lunedì 29 agosto 2011

La rivolta degli inglesi "Ridateci il nostro vecchio tè"

La Stampa

La Twinings cambia la ricetta dell'Earl Grey, i consumatori: così sa di detersivo

BRUNO RUFFILLI


Gli americani hanno la Coca Cola, gli inglesi il tè. Così, quando le ricette classiche cambiano i consumatori si ribellano: era successo nel 1985 con la bibita statunitense, ora la storia si ripete con l’Earl Grey di Twinings.

Il più antico dei produttori britannici ha deciso di dare un tocco di novità alla sua miscela più famosa, prodotta senza variazioni da centottant’anni: un po’ più di limone, un pizzico di cedro, ed ecco l’«Earl Grey Aromatics». Ricerche di mercato, indagini, test, e qualche giorno fa il lancio in grande stile: «Era il tè che si beveva quando si andava in visita dalla nonna - spiega Claire Forster, portavoce della compagnia - con la nuova ricetta molti giovani cominciano ad apprezzarlo».

Sarà. Ma intanto le proteste crescono, e pare che alla Twinings siano inondati di mail di consumatori insoddisfatti. «Pessimo», «Sa di detersivo al limone», «Perfino quello del supermercato è migliore», sono i commenti. Ovviamente è nata anche una pagina su Facebook per chiedere il ritorno della vecchia ricetta; non è proprio affollatissima, forse perché i tradizionali consumatori di Earl Grey non amano i computer, così moderni e privi di stile. Il tè che prende il nome dal secondo Conte Grey nasce ufficialmente nel 1831: sarebbe stato un dono di un mandarino cinese al nobiluomo inglese per ringraziarlo di aver salvato un figlio.

Poco probabile, visto che Charles Gray non mise mai piede in Cina e che allora l’olio di bergamotto non era usato per aromatizzare il tè, mentre invece si impiegavano fiori, come il gelsomino. Sembra più verosimile che sia stato inventato per attenuare il cattivo sapore dell’acqua del Northumberland, dove la famiglia Grey risiedeva quando non era a Londra. La moglie del Conte pensò bene di far servire il suo tè anche agli ospiti del suo salotto nella Capitale, e così presto l’intera aristocrazia inglese conobbe la profumata bevanda.

Da qui allo sfruttamento commerciale il passo fu breve, anche se non è chiaro se a servire al pubblico londinese il primo Earl Grey furono i Twinings o i Jacksons di Piccadilly. Thomas Twining aveva aperto la sua bottega nel 1706, Robert Jackson appena da una quindicina d’anni: oggi del secondo è rimasto solo il marchio, di proprietà appunto di Twinings. Decennio dopo decennio, in foglie o in bustine, il tè nero al bergamotto diventerà la miscela più famosa d’Inghilterra e sarà la preferita di poeti e letterati, da Mary Shelley a Oscar Wilde, di musicisti (Morrissey) e pittori (sembra piacesse pure a Francis Bacon).

Oggi dal suo sito web, Twinings proclama che «nemmeno il Conte di Grey in persona avrebbe immaginato che il suo tè potesse avere un sapore così fantastico». Per i consumatori che non apprezzano il nuovo gusto c’è comunque l’offerta soddisfatti o rimborsati, dieci sterline per provarlo dieci giorni, finché il palato non si abitua. Qualcuno accetta, i più rifiutano: con britannico aplomb, quelli di Twinings si scusano con una fornitura per un anno della vecchia miscela Earl Grey. Gentilezza o abile mossa di marketing?



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Cina, arriva una tassa salata sui “dolci della luna”

Le ragioni della morte dell'autista dei colleghi rapiti

Corriere della sera

Al Mahdi ucciso per aver collaborato con i giornalisti italiani

di A. Ferrari

 

Un camorrista in parlamento: la vera storia del poco onorevole Nicola Cosentino

I segreti della casta


Tutti conoscono il nome d' “o' mericano”, in provincia di Caserta. Il suo è uno di quei nomi che non si pronunciano così per strada. Nicola Cosentino politico di Casal di Principe è conosciuto in ogni angolo di Terra di Lavoro, dai monti del Matese al litorale Domitio, da Sessa Aurunca a Maddaloni, passando per l'Agro Caleno. E si, l'Agro Caleno, un territorio formato da tanti piccoli paesi confinanti gli uni con gli altri: Sparanise, Calvi Risorta, Vitulazio, Pignataro Maggore, comune dove alle provinciali del 2005 Cosentino ottenne un numero di consensi in proporzione addirittura maggiore rispetto a quelli presi a Casal di Principe, suo paese natale.
Ma procediamo per gradi. Oggi Nicola Cosentino è Sottosegretario di Stato all'Economia e alle Finanze nel Governo Berlusconi, una carica istituzionale importante che giunge dopo una brillante carriera politica iniziata, da giovanissimo, alla fine degli anni settanta.

Dapprima diventa consigliere comunale in quella Casal di Principe che Roberto Saviano ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale con il suo best seller “Gomorra”, poi passa alla provincia come consigliere e, dall'83 all'85, all'età di soli 24 anni, è Assessore provinciale con delega ai servizi sociali. Sempre nell'85, alla nuova tornata elettorale, Cosentino viene nominato Assessore alla Pubblica Istruzione e, non c'è due senza tre, nel 1990 ricopre la carica di Assessore provinciale all'Agricoltura.

Secondo i magistrati che in questi giorni hanno richiesto misure cautelari nei suoi confronti, è a partire dagli anni '90 che Cosentino si avvale di consolidati rapporti con il clan dei casalesi per ricevere un consistente ritorno elettorale. Nel 1995 riportando il 31,50% dei voti di preferenza espressi nella sola Provincia di Caserta, viene eletto Consigliere Regionale della Campania e, l'anno dopo, finalmente, approda in Parlamento con i favolosi 35.560 voti riportati nel collegio Capua-Piedimonte Matese.

Da allora è un susseguirsi di successi, è membro della Commissione Parlamentare per le questioni regionali e della Commissione Difesa ma, dalla fine degli anni novanta in poi, il suo impegno è per il partito a cui appartiene, Forza Italia, di cui diventa coordinatore per la Provincia di Caserta e, dopo aver ricevuto divina investitura direttamente dalle mani di Silvio Berlusconi, assume la carica di coordinatore Regionale nel giugno del 2005. Sotto la sua guida, Forza Italia fa un balzo di ben 16 punti percentuali: dall’11% dei consensi registrati nelle elezioni regionali dell’aprile 2005 al 27% delle politiche di appena un anno dopo.
E diviene il primo partito della Campania.

Cosentino tesse, grazie agli incarichi ricevuti in questi anni, una fitta rete relazionale con politici, consiglieri, sindaci e amministratori di comuni grandi e piccoli, divenendo un vero e proprio Deus ex Machina della politica che conta, sia nel suo territorio d'origine e vero e proprio feudo, la provincia di Caserta, sia nel resto del territorio campano. Si dice che nulla si muova, soprattutto nel settore dei rifiuti, che non passi per la sua approvazione. Ma non è solo con la politica e con i suoi rappresentanti che Cosentino esprime le sue doti di politico navigato, conosce l'importanza dell'immagine e della comunicazione ed in molti raccontano di quelle sue frequenti visite alla redazione di un noto quotidiano casertano, accompagnato dal suo fedele ed immancabile autista “don Peppe”.

Tuttavia sono i rifiuti, a giudicare da quanto emerge dalle inchieste giudiziarie e dalle proverbiali malelingue dei casertani che “dal basso” hanno già emesso la propria personale sentenza, ad interessare l'attività dell'imprenditore casalese. La munnezza, nelle parole di molti pentiti, è oro. È oro perché smaltirla illegalmente rende enormi profitti, è oro perché i consorzi hanno a che fare con tutti i comuni, con le istituzioni e sono capaci di determinare equilibri importanti spostando rilevanti somme di denaro, è oro perché attraverso la gestione dei posti di lavoro legati alla filiera dello smaltimento, legale ed illegale, si ha la possibilità di tessere una solida e pervasiva rete clientelare. Soldi, voti e potere.

Un mix del genere mal si concilia con la litania della lotta tra Stato e Anti-Stato che si fronteggiano in una battaglia senza quartiere per la legalità. E lo sanno bene quanti, in provincia di Caserta ma non solo, hanno subìto la dura repressione poliziesca per aver osato opporsi ai progetti criminali generati da questo diabolico intreccio di potere. Lo sanno bene, ad esempio, gli abitanti di Santa Maria La Fossa, che hanno lottato contro l'ennesimo inceneritore made in Campania e targato FIBE, necessario a risolvere il problema rifiuti secondo Commissari Straordinari, Prefetti e Questori ed ora al centro delle dichiarazioni di Gaetano Vassallo. Secondo il pentito che, insieme ad altri cinque, è bene ricordarlo, tira in ballo il sottosegretario Cosentino l’”individuazione dei terreni [avvenne] da parte della criminalità organizzata, [...]

vi fu una forte pressione da parte di Michele e Sergio Orsi, insieme all’onorevole Cosentino e all’onorevole Landolfi (al tempo in cui Landolfi era alla commissione vigilanza RAI) e al sindaco di Santa Maria La Fossa, affinché si costruisse il termovalorizzatore dopo che era fallito il progetto di realizzare una discarica nello stesso posto. Era il periodo subito prima che fosse nominato Catenacci Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti in Campania[...]”. E pensare che Cosentino, l'onorevole Coronella ed il Sindaco di Santa Maria La Fossa, Abbate, andavano pure ai cortei contro l'eco-mostro, ma questa è un altra storia.

