domenica 11 settembre 2011

Il diritto all'intimità ferma il "41 bis"

La Stampa

Le telecamere di sorveglianza nella toilette sono vietate anche per i detenuti sottoposti al 41 bis per tutelare il diritto all’intimità. Infatti, la Cassazione, con sentenza n. 16402/11, ha rigettato il ricorso del p.m. che chiedeva la video-sorveglianza per il boss anche quando si appartava per esigenze fisiologiche.

Il Caso

Il tribunale di sorveglianza di Milano accoglieva l’istanza del detenuto sottoposto al “carcere duro” (art. 41 bis ordinamento penitenziario) volta ad eliminare la video-sorveglianza anche durante l’uso della toilette al fine di non ledere la sua intimità e riservatezza. L’ordinanza rammentava che i controlli fisici diretti, mediante feritoie ed oblò, dovevano ritenersi sufficienti a prevenire possibili aggressioni alla persona del detenuto o atti autolesionisti dello stesso. Il p.m. propone ricorso evidenziando le spiccate caratteristiche di pericolosità del detenuto. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del pubblico ministero del tribunale di Milano che sosteneva la necessità, per motivi di sicurezza del detenuto, di mantenere la videosorveglianza per il boss anche quando si appartava per esigenze fisiologiche.



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Morto Gino Latilla, tra i pionieri del Festival di Sanremo

Corriere della sera

Il suo nome comparve nella lista della P2 di Licio Gelli



Gino Latilla
MILANO - È morto domenica mattina a Firenze Gino Latilla, aveva 86 anni. Nato a Bari il 7 novembre 1924, Gennaro Latilla (questo il suo vero nome) vinse il Festival di Sanremo nel 1954. Proprio a Sanremo, due anni prima, aveva conosciuto Carla Boni, che nel 1958 sposò e dalla quale ebbe due figli prima della separazione. Il nome di Latilla, in precedenza, era stato avvicinato anche a Nilla Pizzi. Negli anni Cinquanta Latilla fu uno dei protagonisti della musica italiana che abbandonò nei primi anni Sessanta per entrare in Rai come dirigente, prima a Roma e poi a Firenze. Negli anni Ottanta tornò a cantare con alcuni vecchi amici, tra i quali anche Nilla Pizzi e Carla Boni. Negli stessi anni il suo nome comparve nella lista della P2 di Licio Gelli.

SUCCESSI - Tra i suoi successi Vecchio scarpone (1953), Tutte le mamme e E la barca tornò sola (entrambe del 1954), Casetta in Canadà (del 1957 in duetto con la moglie Carla Boni), Timida serenata (1958), Io sono il vento (1959) e Il mare nel cassetto (1961 con Milva), altri duetti con Nilla Pizzi e Fred Buscaglione.


Un giorno con la Lira

Il Tempo

Conti correnti più pesanti con il vecchio conio. Ma è solo un’illusione. Ue ai ferri corti ed euro in crisi: c'è chi sogna di tornare al passato.


La vecchia Lira Prima avvertenza. Questo è solo un gioco. Ma i fendenti che arrivano sull'euro dai mercati finanziari e dagli stessi governi che lo hanno fondato avvicinano l'ipotesi a una possibile realtà. Così dopo il celebre changeover della notte tra il 31 dicembre 2001 e il primo gennaio del 2002, quando tutte le lire degli italiani si trasformarono in sonanti euro, Il Tempo prova a immaginare una giornata dopo il changeover al contrario: la crisi della moneta unica la fa scomparire e i governi sono costretti a riagganciare le loro economie alle vecchie valute nazionali.

Seconda avvertenza. Si tratterebbe di un evento non codificabile nelle conseguenze. La lira sarebbe assimilabile a un euro di seconda fascia, dunque più debole del contesto internazionale. Gli investitori chiederebbero interessi più alti per comprare titoli del debito statale. E i costi del finanziamento crescerebbero mettendo in seria crisi le casse del Tesoro. Questo solo un esempio. Che vista l'attualità calza a pennello. Per questo la simulazione è solo un mero esercizio intellettuale.

