martedì 6 settembre 2011

E' nato Globaleaks.org un nuovo sito per divulgare rivelazioni

La Stampa

Anna Masera



Dopo Openleaks ecco un'altra struttura open source: questa è stata testata da poco da un gruppo di hacker italiani
Un amico hacker mi ha girato una mail che annuncia il rilascio della demo con il prototipo di GlobaLeaks.

Invita tutti a dargli un'occhiata e provarlo con un amministratore di nodo, una fonte riservata e un obiettivo ricevente.

La demo è qui: http://demo.globaleaks.org/

GlobaLeaks si autodefinisce come "la prima struttura aperta ("open source") per la pratica di rivelazioni di notizie e documenti riservati o legali (definita già con Wikileaks "whistleblowing", che in inglese significa letteralmente "usare il fischietto" per attirare l'attenzione del pubblico). La differenza con Wikileaks sta appunto nel suo codice sorgente aperto. Evidentemente è un'alternativa a Openleaks, fondato in Germania da una costola di Wikileaks, che - nonostante il nome fuorviante - non è propriamente "open source".

Chiunque, recita la mail, potrà così mettere in piedi e gestirsi la propria piattaforma di rivelazioni alla Wikileaks. Non solo: offre anche una collezione delle "best practices" per chi voglia ricevere o sottoporre documenti nel modo migliore collaudato. GlobaLeaks punta a funzionare in tutti gli ambienti: media, attivismo, aziende, enti pubblici.

Per saperne di più: http://www.globaleaks.org/news/

GlobaLeaks è stato testato "da oltre 50 hacker veneziani ubriachi", annuncia con tono divertito la mail, e include il link a una presentazione che è stata data all'hacker camp italiano ESC: http://www.slideshare.net/globaleaks/globaleaks-live-launch-venice-2011

Ma il progetto è internazionale, perchè il team è composto da persone provenienti nono solo dall'Italia, ma anche dall'Egitto, Germania, Stati Uniti, Francia e Taiwan.

Per chi volesse unirsi all'esperimento, l'appuntamento online è qui:
http://www.launchpad.net/globaleaks/




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La Stazione spaziale internazionale rimane senza cosmoinquilini

di

La Iss, chiude i battenti: troppo costosa e troppi incidenti



Avviso per chi cerca casa: ce n'è una lunga 108 metri e larga 88 che sarà presto disponibile. L'immobile presenta però due piccoli inconvenienti: è senza ascensore (per raggiungerla è necessario prendere un razzo) e si trova un po' in periferia (esattamente a 400 km dalla superficie terrestre). Un'abitazione veramente «spaziale», più trendy di un loft newyokese. Stiamo parlando infatti della Stazione spaziale internazionale (Iss) che - a causa dei costi galattici - potrebbe presto essere abbandonata dai suoi tradizionali cosmoinquilini, trasformandosi nel più costoso rudere orbitante nella storia della Nasa (principale locatore, nonché locatario, della Iss). 

Lo sappiamo: la cosa è serissima, ma buttarla sul ridere è l'unica possibilità per non impazzire di rabbia. La Iss, inaugurata alla fine degli anni '90, ha infatti divorato in tutti questi anni una tale mole di finanziamenti in grado di «industrializzare» l'intero Terzo Mondo. Miliardi e miliardi di dollari (e di euro) che hanno portato a discutibilissimi risultati scientifici, funzionali più che altro a operazioni di immagine e propaganda politica.
La suggestione delle immagini di astronauti russi e americani che si stringono la mano incontrandosi nella simbolica casa della «Pax Universale» hanno fatto da scenografia idilliaca ai word games dei grandi della Terra. Sul nostro pianeta infuriavano le guerre, ma lassù, nei corridoi della Iss, esplodevano solo baci e abbracci. Finché ci sono stati i soldi per alimentare lo show della fratellazza internazionale, tutto è andato per il meglio; ma ora, in tempi di crisi globale, reggere il gioco è diventato impossibile. I russi hanno da tempo smesso di pagare l'affitto» della Iss, mentre Obama si è stufato di avere sul groppone tutte le spese ordinarie e straodinarie della casa orbitante extra lusso (ed extraterrestre).
L'ultima navicella Usa è andata in pensione a luglio. In altrenativa restano le Soyuz, ma la Russia ha bloccato i voli dopo l'esplosione in volo (il 24 agosto scorso) del razzo che avrebbe dovuto portare nella stiva della Iss una super fornitura di dettare alimentari per gli astronauti e pezzi di ricambio per la manutenzione della Stazione spaziale.

Risultato: la Iss potrebbe trasformarsi in un vascello fantasma senza più astro-pirati a bordo; e, in queste condizioni, c'è chi giura che la base potrebbe anche precipitare sulla Terra. Come dire, dalle stelle alle stalle.





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Milano, un insegnante palpeggia quattro alunne I giudici: non è violenza sessuale, solo molestie

di

Un insegnante di musica di un istituto tecnico di Milano è stato condannato a un anno per molestie. L'accusa aveva richiesto una pena di 5 anni per violenza sessuale. L'uomo avrebbe palpeggiato 4 alunne tra i 15 e i 16 anni e fatto apprezzamenti osé


Milano - Condannato per molestie, ma non per violenza sessuale. Un insegnante di musica di un istituto tecnico di Milano, accusato di aver palpeggiato quattro alunne, tra i 15 e i 16 anni, è stato condannato a un anno per molestie dai giudici della sesta sezione penale di Milano, che hanno fatto "cadere" l’accusa di violenza sessuale contestata dal pm, che aveva chiesto per lui 5 anni di reclusione. I giudici spiegano nelle motivazioni della sentenza che "i toccamenti" del professore "appaiono scarsamente caratterizzanti in termini di abuso sessuale in sè considerati, cioè se astratti dal rapporto insegnante-alunno all’interno delle ore di lezione".

