giovedì 8 settembre 2011

La consigliera Pd senza freni. Insulti al Cav, paga il Comune

Libero




Nella rossa Bologna, i conti non tornano. Una bufera si abbatte sui costi di Palazzo D'Accursio che risultano poco chiari e un po' troppo ballerini, specialmente per quanto riguarda i rimborsi per le missioni accordati dal Comune ai politici. Il presidente del consiglio comunale in quota Pd,
Simona Lembi, si sarebbe fatta rimborsare direttamente dal Comune le spese par partecipare alla manifestazione Se non ora quando?. 450 euro pagati dal Comune, o meglio dai cittadini, per sfilare contro Berlusconi.

La Procura indaga - Questi strani rimborsi hanno attirato l'attenzione della Procura di Bologna che vuole vederci chiaro: la richiesta degli atti è già stata recapitata all'ufficio di presidenza del consiglio comunale, e si sta valutando la possibilità di aprire un fascicolo conoscitivo. Il caso infatti non è isolato. Qualche giorno fa anche la pidiellina Valentina Castaldi era stata pizzicata per un presunto rimborso per la partecipazione alla Summer School, evento politico organizzato da Maurizio Lupi. Intanto nel pomeriggio di giovedì, nel primo consiglio comunale dopo la pausa estiva, il Movimento 5 Stelle è al lavoro per proporre una modifica del regolamento che prevede rimborsi spesa bipartisan per trasferte politiche. "L'intenzione – ha detto Massimo Bugani – consigliere del M5S è quella di cancellare i rimborsi per le spese di trasporto a Palazzo d'Accursio, e limitare quelli per le viaggi alle sole missioni di carattere strettamente istituzionale".

Giustificazione che fa acqua - La Lembi, colta con le mani nel sacco, tenta il tutto per tutto e si giustifica appellandosi all'articolo 95 del regolamente comunale che prevede, appunto, rimborsi "per attività di aggiornamento che rivestano interesse per l'espletamento del mandato". Ora piacerebbe sapere quale razza di aggiornamento sia - per il presidente di un Consiglio comunale e per l'espletamento dei relativi compiti di amministratore della 'cosa pubblica'- partecipare ad un corteo di donne che protestano indignate contro il premier.

Sia chiaro ognuno è libero di manifestare per ciò che crede, non è questo il punto, ma piacerebbe non fosse fatto a spese dei cittadini. Ma la Lembi non si risparima e ce lo spiega. "La scelta di partecipare all'appuntamento nazionale di Se non ora quando? in veste istituzionale è stata da me comunicata al Consiglio comunale, e al Consiglio stesso ho relazionato sulla mia partecipazione - si giustifica la Lembi -. Rivendico di averne partecipato come presidente del Consiglio comunale per più ragioni: sia perché appartengo a quella schiera numerosa di donne che, quando elette o nominate nelle istituzioni pubbliche, non si trasforma improvvisamente in essere neutro sia perché ho inteso interpretare una delle tradizioni più forti del Comune di Bologna, che ha sempre voluto esserci in quelle  manifestazioni nazionali che rivendicavano maggiore uguaglianza, rispetto dei diritti, ed emancipazione per chi è costretto a stare sempre indietro". Benissimo, ragioni condivisibili o meno, ma certamente chiarite. Quelle circa la partecipazione al corteo. Rimane un dubbio ed è sempre lo stesso. Perchè sarebbero i cittadini a dover pagare?
08/09/2011




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Ora il Pd lancia il censimento delle coppie gay: "Riconosciamo i loro diritti come per gli ebrei"

di


Polemica sul sondaggio anagrafico proposto dall'Istat alle famiglie italiane. Il sito Gay.it e il vicepresidente pd, Ivan Scalfarotto, vogliono trasformarlo in un censimento per dimostrare quante sono le coppie gay nel Paese e chiedere allo Stato più aiuti. L'Istat frena: "E' una interpretazione forzata"


Roma - C'è una casella proprio all'articolo 4 del modulo Istat che tra le opzioni di famiglia, immediatamente dopo la casella "coniuge", spunta quella di "convivente". E l'occasione è subito parsa ghiotta al sito Gay.it che ha invitato gli omosessuali del Belpaese a partecipare in massa al sondaggio trasformadolo in un vero e proprio censimento: "La famiglia gay c'è e si vedrà". Una proposta che ha subito trovato il favore anche di alcuni parlamentari del Partito democratico. "E' un mezzo utile - commenta il vicepresidente Ivan Scalfarotto - a far capire quanto grande sia effettivamente il bisogno di strumenti per aiutare queste famiglie a vivere da cittadini in Italia". Immediate le polemiche.
Al di là della provocazione, l'Istat si è subito schierata contro Gay.it precisando che il sito ha preso una cantonata. Basta leggere gli estremi del modulo formulato dall'Istat per capire che la proposta del webmaster Alessio De Giorgi appare una vera e propria forzatura. Quando il capofamiglia dovrà specificare il tipo di rapporto che lo lega alle persone che vivono sotto lo stesso tetto, potrà anche scegliere la casella "convivente". A frenare De Giorgi ci ha pensato la dottoresse Viviana Egidi, curatrice del modulo Istat, che parla di "interpretazione impropria". "Contare le coppie gay non è un obiettivo del censimento - avverte - nello stilare il modulo, l'Istat si attiene al regolamento anagrafico", dove per famiglia si intende "un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune". Un amico, tanto per fare un esempio. Oppure un coinquilino.
De Giorgi non ci sta e torna all'attacco facendo presente che, mentre "l'Istat fa il suo lavoro" registrando fenomeni sociali, le coppie gay devono dichirarsi in nome di una "battaglia di civiltà". Battaglia che il Pd ha subito fatto propria con Scalfarotto. "Per la prima volta potremo sapere quante famiglie gay o lesbiche, con bambini o senza, vivono nel nostro paese e capire quindi quanto grande sia effettivamente, in termini statistici, il bisogno di strumenti per aiutare queste famiglie a vivere da cittadini in Italia", tuona il vicepresidente dei Democratici tirando poi in ballo la comunità ebraica: "Ci sono soltanto 30mila ebrei e tutti riconosciamo in modo sacrosanto i loro diritti. Delle famiglie gay e lesbiche, invece, sappiamo ufficialmente poco o nulla, dato che nessuno le ha mai contate ufficialmente".




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Salò rinnegata da La Russa "Partigiani difesero la patria

Libero




Ma insomma, ministro La Russa, un pò di coerenza. Tre anni fa andò alle celebrazioni dell'8 settembre e inneggiò ai fascisti di Salò, che combatterono per una causa, dal loro punto di vista, nobile. Quest'anno, invece, al Parco della Resistenza di Roma, ricorda i militari e civili che si schierarono dalla parte della libertà contro i tedeschi e aggiunge che quei soldati "difesero la nazione". Il ministro della Difesa avverte che chi non seguì il messaggio di Badoglio fece la scelta giusta.

Ma non fu proprio l'armistizio firmato da Badoglio a determinare il passaggio di fronte degli italiani e a creare i presupposti per la Resistenza. A dire il vero, ci sentiamo un pò confusi. Forse La Russa è sopraffatto dal suo ruolo istituzionale, in nome del quale sacrifica la sua militanza nella destra neofascista. Forse si è fatto prendere dalla stessa sindrome rinnegatoria del suo ex amico Fini. O forse l'anniversario dei 150 anni d'Italia lo condanna a un elogio della Resistenza congiunto alla celebrazione del Risorgimento.

Ma non si può cambiare idea così in fretta. O l'8 settembre è la morte della Patria o è la rinascita della nazione. Si decida. Dopo tutto sono passati 68 anni da quel lontano 1943. Non vorremmo che, tradito dai numeri, si sia fatto prendere dallo stesso spirito del 68. Oppure che l'abbia fregata il cognome, La Russa, come la nazione per eccellenza che combattè il nazifascismo. Ci dobbiamo aspettare a breve un La Russa bolscevico?


di Gianluca Veneziani
08/09/2011




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Pesca proibita per Fini a Giannutri» Ma il portavoce nega: malafede

Il Mattino


ROMA - Di nuovo pesca "proibita" per Gianfranco Fini a Giannutri? È il settimanale OggI a sottolinearlo nel numero in edicola domani, ma il portavoce del presidente della Camera replica e accusa il periodico di essere «in palese malafede».



«Tre anni fa - scrive Oggi - il presidente della Camera, appassionato di subacquea, fu pizzicato mentre si immergeva di fronte all'Isola di Giannutri (Grosseto), in un'area protetta dove le immersioni sono vietate. Chiese scusa e si mostrò disponibile a pagare una sanzione. Questa volta, di fronte a Punta Secca, specchio d'acqua a nord dell'isola (che non fa parte dell'area protetta), lui e gli amici esibiscono invece un "bottino di pesca" che parrebbe proibito».