Si comincia dal conto in banca dove la liquidità accumulata in anni di magra (l'ultimo decennio non ha certo brillato per i redditi disponibili) improvvisamente si esponenzializza. I circa 3000 euro di norma presenti sul conto corrente della famiglia Rossi si tramutano in quasi 6 milioni di lire. Se poi ci si trovasse in prossimità del 31 del mese, il salario arriverebbe in banca già nel vecchio conio. Posta una media di di 1500 euro (il caso di un dipendente con una discreta anzianità di servizio) il primo del mese lo stesso nucleo potrebbe contare su un bottino prossimo ai nove milioni di lire.

Non male. Almeno nella percezione dei sei zeri finali dopo anni a tre. Il fatto è che, come l'economia insegna e il cittadino apprezza nelle normali spese, non è la somma di euro o lire a dare l'indice di benessere ma le quantità di cose che si possono acquistare. Andiamo avanti comunque. Dunque riempito il portafoglio di bigliettoni con su stampati tra gli altri Caravaggio, Bernini e Alessandro Volta, si comincia una normale giornata con la sosta al bar. E lì la prima sorpresa. Un caffè fino a ieri a 80 centesimi si trasforma nella prima batosta.

Al cambio significano 1550 lire. Se ci si aggiunge un cornetto da 70 centesimi si arriva a un euro e cinquanta. Ovvero 3 mila lire. Un bel budget, sicuramente affrontabile, ma se si offre la colazione al collega allora la spesa comincerebbe a diventare importante. Forse è a cena che il changeover farebbe pesare tutta la sua carica esplosiva. Il piatto dell'economicità per eccellenza, ovvero la pizza margherita annaffiata da una birra media e rinforzata da un onesto supplì di riso si concretizzerebbe in un conto prossimo alle 30 mila lire.

Per persona chiaramente. Ciò significa che un padre di famiglia con moglie e due figli al seguito in una normale pizzeria cittadina dovrebbe staccare un assegno superiore alle 100 mila lire. Da capogiro invece il pensiero di una cena in un ristorante più blasonato. Il conto per quattro persone potrebbe superare tranquillamente le vecchie 500 mila lire. Il ragionamento vale per tutti i beni e i servizi normalmente acquistati dai consumatori medi.

Così ad esempio nell'abbigliamento i listini potrebbero impaurire molti teenager italiani. Un paio di scarpe da running, oggi usate con nonchalance dai giovani e meno giovani sui jeans strappati (e che hanno un costo di circa 80 euro) si trasformerebbero in un piccolo investimento. Il ragazzo dovrebbe passare da papà e farsi mettere in mano ben 160 mila lire. Per un paio di scarpe magari «made in China» comincia a essere un valore percepito come abbastanza elevato.

Più si sale e più la spesa tende a diventare un autentico salasso. Basta pensare allo smartphone, il telefonino multifunzione. Impossibile oggi non averne uno. E se in euro il più amato di tutti, l'iPhone della Apple, prezza intorno ai 600 euro, tradotto in lire significa presentarsi alla cassa con 12 biglietti da centomila. Dieci anni fa, nel momento del passaggio all'euro era una cifra pari allo stipendio di un giovane diplomato assunto in un ministero.

Anche nel settore dei beni di consumo durevoli come l'auto o negli immobili il paragone con l'euro mette paura. Per sedersi sulla nuova 500 della Fiat, nella versione meno accessoriata servono oggi 12 mila euro. Significa presentarsi alla concessionaria e lasciare o firmare cambiali per 24 milioni di lire. Ma è nel settore immobiliare che il changeover esprimerebbe tutto il suo potenziale moltiplicativo sui prezzi. Già, comprare casa non è stato mai semplice in Italia.