Michele e Sergio Orsi, entrambi DS, sono gli imprenditori che gestivano l'ECO4.

Quest'ultimo è stato per anni il braccio operativo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti del consorzio Ce4, consorzio che raggruppa 18 comuni dell'area casertana.
L'Eco4 è stato oggetto di diverse inchieste che hanno coinvolto boss della camorra, politici (anche di rilievo nazionale, come il mondragonese onorevole Mario Landolfi di AN), imprenditori ed anche uno dei tanti sub commissari all'emergenza rifiuti che si sono susseguiti nel tempo, Claudio de Biasio. Nel 2006 i fratelli Orsi finiscono in manette, accusati di essere il tramite tra la camorra e la politica casertana. Uno dei due, Michele, decide di collaborare con i magistrati.

Lo fa cominciando a parlare di un vero e proprio sistema clientelare basato su assunzioni chieste da politici e personalità di vario genere, tra cui spunta anche il Cardinale Sepe, oltre che di irregolarità nel sistema di smaltimento. Michele fa nomi illustri e il 1 giugno 2007, mentre si reca al bar per comprare delle bibite, un commando lo trivella di colpi in una piazza di Casal di Principe. Lo Stato non aveva ritenuto opportuno affidargli una scorta. Al funerale non c'erano rappresentanti istituzionali, a trasportare il feretro un carro funebre di un'azienda sottoposta a sequestro (poi dissequestrata) in un'inchiesta della Dda sul boss Francesco Bidognetti, «Cicciotto 'e mezzanotte», ras di Casale di Principe ora in carcere. Anche quando muori, in Terra di Lavoro, paghi la tangente.

Secondo il pentito Vassallo in realtà dietro il consorzio ECO4 ci sarebbe l'on.
Cosentino: “quella società song’ io”, avrebbe affermato in uno dei tanti incontri tra i due. Ormai noto è l'episodio della busta gialla, busta contenente la tangente da 50mila euro che i fratelli Orsi, mensilmente, avrebbero dovuto versare al clan Bidognetti.

Sempre secondo Vassallo, la tangente veniva consegnata direttamente nelle mani dell'onorevole di Casal di Principe, a casa sua.
Gaetano Vassallo, tesserato di Forza Italia, socio dell'Eco4 e referente, per sua stessa ammissione, del clan Bidognetti all'interno di tale struttura, è l'uomo che per vent'anni ha inondato la Campania di rifiuti di ogni genere. È uno di quei personaggi che ha permesso a decine, centinaia di aziende di tutta Italia di tagliare i costi per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi prodotti. In che modo? Sversandoli nei terreni della Campania Felix, nelle cave del casertano, devastando il litorale domitio, imbottendo ettari ed ettari di terreno coltivato di scorie, liquami e munnezza d'ogni sorta.

Inondando le discariche fatte per i rifiuti solidi urbani, il celeberrimo 'tal quale', di rifiuti speciali che non sarebbero mai dovuti finire li dentro. È chiaro allora, il motivo per cui le popolazioni campane da un certo punto in poi hanno cominciato a protestare contro un sistema che inquinava ed inquina la terra in maniera irreversibile, che trasforma la monnezza in oro, che fa schizzare il tasso di morti per tumore a livelli record in molti territori oramai al collasso.

Ma risulta essere più chiaro anche il perché per più di 15 anni la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania è avvenuto secondo logiche 'emergenziali', attraverso un commissariamento che con poteri speciali e molto poco trasparenti ha sollevato da ogni possibilità di controllo un settore che pare sia stato completamente gestito dalla camorra. Molte delle discariche abusive di cui parla Vassallo sono state direttamente o indirettamente legalizzate dallo Stato attraverso i Commissari di volta in volta succedutisi, in nome dell'emergenza, della salute pubblica e della legalità.

Vero eroe dei nostri tempi, mi verrebbe da dire, con un pizzico di umorismo noir, Gaetano Vassallo afferma di aver conosciuto il sottosegretario Cosentino prima della costituzione dell'Eco4 quando, su invito diretto di «Cicciotto 'e mezzanotte», alias Francesco Bidognetti boss di spicco del clan dei casalesi, si incontrò con il politico che, a dire suo e di altri pentiti, era stato prescelto dal clan come uomo da sostenere politicamente alle scadenze elettorali.

Vassallo, anche in questo caso, era l'uomo giusto nel momento giusto, una sorta di 'grande elettore' che con le sue conoscenze e la famiglia allargata di cui faceva parte, forniva sistematico appoggio elettorale agli uomini indicati dal clan dei casalesi.

Il quadro che emerge, insomma, rappresenta un sistema di potere che si fonda su una stretta commistione tra criminalità organizzata e politica all'insegna del profitto.
Montagne di soldi ricavati controllando l'intero sistema di smaltimento dei rifiuti, che andavano a finanziare investimenti e business sempre maggiori, specie in settori in cui l'appoggio delle istituzioni, per avere permessi e coperture legali, è fondamentale.

Una delle nuove frontiere del profitto assicurato è, per esempio, quella dell'energia.
Un recente caso giudiziario ha mostrato come, anche in questo settore, la corruzione e la longa manu dei clan si mescolano in un intrigo perverso. Parliamo del grande business delle centrali elettriche.
Il 28 Aprile del 2009 la Guardia di Finanza di Caserta esegue 23 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa, alla corruzione, alla rivelazione di segreti di ufficio ed alla realizzazione di falsità in atti pubblici.

Oggetto dell'inchiesta è la realizzazione di una centrale a “Biomasse vergini” nel territorio del comune di Pignataro Maggiore, nell'Agro Caleno. La maggior parte degli indagati sono personaggi pubblici, la maggioranza legati al PD, che rivestono importanti cariche politiche, sia a livello provinciale che regionale: oltre a funzionari del Genio Civile di Caserta, assessori comunali e lo stesso sindaco PDL di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, tra gli indagati figurano anche Gianfranco Nappi, capo della segreteria politica di Bassolino, l'assessore regionale Cozzolino e l'assessore con delega alle attività produttive della provincia di Caserta Capobianco.

Secondo gli inquirenti, dietro la costruzione della centrale della “Biopower” ci sarebbe un complesso giro di tangenti. Quello che di inquietante emerge dalle intercettazioni è che con ogni probabilità il modus operandi per la realizzazione della centrale in oggetto fosse un vero è proprio sistema utilizzato consuetudinariamente per la attuazione di opere simili. Gli atti sono stati secretati, ma dalle indiscrezioni sembrerebbe che tale sistema possa aver riguardato la realizzazione di un altra, contestatissima, centrale elettrica stavolta a turbogas, entrata in funzione nel 2007 e realizzata sempre nell'Agro Caleno, nel vicino comune di Sparanise.

Sorta nell'area, ormai lottizzata, della ex Pozzi, una fabbrica di piena era fordista che occupava migliaia di lavoratori e che rappresentava il cuore non solo produttivo ed economico dell'area, la centrale termoelettrica di Sparanise è stato uno degli impianti più contestati e discussi realizzati in Campania negli ultimi anni. Eppure, nonostante le lotte della popolazione schiacciata tra la paura dei poteri forti e la preoccupazione per il proprio futuro, la centrale termoelettrica da 800 Megawatt è stata sostenuta da un impressionante schieramento bi-partisan.

Ognuno ha fatto la sua parte, dal maresciallo dei carabinieri che intimoriva i giovani ambientalisti, agli uomini della DIGOS che si presentavano a bussare alle case degli agricoltori contrari, dal sindaco forzista d'allora Antonio Merola pronto a fornire il sito idoneo per un impianto del genere, fino all'assessore regionale DS Cozzolino che definì la centrale “un esempio di Campania positiva”.

Se come esempio di Campania positiva prendiamo un eco-mostro totalmente inutile che sorge in un luogo dove prima venivano impiegate migliaia di persone, se come modello di politica del territorio prendiamo un lembo di terra con un valore archeologico inestimabile sventrato dalla TAV, riempito di rifiuti e asfissiato dalle polveri sottili di mezzi pesanti e centrali, allora è alquanto evidente che ci troviamo sull'orlo del baratro.

Ma anche ora, con calma, procediamo per gradi. Per fortuna la storia non la fanno solo le Procure, la magistratura ed i giudici. Per fortuna, certe volte, la cronaca giudiziarie viene a valle di eventi molto più complessi di cui protagoniste sono le persone, i loro sogni, le loro lotte. E la storia della centrale termoelettrica di Sparanise fa parte di una più ampia storia che vede un gruppo di persone scegliere la strada dell'opposizione sociale, la strada dell'autonomia e dell'indipendenza praticate in un territorio che lascia poco spazio sia all'una che all'altra. Il centro sociale Tempo Rosso, occupato dal '99, nasce a Pignataro Maggiore e da subito entra in rotta di collisione con l'apparato politico che fin qui abbiamo visto descritto, tutto intento ad assicurarsi che gli affari, quelli degli amici soprattutto, vadano a buon fine.

