domenica 28 agosto 2011

L'ipocrisia dei pacifisti: urla su Saddam e silenzio su Gheddafi

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Nessuno degli "antimperialisti" indignati per l’attacco a Saddam è sceso in piazza contro la sporca guerra voluta da Londra e Parigi




Una delle guerre più stupide e sporche della storia europea cominciò con una sequela di menzogne, parte delle quali timbrate dalle Nazioni Unite, parte subite nell’ignavia della comunità internazionale: bisogna difendere i civili da Gheddafi, bisogna riscattare un paese in cui il de­stino dell’opposizione pri­maverile sono le fosse comu­ni (inesistenti, si trattava di un cimitero marino), biso­g­na cacciare un tiranno stra­tegicamente pericoloso per la pace nel Mediterraneo, ma non daremo la caccia a Gheddafi, vogliamo solo pro­teggere i diritti di coloro che lo combattono, gente solida e affidabile che garantisce un futuro di pace e di democrazia per la Libia.

Saddam Hussein era effettivamente un tiranno fuorilegge da anni nella comunità internazionale, un signore della tortura che non piantava le sue ten­d­e e le sue amazzoni nei centri storici di Roma e Pa­rigi, che non faceva affari, se non loschi e clandesti­ni, con l’occidente, che era stato dichiarato fuori­legge per avere tentato di accaparrarsi il Kuwait, per avere stermina­to curdi e sciiti con armi di distru­zione di massa, per aver progetta­to il n­ucleare militare finché Israe­le con un blitz non distrusse il suo sogno e il nostro incubo del reatto­re di Ozirak, detto anche O-Chi­rac.

E dietro la guerra a Baghdad, costata molto agli iracheni e agli americani e combattuta anche con il sacrificio di migliaia di vite di soldati eroici dell’Occidente in reazione politica dopo l’11 settem­bre, non c’erano le menzogne del­l’Onu e le farneticazioni della rive gauche parigina, non c’erano le bestialità umanitarie che cercano penosamente di coprire il bagno di sangue clanistico e tribale in corso in Libia con la nostra fattiva complicità,c’era un manifesto po­litico delle libertà civili nel mondo islamico, c’era il riscatto costitu­zionale di un popolo vissuto per trentaquattro anni all’ombra di un socialismo arabo del terrore e della repressione più spietata.

Co­me in Siria, dove l’umanitarismo non penetra chissà perché. Avete per caso visto un manife­stante pacifista di quelli indignati contro la «guerra per il petrolio», che non ha portato una goccia di petrolio nelle casse imperialiste e ha lasciato l’oro nero finalmente nelle casse di uno stato ricostruito secondo giustizia, ribellarsi alla vera guerra del petrolio, per di più cinica e levantina perché non era in discussione la giugulare petroli­fera libica ma solo le condizioni di forza tra diversi paesi europei per il suo accaparramento? Avete let­to qualcuno dei commentatori malmostosi e insinceri del dolore iracheno scrivere con toni indi­gnati del carattere neocoloniale, assurdo, surreale e sanguinario, della guerra dei cieli che la Nato è stata portata a combattere senza una strategia chiara, senza un sen­so politico accettabile, con un di­spendio vano e crudele di risorse dall’alto che ha imposto la feroce, lunga carneficina in corso?

La guerra in Iraq aveva piegato quel vecchio capo tribale, quel mascalzone di Tripoli, e lo aveva convinto a trasformarsi in uomo d’affari, a eliminare i programmi di riarmo non convenzionale, a mettersi sotto la tutela delle diplo­mazie e delle cancellerie occiden­tali. La guerra giusta aveva inflitto una sconfitta strategica definitiva al clan Gheddafi, bisognava solo lavorare per un cambio di regime politico con mezzi politici. Ma l’iperattivista Sarkozy e l’inesper­to pupo del numero 10 di Dow­ning Street non potevano aspetta­re, avevano bisogno di muovere lo scacchiere e farsi belli di qual­che decina di migliaia di morti a scopo umanitario.

Così il paese, la Francia, che aveva diviso l’Occi­dente davanti a un pericolo reale, Saddam, e a una missione leale, ha trascinato l’Europa e purtrop­po una riluttante Italia minore, con la solida eccezione della Ger­mania, in una insidiosa avventura che al meglio è destinata a sostitui­re Gheddafi con i gheddafiani, al peggio è candidata a procurarci un’altra bella Somalia nella quar­ta sponda. Può succedere che la politica di potenza abbia risvegli da incubo, e produca menzogne belluine, ma che l’opinione pubblica «de­mocratica e pacifista e antimpe­rialista » abbia subito tutto questo, con rare eccezioni,e che abbia ac­comp­agnato l’avventurismo euro­peo con una palese esibizione del doppio standard, due pesi e due misure, è un’ombra che peserà sulla nostra storia, e sui nostri ef­fettivi interessi strategici, per mol­ti anni a venire.



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La Casta / Ecco gli ex consiglieri regionali padovani con la pensione

Il Mattino di Padova


Un giro a Palazzo Ferro Fini, a Venezia, vale la pensione. Assegno da 2.500 a 6.000 euro, in base al numero di mandati. Viene riconosciuto dopo 5 anni di contribuzione: ecco tutti i padovani che lo ricevono


PADOVA.


Sono una quarantina gli ex-consiglieri regionali padovani (su un totale in Veneto di 130) che hanno maturato il diritto a ricevere l’assegno vitalizio istituito dall’assemblea veneta nel 1973. Dopo le modifiche votate nel marzo 2010, l’assegno (da 2.500 a 6.000 euro, in base al numero di mandati) viene riconosciuto dopo 5 anni di contribuzione ed è commisurato al 30% dell’indennità consiliare lorda (pari all’80% dell’indennità parlamentare). Per ogni di contribuzione oltre il 5º anno, l’assegno viene aumentato del 4%, sino al raggiungimento del 70% dell’indennità consiliare.


CHI HA TITOLO?. Ma chi ha diritto a ricevere il vitalizio? Ne hanno titolo i consiglieri eletti fino alla quinta legislatura compresa (ovvero in carica fra il 1970 e il 1995), cessati dal mandato, che abbiano compiuto 55 anni di età e abbiamo almeno 5 anni di contribuzione.

GLI ELETTI DAL 1995
. Per gli eletti per la prima volta a partire dalla sesta legislatura (ovvero dal 1995) servono 60 anni di età, almeno 12 mesi di mandato e almeno 5 anni di versamenti. E’ tuttavia possibile richiedere l’anticipo a 55 anni con l’a pplicazione di un coefficiente di riduzione dell’assegno.

ELETTI DAL 2010. Per gli eletti per la prima volta a partire dalla nona legislatura servono 65 anni, almeno 30 mesi di mandato e 5 anni di contributi. Anche in questo caso è possibile richiedere l’anticipo con riduzione dell’assegno pari al 24%. Il vitalizio viene sospeso se il titolare torna in consiglio regionale, o viene eletto al Parlamento nazionale o a quello Europeo.

IN CASSAFORTE. Ecco allora chi ha maturato il diritto al vitalizio. Che naturalmente viene erogato nel momento in cui l’ex-consigliere raggiunge l’età prevista, sempre che non ricopra un altro incarico (ovviamente i vari trattamenti possono essere cumulati). Tra gli attuali consiglieri regionali hanno già messo in cassaforte le legislature che a tempo debito faranno scattare il vitalizio il leghista Maurizio Conte (in consiglio dal 2000) e i pidiellini Piergiorgio Cortelazzo (sempre in Regione dal 2000) e Leonardo Padrin (eletto nel 2000, tornato nel 2006 e rieletto nel 2010).

Elio Armano: 1945. Eletto in consiglio regionale nel 1990 nel gruppo del Pci, rieletto nel 1995 con il Pds.

Regina Bertipaglia: 1956. Eletta nel 2005 con Forza Italia.

Aldo Bottin
: 1938. Eletto nel 1980 nella lista della Dc, rieletto nel 1985 e nominato assessore ad Economia e lavoro. Rieletto nel 1990. Nel maggio 1994 eletto presidente della giunta regionale. E’ il presidente dell’A ssociazione degli ex-consiglieri.

Iles Braghetto
: 1953. Eletto nel 1995 nella lista del Polo Popolare, rieletto nel 2000 con il Cdu.

Paolo Cadrobbi
: 1938. Eletto nel 1990 nella lista del Pli. Assessore alla Sanità dal 1994 al 1995.

