mercoledì 24 agosto 2011

Le strane frequentazioni del fondatore di Ikea Da filonazista a mobiliere

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Un libro svela un passato da militante nell'estrema destra per Ingvar Kamprad, 86enne patron della catena di negozi di arredamento nota in tutto il mondo



Stoccolma

Ricco, ricchissimo, ma con un passato non proprio limpido. Stiamo parlando di Ingvar Kamprad, 86 anni compiuti, fondatore dell'Ikea. Già da tempo, infatti si sospetta che l'uomo abbia avuto frequentazioni naziste da giovane. Ma ora arriva un libro che rischia di gettare un'ombra oscura sul patron della catena di negozi di arredamento più famosa al mondo.
Già nel 1994 si era parlato della militanza di Kamprad a inizio anni ’40 nel partito d’estrema destra Nysvenska Roerelsen (New Swedish Movement). Allora l'uomo aveva liquidato la cosa come "una sbandata adolescenziale". Oggi la giornalista svedese Elisabeth Sbrink ha dimostrato che le frequentazioni non sono finite con l'ingresso nell'età adulta.
Concepito come una biografia di Otto Ullman - ebreo viennese riparato in Svezia che trovò asilo da ragazzo presso la famiglia Kamprad - l’opera rivela intrecci profondi e inconfessabili fra il creatore dell’impero Ikea e l’ideologia che fu alla base della II guerra mondiale e dello sterminio di 6 milioni di ebrei. Sbrink non nega il legame d’amicizia coltivato da Ingvar fin dall’infanzia con Ullman, destinato poi a diventare suo braccio destro nell’avventura imprenditoriale. Ma nota come questo non cancelli le compromissioni politiche di Kamprad.
Il libro sostiene che l’adesione al New Swedish Movement di Per Engdahl - segnalata nel 1943 in un rapporto della polizia svedese in cui il miliardario in erba, allora diciassettenne, viene indicato in veste di simpatizzante del nazismo - non fu tanto effimera. E porta alla luce episodi che dimostrano il protrarsi della frequentazione con Engdahl (ospite al matrimonio di Kamprad nel 1950) fino e oltre il decennio successivo: ben dopo la nascita d’Ikea e in anni in cui la piena consapevolezza dell’orrore della Shoah non poteva più essere in alcun modo sfumata.
Non solo: Sbrink svela pure il contenuto d’una lettera degli anni ’50 in cui Kamprad si dichiara "fiero" d’aver fatto comunella con il New Swedish Movement. Un partito che - osserva scandalizzata l’autrice - non fu ’solò fascista (come affermato a parziale discolpa di sè da ’mister Ikeà), ma propriamente filo-nazista: tanto da inneggiare negli anni ’40 ad Adolf Hitler come al "salvatore d’Europa" o additare gli ebrei quale "elemento alieno alla civiltà occidentale". Slogan tratti dai comizi di quel Engdhal nei confronti della cui memoria, ancora nel 2010, il vecchio Ingvar Kamprad si riferiva del resto così: "Dite ciò che volete, ma per me Per Enghdal fu un grand’uomo. E lo ripeterò finchè campo".




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Caltanisetta, il tribunale autorizza l'adozione per una ragazza single

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Il tribunale dei minori di Caltanissetta ha recepito una sentenza emessa dal tribunale dello Zambia che riconosceva una donna come madre adottiva di un bimbo di 7 anni. Giovanardi: caso che rientra nella norma



Caltanissetta - Impegnata sul fronte umanitario in Zambia, una pediatra di Enna, Cristina Fazzi, single, ha vinto la sua battaglia ottenendo che il tribunale dei minori di Caltanissetta recepisse una sentenza a lei favorevole emessa da un tribunale dello Zambia e che riconosceva la donna come madre adottiva di Joseph, un bimbo di 7 anni. La donna, Cristina Fazzi, secondo quanto riporta il Giornale di Sicilia, aveva iniziato la sua battaglia nel marzo 2009, con iniziative non solo giudiziarie, come la "Marcia per i bambini in attesa di giudizio", da Enna a Caltanissetta, organizzata dal comitato delle famiglie adottive. La sentenza che dispone una delle pochissime adozioni in Italia da parte di un single, è stata emessa dai giudici Piergiorgio Ferreri (presidente) e Francesco Pallini (estensore).
Giovanardi: caso che rientra nella norma "Un caso che sembra rientrare nella norma": così Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Commissione adozioni internazionali, commenta la sentenza siciliana sull’adozione. Riservandosi di leggere la sentenza, Giovanardi spiega che ci sono due casi in cui a una persona singola - e non a una coppia come normalmente accade - la legge italiana concede il riconoscimento di un’adozione: la prima è quando si tratta di un’adozione speciale, altrimenti detta "mite" perché il bambino non diventa figlio a tutti gli effetti e non ha gli stessi diritti di un figlio naturale.
"Ciò si può verificare ad esempio quando un bambino in affido diventa grande e il tribunale può concedere all’affidatario, anche se è una persona sola, di adottarlo". O quando esistano tra l’adulto e il bambino legami affettivi o di cura tali che il giudice preferisce darlo in adozione a questa persona, anche se sola, piuttosto che a una coppia sconosciuta. L’altro caso è quando un italiano che vive all’estero da più di due anni decide di adottare un bambino in quel Paese, secondo le leggi locali. E poi, al momento di rientrare in Italia, chiede che l’adozione venga riconosciuta dal nostro Paese. "In entrambi i casi - spiega Giovanardi - non si tratta di adozione internazionale. E comunque rientra nelle norme attualmente esistenti".
Tribunale può ratificare l'adozione Secondo Maria Teresa Vinci, della Commissione adozioni internazionali, sono tanti i casi di italiani soli o coniugati che risiedono all’estero e lì hanno adottato un figlio. "Il tribunale dei minorenni italiano che ha la competenza a ratificare l’adozione, che è poi il tribunale dell’ultima residenza in Italia dell’adulto, dovrà solo verificare che l’adozione sia stata effettuata nel rispetto delle norme di quel Paese".















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Attacco hacker all'archivio del Pio Albergo Trivulzio Aperta inchiesta

Il Giorno

Cancellazione di dati riguardanti l'assegnazione di immobili a prezzi di favore oltre che a contabilità e schede cliniche. La vicenda, però, non dovrebbe danneggaire l'inchiesta aperta qualche mese fa sullo scandalo 'affittopoli'




un hacker al lavoro (MDF)

Milano,24 agosto 2011


La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per accesso abusivo aggravato a sistema informatico e danneggiamento informatico in relazione all’attacco di hacker avvenuto la notte tra il 13 e il 14 agosto all’archivio del Pio Albergo Trivulzio con cancellazione di dati riguardanti anche all’assegnazione di immobili a prezzi di favore oltre che a contabilità e schede cliniche. In Procura è arrivato un rapporto della polizia postale. Gli accertamenti urgenti sono stati affidati al pm Stefano Civardi che poi passerà la pratica ai colleghi del dipartimento che si occupa dei reati informatici.

L’attacco degli hacker non dovrebbe danneggiare un’altra inchiesta giudiziaria in corso da alcuni mesi sugli affitti a prezzi di favore da parte del Pio Albero Trivulzio e di altri enti pubblici. Nell'ambito dell'inchiesta ancora aperta per truffa aggravata e abuso d'ufficio sullo scandalo 'affittopoli', affidata al pm Romanelli, i militari della Gdf milanese si erano recati lo scorso 2 marzo nella sede del Pat acquisendo tutta una serie di documenti sul patrimonio immobiliare della 'Baggina'. Nella lista degli oltre mille immobili affittati a canoni di favore, consegnata dal Pat anche al Comune di Milano, erano spuntati nei mesi scorsi i nomi di molti inquilini vip, come l'ex etoile Carla Fracci, il direttore generale del Milan Ariedo Braida e Piero Testoni, parlamentare del
Pdl e nipote del presidente emerito Francesco Cossiga.




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I 70 anni di Domenghini/ Video Riva: senza di lui non avrei vinto l'Europeo

Il Mattino


ROMA - La classe operaia andava in paradiso, ai tempi dell'autunno caldo, anche nel pianeta calcio. E Angelo Domenghini, che il 25 agosto entra nel club dei settantenni, l'operaio l'ha fatto davvero, a Bergamo, prima di gettarsi nell'avventura del calcio. Un'avventura straordinaria che in pochi anni dall'oratorio l'ha portato ad essere uno dei grandi della storia del calcio.

Grande e misconosciuto, perché di quell'epoca resta il sapore dei guizzi nervosi di Mazzola, della classe inarrivabile di Rivera, dei gol prepotenti di Riva. Ma dietro tutto questo c'era "Domingo", stile sgraziato e spirito indomito che si inventò un ruolo di ala a tutto campo prima degli olandesi, capace di macinare chilometri, sputare l'anima a supporto del gruppo e decidere le partite con fiondate micidiali da 40 metri (le "ciabattate" celebrate da Brera nel suo prediletto "cursore di cieca furia podistica") maledettamente efficaci.


Di tutto un po', infatti, è fatto l'Angelo benedetto dagli allenatori (da Valcareggi a Herrera, fino a Scopigno) che univa qualità e quantità, lo sgobbone prediletto dai compagni di mille avventure vincenti. Perché Domenghini ha vinto tanto, stabilendo anche strani record, come la tripletta in una finale di Coppa Italia dominata dall'Atalanta, trampolino di lancio di una carriera a cinque stelle che l'ha portato all'Inter euro-mondiale di Herrera.