In un articolo del 2003, a firma di uno sconosciuto Roberto Saviano per conto de “Il Manifesto” le dichiarazioni degli attivisti di Tempo Rosso, anticipatrici di quanto emergerà molti anni dopo in una inchiesta ad opera del settimanale “L'Espresso”: «Noi siamo contrari ad un sud che per rilanciarsi economicamente diventi l'immondezzaio d'Italia. Serve energia e quindi edifichiamo centrali che genereranno enormi danni [...]. La centrale a nostro avviso serve solo a far rimpinguare le tasche di alcuni esponenti del centrodestra che sono i proprietari delle terre [...]». Ed è così che ritorniamo là dove eravamo partiti.

Sul finire degli anni novanta l'Immobiliare 6C, di proprietà della famiglia Cosentino, acquista ad un prezzo di favore parte dei terreni dell'area industriale ex Pozzi dalla SCR, società con capitali provenienti dalla Campania ma con sede legale a Roma. Il prezzo di vendita di tali terreni è talmente basso (310 milioni di lire) che, nonostante la SCR sia una società anonima, la circostanza ingenera forti sospetti che abbia un legame con la famiglia Cosentino. Ma questo è solo un indizio, occorre andare oltre per farsi un'opinione più precisa.

La SCR, nel 1999, aveva acquistato in verità la totalità dei terreni dell'area ex Pozzi disponibili, per più di 2 milioni di euro, e nel 2001 rivende ad un prezzo molto elevato ciò che le resta dopo la cessione alla 6C dei Cosentino. Ad acquistare, questa volta, è una municipalizzata, la AMI, azienda municipalizzata di Imola.

Quest'ultima, però, pone una precisa condizione: pagherà a patto che le autorità permetteranno la realizzazione di una centrale termoelettrica turbogas su quei terreni.
Il caso ha voluto che, pochi mesi prima che tale accordo fosse stato stipulato, il sindaco di Sparanise, il forzista Antonio Merola notoriamente vicino a Cosentino, individua proprio quei terreni come idonei a costruire la centrale. Un raro esempio di lungimiranza della politica.

L'affare è concluso, la Ami si fonde in Hera e, insieme alla SCR, nel 2004 mettono sul mercato il pacchetto di terreni ed autorizzazioni per la realizzazione dell'impianto. Il gruppo svizzero Egl compra tutto. Dall'operazione la SCR guadagna complessivamente ben 10 milioni di euro e si garantisce un flusso di 1 milione di euro l'anno grazie all'ottenimento di una partecipazione che vale il 5% degli utili prodotti dalla vendita dell'energia. A questo punto, arriva un secondo indizio: indovinate da chi si fa rappresentare l'anonima SCR nel consiglio di amministrazione di Hera Comm Med? Dall'imprenditore Giovanni Cosentino, fratello di Nicola.

Non sappiamo con certezza se in questa vicenda, oltre alla prontezza di riflessi della politica nell'assicurare il buon esito di affari che riguardano potentati economici legati a familiari dei politici stessi, vi sia anche un giro di tangenti. Quello che è certo è che il bene comune sembra essere sparito dall'agenda di amministratori del calibro di Merola. Così come resta evidente che, in tempi non sospetti, le denunce dei cittadini sono state ignorate e le autorità dello Stato, non solo quelle elettive e quindi politiche, si sono guardate bene non dico dall'intervenire ma finanche dall'assumere un atteggiamento imparziale.

Il caso dell'ex prefetto di Caserta Elena Maria Stasi, colei che fece avere il tanto agognato certificato antimafia all'Aversana Petroli, l'azienda madre della famiglia Cosentino, quella a cui erano diretti i serbatoi di gpl esplosi a Viareggio il giugno scorso, è emblematico a riguardo. Il certificato antimafia è indispensabile per permettere alle aziende di avere rapporti con la pubblica amministrazione. Ed analizzando la posizione dei titolari dell'azienda, i fratelli Cosentino, la Prefettura di Caserta, nel 1997, la nega all'Aversana Petroli: Giovanni, è sposato con la figlia del boss defunto Costantino Diana, Mario è sposato con Mirella Russo sorella di Giuseppe Russo, alias 'Peppe 'u Padrino', condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio e un terzo fratello, Antonio, è stato beccato nel 2005 in compagnia di un soggetto con precedenti per tentato omicidio, associazione mafiosa e tentata estorsione.

Il Tar del Lazio, al quale i Cosentino presentano ricorso, conferma: “[...]ragionevolmente può dedursi che sussisteva il pericolo di infiltrazione mafiosa". Ma il nuovo prefetto, utilizzando una procedura usata molto raramente, sollecita il comitato per l'ordine e la sicurezza a riconsiderare il caso. L'Aversana Petroli ottiene il certificato antimafia senza il quale rischiava di vedere bloccata la propria espansione. Alle ultime elezioni Elena Maria Stasi viene candidata in un collegio blindato nelle liste del PDL e diviene Deputata con il sostegno esplicito del sottosegretario Cosentino.

A lei il compito di difendere gli interessi dell'abusivismo edilizio, altro terreno privilegiato della cosca cosentino: le sue proposte di legge spaziano infatti dalle "Disposizioni per accelerare la definizione delle pratiche di condono edilizio" alle "Disposizioni per la sospensione dell'esecuzione delle demolizioni di immobili nella regione Campania a seguito di sentenza penale di condanna".

Il 9 dicembre 2009 la Camera dei Deputati respinge la richiesta di arresto per concorso esterno in associazione mafiosa e salva Nicola Cosentino dal carcere. Tra i deputati del centro-destra che festeggiano l'esito del voto, l'ex-prefetto è lì, applaude felice, seduta al fianco del boss parlamentare.

Da T. L. per Spider Truman




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Racket, ecco la mappa dei negozi che dicono «no al pizzo»

Il Mattino


NAPOLI - Molti di loro hanno già denunciato i loro estorsori. Altri invece sanno che non si piegheranno mai al racket. Ora, tutti insieme, questi 329 imprenditori campani, sulla scorta dei loro «colleghi» siciliani di «Addiopizzo» hanno deciso di «mostrarsi» pubblicando l’elenco delle loro attività commerciali. Ciò consentirà ai consumatori di fare acquisti sicuri, non solo per la qualità e la provenienza del prodotto. Sarà un «consumo critico» che metterà in moto per la prima volta un mercato libero, responsabile ed impermeabile alle infiltrazioni mafiose.

L’iniziativa vuole creare un circuito di economia legale che accolga e protegga chi denuncia gli estorsori. Significa in pratica mettere a disposizione dei consumatori e delle istituzioni pubbliche e private uno strumento quotidiano per dire «no al pizzo». I consumatori potranno infatti decidere di effettuare i propri acquisti presso le aziende «pizzo-free» sapendo che i loro soldi non andranno alla camorra.

Per questo, anche alla luce dell’esperienza palermitana del Comitato Addiopizzo, è stato elaborato il manifesto etico delle imprese per il «Consumo critico addio pizzo» a cui hanno aderito i 329 coraggiosi imprenditori campani per fare in modo che i cittadini-consumatori della Campania scegliendo i loro acquisti compiano una scelta contro la camorra.




Ecco l’elenco delle attività «pizzo free»:

Abbigliamento, accessori, stoffe: Albakyara (Pomigliano), Ammirati (Pomigliano), Adam’S shop (Napoli), Amirante (Napoli), Avant-Garde (Napoli), Anpar s.r.l.(Ercolano), Avant-Garde 2 (Napoli), Anna Guarsa (Ercolano), Annunziata uomo (Pomigliano), Bianco e blu (Ercolano), «Ego» (Napoli), Coccole e carezze (Ercolano), Ciro abbigliamento (Ercolano), Confezioni vip (Ercolano), Dama sport (Castel Volturno), Eleganza (Ercolano), Erredue donna (Ercolano) Erredue uomo s.a.s (Ercolano), Erredue bambino s.a.s. (Ercolano), Faschion store (Pomigliano), Follie abbigliamento (Napoli), Follie jeans (Napoli), Graffiti (Ercolano), La Botteguccia (Pomigliano), L’Intimo di Palma (Napoli) Mele Domenico (Napoli), New Future s.r.l. (Ercolano) Picone s.a.s. di Picone & c. (Napoli), Picone s.a.s. di Picone & c. (Napoli), Pignatiello kids (Pomigliano), Piper moda (Napoli), Sacco Store (Pomigliano), Select di Cozzolino Francesco (Ercolano), Stop (Napoli), Teen-ager (Ercolano), Utopia (Napoli), Violetti Ilaria (Pomigliano).

Agenzie di viaggio
Ideal travel s.n.c.(Napoli), Marytour s.a.s (Napoli), Raimondo viaggi (Castel Volturno), Viaggi insoliti per conoscere il mondo (Napoli, via Ponte di Tappia), Viaggi insoliti per conoscere il mondo (Napoli, via Monte S. Michele), Viaggi insoliti per conoscere il mondo (Casagiove).

Alberghi, B&B
Bed e breakfast Portanova (Napoli), B&B Le Terrazze di Neapolis (Napoli), Belle Arti Resort (Napoli), Hotel Neapolis (Napoli), Quinson Cafè Bed & Breakfast (Somma Vesuviana).