Domenico Ceravolo
: 1928. Eletto nel 1975 nella lista del Pci, in consiglio fino al 1979, quando viene eletto a Strasburgo.

Luigi Capuzzo: 1945. Eletto nel 1985 nella lista della Dc.

Amelia Casadei
: 1930. Eletta nel 1995 nella lista della Dc.

Vittorio Casarin
: 1950. Eletto nel 1995 nella lista del Polo Popolare. Nel 1999 eletto presidente della Provincia (fino al 2009).

Gianfranco Cremonese
: 1940. Eletto nel 1975 nella lista della Dc, rieletto nel 1980, quando viene nominato assessore all’Agricoltura. Rieletto nel 1985. Nell’agosto 1989 succede a Carlo Bernini alla presidenza della giunta regionale. Rieletto nel 1990. torna alla guida della Regione. Si dimette nel 1993.

Maurizio Creuso
: 1943. Eletto nel 1980 nella lista della Dc, rieletto nel 1985 e nominato assessore ai Servizi sociali. Rieletto nel 1990. Nel 1992 eletto senatore.

Luisa De Biasio Calimani
: 1939. Eletta nel 1985 nella lista del Pci, torna in consiglio nel 1992. Nel 1996 eletta deputato dell’U livo.

Fabrizio De Checchi
: 1951. Eletto nel 1995 nella lista di Forza Italia, nel 1998 aderisce all’Ude.

Barbara Degani
: 1966. Eletta nel 2000 con Forza Italia, rieletta nel 2005. Nel 2009 eletta presidente della Provincia.

Antonio De Poli
: 1960. Eletto nel 1995 con il Ccd, rieletto nel 2000 e nominato assessore al Sociale. Nel 2004 eletto al Parlamento europeo, nel 2005 rieletto in consiglio e nominato assessore. Nel 2006 senatore, nel 2008 deputato.

Franco Frigo: 1950. Eletto nel 1990 con la lista della DC, nel 1992 eletto presidente della giunta regionale. Si dimette nel 1993. Rieletto nel 2000 con Insieme per il Veneto, nel 2005 con la Margherita.

Giancarlo Galan
: 1956. Eletto deputato nel 1994, nel 1995 in consiglio regionale ed eletto presidente. Rieletto presidente nel 2000 e nel 2005. Nel 2006 e nel 2008 eletto senatore. Dal 2010 ministro.

Severino Galante
: 1944. Deputato Prc dal 1992 al 1994, consigliere regionale dal 1995 al 2004 (prima Prc, poi Pdci), deputato dal 2004 al 2008.

Giovanni Gallo
: 1955. Eletto nel 2000 con i Ds, rieletto nel 2005.

Vittoriano Mazzon
: 1947. Eletto nel 1995 con Fi, rieletto nel 2000. Torna in consiglio nel 2004.

Margherita Miotto
: 1948. Eletta nel 1990 nella lista della Dc. Assessore alla Sanità dal 1993 al 1994. Nel 1995 rieletta con il Ppi. Nel 2000 con Insieme per il Veneto. Dal 2008 deputato del Pd.

Rosetta Molinari Milan
: 1928. Eletta nel 1970 nella lista del Pci, rieletta nel 1975.

Michele Munaretto
: 1957. Nel 1995 eletto nella lista della Lega Nord-Liga Veneta.

Paolo Paolucci
: 1952. Eletto nel 1995 nella lista del Pds.

Luigi Peloso
: 1938. Nel 2000 eletto in consiglio regionale nella lista di Forza Italia.

Antonio Prezioso:
 1925. Eletto nel 1970 nella lista della Dc, nominato assessore.

Antonio Ramigni: 1930. Eletto nel 1975 con la Dc, rieletto nel 1980.

Giancarlo Rampi: 1925. Eletto nel 1970 nella lista della Dc; rieletto nel 1975 e nel 1980. Dal 1975 al 1980 assessore regionale agli Enti locali.

Ivo Rossi: 1955, dal 1990 al 2000 consigliere regionale dei Verdi. Ora vicesindaco di Padova.

Antonio Testa: 1933. Eletto nel 1970 con il Psi. Eletto alla Camera nel 1979 nella lista del Psi, rieletto nel 1983, nel 1987 e nel 1992.

Raffaele Zanon: 1957. Eletto nel 1995 nella lista di An: assessore alle Politiche sociali. Rieletto nel 2000 nella lista di An, assessore alle Politiche della sicurezza e ai Flussi migratori.

Flavio Zanonato: 1950. Eletto nel 2000, a furor di popolo, nella lista dei Democratici di sinistra. Nel 2004 torna a Palazzo Moroni (confermato nel 2009).
28 agosto 2011




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Choc in Sudafrica: su Facebook la foto «del cacciatore di bambini neri»

Corriere della sera

La polizia sta cercando chi si nasconde dietro «Terrorblanche». La sua bacheca non è aperta a tutti




La foto nel profilo Facebook di Terrorblanche
La foto nel profilo Facebook di Terrorblanche
MILANO - Un ragazzo bianco con un fucile in mano che mostra con orgoglio ai suoi piedi, come fosse un trofeo di caccia, un bambino nero, apparentemente senza vita. L'immagine è postata su Facebook e la storia ha provocato un enorme scalpore in Sudafrica. La polizia sta ora cercando di identificare chi è l'uomo nella fotografia e chi a inserito il post. La notizia è stata diffusa da alcuni siti esteri.

LA FOTO - La foto è stata pubblicata sul profilo il 24 giugno da un utente denominato «Terrorblanche Eugene», nome che richiama l'ex leader del Movimento di Resistenza Afrikaner (AWB) di estrema destra Eugene TerreBlanche, assassinato nell'aprile del 2010. Il portavoce del Ministero della Polizia, Zweli Mnisi, ha spiegato che sul caso è stata aperta un'inchiesta e invita chi dovesse riconoscere l'uomi ritratto nella foto (che potrebbe essere stata manipolata) a chiamare la polizia: «Se, infatti si tratta di un fatto reale quell'uomo deve essere punito».

LE ACCUSE - Sul profilo di Facebook Terrorblanche si descrive come un impresario a cui piacciono la musica africana, i Simpson, le armi bianche e il fuoco e conta. Foto e bacheca non sono aperte a tutti, ma l'ultima volta che è stato possibile consultare la pagina TerrorBlanche contava 589 amici e numerosi sostenitori. «Coloro che hanno fatto commenti favorevoli potranno essere accusati di non aver denunciato il fatto, di razzismo e di abuso su minori» ha spiegato Miranda Giordano, direttore dell'istituto contro gli abusi sui minori. Per lui, l'accusa potrebbe essere omicidio (se l'immagine è reale) o lesioni gravi ad un bambino».



Cristina Marrone
28 agosto 2011 13:55



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Avellinese prigioniero del raìs per un mese Il giallo di Antonio: «Perché era in Libia?»

Il Mattino

di Annibale Discepolo - Inviato

CHIUSANO SAN DOMENICO - Discrezione. Troppa. E probabilmente di certo non figlia della riservatezza che a volte contraddistingue i piccoli centri facendo a botte col pettegolezzo che è l’altra faccia della medaglia. Ma a Chiusano San Domenico se chiedi ai giovani chi è e cosa fa Antonio Cataldo, c’è chi ti risponde poco convinto di non conoscerlo, chi invece, sorride ed alza le braccia, sottolineando che «è un bravo ragazzo, che s’arrangia facendo qualche lavoretto da idraulico e da meccanico. E che spesso viaggia». Questo, mentre all’anagrafe del Comune, dove lavora anche il padre Carlo, Antonio è «disoccupato».


Forse anche per questo è andato in Libia a cercar lavoro, ma di che genere, rimane un giallo. Come alcuni aspetti della vicenda che lo hanno visto finire in una prigione del Rais per circa un mese insieme ad altri due italiani, il genovese Luca Boero e Vittorio Carella, milanese.

Che ci faceva Cataldo col primo che fa il body guard e che ha lavorato in qualità di addetto alla sicurezza presso noti locali della città della lanterna? Perchè un idraulico ha fatto un corso paramilitare, come dice il parroco della chiesta madre Santa Maria degli Angeli, don Antonio Romano che da buon pastore le sue anime le conosce bene, ma che da buon prete è tenuto anche a mantenere i segreti della confessione?

E perchè, al di là della comprensibile tensione, magari scaricata proprio qualche minuto prima apprendendo la notizia in tv, i genitori Battistina Curcio e Carlo Cataldo al citofono di casa, dribblano una normale richiesta di notizie, rinunciando ad un sfogo naturale, magari accompagnato anche dal pianto per il finale doppiamente liberatorio che ha visto protagonista d’una terribile avventura il loro Antonio?

