martedì 23 agosto 2011

gevolati. Il silenzio sui trucchi della chiesa. Comandamento n.11: non parlare di tasse

Libero



L'intervento anti-evasione del cardinale Angelo Bagnasco, questa la verità, si è rivelato un boomerang: e a rilevarlo non sono stati soltanto i Radicali o un drappello di agnostici razionalisti, ma anche giornali come La Stampa, Libero, Repubblica e il Corriere della Sera, questo tralasciando vari e accalorati interventi in rete.  È stato il pulpito ad insospettire, ed è stata la straordinarietà della crisi a rendere possibile un’accennata discussione sull’indiscutibile: cioè i privilegi fiscali della Chiesa.


Persino il prudentissimo Corriere, dopo cento righe di cerimoniale dialettico, ieri l’ha scritto: «È innegabile che la Chiesa in Italia goda di un regime fiscale agevolato, anche in alcune sue attività commerciali, certo legittime, ma inevitabilmente in concorrenza con piccoli imprenditori che le tasse devono pagarle tutte». Il riferimento è all’esenzione parziale dell’Ires e totale dell’Ici per gli edifici cosiddetti «adibiti a culto», espressione che qualche cavillo gesuitico ha reso estremamente elastica: il calcolo è difficile, ma non è azzardato ipotizzare che le tasse non pagate dalla Chiesa - secondo una stima dell’Unione europea - ammontino a circa 4 miliardi di euro, più o meno l’intero contributo di solidarietà che gli italiani saranno chiamati a pagare nei prossimi tre anni. Giusto, sbagliato? Una sola categoria non ha partecipato alla discussione oppure l’ha liquidata, peggio, come una schermaglia tra mazziniani e clericali: la nostra classe politica. Radicali a parte, si sono segnalati pochissimi interventi che hanno brillato per vacanza o per reticenza. Tutto il centrodestra ha sostanzialmente taciuto.

Da sinistra, invece, ha palesato dubbi il «rottamatore» del Pd Pippo Civati («non capisco perché a sinistra non se ne possa neppure parlare») ma gli ha subito risposto Maria Rosaria Bindi, secondo la quale un emendamento per far pagare l’Ici alla Chiesa «non lo appoggeremo», ha detto, perché «la Chiesa è una grande ricchezza per la società italiana, l’unica veramente impegnata con il volontariato nella lotta alla povertà». Come se la discussione vertesse su questo, come se non stessimo invece parlando delle attività «non commerciali» della Chiesa che tuttavia commerciali lo sono eccome.

A parte una difesa d’ufficio di Pierferdinando Casini, poi, è intervenuto il margheritino Pierluigi Castagnetti che in un articolo sull’Unità ha precisato che le esenzioni non riguardano solo la Chiesa cattolica identica posizione di Avvenire - ma tutte le confessioni e tutti gli enti non commerciali come sono ad esempio le associazioni sportive dilettantistiche, quelle di volontariato, le onlus eccetera. Un falso argomento, visto che in Italia le succitate categorie di associazioni appartengono quasi tutte alla Chiesa.

Però «non è vero», ha aggiunto Castagnetti, «che basti inserire una cappella in un immobile per godere del beneficio». Ha ragione, non basta una cappella dentro un immobile: può anche essere fuori, e su questo possiamo solo invitare Castagnetti e Avvenire a informarsi meglio, perché le cose non stanno come dicono loro: soprattutto per quanto riguarda alberghi, ristoranti, cinema, cliniche, scuole, impianti sportivi e interi palazzi con appartamenti in affitto.

Se stessero come dicono loro, del resto, non dovrebbe esserci problema ad approvare un emendamento semplice semplice, più volte proposto in passato: l’esenzione dall’Ici deve essere riservata esclusivamente a luoghi come chiese, santuari, sedi di diocesi, parrocchie, biblioteche e centri di accoglienza. E però emendamenti del genere sono stati sempre respinti, e non è chiaro perché. Cioè: è chiarissimo. Un tartufesco intervento del governo Prodi, nel 2006, precisò che il privilegio dell’esenzione dall’Ici era da intendersi esteso a  tutte le attività «non esclusivamente commerciali»: un’espressione abbastanza ambigua da meritarsi un’indagine della Commissione europea (tutt'ora in corso) per verificare se i citati vantaggi fiscali non siano contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza.

Vantaggi che sono tanti altri, invero: dagli oneri di urbanizzazione per l’edilizia «di culto» ai contributi statali per le scuole cattoliche, dagli insegnanti di religione - pagati dallo Stato - all’esenzione delle imposte doganali per tutte le merci dirette dall’estero al Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del Paese. Questo senza considerare che i lavoratori che lavorano in società con sede in Vaticano - parliamo di lavoratori italiani - non pagano completamente l’Irpef. E questo senza considerare - anche se si fa una certa fatica - l’incredibile partita di giro dell’8 per mille, quella che ogni anno indirizza alla Chiesa cattolica l’80 per cento delle quote di 8 per mille che gli italiani scelgono espressamente di non donare a nessuno. Fanno circa 600 milioni di euro. Vogliamo parlarne? A quanto pare, no.

di Filippo Facci
23/08/2011




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Veltroni: "Dimezziamo il parlamento ma non dimezzate il mio stipendio"

I segreti della casta


L´intervento di Walter Veltroni sul Corriere della Sera di qualche giorno fa mi ha convinto dell´'insostenibile superficialita' della casta. Sono talmente fatui questi signori che sono, senza particolari differenze tra destra e sinistra che modificare la Costituzione per loro e' uno sport come la caccia alla volpe per i lord inglesi.
Se non hai proposto di modificare almeno un articolo della Costituzione, scritta da personaggi la cui cultura e storia personale era incommensurabile con l'attuale pochezza bipartisan, vuol dire che non sei un vero leader.

Peccato che finora queste modifiche costituzionali, quando portate a segno, hanno fatto danni ai conti pubblici e al funzionamento della macchina amministrativa.
Nel 2001 il centrosinistra, per cercare inutilmente di rubare voti lla Lega, introdusse il federalismo e altre amenita' nella Costituzione.
Perche' nessuno racconta quanto e' aumentata grazie a questa genialata la spesa pubblica nei 10 anni a seguire?
Ma si sa che in Italia contano gli annunci e non la sostanza.

Ora Veltroni propone l'ennesima scialuppa di salvataggio a Berlusconi (d'altronde e' il suo mestiere): modificare la Costituzione con accordo bipartisan!
Per fare cosa?

Introdurre il vincolo del pareggio di bilancio (proposta del governo) e dimezzare il numero dei parlamentari (proposta di veltroni).
Sulla prima proposta non mi sorprende che Veltroni sia d'accordo con Berlusconi ma non sono un economista, ma all'universita' ho studiato Keynes mentre Veltroni distribuiva le figurine Panini con L'Unita' e mi sembra che l'economista inglese aveva qualche ragione in piu' rispetto a quei liberisti che stanno conducendo per la seconda volta il mondo in un baratro.

Ma la proposta veltroniana e' la vera chicca della casta dei miracoli: dimezziamo il costo del parlamento! Per farlo basta una legge ordinaria di una riga che dimezzi indennita´, emolumenti vari e vitalizi dei parlamentari e di conseguenza dei consiglieri regionali. Ci si metterebbe un attimo ad approvarla se ci fosse la volonta' politica ma dato che non cé' si preferisce proporre una complicatissima modifica costituzionale che con tutta probabilita' per l´ennesima volta non si realizzera´.

Dimezzare il numero dei parlamentari ma non i loro privilegi ha pero' un vantaggio per i signori della casta per i quali vale lo slogan orwelliano della Fattoria degli animali. Dimezzando il numero dei parlamentari si lasciano intonsi i privilegi dei big, come Veltroni, che si autoeleggeranno come accade da sempre.


In caso di vittoria del suo referendicchio Veltroni sara', come tutti i presunti leaders, in un bel collegio sicuro per godere dei soliti privilegi.

Con il Porcellum attuale Veltroni sara' in cima alla lista e nominato eccellente.
Tagliare il numero dei parlamentari significa ridurre il numero dei peones senza minacciare i privilegi dei leaders.
Insomma l'obiettivo di tagliare il numero dei parlamentari e' una fregatura per non parlare della cosa piu' semplice da fare dentro una qualsiasi manovra: un bel taglio immediato al privilegio che collochi il trattamento dei nostri eletti almeno su una media europea! Il resto sono chiacchiere e fregature!
S.T.





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A Rogliano l'ospedale fantasma Dieci milioni per pulirlo, ora chiuderà

Corriere della sera

Era il più sporco d'Italia, poi è stato riqualificato. Ora la Regione non ha i soldi per mantenerlo


Tutto nuovo, pulito, limpido. All'ospedale Santa Barbara di Rogliano, provincia di Cosenza, si respira aria di intonso. Quando entriamo nelle nuove stanze di degenza si sente ancora l'odore del cellophane appena scartato. I corridoi sono lucidi. Nessuno oserebbe pensare che appena quattro anni fa era l'ospedale più sporco d'Italia, almeno secondo i carabinieri dei Nas. Veniva indicato come l'eterno incompleto. All'esterno resistevano ancora i ponteggi di lavori mai conclusi; i rifiuti delle sale operatorie salivano e scendevano nello stesso ascensore dove poco prima erano passati i carrelli dei pasti o le scope e le palette degli addetti alle pulizie. Roba da chiusura immediata. Invece no. La Regione Calabria, con l'allora governatore Agazio Loiero, decise un massiccio investimento per la riqualificazione e il potenziamento del nosocomio. Lavori che si sono conclusi appena qualche mese fa. Dai cordoni della borsa regionale uscirono immediatamente 1,5 milioni di euro ma «nell'arco di 6 o 7 anni gli investimenti hanno raggiunto quota 10 milioni di euro», precisa il sindaco di Rogliano, Giuseppe Gallo. Eh già, perché allora si optò per le cose in grande: nuovi reparti di degenza con tanto di bagno in camera, percorsi separati per lo sporco e il pulito, un reparto per la dialisi (inaugurato l'ottobre scorso), un apparecchio per Tac tridimensionali di ultima generazione e ben due nuove sale operatorie. Che ora chiuderanno. Perché c'è il piano di rientro dal debito che la Sanità ha prodotto in Calabria. Non ci sono i soldi per sostenerlo.