In un mirabile congegno sapientemente guidato in difesa da Picchi e a centrocampo da Suarez, Herrera sfruttava la velocità e il suo lavoro a tutto campo per rendere irresistibile una squadra leggendaria che con lui raggiunse l'apogeo con due scudetti, due coppe dei campioni e due coppe intercontinentali. Era soprattutto nelle gare in trasferte e in quelle più complicate che il mago sfruttava il superlavoro di Domingo rinunciando a una punta (Milani o Peirò) per amalgamare meglio il gioco e le risorse di Suarez, Corso, Mazzola e Jair, componenti storici del quintetto assopigliatutto.

A 25 anni Domenghini si è ritrovato quindi nella storia del calcio
in un periodo in cui le squadre italiane vincevano poco e i freschi riferimenti erano il Real di Di Stefano e Puskas e il Benfica di Eusebio che aveva ceduto lo scettro continentale ai nerazzurri. Non era la Milano da bere successiva, ma quella del boom economico che Domingo viveva a un tiro di schioppo dalle salde radici bergamasche; ma lui non era un carattere facile e accomodante, né era nella manica della corte morattiana. Ed Herrera sapeva essere spietato e irriconoscente. Fatto sta che i giocatori al tempo erano anche pacchi postali (fatta eccezione per sua maestà Rombodituono) e un Domenghini furente si ritrovò a Cagliari in un cambio che aveva portato a San Siro Boninsegna.



Ma il suo fluido lo portò nel posto giusto al momento giusto perchè l'alchimia di mastro Scopigno aveva prodotto un super Cagliari
che aveva Cera e Niccolai in una difesa creativa blindata da Albertosi, Greatti e Nenè a centrocampo e soprattutto Riva e i suoi 21 gol: un macchina oliata e vincente che confezionò il miracolo di uno scudetto in periferia che vale forse di più di quelli vinti da Domingo a Milano. E nelle due squadre ha funzionato da talismano, perché appena arrivava lui fioccavano vittorie e scudetti.

Ma se c'era il Domenghini superbo nei club, ne esisteva uno se possibile ancora più importante in nazionale, dove aveva esordito 22enne contro l'Urss di Jascin (rigore parato a Mazzola all'Olimpico). Valcareggi l'aveva conosciuto all'Atalanta e nella ricostruzione dopo il disastro coreano è diventato una pedina fondamentale azzurra: una fetta non marginale del successo negli Europei 1968 (rimasto l'unico successo italiano) si deve a quel suo gol della disperazione su punizione allo scadere della prima finale che la Jugoslavia stava vincendo, poi nella finale bis all'Olimpico è toccato ad Anastasi e Riva confezionare il trionfo. Due anni dopo è stato protagonista anche dell'epopea messicana: la famosa ciabattata che ha messo ko la Svezia ha spalancato la qualificazione che ha portato poi a Italia-Germania 4-3 e alla finale persa col Brasile dopo che sull'1-1 una sua conclusione aveva sfiorato il palo.



Sono tutti tasselli di una carriera straordinaria che ha pochi eguali nel calcio italiano. «A lui sono grato - è il biglietto d'auguri dell'antico sodale Gigi Riva - perché senza quel suo gol in rimonta alla Jugoslavia non avrei mai vinto il titolo europeo. In campo si dannava l'animo dall'inizio alla fine faticando per sé e per gli altri e non gli ho mai visto sbagliare una partita. Al Cagliari arrivò borbottando ma poi si prese una clamorosa rivincita. E nell'anno dopo lo scudetto se non mi rompevo la gamba in azzurro avremmo certamente rifatto il bis. L'ho riabbracciato proprio nel quarantennale del tricolore. Scorbutico? Con noi ride e scherza come sempre. Nel calcio italiano la sua impronta è profonda, Auguri Domingo».


* Ansa
Martedì 23 Agosto 2011 - 16:39    Ultimo aggiornamento: 16:56




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Un'isola di plastica al centro del Pacifico grande 2 volte la Francia: dramma ambiente

Il Mattino

SYDNEY - Un'enorme 'isola' di immondizia in pieno Oceano Pacifico, grande il doppio della Francia, minaccia di diventare uno dei più gravi disastri ecologici del nostro tempo.

Immagine da www.blitzquotidiano.it

A rinnovare l'allarme è l'ambientalista australiano Tim Silverwood, rientrato a Sydney dopo aver partecipato a una spedizione internazionale attraverso il Pacifico settentrionale, dalle Hawaii al Canada, per documentare il North Pacific Gyre, un enorme vortice di immondizia galleggiante, composto soprattutto di plastica.


Il vortice si è formato negli ultimi decenni entro un grande sistema di correnti rotanti. La grande zolla di rifiuti, Great Pacific Garbage Patch, più che un'isola è una «zuppa rotante di plastica, che si accumula dove le correnti oceaniche si incontrano, e ha un centro stimato a circa un milione di kmq, che continua a crescere in misura esponenziale, ha detto Silverwood. Pure a migliaia di chilometri dalla più vicina massa terrestre, ha osservato detriti di plastica.

«Se fosse un'isola si potrebbe andare lì e pulirla, ma è fisicamente impossibile da pulire», ha aggiunto. «La natura della plastica è di non essere biodegradabile, ma di degradarsi alla luce, diventando molto friabile».

Durante la traversata di 5000 km l'oceano aveva un aspetto normale, ma non appena i ricercatori hanno cominciato a setacciare sotto la superficie marina, hanno trovato innumerevoli frammenti di plastica. «È sempre più preoccupante pensare a cosa questo possa significare per noi, perchè queste particelle, che contengono sostanze chimiche tossiche e cancerogene, vengono consumate da ogni forma di vita, comprese le specie che fanno parte del nostro cibo», ha detto.

Martedì 23 Agosto 2011 - 19:51    Ultimo aggiornamento: 20:03




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Capri, parte per qualche giorno e lascia il cane legato in casa: denunciata

Corriere del Mezzogiorno

Ad avvertire la polizia municipale sono stati i vicini preoccupati per i continui latrati del povero animale



NAPOLI

Doveva allontanarsi per qualche giorno ma non poteva portare il suo cane con sé e così ha pensato bene di legarlo al guinzaglio e chiederlo nel suo appartamento nel centro di Capri mentre era via. Una quarantenne di Ercolano, frequentatrice di Capri, dove possiede una seconda casa, è stata denunciata per i reati di maltrattamento di animali e di disturbo del riposo e delle occupazioni delle persone alla Procura della Repubblica di Napoli dagli agenti del comando della polizia municipale coordinati dal comandante Marica Avellino. Ad avvertire i vigili, i vicini di casa preoccupati per i continui latrati del povero cagnolino.

L'animale, che mostrava segni di sofferenza, è stato liberato e temporaneamente affidato ai parenti e ai dipendenti che abitano nella zona nell'attesa del rientro della proprietaria.


Claudia Catuogno
24 agosto 2011




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Filoborbonico e iscritto al Partito del Sud, ecco chi è l'architetto che vede i fantasmi

Corriere del Mezzogiorno

Ritratto di Oreste Albarano, l'uomo che ha lanciato l'allarme al Museo archeologico: «La mia non è
una trovata pubblicitaria, l'ha capito solo Villari»



NAPOLI

«L'iPhone? Non lo posseggo. Come potevo usare l'applicazione che crea immagini ectoplasmatiche? La foto del fantasma l'ho scattata con un telefonino da pochi soldi». Oreste Albarano si difende e rincara la dose, il giorno dopo il pandemonio scatenato dalle sue dichiarazioni.

Sul «Mattino» è apparsa l'altro ieri la ormai famigerata immagine della ragazzina-spettro, che Albarano dice di aver scattato nel cantiere del Museo Nazionale, dove dirige i lavori per la nuova ala. I giornali e i siti web, locali e nazionali, hanno riportato la notizia, riferendo anche di «gosthbusters» in arrivo. E ieri, martedì, è intervenuto il ministro Galan (vedi articolo qui sopra).

Un can can che forse nemmeno l'architetto pensava (o sperava) di suscitare. Eppure creare immagini di fantasmi non è difficile. Albarano non si arrende, né accetta le smentite di direttrice del Museo e sovrintendente. «Non è di certo una trovata pubblicitaria. Solo Villari è stato intelligente, ha capito che al Museo non faccio che del bene... In fondo a Ferragosto sono stati staccati solo tre biglietti».

E i famosi cacciatori di fantasmi? Chi sono questi presunti esperti di una materia così evanescente? «Sono dell'Università di Bologna», assicura Albarano. Ma da quando in qua all'università sono istituite cattedre di fenomeni paranormali? «No» precisa impavido l'architetto, «volevo dire che gli esperti hanno studiato all'Università. Si tratta di tecnici del laboratorio bolognese di ricerca biopsicocibernetica».



Un «fantasma» al museo archeologico di Napoli


E verranno a Napoli? La direttrice Sampaolo giura che non li farà entrare. «Voglio proprio vedere» si inalbera il progettista. «Il responsabile del cantiere sono io e decido io chi entra. Voglio fare questa verifica, non c'è nulla di strano». E chi pagherà? «Sono disposto a cacciare i soldi di tasca mia».