Palpeggiamenti e apprezzamenti volgari Stando alle indagini del pm di Milano Giovanni Polizzi, il professore, un quarantenne precario trasferitosi dalla Sicilia, avrebbe non solo palpeggiato le alunne ripetutamente, ma le avrebbe anche importunate con apprezzamenti "espliciti e volgari" sul loro fisico. Secondo l’accusa, durante l’anno scolastico 2008-2009 il prof avrebbe toccato e accarezzato le allieve, anche sul sedere. Le molestie sarebbero avvenute, in particolare, sulle scale della scuola, quando la classe, tutta femminile eccetto un solo maschio, si trasferiva da un’aula all’altra per le lezioni. Inoltre, sempre secondo l’accusa, con la scusa di voler appurare come riuscivano a danzare tenendo il ritmo della musica, il professore avrebbe costretto le quattro adolescenti a ballare in classe facendo apprezzamenti.
Pm aveva chiesto 5 anni Le studentesse si erano rivolte alla psicologa della scuola, turbate da quel che avevano subito e stavano ancora subendo e poi la preside dell’istituto aveva segnalato i fatti alla Procura. I giudici scrivono che "il comportamento dell’imputato, certamente integrante un "corteggiamento invasivo", non abbia superato la soglia del tentativo del reato contestato" e hanno ritenuto provato il reato di molestie e non quello di violenza sessuale. L’uomo si è sempre difeso sostenendo che il suo era un comportamento bonario e che nei suoi gesti non c’è stata alcuna malizia. Il pm ha impugnato la decisione davanti alla Corte d’Appello. Cinque anni di reclusione, per violenza sessuale. A tanto la procura aveva chiesto di condannare il maestro, ma alla fine i giudici gli hanno inflitto un anno per molestie.



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Pranzo con sorpresa per una coppia francese Nella carne di una salsiccia c'è un dente umano

di

Choc per una coppia di pensionati francesi. Nella salsiccia che stavano mangiando per pranzo c'era un dente umano. Nella parte occidentale della Francia è già il secondo caso simile nel giro di un mese



Nantes - Nella salsiccia c'è un dente umano. Come nel peggiore incubo alimentare, una coppia di anziani di Nantes trova nella carne che sta mangiando un dente, completo del perno di fissaggio. Desta qualche preoccupazione la scoperta, soprattutto perché è già la seconda a verificarsi nel giro di poco tempo sul territorio francese.
Una brutta sorpresa dunque per i due coniugi, i signori Dosset, residenti nel paese di Guerande. "E' stata mia moglie a mettere in bocca il pezzo di carne" - ha dichiarato il signor Jean-Paul Dosset alla stampa - "E dente a parte la salsiccia era anche molto buona. Ci è quasi dispiaciuto dovercene disfare, ma dopo la macabra scoperta la cosa migliore era dare il resto della carne ai gatti, per evitare altre spiacevoli sorprese".
L'uomo, un gendarme 61enne ormai in pensione, ha pensato di coinvolgere la stampa riguardo a quanto accaduto, memore di un episodio simile, avvenuto in agosto ad Angers, protagonista un hamburger. "Denunciare la società? Non ci abbiamo pensato. Ci limiteremo a rimandare indietro una busta con il numero di serie del prodotto, in modo che possano fare i controlli del caso." E il dente? La coppia ha deciso di tenerlo, come ricordo...




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Qualche richiesta fasulla... e i video di Justin Bieber scompaiono da YouTube

La Stanpa


Il meccanismo di rimozione contenuti dal sito si rivolta contro le major. E un utente riesce a far cancellare per alcune ore i video della giovane popstar, di Lady Gaga e di altri artisti.

Nei giorni scorsi, alcuni artisti su YouTube sono stati vittima di un attacco decisamente inedito. Un utente, nascosto dietro al nickname iLCreation, ha segnalato come violazioni di copyright decine di video sui rispettivi e legittimi canali da Justin Bieber, Lady Gaga, Rihanna e altre popstar. E YouTube, ubbidiente, li ha bloccati. Per un paio d’ore, la superhit Baby e tutti gli altri video di Justin Bieber sono rimasti inaccessibili.  

Alla fine, la giustizia ha trionfato. I video di Bieber e Gaga sono tornati online e il canale del cattivo iLCreation è stato chiuso “a causa di ripetute e gravi violazioni dei nostri termini di servizio”. Ma il sassolino gettato nel meccanismo ha messo in mostra alcune significative debolezze e contraddizioni del sistema adottato da YouTube per limitare le violazioni del diritto d’autore.

Se aprite un video qualsiasi su YouTube, sotto il riquadro trovate una bandierina. Cliccando su quella, potete segnalarlo come “non appropriato”: per la presenza di contenuti di natura sessuale, oltraggiosa o violenta, per abuso di minori, per spam o per violazione di copyright. Rispondendo alle direttive del Digital Millennium Copyright Act, quando YouTube riceve una segnalazione di questo tipo, automaticamente rimuove il contenuto, verificandone solo in un secondo momento la legittimità. Per questo, le richieste di iLCreation sono state subito accolte: a maggior ragione (e con maggiore rapidità) se è vero, come sostengono alcune fonti, che iLCreation era registrato come partner ufficiale del sito.

Un meccanismo del genere è stato a lungo accusato di sbilanciamento in favore di chi denuncia una violazione. Nel mirino sono spesso finiti proprio i discografici, gli studios di Hollywood e i network tv, individuati come primi beneficiari di un sistema che prima blocca un file e poi decide sulla sua reale legittimità.

Con un effetto boomerang neanche poi così raro in materia digitale, quello stesso vantaggio si è trasformato in una minaccia. E soprattutto oggi che i video su YouTube e Vevo iniziano a essere una buona fonte di guadagno, le etichette discografiche non appaiono così contente di sapere che basta la richiesta di un iLCreation qualsiasi per renderli inaccessibili. Anche solo per dispetto.