Una storia con i contorni di un giallo reso ancora più intrigante dal palcoscenico in cui s’è svolta, la Libia, dove la guerra civile è un gioco al massacro, senza regole, una vicenda che i protagonisti liberati promettono di raccontare al rientro in Italia che potrebbe avvenire già oggi su un aereo insieme ai quattro giornalisti anch’essi sequestrati e liberati «perchè - dicono i tre - solo quando saremo in Italia racconteremo i particolari: ora no, perchè qui non ci sentiamo ancora sicuri».

Arriviamo a Chiusano intorno alle 13,10. Temperatura ...africana, il paese è deserto, rintanatosi per l’ora del pranzo. Bar chiusi, tranne uno che sembra l’oasi agognata. Quattro giovani sostano ai tavoli. Bevono birra per dissetarsi. Antonio lo conoscono, ma di lui non vogliono parlare e chiedono anche di non scrivere i loro nomi, dimenticando di non averli mai fatti. Uno alla fine rompe il ghiaccio e dice che «quello è un bravo ragazzo, lavoriccchia come può, arrangiandosi una volta facendo l’idraulico, un’altra, il meccanico». Insomma, sbarca il lunario per non pesare sul bilancio familiare di papà Carlo che è dipendente comunale e che oltre alla moglie ha altri due figli più piccoli del primogenito da mantenere.

C’è pure il giallo del domicilio. Dove abita Antonio? Non in via Codrazzo 18, come indica la sua carta d’identità, neppure in via Acqualemme, fuori il paese dove insiste un insediamento di case Iacp in cui abitano i genitori che al citofono, seccati e reticenti, del figlio non vogliono parlare. L’ultimo domicilio di Antonio è via Roma 21, una piccola casa al centro del paese, di fronte all’ufficio del Giudice di pace. Scuri tappati, segno pressocchè certo che la casa è chiusa da tempo.

Da quando Antonio è partito per la Tunisia? A fare cosa a Bengarden dove, lo dice uno degli altri due italiani rapiti, avrebbero dovuto incontrare qualcuno. Un lavoro da contractor, da body guard di famiglie benestanti libiche? Probabile. Ma quando alla voce, l’unica, della macchina del caffè espresso nel bar s’aggiunge quella di Antonio che al Tg1 delle 13,30 racconta frammenti della sua vicenda, dubbi e perplessità riemergono.

Discuterne però, dentro e fuori dal locale è impossibile: Antonio non lo conoscono. Anche se è quello con la barba lunga che di spalle parla in tv.


Domenica 28 Agosto 2011 - 11:43    Ultimo aggiornamento: 11:46



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Turisti derubati in strada in Spagna: ecco come

Corriere della sera

I conducenti costretti a fermarsi vengono rapinati. Pratica collaudata

Lanciano pietre contro le auto

I segreti della casta dei sindacati: far soldi alla faccia degli operai

di


I cosiddetti rappresentanti dei lavoratori sono bravi soprattutto a tutelare se stessi Come dimostrano i fatturati di Cgil, Cisl e Uil. E le prebende degli ex tribuni del popolo. La stoccata del filosofo progressista Massimo Cacciari: "Lo sciopero della Cgil? E' una fesseria colossale e non servirà a nulla". Ma Bersani sceglie la Camusso: "Il Pd sarà ovunque si contesti la manovra"




Hanno guidato cortei e inalberato striscioni. Hanno sfilato con le tute blu e aperto tavoli di trattativa. Poi hanno varcato la porta spalancata su Palazzo Madama, Montecitorio o Strasburgo. E hanno cominciato una seconda vita, a volte altrettanto battagliera, sempre più remunerativa. Senatori, deputati, europarlamentari, pensionati, naturalmente d’oro. I vecchi capi della Cisl, della Uil e di quella Cgil che oggi è sulle barricate e corre verso lo sciopero generale, si sono sistemati per la vita e hanno sposato incarichi che li hanno trasformati in privilegiati. In figurine nell’album della casta, quella contro cui tuona la Triplice e che è nel mirino dell’opinione pubblica.

In realtà, il passaggio dalla nomenklatura sindacale – l’altra casta, come la chiama Stefano Liviadotti dell’Espresso in un libro – al gotha della politica è molto facile. Nella scorsa legislatura erano addirittura 80 i parlamentari con un passato di lotta. Lo si potrebbe chiamare il sistema dei vasi comunicanti: dai fischietti e dalle marce ai pranzi serviti dal cameriere in livrea a Montecitorio. I percorsi si assomigliano. C’è chi è arrivato in cima e chi si è fermato prima.

Fausto Bertinotti, una vita fra Cgil e sinistra radicale, ha cominciato a difendere gli operai del tessile negli anni Sessanta, quando nessuno conosceva la sua parlata arrotata e i suoi leggendari golfini di cachemire. Nel ’94 il giro di valzer. I lavoratori vanno serviti da Montecitorio. Dove il salottiero leader della sinistra rivoluzionaria s’installa come un monumento per quattro legislature e raggiunge l’apice diventando presidente dell’assemblea. Poi la sinistra estrema viene travolta dalla tempesta elettorale e nel 2008 scompare dal Parlamento. Il comandante Fausto può andare serenamente in pensione. La sua indennità raggiunge 6.317 euro al mese. Una cifra che molti guardano solo col binocolo.

Ma c’è chi se la passa anche meglio: Sergio D’Antoni, uno dei cavalli di razza della Cisl, nome molto popolare per milioni di lavoratori. Segretario del sindacato d’ispirazione cattolica per tutti gli anni Novanta, è approdato al porto dei postcomunisti targati Pd. Ormai è alla sua terza, inattaccabile legislatura e porta a casa lo stipendio da deputato che ammonta a 14.269,62 euro. Queste sono le cifre dei rappresentanti del popolo. E la Cisl è stata un grande serbatoio di parlamentari. Savino Pezzotta, capo del sindacato dopo D’Antoni dal 2000 al 2006, è pure lui a Montecitorio. Non ha scelto come casa il Pd ma l’Udc, continuando al centro la battaglia di cattolico impegnato.

La paga però è la stessa del collega. Più di 14mila euro al mese, senza contare i benefit. E sulla stessa lunghezza d’onda si ritrova un altro dirigente di punta del Pd, Pier Paolo Baretta, negli anni Ottanta e Novanta segretario della Fim-Cisl, il ramo metalmeccanico del sindacato, e poi nel biennio 2007-’08 segretario aggiunto con Raffaele Bonanni. Raggiunti i gradi di generale, pure lui chiude nel cassetto la sua prima vita e viene paracadutato dal Pd come soldato semplice alla Camera. Lo stipendio è quello di D’Antoni e Pezzotta. Senza esagerare, si può dire che mezzo stato maggiore della vecchia Cisl è passato dall’altra parte della barricata. Gli irriducibili avversari dei governi, che talvolta rischiavano di cadere per uno sciopero generale, si sono ritrovati sulle sponde della maggioranza.

Qualcuno, invece, si è defilato. Sergio Cofferati, tribuno insuperabile, radunò al Circo Massimo una folla oceanica per protestare contro Berlusconi. Nessuno sapeva calamitare le folle come lui e tutti ricordano il Cinese numero uno della Cgil dal ’94 al 2002. Poi s’istituzionalizza. I Ds lo chiamano per riprendere una città simbolo come Bologna. L’impresa riesce ma l’immagine comincia a sbiadirsi. Il ruolo non è tagliato per Cofferati che amministra Bologna per i canonici cinque anni e se ne va senza suscitare eccessivi rimpianti. Ora per ritrovare un pezzo di storia sindacale bisogna andare a Strasburgo. Qui l’europarlamentare Cofferati fa il suo lavoro e guadagna 13.168,91 euro al mese.

Tanti, tanti di più di un altro sindacalista dal curriculum lunghissimo: Ottaviano Del Turco. Che oggi è pensionato e non per scelta: dopo essersi fatto le ossa fra Fiom e Cgil e dopo aver gestito il Psi nella fase drammatica di Mani pulite, da governatore dell’Abruzzo è finito in manette il 14 luglio 2008. Gli contestano molti e pesanti capi d’imputazione, lui si proclama innocente, il caso è ancora aperto. Ci vuole pazienza. Del Turco aspetta, e intanto se la cava grazie alla pensione di parlamentare.