Ma chi è questo architetto che dice di non credere ai fantasmi e ne porta in giro il ritratto? Filoborbonico, appassionato di musica classica partenopea (ha inciso un cd con un gruppo che si chiamava «Figli di un re minore»), organizzatore di uno show della pornostar Milly D'Abbraccio (l'attrice recitava versi partenopei a Erotica Tour 2009), l'uomo dello spettro è un personaggio tutto intriso di napoletanità (sebbene sia nato e viva a Roma), ai limiti dell'oleografia.

E attento alle istanze revisionistiche. Tanto da prendersela, in un lungo articolo pubblicato sul web, con gli sperperatori che hanno speso soldi pubblici per celebrare l'Unità d'Italia. Maestro Muti in testa.

Quand'era piccolo, racconta Albarano, ha abitato ad Acerra, paese del nonno, di fronte «alla casa di Pulcinella». In realtà la maschera napoletana non ha mai avuto alcun domicilio acerrano, però la dichiarazione dell'architetto lascia capire quanto sia forte la sua attrazione per la cultura popolare e per le tradizioni della sua città d'origine. «Sono borbonico convinto», dichiara. Alle ultime elezioni amministrative si è presentato con il Partito del Sud, in appoggio al sindaco de Magistris. «Non per vantarmi», rimarca, «ma ho ottenuto più di duecentocinquanta voti».

Peccato che dal sito del Comune di Napoli si evinca invece che il suo risultato elettorale è stato di 34 preferenze. Questione di dettagli. L'importante, per l'architetto Albarano, sono le dichiarazioni di intenti. Qualche tempo fa si presentò pubblicamente come volontario per cancellare la scritta apparsa sul Convitto Vittorio Emanuele di piazza Dante: «brigantaggio». Offerta ammirevole, tanto più che l'architetto simpatizza con i briganti. «Non è un buon motivo per sporcare i monumenti» dichiarò.

Eppure la scritta oggi è ancora lì: «Non l'ho potuta cancellare», chiarisce. «È enorme, ci saranno volute cinquanta persone per completarla e permea profondamente il supporto lapideo. Ci vogliono tecniche particolari». Strano però che all'epoca nessuno abbia visto cinquanta vandali scrivere sul muro. Studioso dei Borbone anche sotto il profilo culturale e architettonico,

Albarano si è laureato con una tesi su piazza Carlo III a Caserta e proprio nella città vanvitelliana ha iniziato la sua carriera nell'ambito dei beni culturali, alla sovrintendenza dell'epoca Iacobitti. «Nell'89», ricorda orgoglioso, «realizzai una grande festa barocca nella Reggia. Arrivarono dodicimila persone». Forse dovremmo intendere 1200 o 120, vista l'apparente scarsa dimestichezza dell'architetto con i numeri. O forse fu davvero l'evento che Albarano rievoca, tra luci, laser e fuochi d'artificio, con concerti e pièce teatrali.

Intanto oggi, cambiati i tempi, i beni culturali vivono tra minori fasti e i lavori di ampliamento del Museo Nazionale procedono a fatica. Anzi, in realtà sono a una battuta d'arresto. La nuova ala adibita a teatro, aule didattiche e laboratori di restauro per ora non si aprirà. La prima tranche di lavori è stata ultimata, ma per la seconda parte non sono stati stanziati gli otto milioni preventivati.

«La commissione europea», osserva Albarano, «avrà la brutta sorpresa di trovare tutto incompleto. Ma io con un solo milione e mezzo realizzerei un progetto anche migliore e più funzionale di quello originale, troppo dispendioso». Per ora è difficile capire se il cantiere andrà avanti. A meno che non arrivino gli alieni, forse disposti a farsi fotografare più volentieri degli scorbutici fantasmi.



Mirella Armiero
24 agosto 2011




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In Amazzonia donna allatta dal suo seno il figlio e una piccola scimmia

Il Mattino


RIO DE JANEIRO - Nella foresta amazzonica l'affetto materno non fa distinzioni, quindi può accadere anche che una madre di una tribù doni ad un cucciolo di scimmia bisognoso di cure e cibo lo stesso trattamento che riserva a suo figlio. Nel video una donna infatti allatta dal suo seno sia il figlio che una piccola scimmia.







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Via dall’oratorio perché gay»

Corriere della sera

Accusa di un allenatore. Il parroco: era diseducativo




La chiesa di Sant'Ambrogio e Carlo a Cesano Maderno

Si sente discriminato perché è un omosessuale. E per averlo detto ai ragazzi 18enni della squadra di calcio che allenava all’oratorio della parrocchia dei Santi Ambrogio e Carlo, a Cesano Maderno. Il parroco, don Flavio Riva, lo ha «licenziato» in tronco. Ma l’allenatore non ci sta. E contro quella che ritiene una «discriminazione sessuale» è disposto anche a sporgere una denuncia contro il religioso. Più ancora che dal caldo, l’estate della comunità pastorale di Cesano Maderno è stata resa rovente dal caso di Luciano Dicoladonato. Allenatore, 37 anni, nel febbraio scorso era stato incaricato di dirigere la squadra «Equipe 2000»: una società sportiva nata nel 1967 molto titolata a livello locale. Ma, a sorpresa, alla fine della stagione sportiva il mister è stato allontanato.

Tra la delusione degli atleti, che avevano apprezzato l’attività del loro coach. Per difendere il suo operato i ragazzi hanno anche dato vita a una raccolta di firme che è stata sottoscritta da un centinaio tra atleti e genitori. «Faccio l’allenatore da vent’anni – ha protestato Dicoladonato – e non mi era mai capitato nulla di simile. Ho sempre dato il buon esempio ai ragazzi. Mi hanno detto senza troppi giri di parole che non sono idoneo come educatore di oratorio perché sono omosessuale. Peccato che finché non hanno saputo che ero gay, andava tutto bene. Comunque io sono disposto ad andare fino in fondo. C’è una legge contro le discriminazioni sessuali ed è in base a questo che se non ci sarà un ripensamento porterò in tribunale il parroco». Don Flavio però non ci sta a passare per retrogrado e sessista: «La mia decisione non ha nulla a che vedere con l’identità sessuale dell’allenatore. Nulla di personale contro Luciano. Conta la qualità del servizio educativo, il servizio ai più piccoli e il rapporto con la comunità cristiana. La mia scelta è stata di investire in termini educativi su persone che sono cresciute nella nostra comunità e abbiano compiuto un certo percorso».

A pesare contro Luciano Dicoladonato forse è anche stato il fatto che il suo profilo compare in un sito di incontri per giovani omosessuali. A luci e ombre anche il suo curriculum di allenatore del trentasettenne. in un precedente incarico all’oratorio di Baruccana era stato allontanato perché «inadeguato» mentre in parrocchia a Seveso è ricordato come «un giovane educato e molto disponibile ». Poi è arrivato l’incarico a Cesano Maderno «Non sono d’accordo con la decisione – ha replicato Thiago Cafarelli, un suo giocatore -. Luciano si è sempre dimostrato una persona per bene. Abbiamo anche apprezzato il fatto che lui ci abbia comunicato senza reticenze la sua omosessualità. A settembre chiederemo al parroco un ripensamento e siamo sicuri che don Flavio cambierà idea. In ogni caso continuiamo la raccolta di firme».


Marco Mologni
24 agosto 2011 12:18



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Il prete e le monetine che nessuno vuole

Corriere della sera

«No ai centesimi». Cinque miliardi persi nei cassetti



ROMAAd Atella, comune di 3.800 abitanti in provincia di Potenza, non parlano d’altro. Domenica scorsa don Domenico Traversi, parroco della cattedrale di Santa Maria ad Nives (XIV secolo) avrebbe insistito durante l’omelia sull’inutilità di ritrovare, nelle cassette per le offerte, manciate di monete da 1 e 2 centesimi: li butto via, avrebbe detto, nessuno li usa. Il tutto è finito su La Gazzetta del Mezzogiorno corredata dalla notizia che il fruttivendolo più vicino avrebbe deciso di seguire l’indicazione, arrotondando i prezzi ai centesimi superiori. Don Domenico ora è furioso, parla di travisamento dello sfogo, annuncia lettere di chiarimento, ma ammette: «No, i soldi non li butto. Ma certo non è a forza di centesimi che si possono pagare i tremila euro di nuovo impianto Enel deciso dalla Curia...».




I centesimi di rame dell’euro rappresentano una delle innumerevoli contraddizioni dell’Italia. Nessuno riesce a usarli, quando capitano in tasca diventano subito zavorra inutile (salvo depositarle nelle cassette delle Chiese) ma l’Italia ne è (appunto inutilmente) sommersa. Nel nostro Paese, dal 2002 a oggi, circolano 6 miliardi e 700 milioni di pezzi dei tre piccoli tagli di centesimi, battuti dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Due miliardi e 600 milioni per la monetina da 1 centesimo, due miliardi e 200 milioni per quella da 2 centesimi e infine un miliardo e 900 milioni per i 5 centesimi. Un valore nominale enorme, circa 165 milioni di euro: rappresentano il 45% delle monete della valuta euro battute per ordine del ministero dell’Economia.