Alimentari, enoteche, panifici, macellerie,pescherie
Alimentari Ferrara (Napoli), Alimentari G.M. (Napoli), Alimentari Ia. Car. «E Guagliune» s.a.s. (Pomigliano), Alimentari Iacomino (Ercolano), Alimentari Russo Gabriele (Napoli), Alimentari Sisa (Napoli), Alimentari Si.Sa. (Napoli), A.R. Russo M & C s.a.s. (Napoli), Bottega dei sapori e dei saperi della legalità (Napoli), Casa del pane di Ciriello Sofia (Ercolano), Caseificio «Ponte a mare» (Castel Volturno), Dolci capricci (Napoli), Enoteca Vineapolis di Esposito Salvatore (Napoli), Fantasia di bufola di Nocerina Carolina (Ercolano), Fratelli Varriale (Napoli), Fruttivendolo alla primavera (Napoli), Genepesca sottozero (Pomiglianio), Ia.Car. «E Guagliune» s.a.s )Pomigliano), Ice fish s.n.c. (Napoli),Ice Fish s.r.l. (Napoli) Ice Fish s.n.c. (Napoli, via Trencia), Ice Fish (Napoli, via Dalì), I grandi sapori (Ercolano), Il mondo dei surgelati (Ercolano), Imes Salumi Sas (Portici), Ittica dell’Ovo s.a.s.(Napoli), La nuova sosta s.a.s. (Pomigliano), Macelleria «Centro carni Sara» (Napoli), Macelleria Liberti G. (Ercolano), Macelleria Lubrano (Napoli), Macelleria Pignasecca (Napoli), Macelleria «Paola e Franco» s.a.s. (Napoli), Market Italia (Ercolano), Minimarcket di Mautone Adelaide (Ercolano), Minimarcket di Escalona Monica (Napoli). Minimarket Margherita Conad Mangiapia (Napoli), Panificio Caputo (Napoli), Panificio «Doppio Zero» (Castel Volturno), «Più fresco del fresco» (pomigliano), rambeer (napoli), supermercato Crai (Santa Anastasia), Supermercato Conad (Napoli), Supermercati F.lli Iasevoli s.a.s. (Pomigliano), Supermercati Sisa (San Sebastiano al Vesuvio), Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via S. Martino) Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via Calante), Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via Buon Giovanni), Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via Don Morosino), Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via Calante), Supermercati Sisa (San Giorgio a Cremano, via Picenna).

Antiquari
Gran mercato antiquario (Napoli).

Arredamento, mobili, design, artigiani
Aca-San (Ercolano), Materassi Russo s.r.l. (Santa Maria C.V.).

Assicurazioni Allianz S.p.a (Pomigliano), Assi progetto s.n.c. (Pomigliano).

Auto, moto, autofficina, autocarrozzeria e accessori
Filcars s.a.s. (Ercolano), Me.fi. s.a.s (Napoli), Visco Gennaro (Napoli). Ristaldi di Napolitano F.sco (Napoli) Wuà Motors s.a.s (Ercolano).

Bar , pasticceria, gelaterie , caffetterie, caffe' letterari, pub, discoteche
Bambusa pub s.r.l. (Castel Volturno). Bar, Tabacchi Arcobaleno (Marigliano), Bar & friends (Pomigliano), Bar del Pino (Napoli), Bar Nunzia (Ercolano), Bar, pasticceria D’Orsi (Napoli), Bar San Domingo (Napoli), Bar S. Pedro (Pomigliano), Bar Seccia (Napoli), Caffè Diaz (Napoli), Caffetteria Accardo (Ercolano), Caffetteria Alba (Ercolano), Caffetteria Vicky (Pomigliano), Crazy korse (Castel Volturno), Giemmevi s.a.s. (Ercolano), Dragonfly Pub (Napoli), History Bar Vesevo (Ercolano), Labyrinth s.r.l. (Pomigliano), La Bavarese (Napoli), Pasticceria Generoso (Ercolano).

Calzature, pelletteria, accessori

Alessia Bags (Ercolano), Braian & C. (Napoli), Calzature Queen's dragon (Napoli,via Cervantes), Calzature queen's dragon (Napoli, via San Giacomo), Calzature Sannino (Ercolano), Diego’s shoes - Diego’s junior (Ercolano), Due Passi s.a.s. (Pomigliano), Due Passi s.a.s. (Volla), Due Passi s.a.s. (Napoli), Fergi (Ercolano), Giglio Rosso s.n.c. (Napoli), Graffiti (Ercolano).

Cartoleria

F.lli Amodio Cartoleria s.n.c. (Napoli).

Coop sociali assistenza

Cooperativa Sociale figli in famiglia onlus (Napoli), Cooperativa sociale Xenia (Napoli), Irene «95» Cooperativa di solidarieta' sociale a.r.i. - onlus (Marigliano).

Farmacie, parafarmacie, erboristerie
Baby smiles D.M. Group sas (Napoli, via Empedocle), Baby smiles D.M. Group sas(Napoli via Dalì), Euro farm (Trentola Ducenta), Farmacia Ciro Rosario Cantone (Pozzuoli), Farmacia Buonaiuto (Napoli), Uditok s.a.s. (Napoli).

Ferramenta, colori, materiali elettrici e idraulici
Colorifici Barone (Trentola Ducenta), Andrisani Carmine (Pomigliano), Fer. Gar s.a.s. (Napoli), General Sell Paint s.r.l. (Casandrino), I Parenti s.a.s. (San Marcellino), Master (Castel Volturno) Kromax s.r.l. (Casavatore), Porsenna Mario (Ercolano), Tutti i colori s.a.s. (Napoli), V.X.A. Srl (Nola), G.A. Ricambi & Vernici Srl (Portici) V.X.A. Two (Castello di Cisterna).

Fotografia
Fotottica immagini (Ercolano).

(continua)
Lunedì 29 Agosto 2011 - 10:23    Ultimo aggiornamento: 10:26


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Il misterioso tesoretto dell'assessore di Sesto

La Stampa


Guadagnava 26 mila euro l'anno: ne ha spesi 320 mila in un solo mese



GIOVANNA TRINCHELLA
MILANO

Come guadagnare 26.721 euro all’anno e spendere in un solo mese, l’ottobre del 2008, 320 mila euro? Facendo l’assessore tangentista. Il giudice per le indagini preliminari di Monza Anna Magelli fa i conti in tasca a Pasqualino Di Leva, ex responsabile dell’Edilizia privata del Comune di Sesto San Giovanni, per confortare le dichiarazioni accusatorie, non sempre riscontrabili, di Piero Di Caterina, titolare della impresa di trasporti Caronte srl e il costruttore Giuseppe Pasini. Pur aggiungendo ai guadagni il reddito della moglie, poco più di 20 mila euro, i soldi sono troppi. Nel solo mese di ottobre 2008 Di Leva, acquista un appartamento dalla suocera per 70 mila euro e bonifica 250 mila euro al genero. E in effetti le spese oltreportafoglio sono spiegate dal planare sui suoi conti da marzo a dicembre di quell’anno di 415 mila euro «che non trovano riscontri in altri negozi giuridici – spiega il giudice nell’ordine di arresto – in grado di giustificare la provenienza di tale denaro...».

Una spiegazione plausibile almeno per i pm di Monza Franca Macchia e Walter Mapelli la forniscono i due imprenditori a verbale. Una volta che Filippo Penati aveva lasciato la poltrona di sindaco di Sesto San Giovanni «cercai di aprire un colloquio con il neo assessore Di Leva – racconta Di Caterina agli inquirenti nel giugno 2010 -. Di Leva mi disse apertamente che avremmo fatto insieme buoni affari...». La prima indicazione fu quella di affidare i lavori all’architetto Marco Magni, arrestato giovedì insieme all’assessore, inventore degli ormai famigerati «oneri conglobati», tangenti mascherate da spese nei progetti che il professionista firmava e che movimentava attraverso due società, la svizzera Getraco e l’inglese Shorelake.

Di Caterina, che aveva in ballo ben quattro progetti, assiste anche all’acquisto di due auto, che avranno targa conseguenziale, che l'architetto pagherà in contanti e tramite assegno: due Toyota Corolla di cui una intestata direttamente all’assessore. Era l’agosto del 2006 e l’architetto «si doveva preoccupare anche dell’assunzione della figlia di Di Leva, Tania, che risolse assumendola...». Di Leva ha un ruolo importante anche nel fare «incontrare» Di Caterina con due imprenditori di fama: Luigi Zunino, all’epoca azionista principale di Risanamento, e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche finito nei guai per la vicenda Montecity-Santa Giulia. Un rapporto da crearsi «... nell’ottica di condizioni vantaggiose per le mie aziende e poi ho scoperto anche per questi politici (tra cui anche l’ex sindaco di Sesto Giorgio Oldrini, ndr)».