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L'Australia sopprime i pitbull

Corriere della sera


I proprietari li stanno consegnando volontariamente alle autorità cittadine affinché vengano eliminati


MILANO – Dopo l’incidente di metà agosto, quando una piccola australiana di 4 anni fu azzannata e uccisa da un pitbull a casa della cugina nell'area metropolitana di Melbourne, l’intera comunità locale è sotto shock. Tanto che – mentre il pitbull responsabile dell’aggressione verrà soppresso su ordine della polizia – l'amministrazione locale di Hume sta ricevendo continue richieste da parte dei proprietari di pitbull della zona: per il timore di nuove aggressioni, gli abitanti chiedono che i loro animali vengano soppressi.
RESPONSABILITÀ – A spaventare i proprietari sembra essere soprattutto la decisione della polizia locale e dell'amministrazione locale: sta per essere infatti approvato un emendamento che prevede che la responsabilità - civile o penale - dei danni compiuti dai cani ricada sui loro padroni. Nei casi estremi è previsto anche il carcere. Nella lista dei «cani pericolosi» ci sono dieci diverse razze e tra queste anche i pitbull. Mentre molti proprietari hanno deciso immediatamente di abbandonare il loro animale, consegnandolo all'organizzazione che tutela gli animali, altri invece hanno fatto espressa richiesta che i loro pitbull, ma anche gli incroci tra pitbull e mastino diffusi nella zona, vengano direttamente soppressi. Nelle ultime settimane, l’amministrazione di Hume ha contato oltre dieci richieste di questo genere, mentre la «Lost Dogs Home» riceve ogni settimana circa uno-due esemplari di cani giudicati «pericolosi». Non è la prima volta che i dintorni di Melbourne registrano incidenti i cui responsabili sono cani inferociti. A Hume dall’inizio dell’anno si sono registrati 50 casi di attacchi da parte di pitbull e loro incroci, mentre lo scorso anno furono in tutto 203, non tutti però con conseguenze gravi e mortali per gli altri animali o umani coinvolti.



Eva Perasso
06 settembre 2011 16:26



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Wikileaks: ecco come le major s'infiltrano nei siti pirata

La Stampa






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La Crisi colpisce i compagni D'Alema vende la barca

Libero




Il vento è cambiato anche per Massimo D'Alema. La crisi soffia forte, troppo forte e alla fine l'ex premier e eminenza grigia del centrosinistra italiano ha deciso di dare un contributo ai compagni, oggi in piazza per lo sciopero, e soprattutto a sé stesso e alle proprie tasche: venderà Ikarus II, la barca a vela che ha tanto amato e per cui ha tanto penato. Come riporta il Mattino di Napoli, Baffino ha dovuto scegliere tra l'imbarcazione e l'azienda vinicola che ha acquistato nel 2009 come investimento per i due figli. Scelte difficili, sacrifici importanti. D'altronde la signora D'Alema, Linda Giuva, avrebbe avvisato il marito: "Caro, ci costi troppo". E così addio a un pezzo di cuore.

Resta la vigna
- A pagina 82 dell'ultimo numero del mensile Nautica si legge un annuncio di poche righe: "Vendesi Ikarus sloop di 60 piedi, disegnato da Roberto Starkel, costruzione in lamellare di mogano e carbonio in resina epossidica. Piano velico semifrazionato con albero in carbonio. Pluripremiata imbarcazione per lunghe crociere veloci. Coperta in teak, attrezzature Harken con winch elettrici. Interni in ciliegio con 4 cabine, 3 bagni". Questo era il giocattolino con cui D'Alema si dilettava "con amici e famiglia", tra playstation e lavatrici, e all'occorrenza partecipava (vincendo) pure a regate. Una passione che arriva da lontano, visto che Ikarus II è stata acquistata insieme al cugino-socio dopo Il Margherita e Ikarus I. Una passione, soprattutto, che pesava sul borsello visto che già prima dell'estate i coniugi D'Alema avevano deciso di liberarsi della barca e, per rendere meno gravoso il distacco e guadagnarci pure qualcosa su, l'avevano noleggiato.

Il prezzo è top secret e le trattative rigorosamente riservate, a partire da settembre. Quel che è certo è che l'assicurazione è di 750mila euro. D'Alema assicura che di questi tempi è "difficile trovare un acquirente", la richiesta è alta ma proporzionata. E poi con quei soldi Massimo proverà a tirare un po' la cinghia e contribuire al mantenimento dell'altro gioiello di famiglia, l'azienda agricola La Madeleine. Una tenuta di quindici ettari tra Otricoli e Narni, in Umbria, intestata ai figli Giulia (25 anni) e Francesco (21). La vigna, acquistata nel 2009, punta su Pinot nero, Cabernet Franc, Marselan, Tannat, darà i primi frutti nel 2012. "Ma per avere un prodotto di qualità ci vorranno anni", commenta il D'Alema-enologo. Nell'attesa, tra uno sciopero e l'altro, non potrà nemmeno più andare in barca quando vorrà.
06/09/2011




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Deambulatore negato: Asl RmB avvia indagine, Dania ne avrà uno nuovo

Il Messaggero

Il manager invita la donna in sede per risolvere il problema






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Quando a Milano c'erano 160 cinema Adesso i film si scelgono nel multisala

Corriere della sera


Ne sono rimasti 28. Nella «Piccola Broadway» sono arrivati i negozi di moda. Ma gli schermi aumentano



I cinema «Corso» e «Mignon» non esistono più

MILANO - In quel mix di presunzione e understatement tipicamente milanese, una volta, la chiamavano «piccola Broadway». Il riferimento era alla via che fu quella della settima arte: corso Vittorio Emanuele, con i suoi porticati. Sacrificata sull'altare dello struscio consumista, oggi la via è soltanto l'emblema statistico di come si evolve il cinema in città.
Chiusi l'Astra, l'Ariston, il Corso, l'Ambasciatori, il Pasquirolo, il Mediolanum, l'Excelsior, il Mignon, degli oltre 20 cinema della zona, oggi, ne sono rimasti soltanto tre: Odeon, Apollo e Arlecchino. Un bollettino di guerra, specchio di una metropoli in cui dai 160 cinema degli anni Settanta si è passati ai 28 attuali. Persino a inizio secolo, nel 1908, erano di più: 44. Ma se i cinematografi si riducono, gli schermi, invece, aumentano: cento, oggi, contro i 78, 74 e 87 rispettivamente degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Una tendenza in crescita.