Ma il ritorno alla lira creerebbe in Italia una categoria sterminata di miliardari. Cento metri quadrati in una città come Roma, in una zona semicentrale ben collegata e con servizi in quantità sufficiente, hanno una quotazione media tra i 4 e i 6 mila euro. Per quella superficie la spesa si aggira tra 400 e 600 mila euro. A spanne l'assegno da staccare è compreso tra 800 milioni di lire e 1,2 miliardi. Di lire si intende. Ma sempre di miliardi si parla. Il gioco è finito. Di questo si è parlato finora.

La rottura del meccanismo monetario non è un'opzione così semplice. E difficilmente i governi europei molleranno una creatura come la moneta unica che nel bene e nel male ha fatto la storia degli ultimi dieci anni. Certo stupisce vedere come il costo delle cose si sia moltiplicato nello stesso lasso di tempo. Inflazione più arrotondamenti hanno lavorato al rialzo sui listini. Chissà se nel caso dei changeover al contrario ipotizzato da Il Tempo i prezzi comincerebbero a scendere.


Filippo Caleri
11/09/2011




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Nuoro, donna sequestrata pubblica necrologio per morte del suo rapitore

Il Mattino

NUORO - «Cristina Berardi è vicina a Maria Grazia e Tina per la tragica scomparsa del fratello Gianfranco Ara, con profondo rispetto e affetto». Sembrerebbe un normale necrologio quello pubblicato oggi sul quotidiano La Nuova Sardegna se non per due piccoli ma grandi particolari significativi: Gianfranco Ara è stato l'unico condannato a 28 anni per il sequestro di persona, avvenuto nel 1987, proprio di Cristina Berardi che fu liberata dopo quattro mesi.


Il corpo senza vita di Gianfranco Ara, di 51 anni, è stato trovato l'altra sera a Nuoro da un passante sulla scalinata che costeggia l'anfiteatro. Pochi dubbi sulle cause del decesso: nessun atto violento, il medico legale ha parlato di morte naturale ma il magistrato ha disposto comunque anche l'autopsia. Cristina conosceva ed era legata alle sorelle del suo ex rapitore e oltre al perdono ha voluto esternare pubblicamente la sua carità ed affetto. Per il sequestro Berardi, Ara venne condannato a 28 anni di reclusione dal Tribunale di Lanusei.

Tre anni fa la scarcerazione. La giovane, allora venticinquenne, figlia del presidente dell'Associazione degli Industriali di Nuoro, venne rapita da un commando di cinque persone il 20 giugno 1987 a Villagrande. Una prigionia durata 120 giorni, fino al 18 ottobre quando gli agenti della Polizia liberarono l'ostaggio fra Arzana e Seui. Dalle indagini entrarono e uscirono personaggi del calibro di Pasquale Stochino, ritenuto la primula rossa ogliastrina, Antonio Staffa (custode nel rapimento De Megni), e Gianni Cadinu. L'unico però a finire sotto processo fu Gianfranco Ara.

Domenica 11 Settembre 2011 - 13:11    Ultimo aggiornamento: 13:14




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La capsula del caffè clonata Vergnano sfida la Nespresso

Corriere della sera

La ditte italiana: le nostre cialde? Solo compatibili. L'azienda piemontese lancerà anche le proprie macchine





MILANO -
È scoppiata la guerra d'indipendenza dell'espresso. Vergnano, il più antico produttore italiano di caffè, si ribella al dominio della multinazionale svizzera Nestlé lanciando sul mercato delle capsule compatibili con le macchine Nespresso. Quello delle cialde monouso è un mercato con «margini di guadagno molto alti, cresciuto del 50 per cento nel 2010», spiega Pasquale Diaferia, pubblicitario e titolare dell'agenzia Special Team di Milano. La sfida?

Tra chi ha inventato le boutique del caffè e chi lo vende al supermercato. Tra chi con marketing aggressivo ha trasformato una bevanda da ufficio in prodotto chic domestico e chi punta sulla tradizione tutta italiana del saper fare il caffè. Il colosso elvetico non si esprime sulla vicenda come ha detto Marco Zancolò, direttore generale, su Italia Oggi . Però, lo scorso anno aveva citato in giudizio la marca concorrente americana Sara Lee, produttrice delle capsule «Or», e la Ethical Coffee, fondata da Jean-Paul Gaillard, in passato deus ex machina della Nestlé. Ora il concorrente è italiano .