COSA SUCCEDERÀ ADESSO - Nelle delibere della Giunta regionale si legge che l'ospedale verrà riconvertito ma che «tali strutture dismetteranno l'erogazione di prestazioni ospedaliere». Tradotto, significa che chiuderà. «Le sale operatorie è da un po' che non funzionano più - spiegano gli operatori del Santa Barbara -. Siamo riusciti a fare appena qualche intervento, poi le hanno chiuse. Ora neanche più le Tac riusciamo a fare perché l'anestesista che c'era è andato via e non l'hanno sostituito. Ci stanno togliendo un pezzetto alla volta». Eppure qui era possibile effettuare una Tac con mezzo di contrasto in appena 3 o 4 giorni. E ora? Si dovrà andare al vicino ospedale di Cosenza, in perenne sovraffollamento, dove spesso i tempi ti attesa non sono inferiori ai tre mesi. E pensare che in previsione di una maggiore affluenza, il Comune aveva inaugurato un mega parcheggio e addirittura una pista di atterraggio per l'elisoccorso. «Ci erano stati illustrati progetti di potenziamento e non di chiusura, così abbiamo pensato di fare anche noi la nostra parte», commenta il primo cittadino che oggi ha concesso la pista di atterraggio alla Protezione Civile, almeno per arginare la forte puzza dello spreco di denaro pubblico. «E vabbè, sono investimenti che non ho deciso io - replica il governatore della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti -. Sono il frutto della totale insipienza e incapacità della politica che per accattivarsi il consenso elettorale decide investimenti come questo».

Antonio Crispino
23 agosto 2011 15:56

La foto del “fantasma” napoletano non è un equivoco: è un falso fabbricato intenzionalmente

Fonte: Il Disinformatico


Non si tratta della solita forma sfocata che il cervello interpreta erroneamente come se fosse la sagoma di una bambina: nella foto del “fantasma” del Museo Archeologico di Napoli di cui si parla tanto in questi giorni c'è di mezzo una falsificazione intenzionale.

La paternità della foto è stata attribuita dal Mattino a un “uomo del ministero, inizialmente scettico”. ANSA ha pubblicato la foto e ne ha identificato l'autore: “l'architetto Oreste Albarano, nominato dal ministero per i Beni Culturali come responsabile dei lavori al Museo. Lui, ai fantasmi, dice di non credere. Dopo le sollecitazioni di alcuni operai, si e' recato personalmente al Museo. Ha fatto alcune foto con il suo cellulare e, da qui, la 'sorpresa': sullo sfondo la sagoma di una bimba che, secondo quanto e' stato accertato, non e' la figlia di nessuno degli operai”.

Anche Repubblica cita l'attribuzione della fotografia e nota che Albarano ha “chiamato un'equipe di esperti del soprannaturale, tra i quali docenti universitari”. Ma la direttrice del Museo, Valeria Sampaolo, smentisce questa chiamata ai Ghostbuster, stando al Corriere e ad ADNKronos (agenzia citata da Leggo). Per il Corriere, tra gli operai del cantiere del Museo ci sarebbe addirittura il “panico” a causa del fantasma.

Ma Gianluca Nicoletti, su La Stampa, fa notare che foto del genere si fabbricano dagli albori della fotografia e che oggi esistono addirittura delle applicazioni apposite per telefonini, come Ghost Capture. E guarda caso, nel repertorio di “spettri” preconfezionati di Ghost Capture c'è una bambina la cui immagine richiama sorprendentemente quella nella foto attribuita ad Albarano.

Alla stessa conclusione è arrivato il fototecnico Paolo Bertotti di PhotoBuster, che ho intervistato via mail.

“È stata clonata due volte la stessa sagoma” mi scrive Bertotti, “uno dei punti in comune tra la sagoma della foto di Napoli e quella del software dell'iPhone ad esempio è la corda che pende utilizzata come cintura... il particolare della sfera alla fine della corda si nota anche sulla foto schiarita estremamente.”

Paolo mi ha inviato una dimostrazione eloquentissima: a sinistra l'immagine del “fantasma” presa direttamente dal software Ghost Capture, al centro la versione trasformata e degradata a causa della compressione JPEG (Ghost Capture, precisa Paolo, lavora a bassa risoluzione se non si compra la versione a pagamento), e a destra l'immagine di Napoli.


Secondo Paolo, è molto probabile che l'immagine del “fantasma” sia stata ritoccata usando lo strumento “clone” di Photoshop o simile, perché sulla sinistra dell'immagine della bambina si notano delle ripetizioni di pixel sul particolare della gonna, che è ripetuto lateralmente a sinistra della figura principale. Inoltre a suo avviso nei vari passaggi prima di arrivare alla pubblicazione la fotografia è stata ingrandita e rielaborata più volte, come indicano gli artefatti di compressione ampiamente visibili.

Guardando la fotografia mi è venuto il dubbio che anche i suoi colori originali siano stati alterati: sono decisamente scadenti persino per la fotocamera di un telefonino. Paolo Bertotti conferma: “la foto ha subito dei ribilanciamenti su toni, colori e fattori di contrasto, che hanno colpito principalmente le zone più chiare dell'immagine”.

La mia ipotesi iniziale di una pareidolia (oggetto realmente esistente sul posto, che il nostro cervello interpreta come una figura umana) non trova concorde il fototecnico: “Può darsi, ma stavolta improbabile: troppi particolari, le pieghe della gonna, la definizione dei contorni, e altri piccoli elementi fanno capire che stavolta NON è pareidolia (la corrispondenza dei particolari con l'immagine da me scattata è veramente alta: il particolare della cintura ad esempio è identico all'esempio che ti ho inviato, un altro particolare è il colore leggermente diverso della presenza rispetto allo sfondo, infatti c'è meno dominante gialla sulla sagoma che nel resto della foto.)”

Gli ho chiesto se si può trattare di un fotomontaggio realizzabile usando un telefonino, senza richiedere attrezzatura più sofisticata: “Certo che è possibile, anzi è certo [...] Probabilmente la foto è stata dapprima scattata con il software appena citato e poi riprocessata con altri software (ad esempio PS Express e PEStudio, sempre per iPhone) per variarne colori, saturazione e contrasto. Almeno tre interventi sono stati eseguiti sulla fotografia dallo scatto, ma è inquantificabile realmente in quanto non siamo in possesso dell'originale, possiamo trarre conclusioni solamente dall'analisi visiva e della gamma dell'immagine. La foto è certamente un falso.”

Paolo mi ha inviato questa demo veloce, fatta tutta tramite iPhone in “due minuti scarsi” prendendo una foto dalla libreria d'immagini:


A questo punto, invece di concentrarsi sull'inesistente fantasma, sarebbe opportuno chiedersi chi ha falsificato la fotografia per gabbare giornalisti e lettori, e perché i giornali hanno pubblicato questa truffa senza fare un minimo di controllo preliminare che avrebbe permesso di smascherare la falsificazione. Che squallore.



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Bulldog abbaia cercando aiuto per la sua padrona, poi muore insieme a lei

Ecco il trucco degli immigrati per farsi l'harem in Italia

Libero




Ha beffato la burocrazia italiana regolarizzando entrambe le mogli sposate in Senegal ma il suo segreto è riuscito a mantenerlo per poco, giusto un mese, e non perché lo Stato italiano si sia accorto del proprio errore ma perché una delle due donne, divorata dalla gelosia, ha spifferato tutto all’ufficio immigrazione facendo stracciare il permesso di soggiorno della rivale d’amore.

Protagonista della vicenda è un senegalese di 45 anni, giunto a Treviso undici anni fa. Quando aveva scelto di lasciare il paese d’origine per cercare lavoro in Italia, consapevole che da noi la poligamia è vietata, aveva deciso di portare con sé soltanto una delle sue due mogli. All’altra avrebbe pensato più avanti. La prima moglie è entrata in Italia con un visto turistico, documento che le ha poi consentito di ottenere la “coesione familiare”. I due coniugi hanno condotto per anni una vita tranquilla.

La situazione è precipitata soltanto di recente quando il senegalese, che forse si era stufato di avere una sola moglie, ha deciso di far arrivare in Italia anche l’altra e, per farlo, ha fatto ricorso al “ricongiungimento familiare”. Ci si potrà chiedere come abbia fatto a usufruirne se era già sposato con un’altra donna. Semplice: il primo matrimonio non era mai stato registrato dal Comune e, di conseguenza, l’ambasciata non ne aveva mai ricevuto comunicazione. La seconda delle sue donne era quindi arrivata in Italia senza problemi ma la convivenza con la rivale era risultata impossibile fin dall’inizio. La prima moglie, non potendone più della nuova arrivata, ha confidato la propria condizione ad alcuni conoscenti che l’hanno convinta a raccontare tutto alla questura. E ora il bigamo rischia...niente.

Penalmente niente, perché le pratiche per portare in Italia le due mogli sarebbero regolari, anche se incompatibili. L’unica cosa che gli succederà è che dovrà ritornare monogamo. Sorte diversa è capitata ad un italo-brasiliano che lo scorso aprile è stato condannato ad un anno e sei mesi di reclusione (con la sospensione condizionale della pena) dal tribunale di Treviso con l’accusa di bigamia. Si era sposato nel Trevigiano nel 2001 ed era convolato nuovamente a nozze in Cina nel 2007. Ma c’è anche chi, come Farid, un marocchino residente ad Albenga, ha presentato istanza alla questura perché i suoi tre matrimoni vengano riconosciuti anche in Italia. Una dichiarazione di «poligamia conclamata inaccettabile nel nostro Paese» che ha mandato su tutte le furie l’onorevole del Pdl, Souad Sbai, presidentessa dell’associazione donne marocchine in Italia.