Non siamo ai grandi numeri della belle époque degli anni Sessanta - quando andare al cinema era un appuntamento mondano, da abiti lunghi, cappelli e pipe di mogano - ma le sale non mancano. Sintomo di un nuovo modo di concepire pellicole e proiettori - nell'epoca dei download, dei blue-ray , degli home theatre e dell'alta definizione - che ha portato all'avvento dei centri multifunzionali ai margini della città, per famiglie e gruppi di studenti. Una nuova sociologia del cinema metropolitano che prevede altresì la creazione di multisale in pieno centro: due schermi al Centrale e al Gloria; tre all'Arcobaleno e all'Orfeo; quattro all'Anteo, al Ducale e all'Eliseo; cinque al Colosseo; sei all'Apollo e al Plinius; nove all'Odeon. E anche i numeri delle multisale sono iperdimensionati. Per gli Uci Cinemas, 18 sale in Bicocca e nove al Certosa.

Insomma, l'epoca delle monosale sembra definitivamente tramontata: le uniche rimaste sono Ariosto, Arlecchino, Nuova Orchidea e Palestrina. In crollo vertiginoso anche i cinema d'essai, con Spazio Oberdan e Gnomo che hanno tagliato fuori la concorrenza. Un successo che non può però nascondere le cifre: dai 15 cinema d'autore degli anni Ottanta agli 11 complessivi odierni. In estate, però, permane un'usanza vecchia maniera, le sale all'aperto che accompagnano le sere di luglio e agosto. I tre spazi di AriAnteo, al Conservatorio, ai Giardini Pubblici e all'Umanitaria.
Milano, nel secondo Dopoguerra, era la città del cinema. Qui era nato Luchino Visconti, forse il più grande cineasta italiano, con il suo sguardo indagatore di uomo in bilico tra le sue origini aristocratiche e la militanza politica. Lui, in via dei Transiti girò «Rocco e i suoi fratelli», mentre Pier Paolo Pasolini sviluppò qui l'epopea borghese di «Teorema».

Una Milano set a cielo aperto che ha visto passare tra le sue strade, i suoi palazzi e le sue industrie, pellicole come «Miracolo a Milano» di Vittorio De Sica, Totò, Peppino e... la malafemmina, «La classe operaia va in paradiso» di Elio Petri, «Sbatti il mostro in prima pagina» di Marco Bellocchio. Adesso riprova a diventare una location appetibile per registri e produttori. C'è Villa Necchi nel film-cult «Io sono l'amore» di Guadagnino e anche il nuovo filone della commedia all'italiana sembrano essersi ricordato improvvisamente che proprio qui ci sono scorci da sogno adattissimi per il grande schermo. Dai film di Aldo, Giovanni e Giacomo fino all'«Happy Family» di Gabriele Salvatores. Senza dimenticare che Milano è la città del fashion e del glamour e per un «Diavolo veste Prada» che ci snobba, c'è l'ultimo film di Sofia Coppola, «Somewhere».


Giacomo Valtolina
05 settembre 2011 11:53




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Una Cgil da anni Settanta in piazza per non sparire

di


Altro che manovra o contratto: la pasionaria Camusso è in crisi d’identità e sciopera per un mondo che non c’è più. Dove a dettare legge era il sindacato



Sciopero, sciopero, e ancora sciopero. Come se questa fosse la risposta a tutte le paure. Susanna Camusso non deve avere un gran senso dell’umorismo, altrimenti avrebbe scelto come data l’8 settembre. Era il segno di un’Italia allo sbando, confusa, sotto assedio, smobilitata. La signora della Cgil invece scenderà in piazza in un martedì qualunque di fine estate, cercando di spiegare che questa è una cosa seria. La domanda è perché uno sciopero generale adesso, con le borse europee in apnea, la crisi sul collo, la Banca centrale europea che predica, i conti pubblici in rosso fisso, senza speranze e il futuro in ritardo da anni? Serve a qualcosa occupare cento piazze? È utile? Ha un senso? Calmerà quelle divinità indefinite che ci ostiniamo a chiamare mercati? Oppure è un modo maldestro per copiare la Grecia? Sciopero scaccia speculatori o sciopero scaccia Berlusconi?
Camusso dice che questo sciopero è contro la manovra e per difendere il contratto nazionale di lavoro. Niente accordi aziendali. Niente patti in deroga. Nessuna flessibilità sull’articolo 18. La Cgil è libera di scioperare per qualsiasi motivo: contro il governo, contro Berlusconi, contro l’ombra di Marchionne, perfino contro Cisl e Uil. Solo che questo sciopero, qui, adesso, forse serve esclusivamente alla Cgil. È l’illusione di ritrovare se stessa.
A vederlo da vicino sembra solo lo scioperò dell’identità smarrita. La Camusso, e il suo sindacato, sognano un mondo che non c’è più. È lì che vogliono tornare, a una storia in cui il sindacato è centrale, detta le regole e concerta, pesa più di un partito politico, dove la flessibilità è un’anomalia, dove il lavoro non subisce la concorrenza della Cina, dove il mercato è racchiuso dentro frontiere solide e protette, dove lo Stato è generoso e compra le imprese fallite. Era il mondo dell’Iri e del posto fisso, degli scioperi politici e dei carrozzoni pubblici in perdita, con l’orgoglio di pagare gente per scavare buche e poi riempirle. Era il sindacato padrone e caporale, che gestiva assunzioni e formazione, poteri e ricatti. Quel sindacato senza fratture, ricorda Camusso, non conosceva crisi di identità. Era lo specchio del suo tempo. Ma ormai sono più di vent’anni che la Cgil vive con un altro fuso orario. E questo è il suo dilemma: la fatica disperata di tornare al tempo perduto. In questo viaggio si porta dietro anche un Pd riluttante, che in privato maledice le scelte della Camusso e in pubblico si accoda, troppo debole e incerto per rifiutare.
Questo sciopero, messo in scena in un’Italia in crisi, diventa quindi l’occasione per tornare a segnare il terreno, a definire ancora una volta la propria identità: noi siamo sempre noi, gli altri (Cisl e Uil) si sono snaturati. È l’ultima orgogliosa manifestazione di un sentimento reazionario. È il sogno di tornare, ancora una volta, a cento piazze in bianco e nero, come se l’Italia fosse un remake degli anni Settanta del Novecento, come se fosse possibile ricostruire un futuro alternativo, senza riflussi, senza muri caduti, senza globalizzazione, senza Berlusconi, senza tempo. Come se la Cgil non fosse il sindacato di gente incanutita, con troppi anni in pensione, con i figli in cerca di un lavoro sicuro e la flessibilità sussurrata come una bestemmia.
Questo è il modo migliore per riconoscersi. Non importa se questa Italia ferma e in piazza è solo una finzione. Magari anche questo serve a esorcizzare le paure. Con un sentimento come corollario: da questo buio non si esce guardando avanti, ma rifugiandosi in un passato da idealizzare. Pensateci. La Cgil non dice mai cosa fare per uscire dalla crisi, si ostina a chiudere tutte le porte. Questa no, questa neppure, quest’altra siamo matti, da qui escono i mostri, lì c’è l’apocalisse. Non si toccano le pensioni, non si cambia il welfare, non si sfiora il mercato del lavoro, non si cambia la scuola, non si taglia lo Stato. Niente. Molti di quelli che oggi sono in piazza sono lì per cercare una via d’uscita. Tanti giovani, molti disillusi, persi, arrabbiati. Chiedono una risposta. Ma la Cgil non ha altro da dare che il solito, vecchio, no. Il futuro, ragazzi, è già passato. E vi sta prendendo alle spalle.