«L'idea è nata due anni fa, da una visione di mio padre Franco e mio zio Carlo - racconta Carolina Vergnano, responsabile del settore estero e della commercializzazione delle nuove cialde Èspresso -. Si sono chiesti come sarebbe diventato il consumo del caffè tra dieci anni: dal macinato sfuso alle porzioni, per la facilità dell'utilizzo e la ricerca costante di qualità in qualsiasi condizione di preparazione.

In più, volevano entrare in un settore competitivo: il segmento monodose rappresenta il 3,4 per cento del mercato del caffè in Italia. È in forte espansione». Il sistema macchine-capsule di Nestlé, però, esiste dal 1986. «Ma non è presente nella grande distribuzione - continua Vergnano -. Vogliamo dare un'alternativa ai loro consumatori. Il vero espresso italiano ovunque ci si trovi».


Facilità di acquisto contro esperienza sensoriale? I clienti Nespresso sono accolti come in un circolo esclusivo in 200 negozi presenti in tutto il mondo, negli aeroporti e nei quartieri più alla moda delle città. Il marchio ha creato una community su Internet (altro canale dove si possono acquistare le cialde dai colori e i nomi accattivanti). E in Italia ha venduto 350 mila macchine per uso domestico.

«Anche Lavazza - aggiunge il pubblicitario - ha fatto la guerra al colosso svizzero e negli anni 90 ha sposato l'idea del monouso con prodotti non compatibili (ogni anno sforna 2 milioni di cialde dagli stabilimenti di Gattinara, nel Vercellese). Standard qualitativi alti li offre pure Illy. Ma Nespresso, di cui è testimonial l'attore George Clooney, ha scritto una nuova cultura del caffè, lo ha fatto così bene che tutti l'hanno copiata. Trovo giusta la riconquista italiana delle capsule. La multinazionale ha voluto invadere il campo con la sua tecnologia e l'industrializzazione, è stata brava, ma gli italiani sono troppo fieri della loro tazzina».

Tra le differenze, oltre alla distribuzione, anche il prezzo: la cialda svizzera costa dai 35 ai 40 centesimi, quella piemontese 32. I grammi di caffè contenuti sono quasi uguali, ma le varianti di gusto di Nespresso sono molte di più. Le capsule Vergnano sono, però, in plastica biodegradabile, «spariscono» in 834 giorni, quelle Nestlé sono in alluminio (con apposito centro di smaltimento).
Si andrà a finire in aula? «I brevetti sono diversi - risponde Carolina Vergnano -. Le cialde Nespresso vengono bucate sopra e sotto da tre aghi.

Le nostre hanno dei flap (forellini) che si aprono con la pressione dell'acqua, un sistema realizzato dall'azienda bolognese Macchiavelli». In programma anche la fase due: «Da Natale la macchina Èspresso in partnership con Polti». Il consiglio dell'esperto: «Portare in tribunale un'azienda storica nella patria dell'espresso non gioverebbe all'immagine della Nestlé - conclude Diaferia -. Anzi, la multinazionale dovrebbe lavorare per costruire un accordo tra tutti i player del mercato».


Rossella Burattino
11 settembre 2011 12:47




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11 settembre 2001 - 11 settembre 2011 Dieci anni fa l'attacco al cuore degli Usa

Il Mattino

di Marco Piscitelli

La ricostruzione, minuto per minuto, del terribile attentato sferrato dai terroristi contro l'America l'11 settembre del 2001. Centodue minuti di inferno che hanno stravolto l'assetto mondiale, la politica e l'economia internazionale, cambiando le abitudini di milioni di persone del mondo. Migliaia le vittime.