Secondo lei sono circa 20mila i casi di poligamia nel nostro Paese, cifre che concordano - a grandi linee - con una ricerca realizzata dal parlamentare europeo Magdi Allam secondo cui tra i musulmani residenti in Italia - ad oggi un milione e 583 mila (Dossier Caritas-Migrantes 2011) - l’1,5% avrebbe più di una moglie, donne spesso vittime di abusi e costrette a vivere in pochi metri quadri. I “poligami d’Italia” provengono prevalentemente dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Egitto e dal Senegal. Ma c’è anche chi, italiano di nascita, si converte all’Islam e tiene in casa fino a quattro mogli. D’altronde, secondo uno studio dell’Università di Sheffield, la poligamia, per gli uomini, è la chiave per una lunga vita.


di Alessandro Gonzato
23/08/2011




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Le mamme controllano sul Web i figli sotto naia

La Stampa

Succede in Corea del Sud, dove suicidi e nonnismo allarmano i genitori delle reclute
CLAUDIO LEONARDI

SEUL

Cosa avrebbero dato le mamme italiane per un servizio online che permettesse loro di vigilare sul figlio partito per la naia? Se nel nostro Paese la cancellazione dell'obbligo di leva ha fatto dimenticare a molti genitori cos'è l'apprensione per un pargolo che parte militare, non è così nel Sud Corea, dove il servizio dura addirittura due anni. In tempo di pace, la preoccupazione maggiore riguarda quei fenomeni rubricati da noi sotto la voce nonnismo, e che si ritrovano, moltiplicati, anche nel Paese orientale. Bullismo, suicidi sospetti e scontri a fuoco tra i militari hanno seminato il panico tra i genitori dei giovani arruolati, che hanno deciso di rivolgersi a un nuovo servizio Internet per tenere d'occhio il sangue del loro sangue.

Nel mese di luglio, l'azienda di telecomunicazioni LG Uplus, controllata dalla nota LG, ha lanciato un canale televisivo gratuito basato su web che permette di controllare le reclute in diretta. Secondo quanto riportato dal Times Of India, la cinquantenne Oh Ju-ri, madre di due figli sotto naia, ha deciso di approfittarne al volo.

"Posso condividere tutto, dalla gioia al dolore alla felicità sul web e tutte le madri e i padri che non si erano mai incontrati possono essere collegati fra loro", ha commentato la signora al quotidiano indiano.

In tutto il Paese si discute sulle condizioni di vita e di sicurezza delle caserme, dopo che in una base di Marine, circa un mese fa, si sono verificati quattro misteriosi casi di suicidio. Anche le statistiche del Ministero della Difesa Nazionale non sono esaltanti: 82 soldati si sarebbero tolti la vita l'anno scorso, circa due terzi del numero di morti totali avvenuti tra le reclute.

Si parla, per risolvere il malessere delle caserme, di week-end a casa, di maggiore libertà, ma, soprattutto, di più tecnologia. La Rete sta svolgendo un ruolo fondamentale nel dibattito: i genitori hanno costituito centinaia di gruppi on-line per chiedere maggiore trasparenza sul destino dei loro figli. Alcune autorità di vigilanza hanno anche caricato foto delle reclute sui siti, suscitando qualche reazione da parte dell'esercito che invoca garanzie di sicurezza.

Gli esperti locali in materia invitano però a fare di più, consentendo ai militari di leva della Corea del Sud di utilizzare la rete di telefonia cellulare e internet liberamente, così come già fanno i soldati professionisti.

Jung Jung-yong, il cui figlio è nell'esercito da un anno, chiede a gran voce un maggiore impegno tecnologico dell'esercito per venire incontro ai genitori in apprensione. "Voglio che ogni base militare sia collegata con ogni gruppo online e permetta di conversare con i membri del gruppo", ha dichiarato Jung, che quasi ogni giorno si connette alla Rete.

Anche per la signora Oh "le comunità on-line dovrebbero svolgere un ruolo più attivo". Sebbene le basi aeronautiche in cui prestano servizio i suoi figli abbiano aperto le porte alle visite dei genitori e abbiano messo in funzione delle newsletter, la tenace madre coreana confessa di non potere fare a meno di consultare il web quotidianamente finché i figli saranno nell'esercito: "Ora non posso rinunciare al web, perché ho disperato bisogno di sapere come stanno i miei figli, dopo che sono partiti".




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Il capo dei lefebvriani convocato in Vaticano

La Stampa

Il 14 settembre il vescovo Fellay discuterà con la Santa Sede un possibile accordo


Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, è stato convocato in Vaticano per il prossimo 14 settembre. È il primo incontro di vertice dopo i colloqui dottrinali che nell’ultimo anno hanno visto confrontarsi a Roma le delegazioni della Santa Sede e dei lefebvriani.

Come si ricorderà, dal 2009 la Commissione Ecclesia Dei, che si occupa del rapporto con la Fraternità San Pio X è stata inglobata nella Congregazione per la dottrina della fede ed è stata affidata alla guida di monsignor Guido Pozzo.





I colloqui dottrinali, che hanno affrontato tutti i nodi considerati problematici dai lefebvriani, i quali ritengono che in alcuni punti il Concilio Vaticano II abbia rappresentato una rottura con la tradizione della Chiesa, si sono conclusi nei mesi scorsi.

Ora il Vaticano dovrebbe sottoporre a Fellay dei protocolli d’intesa che chiariscono i punti dottrinali leggendo il Concilio secondo quell’ermeneutica della continuità nella riforma suggerita fin dal dicembre 2005 da Benedetto XVI quale interpretazione più autentica dei testi del Vaticano II.

Soltanto se saranno superate le difficoltà dottrinali, sarà sottoposta alla Fraternità una proposta di sistemazione canonica, che risolva la situazione in cui si trovano le comunità lefebvriane. Come si ricorderà, anche se il Papa, con un gesto di benevolenza, nel gennaio 2009 ha tolto la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, i vescovi e i sacerdoti della San Pio X vivono ancora in uno stato di irregolarità canonica.

La proposta che è stata studiata dal Vaticano prevede per i lefebvriani l’istituzione di una ordinariato simile a quello che il Papa ha offerto agli anglicani intenzionati a rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. In questo modo, la Fraternità dipenderebbe dalla Santa Sede (e precisamente dalla Commissione Ecclesia Dei) e potrebbe mantenere le sue caratteristiche senza dover rispondere ai vescovi diocesani.

L’incontro del 14 settembre, che Vatican Insider è in grado di confermare rappresenta dunque un nuovo passo nel cammino travagliato di questi anni. Ma è prematuro sbilanciarsi in quanto alle conclusioni: è noto infatti che all’interno della Fraternità San Pio X convivono diverse sensibilità e c’è una parte che considera difficile arrivare a un accordo.

Va ricordato che Papa Ratzinger, intenzionato a chiudere il mini-scisma lefebvriano, ha già compiuto due passi molto significativi nella direzione chiesta dalla Fraternità: ha liberalizzato il vecchio messale preconciliare e ha tolto le scomuniche vigenti dal 1988.








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In vendita un tablet a 99 dollari

La Stampa


Si chiama Magnum Pepper, ha un display da 4,3 pollici, memoria da 4 gigabyte e sistema Android. Vi interessa? Per ora dovrete trasferirvi in India...
CLAUDIO LEONARDI

Un tablet a 99 dollari? Forse, in futuro, questa opportunità ci sarà per tutti, e non solo per pochi fortunati consumatori statunitensi che hanno approfittato della svendita dell'HP TouchPad a quel prezzo. La proposta dall'azienda californiana doveva essere una clamorosa eccezione, un saldo seguito alla decisione della Hewlett Packard di uscire dal settore della produzione di pc. E mentre il titolo HP annegava in borsa, l'iniziativa commerciale ha fatto registrare il tutto esaurito per il TouchPad in numerosi negozi Usa, e non è escluso che abbia ispirato anche qualche imprenditore dall'altra parte del globo. Secondo il Wall Street Journal, infatti, una piccola e poco nota azienda indiana ha lanciato sul mercato locale un tablet pc che costa proprio 99 dollari, alla caccia di concorrenti di grosso calibro come l'iPad di Apple e il Galaxy di Samsung.

I tablet, infatti, sembrano prodotti perfetti per le aree rurali del Paese asiatico, dove computer portatili e desktop non trovano grande consenso, mentre hanno già avuto successo cellulari e smartphone. Unico problema, i prezzi: un tablet, mediamente, non costa meno di 500-600 dollari.

Non sarà così per il Magnum Pepper prodotto dalla Lakshmi Access Communications Systems e assemblato in Cina. Dimensioni compatte (4,3 pollici il display), sistema Android e prezzo al momento imbattibile sono le caratteristiche su cui punta la piccola compagnia indiana. La tavoletta, dotata di 4 gigabyte di memoria, prevede versioni sia wi-fi, sia 3G, collegabili a internet tramite la rete di telefonia di terza generazione.

Il prodotto va ad aggiungersi a un mercato locale già piuttosto affollato, sebbene i modelli che dominano la scena internazionale si contino sulle dita di una mano (a essere generosi). All'inizio della settimana, infatti, la società indiana Beetel Teletech, parte della Bharti Enterprises, ha lanciato un tablet a 220 dollari, in risposta alla Reliance Communications, sul mercato con un modello da circa 280 dollari.