Quei 12 anni passati fra Camera e Senato gli fruttano qualcosa come 5.471 euro al mese. Più di quelli che spettano a un altro Ds molto amato dalla base: Sergio Chiamparino. Partito come segretario della potente Cgil piemontese, Chiamparino è poi stato in Parlamento per una legislatura, prima di diventare sindaco di Torino. Ora, fresco neo pensionato, può incassare la pensione. Ma a lui toccano «solo» 3.108 euro.



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E il Pd finge di stupirsi per i giochetti di Penati

di


L'avevano presentato come l’uomo nuovo della sinistra in Lombardia, ma in 17 anni avrebbe gestito 9 milioni di mazzette. E adesso il Partito Democratico convoca gli organi di garanzia



Milano

L’uomo nuovo aveva la sigaretta, la barba e poco più di trent’anni. Un giovane comunista, assessore nella Stalingrado d’Italia. Uno sconosciuto destinato a scalare il partito. Nove anni dopo, verrà eletto sindaco di Sesto San Giovanni. È l’inizio di una parabola inarrestabile, tra successi politici e affari. Così Filippo Penati, gradino dopo gradino, riuscirà a entrare nella stanza dei bottoni. Uscendone di colpo. Autosospeso prima, e scaricato poi. Ieri, infatti, il Pd ha convocato per il 5 settembre una commissione di garanzia per «avviare un’azione di immediata verifica a tutela della onorabilità del partito». Penati, che ha dato «totale disponibilità», dovrà spiegare ai vertici del Pd le accuse che gli vengono mosse dai pm di Monza. Anche se proprio nel Pd, la sua, è stata una progressione stupefacente.

Perché l’inchiesta sul «sistema Sesto» - aperta anche per finanziamento illecito dei partiti - mette in fila date e vicende giudiziarie che si sovrappongono sorprendentemente alle tappe della sua ascesa politica. Più grossi sono gli affari che Penati avrebbe messo in piedi, più salgono le sue quotazioni a Botteghe Oscure. Nel giugno del 2010, Piero Di Caterina - uno dei grandi accusatori - lo spiega ai magistrati. «In oltre 15 anni ho elargito versamenti in contanti a favore di Penati, il quale mi chiedeva denaro per la sua attività politica. Nel periodo elettorale queste richieste aumentavano. Quando non c’erano elezioni, ritengo che il denaro servisse per essere girato alle associazioni del partito».

Per otto anni, dal ’94 al 2001, Penati è il primo cittadino di Sesto. È lui a gestire la riqualificazione dell’area ex Falck: 1,3 milioni di metri quadrati, per i quali il politico avrebbe chiesto una tangente di 20 miliardi al costruttore Giuseppe Pasini. Di questi, circa 5,7 miliardi - che secondo Pasini servivano a «finanziare i politici locali» - sarebbero finiti su conti esteri. Secondo l’accusa, inoltre, Penati impone l’ingresso delle coop emiliane («più strutturate e vicine al partito», secondo una definizione attribuita a Giordano Vimercati). «Non potevo contraddire le cooperative», spiega il costruttore. Il motivo? Servivano «a garantire la parte romana del partito». E Penati, dopo tre anni da segretario della federazione provinciale milanese dei Ds, viene candidato alle elezioni provinciali. Riuscendo a conquistare Palazzo Isimbardi.

Da presidente della Provincia, è protagonista di un altro affare colossale. L’acquisto delle quote della Milano-Serravalle dal costruttore Marcellino Gavio. Nel 2005 la controllata Asam paga 8,973 euro ogni quota che a Gavio era costata 2,9 euro. L’operazione viene censurata dalla Corte dei Conti, la Procura di Milano indaga (ma si va verso un’archiviazione), e quella di Monza riapre il caso. Perché, stando ancora alle ricostruzioni di Di Caterina, «si svolsero delle trattative riservate per definire il sovrapprezzo da pagare al Gruppo Gavio. Penati avrebbe ricevuto il suo guadagno dell’operazione a Montecarlo, Dubai e Sudafrica». E in una lettera all’ex sindaco Gabriele Albertini scritta dall’allora assessore ai Trasporti del Comune di Milano Giorgio Goggi si fa riferimento al tentativo fatto da Palazzo Marino di vendere a Gavio le proprie quote. Ma Gavio declina l’offerta sostenendo di essersi «impegnato con Fassino e D’Alema».

Versamenti estero su estero e spalloni che attraversano il confine con la Svizzera carichi di contanti. O ancora, come racconta la segretaria di Di Caterina, «buste con denaro contante» che vengono «consegnate a Penati» nella sede della società di trasporti Caronte. Il conto finale, gli inquirenti, l’hanno fatto. In 17 anni di carriera (1994-2011), e al netto di altre possibili tangenti su cui si indaga, Penati avrebbe intascato quasi nove milioni di euro. Che fine fanno? L’ipotesi è che una parte - da Sesto - sia arrivata a Roma. Denaro fresco per la fame insaziabile della politica.

Affari e carriera, due strade parallele che segnano il cursus honorum di Penati. Fino al terremoto che inghiotte tutto. Perché il politico - entrato nel frattempo nella direzione nazionale del Pd - da un giorno all’altro esce di scena. A novembre, infatti, Penati lascia l’incarico di capo della segreteria di Bersani. Da qualche mese, i suoi accusatori hanno iniziato a parlare con i pm di Milano. A gennaio, l’inchiesta passa a Monza. Tra giugno e agosto vengono firmate le richieste d’arresto, le perquisizioni, l’ordinanza del gip e il ricorso al Riesame. Penati lascia gli incarichi e si autospende. E ora, dopo averlo cavalcato per anni, anche il suo partito lo mette all’indice. Una storia vecchia, per l’ex uomo nuovo.



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Ho pagato tre milioni di euro chiesti da Penati e anche da Oldrini»

Corriere della sera

Il costruttore Pasini accusa anche l'attuale sindaco di Sesto: «Mandava il nipote di Cossutta a sollecitarmi»



MILANO - «Io ho pagato 3 milioni di euro fino al 2008 per la ristrutturazione del Palaghiaccio di Sesto San Giovanni perché mi fu chiesto prima da Penati e poi da Oldrini come condizione essenziale per ottenere l'approvazione del piano sull'area ex Ercole Marelli così come modificato nel 2004». Governano l'ex Stalingrado d'Italia da 17 anni. Diversi pur nello stesso partito Pds-Ds-Pd, politicamente sono spesso stati ai ferri corti. Eppure ora sia Filippo Penati, sindaco di Sesto San Giovanni dal 1994 al 2001, sia Giorgio Oldrini, attuale sindaco (e dal 2002) della giunta di centrosinistra appena colpita dall'arresto per corruzione dell'assessore all'Edilizia Pasqualino Di Leva, si ritrovano accomunati da una scomoda unione: il capitolo delle rivelazioni del costruttore (e grande accusatore di Penati) Giuseppe Pasini sulle spese di ristrutturazione del palazzetto dello sport di Sesto, vicenda per la quale Oldrini è indagato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia per l'ipotesi di illecito finanziamento al partito oltre che (come già si sapeva) di concussione.

«Il mio impegno sulla ristrutturazione del Palasesto, oggi impiegato come Palaghiaccio, risale al 2000», premette Pasini e conferma ai pm il suo ex genero Cotti, quando l'allora sindaco «Penati mi chiese un impegno diretto per sistemare una struttura assolutamente in decadenza. I lavori sono stati pagati dalla società sportiva di hockey su ghiaccio Diavoli rossoneri con soldi ricevuti a mutuo dal Credito Sportivo, al quale dovevano essere restituiti nell'arco di un decennio.

Purtroppo, le cose non sono andate come previsto nel programma sottopostomi da Penati tramite Cotti, perché la società sportiva non è mai stata in grado di rimborsare le rate di mutuo. Così, sono sempre stato io, fin dal 2001, a rimborsare al credito sportivo le rate di mutuo attraverso sponsorizzazioni ai Diavoli rossoneri assolutamente sproporzionate rispetto non solo al ritorno pubblicitario effettivo ma anche alle altre spese di gestione dell'immagine del gruppo delle mie società».

Perché Pasini si sobbarca questa «operazione che mi è costata circa 3 milioni di euro fino al 2008»? Perché «il mio impegno è stato richiesto da Penati prima e da Oldrini poi, e io non potevo sottrarmi a tali richieste in quanto ero impegnato nelle iniziative immobiliari Falck ed Ercole Marelli, e quindi sempre sotto scacco della politica».