Filmati tratti da YouTube
Musica: Adagio For Strings - Sammuel Barber








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El Salvador, individuato dopo 31 anni il killer di monsignor Oscar Romero

Il Messaggero

E' Marino Samayoa Acosta, faceva parte della disciolta Guardia nazionale. Procede la causa di beatificazione


di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - Lentamente, dal passato, la verità sulla morte di Oscar Romero, l'arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte, si sta facendo largo. Il quotidiano salvadoregno, Diario CoLatino, ha pubblicato una inchiesta su quel capitolo oscuro, dando finalmente un volto all'uomo che nel 1980 sparò contro quel vescovo coraggioso che non aveva paura di denunciare i crimini e sfidare apertamente la giunta militare.


L'assassino che lo uccise faceva parte della scomparsa Guardia Nazionale. Il suo nome è Marino Samayoa Acosta, è nato l'8 ottobre 1949. Il quotidiano spiega che il killer era membro del corpo di sicurezza del Presidente della Repubblica, il colonnello Arturo Armando Molina, e che sarebbe stato 'assoldato' direttamente dal figlio del Presidente, Mario Molina. La rivelazione ha subito fatto il giro del mondo.

Diario CoLatino afferma che pubblicherà prossimamente altre informazioni
provenienti da "ambienti vicini al maggiore dell'Esercito Roberto D'Aubuisson", che da sempre e da più fonti, dentro e fuori il Paese centroamericano, è indicato come il mandante dell'omicidio.

Il vescovo fu crivellato di colpi all'altare, mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale della capitale. Amado Antonio Garay Reyes, l'uomo che guidava l'auto che portò il killer sul luogo del crimine, ha confermato la storia, spiegando che entrambi provenivano dalla residenza dell'imprenditore Roberto Daglio dove si ultimarono i preparativi finali del crimine. Il quotidiano salvadoregno che da oltre 25 anni si occupa della vicenda, ha sottolineato che in questo modo verrebbero confermate le dichiarazioni rese ai giudici nel 2006 dagli altri due militari che presero parte nell'operazione: Alvaro Rafael Saravia ed Eduardo Avila Avila (ucciso in circostanze non ancora chiarite).

Se la giustizia terrena va avanti, allo stesso modo procede anche la causa di beatificazione aperta nel 1997 in Vaticano. Il postulatore della causa, monsignor Vincenzo Paglia ha affermato di recente che l'iter avanza senza problemi di sorta anche se occorrono i tempi tecnici per poter riconoscere il martirio di monsignor Romero.

Sulla vita di questo coraggioso prelato gravava, infatti, un'ombra: la sua presunta vicinanza alla Teologia della Liberazione, corrente teologica considerata dalla Chiesa profondamente sbagliata e per questo messa al bando agli inizi degli anni Ottanta. «Romero non era un vescovo rivoluzionario, ma un uomo della Chiesa, del Vangelo e quindi dei poveri» ha chiarito monsignor Paglia, aggiungendo che semmai fu vittima della «polarizzazione politica che non lasciava spazio alla sua carità e pastoralità». Romero avversava con coraggio sia la violenza espressa dal governo militare, sia quella della guerriglia.

Domenica 11 Settembre 2011 - 13:41




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Sopravvissuto. Intervista a Lucio. Lui l'unici italiano uscito vivo dalle torri gemelle

Libero



Ripubblichiamo l'intervista di Alessandro Dell'Orto a Lucio Caputo, di Libero del 17 luglio 2007. Lui è l'unico sopravvissuto italiano al crollo delle Twin Towers.


Lucio Caputo in Italia. Perdoni la domanda stupida: come ci è venuto?

«In aereo, naturalmente. Vede, io non ho paura di niente, mai avuto paura. Dopo soli dieci giorni dall’attentato delle Torri Gemelle ero già per aria. Sono un incosciente».

Beato lei. Viene spesso a Milano?


«Giro molto per questioni di lavoro. Sono presidente dell’“Italian Wine & Food Insitute” e promuovo il made in Italy in America. Vivo negli Usa da 40 anni, ma ho mantenuto gusti e abitudini delle mie origini e mi sento italiano in tutto».

Promuove vino e cibo, ma anche coraggio all’italiana. La gente si ricorda ancora di lei?