Difficile prevedere, a breve, un contagio di questa corsa al ribasso anche in Europa. D'altra parte, dai primi di agosto Samsung vende in India i suoi tablet da 10 e 9 pollici a 799 e 750 dollari, l'Apple iPad 2 costa, eccezionalmente, 499 dollari nella versione Wi-Fi da 16 gigabyte, mentre Research In Motion propone i suoi Playbook da 7-pollici a 617 dollari.

Non si può non fare un raffronto con l'esperimento indiano della Tata Nano, la piccola automobile lanciata nel 2008 come la più conveniente al mondo (poco più di duemila dollari). Il fenomeno è rimasto circoscritto sostanzialmente all'India e non ha avuto fin qui l'impatto che forse si prevedeva sul mercato internazionale. Ma l'informatica ha altre regole e altri tempi. I prezzi si abbattono a ritmi più veloci, anche se un balzo da 600 dollari a meno di 100 è piuttosto drastico anche per il frenetico mercato del digitale.

Il padrone di casa, in ogni caso, era e resta l'iPad. Finora il prodotto Apple è stato poco impensierito dai pur agguerriti concorrenti, e lo stesso Wall Street Journal prevede il lancio della terza generazione del dispositivo entro la fine dell'anno.




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Speroni, europarlamentare Lega: "Io, baby pensionato guadagno 8.000 euro al mese e non mi vergogno"

Quotidiano.net

"Sono andato in pensione a 50 anni come tecnico di volo. Sono un privilegiato ma non mi vergogno", dice l'esponente del Carroccio, a Strasburgo da 3 legislature, e già ministro nel Governo Berlusconi del 1994



Francesco Speroni

Roma, 23 agosto 2011



Sono un “baby pensionato: sono andato in pensione a 50 anni come tecnico di volo. Sono un privilegiato ma non mi vergogno.” Lo afferma l’europarlamentare della Lega Nord, Francesco Enrico Speroni, a Radio 24.

E sui suoi guadagni da europarlamentare aggiunge: “Guadagno tra i 7 e gli 8mila euro netti al mese, pero’ una parte dei rimborsi parlamentari me li metto in tasca”.

Speroni si sofferma infine sulle recenti uscite del leader leghista: “Bossi si esprime come quando era un ragazzino e i ragazzi non si trattengono. Pernacchie, parolacce? Le ha sempre dette”.



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L'orango lavanderino che strizza i fazzoletti

Corriere della sera
CALDO DISUMANO
Si rinfresca strizzando i fazzoletti

Le origini del Vaticano

La Stampa

Perché il Vaticano è diventato il Vaticano? Che cos’era in origine questo luogo? Che cosa vi si trovava?

Andrea Tornielli
Citta' del VATICANO

Vaticano, nell’antichità, era il nome di un colle di Roma, che si trovava sulla riva destra del Tevere. Era un luogo poco salubre e umido, dove si stendevano campi incolti. Agrippina Maggiore aveva creato lì dei giardini, mentre l’imperatore Nerone aveva costruito un piccolo circo privato. È il luogo dove sono stati giustiziati i primi martiri cristiani e tra loro c’era Pietro, l’apostolo al quale Gesù affidò la guida della Chiesa, che qui venne sepolto.



Il colle Vaticano sarebbe poi diventato un cimitero sia pagano che cristiano. L’imperatore Costantino, tra il 326 e il 333, fece livellare la cima del colle per costruire la prima basilica dedicata a san Pietro, al quale aveva dedicato una speciale sepoltura. È da poco più di mezzo secolo che il Vaticano ha la funzione di sede del Papa: nel Medioevo i pontefici risiedevano infatti nel palazzo del Laterano, e nei secoli successivi in altri palazzi romani, tra i quali anche il Quirinale, dove oggi dimora del Presidente della Repubblica italiana, e dove nel 1846 si tenne l’ultimo conclave celebrato prima dell’unità d’Italia, quello da cui uscì eletto il beato Pio IX.

Per molti secoli l’esistenza o meno della sepoltura di Pietro sotto la basilica rimase sconosciuta. Fu Pio XII, durante la Seconda guerra mondiale, a far eseguire degli scavi a proprie personali spese. L’esito fu promettente e alcuni decenni più tardi l’archeologa Margherita Guarducci, non solo individuò un’iscrizione in greco, Petros enì (Pietro è qui), ma ritrovò pure le ossa di un uomo che erano state avvolte in tessuto color porpora e avevano avuto una sepoltura regale. Fu Papa Paolo VI ad annunciare al mondo il ritrovamento il 26 giugno 1968.






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La Tav vista dagli Usa "L'Italia che non ce la fa"

La Stampa

Il Wall Street Journal: «In gioco ci sono 8 mila posti di lavoro»


Glauco Maggi


New York

L’Italia ancora in prima pagina sul Wall Street Journal. Ma non per il debito pubblico come nei giorni scorsi di panico borsistico. Stavolta la storia è tutta di (tri)colore, datata Chiomonte, quindi sui No Tav. Il tono critico e un po’ irridente emerge dal titolo e dalle prime righe. Seguono le cifre dei posti di lavoro che si perdono a bloccare il progetto, e l’impressione finale è d’un Paese frenato da una curiosa alleanza di pacifici retrogradi religiosi e di avanguardisti dell’ambientalismo violento.

Il giornale, tratteggiando il Bel Paese dallo spunto della cronaca in Val di Susa, lo giudica insomma un altro pianeta. Ma per capirlo non basta la traduzione del titolo «Protesters Make Italian Rail Project The Little Engine That Couldn’t», che letteralmente sta per «I protestatari rendono un progetto ferroviario italiano quel piccolo motore che non ce la fa». «The Little Engine That Could» è il titolo di una popolare fiaba dell’infanzia che ha simboleggiato dagli inizi del secolo scorso lo spirito pionieristico e pro-crescita di una nazione affamata di traguardi.

È la trama, che cade qui a pennello, di un Piccolo Motore blu che accetta il compito improbo di trascinare un treno pesantissimo su per una collina impervia. Tanti altri motori, più grossi, non se la sono sentita. «Sì, ce la posso fare» è invece il mantra del Little Engine, che riesce nell’impresa. Il valore dell’ottimismo e del duro lavoro, al cuore della favola, s’è scontrato a Chiomonte, con «valligiani che hanno pregato, fatto cause e lottato due decenni per ostacolare il progetto».

Gigi Richetto, 61 anni, insegnante in pensione, è il personaggio scelto per l’attacco: «Ogni giorno... fa escursioni dal suo villaggio per andare a pregare ad un tempietto di pietra coperto da immagini di santi della chiesa cattolica e da una croce. “Vieni, Spirito Creatore... Caccia via i nostri nemici e dacci la pace immediata”, recita in latino il maestro, le mani che stringono quelle di altri fedeli». Il nemico, riporta il WSJ, è il piano da 28,4 miliardi per la costruzione della linea di alta velocità tra Italia e Francia, e finora le preghiere di Richetto sono state esaudite. «Con proteste di strada, azioni legali e anche scontri violenti, un gruppo di un migliaio di valligiani, avvocati e ambientalisti... hanno lasciato l’Italia del Nord-Ovest priva di una fonte chiave per il commercio internazionale e l’occupazione». Del ministro della Pubblica Amministrazione Roberto Brunetta si riporta una battuta sdrammatizzante: «Vogliamo solo modernizzare i treni... non stiamo cercando di portare Disneyland all’isola del piacere».

I sostenitori stimano la creazione di 8 mila posti nelle città interessate, con una spinta agli scambi commerciali che significherebbe per la provincia di Torino un aumento dell’1% del Pil. La campana degli oppositori trova largo spazio nell’articolo, con la citazione delle ragioni-contro, dall’amianto ai rumori e alle vibrazioni causate dal passaggio dei convogli. «È diventata una sorta di guerra santa», ha detto al giornale Gemma Amprino, sindaco di Susa. Le proteste sono uno strumento di pressione contro gli amministratori che, come è il suo caso, appoggiano il piano. Il governo nondimeno va avanti, informa però il quotidiano, che ha ricordato l’azione della polizia in giugno per sgombrare il campeggio dei dimostranti e la battaglia di inizio luglio nei pressi del cantiere.




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Per la Terra assetata nel 2050 servirà il doppio dell'acqua

Corriere della sera

Tra 40 anni la popolazione arriverà a 9 miliardi, con enormi problemi idrici specie nelle megalopoli


MILANO - Entro il 2050, quando la popolazione mondiale raggiungerà quota 9 miliardi di individui, servirà il doppio dell'acqua utilizzata attualmente per garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Lo afferma un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) in collaborazione con l'Istituto internazionale di gestione dell'acqua (Iwmi), pubblicato in occasione dell'apertura a Stoccolma della Settimana mondiale dell'acqua alla quale partecipano 2.500 delegati provenienti da 130 nazioni. «Attualmente 1,6 miliardi di persone vivono in zone già colpite dalla siccità e potranno rapidamente arrivare a due miliardi se tutto resterà come ora», sottolinea l'indagine. «Se rimangono le stesse attività agricole» e «i regimi alimentari attuali», se «continua a crescere l'urbanizzazione, la quantità d'acqua necessaria per l'agricoltura che oggi è di 7.130 chilometri cubici, aumenterà dal 70 al 90% per nutrire nove miliardi di persone entro il 2050», avverte il documento.

L'ACQUA E LE CITTÀ - Il punto centrale in discussione a Stoccolma è l'approvvigionamento idrico delle grande megalopoli del futuro. «Più che mai abbiamo bisogno di nuove tecnologie e nuove politiche» per compensare la mancanza di acqua che colpisce una percentuale sempre maggiore della popolazione, e in particolare nelle città, ha detto nel suo discorso d'apertura della conferenza Gunilla Carlsson, ministro degli Aiuti internazionali della Svezia. «Nelle zone urbane 830 milioni di persone mancano dei servizi di base di approvvigionamento idrico», ha aggiunto. «Ciò rappresenta la seconda causa di mortalità infantile e contribuisce alla mortalità delle madri. Di contro, le classi medie aumentano nelle città contribuendo a un aumento del consumo di acqua». Gli investimenti in infrastutture idriche non hanno seguito il ritmo dell'urbanizzazione, ha ricordato Anders Berntell, direttore esecutivo dell'Istituto internazionale dell'acqua di Stoccolma.