In altri interrogatori Pasini minimizza e dice invece che «io non considero questi pagamenti come una tangente ai politici, ma come un servizio alla città in un progetto globale che avrebbe dovuto dare un nuovo volto a Sesto con le iniziative Falck e Marelli». Ma nella valutazione della Procura pesa di più la complessiva dinamica della vicenda. «Quando Penati è andato via - racconta infatti Pasini -, è stato Oldrini a chiedermi di volta in volta di pagare il mutuo.

L'ultima tranche di 1 milione e mezzo di euro l'ho pagata l'anno scorso su richiesta di Oldrini». A dire del costruttore, «ogni volta che le rate del mutuo arrivavano alla scadenza Oldrini mandava a chiedermi un aiuto il gestore del Palaghiaccio, Mauri, nipote di Cossutta e molto vicino all'amministrazione di Sesto: ogni volta io ribadivo la mia necessità di risolvere il problema del piano Marelli, ed ogni volta Oldrini mi assicurava che lo avrebbe fatto.

Mi sono più volte lamentato dei pagamenti richiestimi e andavo da Oldrini a perorare la mia causa. Oldrini insisteva dicendomi che dovevo pagare e che lui avrebbe fatto ciò che doveva». In realtà, riassume Pasini, «Oldrini ha portato in Consiglio Comunale la proposta di variante del piano Marelli, nel 2004 il Consiglio l'ha approvata dando mandato al sindaco di eseguirla», ma «ad oggi non è stata ancora data esecuzione al mandato».

Ecco dunque perché, sebbene in un solo passaggio Pasini definisca l'impegno per il palazzetto «come un contributo allo sviluppo della città», per la Procura sono «l'antieconomicità dell'operazione, la genesi del contributo», l'arco temporale dei pagamenti a «consentire di attribuire» alla storia del Palaghiaccio «una valenza illecita».

I pagamenti di Pasini a titolo di rimborso del mutuo erogato dal Credito Sportivo continuano sino all'integrale restituzione avvenuta nel 2008, e questo «costituisce conferma importante» all'indicazione del costruttore «secondo il quale le operazioni Falck e Marelli vanno lette in un unico blocco»: se infatti «Pasini cede l'area Falck nel 2005» ma «i pagamenti si concludono nel 2008», allora per i pm «l'unica logica spiegazione è che i pagamenti permangono perché non più coerenti con gli impegni sull'area Falck, ma funzionali alla attuazione (o meglio alla conservazione) del piano Marelli».

Una prospettazione sulla quale la gip Magelli, nel qualificare i soldi a Penati non come concussione ma come corruzione, segue i pm a metà: «L'espressa libera disponibilità da parte di Pasini di provvedere a coprire i costi esula» a suo avviso «dall'ambito della concussione», ma le dichiarazioni di Pasini «non valgono certo a privare di rilevanza penale il fatto del pagamento da parte sua delle opere di ristrutturazione del Palaghiaccio».



28 agosto 2011 09:28



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Re Artù ritrova la sua tavola

La Stampa



La rovina circolare, chiamata «Il Nodo del Re», risale al diciassettesimo secolo


Gli archeologi di Glasgow sono sicuri: «L'abbiamo individuata nel castello di Stirling»


MATTIA B. BAGNOLI
LONDRA

Alla fine, dopo tanto scrivere e cercare, dopo 16 secoli di leggende e cronache più o meno fantasiose, la tavola rotonda sembra essere comparsa davanti agli occhi degli archeologi. Niente mito, dunque, ma storia. Come d’altra parte sosteneva già il povero Nennius nella sua Historia Brittonum, compilata, dicono gli studiosi, intorno al nono secolo dopo Cristo. Ma a credergli, visto il guazzabuglio delle fonti, ci voleva un atto di fede e la filologia, si sa, al contrario è una scienza. Quindi dubbi a iosa. Poi, un millennio più tardi o giù di lì, arrivano gli esperti della Glasgow University con gli strumenti ultimo modello e danno una bella controllata ai giardini del Castello di Stirling. E tombola: ecco una struttura circolare più antica delle altre. Che sia proprio l’ufficio di re Artù?

L’ipotesi non è affatto stramba. Anzi, è stata avanzata più volte nel corso del tempo. Nel 1375 il poeta John Barbour fu il primo a rivelare che la tavola rotonda si trovava a

«Sud del Castello di Stirling». Un secolo dopo, nel 1478, William di Worchester fu ancora più esplicito: «re Artù teneva la tavola rotonda allo Stirling Castle». In Scozia dunque. Il che suona come una bestemmia: il più celebre dei re inglesi era in realtà scozzese? Può darsi. Sempre Ennius, il buon monaco gallese che tanto impreciso forse non era, ci dice infatti che Artù-personaggio storico, quello delle ballate e di Merlino è un altro paio di maniche, combatté ben 12 battaglie contro gli invasori anglosassoni prima di sconfiggerli. La maggior parte dei siti citati nelle cronache sono irriconoscibili. Ma alcuni sono invece abbastanza chiari: Mount Badon, nel centro dell’Inghilterra; la città della legione, ovvero Chester; Tribuit, vicino a Edimburgo. Nel nord insomma. Ovvero la direttrice delle invasioni.

Il Castello di Stirling si presta quindi bene: è antichissimo, forse risale all’età del ferro, forse divenne un forte romano, base per le legioni incaricate di tenere a bada la frontiera. Quindi palazzo reale di Carlo I. Che nel 17esimo secolo varò poderosi lavori nei giardini. Dando forma definitiva alla struttura conosciuta come «Nodo del Re». E cioè una serie di terrazzamenti a più livelli incastonati l’uno nell’altro. Al centro del complesso si troverebbe quel che resta della tavola rotonda. «Usando prospezioni geofisiche gli archeologi hanno individuato i resti di un fossato circolare e altre strutture sotto il Nodo del Re», racconta al Daily Telegraph John Harrison, presidente della Stirling Local History Society e padre dello studio. «I risultati mostrano che il cumulo attuale è stato costruito su un sito più antico e gettano nuova luce sulla tradizione scozzese della tavola rotonda».

Che la «scodella e il piatto» - nomignolo affibbiato dai locali al Nodo del Re - fosse una struttura più complessa di quanto creduto in precedenza s’era per la verità già capito nel 1980, quando il sito venne fotografato da un elicottero: le immagini avevano mostrato una stratificazione avvenuta nel corso del tempo. Ora la conferma. «È un mistero che i documenti da soli non riescono a spiegare», aggiunge Harrison. «Grazie alle prospezioni geofisiche adesso però ne sappiamo di più.

Certo, non possiamo dire con certezza che re Artù abitasse qui; ma le strutture che circondano il cuore del Nodo possono spiegare l’origine delle credenze popolari». Lo studioso Stephen Digney aggiunge qualche informazione in più. «L’area del Castello di Stirling ospita alcune tra le strutture medioevali più importanti d’Europa. Questa ricerca rappresenta un primo emozionante passo per esplorarle, spiegarle, interpretarle. A settembre contiamo di poter raffinare i dettagli in nostro possesso». Ma c’è di più. «Questo progetto - dice invece il professor Kirsty Owen di Historic Scotland - ha le potenzialità di accrescere la nostra scarsa conoscenza del periodo preistorico e quindi medioevale del Castello. Non vediamo l’ora di vedere i risultati della prossima fase delle indagini», «Il prossimo mese sonderemo il terreno e condurremo un’analisi col radar in modo da saperne di più».



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I pm: "A Penati 9 milioni in 16 anni"

La Stampa



La contabile del suo grande accusatore: «L'ultima mazzetta per la campagna elettorale del 2010»


GIOVANNA TRINCHELLA

Sedici anni di tangenti, all'inizio «poca roba»: ma il conto finale sfiora i nove milioni di euro. È la somma, lira più euro meno, che la Procura di Monza contesta, tra versamenti, restituzioni, dazioni, tangenti, a Filippo Penati, ormai ex uomo di punta del PD. Soldi versati dal costruttore Giuseppe Pasini e dall'imprenditore dei trasporti Piero Di Caterina. È il 1994 quando per la prima volta l'aspirante sindaco di Sesto San Giovanni e il titolare della Caronte srl trasformano la loro conoscenza «fin dalla gioventù» in un rapporto «dare avere»: Filippo Penati, ex capo segreteria di Pierluigi Bersani, da assessore al Bilancio ed Edilizia di quella che veniva chiamata la Stalingrado d'Italia aspirava alla carica di primo cittadino.
Racconta il 18 giugno 2010 Di Caterina: «In occasione di quella campagna elettorale Penati mi chiese di sostenerlo economicamente e politicamente. Io gli diedi dei soldi, poca roba. Era il 1994. Il rapporto con Penati si è intesificato anche per il fatto che il Consorzio Trasporti era a fianco del suo ufficio e lo frequentavo sempre più spesso. Nell'ambito di questo rapporto Penati mi ha fatto più volte richieste di denaro dell'ordine di 10/20 milioni di lire dicendomi che ne aveva bisogno per la sua carriera politica».