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Così Bersani ignora le denunce sulle infiltrazioni mafiose nel Pd

di


Il consigliere di Agrigento Arnone ha consegnato al leader il suo libro sulle relazioni pericolose dell’ex governatore di Sicilia Capodicasa. E adesso si rivolge alla Procura. La sinistra sostenne i centri commerciali degli uomini delle cosche.



nostro inviato ad Agrigento



Sei politici in cerca di autore. Per raccontare la presunta liaison mafiosa nella casa madre del Pd agrigentino, il consigliere comunale piddino Giuseppe Arnone, concittadino di Luigi Pirandello, rispolvera l’opera del grande scrittore e drammaturgo. Il tema dell’incomunicabilità, rivisitato e corretto, è attualissimo. Perché nonostante i manifesti, i volantini, i comizi, le lettere ai giornali, le denunce ai carabinieri, adesso anche un istant-book con le carte giudiziarie sui politici democratici chiacchierati, il fustigatore del Pd siciliano confessa l’impossibilità di comunicare con i vertici romani del partito, a suo dire sordi rispetto alle risultanze giudiziarie e politicamente sconvenienti su sei politici locali così come descritti dai pentiti, dalle carte delle inchieste in corso, dalle sentenze passate in giudicato.

Il consigliere, criticato dai suoi avversari per rimostranze a dir poco plateali, nel documento parziale consegnato a febbraio alla Direzione nazionale del Pd alla Fiera di Roma e recapitato nella mani di Pier Luigi Bersani, riporta nero su bianco gli atti inediti relativi alle dichiarazioni fiume del maggior pentito agrigentino, il boss Maurizio Di Gati, e quelle dell’ex capo della squadra mobile agrigentina, Attilio Brucato, a proposito dei presunti rapporti tra Cosa nostra, Pd e Cgil su due centri commerciali vicini alle cosche. Nel Romanzo criminale agrigentino si raccolgono carte di inchieste politicamente imbarazzanti. Tutto ruota intorno ad alcune complicate frequentazioni di Angelo Capodicasa (non indagato), già presidente della Regione Sicilia (con assessore all’Agricoltura Totò Cuffaro), già viceministro alle Infrastrutture col governo Prodi, già segretario regionale dei Ds.

Il filo rosso si dipana con il defunto parlamentare regionale dei Ds, Calogero Gueli, ex sindaco di Campobello di Licata, i cui comportamenti sono stati censurati gravemente dai giudici d’appello che alla fine lo mandarono assolto in una vicenda di mafia dove figurava una società del genero e del figlio (entrambi condannati per 416bis), collocati dal pentito Di Gati addirittura nel «gruppo di fuoco» del superboss della provincia agrigentina, Giuseppe Falsone. Il terzo personaggio citato nel carteggio inviato a Bersani è il senatore del Pd, Vladimiro Crisafulli, noto per le sue relazioni pericolosissime (ritenute penalmente irrilevanti dai giudici di Caltanissetta che lo hanno assolto fra le polemiche) col boss di Enna Raffaele Bevilacqua.

I due vennero ripresi dai Ros a parlare fitto fitto, durante il congresso della Cgil in un hotel di Pergusa, di appalti, assunzioni e favori. Capodicasa, Crisafulli e Gueli riportano ai rapporti con l’ingegnere «rosso» Giuseppe Montalbano, figlio di un deputato Pci, proprietario dell’abitazione-covo di Riina, condannato per mafia. E ancora. I rapporti di Capodicasa con l’ex vicesindaco Ds di Villabate Antonino Fontana, condannato l'anno scorso con l’ex collega Ds Simone Castello in inchieste di mafia su Bagheria, storica enclave di Provenzano. «Fontana, grande nemico di Pio La Torre viene coinvolto e poi esce dalle indagini, nell’inchiesta sull’omicidio dell’allora segretario del Pci regionale - si legge nel memoriale - piazza la moglie come braccio destro di Capodicasa e la figlia nella segreteria di Montalbano».