«Sempre, purtroppo. Perché a tutti è rimasta impressa la mia faccia sconvolta di quel giorno, quando mi intervistavano in tv. All’aeroporto, la prima volta che sono tornato a Roma, mi hanno chiesto il passaporto. Mi hanno fissato. Hanno balbettato “Maaa, è è è proprio lei”, come se avessero avuto di fronte un fantasma».

La frase più ricorrente e il gesto più stupido di chi la incontra?

«Mi indicano: “Guarda, è quello delle scale”. Solo perché ho fatto 78 piani a piedi. La considerano un’impresa, ma è una scemenza per uno che, come me, va regolarmente in palestra. La cosa che non sopporto, però, è quando mi toccano la spalla pensando che porto fortuna».

Prima le è sfuggito un purtroppo: non sembra felicissimo di essere riconosciuto.

«Mi fa rabbia. Nella vita ho fatto di tutto, cose importantissime: sono presidente dell’“International Trade Center di New York”, sono “Cavaliere Ufficiale” dal 1996, ho fatto il giornalista, ho prestato servizio nell’aeronautica, ho vissuto e lavorato a Hong Kong, ho condotto le trattative con i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese per risolvere il caso della “nave Liming” bloccata nel porto di Genova, grazie a me l’Italia nel 2006, per la prima volta nella storia, ha superato il
miliardo di dollari nelle esportazioni vinicole verso gli Stati Uniti e...».

Grazie, basta così. Diceva che ha fatto tutto questo, ma...

«...mi ricordano solo per le Torri Gemelle».

Caputo, sono passati quasi sei anni. Come è cambiata la sua vita? Si sente invincibile? Oppure più vulnerabile perché si è giocato il jolly migliore?

«Niente di tutto questo, sono un fatalista: vede, evidentemente quello non era ancora il momento. Non mi sento cambiato, anche perché la morte, in passato, l’avevo già vista da più vicino».

Addirittura? E quando?


«Metà anni Sessanta, piloto un aereo da turismo e devo atterrare a Roma. Commetto un errore, si spegne il motore e mi ritrovo tra i tetti della città. Chiunque si sarebbe fatto prendere dal panico, io invece non perdo la calma, plano come se fosse un aliante e riesco ad atterrare. Il segreto è non agitarsi mai. Oppure quella volta che a Miami sono scoppiate le gomme dell’aereo: è la volta in cui sono stato più vicino alla morte».

Perdoni l’espressione, ma lei ha proprio...

«...un culo così, sempre avuto. Mai vinto una lira alla lotteria, ma nel resto sono imbattibile. E l’11 settembre…».

Raccontiamo. Da dove si parte?

«Dalla prima botta di fortuna. Sa in quale piano era, fino al 1999, il mio ufficio? Ottantanovesimo, proprio quello in cui si è schiantato l’aereo. Poi hanno dovuto ristrutturare i locali per togliere l’amianto e mi hanno spostato al settantottesimo. Ma non è tutto».

Cioè?

«La mattina dell’11 settembre, come sempre, vado in ufficio alle 8 e salgo a fare colazione al “Club Windows on the World”, al piano centodieci. Il solito tavolone in cui mi metto per leggere i giornali, però, è occupato e mi tocca spostarmi su un tavolino turistico vicino alla zona panoramica. Guardo fuori, cielo limpido, vedo Battery Park. Ellis Island, la Statua della Libertà. Però sono scomodo, i giornali non mi incuriosiscono e stranamente, verso le 8.30, decido di scendere in ufficio. Capito? Avessi seguito i soliti ritmi, sarei rimasto bloccato nella parte alta, quella imprigionata dalle fiamme dall’ottantesimo in su. E non sarei qui a raccontarglielo».

Incredibile. Continuiamo. Arriva in ufficio e...?

«Sto telefonando in Italia a Benedetta Sainaghi, una collega. Improvvisamente un boato, la cornetta mi cade dalla mano, lo specchio antico che ho di fronte e che copre tutta la parete si sposta di un metro per l’oscillazione della torre. E pensi che la massima oscillazione prevista per quelle strutture era di 28 centimetri...».