A Di Caterina viene fatto chiaramente capire che «l’unico modo per essere introdotto nell’affare dello sviluppo immobiliare di riconversione delle aree ex Falck di Sesto San Giovanni era quello di allacciare rapporti con loro». Ed è storia che la volumetria di quella per costruire è raddoppiata da 650 mila a un milione e 300 mila metri quadrati: per l’accusa con il pagamento di un milione e mezzo di euro all’assessore. Anche Pasini racconta di versamenti, almeno 140 mila euro, tra il 2004 e il 2008 per ottenere rilascio di licenze edilizie per la costruzione di edifici: «...quando veniva rilasciata una licenza Di Leva mi chiamava e mi diceva che la licenza ovvero qualche altro atto a me favorevole era stato approvato e mi invitava ad andare a bere un caffè. Io capivo che avrei dovuto portare qualcosa e preparavo una busta dei contanti che gli consegnavo in Comune». Oggi Di Leva e Magni potranno se vorranno spiegare al gip nell’interrogatorio di garanzia se oneri conglobati, caffè e redditi non furono corruzione.




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Quelle ricchezze sospette che sanno di tangenti

di

Milano

Un piccolo assessore di un piccolo comune con un piccolo assegno mensile. Eppure, munifico. I conti in tasca a Pasqualino Di Leva, titolare all’Urbanistica di Sesto San Giovanni, li hanno fatti i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Milano. Reddito annuo, 26mila e 721 euro. Eppure, solo nell’ottobre del 2008, il politico spende 320mila euro: 70mila per l’acquisto di un appartamento, e 250mila bonificati al genero. Il suo conto corrente, poi, si gonfia settimana dopo settimana.

Da marzo a dicembre dello stesso anno, infatti, gli vengono versati 450mila euro che - scrivono gli investigatori - «non trovano riscontro in altri negozi giuridici in grado di giustificare la provenienza di tale denaro, né in trasferimenti intergenerazionali di ricchezza». Insomma, non è lo zio d’America a fare ricco Di Leva. Chi, allora, gli riempie il portafogli? Secondo la Procura di Monza, sono gli imprenditori a cui avrebbe chiesto tangenti. E Di Leva, in carcere da giovedì scorso, dovrà ora spiegarlo al gip Anna Magelli.

Iniziano oggi, infatti, gli interrogatori di garanzia. Di Leva - e con lui l’architetto Marco Magni - verranno sentiti dal giudice nel carcere di Monza. Sono gli unici due a essere stati arrestati dopo la richiesta dei pm Walter Mapelli e Franca Macchia. Per Filippo Penati e il suo ex braccio destro Giordano Vimercati, invece, Magelli ha usato la mano morbida, riformulando il reato di concussione in corruzione, e garantendo a entrambi la prescrizione dei reati.

Per Penati e Vimercati, su cui comunque pende un ricorso della Procura al Riesame, niente detenzione né interrogatori, anche se l’ex sindaco di Sesto e braccio destro di Bersani - nelle scorse settimane - aveva provato a farsi sentire dai pubblici ministeri. Trovando però porte chiuse. I pm, infatti, hanno scelto di aspettare, prima del faccia a faccia più importante. Prova, questa, che si stiano cercando nuovi elementi per cementare l’accusa nei confronti del politico Pd.

Oggi, quindi, Di Leva dovrà spiegare la natura - e la destinazione finale - di quel milione e mezzo di euro versato dall’Immobiliare Cascina Rubina (facente capo all’immobiliarista Luigi Zunino, che presto sarà sentito dai pm) per l’aumento delle volumetrie edificabili dell’ex Falck (acquisita dal gruppo Risanamento nel 2005) e arrivato nelle tasche dell’assessore dopo una serie di operazioni fittizie realizzate fra il 2006 e il 2007 tra società di Zunino, Di Caterina e lo stesso Di Leva.

Ancora, all’ex assessore e a Magni verrà chiesto di dare conto del denaro proveniente dalle società del costruttore Giuseppe Pasini, e che sarebbe stato corrisposto in cambio di concessioni edilizie sui terreni dell’ex Ercole Marelli. Tangenti, secondo l’accusa. Perché, come spiega Di Caterina nell’interrogatorio del giugno 2010, «dopo che Penati finì il mandato di sindaco a Sesto (...) cercai di aprire un colloquio con il neo assessore Di Leva. Di Leva mi disse apertamente che avremmo fatto insieme dei buoni affari, e di sostituire i miei architetti con Magni».



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La valanga Penati travolge il partito E il Pd rispolvera il tribunale speciale

di


La commissione di garanzia del Partito democratico pronta a a sacrificare l'ex sindaco di Sesto San Giovanni. Per continuare a credersi moralmente superiori. E la storia si ripete: con Tangentopoli era toccatto al "compagno G" Greganti.



Ora diranno che è soltanto un’anomalia, una carta sporca, la mela marcia nel giardino dell’Eden. Il passato è tutto da riscrivere, e in fretta. Altrimenti la storia, quella perfetta e pulita, non torna più. L’immacolata concezio­ne del Pd, nato senza peccato origi­nale. Altrimenti gli tocca dare ragio­ne a Feltri, quando scrive di «diversa­mente ladri». E poi partono querele e class action di tutti gli iscritti al par­tito.


No. Il compagno Penati va mar­chiato e cosparso di pece per salvare la leggenda della superiorità morale degli eredi di Berlinguer. Colpirne uno per salvarne mille. E così sia. Ritoccare la storia.Filippo Pena­ti non è più l’uomo di fiducia, il sin­daco di Sesto San Giovanni, ban­diera rossa d’Italia, uomo concre­to, uomo delle Coop, che sa dove sta il sugo del sale e non si perde in sofismi alla Cacciari, uno su cui si può contare perché conosce la po­­litica e il suo mestiere, dove capita qualche volta anche di sporcarsi le mani, quando si governa un co­mune o una provincia si incontra tanta gente e qualche compro­messo prima o poi ti arriva in ta­sca.

Questo pensavano di lui i suoi capi, i dirigenti di partito, con affet­to, perché Penati era uno su cui si poteva contare, uno tranquillo, uno che lavorava, uno che merita­va una carriera buona, anche sen­za esagerare. Adesso Filippo Pena­ti va processato (non in tribuna­le), degradato pubblicamente e che il suo nome pian piano venga dimenticato, per non scuotere la coscienza di chi un giorno lo chia­mava amico. Per fare tutto questo serve un tri­bunale speciale, di probiviri, di an­ziani signori che giudicano non i fatti ma la morale, e di questi tem­pi con i casi Tedesco, Morichini, Vincenzi e Pronzato ancora in bal­lo, e tutti i tranelli e gli appetiti del­la p­ubblica amministrazione ten­tatrice, serve qualcuno che assu­ma su di sé tutti i peccati.


Serve un capro espiatorio. Tocca a Penati. Come ai tempi di Tangentopoli toccò a Primo Greganti, il silenzio­so compagno G. È necessario pro­teggere la rete dalla cellula infetta. A questo serve la commissione di garanzia che giudicherà l’anoma­lia. Penati è stato già condannato. La morale è meno garantista della legge. Il gip di Monza gli ha conte­stato la corruzione semplice. Il re­ato, se esiste, è prescritto. Penati quindi è salvo. È andata peggio a un suo assessore, i suoi «peccati» non sono ancora scaduti. Ma l’as­sessore è un pesce piccolo. Non va né salvato né sommerso.

Quella di Penati è un’altra sto­ria. Fa notizia. Fa da esempio. È per questo che il suo partito deve marchiarlo come «mela marcia». Bersani a malincuore non può sal­varlo. È un suo uomo, ma va sacrifi­cato. E ogni giorno c’è qualcuno del suo partito che frusta pubblica­mente il malcapitato. È toccato al­la Bindi, a Fioroni e a tanti altri. L’ultimo è Enrico Letta sul pulpito del Tg3 :«Non c’è dubbio che Pena­ti­ debba rinunciare alla prescrizio­ne. Non c’è dubbio anche che il la­voro della commissione di garan­zia dirà cose che poi dovranno es­­sere accettate. Questa è la differen­za tra noi e l’atteggiamento di al­tri.


Da noi chi è toccato da questi fatti si deve dimettere e si deve far processare, altri diventano mini­stri. Non ci può essere alcuna mac­chia in questa storia». Letta non si rende conto di quel­lo che dice e svela. Penati non va condannato dal partito perché corrotto. Penati deve diventare un esempio di giustizia da sbatte­re in faccia agli altri, a quelli del Pdl. La condanna è strumentale. È di facciata. È per marcare la diffe­renza con i propri avversari politi­ci. Loro ladri, noi giustizieri dei no­stri ladri. Non deve esserci nessu­na macchia. Ecco l’ipocrisia di Let­ta. I probiviri condanneranno Pe­nati non per il fatto, non per quel­lo che avrebbe commesso, ma per salvare l’apparenza.

Come in quella vecchia pubblicità con pro­tagonista Agassi: «Image is eve­rything ».L’immagine è tutto.L’ap­parenza è tutto. È questo il guaio dei tribunali morali. Condannano i simboli, ma non vanno mai a fondo delle questioni. Le domande che do­vrebbe farsi la commissione di ga­ranzia sono altre: a chi andavano le tangenti Falck? Il partito sape­va, ha chiuso un occhio, non si è ac­corto di nulla? Con quale presun­zione morale ci definiamo il parti­to degli onesti? Conosciamo dav­vero come i nostri uomini ammini­strano gli enti locali?