«Infatti - sottolinea il periodico - a meno che Gianfranco Fini sia in grado di dare una spiegazione convincente, le foto esclusive del settimanale Oggi, in edicola da domani (anche su www.oggi.it), lo mostrano con un mollusco bivalve della lunghezza di 30-40 centimetri. Secondo gli esperti interpellati, sarebbe un'esemplare di Pinna Nobilis, specie protetta che non è consentito prelevare dal suo habitat».

Immediata la replica di Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il settimanale Oggi è in palese malafede. Perché la giornalista del settimanale aveva contattato la titolare del diving che aveva accompagnato Fini, che le aveva assicurato che non era stato Fini ad aver pescato sott'acqua alcunché, oltre al fatto che una volta pescati, quei beni sono stati riposti immediatamente in mare». E «quando un settimanale volutamente nasconde ai propri lettori notizie acquisite, la sua malafede nel fare informazione è palese e sotto gli occhi di tutti».

Con il presidente della Camera, rileva Oggi, «c'erano anche la compagna Elisabetta Tulliani, la coppia di attori Giorgio Pasotti e Nicoletta Romanoff, con i figli, tutti ospiti sullo yacht del padre di Nicoletta, Giuseppe Consolo, deputato Fli, e amico di vecchia data di Fini, oltrechè legale suo e della Tulliani. In altre foto, l'attrice mostra al presidente della Camera due stelle marine benché, come spiega il comandante della Capitaneria di Porto dell'Argentario, Giorgia Capozzella, «la pesca con bombole è assolutamente vietata. Il pescatore sportivo subacqueo non può raccogliere coralli, molluschi e crostacei. L'infrazione di tali regole comporta una multa compresa tra i mille e i 3 mila euro. Nel caso in cui si asporti qualcosa nell'area protetta di Giannutri, e a maggior ragione un esemplare di specie protetta, si può incorrere in una denuncia penalè».

Secondo un esperto di fauna e flora marina, sentito dal settimanale, «il mollusco parrebbe morto perché l'apertura tra le due valve è particolarmente accentuatà. E secondo un testimone, "le stelle marine sono state mostrate ai bambini e poi subito gettate in mare". È noto tuttavia - prosegue il settimanale - che possono perdere dei liquidi durante l'esposizione all'aria e, quindi, essiccarsi. Per questo stelle marine e grossi molluschi possono solamente essere osservati. E per questo anche questa volta Gianfranco Fini rischia dei guai».



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Provenzano sta morendo e non viene curato"

Quotidiano.net

L'avvocato: "Non ci sono medici disponibili a visitarlo"


Il legale del boss a KlausCondicio: "E' giusto che paghi il suo debito, ma in condizioni carcerarie adeguate"




Bernardo Provenzano al momento dell'arresto nel 2006 (Ansa)

Roma, 8 settembre 2011



“Voglio essere curato, ho diritto ad essere curato”. Sono le parole del superboss della mafia Bernardo Provenzano che il suo legale, Rosalba Di Gregorio, ha consegnato a Klaus Davi nell'ultima puntata di KlausCondicio, il programma di approfondimento politico in onda su YouTube.

L'avvocato di Provenzano ha poi aggiunto: “In questo momento la situazione di Bernardo Provenzano è pessima. Potrebbe morire da un momento all`altro poiché le sue condizioni neurologiche e fisiche generali non rendono possibile intervenire con una chemio o con qualsiasi altra terapia per bloccare la ripresa del tumore alla prostata. Si sta solo intensificando la terapia ormonale che lascia il tempo che trova. È giusto che Provenzano, che è riconosciuto colpevole di qualcosa, paghi il suo debito, però in condizioni di vita carceraria adeguate alla società civile. Vorrei avere la fortuna di trovare un medico che sia disponibile a visitarlo come consulente di parte. Non ci sono molti soggetti disponibili ad andare a visitare Provenzano”.

Nel corso del programma, l'avvocato Di Gregorio ha poi spiegato che “quello che è stato sottovalutato sia all`interno della perizia sia nei provvedimenti successivi è il problema cerebrale. C'è stata un'ischemia che ha bruciato, nel 2010, una parte del cervello e da qui residuò, come un fatto neurologico a caduta, un riflesso simile al Parkinson. Abbiamo un soggetto che in questo momento non è in condizione di accudire sé stesso, nella maniera più categorica. L`ultima volta in cui sono andati i figli a trovarlo, si è messo a pregare al colloquio. E non riesce a capire che deve prendere il citofono e posizionare nel punto giusto l'orecchio e la bocca. Addirittura non riesce più neanche a fare uscire la biancheria sporca, sbaglia e manda fuori quella pulita”, conclude l’avvocato.





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La furbata dell'ultimo minuto

Il Mattino


I «padreterni», come li chiamava Luigi Einaudi, che nel 1919 inaugurò senza successo la lotta alla casta, hanno di nuovo salvato se stessi. Si tagliano i tagli che avrebbero dovuto toccare i loro portafogli, i loro benefit, il loro status.


I parlamentari che hanno anche un altro lavoro avevano fatto il bel gesto: «Rinunciamo al 50 per cento dell’indennità». Ma ora si sono fatti il ritocchino: in certi casi il 50 è diventato 30, in altri casi il 50 è diventato 10. A ogni sconto, cioè a ogni successo sul campo di questa manovra economica, i «padreterni» gridano, ma senza farsi sentire troppo, appellandosi alla giustizia, all’etica e al buon senso (che è sempre e solo quello proprio): «Abbiamo mantenuto un diritto acquisito».

E’ un diritto acquisito quello di Alfonso Pecoraro Scanio che non ha ancora cinquant’anni, fa l’avocato e prende una pensione di 8.800 euro? Si sono rivelati intangibili i vitalizi, a volte più dorati di questo, degli ex parlamentari. Nella categoria del «ci vuole ben altro», possono festeggiare le Province. Invece piagnucolano, perchè non gli basta di averla fatta franca o di vedere rinviata all’infinito la propria estinzione: vorrebbero che sia ridotta a niente anche la riduzione del cinquanta per cento dei loro consiglieri. Ed è lotta dura per renderla virtuale o spray, comunque inconsistente.

I «diritti acquisiti» e il benaltrismo sono le formule magiche salva-casta. Era così all’inizio del secolo scorso, è così anche stavolta. Dove perfino la sogliola senatoriale che passa da sette a venti euro al ristorante di Palazzo Madama - in questi giorni non a caso semi-deserto - viene percepita come un torto subìto e come un attentato agli eletti del popolo. Quel popolo che vorrebbe aumentare il pescetto del Parlamento fino a quaranta o a cinquanta euro. Visto che le esagerazioni della casta producono, nella patria degli opposti estremismi, le esagerazioni dell’anti-casta.

Sembra di fare un salto indietro nel tempo, un balzo a vuoto ovviamente, di fronte al nuovo-vecchio mantra della riduzione - facciamo metà? facciamo tre quarti? facciamo due terzi? - del numero dei parlamentari, affidata a una riforma costituzionale di cui si parla da quando la Costituzione fu varata nel 1947. Nel corso delle legislature, prima di planare sul caminetto della baita di Lorenzago, se ne sono occupate innumerevoli assemblee, audizioni e commissioni, come la commissione Bozzi che un’eventuale commissione Bossi difficilmente riuscirebbe ad eguagliare, e a un lavoro istruttorio segue un altro lavoro istruttorio e istruendo istruendo ci si potrà baloccare ancora molto a lungo. Senza fare quello che tutti vorrebbero che si facesse: meno parlamentari, meno sprechi finanziari, meno lentezze decisionali.

Nella gara fra le istituzioni a chi promette di tagliare di più - tu dici uno? e io dico: più uno! - soltanto il Quirinale fa davvero qualcosa. Per il resto, si va avanti a sforbiciatine, o ad artifici contabili, o addirittura a ritocchi verso l’alto. I costi degli organi costituzionali, anche se nessun emendamento simplex o maxi lo ha ricordato in queste ore, sono cresciuti in dieci anni di oltre il 49 per cento. Ma ovviamente c’è «ben altro». Come se questo non fosse già abbastanza.



M.A.

Giovedì 08 Settembre 2011 - 10:20




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Nazista 16enne condannata a leggere Anna Frank

Quotidiano.net

Germania, cosa fare con la ragazzina? L'idea di un giudice


La giovane avrebbe imbrattato con svastiche e rune delle SS circa 33 cartelloni del partito di estrema sinistra tedesco. “In realtà non so proprio cosa fossero le SS...”, ha dichiarato la giovane al tribunale



I nani da giardino che fanno il saluto nazista di Ottmar Hoerl (Ansa)

Berlino, 8 settembre 2011



Una condanna esemplare: una ragazzina con idee naziste è stata condannata a leggere il “Diario di Anna Frank”.

Secondo la Bild online, la 16enne, il cui nome di fantasia è Lisa, avrebbe imbrattato con svastiche e rune delle SS circa 33 cartelloni del partito di estrema sinistra tedesco, la Linke: “In realtà non so proprio cosa fossero le SS...”, ha dichiarato la giovane al tribunale di Kassel, Germania centrale, dove è stata processata con l’accusa di avere utilizzato i simboli nazisti vietati dalla Costituzione.