Ed è così che Di Caterina risolve il suo contenzioso con l'Atm, l'azienda dei trasporti milanesi; il consorzio dei trasporti era presieduto da Giordano Vimercati, futuro braccio destro di Penati presidente della Provincia di Milano: «...La crescita della mia azienda è dipesa sostanzialmente dalla vicinanza di Penati e Vimercati». Un «rapporto a tre» che ha consentito all'imprenditore, ora divenuto accusatore, di ottenere «una grande tutela... Il loro intervento mi ha garantito un riconoscimento maggiore di parecchie centinaia di milioni ...». Vantaggi economici, tranquillità, protezione tanto da far esultare Di Caterina: «Quando Penati è stato eletto presidente della Provincia di Milano mi sono detto “finalmente è la nostra volta”». Infatti nel 2008 viene istituito un tavolo tecnico e nel 2009 «c'è stata la delibera a firma di Penati che ha recepito interamente le nostre richieste».

C'è poi il capitolo per l'approvazione del Piano di intervento integrato dell'area Ercole Marelli: Di Caterina sborsa due milioni e mezzo di euro con la prospettiva di diventare un immobiliarista e Penati condiziona l'approvazione del piano alll'ingresso della Caronte imponendo a Pasini di permutare il suo terreno con quello di Di Caterina, che valeva di meno. E in questo caso che Di Caterina incarna anche il ruolo di collettore: «Pasini ha sicuramente pagato Penati dato che sono stato io stesso incaricato della consegna di denaro.... Pasini ha pagato una valanga di soldi ... e le promesse che gli hanno fatto non le hanno mantenute.... Ma erano miliardi, erano miliardi di lire. Milioni di euro».
E poi gli affari Marelli, Falck, Serravalle (che non è per ora contestata) più o meno andati a buon fine come la carriera politica dell'ex insegnante che voleva sedersi sulla poltrona di Roberto Formigoni: l'ultima mazzetta proprio durante la campagna elettorale del 2010 come conferma ai pm anche la contabile della Caronte: «Mi ha fatto (Di Caterina, ndr) preparare.... buste con denaro contante nell'ordine quasi sempre dei 10 mila euro e in un'occasione anche di 50 mila, che io recapitavo a lui personalmente.... durante gli incontri che aveva con personaggi politici».

Poi Filippo Penati, «Primo» il nome in codice usato nella contabilità delle tangenti, passava nella sede della Caronte. A riscuotere.




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Il misterioso suicidio del manager «terrorizzato»

Corriere della sera

Doveva assumere precari. «Fategli l'autopsia»



TARANTO - Un manager di 40 anni ferma la sua auto in una strada sterrata. Sul sedile accanto a lui c'è una bottiglia di acido muriatico. Nessuno sa dire se c'era ancora luce o se fosse già buio quando Massimo Novelli ha bevuto, nessuno sa se ha mandato giù subito quel veleno, appena spento il motore, oppure se ci ha pensato a lungo, nessuno lo ha visto vivo nella contrada sulla quale ha chiuso gli occhi per sempre. E adesso, a funerale avvenuto, la morte del professionista è diventato un giallo. Perché scegliere l'acido muriatico sapendo di morire fra dolori indicibili? Perché non lasciare nemmeno una parola d'addio?

Che cosa ci faceva la sua Volkswagen Passat in una zona che non ha niente a che fare con il suo lavoro, con la sua famiglia, con i suoi amici? E, cosa più importante, perché Novelli negli ultimi giorni sembrava «terrorizzato», come dice il direttore generale della Asl di Bari, Mimmo Colasanto? Proprio lui... bocconiano «malato» di efficienza, uomo dalle mille competenze tecniche che aveva avuto l'ardire di passare dal privato (era commercialista) al pubblico (nel settore sanità) convinto di saper vincere la sfida. Era «terrorizzato» da cosa?

«C'è un tizio immobile in una macchina nella località di Miceli» ha detto la voce anonima che ha segnalato il caso ai carabinieri di Martina Franca, giovedì mattina. Massimo Novelli era al posto di guida, ormai senza vita da ore stando agli accertamenti medico-legali. Laureato alla Bocconi, fare da professionista navigato, era stato nominato un anno e mezzo fa amministratore della Sanitaservice , società privata ma a totale partecipazione pubblica della Asl di Bari che aveva il compito di assumere più di 700 dipendenti di aziende esterne (addetti alle pulizie, ausiliari, facchini) dopo molti mesi di dispute legali e dopo il recente via libera della Corte Costituzionale sull'operazione.

Novelli viveva nel Leccese, mercoledì mattina era uscito di casa per andare in ufficio, vicino a Bari, ma alla Sanitaservice non è mai arrivato e il suo telefonino ha squillato a vuoto per tutto il giorno. «Un suicidio» hanno ipotizzato i carabinieri che ora stanno controllando computer e palmare trovati nell'auto. «Avvelenamento da ingestione di sostanza caustica», ha scritto il medico legale Michele Savito.

«Nessun dubbio, suicidio», ha deciso il pubblico ministero di Taranto che ha restituito la salma alla famiglia senza ordinare l'autopsia. Venerdì, quindi, Novelli è stato seppellito. Ma i suoi familiari la vorrebbero, quell'autopsia e non è escluso che nei prossimi giorni il magistrato che si sta occupando della vicenda (non più lo stesso della prima fase) autorizzi la riesumazione e, appunto, i nuovi accertamenti medico-legali anche se l'ipotesi prevalente resta quella del suicidio. Salvo colpi di scena, il rebus vero di questa storia non riguarda tanto le modalità della morte quanto i motivi che lo hanno spinto a uccidersi.
La sera prima di scomparire Massimo Novelli aveva incontrato i vertici della Asl barese. «Non me la sento, voglio dare le dimissioni» aveva insistito. Il direttore Colasanto ricorda che alla fine lo avevano convinto a restare e spiega che «il suo terrore era commettere errori sulle metodiche complicate e lente del settore pubblico e sulla gestione dei rapporti con i sindacati». Può bastare questo per uccidersi in quel modo? «A dirla proprio tutta - si lascia andare Colasanto - lui era terrorizzato dal fatto che rispetto alla platea delle centinaia di persone che dovevano essere assunte ce n'erano circa 60 che non avevano i requisiti per passare».

Quindi c'erano 60 voci che premevano su di lui per una regolarizzazione impossibile e in qualche occasione si dice che qualcuno avrebbe alzato un po' troppo la voce. Insomma, minacce. Forse soltanto parole disperate dettate dal bisogno di lavorare ma comunque capaci di togliere il sonno al manager della Sanitaservice , padre di due gemelli di 5 anni. Colasanto non lo conferma in modo diretto ma dice che «c'erano delle persone che lo avevano preoccupato» e che però alla fine dell'incontro «sembrava tranquillizzato». Forse era soltanto rassegnato. Ci avrà pensato tutta la notte. La mattina del 24 si è infilato in macchina ed è andato incontro alla morte, senza nemmeno un saluto.


Giusi Fasano
28 agosto 2011 10:10



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Tripoli ai voltagabbana? Da Bruto a Fanfani la storia è dei trasformisti

di

La giornalista filo-raìs con la pistola in tv ora sta coi ribelli. Da noi i precedenti abbondano. E non sempre sono negativi





Un po’ sfacciatella,nel suo cambio di casac­ca, la giornalista televisiva libica Hala Mi­srati lo è indubbiamente stata. Presentata­si in video con pistola in pugno ed espressione eroica, una settimana fa si dichiarò pronta a esse­re martire della causa di Gheddafi. Adesso, dopo l’arresto, gli si è rivoltata contro e parla di «regime del tiranno». Una bella faccia tosta da affiancare ad altre facce non meno toste. Come quelle del pri­m­o ministro del governo transitorio Mahmoud Ji­bril, o di Mustafa Jalil presidente del Cnt, un tem­po entrambi ferventi seguaci del Colonnello.