IN ITALIA - «In Italia purtroppo siamo molto indietro sulla gestione sostenibile dei corsi d’acqua», afferma Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf Italia. «Siamo gli ultimi in Europa nell’applicazione della direttiva quadro Acque 2000/60/CE per la protezione delle acque superficiali e sotterranee, che attraverso una serie di misure, come l’istituzione delle autorità di distretto, ci avrebbe consentito di provare a raggiungere il buono stato ecologico dei corsi d’acqua entro il 2015». L’applicazione della direttiva europea, prosegue il Wwf Italia, consentirebbe di avere piani di gestione dei fiumi che permetterebbero di rivedere le concessioni per l’utilizzo dell’acqua in modo da un lato di evitarne l'ipersfruttamento, e dall'altro di consentirne un uso equilibrato da parte dei diversi settori, dall’agricoltura all’energia elettrica.


Redazione online
22 agosto 2011 19:18



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Strip-tease: sotto il vestito... tutto Seduzione e potere in nome del burlesque

di

L’epoca della trasgressione di massa. Escono le travolgenti memorie di Gypsy, la donna che tirò su il morale all’America della Grande depressione. Ha ispirato icone veccie e nuovoe com Bettie Page o la star Dita Von Teese



Il corpo. Per la precisione quello sinuoso e splendido della diva, la prima vera diva dello spogliarello. Ma soprattutto, le virtù impalpabili, che hanno reso quel corpo un’icona. Il cervello, lo sguardo maliardo e disincantato sul mondo. L’ironia, il gioco e un pizzico di tristezza. Sì anche quella, perché la seduzione, quella che nasce sfilandosi lentamente un guanto di seta, viene dal lato dell’anima che resta in penombra. È figlia del languido e dell’irripetibile, di una vita randagia, ma pensosa, che si trasforma in movimento, sguardi, allusioni. In vestiti che cadono frusciando, nel contrasto tra una guêpière nera, e una pelle diafana e perlacea.
Perché tutti sanno come va finire quando i vestiti ce li si è già levati, tutti hanno assaporato lo strofinio dolce della carne e il pulsare ritmico del sangue. Le grandi regine del Burlesque però non si occupano di questo, hanno trasformato in spettacolo il «prima», preso gesti meccanici trasformandoli in una rappresentazione sacra della concupiscenza. Una rappresentazione a «vuoto», dove non c’è niente di hard, c’è solo il «soft», insomma una specie di Sabato del villaggio del sesso, adatto a chi sa che la domenica, spesso, è poca cosa.
Ecco cosa si può trovare in Gypsy (Adelphi, pagg. 416, euro 14), la biografia di Gypsy Rose Lee, la prima grande star americana di quell’arte, sospesa tra lo scherzo e la seduzione, che porta il nome di burlesque e che ora sta tornando tanto di moda. E non è un caso che questo libro sia stato pubblicato da Adelphi, casa colta per eccellenza. Gypsy Rose Lee, al secolo Rose Louise Hovick, (Seattle, 9 febbraio 1914 – Los Angeles, 26 aprile 1970), è stata un ossimoro vivente.
Il simbolo dell’allegria in piena Grande depressione, la regina adorata e vezzeggiata dello spogliarello degli anni ’30 e ’40, quando una corona di questo tipo poteva davvero essere scomoda, trasformarsi rapidamente in marchio d’infamia. E quindi nelle sue memorie passa l’America più intensa e rabbiosa, quella piena di champagne e gangster, di paillettes e impresari cattivi, di teatri di quart’ordine, delle svolte improvvise che ti portano a essere una star, del perbenismo bacchettone e della trasgressione di massa.
Ecco che allora il motto inventato da Gypsy «Che se ne parli bene, che se ne parli male, l’importante è che se ne parli» rappresenta bene la weltanschauung di una nazione che seppe reinventarsi, non eliminando le sue contraddizioni ma cavalcandole. Esattamente come le ha cavalcate con sagacia Rose Lee, con quel suo essere sempre e solo la fatalona della porta accanto: «La mia prima esibizione come stella del burlesque era terminata... Ero contenta e orgogliosa di avercela fatta... Non dovevo cantare né ballare ne far niente. Potevo essere una stella senza avere nessun talento, e l’avevo appena dimostrato». Anche se il talento in realtà c’era. Era quello di saper leggere nella mente del pubblico, sdoganare il suo imbarazzo.
Ecco, tanto per dire: «Andai fra il pubblico con un piumino da cipria infilzato su una bacchetta... e mi guardai attorno in cerca di un calvo... Dopo che lui mi ebbe incipriato la schiena presi una ciocca dei suoi capelli accuratamente pettinati sul cranio lucente e vi legai un nastro rosso. “Adesso alzati e fa’ vedere quanto sei carino”... L’uomo non aveva nessuna voglia di alzarsi, e più io lo tiravo più si rannicchiava nella sua giacca... Piantai un bacio di rossetto sulla lucida testa pelata e corsi svelta tra le quinte, mentre le risate continuavano. Non avevo mai sentito applausi così spontanei e cordiali».
Ecco perché Gypsy con le sue Ziegfeld Follies è diventata un mito che ha ispirato le future pin-up Bettie Grable e Tempest Storm, più giovani di lei di alcuni anni, oltre che all’altra grande icona sexy Betty Page. Perché dopo di lei lo spogliarello è diventato un genere destinata a rimanere: «non tutte le donne possono spogliarsi: devono saper creare un’illusione». E per accorgersene basta leggere Storia dello strip-tease di Francesca Mazzucato (Odoya, pagg. 252, euro 16,50, prefazione di Franco Trentalance).
Un arte che in fondo, alla faccia delle femministe, per cui il corpo finisce molto spesso per essere solo merce, parla di potere al femminile. Un potere lento e, in questo, postmoderno. Come scrive la Mazzucato: «Ci voglio pazienza e capacità nel gustare ogni istante senza l’urgenza che caratterizza i nostri tempi contemporanei, così frenetici e “bisognosi” di arrivare a un dunque, a quel punto che permette di “possedere”, al compimento, alla fine».
Un potere che ha continuato ad essere coltivato e che ora con programmi televisivi come Lady Burlesque o gli spettacoli di Dita Von Teese torna a farsi sentire. Regala ancora spazio al vedo non vedo, all’immaginazione. E, infatti, in Storia dello strip-tease la Mazzuccato lascia molto spazio anche all’oggi, alle pin-up del ventunesimo secolo che spesso giocano le loro carte su Internet. Anche perché, e il libro lo racconta bene, ormai lo spogliarello è arrivato dove nessuno avrebbe mai pensato (da Lady Gaga a Shakira passando per Christina Aguilera non c’è cantante che nei video non ci giochi).
A loro, le nuove pin-up va l’augurio, sorridente ma bagnato di lacrime che chiude il libro di Gypsy: «Che vita meravigliosa hai avuto - la musica, le luci, gli applausi - tutto quello che una ragazza può desiderare...».

Sarà poco femminista ma è un bell’augurio.




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Povera senatrice Allegrini, come arriverà alla fine del mese?

Riapre il ristorante del Senato Il salmone? Sempre due euro

Il Mattino

ROMA - Per le riforme, è noto, ci vuole tempo. Anche per quelle che l’indignazione popolare reclama a viva voce e sostiene se non sulla punta dei forconi almeno, come conviene alla circostanza, su quella delle forchette. Che poi sono quelle del ristorante del Senato, il cui menù ha spopolato una volta messo in rete per l’estrema modicità del costo, e che ieri ha riaperto i battenti a prezzi, manco a dirlo, invariati.


Regina dello scandalo, eccitato dalla marea montante contro i privilegi della Casta, la famosa spigola offerta a poco più di tre euro a porzione; si distinguevano poi nella classifica dello sdegno, che affollava la rete, alcuni primi piatti come gli spaghetti aglio, olio e peperoncino e le penne all’arrabiata a 1,60 euro; mentre il filetto con i suoi 5,23 euro stabiliva il primato dei costi, ma restando largamente al di sotto dei prezzi di mercato, anche di quello più popolare.

Ieri, essendo lunedì, giornata tradizionalmente poco vocata ai consumi ittici, la spigola era assente dal menù, rimpiazzabile però con salmone affumicato rucola e salsa al limone, a prezzo ancora più modico: 2,76 euro. Immancabile il filetto di bue, ordinabile anche nella versione di tournedos alla griglia, sempre allo stesso prezzo di 5,23 euro. Si aggiungevano alla scelta formaggi vari a 1,74, frutta a 0,76, dolci al carrello 1,74. Insomma il solito menù iperbolicamente economico che, in tempi di manovra lacrime e sangue, è costato alla classe politica in termini di immagine più di uno scandalo della Banca Romana.

D’altra parte va detto che per correggere i prezzi su più congrui livelli di mercato, come tutti a palazzo Madama dal presidente Schifani ai questori si erano affannati a promettere, ce n’è stato davvero poco. La riapertura del ristorante, assolutamente insolita in agosto, è stata comandata dalla convocazione delle commissioni che oggi inizieranno il lavoro sulla manovra. E’ mancata quindi la possibilità di una disposizione dell’Aula che - ha osservato il questore Paolo Franco - è necessaria all’applicazione dell’ordine del giorno G100 approvato in sede di discussione del bilancio interno del Senato e che - come annunciato dal presidente Schifani e dal collegio dei questori - porrà a totale carico degli utenti del ristorante del Senato il costo effettivo dei pasti consumati. Facendo cioè risparmiare all’amministrazione l’integrazione di circa trenta euro a pasto per coprirne il costo reale.

