ScribeFire.

Usa, è allarme per l'ameba che mangia il cervello In pochi mesi ha giù ucciso tre persone

Quotidiano.net

Due bambini e un ragazzo hanno perso la vita a causa della Naegleria fowleri. L'organismo vive nelle acque dolci e si nutre di tessuti cerebrali. Non esiste una cura. Sui social network è già psicosi




Su Twitter e Facebook, gli utenti consigliano ai propri amici  di non fare il bagno nei laghi

Atlanta, 18 agosto 2011. L'incubo si nasconde nell'acqua. Negli ultimi tre mesi, due bambini e un ragazzo hanno perso la vita a causa di un ameba killer che vive in laghi, piccoli fiumi e pozze e si nutre di tessuti cerebrali. In agosto, la terribile infezione, secondo l'Associated Press, ha colpito una teenager della Florida, che si è sentita male non appena è tornata a riva, e un piccolo di 9 anni della Virginia, che è morto una settimana dopo essere rientrato da un campo dedicato alla pesca.

Il bambino si era immerso nell'acqua il primo giorno di vacanza. La terza vittima è un ragazzo della Louisiana, che è stato ucciso dall'ameba in giugno. Tracce del killer invisibile sono state ritrovate nell'acqua contenuta nello spruzzino che il giovane utilizzava di solito per curare il raffreddore. Gli ispettori sanitari hanno poi rintracciato l'ameba nelle tubature della casa del giovane. L'infezione non si è propagata ed è stata fermata in tempo. «Non abbiamo rilevato la presenza dell'ameba altrove», ha tentato di rassicurare i cittadini l'epidemiologo Raoult Ratard.

Ma ormai negli Stati Uniti è psicosi, anche perché una volta che la Naegleria fowleri (questo il nome dell'ameba) riesce a raggiungere il cervello, dopo aver risalito le cavità nasali, non esiste cura. Le vittime dell'infezione sono state 32 tra il 2001 e il 2010. Secondo il centro di prevenzione e controllo delle malattie, il numero di persone colpite (tre all'anno) è in linea con le statistiche.

Su Twitter e Facebook, gli utenti consigliano ai propri amici o follower di non fare il bagno nei laghi e c'è anche chi li invita a non bere l'acqua dei rubinetti. «Questa infezione è davvero difficile da curare. Non esiste un protocollo da seguire. Quasi tutte le persone colpite - conclude Raoult Ratard - poi muoiono».



Luca Bolognini




Powered by ScribeFire.

E' polemica sull'affresco "Albero della fecondità": castrato dopo il restauro

di

E' polemica sul restauro dell'affresco medievale l'"Albero della fecondità" di Massa Marittima. La denuncia del consigliere comunale: "Sono spariti i testicoli che facevano parte di alcuni dei singolari frutti". Presentato un esposto alla procura e al ministero dei beni culturali



Massa Marittimia - Quando fu scoperto nel 1999 fece molto discutere e oggi, dopo il restauro appena concluso, le polemiche non si placano: l’ "Albero della fecondità", l’affresco medievale che a Massa Marittima raffigura un albero dai cui rami pendono non frutti ma organi sessuali maschili con alcune donne in attesa di raccoglierli e due che se li contendono, è stato sì restaurato ma, secondo un esponente di opposizione in consiglio comunale, mancherebbe qualcosa. La "sparizione" riguarderebbe, spiega oggi sul quotidiano Il Tirreno Gabriele Galeotti del movimento civico Massa Comune, dei "particolari" importanti e cioè i testicoli che facevano parte di alcuni dei singolari frutti. Dopo il restauro l’affresco "appare fortemente compromesso", dice Galeotti che sulla vicenda ha anche presentato un esposto a procura e ministero dei beni culturali.

Il sindaco: mi fido dei tecnici A dimostrarlo ci sarebbero le foto di prima e dopo la cura, che documenterebbero una vera e propria "castrazione" di alcuni dei frutti peniformi. "Da parte nostra siamo tranquilli sui soggetti che hanno condotto il restauro - commenta il sindaco Linda Bai - e cioè i tecnici della soprintendenza di Siena con il contributo dell’università di Firenze, dell’Opificio delle pietre dure e del Cnr". I tecnici della soprintendenza hanno fatto comunque sapere che, in presenza di un esposto, non intendono entrare nella polemica ma rispondere nelle sedi opportune. L’affresco che all’epoca della sua scoperta fu definito "a luci rosse", è stato oggetto di studi approfonditi e ancora oggi è sottoposto ad un monitoraggio scientifico a causa della presenza di sali minerali e delle infiltrazioni che potrebbero comprometterlo. L’opera, infatti, è stata realizzata sulla parete delle Fonti dell’abbondanza, vasche ai piedi dell’omonimo palazzo medievale, uno dei gioielli della cittadina maremmana. "È una testimonianza - aggiunge il sindaco - sulla quale sarebbe opportuno aprire anche un percorso di interpretazione e che ha suscitato l’interese anche di studiosi non italiani".




Powered by ScribeFire.