Il presidente dei probiviri Luigi Berlinguer invece ha già risposto. Non ha dubbi. «La corruzione non deve minimamente sfiorare il Pd. Noi dobbiamo essere più ri­gorosi della moglie di Cesare». Ed è questo il problema. Cesare quel­la volta fu un simbolo di ipocrisia. Non amava Pompea. Non era cer­to geloso delle attenzioni del suo alleato Clodio verso una moglie che non vedeva l’ora di ripudiare. Forse Pompea aveva solo civetta­to. L’inguaribile bastardo era Clo­dio. È lui che si nascose vestito da donna durante le celebrazioni, esclusivamente femminili, della Dea Bona. Era lui il sacrilego. Ma Cesare lo difese in processo. E con­dannò Pompea. «La moglie di Ce­sare è al di sopra di ogni sospetto ». Image is everything. L’apparenza è tutto. Con buona pace dei mora­­listi del Pd.



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La casta del sindacato Ecco chi sono i furbetti con la doppia pensione

di

I due ex segretari Cisl Franco Marini e Sergio D'Antoni incassano 14mila euro al mese come parlamentari. Ma si sono procurati altri due ricchi assegni mensili



Cerco studente che sia andato a le­zione da Sergio D'Antoni. Giuro: lo voglio trovare. Qualcuno me lo segna­­li, mi faccia scrivere o telefonare: vo­glio avere la prova che l'ex sindacali­sta della Cisl ha avuto una grande car­riera da professore, come la sua pen­sione lascia intendere. Eh sì: perché da quando ho scoperto che D'Antoni riceve dall'Inpdap un assegno mensi­le di 5233 euro netti (netti!) al mese (103.148 euro lordi l'anno) come ex docente universitario non mi do pace: voglio parlare con qualcuno che sia andato a lezio­ne da lui. Qualcuno che si sia ab­beverato alle fonti di così costoso sapere. Se entro una settimana non lo trovo, sarò costretto a un gesto malsano: mi rivolgerò a «Chi l'ha visto?» e lancerò un ap­pello in Tv.
Guardando ieri la prima pagi­na del Giornale sui sindacalisti che diventano ricchi organizzan­do gli scioperi ho fatto un salto sulla sedia: alcune persone cita­te, infatti, non solo ricevono il già abbondante stipendio parlamen­tare ma ad esso uniscono una pensione maturata grazie alla mi­tica legge Mosca, quella che ha consentito a 40mila persone fra sindacalisti e dirigenti di partito di vedersi riconoscere con un col­po di bacchetta magica contribu­ti di fatto mai versati. Privilegio su privilegio: lo vedete che a orga­n­izzare scioperi conviene davve­ro? I lavoratori no, loro ci perdo­no soldi e, in casi come questi, an­che la faccia. I loro capi, invece, ci guadagnano. In carriera. In bene­fit assortiti. E, di conseguenza, in conto in banca.
Prendete Franco Marini, l'ex presidente del Senato, una vita da democristiano, sempre lì a pe­dalare fra un vino d'Abruzzo e una dichiarazione in Tv. Ebbene a voi, leggendo il Giornale di ieri, sarà sembrato esagerato il com­penso mensile che si è assicurato difendendo gli operai: 14.557 eu­ro, che corrisponde per l'appun­to all'indennità da senatore. Ma per la verità non è quello il solo de­naro che riceve dalle casse pub­bliche: infatti egli percepisce an­che una pensione Inps di circa 2500 euro al mese, che gli piove in tasca dal 1991, cioè da quando aveva 57 anni. Merito della legge Mosca, che evidentemente se ne è sempre impipata dell'allunga­mento dell'età lavorativa chiesto ai cittadini comuni...


Fra l'altro, visto che si parla di di­fensori del popolo, ci sia permes­so di ricordare che della legge Mo­sca beneficia anche il compagno Cossutta: la incassa dal 1980, cioè da quando aveva 54 anni (avete presente il 1980? Tanto per dire: in Urss c'era ancora Breznev, a Sanremo Bobby Solo cantava «Ge­losia » e il capitano del Milan era Aldo Maldera...). Dal 2008, poi il compagno Cossutta ha unito alla pensione Inps maturata grazie al­la legge Mosca anche il vitalizio parlamentare (9604 euro al me­se). E per non farsi mancare nulla al momento dell'uscita dal Parla­mento s'è assicurato anche la li­quidazione- monstre di 345mila euro, tutti in una volta. Un vero re­cord. Dimenticavo: la liquidazio­ne d­ei parlamentari viene chiama­ta tecnicamente «assegno di rein­serimento » o «assegno di solida­rietà». E,a differenza delle liquida­zioni dei normali lavoratori, è esentasse. Si capisce, con la solida­rietà bisogna essere generosi...
345mila euro di liquidazione. La pensioncina Inps grazie alla legge mosca e 9604 euro come vita­­lizio parlamentare: lo vedete? Pro­clamarsi paladini degli operai conviene. Salire sulle barricate de­gli scioperi è un affare. Infatti non c'è niente che renda in Italia come l'attività sindacale: fra Caaf, patro­nati, corsi di aggiornamento pro­fessionale, trattenute e balzelli va­ri Cgil, Cisl e Uil gestiscono ogni anno un patrimonio gigantesco, che fra l'altro viene amministrato con le stesse regole della cassa del coro alpino di Montecucco o della bocciofila di Pizzighettone. Non esistono bilanci consolidati, non esistono organi di controllo. E per di più c'è la possibilità, gestendo quel tesoro, di diventare in un amen parlamentari, europarla­mentari o mal che vada presidenti della Regione Lazio... Non male, no?
A conti fatti organizzare sciope­ri è come fare bingo. Alle spalle dei lavoratori. In effetti: alla ricchezza dei sindacati (l'ultimo vero organi­smo della Prima Repubblica) si unisce la ricchezza dei sindacali­sti. Che, come si è detto, riescono ad accumulare prebende, inden­nità, stipendi, pensioni e benefici di varia entità. Come quelli che ab­biamo citato qui, a cominciare na­turalmente dall'uomo che amava la Jacuzzi e i vestiti di Brioni, il sin­dacalista Sergio D'Antoni.

Lui, in­fatti, come si è detto oltre all'inden­nità da parlamentare (14.269 eu­ro lordi al mese) incassa la pensio­ne Indpad da ex professore (5.233 euro netti al mese): ma sapete da quando la incassa quest'ultima? Da quando aveva 55 anni. E sape­te perché quella pensione è così al­ta? Perché, grazie al meraviglioso meccanismo dei contributi figura­tivi, a 55 anni risultava pensionabi­le con 40 anni di anzianità. Tutto regolare, tutto a norma di legge. Si capisce. Ma a me resta il dubbio: l'ex sindacalista Cisl, non solo è stato un grande docente, come di­mostra la sua pensione d'oro. È stato anche un docente molto pre­coce. A 15 anni già saliva in catte­dra e insegnava. E allora è possibi­le c­he io non riesca a trovare nean­che uno che è andato a lezione da lui?



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Guida senza patente e assicurazione i carabinieri la fermano e scatta la rissa

Il Mattino



Lunedì 29 Agosto 2011 - 09:41    Ultimo aggiornamento: 09:53




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Pericolo pharmageddon negli Usa Quando i farmaci uccidono

Corriere della sera

Abusi soprattutto da parte dei teenager




E' la Pharmageddon

MILANO - Si potrebbe definire Pharmageddon. Ed è il nuovo fenomeno negativo che sta allertando gli Stati Uniti. «I farmaci da prescrizione stanno uccidendo la gioventù americana», avvertono gli specialisti. E la Casa Bianca si è attivata commissionando uno studio che conclude parlando di «epidemia di decessi da farmaci da prescrizione». Sarah Shay e Kissick Savannah, di Morehead, nel Kentucky, migliori amiche fin dal liceo, sono entrambe vittime di Pharmageddon.

LE VITTIME - Sarah è morta nel 2006 alla giovane età di 19 anni, Savannah appena tre anni più tardi, a 22. Due storie emblematiche scelte in un articolo su NaturalNews pubblicato lo scorso 19 luglio, ripreso dal Comitato dei cittadini per i diritti umani (Ccdu). «Nessun genitore vuole perdere un bambino, ma quando uno muore a causa di qualcosa che dovrebbe essere molto prevenibile, la tragedia si aggrava. E questo, sempre più spesso, succede ai nostri giovani con certi medicinali da prescrizione», scrive NaturalNews. Quali sono? Alcuni esempi: xanax, ossicodone, klonopin, hydrocodone. Efficaci antidolorifici, tranquillanti, stimolanti e sedativi. Sempre che non se ne abusi, perché è possibile che da rimedi efficaci si trasformino in droghe da strada, da sballo, con giovani che arrivano perfino al crimine pur di procurarsi la dose comprandola da chi se la può far prescrivere.

LA CASA BIANCA - La preoccupazione della Casa Bianca parte proprio dalla constatazione che è in corso un regolare incremento dell’abuso da parte di adolescenti e giovani adulti di queste sostanze medicinali. Il problema è talmente grave che lo Stato del Kentucky è stato costretto ad istituire dei centri di riabilitazione, dove è in costante crescita il numero di ricoveri di «colpiti dalla Pharmageddon-sindrome». Sale la protesta dei genitori. E si richiamano i medici ad una maggiore attenzione. Anche perché alcuni esperti ritengono che la prescrivibilità concede a questi farmaci una sorta di legittimità.