Poi?

«Va via la luce, le porte sbattono, suonano le sirene, dal soffitto cade così tanta polvere che il divano verde oliva che ho di fronte diventa bianco».

Primo pensiero?


«Una bomba, un’esplosione al mio piano. Provo a telefonare, telefono staccato. Esco in corridoio, non si vede nulla come se ci fosse nebbia, c’è odore di polvere, tutto rotto, marmi per terra, gente che piange e che urla. Passa un tizio, gli chiedo: “Cosa è successo?”. Non risponde e continua a correre come fosse impazzito».

Lei, invece, riesce a mantenere la calma.

«Che avrei dovuto fare? Rientro nella mia stanza, è tornata la luce. A sorpresa, squilla il telefono. È Massimo Jaus, vice direttore di “America Oggi”: “Lucio, un aereo ha colpito le Twin Towers! Scappa, scappa!”».

Reazione?

«Non capisco la gravità della situazione, non ho particolare fretta: ho il brevetto da pilota, so che un aereo di linea non potrebbe mai colpire le torri, penso che si tratti di un aeroplano da turismo e dunque non ci siano pericoli di crollo, sono convinto che ci faranno uscire solo per qualche ora per precauzione. Come prima cosa, cerco di chiudere l’ufficio ricordando che in occasione dell’attentato precedente era stato saccheggiato tutto, ma la porta è fuori dai cardini. Prendo i documenti che mi serviranno alle 13 per la colazione di lavoro al ristorante “Le Cirque” con Gian Marco Moratti e li metto in una borsa con il cellulare (che non funzionerà mai), recupero una torcia, una bottiglia di acqua, un asciugamano bagnato e mi aspetto che gli altoparlanti diano le informazioni su cosa fare, come succedeva regolarmente nelle esercitazioni antincendio».

E intanto inizia a scendere. Cosa si vede, cosa si sente?

«Nulla. Nessuno dice niente, ognuno è abbandonato a se stesso. Le scale d’emergenza sono di cemento armato, praticamente isolate. Mi metto a correre dal piano 78 al piano 40. Già, giù, giù finché incrocio i pompieri che salgono lentamente, stracarichi di maschere, tute, tubature. Chiedo: “Cosa è successo?”. “I don’t know, non lo so”. E tirano dritti».

Altre persone?

«È tutto bloccato. Incrocio una donna nuda, completamente bruciata e senza pelle, come una patata sbucciata. Ha gli occhi sbarrati nel vuoto, cammina e non dice nulla, si muove come un automa. Poco più in là passa un signore cieco, accompagnato dal cane, è tranquillo e rifiuta ogni tipo di aiuto: qualche mese dopo mi diranno che si è salvato pure lui».

Tensione? Scene di panico? Urla?

«Silenzio surreale, nessun rumore, grande fair play. Fa caldo, non si respira, vanno avanti le donne, gli anziani e le persone grasse, si scende  lentamente e con ordine fino al piano 23 (nel frattempo è passata un’ora), dove due tizi in abiti civili dirottano tutti in una grande stanza e non si capisce se è perché ci sono scale più sicure o per lasciare spazio ai pompieri. Quelli davanti a me si mettono in fila e superano la porta: c’è l’aria condizionata, le persone più stanche si riposano e si rinfrescano sedute contro le pareti».

Ma lei, Caputo, non si ferma.

«Noto crepe nei muri, acqua e fango che scorrono. Penso che l’aereo che ci ha colpiti potesse essere carico di dinamite, che i bulloni delle travi della torre potrebbero essere saltati. D’istinto, mi volto e torno indietro, vado alle scale d’emergenza e riprendo a correre: non c’è più nessuno, posso andare veloce. E qualcuno mi segue».

Giù, fino alla hall.