Cosa si fa con una ragazzina così? Si chiede indignato il tabloid di Springer. Il giudice Reinhardt Hering ha avuto un’idea saggia e cioè sospendere il processo contro Lisa, a patto che la “piccola nazista” si compri “Il diario di Anna Frank”, lo legga e scriva un tema sul libro, il tutto in 10 giorni, con la speranza, appunto, che impari qualcosa sugli orrori del nazismo. “Lo scopo del diritto per la tutela dei minori - ha commentato un portavoce del tribunale - non è punire, ma educare”.

La ragazzina ha agito con due complici di 16 e 22 anni, i quali sono stati condannati rispettivamente a 20 ore di lavori socialmente utili e a 10 mesi di condizionale. L’amico maggiorenne ha infatti picchiato anche un agente.



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Senza gli indiani addio Grana Padano

Corriere della sera

L'inchiesta del New York Times: sono loro che mandano avanti l'industria casearia del nord Italia




La prima pagina dell'International Herald Tribune con il servizio dedicato all'industria casearia italiana

MILANO - Il prodotto tipico della valle padana avrebbe serie difficoltà ad arrivare alle catene di distribuzione e sulle tavole degli italiani (e del resto del mondo) se non fosse per la manodopera immigrata, quella proveniente dall'India in particolare. Lo sostiene un'inchiesta del New York Times riportata in prima pagina come notizia di apertura sull'International Herald Tribune (che del Nytimes è la vetrina internazionale) che senza girarci troppo attorno riassume tutto nel titolo: «Sono i contadini indiani a far scorrere il latte italiano».  

AUMENTANO I MR SINGH - Sono in particolare i Sikh del Punjab ad avere preso il posto degli allevatori italiani nelle aziende lattiero-casearie della pianura al punto che, ricorda il quotidiano Usa, nella provincia di Cremona al fianco dei Ferrari e dei Galli uno dei cognomi più diffusi sull'elenco telefonico è diventato Singh, E' iniziata da almeno vent'anni l'immigrazione indiana nelle zone padane e oltrepadane e oggi anche Simone Solfanelli, presidente della Coldiretti di Cremona, riconosce che senza di loro ci sarebbero grosse difficoltà nel mandare avanti la produzione: su circa tremila addetti, gli immigrati rappresentano un terzo della forza lavoro. «Non saprei dire se senza gli indiani si rischierebbe davvero uno stop - ha precisato al giornale newyorkese -, ma di certo le difficoltà sarebbero notevoli».

Il tempio sikh di Pessina Cremonese


GLI ITALIANI NON VOGLIONO PIU' - Il fatto è che gli indiani hanno via via sostituito gli allevatori locali andati in pensione, che i giovani italiani non hanno sostituito, ritenendo forse il lavoro nelle stalle, che nonostante la meccanizzazione richiede una presenza umana per 365 giorni all'anno, troppo pesante e poco soddisfacente. Così, come già capitato in diversi altri settori, gli immigrati sono andati a coprire un vuoto scongiurando ripercussioni negative sul pil locale. Il sindaco di Pessina Cremonese, Dalido Malaggi, lo dice ancor più chiaramente: «Hanno salvato un economia che sarebbe stata gettata alle ortiche perché i nostri giovani non vogliono più lavorare con le mucche». Non a caso nelle settimane scorse proprio a Pessina Cremonese è stato inaugurato quello che viene riconosciuto come il più grande tempio sikh d'Europa, considerato da più parti un simbolo di integrazione, nonostante le proteste promosse da Lega Nord e Forza Nuova, contrarie alla sua creazione.



Al. S.
08 settembre 2011 11:11



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La polizia di Bogotà in pattuglia con la Ferrari

La Stampa





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Pozzuoli, chi rimuove il carro attrezzi in divieto di sosta?

I treni della felicità, quando il Nord salvò i figli del Sud

La Stampa



Nel dopoguerra migliaia di famiglie del nord salvarono dalla fame e dalla miseria 70mila bambini del sud. Il documentario Pasta Nera, presentato a Venezia, ci racconta la loro storia



CARLO DI FOGGIA

Nel difficile panorama dell’Italia centocinquantenaria, capita spesso di guardarsi indietro con nostalgia, attingendo alla grande tradizione popolare del nostro Paese. Succede allora che dal bagaglio della memoria affiorino storie di iniziative incredibili e molto spesso dimenticate, come quella che quasi settant’anni fa unì nord e sud in uno slancio di solidarietà che permise di salvare un’intera generazione di bambini: 70mila figli del sud e delle miserie del conflitto, ospitati durante i durissimi inverni del dopoguerra da famiglie di lavoratori emiliani, romagnoli, toscani e liguri. Un’accoglienza inizialmente prevista per pochi mesi ma che in molti casi si protrasse più a lungo, a volte per anni. Alcuni di loro vennero addirittura adottati dalle famiglie di cui furono ospiti.

Ora il documentario Pasta Nera - firmato dal regista barese Alessandro Piva (La capa gira e Mio cognato) e presentato alla sessantottesima mostra del cinema di Venezia nella sezione controcampo - ci racconta la loro storia. Quella di Americo, Dante, Erminia e delle migliaia di bambini che viaggiarono tra il 1945 e il 1951 su quelli che vennero chiamati “i treni della felicita”. Un viaggio verso nord che nessuno di loro ha dimenticato e che ha cambiato la loro vita per sempre. Ad accoglierli un mondo lontano anni luce da quello lasciato a casa: troppo diversa la vita di un piccolo coltivatore o di un artigiano emiliano da quella di un bracciante del mezzogiorno, dove si viveva del lavoro di una giornata e si mangiava una volta al giorno.

I racconti e le voci dei protagonisti di allora, oggi anziani e le immagini di repertorio donate da Cinecittà Luce (fusione tra Cinecittà e lo storico Istituto) - che insieme a Rai Educational e alla Seminal Film, ha collaborato alla produzione del documentario - ci restituiscono una straordinaria pagina di storia politica e civile del nostro paese, finora poco approfondita e sopravvissuta principalmente nei ricordi di chi quell’esperienza la visse in prima persona.

E se nell’aprile del 2002 lo stesso Piva e l’antropologo e studioso di storia orale, Giovanni Rinaldi non ne fossero venuti a conoscenza per puro caso, girando un documentario per la Rai sulla rivolta dei braccianti di San Severo di Puglia (marzo 1950), chissà per quanto tempo ancora questa storia sarebbe rimasta relegata nel buio di un archivio o custodita esclusivamente nella memoria dei suoi protagonisti. I figli di quei braccianti infatti - quasi tutti arrestati alla fine di una giornata convulsa che contò anche un morto - raccontarono, di essere stati ospitati durante il processo ai loro genitori, da famiglie di Lugo di Romagna, Ancona, Follonica e Ravenna.

È iniziata così la ricerca di quei bambini e presto i due studiosi si sono accorti di avere ricostruito solo un piccolo tassello di una vasta organizzazione, messa in piedi dall’Udi e dalle donne del Pci, che dal 1945 al 1951 salvò più di 70mila bambini, alcuni provenienti anche dai grandi centri urbani del nord, come Milano e Torino, semidistrutti dai bombardamenti alleati e dalle zone disastrate dalle calamità naturali come il Polesine dopo la terribile alluvione del novembre del ‘51.

Una ricerca portata avanti in primis da Giovanni Rinaldi, che ha raccontato questa storia in un bellissimo libro e confluita poi nel documentario, per la cui realizzazione ci sono voluti oltre tre anni e la ricerca estenuante dei finanziamenti, “che per la verità - confesssa lo stesso Rinaldi - sono stati pochi. “Una storia - ci dice lo studioso - che ci ricorda che non esistono nord e sud ma esiste solo l’Italia. Un insegnamento che acquista ancora più valore in un momento come questo, dove assistiamo allo sbarco di migliaia di disperati e abbiamo dimenticato il valore dell’accoglienza”. Pochi giorni fa, ad esempio, un’inchiesta dell’Espresso ha svelato le difficili condizioni in cui si trovano i figli dei migranti all’interno del centro di detenzione di Lampedusa.

Protagonisti i bambini quindi ma non solo. Questa è una storia che parla anche di donne, “perché - spiega Piva - le donne della sinistra italiana hanno dovuto combattere pregiudizi presenti anche tra i loro compagni”. Questa straordinaria iniziativa di solidarietà si deve soprattutto a loro, e alle famiglie dei lavoratori del nord che aprirono le loro porte ai bambini meridionali, vestendoli e curandoli come fossero figli propri. “Non ci hanno mai trattato da estranei - spiega uno di loro nel documentario - noi eravamo come un famigliare aggiunto”.