Quinto personaggio monitorato è Vittorio Gambino, ex senatore del Pci, condannato (insieme al collega Palermo) a un anno di galera per reati contro il partito ma incaricato - dopo la condanna - di presiedere il congresso provinciale che avrebbe spianato la strada al sesto personaggio della black list girata a Bersani, e cioè Emilio Messana (della corrente di Capodicasa) oggetto pure lui di un dettagliato esposto alla procura di Agrigento. Così la questione morale, segnalata invano al segretario Bersani, esplode silente nella valle dei Templi e dei sepolcri imbiancati targati Pd.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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Da vent'anni Penati sta rubando il posto fisso a un professore precario

di


L'ex factotum di Bersani è in aspettativa da docente e quando smetterà con la politica potrà tornare a insegnare. È ancora sua la cattedra di educazione tecnica alla scuola media Tabacchi di Milano



Dalla tangente della Falck alla tan­gente della circonferenza, dagli in­terrogatori alle interrogazioni. L’ul­tima che abbiamo scoperto è questa: se do­mani Filippo Penati riuscisse a sfuggire la prigione di Stato e quella del Pd, potrebbe ri­tornare immediatamente in cattedra. E non per insegnare come si rovina l’immagine della superiorità etica della sinistra, come potrebbe pensare qualche malizioso, e nem­meno per dare lezioni sul modo in cui si manda in malora una città o sui metodi per farsi sospendere dal partito.
Macché: ritor­nerebbe in cattedra nel vero senso della pa­rola, cioè avrebbe il suo posto nella scuola pubblica, insegnante alla media Tabacchi di Milano, con tanto di registro e posto in consiglio di classe. Pronto a passare dai col­loqui con gli avvocati a quelli con i genitori degli alunni,pronto a fare l’appello in un’au­la scolastica magari in attesa dell’appello in un’aula del tribunale. Come ha rivelato Pino Corrias sull’ultimo numero di Vanity Fair su Penati «Google è in grado di trovare 689mila notizie in 0,07 se­condi », ma «ne manca una: da una ventina d’anni il politico a tempo pieno che sulla questione morale sta mettendo in ginoc­chio l’intera sinistra ha un suo paracadute privato sotto forma di impiego pubblico«.
Proprio così:Penati,ex insegnante in aspet­tativa da vent’anni, resta titolare del posto in cattedra. Naturalmente non prende stipen­dio ( e ci mancherebbe), ma viene sostituito anno dopo anno da un supplente. Il quale re­sta precario, mentre il titolare diventa politi­co di professione e s’insedia saldamente nei palazzi del potere.
Qual è la differenza tra i due? Che se arriva la crisi il precario rischia di rimanere a casa. Il politico, invece, male che vada si riprende il suo posto sicuro. Si ca­pisce, un rifugio protetto non si nega nessu­no, nemmeno a chi è sospettato di corruzio­ne: hai rubato denaro pubblico? In attesa di scoprirlo, col denaro pubblico ti ridiamo il tuo stipendio. Che non sarà ricco come una tangente alle Coop, ma se non altro è buono e paziente. Ti aspetta anche per vent’anni. Vi pare possibile?
Se si parla di costi della politica forse bisognerebbe considerare an­che questi. Che forse non sono evidenti co­me il pranzo da Gambero Rosso regalato al Senato o il profluvio di auto blu per le vie del­la Capitale, ma che per certi versi sono an­cor più urticanti perché nascosti e conside­rati quasi normali. Prendete Piero Marraz­zo: appena finito il suo trans trans da gover­natore del Lazio, ha riavuto il posto in Rai (che per altro unisce a una pensione da con­sigliere regionale: oltre 2mila euro già a 52 anni, alla faccia dell’allungamento dell’età pensionabile).
Come ha notato Aldo Grasso sul Corriere della Sera , il suo esordio su Rai­tre è stato un reportage sulla Somalia: «Se si occupasse di cose italiane la sua credibilità sarebbe messa a dura prova», chiosa il criti­co. E aggiunge: «Sono convinto che un gior­­nalista, specie se lavora nel servizio pubbli­co e diventa noto per la conduzione di un programma, una volta che sceglie di entrare in politica non può poi tornare a fare il suo la­voro in Rai come se niente fosse». E invece?
Invece niente: i giornalisti Rai conservano il posto, anche se è sconvenien­te. Del resto perché stupirsi? Lo fanno anche i magistrati: da Giuseppe Ayala a Adriano Sansa, sono tanti quelli che tornati a rivesti­re la toga dopo la politica. Nessuno rinuncia al rifugio sicuro.E,per i più fortunati,nel frat­tempo scorrono pure i contributi figurativi per una bella pensione. Vale la pena ricorda­re che Oscar Luigi Scalfaro entrato in Parla­mento nel 1946 e tutt’ora senatore a vita, e dunque sempre mantenuto da ricche inden­nità parlamentari o presidenziali, soltanto per aver vestito la toga tre anni (fra il 1943 e il 1946), incassa una pensione Inpdap come ex magistrato pari a 4.766 euro netti al mese (circa 8mila euro lordi, che gli scorrono nel­le tasche dal 1988).
Com’è possibile? Ovvio: grazie al versamento fittizio (cioè a carico dei contribuenti). Penati non ha avuto contributi figurativi, non ha maturato la pensione. Però ha man­tenuto il suo strapuntino, il suo paracadute scolastico, la sua antica certezza da prof. Non c’è reato, chiaro: però c’è la dimostra­zione di come intende la cosa pubblica, che sia una cattedra o l’area Falck.Cioè una cosa da gestire nel proprio esclusivo interesse, magari mentre si dà l’immagine dell’uomo tutto d’un pezzo, dell’amministratore ligio alle regole, dello sceriffo pronto a sacrificare tutto per il rigore.

Ecco,no:lui non è così.Tut­t’altro. E nell’occasione il finto sceriffo ha un solo merito: con la sua vicenda ci dimostra una volta per tutte che quella norma, conser­vare il posto pubblico a chi sta in politica per vent’anni,è un’aberrazione.Come tollerar­la ancora? O si pone un limite al numero di mandati o si costringe chi si candida a lascia­re il posto statale. Fare il moralista, fare i pro­pri comodi e il garantito alla scuola media Tabacchi, tutto insieme e a spese nostre, è un po’ troppo. Persino per chi da sempre è amico di Bersani.