La stretta anti-casta è attesa da tutti nel Palazzo come - almeno a parole - sacrosanta e, semmai, tardiva. La sola voce preoccupata è quella di chi al ristorante non ci mangia ma serve: «Se faranno pagare 50 euro o giù di lì - dice uno dei camerieri - qui non ci viene più nessuno. Non so - aggiunge - se gli sprechi veri della politica siano veramente questi. Fatto è che per una misura magari giusta ad andarci di mezzo saremo noi che non siamo dipendenti del Senato, guadagniamo 800-1000 euro al mese, e se il ristorante chiude ci mettono in mezzo a una strada».

M. Sta.

Martedì 23 Agosto 2011 - 12:29    Ultimo aggiornamento: 12:30




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458 Spider: a settembre la nuova Ferrari

Corriere della sera

Il costo? Circa 220 mila euro. Motore a 8 cilindri, tetto a scomparsa in alluminio


La Ferrari 458 Spider
MILANO - Dal vivo, il debutto è in calendario per metà settembre. Al Salone di Francoforte. Ma per far salire la febbre agli appassionati delle sportive estreme basta molto meno: qualche immagine, qualche dato. Ufficiali, s’intende. Ecco dunque arrivare da Maranello le prime fotografie e la scheda tecnica della Ferrari 458 Italia Spider, versione convertibile (ha il tetto rigido ripiegabile) della pluripremiata 458 Italia, con la quale condivide tutti i contenuti tecnologici.

Il modello 458 Italia Spider


QUEL MOTORE PREMIATO - Innanzitutto il motore, l’8 cilindri - disposto in posizione posteriore-centrale – a iniezione diretta di benzina, da 4.499 cc e 570 cavalli di potenza, vincitore del premio International Engine of the Year 2011, assegnato per l’eccellenza ingegneristica in termini di guidabilità, prestazioni, efficienza e raffinatezza progettuale. Il sistema di trasmissione è costituito dal cambio F1 a doppia frizione, con sette rapporti e comandi al volante. Mentre la dinamica veicolo è gestita dall’E-Diff3, che integra il controllo di trazione F1-Trac e l’Abs. Le calibrazioni della vettura, dalla mappa dell’acceleratore alla taratura delle sospensioni multi-link, puntano alla sportività assoluta e – spiega il comunicato del Cavallino – «al più appagante piacere di guida con il tetto aperto». Sotto quest’ultimo profilo, va segnalato che anche il suono del motore è stato studiato per coinvolgere pienamente degli occupanti a vettura scoperta. 

SI SCOPRE IN 14 SECONDI - Il tetto rigido, tutto d’alluminio, ha almeno due vantaggi rispetto alla tradizionale capote in tela: il risparmio di peso (-25 kg) e un tempo di apertura/chiusura ridotto (14 secondi). L’hard top si ripiega e scompare davanti al vano motore, in un alloggiamento protetto e dal minimo ingombro: soluzione che non altera l’aerodinamica e mantiene elevato il livello delle prestazioni. Ma al tempo stesso ha consentito ai progettisti di recuperare spazio, dietro i sedili, per una «panchetta» da usare come porta-bagagli. Nella vista posteriore, la 458 Spider si caratterizza per le pinne, tutt’altro che ornamentali: il loro scopo è di ottimizzare il flusso dell’aria verso il cofano motore e le prese dei radiatori dell’olio frizione e cambio. Ad assicurare il comfort in marcia senza tetto c’è anche un frangivento regolabile elettronicamente in altezza, che distribuisce i flussi nell’abitacolo. Secondo la Casa, ciò permette «una normale conversazione fino a oltre 200 km/h». Il telaio ha la stessa rigidità strutturale, indipendentemente dalla configurazione aperta o chiusa. 

CIRCA 220 MILA EURO - Più in dettaglio: l’auto è lunga 453 centimetri, per 194 di larghezza e 121 di altezza; il passo misura 265 centimetri; il peso a secco è di 1.430 kg (nell’allestimento con i cerchi forgiati e sedile racing); il rapporto peso/potenza è di 2,51 kg/cavallo; il peso è distribuito al 42% sull’anteriore e al 58% sul posteriore. Il motore V8 da 570 cavalli (a 9000 giri) tocca il picco di coppia (540 Nm) a 6.000 giri/minuto e ha la potenza specifica di 127 cavalli/litro. Gli pneumatici anteriori sono 235/35 ZR20 8.5”; quelli posteriori, 295/35 ZR20 10.5”. Le prestazioni dichiarate? Eccole: velocità massima di 320 orari; da 0 a 100 km/h in «meno di 3,4 secondi»; consumo nel ciclo combinato di 11,8 litri/100 km (tradotto: 8,4 km il litro); 275 grammi di CO2 il km nel ciclo combinato. Quanto al prezzo, di ufficiale ancora nulla da Maranello, ma dovrebbe posizionarsi un 10% al disopra di quello della 458 Italia (dunque, circa 220 mila euro). Vendite dall’inizio dell’anno prossimo: la «tiratura» non è limitata, ma chi ci sta pensando sappia che dovrà attendere un annetto.



Roberto Iasoni
23 agosto 2011






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Il suicidio della testimone anti clan

Corriere della sera

Preoccupata per i figli, la nipote del boss torna a casa e beve acido muriatico


REGGIO CALABRIA - Si è suicidata ingerendo acido muriatico. Maria Concetta Cacciola, 31 anni, non ha spiegato il gesto estremo che ha spiazzato anche i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. La donna era figlia di Michele Cacciola, cognato del boss Gregorio Bellocco, il capo dell'omonima cosca di 'ndrangheta di Rosarno, tra le più potenti del litorale tirrenico. Lo scorso maggio Maria Concetta si era presentata spontaneamente ai magistrati per fare alcune dichiarazioni. Ai pm Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò aveva riferito notizie riguardanti le attività illecite della sua famiglia.


I magistrati si erano trovati davanti una donna
determinata, forte, pienamente consapevole della scelta di chiudere con il suo passato. Le sue dichiarazioni erano state riscontrate, tanto da permettere la scoperta di due bunker utilizzati dai latitanti della famiglia. La collaborazione di Maria Concetta Cacciola, cugina di un'altra pentita, Giuseppina Pesce, figlia di Salvatore, boss di Rosarno, avrebbe inoltre portato ad alcune richieste di arresto avanzate dalla Procura al gip distrettuale.

Il suicidio segue di qualche mese un altro caso analogo. Quello di Tita Buccafusca, 38 anni, moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Nicotera (Vibo Valentia), toltasi la vita il 18 aprile ingerendo acido solforico dopo aver deciso di collaborare con la giustizia. «Tita» aveva conosciuto la 'ndrangheta dall'interno, partecipando ai tavoli dove si prendevano decisioni importanti. Il suo pentimento era stato considerato una svolta storica negli ambienti investigativi.

La scomparsa di Maria Concetta Cacciola evoca anche quella di un'altra donna legata alla 'ndrangheta, Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia rapita, uccisa e sciolta nell'acido. Maria Concetta era stata ammessa al programma di protezione, tanto che aveva lasciato Rosarno per trasferirsi in una località segreta. Lo scorso 10 agosto, improvvisamente, aveva invece deciso di ritornare a Rosarno, probabilmente per riprendersi i suoi figli. Chi l'ha incontrata di recente l'ha descritta come una donna totalmente cambiata.

Sabato sera ha deciso di farla finita. La pentita si è chiusa in bagno e ha bevuto acido muriatico. Sono stati i genitori a trovarla, ormai in fin di vita. Vana la corsa all'ospedale di Polistena. Il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, ha aperto un fascicolo e ha ordinato l'autopsia. L'inchiesta dovrà accertare se dietro il suicidio ci possano essere eventuali pressioni dei familiari. La donna era sposata con Salvatore Figliuzzi, attualmente in carcere per scontare una condanna a otto anni per associazione mafiosa.

È stato arrestato nel 2002 nell'ambito dell'operazione «Bosco selvaggio» che portò in galera i vertici del clan Bellocco. Figliuzzi, però, è stato anche coinvolto nel tentativo di uccidere due magistrati all'epoca in servizio alla Dda di Reggio Calabria, Alberto Cisterna e Salvatore Boemi. La scoperta era stata fatta dai carabinieri che, intercettando tre personaggi di Rosarno, tra cui Figliuzzi, ascoltarono in diretta la preparazione dell'agguato contro i due magistrati. Forse Maria Concetta aveva parlato anche di quell'agguato ai magistrati reggini? Dalle prime indagini sembrerebbe che la pentita non abbia lasciato nessuna lettera per spiegare il suo gesto.

Il senatore pd Giuseppe Lumia, membro della Commissione antimafia, ha detto che il suo suicidio «è l'ennesimo fatto drammatico che mina la credibilità dello Stato e rischia di compromettere in modo irreversibile uno strumento straordinario per la lotta alle mafie».