Le mini monete hanno avuto subito un’esistenza difficile. Già il 22 gennaio 2002, pochi giorni prima dell’entrata in circolazione della nuova moneta, Giulio Tremonti (allora ministro dell’Economia del Berlusconi II) annunciò: «Abolire i centesimi? Sarebbe certamente popolare, ci stiamo pensando, ne abbiamo parlato in sede di Unione Europea». L’economista Giacomo Vaciago, proprio in quei giorni, aveva previsto non più di pochi mesi di vita reale ai centesimi dall’anima di acciaio, ma ricoperti di rame. E invece eccoli lì, tutti nelle nostre tasche, ma soprattutto nei nostri cassetti. I primi a farne a meno furono, guarda un po’ la coincidenza, i responsabili della bouvette del Senato che il 1 febbraio 2002 decisero di superare ampiamente l’intuizione di Tremonti e abolire subito la superflua circolazione degli spiccioli europei: il cappuccino di allora scese da 67 a 65 centesimi, il cornetto da 46 a 45, i panini invece salirono da 1.14 a 1.20.


Centesimi di dollaro Usa
Centesimi di dollaro Usa
C’è chi, in Europa, ne ha fatto immediatamente a meno è si è trovato benissimo. Il primo Paese a cancellare i pezzi da 1 e 2 centesimi fu la Finlandia con un decreto legge che seguì l’introduzione della moneta unitaria: era la conseguenza dell’abolizione di altri centesimi, quelli del Markka, il Marco Finlandese, che era suddiviso in scomodissimi centesimi (un euro valeva 5.9 Markka). Il risultato è che quei pochissimi pezzi da 1 e 2 centesimi battuti in Finlandia ora sono rarità assolute e preziosissime. Anche l’Olanda dal 2004 non conia più centesimi di piccolo taglio e in Belgio la loro circolazione è di fatto un ricordo, seppure senza una decisione formale. In Italia c’è chi si è mosso immediatamente, per esempio il Comune di Barzago, in provincia di Lecco: nel gennaio 2002 abolì l’uso dei centesimi da 1 e da 2 nel costo dei certificati anagrafici e degli ingressi agli impianti sportivi.

Ma i centesimi non sono solo un problema italiano. In Canada il centesimo di dollaro canadese non è usato da anni eppure la zecca continua a batterlo, nonostante in circolazione ve ne siano circa 1 miliardo e 200 milioni di esemplari: per di più realizzare un centesimo costa 1.5 centesimi. La Svizzera ha parzialmente risolto il problema dal 1978 mettendo fuori corso i 2 centesimi di Franco mentre resiste il pezzo da 5 centesimi (che ne costa circa 11): ma in Svizzera il movimento d’opinione ostile alla sua abolizione è ancora molto forte. In più i piccoli centesimi si macchiano, diventano verdastri e emanano odori sgradevoli. C’è chi ha messo a punto un rimedio: acqua e limone, immersione per diversi minuti, poi pulizia e asciugatura con un panno (niente spugnette metalliche). Chi ha tempo e voglia può accomodarsi.


Paolo Conti
24 agosto 2011 09:15



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Scorie tossiche sul sagrato

La Stampa

Gianluca Nicoletti

La mania dei cannoni spara coriandoli inbratta le chiese



La mania del petardo matrimoniale sta deturpando le più belle chiede di Roma. Qualche parroco ha provato a mettere cartelli dissuasori, come il disperato avviso apposto su una colonna della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Palatino (XI secolo),  il povero prete che vede la sua chiesa "divorata" dai rifiuti tossici dei cannoncini spara coriandoli si lamenta del “barbarismo” di chi ha imbrattato il sagrato di quel luogo sacro dove, in varie epoche, passarono devastatori già Visigoti e Normanni, ma ora l'orda barbarica è formata da azzimati signori in abito scuro o ipertaccate signore con il cappello e la veletta.  Il cartello attaccato al colonnato sarà inutile, già in vista di settembre nuovi artificieri con chili di gel tra i capelli stanno armandosi di cannoncini spara coriandoli per rendere “unico” il loro matrimonio.

Il Wedding Planning tamarro prescrive la lordatura indelebile e sistematica del luogo in cui si celebra, fosse anche  una delle località  d’ arte più esclusive. Nella stagione della transumanza matrimoniale la torma assatanata di sposi, parenti, invitati come un nugolo di cavallette  fa terra bruciata di ogni romantico recesso, espropriato al culto, alla riflessione, al silenzio e al raccoglimento.
 


Ogni basilica, cappella o chiesa sconsacrata che, per tradizione, è prescelta per la celebrazione di matrimoni è, tra maggio e ottobre, devastata dal frenetico alternarsi di tribù variopinte e chiassose in cerca di location suggestive per girare l’intramontabile film del loro suggello amoroso

Come se non bastassero le folle imbacuccate d’organza e rasatello a ferire ogni segno della storia in quei luoghi si è da qualche tempo affermata la barbarica consuetudine di sparare sugli sposi piogge variopinte di grossi coriandoli di plastica usando dispositivi pirotecnici appositamente costruiti in fiorenti fabbriche, soprattutto campane.

E’ chiara la velleità di ricostruire su quei sagrati di antica pietra il momento della proclamazione del vincitore nell’ultima puntata di “Amici”  o del “Grande Fratello”.
 



La pioggia dei petaloni di rosa fucsia in eterna e indistruttibile plastica arriva a innaffiare anche i più alti rosoni, le guglie, i decori e le allegorie restandoci appiccicati per sempre.
Anche la variante della stella filante anodizzata, argentata o dorata, si avvinghia come pianta parassita alle fronde delle querce silenziose, dei platani, degli ulivi o dei pini mediterranei o alle siepi di mortella che un tempo segnava la quiete di chiostri e giardini.

La folla applaude, cineriprende, fa la ola e le pose spiritose da manuale, spara cannonate di frattaglie di plastica ovunque e poi fila via verso il ristorante lasciando sul terreno di battaglia tubi di cartone e cartone, cartucciere inesplose, mucchi e mucchi di petali sintetici che si stratificheranno, nozze dopo nozze, nel raggio di centinaia di metri dal sagrato.





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Russia, in tv finto documentario sulla fine del dollaro In massa vendono provocando il calo della valuta

Quotidiano.net

Come Orson Welles nel '38 con gli alieni, così un “mockumentary” sul crollo dell’economia globale ha scatenato il panico nei russi causando un momentaneo calo del biglietto verde sul mercato



Cambi: franco record sul dollaro

Mosca, 24 agosto 2011



Il primo era stato Orson Welles nel 1938, raccontando alla radio l’arrivo del marziani nel New Jersey e scatenando il panico tra gli americani. Lo scorso anno la tv georgiana aveva mandato in onda una fiction molto realistica su una nuova invasione russa nel paese. Risultato: distributori di benzina a secco e rete cellulare in tilt. Lunedì sera è toccato ai russi che hanno assistito a un “mockumentary”, un finto documentario, sul crollo dell’economia globale.

Ieri mattina - racconta il Financial Times - sono corsi in massa a vendere dollari, provocando, secondo alcuni, un momentaneo calo del biglietto verde sul mercato. “La fine dell’epoca del dollaro”, un programma di un’ora trasmesso lunedì sera tardi dal primo canale pubblico, descrive 24 ore di caos finanziario provocate da massicce vendite di dollari sul mercato giapponese, che si propagano alla Cina e infine ai mercati di tutto il mondo.

“Comincerà mentre dormi, oppure, a tarda sera, dando un’occhiata alla Tv, potrai seguire gli eventi. Ma sarà già troppo tardi” inizia la voce narrante. La scena si sposta sulla tv cinese dove un’annunciatore dice che la banca centrale ha ordinato di vendere enormi quantità di dollari. Poi, telegiornali e interviste con esperti dall’apparenza realistica, grafici e immagini di code ai bancomat, soprattutto in Olanda dove il finto documentario sembra essere stato girato.

Il primo era stato Orson Welles nel 1938, raccontando alla radio l’arrivo del marziani nel New Jersey e scatenando il panico tra gli americani. Lo scorso anno la tv georgiana aveva mandato in onda una fiction molto realistica su una nuova invasione russa nel paese. Risultato: distributori di benzina a secco e rete cellulare in tilt. Lunedì sera è toccato ai russi che hanno assistito a un “mockumentary”, un finto documentario, sul crollo dell’economia globale. Ieri mattina - racconta il Financial Times - sono corsi in massa a vendere dollari, provocando, secondo alcuni, un momentaneo calo del biglietto verde sul mercato.

“La fine dell’epoca del dollaro”, un programma di un’ora trasmesso lunedì sera tardi dal primo canale pubblico, descrive 24 ore di caos finanziario provocate da massicce vendite di dollari sul mercato giapponese, che si propagano alla Cina e infine ai mercati di tutto il mondo.

“Comincerà mentre dormi, oppure, a tarda sera, dando un’occhiata alla Tv, potrai seguire gli eventi. Ma sarà già troppo tardi” inizia la voce narrante. La scena si sposta sulla tv cinese dove un’annunciatore dice che la banca centrale ha ordinato di vendere enormi quantità di dollari. Poi, telegiornali e interviste con esperti dall’apparenza realistica, grafici e immagini di code ai bancomat, soprattutto in Olanda dove il finto documentario sembra essere stato girato.

Immediate le reazioni su internet, dove nei forum migliaia di russi si interrogano su cosa fare. “Ragazze, sto guardando la tv che dice che il dollaro non viene più accettato da nessuna parte, io e mio marito andiamo in Egitto la prossima settimana e abbiamo comprato dollari, che facciamo?” è il tipico post apparso sul sito di chat galya.ru. “Domani vado a controllare in banca” afferma un secondo navigatore, mentre un terzo commenta “se gli yankee scatenano un’altra crisi, noi finiremo davvero nei guai, non loro”.