LO STUDIO - E’ quanto sottolinea uno studio dal titolo: «Gli anni dell’adolescenza e i farmaci da prescrizione». Ecco un passaggio delle conclusioni: «L’abuso intenzionale dei farmaci da prescrizione, come antidolorifici, tranquillanti, stimolanti e sedativi, per ottenere uno sballo, è fonte di una preoccupazione crescente. Soprattutto tra i giovani di età tra i 12 e i 17 anni sono diventati la seconda sostanza illegale più abusata, appena dopo la marijuana». E continua: «Ci sono segnali preoccupanti: i ragazzi guardano all’abuso di farmaci da prescrizione come più sicuro di quello delle droghe illegali, e i genitori non sono a conoscenza del problema».
PHARMAGEDDON - I funzionari statali, da parte loro, avvertono anche che Pharmageddon sta riempiendo le carceri. «Credo di poter tranquillamente dire che oltre l’80% dei detenuti nel centro di detenzione regionale di Pike County sono lì per qualcosa che ha a che fare con la loro dipendenza da farmaci da prescrizione», afferma Dan Smoot, direttore del programma anti-droga Unite. Innovativo perché abbina indagini di polizia, trattamento e istruzione. Partendo dalla situazione americana, il «Comitato dei cittadini per i diritti umani onlus» raccomanda anche in Italia di informarsi attentamente, di non accettare facili diagnosi psichiatriche sia per sé stessi che per i propri figli, di richiedere accurate analisi mediche e l’applicazione del consenso informato secondo il Codice di deontologia medica: articoli 33, 34 e 35. Ma in Italia, rispetto agli Stati Uniti, c’è già molta più attenzione e severi limiti di prescrizione.



Mario Pappagallo
29 agosto 2011 08:24



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Pronte le auto senza pilota» Basta ore al volante in autostrada

Il Mattino

Broggi, docente dell'università di Parma: «La tecnologia è pronta, il problema sono gli autisti indisciplinati»


TRIESTE - In questi giorni di rientri e code in autostrada sarebbe bello potersi disinteressare della strada e lasciare che l'auto faccia tutto da sè. Lo scenario non è poi così fascientifico, secondo quanto afferma Alberto Broggi, docente dell'università di Parma, che con le sue auto senza pilota è arrivato addirittura a Shangai. Il problema, ha spiegato l'esperto durante il meeting della Ieee Conference on Automation Science and Engineering che si è appena concluso a Trieste, potrebbe essere più di tipo legale: «La tecnologia per andare su strade tranquille come le autostrade c'è già - spiega l'esperto -, le leggi attuali però non lo permettono. Per quanto riguarda la guida in città ci vorrà più tempo, non saprei dire quanto, forse 10 anni».


La questione non è tanto tecnologica, ma umana: «Il momento più difficile del viaggio a Shangai - ha raccontato Broggi durante la sua lezione - è stato far camminare la nostra auto a Mosca, in una strada dove nessuno rispettava il codice della strada. Bisogna trovare il modo di adattare il comportamento delle auto senza pilota alle caratteristiche dei guidatori che ha intorno, e fargli capire ad esempio che in un dato posto le probabilità che gli oggetti che lo circondano non seguano le regole è più alta. È un problema di software su cui si sta lavorando, ma non è affatto facile». Il viaggio da Parma a Shangai, durato tre mesi e terminato in concomitanza con gli ultimi giorni dell'Expo, è stato fatto con quattro veicoli elettrici che avevano a bordo 7 telecamere e 4 scanner laser gestiti da un computer. Quasi tutta la strada è stata percorsa senza l'intervento umano: «Ci sono ancora problemi in situazione di forte maltempo - spiega Broggi - o se c'è molto traffico, appunto perchè non tutti rispettano le regole. Un'altra difficoltà che abbiamo incontrato è far capire al veicolo che in qualche caso si possono infrangere le regole, ad esempio se un ostacolo impedisce la marcia».

Il sistema su cui stanno lavorando i ricercatori emiliani sta comunque dando già frutti: «A differenza di altri gruppi nel mondo noi stiamo cercando di utilizzare componenti low cost e integrate nell'auto - spiega Broggi - e stiamo avendo ottimi risultati nell'agricoltura, per automatizzare il movimento dei trattori, in miniera, e in generale in tutte le applicazioni in cui il veicolo deve compiere sempre la stessa azione». Alla conferenza sull'automazione, iniziata lo scorso 25 agosto e realizzata in collaborazione con l'università di Trieste, hanno partecipato più di 200 ricercatori e ingegneri da tutto il mondo. Una parte importante è stata dedicata proprio al traffico automobilistico e a come regolarlo: «Abbiamo dimostrato - ha spiegato ad esempio Mariagrazia Dotoli del Politecnico di Bari - che controllando i tempi di ingresso in un'autostrada con dei semafori in grado di variare i tempi a seconda del numero di veicoli entrati è possibile ridurre le congestioni».

Domenica 28 Agosto 2011 - 16:57




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Riappare il padre di Jobs (che abbandonò): "Non voglio soldi, ma chiedergli perdono"

di


John Jandali, che oggi ha 80 anni e dirige un casinò, lasciò il fondatore della Apple ancora bambino e da allora i due uomini non hanno più avuto rapporti. Ma adesso, viste le gravissime condizioni di salute del figlio, il padre vuole un'ultima chance: "Vorrei parlargli prima che sia troppo tardi"



Il padre che abbandonò da bambino Steve Jobs vorrebbe incontrare il genio della Apple prima che «sia troppo tardi». Lo ha confidato in esclusiva al tabloid «The Sun» John Jandali, che oggi ha 80 anni, preoccupato dopo l'annuncio delle dimissioni di Jobs, suo figlio, dalla guida del colosso informatico a causa del tumore che lo sta prosciugando.

Da anni i due uomini non hanno rapporti: «Vivo nella speranza che prima che sia troppo tardi mi cercherà. Anche solo per bere un caffè, farebbe di me un uomo molto felice», ha dichiarato l'ottantenne vice-presidente di un casinò a Reno, in Nevada.

Steve Jobs, 56 anni, è nato nel febbraio 1955 a San Francisco dai genitori biologici John, al tempo studente di origini siriane, e Joanne Schieble, compagna di studi laureata. La coppia era giovane e non sposata e il bimbo fu adottato da Paul e Clara Jobs.

Oggi John spera che il figlio un giorno lo perdoni per averlo abbandonato e gli permetta di fare parte della sua vita: «Se potessi tornare indietro cambierei molte cose. E a maggior ragione negli ultimi anni dopo avere saputo che mio figlio è gravemente malato - ha affermato l'uomo -

può suonare strano, ma non sono preparato, neanche se uno dei due fosse sul letto di morte, ad alzare la cornetta per telefonargli». Il padre biologico vorrebbe che fosse Steve a farlo, perchè il suo «orgoglio siriano» non vuole assolutamente che il figlio pensi che John è interessato alla sua fortuna: «Ho i miei soldi. Ciò che non ho è mio figlio...», ha detto l'uomo, dispiaciuto per il fatto che l'ex ad di Apple abbia mantenuto i contatti con la sorella, Mona, 54 anni (che pure non ha rapporti con il padre), e con la madre Joanne.

John ha scoperto solo cinque anni fa che suo figlio era uno degli uomini più ricchi del mondo. Ha raccontato di non avere potuto impedire l'adozione, perchè il padre della compagna non voleva che si sposassero e lei se ne andò a partorire a San Francisco senza dirgli nulla. Il padre poi morì e loro poterono sposarsi ed ebbero Mona. Ma il matrimonio non durò e oggi John vive in Nevada con la terza moglie: «Vorrei non essere stato l'uomo egoista che sono stato per permettere a entrambi i miei figli di girarmi le spalle e prego perchè non sia troppo tardi per dire a Steve cosa provo», ha concluso con un appello disperato. Forse troppo tardivo.



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Se Disney e Mattel sfruttano il lavoro minorile

Corriere della sera


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I giocattoli vendutissimi della Disney, quelli della Piston Cup con Saetta McQueen, the King and Chick Hicks, sono prodotti in una fabbrica cinese che utilizza lavoro minorile e sfrutta fino allo stremo delle loro forze i lavoratori adulti. L’inchiesta condotta sotto copertura è stata condotta con l’aiuto di Sacom, un gruppo per la difesa dei diritti umani che aveva già svelato gli abusi commessi dalla Apple in Cina. Secondo le accuse alcuni dei 6mila dipendenti devono lavorare 120 ore extra al meseper riuscire a soddisfare la domanda dei negozi occidentali. La fabbrica Sturdy Products ha sede nella città di Shenzhen e confeziona, tra gli altri,  i prodotti della Mattel, la compagnia che il mese scorso ha annunciato profitti per 48 milioni di dollari.  Fra i marchi ci sono anche le Barbie, i giocattoli della Fisher Price, il trenino Thomas e molti altri.
I lavoratori sono stati prima intervistati quando non erano in azienda e poi un investigatore ha passato un mese lavorando nella Sturdy Products per verificare le informazioni ricevute e raccoglierne delle altre.
Tra le accuse raccolte dalla Sacom:  l’utilizzo di minori al di sotto dei 14 anni, l’uso indiscriminato degli straordinari, un ambiente di lavoro malsano dove i dipendenti vengono spesso maltrattati, la mancanza di un’adeguata ventilazione e l’uso di sostanze chimiche velenose.
 L’organizzazione ha messo in guardia i genitori dal comprare i giocattoli prodotti dalla fabbrica: “La Mattel, la Walmart e la Disney dicono sempre di rispettare le leggi locali e i codici di condotta delle loro compagnie ma le violazioni dei diritti umani alla  Sturdy Products provano che le loro dichiarazioni sono solo parole vuote”.
Disney, Walmart e Mattel hanno annunciato un’inchiesta indipendente sulla vicenda. “Appena abbiamo saputo delle accuse ci siamo mossi – ha dichiarato la Walmart in un comunicato – , se sono stati compiuti degli abusi agiremo subito di conseguenza”.