Carlo Macrì
23 agosto 2011 07:56



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Frittura di triglie e pasta con vongole? 4,50 euro: Nella Regione degli sprechi si pranza low cost

di

Prezzi stracciati alla buvette dell’Assemblea regionale siciliana. Un caffè? Appena 36 centesimi, contro i 50 del Senato. Una frittura di triglie a soli 2,78 euro, mentre 1,85 euro per un piatto di spaghetti con vongole



Potenza dello Statuto autonomistico, sono equiparati al Senato. Non a caso, men­tre nel resto d’Italia sarebbero semplici consiglieri regionali, loro, in Sicilia, si fre­giano del titolo di deputati. Ma quanto a pri­v­ilegi gli onorevoli della Regione più costo­sa d’Italia guidata dall’Mpa Raffaele Lom­bardo sono imbattibili, altro che Palazzo Madama. In tutto, anche a tavola, anzi so­prattutto a tavola. Sì, perché mentre al Se­nato un pasto completo costa ben- si fa per dire-13 euro,a Palazzo dei Normanni,la se­de­del Parlamento siciliano con relativa bu­vette a prezzi stracciati, un pranzo tipo, be­vande incluse, costa solo 9 euro.
Anche me­no se l’onorevole è a dieta o se proprio non ce la fa a strafogarsi di tutto, dall’antipasto al caffè compresi contorno e macedonia di frutta. Qualche esempio, lo stesso fatto dal movi­mento di protesta palermitano Forchette rotte che provocatoriamente invita tutti i cittadini a presentarsi alla buvette il prossi­mo 21 settembre, quando l’Assemblea re­gionale siciliana riprenderà i lavori. Un an­tipasto costa 1 euro e 21 centesimi, un piat­to di spaghetti alle vongole 1 euro e 85 cente­simi. Sale un po’ il secondo di pesce fresco, 2 euro e 78 centesimi per una fritturina di tri­glie.
Ed ancora, 93 centesimi un contorno, un euro e 13 centesimi la macedonia, e per digerire il tutto un caffè, 36 centesimi. Paradosso nel paradosso, sino al 2010 man­giare alla buvette del Parlamento siciliano costava un po’ di più.È da gennaio,in coin­cidenza con i primi tagli agli stipendi dei parlamentari regionali, che il listino prezzi della buvette è stato rivisto al ribasso causa cambio di gestore del servizio. E così il caf­fè, che a 40 centesimi- contro i 50 centesimi della buvette del Senato e gli almeno 80 di un qualunque bar- già era regalato, è sceso addirittura a 36 centesimi.
Cifre ridicole, in­trovabili nel mondo reale ma reali, realissi­me, nel paradiso privilegiato degli onorevo­li siciliani. Prezzi stracciati al banco, ma non a monte. Nel 2010 la spesa per il servi­zio bar e ristorazione- riservato agli onore­voli ma anche a commessi e dipendenti che nel Palazzo della cuccagna lavorano ­si è aggirata intorno ai 700mila euro. Per l’anno in corso la previsione di spesa si aggi­ra sui 580mila euro, 120mila euro in meno. E poi si dice che i deputati siciliani sono spreconi...



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Antidepressivi, depressione e ansia: domande e risposte

La Stampa

Si discutono frequenti questioni che possono non essere chiare a pazienti che si documentano sugli antidepressivi o che devono curarsi con questa categoria di farmaci..
Articolo a cura di
Dr. Matteo Pacini.  Pubblicato il 24/03/2011, cliccato 2011 volte.


Farmaci vecchi e nuovi

I farmaci “nuovi” non equivalgono agli “ultimi modelli”, per cui non vale il ragionamento che il farmaco ultimo arrivato sia un progresso rispetto a quelli che già esistevano. Le ragioni per la ricerca di nuovi farmaci sono in teoria due, e cioè le forme resistenti (che potrebbero quindi rispondere a farmaci con meccanismi di funzionamento nuovi) e un migliore rapporto tra effetti benefici e tollerabilità. I farmaci nuovi sono tutti ovviamente già sperimentati prima di essere disponibili sul mercato, ma rimangono sempre quelli meno conosciuti ai medici, per cui il bilancio dell’utilità e dell’impatto di un farmaco nuovo si fa sempre a qualche anno di distanza.

In teoria tutti i farmaci nuovi possono essere impiegati come primo tentativo di cura, talvolta esistono anche già degli studi che paragonano il farmaco nuovo ad alcuni di quelli vecchi. E’ più raro che esistano già degli studi che confermano la stabilità dell’effetto nel tempo, mentre invece questo tipo di conoscenza c’è quando un farmaco è ormai conosciuto da decenni.

Meccanismi di azione

Sapere, per averlo letto, che una medicina agisce “sulla serotonina”, o “sulla dopamina” o “sull’adrenalina”, non risolve niente. I sistemi neurochimici sono in parte poco conosciuti, e inevitabilmente sono coinvolti a vario titolo in funzioni complesse come quelle che ruotano intorno ai comportamenti e all’umore. Si può dire che per ogni sistema esistono dati di ricerca che ne dimostrano un ruolo, accertato o verosimile, nel controllo dell’ansia e dell’umore.

Quello che è importante sapere è che il meccanismo dei farmaci attualmente disponibili per la cura di disturbi d’ansie e di depressione non è diretto, cioè significa che l’effetto non compare subito e che l’effetto che compare subito non corrisponde a quello finale.

Molti di questi farmaci inizialmente (prime 2-3 settimane) possono semplicemente non fare alcun effetto o produrre sintomi d’ansia o di depressione, cioè temporaneamente peggiorare il quadro. Non si tratta di un controsenso, ma del fatto che per ottenere l’effetto finale si passa attraverso una specie di desensibilizzazione, per cui il cervello è –per così dire- sollecitato a reagire alla presenza del farmaco.

Antidepressivo più efficace

Non esiste l’antidepressivo migliore, anche perché ciascuno si adatta meglio a certi tipi di quadri clinici. Il medico tende a scegliere determinati farmaci piuttosto che altri sulla base della diagnosi di fondo e del tipo di sintomi più urgenti, oltre che ovviamente di ciò che la persona ha già provato in passato.

Dose dell’antidepressivo

Come per tutti i farmaci, il dosaggio è fondamentale. Non è assolutamente detto che se una medicina non ha funzionato a dosi basse, non compaia invece un beneficio a dosi piene. Esistono le dosi “consigliate”, che sono quelle mediamente efficaci, cioè efficaci nella maggioranza dei soggetti.

E’ possibile che una parte dei soggetti non assorba bene il farmaco, o che lo metabolizzi in maniera rapida, il che significa che la dose “sulla carta” è di tot milligrammi, ma in realtà quello che arriva è molto meno. Queste persone per ottenere una dose “reale” normale probabilmente dovrebbero assumere quantità maggiori, tuttavia si dovrebbe disporre di un sistema di dosaggio del farmaco nel sangue, che non è sempre fattibile nei normali laboratori di analisi.

Antidepressivo? Io non sono depresso!

L’etichetta “antidepressivo” è un modo per identificare in maniera semplice un determinato tipo di medicinali, ma non necessariamente quel medicinale serve solo per la depressione. Alcune persone pensano che il medico non abbia voluto dir loro che la diagnosi era di depressione, o non si riconoscono in questo termine, ma può semplicemente essere che il farmaco sia indicato per altri disturbi, diversi dalla depressione, e che “antidepressivo” sia solo la categoria farmaceutica che si trova scritta sul foglietto, che non rende conto di tutti i possibili usi.

Antidepressivo e umore

Gli antidepressivi sono solitamente immessi sul mercato per la depressione, e a seguire per una serie di disturbi del sistema nervoso centrale, come ad esempio il disturbo di panico, di ansia generalizzata, ossessivo etc. Di fatto l’antidepressivo è poi utilizzato in una serie di condizioni accomunate da alcuni sintomi depressivi, come l’umore triste o angosciato, ma non è detto che appartengano tutte alla “depressione” come diagnosi. Il caso più frequente è il disturbo bipolare, impropriamente indicato come “depressione bipolare”: questo disturbo non è una malattia vicina alla malattia depressiva, e il fatto che nel suo corso abbia delle fasi depressive non significa che biologicamente sia la stessa cosa.

Non sempre quindi una terapia per un disturbo bipolare, anche in fase depressiva, deve comprendere un antidepressivo, e non sempre il semplice “umore depresso” giustifica o indica l’uso di un antidepressivo. Antidepressivo in altre parole non significa “farmaco per tirar su l’umore”, ma significa “farmaco per alcune sindromi depressive”.

Del resto, “depressione” come malattia è diverso da “depressione” come situazione del momento (magari all’interno di un disturbo bipolare, o di una psicosi), ed è diverso da “depressione” come sintomo (“umore giù”). Usando genericamente l’antidepressivo come sintomatico per l’umore “giù” nel contesto di una diagnosi che non ha a che vedere con disturbi d’ansia o depressivi, si può osservare la comparsa di agitazione, o un effetto instabile (su e giù), o che si mantiene per un po’ e poi scompare.

Tempi di risposta

Non di dispone di farmaci antidepressivi che garantiscano un effetto rapido e pieno allo stesso tempo, pertanto i tempi di risposta rimangono di 2-4 settimane. Una risposta rapida, dopo pochi giorni, specie se è completa e brillante, è poco affidabile e anzi andrebbe verificata. Alcune eccezioni ci sono, non sempre però producono miglioramenti duraturi. E’ possibile associare inizialmente più antidepressivi per dare un sollievo più rapido con un antidepressivo in attesa dell’effetto stabile che verrà con il tempo dall’altro antidepressivo.

Spesso alleviando l’ansia inizialmente o i sintomi corporei il paziente riesce ad aspettare l’effetto sull’umore. Al contrario se alcuni sintomi peggiorano inizialmente, il paziente è portato a sospendere tutto o a pensare che ci sia qualcosa che non va nella medicina. Questo tipo di interruzione prematura rischia di “bruciare” un farmaco che magari avrebbe funzionato bene, per cui è sempre bene che il medico valuti se si tratta di una intolleranza al farmaco o di effetti iniziali che nel tempo si prevede svaniscano, per lasciar posto al beneficio.

Se un trattamento non dà risposta dopo molte settimane di trattamento, si cambia. Non si prevede quindi che una risposta alla depressione compaia dopo mesi e mesi dello stesso trattamento. Sono possibili risposte “tardive” di 2-3 mesi, anche se in genere dopo un mese in assenza di risposta si tende ad aumentare la dose per facilitare la risposta.