Ft osserva che pochi programmi vengono trasmessi dalla Tv pubblica russa senza l’assenso esplicitivo del Cremlino e il finto documentario sembra essere in linea con l’aperta critica ufficiale dell’egemonia finanziaria statunitense. Qualche settimana fa il premier Vladimir Putin aveva ribadito la sua posizione, parlando alla gioventù filogovernativa degli Usa come di una paese di “parassiti che vivono alle spalle dell’economia globale grazie al monopolio del dollaro” e pronosticando uno spostamento delle riserve russe e cinesi sul altre valute, come l’euro.




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Fattoria lager, il proprietario degli animali rischia fino a tre anni di reclusione

Il Giorno

E' stato denunciato anche per il maltrattamento di due bovini, sequestrati quattro cani privi di microchip e tatuaggio. Nuovo sopralluogo intanto di vigili e veterinari dell'Asl di Monza.



Un canile (Foto Isolapress)



Monza, 24 agosto 2011



Vigili e veterinari sono tornati nella fattoria-lager alla Cascinazza. Una pattuglia della Polizia locale, tre medici e un vigile sanitario dell’Asl di Monza ieri mattina hanno effettuato un secondo sopralluogo fra i capanni abbandonati e i cumuli di detriti e sporcizia nell’area di via Cesare da Sesto.

E lì, per le 9 hanno convocato anche S.M., il 52enne proprietario non soltanto degli animali ritrovati dagli agenti e dai volontari dell’Enpa in pessime condizioni ma anche della femmina di 3 anni di pastore maremmano abruzzese morta di fame e di sete legata a una grossa catena. Come primo atto è scattata una denuncia a piede libero per aver provocato «per crudeltà o senza necessità, la morte di un animale», reato che prevede da tre a diciotto mesi di carcere. Dopo aver confermato il sequestro di 4 cani che non avevano né microchip né tatuaggio, gli agenti hanno anche contestato (con relativa denuncia) il maltrattamento di due bovini, scoperti completamente circondati da spazzatura e tenuti in condizioni generali lontane dal minimo richiesto per l’allevamento di questo tipo di animale.

Addirittura, spiegano dal Comando della Polizia locale, uno dei due bovini era sdraiato su un fianco ed era talmente debilitato che non era in grado di alzarsi. Per questo è stato disposto il sequestro preventivo dei due animali che sono stati portati in un’azienda agricola. Le due denunce si sommano a quella che lo stesso S.M. ha ricevuto non più tardi di due mesi fa quando sempre gli agenti della Polizia locale gli hanno sequestrato un’ottantina di volatili e un cavallo (tutti attualmente ospitati al canile di via Buonarroti) tenuti in pessime condizioni in un’area di viale delle Industrie.

Le indagini dei vigili continuano per cercare di capire a quale titolo l’uomo avesse allestito la sua «fattoria» con anche un centinaio fra pecore e capre (per ora lasciate alla Cascinazza) all’interno di un’area privata. In queste ore gli agenti stanno eseguendo accertamenti con la società Lenta Ginestra, proprietaria dell’intero terreno della Cascinazza.


di Marco Galvani




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Rai sprecona, la pubblicità è in caduta libera E i dirigenti si regalano comunque un bonus

Di

La concessionaria di pubblicità della Rai si concede un premio da 600mila euro mentre l’azienda per il 2011 prevede 67 milioni in meno. Il direttore generale Lei è furibonda



Un 2010 di ricchi premi e cotillon per i dirigenti della Sipra, la concessionaria pubblicitaria della Rai, per la quale si prospetta un 2011 in caduta libera. Secondo il Fatto Quotidiano se li sono auto-attribuiti i dirigenti della concessionaria, capitanati dall’amministratore delegato Aldo Reali. Un piccolo cadeau di 600mila euro che l’ad ha destinato a se stesso e a una trentina di manager per festeggiare il risultato del 2010: un miliardo e 31 milioni di euro in cassa rispetto a un miliardo e 30 milioni di euro previsti.

Tutto bene allora? Sì, ma solo per la Sipra: anche se le previsioni per il 2010 sono state rispettate, il 2011 della Rai non promette niente di buono. Anzi, visto la piega che sta prendendo l’anno in corso, la scelta della concessionaria ispirata alla filosofia del «magnamo finché ce semo», sembra quanto mai inopportuna. Proprio mentre la Rai scopriva il brindisi di gruppo della Sipra, l’azienda rivedeva al ribasso le stime del 2011 (67 milioni di euro in meno) e il dg Lorenza Lei sottolineava la necessità, sia per quest’anno sia per il prossimo, di rinunciare ai premi e alle gratifiche in busta paga. Una dieta drastica insomma, che mal si concilia con l’abbuffata di gratificazioni fatta dai dirigenti.
Pare che il direttore generale sia furibonda, non ancora in carica quando la Sipra decideva di dividersi il bottino, alla scoperta del premio si è parecchio irritata. E pare che adesso la concessionaria abbia avviato la procedura per restituire i soldi. Ma la nota inviata alla Rai per spiegare le ragioni del bonus la dice comunque lunga sull’ostinazione con cui la Sipra ha cercato di difendere fino all’ultimo un diritto che dava ormai per acquisito. La giustificazione delle gratifiche, secondo il resoconto redatto dall’ufficio risorse umane, sta nel raggiungimento dell’obiettivo a cui «è stata correlata la parte variabile di retribuzione dell’amministratore delegato».
Il bonus previsto da Reali per se stesso - quello per trovare la motivazione necessaria a proseguire seriamente il suo lavoro - è di 150mila euro. Questione di meritocrazia. Come quella invocata dallo stesso Reali il 20 maggio 2011, quando faceva sapere con tono perentorio: «Il mancato raggiungimento della soglia di 1,046 miliardi di euro (per il 2011, ndr), comporterebbe il rilascio degli importi correlati alle politiche meritocratiche». Anche se poi, più morbido, aggiungeva: «Pur se oggi l’obiettivo (degli 1.045 miliardi) non pare realizzabile, intendo confermare la proposta al consiglio di amministrazione». Alla Sipra insomma le diete non piacciono. Meglio lottare fino all’ultimo per avere il premio di risultato, anche senza il risultato.




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Dai vizi dorati in Sardegna alla fuga disperata nei cunicoli

La Stampa


La parabola degli 8 figli del raiss: dopo una vita tutta champagne e fuoriserie sono tornati accanto al padre nelle ore drammatiche della fine del regime



PIERANGELO SAPEGNO


È riapparso davanti ai fucili alzati, con la maglietta verde e la barba lunga, quando dicevano che era già morto o prigioniero. Ma negli occhi disperati di Saif al-Islam, l’erede designato del Colonnello, c’è tutta la saga della Famiglia, questa storia di potere, e pure di coraggio, alla fine. E di morte. Otto figli: qualcuno è scappato, e qualcuno è rimasto, nella torre dei vinti, in un luogo senza speranze, come quegli occhi.

Saif al-Islam Poco tempo fa, Saif aveva detto che i politici che gli piacevano di più erano «Berlusconi e D’Alema». Ma D’Alema gli piaceva per le idee, perché lui - diceva - «era un socialista». Berlusconi gli piaceva per tutto. In questa epoca che finisce, nemmeno troppo tempo fa, mentre Berlusconi e papà si scambiavano complimenti e promesse nel riparo della grande tenda, lui dispiegava ai giornalisti la sua visione del mondo: «Noi contiamo molto in Obama. Credo che lui cambierà davvero il nostro modo di vedere l’America». Aveva sbagliato anche questo, ma è che nelle sue svolte, la Storia imbocca sempre queste traiettorie impudenti, che non hanno pietà di niente e di nessuno, neppure delle parole. In quei giorni, Saif al-Islam ce l’aveva anche con i giornali occidentali: «Io sono quello serio della famiglia», diceva. «Gli altri sono giovani. Si divertono. E fanno bene».

Avevano scritto che lui, il figlio impegnato, l’intellettuale a capo di una grande società di beneficenza, lui, Saif al Islam «il Riformista», non aveva esitato a staccare un assegno da un milione di dollari per invitare Mariah Carey a cantare 4 canzoni alla sua festa di Natale del 2009. Però, che fosse vero o no, il figlio designato dal raiss non era soltanto il rampollo più serio, come voleva accreditarsi con i giornalisti occidentali. Era soprattutto un uomo di potere. Secondo il Financial Times, che cita i dispacci dei diplomatici americani a Tripoli, i Gheddafi papà e figli - una tribù di 7 maschi e di una donna, quasi sempre prepotenti e aggressivi, ma qualche volta persino teneri nel loro coraggio da perdenti - guidano una vastissima rete economica e possiedono importanti partecipazioni nel settore del petrolio e del gas, nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture, negli alberghi, nei media e perfino nella grande distribuzione. Un dispaccio del 2006 sottolinea come «i figli ricevano regolarmente redditi dalla società petrolifera nazionale».

Grazie al petrolio avrebbero accumulato un patrimonio di più di 100 miliardi di euro. Nel marzo del 2009, dice ancora il Financial Times, un altro dispaccio dei diplomatici americani segnalava «guerre intestine tra i rampolli» attorno a questo patrimonio. E le liti sarebbero state provocate soprattutto dall’attivismo del secondogenito, Saif alIslam, che ha accesso diretto ai proventi del petrolio attraverso la società per l’energia del suo gruppo, la «One-Nine». Fino a ieri, lui era il proprietario di tre reti televisive, di due giornali, ed era a capo della grande Ong, «Fondazione caritatevole Gheddafi per lo sviluppo», che gli permetteva di gestire ingenti capitali, assicurandosi insieme la gratitudine dei ceti meno abbienti. Ma non è che gli altri fratelli fossero dei poveretti, o degli indifesi. A cominciare da Mohammad, il primogenito.