I ripensamenti libici non sono che gli ultimi esempi d’una cultura del voltagabbanismo che percorre tutta la storia millenaria delle relazioni tra potentati e tra potenti. Tanto da sollecitare un interrogativo che i moralisti della politica potran­no anche ritenere improponibile, ma che a me sembra invece molto sensato. I voltagabbana so­no stati e sono, negli eventi dei popoli, una vergo­gna, o una risorsa, o tutte e due le cose in­sieme? Prendiamo proprio il caso libi­co. A chi è meglio affidarsi, per assi­curare una transizione morbida, senza ammazzamenti rappresa­glie e vendette dalla dittatura di Gheddafi al regime prossimo ven­turo?

Non certo ai fanatici del fon­damentalismoislamicoche, incor­rotti e incorruttibili, aspirano a in­staurare in Libia, e possibilmente dovunque, clericocrazie autorita­rie, munite di temibili polizie per la salvaguardia dei costumi e del cora­no. E nemmeno a intellettuali elita­ri che sognano per il terzo mondo istituzioni ricalcate sul modello delle più solide e antiche democra­zie. I traghettatori lì si sono dovuti cercare-nella speranza d’averli tro­vati- altrove: proprio tra gli ex preto­riani e cortigiani del raìs sconfitto. Infatti è di là che viene il nerbo della nuova- si fa per dire- dirigenza libi­ca. Tutti ostentano buoni motivi per i loro pentimenti, ci sono i trom­bati con il dente avvelenato, ci so­no i furbi che hanno subodorato il fatale declino d’un despota in sella da 42 anni, ci sono gli acrobati del salto all’ultima ora,appena in tem­po per accodarsi alla turba inneg­giante ai vincitori e imprecante contro lo sconfitto.

Saranno loro, forse,cherisparmierannoall’Occi­dente il pericolo di trovarsi di fron­te, sulla sponda africana, un bloc­co politico-religioso intollerante e aggressivo. I voltagabbana come lubrifican­te della storia. Può essere sconfor­tante ammetterlo ma è così. Si può tradire per mille diversi motivi, per i più nobili ideali come Bruto: o per venalità come i condottieri rinasci­mentali che si mettevano al servi­zio di questo o quel signore dietro lauto pagamento: o per alti e anche lodevoli disegni politici. Si diceva d’un principe di casa Sa­voia che non finisse mai una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva co­minciata, e se questo ac­cadeva era perché ave­va cambiato campo due volte.

In determinate epoche, prima cioè che la politica e i conflitti ve­nissero rivestiti a torto a ragione di panni ideali, queste trasmigrazioni erano normali. Apparte­nevano alla lotta per il dominio e per il potere. Machiavelli ha dato si­stematicità e dignità a questo brutale procede­re degli avvenimenti che coinvolgono i re­gnanti, a Cesare Borgia detto il Valentino nessu­no avrebbe mai chiesto d’essere coerente, gli si chiedeva d’essere - e non lo fu - vincente. La figura del voltagab­bana- o se vogliamo del mercenario militare, pronto a mettere la sua spada al servizio del mi­gliore offerente - si è in­cupita e avvilita quando l’ideologia ha rivestito di fini salvifi­ci o patriottici le guerre, le conqui­ste, le vittorie, le sconfitte, i patteg­giamenti.

Fu esaltata la resistenza della Francia rivoluzionaria all’as­sedio dell’ancièn régime. Ma toccò proprio a Napoleone I,l’erede del­la Rivoluzione che ne portò in tutta Europa il verbo - seppure correda­to di ori imperiali - di patire i più brucianti abbandoni. Quello del maresciallo Ney che passò ai reali­­sti, nei cento giorni dopo la fuga dal­l’-Elba tornò agli ordini di Napoleo­ne e, dopo Waterloo, fu infine dai re­alisti fucilato per tradimento. Ci vuole, per sopravvivere come volta­gabbana, un talento che a Ney man­cava. O quello-l’abbandono-di Char­les Maurice Talleyrand, volta a vol­ta vescovo, rivoluzionario, mini­stro bonapartista, orditore di com­plotti contro Napoleone, rappre­sentante della Francia al congres­so viennese della restaurazione.

Il «Girella emerito» del Giusti che, per àncora d’ogni burrasca teneva - cito a memoria- «da dieci a dodici coccarde in tasca».Servì più padro­ni, ma servì alla Francia o la danneg­giò? Camillo Benso conte di Cavour fu un voltagabbana? Di sicuro lo fu. Gli avversari gli rimproverarono la spregiudicatezza con cui nel 1852, per avere la nomina a primo mini­stro, si alleò alla sinistra di Urbano Rattazzi. Avevaungrandedisegno, e nessuna esitazione nell’essere,al­l’occorrenza, ambiguo o bugiardo tout court. Nell’«italietta» post ri­sorgimentale Agostino Depretis diede un’etichetta quasi ufficiale alle giravolte della sua esperienza di governo, alla sua arte di navigare senzafulgorimaanchesenzaglier­rori di cui si rese poi colpevole Cri­spi tra opposte sponde e scogli affio­ranti. La si chiamò,quell’esperien­za, trasformismo. Se la qualifica di voltagabbana si addice anche agli Stati, la merita senza dubbio l’Italia del 1914-1915 passata, dopo lo scoppio della Grande Guerra, dall’alleanza con l’Austria alla neutralità e infine al­l’intervento a fianco dei francesi e degli inglesi.

Ci saremmo esibiti in analoghi e peggiori voltafaccia an­che nella seconda guerra mondia­le, quanto ci schierammo con la Germania trionfante e l’abbando­nammo allorché fu in difficoltà. Con zelo servile dichiarammo infi­ne guer­ra ai nostri ex alleati Germa­nia e Giappone. Alla caduta del fascismo la voca­zione italiana per il voltagabbani­smo- ma non è un’esclusiva,basta pensare alla Francia tra Pétain e De Gaulle- emerse prepotentemente. Il maresciallo Badoglio, protagoni­sta negativo di Caporetto, conqui­statore dell’Etiopia, vecchio arne­se del regime fascista, si scoprì de­mocratico, Vittorio Emanuele III, che aveva apprezzato Giolitti e su­bìto mugugnando ma obbedendo Mussolini, riluttò all’abdicazione, riteneva d’essere adatto per tutte le stagioni.

Un popolo che era stato compattamente in camicia nera di­chiarò da u­n giorno all’altro d’aver­la sempre aborrita, e Amintore Fan­fani che aveva tessuto in un suo li­bro le lodi del corporativismo fasci­sta si ritrovò tra gli uomini più pro­mettenti della Dc. Possiamo anche aggrottare il sopracciglio per certe deambulazioni sfrontate, ma non senzariconoscernel’utilità.Neltra­monto- non foss’altro che per moti­vi anagrafici- della stagione berlu­sconiana, si profilano altri travesti­menti e mascheramenti. Preparia­moci a tutto.




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Nozze reali fanno rima con affari

Il Tempo

A Cortina InConTra Maria Pia di Savoia parla dei matrimoni da fa

La famiglia Savoia La principessa Maria Pia di Savoia è stata ieri sera ospite sul palco dell'Audi Palace di Cortina InConTra, dove ha partecipato all'incontro intitolato «Tutti pazzi per i reality dei reali».

Principessa, il 2011 è stato l'anno delle nozze reali. Cosa pensa dei matrimoni in casa Windsor e nel Principato di Monaco? I neo sposi hanno un'aria così carina. Tutti e quattro. Spero abbiano tanti figli, magari due coppie di gemelli come è successo a me. È la cosa migliore: i bambini si fanno compagnia tra loro. William e Kate sono ragazzi molto pazienti, visto che hanno aspettato dieci anni prima di sposarsi.

Non crede sia paziente anche Charlene di Monaco dopo le voci sui figli illegittimi di suo marito Alberto? Non si sa se tutto questo sia vero. So soltanto che mio figlio è molto amico di Alberto e non ne sapeva nulla. Alberto è una persona molto gentile ed è un grande lavoratore. Passa molto tempo nel suo studio e non so se la moglie è davvero contenta di questo. Poi non si dimentichi che vivere a Montecarlo non è facile per la famiglia reale.

Perché non è facile? La madre è morta presto e quei figli sono stati un po' abbandonati. A Montecarlo poi ci sono molti interessi e intrecci di corte. Per una famiglia reale è più facile vivere in Inghilterra dove sono più disciplinati e c'è una regina che sostiene tutto il Paese.