Infine, c’è da ricordare che aumentando la dose con cui si inizia la cura non si accelera la risposta, per cui l’indicazione generale è di iniziare con dosi basse e aumentare gradualmente, cosa che serve a ridurre l’impatto degli effetti collaterali iniziali.

Intolleranza agli antidepressivi

In medicina il termine intolleranza si riferisce a effetti non previsti, che non sono spiegabili con dosi iniziali troppo elevate o con effetti collaterali comuni. Per il resto, se una persona “non tollera” l’antidepressivo semplicemente si valuta se sia o meno opportuno cambiare il farmaco o somministrarlo in maniera diversa, ad esempio iniziando con dosi minori, aumentando più lentamente, associando all’inizio farmaci ansiolitici.

Una parte dei soggetti che ha provato numerosi farmaci senza mai riuscire ad assumerli per più di qualche giorno in realtà mostra di tollerarli quando è in condizioni protette, cioè ricoverato, perché evidentemente esiste una reazione ansiosa, e anche corporea, al pensiero di poter prendere qualcosa che fa male o non è sotto controllo.

Depressione o ansia?

Spesso i pazienti con disturbi d’ansia o depressione si pongono questo dilemma (è più ansia o più depressione? sono più ansioso o più depresso?) che tecnicamente non significa niente rispetto alla diagnosi, ma in parole povere significa se la parte che “guida” il malessere è l’umore o l’ansia. Ogni depressione ha sintomi ansiosi, quando più, quando meno, così come un disturbo d’ansia che non si placa da solo demoralizza i pazienti.

Un sintomo cardine della depressione è proprio il sentirsi “disarmato” e “in pericolo” di fronte a semplici eventi, incombenze, impegni, in generale alla giornata da affrontare. Questo implica uno stato ansioso, anche intenso e visibile. Avere l’ansia come sintomo durante una depressione è quindi previsto dalla depressione stessa come diagnosi. Le medicine non agiscono come sintomatici, su questo o quel sintomo, agiscono su un meccanismo biologico di fondo e correggendolo aggiustano sia l’umore che l’ansia.

Insonnia. disturbi del sonno sono di regola un sintomo di disturbi che non comprendono solo il sonno. E’ uno dei sintomi che precede, anche di mesi o anni, il primo episodio di depressione o le manifestazioni ansiose “piene”. Inoltre, le persone in preda ad ansia o depressione spesso si curano proprio perché, tra tutti i sintomi, l’insonnia è uno dei più allarmanti o urgenti. Tutti gli antidepressivi tendono a migliorare la qualità del sonno, perché in generale migliorano le condizioni mentali generali.

Alcuni hanno proprietà rapide di far addormentare più facilmente o di far dormire in maniera più stabile e profonda, e questo è uno dei criteri per scegliere un antidepressivo rispetto ad un altro. Il sonno non va trattato come fosse un problema separato, e nei primi tempi di un trattamento (prime 2-3 settimane) non è detto che migliori, così come tutti gli altri sintomi (vedi punti precedenti).

Orario di assunzione

L’orario di assunzione di un antidepressivo, parlando in generale, non è importante per avere l’effetto. Si assume un farmaco in un orario inizialmente per rendere più tollerabili possibili effetti (ad esempio la sera se può dare sonnolenza, la mattina se può dare insonnia). Questi però sono ragionamenti su effetti iniziali e transitori. Nel prosieguo della cura il farmaco è presente nel sangue per tutto il giorno. Alcuni farmaci richiedono due somministrazioni al giorno, per altri è sufficiente una.

Alcune persone pensano che stanno peggio al mattino sia logico assumere le medicine al mattino, o viceversa alla sera se stanno peggio alla sera, ma non è questo il meccanismo. I sintomi si attenuano in ritardo e senza legame con l’orario di assunzione. Se durante la cura ad esempio si sta già meglio dopo 15 giorni, ma la mattina si continua ad avere qualche ora di ansia e cattivo umore, questo non dipende dal fatto che si è “scoperti” dalla cura al mattino, e quindi non è detto che si debba spostare l’orario di assunzione al mattino o che si debba aggiungere al mattino un altro farmaco o un’altra dose.

Farmaci non antidepressivi e depressione

Talvolta per curare persone depresse si usano farmaci che non appartengono alla categoria “antidepressivi”. Non è un controsenso, perché si deve far riferimento alla diagnosi. Vi sono depressioni che passano con farmaci stabilizzatori dell’umore, antipsicotici atipici, e questo accade per due ragioni: 1) alcuni farmaci ufficialmente non “antidepressivi” posseggono invece proprietà utili sui sintomi depressivi, specialmente nelle diagnosi per cui sono indicati (ad esempio litio nel disturbo bipolare); 2) alcuni farmaci curano sintomi chiave del disturbo specifico (ad esempio deliri o allucinazioni nella psicosi o ansia nel disturbo bipolare) e conseguentemente la depressione migliora.

Resistenza agli antidepressivi

Ci sono casi di depressione che non rispondono a molti antidepressivi. La “depressione resistente” è oggetto di studio e ci sono diversi modi per ottenere una risposta migliore in sostituzione o in aggiunta agli antidepressivi, naturalmente anche facendo riferimento a diagnosi più precise. La depressione era una malattia curabile già prima dei primi antidepressivi, mediante la terapia elettroconvulsivante (elettroshock). Oggi l’elettroshock rimane un efficace trattamento antidepressivo, soprattutto per depressioni gravi e rallentate, ed è effettuabile anche in day-hospital. A questo tipo di trattamento non farmacologico se ne affiancano altri, più nuovi ma dall’efficacia meno chiara e standardizzata, come la stimolazione vagale, che richiede un intervento chirurgico al collo.




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La lotta agli sprechi parte dai micro-municipi Meno assessori? A piangere è solo la casta

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Sono i politici dei micro-municipi destinati a sparire gli unici a lamentarsi per la stretta sui costi degli enti locali. Senza un vero federalismo le mini giute sono inutili. Ieri la protesta di Anci, Ancpi Uncem e Lega delle Autonomie in piazza Castello a Torino


Per sua natura, lo statalismo è pervasivo e tentacolare, insinuandosi in ogni ambito della società. Il potere sta sì nei gangli della capitale (il «Palazzo» di pasoliniana memoria), ma egualmente nelle innumerevoli strutture che il governo centrale predispone e che da esso dipendono: negli apparati burocratici come nelle aziende statali e municipalizzate, come nelle amministrazioni locali.
La rivolta organizzata dai sindaci e dagli assessori dei piccoli Comuni destinati a sparire, che ieri hanno invaso Torino, allora, esprime assai più la frustrazione di questa parte del ceto politico che non la preoccupazione dei cittadini, perché saranno solo i primi in qualche modo dovranno pagare un prezzo. Essi perderanno la fascia tricolore, insieme al podio tribunizio e al prestigio costruito negli anni, mentre per la gente comune non cambierà un bel nulla. In Italia, infatti, i dipendenti pubblici sono inamovibili e per gli uffici si può dire sostanzialmente la stessa cosa, così che il risparmio derivante dalla cancellazione di assessori e sindaci non comporterà una riduzione dei servizi per chi vive nelle collettività accorpate.
La decisione di questi giorni, va aggiunto, è anche una conseguenza del fatto che questa classe politica italiana che - da destra a sinistra, passando ovviamente per la Lega - si dichiara federalista a ogni più sospinto, in realtà non lo è per nulla. Se infatti in Parlamento ci fosse qualcuno consapevole di cosa significhi un ordinamento federale, questi si batterebbe per far sì che i Comuni si finanzino con una propria tassazione (senza ricevere un euro dall’alto) e a delineare, grazie ad accorpamenti spontanei, quale sia la dimensione ottimale in questo o quel caso. Se uno se li paga da sé, in fondo, può anche concedersi dei lussi.
Negli ultimi vent’anni non si è però fatto nulla in direzione del federalismo, né si vedono proposte che vogliano davvero attribuire autonomia impositiva e gestionale agli enti locali, responsabilizzando gli amministratori e spingendo i contribuenti a operare una maggiore vigilanza. Il risultato è che i Comuni sono in larga misura semplici centri di spesa, la cui vocazione a sprecare risorse è solo destinata ad aggravare il dissesto della finanza pubblica. Nel quadro attuale, ognuno di noi sa bene che un incremento delle uscite della sua amministrazione cittadina non ha necessariamente conseguenze sul prelievo che grava su di sé, e quindi non è motivato a far sì che le spese siano ridotte e razionalizzate.
Le cose sono assai diverse nei Paesi federali, dove non è raro che si abbiano anche Comuni piccolissimi, dato che in quel caso l’onere grava direttamente su quegli abitanti (e non sul resto della collettività). Fino a quando non ci si dirigerà in tale direzione, abbandonando al suo destino quella parodia del federalismo fiscale su cui abbiamo perso tempo negli ultimi anni, tagliare le spese dei municipi significa essenzialmente incidere sulla proiezione localistica del potere romano e, in sostanza, sullo spreco nazionale che sta mettendo a serio rischio il nostro futuro.
È chiaro che chi non potrà più essere sindaco o assessore, perdendo la facoltà di gestire il piano regolatore e finanziare le feste di piazza, ora si lamenta. E nessuno s’illuda che questi signori siano disposti a mettersi da parte senza reagire.
Oggi i sindaci delle realtà minori strillano, ma ieri stavano in silenzio quando il sistema accorpava nella Capitale la tassazione e quindi allontanava sempre di più il momento del prelievo e quello della spesa. In quel momento andava bene che le imposte fossero in larga misura decise dal ministro delle Finanze, e sostanzialmente eguali in tutto il Paese, così che a loro spettava quasi soltanto il piacere di spendere e spandere.
Ma ormai la casa brucia e ogni risparmio è virtuoso. Se poi ridimensiona sensibilmente i ranghi della Casta, meglio ancora.




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