Lo stupore è forse il ricordo rimasto più impresso nella memoria, soprattutto per chi proveniva dalle zone più arretrate del meridione: “Quando mi sono svegliato e siamo usciti, mi hanno offerto un gelato, il primo gelato mangiato in vita mia - racconta Americo, che scelse di non tornare, rimanendo a vivere dalla famiglia che lo aveva ospitato - tanto è vero che quando mi hanno dato il cono con la panna dicevano: Ti piace?, Sai che gli ho detto? ‘Assemigghia a’ recotte’, sembra una ricotta. Perché io mangiavo la ricotta giù, non conoscevo i gelati”. I suoi genitori lo avevano chiamato così perché erano cresciuti con il mito dell’America, la speranza di poter un giorno emigrare verso un mondo migliore. Americo il suo sogno lo ha realizzato lasciando la sua San Severo, in Puglia. Non ha solcato l’oceano a bordo di un transatlantico per Ellis Island ma ha preso un treno diretto a nord, nel 1950, quando aveva solo sei anni.

Difficile comprendere appieno il significato che quell’esperienza ebbe sulle vite di quei bambini. “Fu un incontro fra due culture diverse - ha scritto Miriam Mafai - due diversi modi di parlare, di mangiare e di vivere”. A distanza di quasi 70 anni però, non tutto è andato perduto: ''Le famiglie che ci hanno ospitato, aprendoci le loro case - spiega ancora il regista - ci hanno restituito un senso della dignità e dell'accoglienza, questo ci spinge a pensare che il Paese ha ancora stratificato un sistema di valori forte''.

Una storia insomma, che nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia, in un periodo in cui si torna a parlare di nord e sud come due entità separate, meriterebbe di essere ricordata.




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Roma, il 24 settembre omaggio a Mogol per i 50 anni di carriera

La Stampa

Mogol  alla conferenza stampa al Campidoglio per la manifestazione

Concerto gratis in piazza del Campidoglio


Roma

Un concerto gratuito in piazza del Campidoglio, il 24 settembre, celebrerà i 50 anni di carriera di Mogol, al secolo Giulio Rapetti, uno dei più noti autori di testi della musica pop italiana.

L’evento è stato presentato in Campidoglio dallo stesso autore, dal sindaco di Roma Gianni Alemanno e dall’assessore capitolino alla cultura Dino Gasperini.

«Sarà una serata memorabile - ha sottolineato Alemanno - perché abbiamo di fronte un personaggio con una carica umana e artistica incredibile. Non abbiamo di fronte solo un grande paroliere, ma un personaggio che ha saputo mettere insieme l’attività artistica e quella sociale. Questo concerto è un grande dono che facciamo non solo a lui ma alla città di Roma».

Durante lo spettacolo Mogol si racconterà al pubblico rivelando storie e aneddoti sulle sue canzoni, che saranno interpretate da artisti conosciuti ed emergenti: Mario Lavezzi, Btwins, Gioni Barbera, Giuseppe Anastasi, Carlotta, Paula, New Scarlete e i migliori allievi del Cet, la cittadella dedicata a cultura, medicina e ambiente fondata dallo stesso Mogol.

«I suoi 50 anni di carriera fanno parte del patrimonio culturale del paese», ha affermato Gasperini, mentre l’autore ha ammesso di essere «confuso, commosso e grato per un tale omaggio. Quella sera spero di poter ripagare i romani di tanta attenzione».

«Sarei tentato di eseguire “Il Paradiso non è qui” dal vivo, il 24 settembre, così mi arrestano e posso farla sentire ai giudici. È un capolavoro e sono molto rattristato che la vedova Battisti non abbia accolto la possibilità di depositare questa canzone» ha detto Mogol, alla conferenza stampa tornando sulla vicenda della canzone” Il Paradiso non è qui”.

L’inedito di Lucio Battisti è stato scritto con Mogol alla fine degli anni ’70, ma non è stato mai pubblicato. In occasione del Premio Mogol che si è tenuto ad Aosta a giugno scorso, Mogol l’ha fatta cantare a Ron ma la vedova Battisti, Grazia Letizia Veronese, ha chiesto alla Rai di non trasmettere quello spezzone su Rai1. «La Rai non l’ha mandata in onda per ragioni che ancora non ho capito», ha aggiunto Mogol.




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Sacconi si scusi con tutte le donne"

La Stampa


Dopo la barzelletta sulle suore stuprate indignazione da Pd e "Senonoraquando"

 

ROMA


«In nessun altro Paese del mondo democratico un esponente di governo sceglierebbe la metafora dello stupro - incompatibile con qualunque forma di ironia - per esprimere una sua valutazione politica, svelando la sua visione del rapporto tra donne e uomini». Lo afferma in una nota il Comitato delle donne Senonoraquando commentando la barzelletta raccontata ieri dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che sta sollevando critiche pesanti anche in area cattolica così come dalle donne della Cgil e del Pd.

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«L’intervento del Ministro Sacconi ieri ad Atreju alla festa della Giovane Italia è incommentabile e intollerabile! Sacconi si scusi pubblicamente con tutte le donne, per aver riesumato, nella furia della difesa della propria ideologia e dell’attacco alla Cgil, il peggior armamentario sessista e misogino». Lo dice la senatrice del Pd Rita Ghedini mentre la senatrice cattolica del Pd Mariapia Garavaglia dice che «stona in bocca a Sacconi una barzelletta sulle suore»

«Si possono fare paragoni meno ’sacrileghì ma soprattutto è inaccettabile - afferma Garavaglia - che venga violata la dignità delle suore, donne che sanno dare esempi di autentica immolazione. Con una inutile gaffe si è evocato un atto criminale che suore martiri hanno subito davvero durante la recente tremenda guerra in Kosovo»

Per il Comitato delle donne Senonoraquando, al quale aderisce la Cgil, «La violenza dello stupro è la forma più brutale di negazione dell’altro. Non comprende nessuna forma di linguaggio, non ammette nessun sì e nessun no. Come scrisse in occasione del 13 febbraio Suor Rita Giarretta, ripetiamo tutte insieme al Ministro Sacconi: Non ti è lecito».

Caccia all'iPhone5 rubato in un bar

Il Tempo

L'Apple chiede aiuto alla polizia di stato di San Francisco per trovare il prototipo. Un ingegnere lo ha dimenticato dopo aver bevuto diversi drink.


iPhone Sparito il prototipo dell'iPhone5. L'ultima creatura della casa di Cupertino sembra volatilizzato in bar di San Francisco. Stessa cosa era accaduta al precedente modello così in molti pensano a una trovata di marketing per accrescere le aspettative dei fan della «mela».

Un anno fa, infatti, poco prima del lancio dell'iPhone 4, sul web cominciò a circolare la notizia che un prototipo dello smartphone fosse stato dimenticato in un bar e sottratto da qualcuno che aveva fatto circolare immagini e dettagli ancora segreti.

A differenza dell'episodio che ha riguardato l'Iphone 4, non sono state diffuse ancora le immagini del «5» che tra l'altro dovrebbe essere messo in vendita nel prossimo mese. Un ingegnere della casa con la «mela», dopo aver bevuto qualche cocktail di troppo al Cava22, un bar messicano di San Francisco, se ne sarebbe tornato a casa dimenticando l'iPhone5 sul tavolo. Due giorni più tardi, Apple avrebbe contattato la polizia per denunciare il furto del prezioso cellulare.

La polizia ha dapprima negato il suo coinvolgimento, ma poi è intervenuta in forze per dare supporto agli investigatori della Apple. La casa americana avrebbe, poi, rintracciato lo smartphone tramite il sistema Gps nell'appartamento di un giovane che vive a Bernal Heights al numero 500 di Anderson Street, un quartiere residenziale della città californiana, il giovane, però, ha negato di possedere ancora lo smartphone. Secondo quanto riportato da alcuni, il ragazzo avrebbe venduto - non si sa a chi - il prototipo su Craiglist per poco più di 200 dollari.

La sparizione dell'iPhone5, però, rischia di diventare un caso con conseguenze giudiziarie. Uno degli «occhi privati» era Anthony Colon capo della security del gruppo di Cupertino. La Polizia sembra si sia curata solo di ispezionare l'esterno dell'abitazione, mentre gli Investigatori Apple hanno messo sottosopra la casa, l'auto, il computer alla ricerca di informazioni che potessero ricondurre al prototipo di iPhone 5 smarrito. In totale nell'abitazione del giovane sono arrivate sei persone per lo più appartenenti al gruppo di Investigatori Apple.

Ecco quanto raccontato da Calderon: «Quando sono arrivati a casa mia hanno detto di essere del Dipartimento di Polizia di San Francisco - ha dichiarato Calderon - Ho, quindi, pensato che fossero realmente degli agenti della SFPD, ecco perché ho permesso loro di entrare». Il Dipartimento di polizia di San Francisco, che prima aveva smentito qualsiasi coinvolgimento nella ricerca dello smartphone, ha spiegato che non è la prima volta che la polizia aiuti investigatori privati.

Giovedì scorso, per esempio, due ragazzi sono stati accusati di appropriazione indebita per aver provato a vendere sul sito Gizmondo un prototipo di iPhone 4, perso da un ingegnere Apple in un bar a tema tedesco di Redwood City, in California.