Mohammad Mohammad ha 41 anni ed è il presidente del Comitato Olimpico libico e capo della Libyana, una delle due aziende che gestiscono la telefonia mobile e le telecomunicazioni. Ovviamente, non aveva solo questo. E soprattutto voleva parecchio altro, visto che nelle ambasciate occidentali di Tripoli raccontavano abbastanza apertamente di un contrasto molto acceso con un altro fratello, Mutassim, più giovane di 7 anni, e capo della sicurezza nazionale, per il possesso di un’azienda che imbottiglia Coca Cola. I gruppi armati dei due fratelli si sarebbero affrontati persino durante cruente sparatorie. E nella guerra di bande, sempre per lo stesso motivo, sarebbe rimasto coinvolto un altro fratello, il terzogenito Saadi, il calciatore, quello che indossò le maglie della Juventus, del Perugia, della Lazio e della Sampdoria, e che in Italia dormiva nelle suites degli alberghi, tenendo una camera libera pure per il suo cane.

I motivi dello scontro erano così assurdi che i diplomatici americani parlavano senza mezzi termini di «una vicenda oscura», che nessuno era riuscito a capire bene. Un po’ come la personalità complicata di Mohammad, descritto, da quelli che erano riusciti ad avvicinarlo, come un tipo «volubile e ipocondriaco», difetti che doveva aver preso dal padre. È l’unico figlio del Colonnello e di Fatiha, la maestra che Gheddafi aveva sposato nel 1968 per divorziare dopo appena sei mesi e congiungersi in matrimonio con Safya, first lady ufficiale per 40 anni e madre degli altri 7 figli naturali. Ed era stato catturato l’altro giorno, in presa diretta, mentre al Jazeera lo intervistava a casa sua e lui stava dichiarando che «quello che sta accadendo in Libia è terribile e l’omicidio tra fratelli musulmani è una cosa che mi rattrista molto», proprio nel momento in cui i ribelli entravano con sventagliate di mitra e fucilate al soffitto davanti alle telecamere. Solo che poche ore dopo, un gruppo di fedelissimi l’avrebbe già liberato.

Hannibal Difficile capire quello che sta succedendo davvero attorno ai figli di Gheddafi. Anche di Hannibal, 35 anni, si dice che sia riparato in Libano, nella terra di sua moglie, ma non ci sono certezze. È raccontato da tutti come «l’ubriacone» e «grande dissipatore di patrimoni». Nel 2008 provocò una crisi diplomatica con la Svizzera: picchiò due domestici marocchini in un albergo di Ginevra, e poi alla Rsi disse che se avesse avuto una bomba atomica avrebbe fatto «sparire la Svizzera dalla carta geografica». Prima di allora, nel 2001 aveva aggredito due poliziotti italiani, nel 2004 era stato fermato mentre guidava ubriaco a 140 all’ora contromano sui Champs Elysées, nel 2005 era stato condannato a Parigi per aver picchiato la moglie incinta, e un anno dopo a Londra l’aveva mandata all’ospedale col naso rotto.

Mutassim Poi c’è Mutassim, di un anno più giovane di Hannibal, tenente colonnello dell’esercito e potente guida del Consiglio di sicurezza nazionale, a capo di un gruppo di fedelissimi, che prima della rivoluzione libica aveva mandato a combattere contro le bande dei fratelli Mohammad e Saadi per il non ben precisato possesso di una azienda che imbottiglia Coca Cola. Adesso però, Mutassim combatte assieme al padre, perché alcuni di questi figli, viziati, violenti e capricciosi, alla fine hanno scelto di restare e morire, e di perdere se stessi in questa guerra di vinti, e questo in fondo riesce difficile da spiegare. Al Arabiya ha raccontato che lui sta difendendo palmo a palmo gli ultimi avamposti nelle strade di Tripoli, rintanandosi nella fortezza di Bab Al Aziziya. Altre informazioni lo danno nascosto, sempre in compagnia del padre, a Sirte o Sabha, dove i Gheddafi possono contare su qualche alleanza tribale, su appoggi e nascondigli, prima di una fuga o di una bella morte. Mutassim era il soldato della famiglia. Lui e Khamis, che forse è già stato ucciso. Ma Khamis l’avevano già dato morto altre due volte, e lui era sempre rispuntato da qualche parte, davanti alle sue truppe, o accanto a un microfono, ad arringare i fedelissimi. I figli hanno tutti questa caratteristica in comune: sono dei capimanipolo.

Khamis È uno dei più odiati dai ribelli: lo chiamano «il macellaio». È il sesto figlio di Gheddafi, ha 28 anni e si è già laureato presso l’Accademia Militare di Tripoli e poi all’Accademia Militare Frunzee a Mosca e all’Accademia di Stato Maggiore delle Forze Armate della Federazione russa. Non sappiamo se sono lauree come il dottorato di Saif al-Islam, che alla London School of Economics l’aveva quasi tutto copiato. Comunque sia, Khamis s’è conquistato la fama di un soldato senza pietà. A differenza di Saadi, il calciatore, impegnatissimo con la sua squadra di football, il Comitato Olimpico e la carriera militare, ma che secondo le fonti riportate da Ft userebbe «le truppe sotto il suo controllo soprattutto per influire sugli affari».

Saadi Prima della rivoluzione, progettava di fondare una nuova città, a Ovest del Paese, come grande meta turistica. Saadi ha sempre avuto un debole per il business. Come calciatore ha giocato una sola partita in Serie A, ma è riuscito a diventare famoso per una che aveva guardato dalla panchina, senza evitare l’esame doping: beccato subito, positivo al norandrosterone. In Italia organizzava feste, ed era bravissimo nelle imitazioni e a raccontare barzellette. In guerra, il papà l’aveva mandato a Bengasi per riconquistarla e solo le forze speciali l’avevano salvato dalla popolazione che stava quasi per farlo a pezzi. Quello che assomiglia di più a Saadi è Saif al-Arab: sembrano gemelli. Ma anche nella vita sono molto simili: degli sbruffoni, con il portafoglio in tasca.

Saif al-Arab Saif ha 29 anni: forse è morto in un raid della Nato il 30 aprile. O forse, più probabilmente, si è ritirato nel suo rifugio dorato ad Isla Margarita, in Venezuela. Ha studiato a Monaco, Germania. Fermato nel 2005 su una Ferrari con a bordo un fucile da assalto e munizioni. E buttato fuori da un locale notturno dopo una rissa per la sua ragazza che gli faceva lo spogliarello privato. E durante la rivoluzione, nella figuraccia di Bengasi, non s’è mai capito bene se fosse lui o Saadi l’eroe in questione.

Aisha Chi invece non ha bisogno di mostrare i muscoli è la figlia, Aisha, la «Claudia Schiffer del deserto», come la chiamavano ai tempi d’oro. Aisha è un avvocato, è stata delegata Onu per la lotta all’Aids, era nel collegio difensivo di Saddam Hussein, e aveva difeso Muntadhar Zaidi il giornalista che aveva tirato una scarpa a Bush. È una donna anche di potere visto che secondo Ft aveva interessi nel settore della energia e delle costruzioni, e in una clinica privata di Tripoli, la St. James. Intervistata dal New York Times, ha detto che ai suoi 3 figli parla dell’aldilà tutte le sere, prima di metterli a letto, perché «devono abituarsi alla morte». Meglio delle favole. Ma in fondo tutta la storia dei Gheddafi è stata una favola nera fondata più sulla morte che sulla vita. Il Colonnello aveva adottato pure una figlia, Hanna: gliela uccisero le bombe di Reagan, nel 1986. Lui si salvò grazie a un bimbo, Milad, che lo fece uscire dalla stanza per giocare. Lo adottò al posto di Hannah: anche allora, la morte aveva deciso così.



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La Casta continua a mangiare. Adesso si pappa pure le posate

Libero




Da quando è iniziata la legislatura il Senato della Repubblica ha cambiato 8.600 set di posate per le tavole di mensa e ristoranti frequentati da dipendenti, senatori e giornalisti parlamentari. Spesa complessiva: 130 mila euro. Visto che gli aventi diritto al pasto sono circa 1.400, significa che per ognuno di loro sono stati previsti sei set di posate completi. Due all’anno, e il prossimo se ne aggiungeranno altri due, perché la spesa è costante ogni anno.

Vista quella cifra un giovane imprenditore veneto portato a palazzo Madama dalla Lega Nord, Alberto Filippi, ha deciso di non farsi prendere in giro e di non votare il bilancio del Senato. Dal 3 agosto è stato così costretto a dimettersi dal gruppo e a iscriversi a quello misto. Di quello strano bilancio molte voci di cui solitamente si parla poco l’avevano colpito, e ne ha tenuto un diario. Ma sono state proprio le posate a choccarlo: «Ciò che mi lascia fritto, immobile, congelato», ha annotato Filippi, «è il costo per le posate: 40 mila euro all’anno.

Ma perché ogni anno? La tradizione di cambiare posate continuamente era in voga alla corte di Francia ai tempi del Re Sole e ne sono passati di anni, è passata perfino al ghigliottina. A casa mia le posate magari te le regalano nella lista nozze, ma poi ti durano una vita…». Il giovane senatore Filippi non ha tutti i torti.