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Era comunista ma potevamo contare su di lui"

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Un pentito racconta i rapporti sospetti dell'ex leader siciliano dei Ds: "Decise di aiutare un imprenditore in odor di mafia. E ne fui sorpreso". E un poliziotto inguaia la Cgil



I verbali inediti del pentito di mafia Maurizio Di Ga­ti inviati a Bersani vanno maneggiati con estrema cura perché descrivono l’onorevole Angelo Capodicasa a di­sposizione di Cosa nostra. Sono tre i passaggi più delica­ti che interessano il parlamentare del Pd (non indaga­to, ndr ). Il primo: «So da Falsone (boss di Campobello di Licata, ndr ) che Gueli (ex parlamentare regionale Ds, ndr ) di Campobello di Licata aveva rapporti con lui. Anzi disse che Gueli era “una creatura nostra”, anche se era comunista, intendendo con riferimento alla fami­glia mafiosa. Disse che tramite questo sindaco si pote­va arrivare a Capodicasa per avere lavori. Per adesso mi ricordo questo».

In un verbale successivo, il collaboratore di giustizia aggiunge: «Altro esponente politico di cui ho parlato con Falsone in incontri avvenuti nel 2000 è Gueli di Campobello di Licata su cui ho già riferito in precedenti verbali. Ribadisco che tramite lui si poteva arrivare a Ca­podicasa che so essere di Ioppolo Giancaxio ma che non ho mai conosciuto. Mandai a chiedere a Luigi Cac­­ciatore, vecchio capomafia di Ioppolo, tramite Stefano Fragapane, se di questo Capodicasa ci si poteva fidare. Il Cacciatore mi disse che era una brava persona, even­tualmenteadisposizione, ma che purtroppo aveva sba­gl­iato partito perché era candidato nella liste della sini­stra». In un verbale del 22 febbraio 2007 Di Gati parla ad­dirittura di finanziamenti da prendere per il tramite del parlamentare e di una promessa di tangente per l’auto­dromo di Racalmuto.

A tirare in ballo Capodicasa ci pensa poi in tribunale Attilio Brucato, ex capo della Squadra Mobile di Agri­gento, autore di un’indagine sulle infiltrazioni delle co­sche nella costruzione di due ipermercati, collaterale all’inchiesta Alta Mafia,dove spuntava l’imprenditore Gaetano Scifo (condannato in via definitiva) che in quel momento risultava collegato al capomafia Russel­lo. Due centricommerciali in contrapposizione a quello dell’imprenditore Burgio che aveva coraggiosamente denunciato gravi intimidazioni mafiose. Racconta il superpoliziotto: «Ci sorprese che dopo l’arresto di Sci­fo, pendente il processo Alta Mafia in cui Scifo era impu­tato per reati di mafia, i Ds, diciamo, avessero fatto una riunione di Federazione provinciale, perorata, organiz­zata e promossa dall’on.

Capodicasa, segretario dei Ds regionale all’epoca,poi parlamentare nazionale, vice­ministro, oggi credo deputato, e da un ex senatore, un certo Gambino, che riunirono la segreteria provinciale dei Ds» per perorare la causa di Scifo a Villaseta in con­trasto col progetto Moses di Burgio. «Scoprimmo che i Ds di Capodicasa avevano contatti diretti con Scifo Gae­tano (...)» incontrato dal parlamentare appena uscito di galera ed anche in consiglio comunale il giorno della votazione. «Fecero una presa di posizione sostanzial­mente contro il centro commerciale Moses. E in un do­cumento dissero che dietro Moses c’erano interessi commerciali oscuri»quand’invece,a detta del viceque­store, gli interessi erano limpidi (...).

«A noi sembrò esat­tamente il contrario, e i fatti lo hanno dimostrato». Il poliziotto tira in ballo anche la Cgil per la sorprendente posizione assunta contro l’imprenditore antima­fia: «Aveva preso una posizione che sorprese tutti, in cui chiese perché le forze di polizia non fanno i controlli a Burgio e Moncada, gli unici due che in quel momento ad Agrigento avevano denunziato le estorsioni della mafia (...). È la prima volta che la Cgil si alza ad Agrigen­to e prende posizione pubblica per dire “ fate gli accerta­menti a qualcuno”, chiede gli accertamenti a tutto ton­do, persino con articoli di stampa e lo fa, giusto giusto, sugli unici due che hanno denunziato Cosa Nostra».




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Nasce un maialino con testa "umana" - Video

Corriere della sera
Giallo sulle cause: inquinamento, mutazione o forma aliena?

Niente più bimbi isolani A Lipari è vietato nascere

La Stampa

La Regione chiude i reparti di Ostetricia con meno di cinquecento parti all'anno
L'appello a Napolitano: venire alla luce qui è un diritto dei nostri figli


MARCELLO SORGI

LIPARI

In tutto il mondo, e in Italia più che altrove, il luogo di nascita è un pezzo importante della propria identità. Si è torinesi, o milanesi, o veneziani, insomma, se si è nati a Torino, Milano o Venezia. E lo si è, o lo si diventa, anche se si è nati da genitori pugliesi o napoletani. Immaginate come devono sentirsi gli eoliani, il piccolo popolo di abitanti dell’arcipelago patrimonio naturale dell’Unesco, ora che hanno appreso che di qui a poco non sarà più possibile nascere a Lipari.

Dalle sette isole e dagli emigrati lontani, ma aggrappati con il filo dei sentimenti come patelle ai loro scogli, mille e cinquecento cartoline sono arrivate sulla scrivania di Napolitano. E il Presidente, eoliano acquisito perché viene a Stromboli in vacanza da una trentina di anni, ha promesso che interverrà, nei limiti dei suoi poteri, perché conosce bene l’animo orgoglioso dei suoi isolani. «Vogliamo protestare - hanno scritto al Capo dello Stato - per il ridimensionamento dell’Ospedale di Lipari e soprattutto perché qui non si potrà più nascere. Lipari e le Eolie sono isole con millenni di civiltà e chiediamo che non venga tagliato il diritto a far nascere i bambini in questa terra».