Maurizio Piccirilli
08/09/2011




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Ruba quattro chilometri di cavi di rame dell'Alta Velocità: arrestato rom

Il Mattino


NAPOLI - Nella notte tra l’1 ed il 2 settembre lungo la tratta dell'Alta Velocità all'altezza di Afragola, veniva rubato un ingente quantitativo di cavi in rame, circa 4000 metri, utilizzato per l’alimentazione elettrica della rete ferroviaria.
La polizia, dopo le indagini di rito, ha fatto ieri irruzione in un campo nomade abusivo via Brecce; nel corso del controllo, nascosto dietro a grossi cespugli, veniva rinvenuto il materiale rubato che veniva riconosciuto dai tecnici della FS e quantificato in 4,4 tonnellate.

Tale materiale, del valore commerciale di circa 50.000 euro,veniva riconsegnato e nel corso dell’operazione si procedeva, altresi’, all’arresto di tale Esar Chirez Amet, del 1976, rumeno, che veniva sorpreso e arrestato mentre cercava di spellare i cavi di rame.

Mercoledì 07 Settembre 2011 - 15:10    Ultimo aggiornamento: 15:11





è sempre + difficile
giustificare i rom
L'altra volta Frederick aveva giustamente fatto notare che a Caserta c'erano 20-30 mila case abusive e non si poteva fare polemica per una in + abitata da Rom - Corretto
Ora la domanda è - dato che sono parte della microcriminalità e forse anche qualche cosa di +, coinvolti nei traffici di droga e monori, come risolvere il problema ?
Teniamo presente che una parte sono italiani
Possibile sospendere shenghen e applicare la norma sulle espulsioni anche per i comunitari In quato caso però le espulsioni devono essere fatte nei confronti di tutti non solo nei confronti dei rom

I rom sono un vero problema nato e sviluppatosi con il buonismo di una parte della sinistra e da parte della Chiesa cattolica Il Lussemburgo per esempio ha sempre vietato i campi nomadi e non ha sul suo territorio presenze di rom
commento inviato il 08-09-2011 alle 10:31 da nicolas tagliavia
non basta
mandate le forze dell'ordine al campo rom del viale umberto maddalena........la sera verso le ore 22.00 circa entrano furgoni di varie dimensioni macchine di lusso e quant'altro....incominciate a controllare se queste auto sono assicurate e cosa contengono i furgoni.
commento inviato il 08-09-2011 alle 10:09 da stev
Gli amici di Thomas Hammarberg
Ecco come si guadagnano da vivere gli amici di Hammarberg, magari questi cavi sono stati anche incendiati nella periferia napoletana per ottenere piu' ricavi visto che il rame nudo costa molto di piu' rispetto a quello rivestito. Quidi oltre al danno e ai disagi per il disservizio , c'e anche la beffa per l'aria malsana che respiriamo . Grazie Europeisti .
commento inviato il 08-09-2011 alle 09:40 da nazionalista
VI RICORDATE?
Quando è successo il fatto,io lo avevo detto di potevano essere gli autori di questi furti.E rubano di tutto:.Portoncini di palazzi,tombini,macchinari per l' edilizia r quant'altro capita sotto le loro grinfie.Non hanno rispetto per le altrui proprietà,guidano auto di grossa cilindtata senza copertura assicurativa,e poi si lamentano quando vengono sgomberati dai loro accampamenti abusici.
E state tranquilli che,grazie alle leggi comunitarie,andremo sempre a peggiorare.
commento inviato il 08-09-2011 alle 09:09 da Ga-mon
chi copre i ladri?
Il furto di rame è uno scandalo che deve ASSOLUTAMENTE finire. Come è possibile che tonnellate di rame spariscano da stazioni dei treni e delle metropolitane senza che nessuno se ne accorga?Come è possibile che nei campi rom si brucino tonnellate di plastica dai cavi e nessuno intervenga?Il furto non è più un reato? Chi compra il rame non deve avere la documentazione della proprietà e pagare l'IVA?
commento inviato il 08-09-2011 alle 09:01 da michelexe




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Spagna, i redditi di deputati e senatori online

Quotidiano.net

Come hanno deciso entrambe le Camere il 19 luglio

A partire da oggi gli eletti dovranno specificare qualsiasi fonte di reddito, oltre alle retribuzioni parlamentari che erano già pubbliche, nonché il numero di automobili e immobili posseduti



Zapatero: migliora fiducia, nuove misure           - immagine

Madrid, 8 settembre 2011



Il patrimonio di deputati e senatori spagnoli sarà pubblicato oggi on-line sui rispettivi siti internet, come deciso da entrambe le Camere di Madrid il 19 luglio scorso.
Come spiega il quotidiano spagnolo El Pais, a partire da oggi gli eletti dovranno specificare qualsiasi fonte di reddito - oltre alle retribuzioni parlamentari che erano già pubbliche - nonché il numero di automobili e immobili posseduti (senza indicarne tuttavia l’indirizzo, per motivi di sicurezza, o il prezzo).
Tra le dichiarazioni già in rete spicca quella dell’ex ministro franchista, fondatore del Partido Popular e attuale senatore Manuel Fraga Iribarne, che dichiara quasi un milione di euro fra conti correnti, investimenti e fondi pensione.




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D’Alema è un "nobiluomo" del Vaticano Il vice conte Max emblema della sinistra snob

di


La scoperta: il leader Pd è "nobiluomo" del Vaticano dopo aver richiesto invano un titolo superiore. Tre benemerenze in sei anni: così il "compagno" è diventato un nobile. Idealizzava una società senza classi, ora si ritrova in business class. Da anni la sinistra è un susseguirsi di yacht, case chic e lussi...



Il «conte rosso» per antonomasia è sempre stato Luchino Visconti. L’idea che ora possa esserlo Massimo D’Alema è di sicura impronta marxiana: la storia, ammoniva il gran barbuto di Treviri, quando si ripete è sempre una farsa. Il Fatto pubblica delle foto del conte Max, allora ministro degli Esteri, infracchettato e superdecorato in un’udienza papale del 2006: più che il diavolo e l’acqua santa è una specie di Miseria e nobiltà: al posto del principe di Casador c’è un N.H. con i baffi, l’Ordine Cileno, la Legion d’Onore di Francia e, fresco di nomina pontificia, lo stellone di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano sul petto. Voleva il titolo più alto, lui. Quello di conte. Ma non sapeva che il Vaticano lo riserva ai capi di Stato.
Così si è dovuto «rassegnare» a essere solo un vice. Ma, a conti fatti, vice conte val bene una messa. Si ignora se avesse ai piedi le famose e costose scarpe di cuoio fatte a mano scoperte qualche anno prima presso un calzolaio calabrese, e se sul «Tevere più largo» dell’intesa fra Stato e Chiesa ci fosse arrivato in barca a vela. Si può escludere, visto il rigido protocollo e l’assenza dello chef Vissani, che ci sia stato il tempo per una risottata catto-comunista nella foresteria vaticana.
Abbiamo convissuto per anni con l’idea che i «compagni» fossero persone serie, pericolose proprio perché convinte delle loro idee. Eravamo giovani e quindi eravamo ingenui: non avevamo capito che sotto il vestito rosso non c’era niente, bastava invitarli a pranzo o portarli dal sarto e la rivoluzione sarebbe finita lì.
Da anni ormai la sinistra è un susseguirsi di yacht, merchant bank dove non si parla inglese, vigneti e abiti griffati. Ci siamo abituati ai vellutini di Fausto Bertinotti e ai foulard di Achille Occhetto, agli sloop di 60 piedi di SuperMax, alle piccole Atene di Capalbio (o era Cetona? Ah, saperlo), alle tenute agricole nelle Langhe care a Cesare Pavese, o nell’ubertosa Umbria da sempre cuore caldo della sinistra di lotta (ma dai) e di governo (ma sì). Ci siamo anche abituati all’idea di leader del comunismo che fu, pronti a giurare che loro, comunisti, non lo erano mai stati (Veltroni docet). Perché sorprenderci ora se li vediamo inseguire un titolo nobiliare? È vero: già Giovanni Giolitti sosteneva che un sigaro e una croce di cavaliere non si negavano a nessuno, ma quella era l’Italietta liberal-conservatrice, mica il «Paese normale» della retorica progressista...
Diceva Chateaubriand che l’aristocrazia passava per tre età successive: «L’età delle qualità superiori, l’età dei privilegi, l’età delle vanità. Uscita dalla prima, degenera nella seconda e si spegne nell’ultima». La sinistra è divenuta aristocrazia senza averne i meriti e accontentandosi dei difetti: perpetua i privilegi, è superbamente vanitosa. Da tempo non rappresenta più nulla, ma ha imparato a farlo con sussiego e prosopopea: la «diversità», la «questione morale», la «parte sana» eccetera, eccetera.
È una sinistra con la puzza sotto il naso, il mutuo cospicuo in banca e il contratto da rinnovare in Rai, o presso qualche ente, o presso qualche grande editore, sempre indignata e sempre sofferente, per anni convinta di doversene andare, sdegnata, in esilio: il clima si era fatto invivibile, la democrazia non c’era più. Naturalmente è ancora qui.
Si dirà: non c’è niente di male a volere un po’ di ricchezza, a sognare un’ascesa sociale, a inseguire un quarto di nobiltà... Ci mancherebbe: dalla società senza classi alla business class può anche essere un programma politico. Basta saperlo. Male che vada, voli Freccia alata, giri il mondo e bombardi la Serbia. È per questo che fin dall’infanzia ci si iscriveva alla Direzione del Pci.