Come sono cambiati i matrimoni reali? Solo duecento anni fa ci si sposava a vent'anni, senza nemmeno conoscersi. Oggi, invece, la mia nipotina di 24 anni mi ha detto che per lei è troppo presto. Vorrebbe aspettare almeno altri dieci anni per farlo. Poi viene data grande pubblicità a tutto. Siamo di fronte a una favola moderna. Quando si è sposato il re di Spagna, invece, non se ne parlava. Oggi è diventato un grande business.

Per lei è un aspetto negativo? Assolutamente no. Fa bene a tutti. Durante il matrimonio di William e Kate gli alberghi di Londra erano tutti pieni e ci sono stati effetti positivi anche sull'industria dei vestiti. La pubblicità è buona in ogni caso.

Proprio oggi al Castello Odescalchi di Bracciano si sposerà Petra Ecclestone, figlia di Bernie. Per l'occasione sono in programma tre giorni di festeggiamenti con la partecipazione di superstar internazionali come Eric Clapton. Cos'è? Vi rubano il mestiere? Non c'è dubbio. Si può parlare di vera e propria concorrenza. Comunque anche i matrimoni non reali sono fantastici se vengono organizzati bene. Ricordo di aver partecipato a quello di John Elkann all'Isola Bella ed è stato un giorno indimenticabile. Certo, i matrimoni reali sono un'altra cosa...


Carlo Antini
27/08/2011




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La città che trasforma la monnezza in oro

La Stampa



Halmstad, nella contea di Halland, che ha 57 mila abitanti


Viaggio ad Halmstad, nella Svezia del Sud, dove finiscono i rifiuti campani «Li usiamo per produrre riscaldamento e energia elettrica, e ci pagano pure»


FRANCESCO SAVERIO ALONZO

HALMSTAD (Svezia) Mentre mezza Italia ancora bolle per l’afa estiva, in Svezia è già arrivato l’autunno e ciò si nota sia per la riapertura delle scuole sia per le temperature notturne che oscillano fra gli 8 e i 12 gradi. Ma a scaldare il cuore degli abitanti di Halmstad, nel Sud della Svezia, è giunta la notizia che la locale società energetica Hem comincerà a bruciare rifiuti provenienti dalla Campania (i riservatissimi svedesi non vogliono dire il nome della città, ma tutto lascia intendere che il primo lotto di 5 mila tonnellate provenga da Salerno) facendosi pagare profumatamente (40 euro alla tonnellata) e potendo cosí ridurre del 20 per cento le bollette a carico degli utenti.

La «monnezza» italiana rappresenta una fonte di combustibile che fa risparmiare alla società Hem circa 3 milioni di euro all'anno per l'acquisto di cascami di legno, oltre a procurare notevoli introiti per ogni tonnellata di rifiuti immessa nel termovalorizzatore. Lars Bernhardsen della Hem spiega: «La nostra società brucia circa 30.000 tonnellate di rifiuti all’anno e perciò alla prima aliquota se ne aggiungeranno forse altre. Ma sono esclusi rifiuti organici come resti di cibo e simili. Il trasporto si svolge per mare e quindi con un impatto minimo sull’ambiente. L’energia ricavata dalla combustione dei rifiuti viene distribuita agli utenti di Halmstad sia direttamente come riscaldamento centrale sia come elettricità».
Molte nazioni sono lontane dai metodi sviluppati in Scandinavia per l’utilizzazione di cascami e rifiuti di ogni genere. Ad Halmstad, ad esempio, la monnezza» prima di essere bruciata viene selezionata per il recupero di materie prime quali vetro, carta, metalli e plastiche che vengono riciclate in appositi impianti. Ed è anche per questa ragione che gli svedesi faticano a capire l’opposizione che si è creata in Italia contro i termovalorizzatori ed il riciclo differenziato. Dice l’ambientalista Roger Orwén: «Oltre tutto si creerebbero nuovi posti di lavoro e l’energia prodotta, tanto per ribaltare il nostro problema rappresentato dal freddo invernale, potrebbe essere utilizzata per alimentare gli impianti di aria condizionata che rischiano talvolta di sovraccaricare le centrali elettriche».

In Svezia, l’impiego dei rifiuti per la produzione di energia si è fortemente sviluppato negli ultimi dieci anni ed attualmente sono ben 40 i Comuni che possiedono o sono soci di impianti di termovalorizzazione. I piú grandi e moderni si trovano a Stoccolma e ad Uppsala ed il consumo annuo di rifiuti a destinazione combustibile si è quadruplicato negli ultimi quattro anni, raggiungendo le 750.000 tonnellate, pari al 15% del fabbrisogno totale delle centrali termiche e termoelettriche. Un tecnico di Halmstad, Gunnar Svensson, risponde molto poco diplomaticamente alla nostra domanda su cosa pensa dell’importazione di monnezza dall’Italia: «Credevo che gli italiani fossero piú furbi. Adesso ci pagano per liberarsi di un problema che li potrebbe invece fare ricchi se lo risolvessero in casa loro. Non dico che siano scemi, ma farebbero meglio ad informarsi sull’utilizzo dei rifiuti. Ma come facevano i vostri vecchi? I contadini? Mica buttavano via tutto! E allora imparate da loro!».

Ovviamente la decisione presa il mese scorso dalla società energetica Hem di Halmstad di bruciare la «monnezza» della Campania (ricavandone 200.000 euro per le prime 5.000 tonnellate - somma che andrà a beneficio degli utenti) ha fatto eco su tutti i massmedia scandinavi e molti Comuni svedesi e norvegesi stanno esaminando l’eventualità di accettare - dietro pagamento - i rifiuti provenienti dalla Campania. Ma l’esperienza fatta dalla Germania, che bloccò a suo tempo le importazioni di monnezza sospettando un giro di bustarelle e casi di corruzione nella provincia di Napoli, ha messo in guardia le società scandinave che vorranno agire «alla luce del sole, nella piena legalità, e con contratti precisi e corretti» prima di accettare una collaborazione con gli italiani.




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Se il digital divide colpisce H3g Clienti senza Rete per due giorni?

Corriere della sera

«Intervento di manutenzione programmato da mesi», dice l'operatore. Problemi su Roma risolti in serata



Manutenzione sulla Rete
Manutenzione sulla Rete
MILANO - «Prompt connessione di rete: il servizio non è disponibile». La risposta, stringata, a chi da sabato sta tentando di connettersi ad Internet attraverso H3G. Dispositivi Usb, tablet e smartphone. Il digital divide colpisce il noto operatore di telefonia mobile e molti clienti che si connettono con 3 rischiano di non poter accedere al web per un paio di giorni (anche se su Roma assicurano di aver risolto il problema dovuto a un nodo sulla Rete già nella tarda serata di sabato). Ai problemi di natura tecnica (dati in via di risoluzione) si sovrappongono quelli riguardanti la visualizzazione delle ricariche e delle soglie di traffico a causa di «un intervento di manutenzione della piattaforma».

IL CASO - «Avevamo allertato i potenziali destinatari del disservizio circa quindici giorni fa con una vasta campagna sms - dicono fonti interne a 3 - e soprattutto tutto tornerà nella norma lunedì, al netto di eventuali "code"». Ma a giudicare dalle centinaia di segnalazioni arrivate a Corriere.it e alle associazioni di consumatori non tutti erano stati avvisati del temporaneo disservizio, amplificato dal week-end, quando molti di ritorno dalle ferie agostane hanno percepito il senso di esclusione tipico di chi non può connettersi in Rete.

LE ASSOCIAZIONI - L'insolito black-out sulla rete ha messo subito sull'attenti le associazioni di consumatori. La più lesta a muoversi è stata Adiconsum, che ha preannunciato un'iniziativa in tutela dei clienti interessati. Dice Pietro Giordano, segretario generale: «Lunedì dirameremo una nota in cui inviteremo a segnalarci malfunzionamenti o disservizi, in modo da attivare con 3 una procedura di conciliazione con richiesta di risarcimenti». Dello stesso avviso Adoc, come conferma il presidente Carlo Pileri: «Abbiamo un rapporto costante con H3g, per cui nel caso in cui dovessimo riscontrare eventuali inadempienze da parte dell'azienda circa l'obbligo di comunicazione e trasparenza nei confronti della clientela, ci attiveremo anche noi attraverso una procedura di conciliazione». Nel frattempo il rischio di 48 ore senza Internet.


Corinna De Cesare
Fabio Savelli

27 agosto 2011 20:40



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