L’ultima nata in esilio, il 24 agosto al Policlinico di Messina, si chiama Federica Maiuri. La mamma, Roberta Giorgi, s’è ricoverata qualche giorno prima, la nonna e i parenti l’hanno seguita, adattandosi alla meglio in una pensione. Disagi, spese impreviste, ansie accresciute dalla forzata trasferta (gli isolani si conoscono tutti tra loro e amano vivere nei propri luoghi) se li è portati via la gioia dell’arrivo di Federica, bella e sana, che a due giorni di vita ha fatto la sua prima traversata in aliscafo per tornare a Lipari. E come lei, saranno decine di bambini nei prossimi mesi a subire la stessa sorte.

A Lipari nascono in media un’ottantina di bimbi all’anno, che diventano un centinaio, più o meno, con quelli delle altre sei isole. Troppo pochi per rientrare nei limiti di una recente legge che prevede che in Sicilia debbano essere chiusi i reparti di ostetricia con meno di cinquecento nascite all’anno. Più lenta ad adeguarsi in molti altri casi, la Regione Sicilia stavolta è stata sveltissima a disporre la ristrutturazione dell’ospedale liparese, con l’accorpamento di ginecologia e chirurgia e di pediatria e medicina. Il resto lo ha fatto la partenza dell’ultimo ostetrico rimasto in servizio, il dottor Giampiero Di Marco, un medico napoletano un po’ filosofo, a sentire i paesani che lo rimpiangono, che era arrivato a Lipari dopo aver fatto il missionario in Africa, ha fatto nascere decine e decine di bambini e se n’è andato con molta malinconia, accompagnato al porto da alcune delle donne che aveva reso madri.

Era giugno: gli isolani hanno atteso qualche settimana, prima di apprendere che l’ostetrico non sarebbe stato rimpiazzato e da allora in poi, salvo casi di emergenza, le loro donne sarebbero andate a partorire sulla terraferma. Saverio Merlino, il direttore amministrativo della scuola, lo ha appreso da una di loro, che lo ha fermato sul corso, tenendosi la pancia con le mani. Merlino è stato segretario del Ppi e poi del Pd: «Ma qui - avverte - la politica non c’entra. C’entra la Costituzione! Ho detto al Presidente che è stato violato l’articolo 32, che dovrebbe garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini. Invece le nostre donne, o vanno in trasferta, o partono in emergenza, a bordo di un elicottero, con le doglie del parto imminente».

L’idea delle cartoline è stata sua. Suo il disegno di un bimbo che sta ancora nella pancia della mamma, sognando nascere dentro un vulcano, come sono appunto, spenti o accesi, quelli che svettano sul mare delle Eolie. A luglio c’è stato anche un imprevisto faccia a faccia tra lo stesso Merlino e l’assessore regionale Massimo Russo, un magistrato noto per il suo rigore che il governatore siciliano Lombardo ha messo alla guida del nevralgico settore della Sanità, già obiettivo di mire mafiose.

Russo, arrivato a Lipari per un convegno organizzato proprio dall’Unesco, che ha dato alle isole l’ambito riconoscimento di patrimonio dell’umanità, s’è trovato di fronte alla protesta degli isolani per il diritto a nascere negato ai loro figli e nipoti. Ha cercato di convincerli che non è una questione di mezzi e di soldi che mancano, ma di sicurezza: un medico che fa meno di cento parti all’anno non garantisce la perizia necessaria a superare gli standard attualmente richiesti dai protocolli moderni. Ha anche spiegato che i bimbi nati a Messina potranno essere iscritti all’anagrafe di Lipari grazie a un’interpretazione estensiva della legge. Sperava che si rassegnassero, e invece, approfittando dei pochi giorni di vacanza del Capo dello Stato, la voce delle donne eoliane è arrivata fino all’orecchio di Napolitano.

Chissà come andrà a finire. Nei racconti della gente, la storia del reparto nascite cancellato si mescola a una leggenda che, come tutte le storie che corrono di bocca in bocca, forse non troverà mai conferma. Fino a qualche anno fa, ricordano gli isolani, l’ospedale di Lipari sembrava destinato a una stagione d’oro. Erano i tempi del ministro tecnico Girolamo Sirchia, rimasto famoso per la sua legge antifumo, ma da queste parti come «eoliano d’importazione», visto che anche lui ha scelto Stromboli come buen retiro, e a un certo punto sembrava perfino che potesse candidarsi a sindaco di Lipari. Sarà un caso, ma da quando Sirchia è andato in pensione, e al suo posto è arrivato un altro tecnico come Ferruccio Fazio, è cominciata la decadenza dell’ospedale eoliano. E poco importa che la competenza sulla Sanità sia regionale, e Fazio non abbia quindi né responsabilità né poteri per intervenire.

La leggenda vuole che Fazio, che villeggia a Pantelleria, in un’altra isola, in tutt’altro mare, l’anno scorso sarebbe rimasto vittima di un piccolo incidente domestico: una spina di pesce da estrarre dalla sua bocca che si sarebbe rivelata particolarmente difficile da asportare. Di qui la convinzione, che Fazio, medico di gran fama formatosi negli Stati Uniti, si sarebbe fatto sulla scarsa efficienza delle guardie mediche nelle piccole isole. Perché poi Lipari dovrebbe rispondere di una presunta inefficienza pantesca, la leggenda non lo dice. Ma anche questo fa parte del modo romantico e fatalista con cui gli eoliani vanno incontro al loro destino e alle maledizioni che spesso l’accompagnano. L’estate sta finendo, le isole pian piano tornano alla loro solitudine e ai loro silenzi, rotti solo dal rumore delle onde del mare. Le donne liparesi sono lì che aspettano una risposta. Non vogliono più salire sugli elicotteri che le portano a partorire lontano. I loro figli vogliono farli nascere sui loro scogli.



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