Città di transizione, una nuova filosofia di vita si fa strada

Corriere della sera

Arrivare all'indipendenza energetica recuperando il senso critico e la collaborazione tra cittadini





MILANO - La riflessione di partenza è «se quarant’anni di movimenti ecologici non ci hanno portato a salvaguardare il pianeta, perché non proviamo a ripartire da un foglio bianco e ci reinventiamo un modo di vivere?». E, ancora, «se questo modello economico sta crollando come vogliamo rispondere?». Il punto di arrivo, semplificando, sono città e paesi indipendenti dal petrolio e dai suo derivati, che vivano salvaguardando l’ambiente e cercando di recuperare il senso critico e la collaborazione tra abitanti che vivono vicini. Tempo previsto, 15-20 anni. In mezzo - solo per fare qualche esempio - i Gruppi di acquisto solidale, i pannelli solari, gli orti condivisi, le banche del tempo, i condomini solidali o anche solo semplici gesti di scambio tra dirimpettai.

UNA NUOVA FILOSOFIA? - Il concetto di Transizione matura dal lavoro di Rob Hopkins (esperto di pratiche agricole sostenibili) e degli studenti del Kinsale Further Education College, culminato nel saggio Energy Descent Action Plan. E se l’approccio a energia, salute, istruzione, economia e agricoltura, è multidisciplinare ed espresso sotto forma di road map, Louise Rooney, uno degli studenti di Hopkins, decide di metterlo in pratica e lo propone al consiglio cittadino di Kinsale Town, in Irlanda. Idee economiche e picchi del petrolio a parte, alla base del movimento ci sta anche il concetto di resilienza, ossia la capacità di un ecosistema di autoripararsi dopo un danno utilizzando strumenti già esistenti.

Il tutto facendo sì che i suoi componenti riprendano fiducia l’uno nell’altro, a partire dalla strada e dal quartiere in cui vivono. Nessuno è escluso, nessuno comanda. Sembrava impossibile ma il piano di Rooney convinse tutti, venne adottato e oggi la città lavora alla propria indipendenza energetica. Ma la storia non si ferma qui. Nel 2006 anche a Totnes (Gran Bretagna) è iniziata la transizione, e così via, nel corso degli anni. Fino a oggi, con oltre cinquanta comunità riconosciute nel Regno Unito, in Irlanda, Australia, Nuova Zelanda.

DALL’EMILIA DEI GAS ALL’AQUILA DEL TERREMOTO – Negli ultimi tre anni le iniziative di transizione hanno contagiato anche l’Italia. Primo caso è stato Monteveglio, in provincia di Bologna dove, come spiega a Corriere.it Cristiano Bottone, monteveglino di professione pubblicitario, che organizza corsi e conferenze sull’argomento, «sono state coinvolte pure le istituzioni, con amministratori giovani che hanno capito il meccanismo. Se arriva un fondo europeo si cerca di decidere tutti insieme cosa farne, mentre ciascuno mette a disposizione degli altri la propria “cassetta degli attrezzi” anche a costo di non guadagnarci nell’immediato». Un’idea, dunque, che la politica italiana difficilmente riesce a mettere in pratica da sola. Non a caso, la mappa delle Transition Town si sta allargando. A San Lazzaro, sempre in provincia di Bologna, si è partiti dagli orti sinergici.

Poi il Comune ha messo a disposizione il tetto di una scuola per montare pannelli fotovoltaici. «Così si stanno raccogliendo i fondi per realizzare un modello di solare condiviso», prosegue Cristiano. All’Aquila, invece, l’inizio del processo è coinciso con il terremoto: «Il momento di incontro negli orti è diventato occasione per rielaborare una tragedia e tentare di ricucire gli strappi di una comunità lacerata». E, ancora, si inizia a parlarne a Ferrara, Granarolo, Budrio, in Emilia. A Modica, in Sicilia. Con gli urban garden e le fattorie «a fare da cavallo di Troia e consentire al processo di muore i primi passi».

NESSUNO COMANDA - Convincere i cittadini è molto semplice. «Si parte dal presupposto che non si deve convincere nessuno», continua Bottone. Il meccanismo inizia nel condominio, nel gruppo di villette, nella strada (sta succedendo anche al Quartiere Lame di Bologna). Il primo risultato è più sociale che ecologico: «Persone distanti tra loro da anni, seppur vicine nello spazio, ricominciano a parlarsi». E anche se si decide di investire soldi per i pannelli solari, piuttosto che per i semi dell’orto senza guadagnarci nell’immediato, c’è la soddisfazione di aver toccato con mano un nuovo modo di vivere. Insomma, ancora semplificando, si cerca di passare dal cittadino solo davanti al suo schermo al plasma, al pannello solare acquistato in accordo con il suo vicino di casa. E i governi? «L’obiettivo è di includerli nel processo di transizione. Transition Scotland è ora interamente finanziato dalle istituzioni scozzesi che hanno messo a disposizione 8 milioni di sterline (13 milioni di euro)».



Marta Serafini
18 agosto 2011 10:45



Powered by ScribeFire.