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Un milione nel mirino dei pm: ecco chi dava i soldi a Penati

di

Sotto la lente della Procura i contributi per l'elezione in Provincia e Regione


Milano - Il portafoglio - al netto di una fede Democratica - non sta né a destra né a sinistra. Sta dove arriva il denaro. Ci sono le coop, ed è quasi scontato. Ci sono le banche, decisamente più inso­lito. E poi i costruttori, gli immobiliari­­sti, imprese da varia natura. Ci sono pu­re gli indagati, gli stessi messi sotto in­chiesta dalla Procura di Monza. La lun­ga schie­ra dei benefattori di Filippo Pe­nati è una lista tanto eterogenea quan­to generosa. Migliaia di euro. In bonifi­ci o in contanti.
C’è-nemmeno a dirlo-l’amico Mar­cellino Gavio, con cui concluse l’affare degli affari, Serravalle. Per due campa­gne elettorali -quando l’ex braccio de­stro di Pierluigi Bersani corre come candidato alla Provincia di Milano e poi alla Regione Lombardia- Penati in­cassò dagli sponsor qualcosa come un milione di euro. Denaro su cui ora la Procura di Monza e la Guardia di finan­za intendono fare luce. Il 10 agosto, su mandato dei pm Wal­ter Mapelli e Franca Macchia, le fiam­me gialle entrano in un appartamento milanese a pochi passi dalla stazione Centrale. Nessuna targa, nessun cam­panello. Quella è una delle casseforti di Penati. In quegli uffici, infatti, si tro­vano le carte che ricostruiscono gli ulti­mi finanziamenti ai comitati elettorali dell’ex sindaco della Stalingrado d’Ita­lia, e alla sua fondazione «Fare Metro­poli ».
Ce n’è per tutti. L’elenco - in parte pubblicato nei giorni scorsi anche dal Giornale , ieri ri­costruito sul quotidiano la Repubblic a e intregralmente riportato nelle pagi­ne del settimanale Panorama inedico­la domani­ è un vademecum della tra­sversalità politica. Da chi prende soldi l’ex giovane assessore del Pci? Dal co­s­truttore e presidente dell’Atalanta An­tonio Percassi ( 45 mila euro versati tra­mite le società Stilo Retail e Finser spa ), dall’ingegnere Michele Molina (nel mi­rino dei pm per l’affare dell’«Idroscalo park»), dal presidente della banca di Legnano Sergio Corali (10mila euro), dall’architetto Renato Sarno (indaga­to), dalla Multimedica di Daniele Schwarz (20mila euro), dalla Legaco­op Lombardia (60mila euro di bonifi­co tra il 2 e il 24 marzo del 2010, e altri 45mila tra il 13 gennaio e il 24 marzo dello scorso anno),dall’Iper Montebel­lo (5mila euro), dalla Pca che sarebbe riconducibile al manager Bruno Bina­sco (20mila euro) dalla Milano Pace di Sarno, Enrico Intini e Roberto De San­tis (20mila euro), che investono circa 100 milioni di euro in un progetto im­mobiliare a Sesto San Giovanni - dove Penati è stato sindaco dal 1994 al 2001­e considerati vicini a Massimo D’Ale­ma, oltre a otto versamenti anonimi per circa 86mila euro. E poi ci sono i 60mila euro in due tranche che arriva­no dalla Turbosider di Torino.
Perché una ditta di torino dovrebbe contribui­re­alla campagna elettorale di un candi­dato lombardo? Forse perché - come scrive ancora Panorama-l’azienda ha di recente vinto assieme al gruppo Ga­vio la gara per rinnovare centinaia di chilometri di guard rail lungo l’auto­strada Milano-Serravalle. Un appalto da 100 milioni di euro, fermo per una battaglia di ricorsi incrociati tra le ditte in gara. Procura e Gdf, ora, cercheranno di capire se quei 60mila euro di contribu­ti elettorali non siano stati un modo per oliare la macchina della politica.



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L'ultima paura del Giro della Padania: i comunisti

Corriere della sera


Moser: «La Padania esiste, tacciano». La federazione invita tutti alla calma. Prc: «La corsa va fermata»


MILANO - Giro della Padania, tappa seconda. Proteste, tafferugli, insulti e botte ai corridori hanno posto i manifestanti sul banco degli imputati. «Ma cosa vogliono questi comunisti con tutte quelle bandiere rosse? Senza tutto questo casino nessuno si sarebbe accorto che c'era il giro della Padania», afferma Francesco Moser, ex campione del mondo di ciclismo, il quale nega che il nome della corsa possa essere motivo di contesa: «La Padania esiste, è inutile far finta di niente, quindi è giusto che la corsa si chiami così. Moser sottolinea poi che «i comunisti» organizzano «da una vita corse ciclistiche come il Giro delle Regioni o il Gran premio della Liberazione e nessuno ha mai detto niente. Perché anche gli altri non dovrebbero farlo?

Mi hanno criticato perché ho partecipato alla presentazione, ma quando ho corso il Gp della Liberazione, dove «i compagni» favorivano i russi, nessuno ha detto niente». «Un anno - spiega l'ex campione - proprio in quella corsa ero in fuga, verso Cerveteri, con Tullio Rossi e con due russi, uno dei quali poi vinse commettendo una scorrettezza per la quale avrebbe dovuto essere squalificato. Invece siccome era dell'Urss, col cavolo che lo fecero».

LA FEDERCICLISMO - Il presidente della Federciclismo, Renato Di Rocco, invita tutti alla calma: «Tutti siamo liberi di esprimere le nostre opinioni, ma è incivile e inaccettabile che si passi alla contestazione violenta per impedire lo svolgimento di una gara sportiva regolarmente approvata e persino all'aggressione fisica degli atleti. Invito tutti alla calma ed al buonsenso». Di Rocco sottolinea poi che la Fci «non può non sostenere una manifestazione sportiva che si svolge sotto la sua egida, organizzata da una società regolarmente affiliata e tenuta a rispettare i principi del suo statuto e della Carta Olimpica». Uno degli organizzatori della corsa è il sottosegretario leghista Michelino Davico, il quale chiede interventi decisi contro chi contesta in modo violento.

«Non abbiamo ceduto agli insulti ed alle provocazioni di questi sedicenti gruppi di sinistra - spiega - ma ora che due corridori sono stati colpiti chiediamo che gli aggressori di Savona siano identificati e denunciati». Non commenta le violenze, ma chiede che la corsa sia annullata il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. «Le proteste continueranno - sostiene Ferrero - e a questo punto è evidente che non si tratta di un bluff. La Lega non può pensare di strumentalizzare in questo modo il mondo dello sport». Intanto oggi il giro continua con la tappa considerata più a rischio. Attraversa infatti l'Emilia, terra di «comunisti».


Redazione Online
08 settembre 2011 09:44




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Sconto agli onorevoli, tagli quasi annullati

Corriere della sera

Ammorbidite le norme sull'incompatibilità




ROMA

Sorpresa: l'emendamento del governo che rafforza l'entità della manovra, con l'aumento dell'Iva, e la sua equità, con il contributo sui super-ricchi e l'anticipo della pensione a 65 anni delle donne, fa anche un bello sconto a ministri, deputati e senatori.

In attesa del promesso disegno di legge costituzionale per il dimezzamento del numero dei parlamentari, che forse non arriverà neanche oggi sul tavolo di Palazzo Chigi, l'articolo 13 della manovra sui costi della politica è stato abbondantemente rivisitato. Con una bella riduzione del taglio delle indennità dei membri di Camera e Senato, almeno sei volte di meno rispetto a quanto previsto nel testo originario, e l'ammorbidimento dell'incompatibilità del loro mandato con gli altri incarichi pubblici.

Tanto per cominciare, il taglio delle retribuzioni o delle indennità di carica dei componenti degli organi costituzionali
(il 10% per la parte eccedente i 90 mila euro, il 20% su quella che supera i 150 mila), non si applicherà più da domani e per sempre, ma solo per quest'anno, il prossimo, e il 2013. E dalla sforbiciata, grazie alla modifica approvata ieri con il voto di Palazzo Madama, vengono fatti salvi «la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale».