E le risposte ai suoi dubbi possono essere soltanto due: o al Senato hanno lavastoviglie che si inceppano spesso, quindi le posate vengono buttate via, o qualche collezionista se le porta ogni tanto a casa affascinato dal simbolo dell’istituzione stampato su forchette, coltelli e cucchiai. Ma le posate sono soltanto una delle voci che inquietano chi seriamente si mette a scorrere i bilanci delle due Camere.

Partiamo da un dato di fatto. A Palazzo Madama ci sono circa mille dipendenti, 315 senatori eletti e 6 senatori a vita: fanno in tutto 1.321. A Montecitorio ci sono circa 1.900 dipendenti e 630 deputati: 2.530 abitanti più o meno abituali del palazzo, quasi il doppio dell’altra Camera. Con queste cifre in mente prendi la bolletta dell’acqua dell’uno e dell’altro palazzo e non capisci più nulla. Il Senato ha speso 1,2 milioni in acqua corrente dall’inizio della legislatura.

La Camera che ha il doppio dei frequentatori ha speso invece 985 mila euro. Anche qui due possibilità: o i senatori sono maniaci della pulizia personale (e i deputati un po’ allergici all’acqua) o il contratto fatto con il fornitore di palazzo Madama è troppo caro, un vero bidone. Il sospetto che sia vera la prima ipotesi viene da altre spese indicate in bilancio.

Come quella per l’acquisto dei prodotti igienici: la Camera dall’inizio della legislatura ha speso 200 mila euro, il Senato che sulla carta avrebbe dovuto spendere la metà (100 mila euro), invece ha comprato carta igienica e sapone da toilette a un costo tre volte superiore ai colleghi: 630 mila euro. È chiaro che i senatori sono maniaci dell’igiene personale.

I conti però non tornano nemmeno con altre bollette. Una è a posto, quella della luce: la Camera giustamente spende il doppio del Senato (14,4 milioni da inizio legislatura contro 7,3 milioni). Ma quella del gas è incomprensibile: dal 2008 la Camera ha speso 3,2 milioni di euro di gas e il Senato quasi la stessa cifra: 3 milioni.

Chissà se è legata alla questione delle posate: a palazzo Madama mettono su l’acqua della pasta, poi i camerieri avvertono che non ci sono più posate da mettere in tavola. Bisogna correre a comprarle di nuovo e nel frattempo l’acqua bolle ed evapora tutta. Allora bisogna rimetterla su: sarà per questo che si spende così tanto in gas e in posate.

Come sono maniaci della pulizia, i senatori debbono avere una predilezione anche per le temperature polari. Probabilmente hanno un condizionatore per ogni metro quadrato del palazzo. Solo così si spiega come in Senato, che è la metà della Camera, si siano spesi fin qui 4 milioni per la manutenzione dei fancoils mentre a Montecitorio la spesa è stata di solo un milione di euro. Qualcosa non quadra.

Altra voce curiosa nei bilanci dei due palazzi è quella dei traslochi. Si può ben capire qualche spostamento a inizio legislatura per piazzare gli uffici secondo i desiderata dei nuovi eletti. Ma come quella spesa possa essere costante ogni anno, è un vero mistero. La Camera nel 2008 ha speso 1,3 milioni di euro in traslochi. Nel 2011 la cifra è addirittura salita a 1,6 milioni di euro, e fin qui per spostare mobili e scartoffie sono volati via 5,6 milioni di euro. Al Senato sono riusciti a spendere di più: 6,1 milioni di euro. Da quelle parti deve essere proprio impossibile parcheggiare: ogni giorno ci sarà qualche Tir in sosta temporanea per muovere mobili e suppellettili.

Sembra invece in ordine nella proporzione la spesa per vestiario nei due palazzi: 2,3 milioni per la Camera e 1,5 milioni circa per il Senato da inizio legislatura. Ma la cifra è davvero alta. Perché i radicali hanno tirato fuori i contratti pagati per la fornitura dei vestiti. Una divisa da uomo costa 168,50 euro: 110 euro la giacca e 58,50 euro il pantalone. Una da donna costa anche meno: 161 euro. Stesso prezzo per la giacca, ma 51 euro per la gonna. I dipendenti sono 1.900 alla camera e mille circa al Senato. Ma la maggiore parte deve venire al lavoro con i suoi vestiti, come tutti gli altri italiani.

Le divise sono solo per alcune categorie di personale (come i commessi). A quei prezzi significa che da inizio legislatura sono state acquistate nei due palazzi più di 23 mila divise. Sembra quasi che siano state prese come “usa e getta”. Ma così non si capisce la spesa in lavanderia: 310 mila euro alla Camera e 215 mila euro in Senato…


di Fosca Bincher

24/08/2011




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Unità d'Italia, isole escluse

Il Tempo

La gaffe di Amato: "Troppa Sardegna nella politica". E critica yacht e veline. l'ex premier è il garante dei 150 anni dell'Unità nazionale.


Giuliano Amato L’Unità d’Italia, isole escluse. Chissà se Giuliano Amato ci ha già pensato, ma potrebbe essere un ottimo titolo per una sua fatica letteraria. Perché il presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell'Unità d'Italia non sembra avere un ottimo rapporto né con i siciliani né, e la notizia è di ieri, con i sardi. E pensare che da buon sabaudo nato a Torino da famiglia siciliana, il dottor Sottile dovrebbe avere almeno un po' di simpatia sia per gli uni che per gli altri. Invece no.

Ospite del Meeting di Rimini Amato ha pronunciato quella che, nelle sue intenzioni doveva essere una battuta: «C'è troppa Sardegna nella vita politica italiana, e chiedo scusa se lo dico alle famiglie sarde che non hanno alcuna colpa». E non ancora appagato ha anche esplicitato il suo nobile pensiero: «Quando il massimo obiettivo della vita è che tua figlia sia invitata su uno yacht a Porto Rotondo o diventi una velina, o vedi che un padre è orgoglioso perché la figlia di 16 anni ha vinto il concorso per “miss lato B” resti sconcertato…

Insomma, ci sono delle responsabilità, troppa Sardegna nella vita politica italiana». Certo, lanciata da chi non disdegna abbandonarsi ad un radicalismo un po' chic (immancabili le suo foto in spiaggia a Capalbio), la crociata contro Porto Rotondo fa un po' sorridere. Ma dal padre indiscusso della patrimoniale ce lo si poteva aspettare.

Quello che fa un po' meno sorridere è che il Garante dell'Unità nazionale (almeno sulla carta) usi una delle Regioni italiane come sinonimo di qualcosa di negativo. E non è la prima volta. Nel 2007, quando era ministro dell'Interno del governo Prodi, Amato regalò al mondo un'altra delle sue “perle”: «Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. È una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere il contrario».

 Una frase di cui, per sua stessa ammissione, non si è mai pentito. Con buona pace di chi, di fronte a quelle parole, lo attaccò duramente. Anche ieri non sono mancate polemiche con il governatore sardo Ugo Cappellacci che ha parlato di «sdegno e sconcerto profondi per la leggerezza e la superficialità con cui Giuliano Aamato ha offeso la Sardegna e il suo popolo». Ma non è stata l'unica «battuta» che l'ex premier ha regalato al popolo di Comunione e liberazione.

«Un Paese nel quale c'è chi cerca i Celti chi i Borboni – ha detto ancora durante il suo intervento - è un Paese in cui si mette non dico a rischio l'unità ma in dubbio l'avere la ragione di stare uniti in futuro». E ancora: «Io non faccio a gara con il ministro Romani a chi succhia più sangue agli italiani. Io che sono stato etichettato come Dracula gli faccio tanti auguri se vuole concorrere sul mio stesso terreno». Anche la sinistra non è stata risparmiata: «Ha interamente sostituito i diritti individuali alla solidarietà e al riconoscimento dell'altro».

E se la tobin tax «ha bisogno di essere condivisa se non globalmente, quasi», Amato non ha dubbi: «Faremo l'eurobond con la Germania». L'ultima «perla» è per Bossi e Berlusconi: «Ho ricevuto dal Capo dello Stato il felice incarico di vivere 150 anni fa. Io rispondo delle difficoltà tra Cavour e Mazzini, ma se vi interessano quelle tra Berlusconi e Bossi non ho nessuna risposta da darvi». Beh, visto l'andazzo e i suoi complimenti a sardi e siciliani, forse è meglio se lascia stare sia Cavour che Mazzini.


dall'inviato a Rimini Nicola Imberti
24/08/2011




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Carceri al collasso, l'ipotesi amnistia

La Stampa

L'sos dei sindacati della polizia: "In 7 regioni superata la soglia"

CARLO DI FOGGIA


ROMA

Ci risiamo, a distanza di quasi cinque anni dall’indulto, la situazione nelle carceri è di nuovo a un punto critico e peggiora di giorno in giorno, trascinando il sistema penitenziario al collasso. Oggi i sindacati di categoria hanno alzato la voce e indirizzato al governo l’ennesimo allarme sulle condizioni in cui versano gli istituti di pena. Una situazione, in realtà, ben nota negli ambienti istituzionali e testimoniata a fine luglio dal convegno sulla giustizia organizzato dai radicali e che ha visto anche la partecipazione del Presidente della repubblica.