«Irriconoscibile, vetri rotti, detriti, i marmi di Carrara e i lampadari del Venini in frantumi. Cerco di orientarmi, arrivo all’ascensore che porta ai garage (gli unici che funzionano perché indipendenti da quelli centrali che erano crollati), sto per scendere alla macchina ma, improvvisamente e senza un perché, cambio idea, torno indietro ed esco dalla torre. È un campo di guerra, poche persone in giro, un’infinità di pezzi di carta che volano per aria. Provo a chiamare mio figlio, ma il cellulare è ancora bloccato. Alzo gli occhi ed è uno shock: l’altra torre è crollata, la mia è in fiamme. Giro l’angolo, faccio qualche metro e mi rivolto, ora la torre è diventata un’immensa palla di detriti che mi punta. Fuggo verso la Broadway, probabilmente correndo i cento metri più veloci della mia vita, ormai è il panico generale, c’è chi resta impietrito in mezzo alla strada, chi addirittura corre dalla parte sbagliata e va verso la morte sicura. Trovo un palazzo, apro la porta con un calcio ed entro, è buio pesto, mi accovaccio in un angolo con la testa tra le ginocchia».

Crolla anche la sua torre.

«Lo capisco dal rumore. Resto immobile anche dopo il boato, fermo così per una decina di minuti. Si apre la porta, entra un poliziotto, è una donna di colore. “C’è qualcuno?”. Rispondo, scopro che con me ci sono altre persone. Chiedo di farmi telefonare a mio figlio, riesco a dirgli che sono salvo».

Esce di lì e che fa?

«Mi incammino verso casa, c’è un caos terribile. Mi offrono un passaggio in auto, scendo perché si va più veloce a piedi. Arrivo, faccio una doccia, mi cambio e vado al ristorante “Le Cirque” per l’appuntamento. Sono le 13.05».

Scherza, vero?


«È la verità. Ma Moratti, bloccato in albergo, non c’è. E torno alle Twin Towers dove iniziano a intervistarmi».

Caputo, sull’11 settembre si è detto di tutto. Congetture, ipotesi strane. Lei che ne pensa?

«Un attentato di Al Qaeda, semplice. Quelle di Bush, degli ebrei, degli arabi che non c’erano sulle Torri sono tutte fregnacce e giochi politici».

Il dopo tragedia è un mix di tensione, polemiche, celebrazioni. C’è qualcosa che l’ha infastidita?

«Aver fatto passare per eroi tutti i pompieri. I veri eroi sono quelli morti perché saliti sulle torri. Gli altri... lasciamo perdere».

In che senso?


«Si fermavano a scavare oltre l’orario di lavoro perché avevano gli straordinari pagati a peso d’oro e quei soldi, uniti alla liquidazione, permettevano il pre-pensionamento».

Caputo, ultime curiosità: quanti soldi ha perso?


«In quell’ufficio ho lasciato tutto, 30 anni della mia vita: per 3 mesi non sono riuscito a tornare sulle rovine, era troppo shoccante. In tutto, al di là degli affetti, ho subito un danno di due milioni di dollari. Ho recuperato 70 mila dollari dall’assicurazione e 110 dai fondi di assistenza».

C’è qualcosa che non ha mai raccontato di quell’11 settembre?

«Ho agito in maniera irrazionale al venticinquesimo piano e al momento di andare in garage, non è da me. Credo che mi abbia guidato mia madre che non c’è più».

Dovesse rappresentare in un quadro questa sua storia? Quale è l’immagine più forte?

«La palla di detriti sopra di me. Non ci crederà, ma in quel momento mi sembrava di essere Indiana Jones».

Ultimissima, e non si offenda. Qualcuno sicuramente avrà pensato: e se Caputo si fosse inventato tuttoe quella mattina, in ufficio, non ci fosse mai stato?


«Non me ne importa niente. E comunque ho le prove. Basta chiedere a Massimo Jaus che mi ha chiamato per dirmi di scappare, oppure leggere i tabulati della telefonata che stavo effettuando con l’Italia al momento dell’impatto: ore 8.44, durata 1 minuto e due secondi. Poi, l’inferno».


intervista di Alessandro Dell'Orto

10/09/2011




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