Cosa che ha fatto infuriare il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, contro i «boiardi» della Consulta e del Quirinale,
che ha risposto per le rime. Spiegando che il Colle è estraneo alla formulazione della norma, che è il governo che semmai deve dare chiarimenti, e che, in ogni caso, ai dipendenti della presidenza della Repubblica «già si applica il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la pubblica amministrazione». Che, per onor di cronaca, è pari alla metà: il 5% oltre i 90 mila euro, il 10% oltre i 150 mila.

Nessuna parola, né da Castelli, né dagli altri quasi mille rappresentanti della Camera e del Senato, sull'alleggerimento dei tagli all'indennità parlamentare,
che pure l'emendamento prevede. Se un deputato o un senatore fa anche un altro mestiere e incassa più di 9.847 euro netti, l'indennità di carica di 5.486 euro mensili netti (cui poi si sommano tra diaria e rimborsi spese altri 7.193 euro, che non vengono toccati), non sarà più tagliata del 50% come prevedeva il testo originario. La sforbiciata si farà sul totale annuo percepito a titolo di indennità, e sarà pari al 20%, ma solo per la quota eccedente i 90 mila euro, e al 40% per quella che supera i 150 mila euro.

Non bastasse, anche il regime dell'incompatibilità dei parlamentari, prima ferreo con l'impossibilità di ricoprire
«qualsiasi altra carica elettiva pubblica», viene notevolmente annacquato. Nella nuova versione del testo, infatti, l'incompatibilità è circoscritta alle altre cariche elettive «di natura monocratica» e relative a «organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5 mila abitanti». Traduzione: i parlamentari potranno continuare a fare i sindaci nei Comuni piccoli e medi. Ma potranno anche avere l'incarico di assessore in tutti i municipi, compresi quelli delle grandi città.

Mario Sensini
08 settembre 2011 07:33





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Tv, buon compleanno Star Trek

Corriere della sera


Il primo episodio trasmesso dalla Nbc l'8 settembre 1966. I viaggi dell'Enterprise hanno ispirato di film e libri



La squadra dell'Enterprise

Quattro miliardi di anni or sono, una civiltà umanoide sparse il proprio DNA in vari pianeti della galassia. Mescolandosi alle prime forme di vita lì presenti, questo diede origine a specie intelligenti come umani, Klingon, Vulcaniani e Cardassiani. La storia è nota ai fan di Star Trek, capolavoro di fantascienza di cui 45 anni fa veniva trasmesso il primo episodio. L'otto settembre 1966, sul canale Nbc, la serie cominciava annunciando, come sarebbe poi successo a ogni puntata, i viaggi dell'astronave Enterprise, «diretta all'esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima».


LE INVENZIONI- I tre personaggi chiave (il capitano Kirk, l'ufficiale scientifico dottor Spock, e quello medico dottor McCoy) erano dotati di un equipaggio affiatato e di strumenti tecnologici che sarebbero entrati nell'immaginario collettivo – e in qualche caso persino nella realtà, come fecero decenni dopo i telefoni satellitari o i computer palmari. Le invenzioni più note sono però legate a idee ancora oggetto di indagine da parte della comunità scientifica. Tra di esse il teletrasporto quantistico, che consentiva all'equipaggio di materializzarsi su un pianeta senza l'impiccio di atterrarvi, e i viaggi a velocità superluminale, resi possibili dalla propulsione a curvatura: in un batter d'occhio, l'astronave copriva distanze immense in tempi minimi. La serie Next Generation introdusse il “ponte ologrammi”, che creava repliche reali (“ologrammi solidi”) in grado di interagire in una realtà virtuale immersiva.

UNA SERIE ALL'AVANGUARDIA- Ma le novità non riguardavano solo la tecnologia. Star Trek costruì il proprio universo immaginario su una società ottimistica nella quale i problemi del pianeta Terra (guerre, discriminazioni, fame, energia) erano stati risolti. Certo, per farlo c'era voluto il contatto con gli alieni, più progrediti anche eticamente; ma il risultato non cambia. In un momento storico che vedeva il blocco sovietico opposto a quello occidentale, la serie mandava in onda personaggi di varie razze, umane e non, che lavoravano in armonia per esploravano la galassia diffondendo ideali come l'uguaglianza e la pace. Il 22 novembre 1968, Star Trek trasmise il primo bacio interraziale della storia della televisione: quello tra Uhura, prima attrice afroamericana a ricoprire il ruolo di ufficiale in una serie televisiva, e il capitano Kirk.
IL TREND - Ispiratore per più di quarant'anni di nuove serie, film e libri, l'universo di Star Trek ebbe un successo popolare di tale portata che la NASA chiamò Enterprise uno dei prototipi costruiti per addestrare l'equipaggio dello Space Shuttle. Alla sua inaugurazione, venne suonata la sigla di Star Trek. Sul sito ufficiale dei fans è possibile seguire, assieme ad altri 486mila membri, l'organizzazione di eventi e iniziative; chi vuole invece imparare a parlare la lingua Klingon può consultare il sito.


Elisabetta Curzel
07 settembre 2011(ultima modifica: 08 settembre 2011 07:48)



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Parti cesarei, Milano fa scuola: sono il 30%, meno che nel resto d'Italia

Corriere della sera


La media nazionale è del 40% circa. Tra i motivi della scelta, la paura del dolore e il desiderio di programmare


MILANO - Quattro bambini su dieci in Italia nascono con taglio cesareo, a conferma che il nostro Paese è una delle Nazioni in cui si effettua il più alto numero di questi interventi. Si tratta all'incirca di una media del 40%, quando le soglie raccomandate dall'Oms si limitano al 15%. A Milano però la media dei cesarei è del 30%, una delle più basse in Italia. È quanto emerge dall'indagine «Naturale o cesareo? Il parto che divide» realizzata dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), in collaborazione con il settimanale «Io Donna» e il Dipartimento di salute materno infantile dell'Oms, su un campione di mille donne di età compresa fra i 20 e i 40 anni e presentata mercoledì a Palazzo Marino a Milano.

L'assessore meneghino alle Politiche sociale Pierfrancesco Majorino ha espresso soddisfazione per il dato, sottolineando che «come Amministrazione, per quanto di nostra competenza, sosteniamo la natalità e la genitorialità», e annunciando sostegno e appoggio per gli ospedali milanesi e le strutture sanitarie che sono impegnate in una campagna di informazione rivolta alle future mamme sui potenziali benefici e danni del taglio cesareo, «in modo tale che non si abusi del cesareo ma venga attuato solo laddove le effettive necessità cliniche della donna lo richiedano». L'assessore ha precisato che «alla clinica Mangiagalli, dove si concentrano i parti più complessi, il 41% delle donne effettua il parto cesareo, all'ospedale Sacco il 33%, al San Raffaele il 32%, al San Carlo il 29%».

VALUTARE CASO PER CASO - Se i 2800 cesarei sui 6500 parti totali effettuati nel 2008 nella Mangiagalli possono essere spiegati dal fatto che nella struttura milanese si concentrano il 7% dei parti dell’intera regione e la maggior parte delle gravidanze complesse, la media cittadina resta comunque ben al di sopra di quelle indicate dall’Oms, 15%, e dal ministero della Salute, 20%, «soglie da rivedere e da aggiornare ma comunque indicative», come ha osservato Massimo Candiani, primario di ginecologia del San Raffaele suggerendo che «la cosa migliore sarebbe valutare caso per caso la vera necessità di ricorrere al cesareo, che è e rimane un intervento chirurgico non per forza più sicuro del parto vaginale».

PAURA DEL DOLORE - I dati di Milano rispecchiano la tendenza sia regionale sia nazionale: tra il 2001 e il 2009 in Lombardia le donne che hanno scelto di partorire con un cesareo sono passate dal 21,3% al 28,1%, sempre secondo Onda, spinte soprattutto dalla paura del dolore e attirate dall’idea di poter programmare il parto, quindi, come ha osservato Mario Merialdi, direttore area ricerca del dipartimento di salute riproduttiva dell’Oms, «garantire l’epidurale a tutte le donne potrebbe limitare i cesarei non giustificati da ragioni mediche». Oltre all’epidurale, dall’indagine emerge che anche un maggior monitoraggio dei motivi specifici della scelta all’interno delle strutture ospedaliere potrebbe aiutare Milano e l’intero paese a rientrare nei limiti indicati dall’Oms.



Redazione online
07 settembre 2011 16:18



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Dalle bollette elettriche ai detersivi La nuova Iva per le famiglie

Corriere della sera

I consumatori: l'aumento al 21% costerà 385 euro l'anno


Le bollette elettriche e i detersivi. I giocattoli e le tv, ma anche auto, moto, abbigliamento e scarpe. Così pure caffè, vino, cioccolata, pacchetti vacanze e una serie di servizi, dalle riparazioni dell'idraulico al taglio del parrucchiere. Sono i «protagonisti» dell'aumento dell'Iva dal 20 al 21% deciso in extremis dal governo. La scelta impopolare almeno porterà nelle casse dello Stato tra i 4 e i 5 miliardi all'anno. E avrà un impatto sui prezzi dello 0,8%. In teoria. In pratica i timori delle associazioni dei consumatori è un aumento indiscriminato dei prezzi. Con conseguente penalizzazione dei consumi, già in sofferenza per la crisi prolungata che ormai si sta facendo sentire sulle famiglie. Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi «il rialzo porterà a un aumento di tutti i prodotti indistintamente perché l'Iva viene scaricata sui consumatori. Saremo destinati a veder salire anche l'inflazione».