“Ogni giorno - denuncia l’Osapp, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria - 40 nuovi detenuti fanno il loro ingresso in carcere e i penitenziari scoppiano”. In sette regioni la “soglia di tollerabilità” è stata ampiamente superata, con il record registrato dalla Puglia dove i detenuti sono l’80% in più rispetto al limite previsto, seguita da Lombardia (+187), Veneto (+187), Marche (+135), Liguria (+79) e Friuli (+62). L’Emilia Romagna, con “soli” 20 detenuti in più, segna il livello migliore ma la situazione in realtà è più complessa.

Di per se infatti la “tollerabilità”, prevista dal Dipartimento di polizia penitenziaria, è già uno sforamento del limite previsto. In sostanza, le strutture prevedono un numero di posti disponibili che viene puntualmente superato, ma lo sforamento è messo in conto dal Ministero che addirittura fissa una capienza massima “accettabile” (stimata in 69.126 detenuti). Il limite però è stato superato: attualmente infatti i detenuti sono 66.754 e rappresentano il 46% in più rispetto ai posti disponibili (45.647).

La situazione, dopo un periodo di flessione è tornata a peggiorare. A fine aprile infatti la Corte di Giustizia europea ha involontariamente tamponato il problema, bocciando il reato di clandestinità introdotto in Italia nel 2009 e un effetto deflattivo è arrivato anche dalla legge sulla detenzione domiciliare, prevista per chi ha 12 mesi di pena residua. Soluzioni estemporanee però che hanno solo rimandato il problema. Dalla metà di agosto infatti, il trend è di nuovo in crescita e le previsioni sono negative.

Il sovraffollamento però non è l’unico aspetto della “questione penitenziaria”: carenza di mezzi e di personale - denunciano i sindacati - stanno mettendo a dura prova il sistema penitenziario. “È necessario che trovino spazio e attenzione anche le difficoltà che investono il personale - spiega in una nota Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa - considerato che la polizia penitenziaria presenta un gap di circa 7mila unità”. Una miscela esplosiva che ha indotto il sindacato di categoria della Uil ha proclamare una manifestazione nazionale per il prossimo 29 settembre. Intanto, sul fronte istituzionale, qualcosa inizia a muoversi: i radicali infatti hanno avviato una raccolta di firme dei parlamentari per consentire una seduta straordinaria delle Camere che studi provvedimenti urgenti di depenalizzazione e decarcerizzazione, per alleggerire la situazione degli istituti di pena. Si torna a parlare addirittura di amnistia, una strada quasi impossibile nelle condizioni attuali.

“Chiediamo al parlamento di ripristinare la legalità costituzionale - spiega la senatrice Donatella Poretti, una delle promotrici dell’iniziativa - perché la situazione delle carceri in Italia, oggi, è contraria ai più basilari diritti dell’uomo”. Un appello a cui si associano tutte le sigle sindacali e la petizione - fanno sapere i firmatari - ha raccolto molte adesioni. La parola adesso passa al parlamento ma, vista l’attenzione catalizzata dalla manovra correttiva, i margini d’azione sembrano decisamente pochi.



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Greenpeace: sostanze tossiche sui marchi griffati

La Stampa

Nel mirino 14 grandi marchi


CARLO DI FOGGIA


Se a vestire capi firmati ci si guadagna in immagine, forse a perderci è la salute. Questo almeno secondo Greenpeace. Il “colosso” ambientalista ha infatti portato in laboratorio molti capi d’abbigliamento di grandi marche internazionali, quasi tutte prodotte nelle sedi delocalizzate in Cina, Vietnam e Filippine. Un sistema che da decenni consente alle aziende di abbattere i costi della manodopera ed evitare controlli rigorosi sul processo di lavorazione. Le leggi non lo vietano ma questo ha delle conseguenze.


Su 78 articoli, ben 52 (i due terzi) sono risultati contaminati da Etossilati di Nonilfenolo, sostanze usate come detergenti nell’industria tessile. Il rischio maggiore riguarda il sistema riproduttivo. A Pechino, durante la conferenza stampa dove è stato presentato il rapporto “panni sporchi 2” , l’attivista Li Yifang ha affermato che “il nonifenolo è un distruttore endocrino, può contaminare la catena alimentare e accumularsi negli organismi viventi, mettendo a rischio la loro fertilità, il sistema riproduttivo e la crescita”. Il danno riguarda non solo la salute umana ma anche l’ecosistema perché i prodotti tossici vengono usati durante il lavaggio dei tessuti e spesso, a causa degli scarichi, finiscono nei fiumi e nelle falde acquifere, inquinandoli. Una denuncia che Greenpeace aveva già presentato con il primo rapporto.

Il rischio però non resta circoscritto ai paesi dove vengono prodotti i capi: durante il lavaggio infatti, piccole parti di Npe vengono rilasciate, per cui anche se in molti i paesi occidentali queste sostanze sono vietate si possono ci si può comunque entrare in contatto dopo un semplice bucato. Molti grandi Brand internazionali sono finiti nel mirino, aziende del calibro di Adidas, Uniqlo, Calvin Klain, Nike, Adidas, Puma, H&M, Lacoste, Converse e diverse altre.

Il rapporto, come era facile prevedere, ha scatenato molte polemiche. Dopo la pubblicazione molti attivisti si sono radunati davanti ad un grande magazzino Adidas di Honk Kong per chiedere all’azienda di eliminare le sostanze chimiche dannose nei procedimenti di lavorazione dei prodotti. Non tutte le aziende però hanno fatto muro contro la denuncia di Greenpeace: Nike e Puma ad esempio, si sono impegnate ad eliminarle, entro il 2020. Questo almeno a parole.



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Terremoto in Virginia: a Washington evacuati i principali palazzi del potere

Corriere della sera

Una scossa di 5,8 gradi della scala Richter ha colpito la Virginia. L'epicentro a 139 km dalla capitale



MILANO - Una scossa di terremoto nella zona di Washington ha provocato l'evacuazione della Casa Bianca del Congresso e del Pentagono e di molti altri edifici pubblici e non. Il sisma ha toccato una magnitudo di 5,8 gradi della scala Richter. L'epicentro è stato localizzato in Virginia a sud di Mineral, a 139 km dalla capitale (e nei pressi di una centrale nucleare), e a sei km di profondità. La scossa è stata avvertita anche a New York, in gran parte della costa Est degli Usa, almeno fino a Boston, e a Toronto, in Canada. Al momento non ci sono notizie di danni gravi alle persone, ma i feriti leggeri sarebbero numerosi, come pure gli edifici danneggiati nel Distretto di Columbia: a Washington la guglia della cattedrale è stata lesionata. Danni anche all'ambasciata dell'Ecuador. Si tratta con ogni probabilità del terremoto più forte mai registrato a Virginia, che non è una zona particolarmente sismica. Come detto uno dei monumenti più riconoscibili della capitale degli Stati Uniti, la National Cathedral, è stato danneggiato dal terremoto con il crollo di parte di una guglia che ha centrato la strada sottostante. La polizia di Washington teme anche che si sia inclinato il Washington Monument, l'obelisco che sorge vicino alla Casa Bianca. La Union Station nel centro di Washington è stata evacuata, mentre si aprivano crepe nella muratura e calcinacci cadevano dal soffitto. Ci sono vari feriti lievi ma nessuno in condizioni serie.


MISURA PRECAUZIONALE - Anche il Pentagono, come detto, è stato evacuato sempre per misura precauzionale, dopo che l'edificio ha tremato, come ha raccontato la corrispondente della Cnn che ha ricordato come l'edificio abbia tremato allo stesso modo dopo l'attacco dell'11 settembre. Anche questa volta, ha sottolineato la giornalista, molti hanno pensato a un'esplosione.
Anche a New York alcuni palazzi sono stati evacuati, mentre si sono registrati problemi al servizio di telefonia cellulare. Interrotti su tutta la costa est degli Usa eventi pubblici e non.

OBAMA - Il presidente americano Barack Obama non si trova alla Casa Bianca perchè è in vacanza a Martha's Vineyard: ma anche su quest'isola, afferma la Cnn, è stata sentita la scossa. Obama è stato poi rassicurato sull'assenza di danni gravi a cose o a persone. «Non risultano danni alle principali infrastrutture - si legge nella nota di uno dei portavoce della Casa Bianca - compresi gli aeroporti e gli impianti nucleari e non ci sono attualmente richieste di assistenza».


VOLI - A New York sono state evacuate per precauzione anche le torri di controllo dell'aeroporto Jfk e di quello di Newark (che è nel vicino New Jersey). I voli hanno quindi subito dei ritardi in partenza e in arrivo e sono ripartiti solo dopo poco più di un'ora. Chiusi per qualche tempo anche gli aeroporti di Washington e Philadelphia, per permettere i controlli alle strutture.

REATTORI NUCLEARI - L'epicentro del sisma si trova vicino a una centrale nucleare. Il Washington Post ha precisato che si tratta della North Anna Nuclear Power Plant. E che la compagnia che la gestisce, Dominion, ha fatto sapere che sta aspettando una valutazione su un eventuale impatto. I responsabili della centrale hanno detto che al momento del sisma si è interrotta la fornitura di elettricità. Un portavoce della Dominion ha aggiunto che non vi sono danni visibili e che la fornitura di elettricità dovrebbe essere ristabilita a breve. Altre centrali nucleari hanno comunicato «fattori insoliti», che costituiscono il livello di allarme più basso, ma stanno funzionando regolarmente.

Redazione online
23 agosto 2011(ultima modifica: 24 agosto 2011 02:01)