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Svizzera, animalisti sconfitti «Legittimo sparare ai gatti»

Corriere della sera

Erano state raccolte 14 mila firme per bloccare la caccia




MILANO - Lara Croft ci ha provato. Con la sua faccina triste e la zampetta sinistra sollevata da terra ha cercato di convincere gli umani del suo Paese, la Svizzera, a non imbracciare il fucile per sparare a quelle come lei. Niente da fare. È stato un buco nell'acqua. E sì che ne ha raccolte di firme con la sua petizione: in tutto, 13.700.

«Diciamo basta alla caccia dei gatti erranti» c'era scritto in quella benedetta petizione con la sua foto. 13.700 fogli mandati al Bundesrat, il Consiglio federale, perché abolisse - appunto - il permesso di caccia che avviene quasi sempre a fucilate, con il risultato che spesso le pallottole feriscono soltanto e da quel momento in poi i poveri felini si ritrovano a vagare sanguinanti per giorni e giorni. Muoiono sfiniti dal dolore o, se va «bene», restano mutilati. A Lara Croft è andata bene e con il tempo ha imparato a fare a meno della zampa ferita.

Luc Barthassat, deputato del cantone di Ginevra, si è dato un gran daffare per aiutare i ragazzi di Sos Chats che hanno lanciato l'idea della petizione «per fermare questo massacro». Ne ha fatto una campagna sua, l'ha sostenuta nelle sedi pubbliche, ha moltiplicato contatti e firme, «rendiamo possibile la caccia soltanto in caso di allarme sanitario, per esempio un'epidemia di rabbia» ha mediato. Tutto inutile. La risposta del governo (che aveva ricevuto a giugno le firme) è stata «no»: sono i singoli cantoni a decidere delle soppressioni, ha fatto sapere quattro giorni fa il Consiglio federale. E poi, rivelano i siti d'informazione e i giornali elvetici, il Bundesrat ritiene necessario lo «sfoltimento dei gatti randagi» sia perché mettono in pericolo costante uccelli, lepri e rettili, sia perché da «erranti» finiscono con l'accoppiarsi a gatti molto più selvatici di loro minacciando così, con possibili malattie, la sopravvivenza stessa della specie domestica.

Men che meno convince l'ipotesi della sterilizzazione invece dell'abbattimento, un'operazione ritenuta troppo costosa oltre che difficile da realizzare vista la difficoltà di acciuffare i gatti, animali agili e sfuggenti per antonomasia. E allora ecco: la sola via possibile, dicono, è quella che esiste già, cioè la caccia al «gatto domestico inselvatichito» permessa tutto l'anno. Per la verità sono tempi duri anche per altri, stando all'articolo 5 della legge federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi. Si trovano nelle stesse condizioni del felino randagio anche il cane procione, il procione lavatore, la cornacchia nera, la gazza, la ghiandaia e la tortora domestica inselvatichita.
La domanda a questo punto è: come fa un umano armato di fucile e intenzioni anti-gatto a riconoscere il randagio? I microchip con i quali i gatti vengono sempre più spesso registrati all'«anagrafe» felina non sono certo visibili a distanza. E allora? Chi mi dice che sto sparando al gatto «giusto» e non al micio del vicino che si è perduto?

Luc Barthassat ha provato ad argomentare la richiesta della petizione anche con questa obiezione. Tutto respinto. Senza arrendersi, il deputato ha posto un altro problema: la caccia nei centri urbani è di sicuro un pericolo anche per noi umani che rischiamo di essere impallinati. Niente, parole scivolate via come acqua sull'impermeabile. Ci ha provato con l'argomento internazionale: «Nella vicina Francia questa barbarie è stata abolita e ora è vietata» ha insistito il deputato ginevrino. Come prima, obiezione nulla. Un po' come dire: che la Francia faccia come vuole, il governo svizzero non vieterà un bel niente.
Viene da chiedersi: chissà che direbbe Lara Croft se potesse parlare...


Giusi Fasano
29 agosto 2011 08:30



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La scelta francese: tasse sulle bibite

Corriere della sera

Fillon: «Contrastiamo l'obesità». La polemica sull'impatto economico

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE



PARIGI - Bere troppa Coca Cola fa male, ma non è che abusare di Bordeaux, foie gras o patatine fritte faccia bene. Eppure solo le «bevande gassate a zucchero aggiunto» come Fanta, Pepsi, Sprite e l'aranciata nazionale Orangina (gruppo Schweppes) saranno colpite dall'aumento dell'imposizione fiscale annunciato pochi giorni fa dal primo ministro François Fillon, nell'ambito della manovra destinata a ridurre il deficit.

Disperatamente attaccato alla «tripla A» delle agenzie di rating, che ancora tiene la Francia vari gradini sopra Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, il governo di Parigi vuole racimolare 11 miliardi di introiti supplementari nel 2012. Tra le varie misure escogitate: la tassa sui super-ricchi che porterà nelle casse dello Stato 200 milioni, il tradizionale rincaro delle sigarette (600 milioni), quello dei superalcolici (340) rum escluso, mentre 120 milioni arriveranno dall'inedita, per certi aspetti storica, «tassa anti-obesità». Citando le raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il premier Fillon ha difeso «l'aumento del prezzo delle bevande zuccherate il cui consumo incontrollato favorisce l'aumento di peso, in modo da incoraggiare i cittadini a ridurre il loro consumo». Succhi di frutta e altri prodotti con edulcoranti o senza zuccheri aggiunti - come Coca Light o Zero - non verranno toccati, sebbene il dibattito sui rischi dell'aspartame sia tuttora aperto.

Quel che da tempo viene proposto e bocciato negli Stati Uniti (anche per l'opposizione della potente American Beverage Association), è passato a sorpresa in Francia sotto forma di una «fiscalità nutrizionale» che sbandiera i nobili principi della lotta contro l'obesità: «Nel 1997 erano obesi l'8,5 per cento dei francesi - ha spiegato Fillon -, oggi siamo ormai al 15%». E i cittadini sovrappeso sono stimati in circa un terzo del totale.

Tutta colpa della Coca Cola? «Le bevande gassate rappresentano in media il 3,5% dell'apporto calorico quotidiano di un individuo - spiega Tristan Farabet, capo della Coca Cola Entreprise, primo imbottigliatore francese -: non è certo concentrandosi su quel 3,5% che si affronta seriamente la questione dell'eccesso di peso. Le ragioni di salute pubblica semplicemente non reggono». L'opposizione del manager, direttamente chiamato in causa, non sorprende. Ma è comunque difficile trovare voci favorevoli a un inasprimento fiscale che si vuole educativo, ma che influirà mediamente per un centesimo di euro sul costo finale di una lattina: dal potere dissuasivo, quindi, ben limitato.

«Politicamente è una misura comprensibile, le bevande gassate non godono di una buona reputazione e non ci saranno troppe proteste - dice il pediatra nutrizionista Patrick Tounian -, ma dal punto di vista medico questa scelta ha un valore pari a zero. Se domani proibissimo completamente il consumo di Coca Cola o di Orangina, non avremmo un bambino obeso in meno. La maggior parte dei succhi di frutta contengono naturalmente la stessa quantità di zucchero delle bevande gassate, e certe volte di più».
Se dopo decenni di battaglie a colpi di perizie i danni del fumo sono accertati, la nuova crociata contro le bollicine non convince neppure la presidente del Collettivo nazionale che riunisce le associazioni degli obesi, Anne-Sophie Joly: «Se l'obiettivo è combattere l'obesità, la tassa non serve a niente. Porterà un po' di soldi allo Stato, questo sì». Il sospetto è che la misura già sbrigativamente ribattezzata «tassa sulla Coca Cola» faccia affidamento su antichi riflessi anti-americani, sui quali un aumento del vino non avrebbe potuto contare. «Dietro i superalcolici, il tabacco e le lattine ci sono le multinazionali - spiega il deputato Yves Bur (Ump) -, dietro le bottiglie di vino ci sono i viticoltori francesi e dietro il rum (accuratamente escluso dai rincari, ndr ) i produttori di canna da zucchero dei nostri Territori d'oltremare». Più che alla cintura, il governo sembra attento al portafoglio.


Stefano Montefiori
29 agosto 2011 08:13



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