Le stime
Il termine ricorrente è «stangata». Che il Codacons quantifica in 290 euro l'anno, ma che salirebbero fino a 385 euro per una famiglia di 4 persone. I calcoli della Cgia di Mestre, l'associazione degli artigiani, è invece meno catastrofista e parla di «aggravio contenuto», valutando la misura del governo il «male minore». La Cgia ha diviso le famiglie per disponibilità di spesa, prendendo in considerazione le fasce di reddito che vanno da un minimo di 15 mila a un massimo di 55 mila euro e per ognuna è stata calcolata l'incidenza dell'aumento in tre casi: contribuenti senza familiari a carico, famiglie con coniuge e 1 figlio a carico e famiglie con coniuge e 2 figli a carico.

Nell'elaborazione è stato tenuto conto dei fattori che possono influenzare il reddito disponibile e la diversa propensione al consumo. Il risultato mostra un aumento della spesa annua che va da 37,54 euro a 60,64 per chi ha un reddito di 15 mila euro senza familiari a carico oppure con coniuge e 2 figli. Per chi guadagna 30 mila euro l'aumento va da 58,27 a 77,84 euro. Più si sale con il reddito e più aumenterà l'incidenza: per le famiglie con entrate da 55 mila l'aumento andrà da un minimo di 99,75 a un massimo di 123,21. Federconsumatori, invece, ha fatto un calcolo solo sul rincaro della benzina: un esborso aggiuntivo di 32 euro l'anno, che se si somma agli aumenti a caduta da agosto 2010 si potrà arrivare a oltre 470 euro in più all'anno per fare il pieno.

Il conflitto di interessi
Certo, l'aumento dell'Iva sulla bolletta elettrica sarà pagato in automatico e così sul caffè o sul vino, sulla tv o sui giocattoli. Ma c'è tutta una serie di servizi sulla quale crescerà la tentazione all'evasione. Niente ipocrisie. Chiunque si è trovato a dover dare una risposta alla domanda «con o senza Iva?». E in alcuni casi la differenza non sarà stata certo di poco conto. Si va dal dentista all'imbianchino (nessuna delle categorie citate se ne abbia a male). Del resto i numeri dell'evasione sono chiari: 60 miliardi di Iva non pagata all'anno, la metà dell'intero gettito mancato.

Si accende così un faro sul problema e la difficoltà dei controlli. Tema che fa ciclicamente riaffiorare l'ipotesi di un ampliamento delle spese deducibili dal privato cittadino con l'obiettivo di far emergere il «nero». In questo caso il conflitto di interessi si risolverebbe a favore della richiesta della fattura o dello scontrino per poi poter detrarre in parte la spesa sostenuta. Ma guardando al passato, le misure prese in questa direzione non hanno prodotto grandi risultati.

Come ad esempio la deducibilità delle spese mediche, fa presente l'Agenzia delle Entrate: non c'è stata un'impennata del gettito in quel settore. Mentre la Guardia di Finanza ricorda l'operazione «Pandora» portata a termine due anni fa sulle ristrutturazioni, per le quali erano stati richiesti sgravi fiscali. Le Fiamme Gialle hanno scoperto oltre 5 mila imprese edili che avevano eseguito i lavori senza dichiarare alcun reddito (3 miliardi di euro occulti), mentre i clienti avevano richiesto lo sgravio fiscale nella loro dichiarazione dei redditi. Dai controlli dei finanzieri sono risultati circa 500 milioni di Iva evasa.

I controlli
Insomma, il problema controlli è determinante. Per Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info , il quotidiano del commercialista, «l'ampliamento delle spese deducibili può sembrare a prima vista una soluzione per rimuovere le prassi consolidate di complicità, ma nei fatti è più complicato perché solo il controllo verifica la vera spesa sostenuta. E dunque potrebbe invece portare i cittadini a dichiarare spese non sostenute. Oggi l'Agenzia delle Entrate già non riesce a fare i controlli sui 5 milioni di partite Iva. Come potrebbe garantirli sui 40 milioni di contribuenti per dissuaderli dal dichiarare il falso?». Una soluzione però ci sarebbe: «Prevedere una modalità di certificazione delle spese detraibili - ragiona Zanetti - tali da consentire l'inclusione nei file telematici della dichiarazione dei redditi in modo tale che ci sia un riscontro diretto».

Intanto c'è l'aumento dell'Iva ordinaria al 21%, mentre le altre aliquote rimangono invariate. La minima al 4%, che interessa alcuni generi alimentari come frutta, verdura e latte, i libri e i giornali e le vendite delle abitazioni quando si tratta di «prima casa». L'aliquota ridotta resta al 10% ed è applicata, ad esempio, a uova e birra (mentre il vino è al 21%) e alle cessioni di abitazioni che non hanno il requisito di «prima casa», ma anche alle bollette elettriche per alcuni grandi clienti industriali come possono essere le acciaierie. Il provvedimento, comunque, non stupisce più di tanto Zanetti: «Mi sembra coerente - conclude -. Da due anni si parla di riforma fiscale e di spostare la tassazione dai redditi alle cose. Sul tema erano d'accordo tutte le parti sociali. Ed è quello che è stato fatto. Certo, ci sono poi anche i patrimoni».


Francesca Basso
08 settembre 2011 07:44



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Divorzio per colpa al marito mammone

La Stampa



CARLO RIMINI*

La Cassazione, in una sentenza depositata nei giorni scorsi, ha affermato che è giusto pronunciare la separazione con addebito al marito nel caso in cui sia dimostrato che la moglie è stata vittima di manifestazioni di disprezzo da parte della suocera. Ma quale è la responsabilità del marito per l’ostilità manifestata da sua madre nei confronti della nuora? Egli si è sottratto al dovere di tutelare la dignità della propria moglie di fronte alla madre. Dunque, secondo la Cassazione, la moglie ha il diritto a che il marito la difenda e la protegga dalla suocera.

I principi di diritto prendono vita nei fatti. Cerchiamo dunque di ricostruire il fatti, come emergono dalle carte di un processo durato, come molti, più di dieci anni. La sentenza della Cassazione è fatalmente sintetica, il racconto procede per pennellate veloci, ma il lettore non ha difficoltà a ricostruire la trama. I luoghi innanzitutto: un paese lungo il Po, la nebbia, la campagna; gente perbene, lavoratori. La Cassazione annota che vi era una «contiguità abitativa» fra la casa dove vivevano i coniugi e quella dei genitori del marito.
Possiamo immaginare una villetta bifamiliare costruita dai genitori del marito; immaginiamo la suocera decidere ogni dettaglio dell’arredamento della casa dei giovani sposi, imporre la sua presenza quotidiana con la scusa di aiutare la nuora. Le sue critiche per l’organizzazione domestica erano continue «manifestazioni di sostanziale disprezzo» nei confronti della nuora. Il marito lasciava fare, abdicando al suo ruolo. Gli psicologi incaricati dal Tribunale hanno accertato «una sua dipendenza non ancora risolta con la madre».
Poi è nato un bambino. La moglie deve aver pensato che finalmente l’incubo fosse destinato a finire, che suo marito, diventato padre, sarebbe maturato, avrebbe interrotto quella dipendenza. L’illusione è durata lo spazio di un mattino: con la scusa di far visita al nipote, di occuparsi della sua crescita, di mettere a disposizione la sua esperienza… la presenza in casa della suocera diventava ancora più asfissiante. La moglie, a questo punto, non ha più sopportato e ha iniziato a chiamare i Carabinieri per farla allontanare. Negli atti si leggono le relazioni di servizio del Maresciallo intervenuto più volte nel tentativo di riportare la serenità in quella casa. Senza esito: un giorno, di fronte all’ultima offesa, la moglie se ne è andata, immaginiamo portando con sé il figlio.

Il marito è dunque il colpevole di questa guerra fra suocera e nuora. A lui il giudice ha anche riservato una sanzione ben più grave della pronuncia di addebito della separazione, una sanzione forse eccessiva. Il padre ha infatti perso l’affidamento del bambino che è stato affidato esclusivamente alla madre. I diritti del padre di vederlo e di tenerlo con sé sono stati ridotti per la necessità ridurre il più possibile i contatti tra i genitori, avendo dimostrato il padre di non saper gestire il conflitto fra due gruppi familiari «nemici». Per la stessa ragione il giudice ha negato ai nonni paterni qualsiasi diritto di vedere ed incontrare il nipote autonomamente, al di fuori delle occasioni di visita del bambino al padre. Insomma, una storia finita male.

* Ordinario di diritto privato all’Università di Milano



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